Spazio Culturale

MANIFESTAZIONI
E CONCERTI
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IN OCCASIONE DELL’8 MARZO:
UNA RIFLESSIONE SU FEMMINISMO E FEMMINILIZZAZIONE NELLA SCUOLA ITALIANA
Probabilmente, occuparsi oggi di un tema vasto e controverso come il "femminismo" potrebbe apparire demodé nel senso che, per quanto si possa sollevare un problema reale ed oggettivo, l’approccio rischierebbe di essere superato e scorretto in partenza.
Non c’è dubbio che diversi segnali attestano che l’uguaglianza tra i sessi rappresenta un traguardo ancora distante quando si tratta dei ruoli decisionali, benché la presenza femminile in molti settori lavorativi sia in costante aumento. E’ innegabile come in tutti gli ambiti lavorativi e sociali i maschi detengano e difendano a denti stretti le posizioni di maggior prestigio e potere. La discriminazione diventa un dato più evidente nel campo della politica, soprattutto ai vertici del potere. Infatti, tranne rare eccezioni, i “boss” dei partiti politici più importanti in Italia sono quasi tutti elementi maschili. Ciò è vero anche per gli ambienti della cosiddetta “sinistra radicale”, compresa Rifondazione comunista, i cui quadri dirigenti sono stabilmente in mano agli uomini.
Nel contempo, laddove esiste una netta prevalenza femminile, come nel settore della scuola, il rapporto di potere è rovesciato: infatti, sono in aumento i dirigenti scolastici donna. Tuttavia, a riguardo mi sono formato alcune convinzioni che, all’apparenza, potrebbero risultare invise alle più accese "femministe". Mi riferisco alla realtà della scuola italiana, soprattutto a livello dei primi ordini di scolarità: scuola dell’infanzia, scuola primaria e secondaria di I grado. In tale contesto la femminilizzazione è un dato dominante. Si pensi alle scuole materne, laddove gli elementi maschili sono completamente assenti, o alle scuole elementari, dove i maestri costituiscono una netta minoranza. Ebbene, sono convinto che uno tra i principali problemi della scuola italiana (non l’unico, è ovvio) sia rappresentato dall’eccessiva femminilizzazione.
Mi spiego meglio. Altrove, ad esempio in Francia o in altri stati europei (in particolare nei paesi scandinavi) la presenza maschile è più consistente e, in alcuni casi (si pensi alla Norvegia), è addirittura massiccia. La ragione si intuisce e si spiega facilmente. In tali paesi gli emolumenti assegnati agli insegnanti sono più appetibili e convenienti, per cui gli uomini aspirano in maggior numero ai posti di insegnamento, a differenza del nostro paese, dove gli stipendi retribuiti alla classe magistrale sono a dir poco indecenti.
Ebbene, lo scarso valore economico riconosciuto alla professione docente in Italia, deriva almeno in parte dalla eccessiva femminilizzazione nella scuola. Infatti, le donne che insegnano sono nella quasi totalità madri e mogli, impegnate ad attendere alle faccende domestiche e accudire la prole, relegate in ruoli marginali rispetto ai coniugi, che magari svolgono funzioni più vantaggiose e remunerative sul piano economico.
Pertanto, le insegnanti che sono anche mogli e madri non hanno molto tempo, né voglia per dedicarsi ad attività sindacali e sociali, e tantomeno per occuparsi di politica. Per le medesime ragioni, quando si tratta di lottare e rivendicare i propri diritti, ottenere miglioramenti nella propria condizione lavorativa, le insegnanti (mogli e madri) tendono a sottrarsi e disimpegnarsi in modo decisivo, per cui il potere contrattuale della categoria si è ridotto progressivamente. Non a caso le adesioni agli scioperi nel comparto scuola sono più basse rispetto ad altri settori, laddove la presenza maschile è più alta. Si pensi ad esempio all’industria metal-meccanica o ad altri ambienti di lavoro.
Il mio non è un atto d'accusa nei confronti della presenza femminile nella scuola e nella società italiana, anzi. Il mio intento è esattamente quello di ridestare le coscienze assopite delle donne, distratte da troppi impegni familiari e di altro tipo, siano esse insegnanti, madri e mogli, siano esse indipendenti, perché la liberazione della società passa anche attraverso l'emancipazione effettiva delle donne da una condizione di marginalità e subalternità a cui ancora sono costrette nella società italiana, in vari ambiti professionali, ma ancor più sul versante del potere politico decisionale.
Lucio Garofalo

PROIBIZIONISMO E CAPITALISMO
Negli ultimi tempi, dopo la ormai famosa intervista rilasciata dal cantante Morgan, i mezzi di comunicazione di massa hanno riportato alla ribalta nazionale il tema della droga. L’impostazione data alla discussione nei salotti televisivi è, come sempre, distorta, mistificante e strumentale. Evidentemente si intende avallare la linea legislativa di segno proibizionista adottata dal governo in carica, ma rispondente ad un orientamento molto diffuso e trasversale agli schieramenti politici parlamentari. Una linea che fa capo ad una legge che reca i nomi degli onorevoli Fini e Giovanardi, il cui intento dichiarato sin dall’inizio è quello di colpevolizzare i tossicomani, giudicati alla stregua di criminali spacciatori, cancellando quindi la “liceità” del consumo personale.
Come argomentano i sostenitori della legislazione vigente, la gravità della situazione sarebbe causata dal “permissivismo” contenuto nell’idea di “modica quantità”, un concetto avvalorato e incoraggiato dall’affermazione della cosiddetta “cultura della droga” riconducibile alle “culture alternative” o “controculture” diffuse ed egemoni negli anni ’60 e ‘70. In effetti questo è il ragionamento, assai rozzo e semplicistico, seguito dai fautori della legge. Invece, è un dato incontestabile che la causa reale dei crimini abitualmente perpetrati nelle aree urbane più degradate, ad esempio i reati commessi dai tossicomani più giovani, risieda nell’esatto contrario del permissivismo, vale a dire in quel regime proibizionista che di fatto determina in modo decisivo l’intera questione. Un regime che la legge Fini/Giovanardi ha reso più crudo, criminalizzando non solo le abitudini di milioni di consumatori di droghe leggere, ma penalizzando anche altri comportamenti, fino a violare e calpestare alcuni diritti sanciti dalla Costituzione.
Le misure draconiane previste dalla legge vigente mirano a reprimere il diritto allo “sballo”, ma non ne eliminano le cause effettive, nella misura in cui le ragioni del disagio e dell’alienazione giovanile nelle droghe sono di natura sociale, esistenziale, psicologica, culturale, ma non certo giuridica. Inoltre, le norme punitive investono solo i piccoli spacciatori, ossia gli abituali consumatori di sostanze narcotiche. Mi permetto di aggiungere che la nozione di "disagio giovanile" è fuorviante in quanto il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. E’ invece più corretto parlare di "disagio sociale", benché il malessere investa soprattutto le "categorie" dei giovani e degli anziani, cioè le fasce più indifese della società, più esposte alle avversità, anzitutto materiali, che l'esistenza quotidiana oppone agli esseri umani senza alcuna speranza di superamento.
Tale disegno politico cela una perversa volontà di esasperare il fenomeno della violenza urbana, specialmente di quella minorile. L’esperienza storica ha dimostrato che l’imbarbarimento di una già ferrea disciplina repressiva non fa altro che scatenare l’effetto contrario, generando fenomeni di recrudescenza e l’aumento della rabbia, del malessere e della disperazione. Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale viene considerata, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.
Tale orientamento, che coincide con lo spirito autoritario e repressivo che non anima solo l’attuale governo, non ha mai debellato o inibito alcuni atteggiamenti considerati "devianti", ma al contrario li ha incentivati ed esasperati. È indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette "droghe pesanti", siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto evidente che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, rischia di essere accentuata. Del resto, qualsiasi comportamento che produca effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di psicofarmaci e superalcolici o all’assunzione abituale di nicotina), nella misura in cui è ridotto ad un problema di ordine pubblico, essendo vietato e perseguito penalmente, potrebbe accrescere il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e provocando una crescente e pericolosa spirale di violenza. Tale sistema di legge costituisce un ulteriore segnale che attesta l’involuzione in senso codino e reazionario di una parte notevole della classe dirigente italiana, a cui non corrisponde un pari fenomeno regressivo nella società civile, che in tal modo si discosta e si estrania sempre più dagli ambienti, dagli umori e dai poteri istituzionali del “Palazzo”.
Invece, bisognerebbe affrontare il problema partendo da una riflessione lucida e razionale, libera da condizionamenti di natura emotiva e moralistica. Si tratta di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può fronteggiare usando la forza pubblica o assumendo iniziative di segregazione e colpevolizzazione sociale e morale. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata e mistificata sotto una veste superficiale che viene deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali suscitate dal sistema repressivo vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti messe in moto dalla macchina propagandistica del regime proibizionista, che è storicamente e politicamente fallito.
Bisogna rendersi conto che in una società di massa, in cui prevalgono comportamenti consumistici di massa, è inevitabile che anche il consumo di sostanze quali le “droghe” si affermi come un’abitudine diffusa, anzitutto per un effetto di emulazione ed omologazione, cioè in virtù di uno strumento di persuasione assai efficace, comunemente detto “moda”.
Concludo avanzando, se possibile, una semplice proposta di buon senso. Sgombrando il campo da ogni luogo comune, come la tesi che equipara le "droghe leggere" a quelle "pesanti", il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di ordine educativo e socio-culturale, da un lato, e una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo sia necessario perseguire una triplice finalità:
- promuovere una campagna di controinformazione e sensibilizzazione preventiva per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi e allarmismo sociale;
- avviare alcune iniziative sui territori per metterli in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria che presuppone l’esistenza di presidi di pronto intervento;
- realizzare una serie di misure e progetti socio-educativi in grado di far fronte al degrado esistente soprattutto in alcune aree sociali metropolitane.
Lucio Garofalo

Un popolo di scrittori
Il nostro è un popolo di grafomani narcisisti. E' noto che in Italia ci sono più scrittori che lettori. Comunque, al di là dei limiti e dei difetti oggettivi ed evidenti, ovvero delle capacità e dei talenti individuali posseduti da ciascuno, non vedo perché inibire o castrare l'ansia creativa e il desiderio comunicativo che sfociano facilmente nel ricorso massiccio e frequente alla parola scritta, come potrebbero avvalersi anche di altri mezzi e tecniche espressive. Del resto il "fenomeno" si manifesta, magari ridotto nelle sue dimensioni, pure in altri ambiti creativi quali, ad esempio, le arti figurative, la musica, la fotografia, il teatro, ecc. Quanti di noi si cimentano, o si sono cimentati in questi campi almeno una volta nella propria vita, senza ottenere alcun successo?
Si pensi solo alle recite teatrali allestite a scuola, alle attività manipolative, grafiche e pittoriche eseguite sin da bambini, alle esperienze artistiche vissute per puro diletto, alle esibizioni di creatività non verbale e alle manifestazioni estemporanee che ci hanno visti protagonisti, magari involontari, in qualche momento della nostra esistenza, e non mi riferisco solo al lungo periodo degli studi scolastici.
Il vero problema è un altro, ossia il rapporto tra creatività ed economia di mercato. E' capitato anche al sottoscritto di confrontarsi con i propri limiti, ma soprattutto con le contraddizioni insite nel sistema. Mi spiego meglio, sperando di non annoiare il lettore.
Spesso e volentieri, da quando scrivo per diletto e passione, i miei genitori, gli amici, persino qualche collega di lavoro, insomma in tanti mi hanno rimproverato di avere un “talento sprecato”, cioè di aver dissipato le mie qualità e potenzialità espressive. Ed è probabile che non abbiano torto. Tuttavia, mi piacerebbe sapere cosa significhi “sprecare” un talento. Per caso s’intende non saper sfruttare il proprio talento, se davvero si possiede un talento, per fare soldi e raggiungere il successo, per diventare famoso e cose del genere? Ma da quando, chi sa scrivere, riesce ad arricchirsi in un mondo gretto e mercificato come il nostro?
So bene che in un’economia di mercato i soldi si accumulano vendendo merci e che in un’economia capitalistica i soldi si fanno con i soldi … degli altri! Ebbene, se un talento viene mercificato, nel senso che viene trasformato in merce, e come tale esposto in vendita sul mercato, allora è probabile che ci siano discrete possibilità di guadagnare qualcosa, ma in realtà solo le briciole sono destinate allo scrittore, a meno che non si tratti di Umberto Eco o pochi altri. Invece, gli utili più consistenti vanno nelle tasche degli editori, cioè i padroni della cultura, precisamente dell’industria culturale.
Infatti, nell’odierna società mercantile e consumista di massa, la cultura, l’arte, la poesia, la letteratura, sono merci da far circolare, vendere, comprare, fanno parte dell’industria culturale e dello spettacolo, finiscono talvolta esposte in una vetrina televisiva, al Costanzo Show o altri salotti mediatici.
In un contesto di mercato i valori e i talenti più autentici in campo artistico e spirituale, sono misconosciuti e mortificati, la qualità viene sacrificata e svilita per favorire altre doti e peculiarità di ordine economico quantitativo, che sono le caratteristiche tipiche della produzione commerciale, come un manufatto che ha la proprietà di essere venduto più facilmente, che gode del gradimento del pubblico e dunque può essere fabbricato su scala industriale. Il sistema tende ad esaltare e premiare non i veri talenti e le opere di gran pregio, bensì seleziona e promuove altri prodotti culturali, che assecondino le esigenze del mercato, gli interessi materiali e affaristici che nulla hanno a che spartire con la vera arte, con l’ingegno, lo studio e l’estro creativo, con la preparazione culturale, con l’impegno serio e rigoroso, con la maestria e la bravura dell'artista.
Personalmente sono convinto che se per ipotesi, nemmeno tanto assurda, nascesse un nuovo Dante Alighieri, un nuovo Boccaccio, un nuovo Leopardi, un nuovo Pasolini, oppure un nuovo Leonardo da Vinci o un nuovo Michelangelo, insomma un nuovo immenso genio dell’arte, della narrativa, della poesia, probabilmente si farebbe già fatica a scoprirlo e “lanciarlo” sul mercato, e nel caso si arrivasse a pubblicarne le opere, credo che queste non riuscirebbero a riscuotere il successo che meriterebbero, mentre si continuerebbe a concedere spazio e a privilegiare le solite “Barzellette di Francesco Totti” e simili baggianate vendute a iosa.
Insomma, nel nostro tempo non c’è spazio per il mecenatismo a beneficio dell'ingegno e dello spirito umano. Almeno nell'attuale società capitalista non si svilupperà mai un nuovo Rinascimento artistico e culturale pari a quello che rese splendido il periodo tra la metà del 1400 e la metà del 1500, in quanto non godrebbe dei favori degli sponsor finanziari degli editori, dei produttori, dei manager e dei padroni dell’industria della cultura. Su questo non c'è alcun dubbio.
Lucio Garofalo

DUE PESI E DUE MISURE
Nella vecchia Magna Italy, patria di malviventi e furfanti legalizzati, culla del "diritto e del rovescio" e della dottrina dei "due pesi e due misure", in cui regna sovrano il delitto, vincono i misfatti dei prepotenti e delle canaglie, in cui i crimini economici di classe sono eletti a norma di legge, è possibile che accada di tutto. E' possibile anche che un cialtrone, divenuto ministro della Repubblica, si alzi un bel dì dal morbido guanciale, non ancora desto e cosciente, e decida di emanare una direttiva tesa a perseguire "i docenti assenteisti e inadempienti". Come se i poveri insegnanti "bricconcelli", già bistrattati, malpagati e mortificati, disorientati da "riforme" e "controriforme" varate dal ministro di turno che vuole passare alla "storia", fossero l'unico problema della scuola pubblica italiana.
Dopo aver declamato l'ennesimo pistolotto demagogico e populista, propinando un altro stratagemma sotto mentite e velenose spoglie ideologiche al fine di blandire e distrarre i mass-media e l'opinione pubblica, si concede l'ennesimo regalo alle scuole private. Davvero un’idea originale degna del mitico Don Abbondio. E’ facile sparare a zero nel mucchio dei miserabili, additandoli come capro espiatorio di colpe commesse da altri soggetti, potenti e privilegiati, veri malfattori e banditi superprotetti dall'ordine costituito. Ma chissà perché le stesse regole sanzionatorie non valgono, ad esempio, nei confronti di un parlamentare assenteista, per giunta inquisito e condannato in via definitiva, o verso un ministro inetto e lassista o, peggio ancora, ladro e furfante?
Il sistema politico ed economico vigente è organizzato in modo tale da preservare e far prevalere sempre il privilegio e l’arbitrio di classe, i soprusi e le angherie commesse dai più forti, le truffe e i raggiri perpetrati dai lestofanti. Anzi, in politica e nel campo degli affari capita che il malandrino più incallito ed abusato (adopero un eufemismo lessicale) faccia carriera e venga premiato dal successo, divenendo addirittura capo del governo.
Lucio Garofalo

SMEMORATI
Il concetto di Shoah, che in lingua ebraica significa "distruzione", o "calamità", nell’accezione di una sciagura inattesa, è un’altra forma adottata per indicare l'Olocausto. Molti Rom usano il termine Porajmos, ”grande divoramento”, o Samudaripen, ”genocidio”, per definire lo sterminio nazista. Oggi la voce “olocausto” è impiegata anche per esprimere altri genocidi, avvenuti prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, e designare qualsiasi strage pianificata di vite umane, come quella causata da un conflitto atomico, da cui discende l’espressione "olocausto nucleare". Talvolta la nozione di “olocausto” serve per descrivere il genocidio armeno e quello ellenico, che provocò lo sterminio di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923. Tuttavia, in questa occasione mi interessa resuscitare la memoria di altre esperienze storiche in cui furono consumati orrendi eccidi di massa troppo spesso dimenticati dai mass-media e dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e a quello dei “Pellerossa” del Sud Italia, cioè i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.
Quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da un milione di Pellerossa riuniti in 400 tribù e circa 300 famiglie linguistiche. I coloni penetrarono nelle sterminate praterie e praticarono una spietata caccia ai bisonti, il cui numero calò drasticamente rischiando l’estinzione. I cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce e altro. Ma la strage degli Indiani fu espletata dall’esercito statunitense per espandersi all'interno e nel West del Nord America. I soldati cacciarono i nativi dalle loro terre compiendo orribili massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa furono letteralmente annientati. Oggi i nativi nordamericani non formano più una nazione, essendo stati espropriati della terra, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive ghettizzata in riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.
Un destino simile accomuna i Pellerossa ai Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono uccisi, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma i Meridionali erano cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra e doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per asservirlo e invaderne il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa.
I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe inizio la rivolta dei Briganti e dei contadini. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a danno dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite dalle false promesse dell’“eroico” mercenario e massone, Giuseppe Garibaldi.
Contrariamente ad altre interpretazioni, non intendo comparare il fenomeno del Brigantaggio post-unitario alla Resistenza partigiana del 1943-1945. Per varie ragioni, anzitutto perché nel primo caso si trattò di una vile aggressione militare, di una guerra di rapina e di conquista che ebbe una durata molto più lunga della guerra civile tra fascisti e antifascisti: l’intero decennio dal 1860 al 1870. I briganti meridionali furono costretti ad ingaggiare una strenua resistenza che provocò eccidi spaventosi, in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato contro le popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente, dando luogo al fenomeno dell’emigrazione di massa dei contadini meridionali. Un esodo biblico, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi ovunque nel mondo, facendo la fortuna di molte nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Australia, ecc.
Se si intende equiparare ad altre esperienze storiche la vicenda del brigantaggio e la feroce repressione sofferta dal popolo meridionale, credo che l’accostamento più giusto sia quello con i Pellerossa e le guerre indiane combattute nello stesso periodo, verso la fine del XIX secolo. Guerre sanguinose che causarono stragi e delitti raccapriccianti contro i nativi nordamericani. Un genocidio dimenticato, come quello a scapito del popolo del Sud Italia. Nel contempo condivido solo in parte il giudizio circa il carattere anacronistico e antiprogressista, delle ragioni storiche, politiche e sociali, all’origine della resistenza combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre retrivo e conservatore. E’ in parte vero che dietro le azioni di guerriglia compiute dai briganti si riparavano gli interessi di un blocco reazionario, filo-borbonico e sanfedista. Tuttavia, inviterei ad approfondire le motivazioni e le spinte che animarono l’aspra lotta dei briganti e dei contadini ribelli contro gli invasori sabaudi.
Non intendo annoiare i lettori con le cifre sui primati del Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione ecc., né mi sembra opportuno esternare sciocchi sentimenti di nostalgia verso una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, verso un passato di barbarie e oscurantismo, oppressione e asservimento delle plebi rurali del Sud. Ma un dato è certo: la dinastia sabauda era più rozza e ignorante, meno moderna di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno dei Savoia, tant’è vero che costituiva un boccone appetibile per le maggiori potenze europee del tempo, Francia e Inghilterra in testa. Questo è un tema complesso e controverso, che esige un approfondimento adeguato.
Concludo con una breve chiosa sulle presunte tendenze progressiste incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dell’odierno Stato europeo. Non mi pare che tali processi abbiano assicurato un autentico progresso sociale, ideale e civile, ma hanno favorito uno sviluppo economico ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti. Intendo dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale e ora a livello europeo, non coincide con l’integrazione dei popoli e delle culture, sia locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente progressiste e rivoluzionarie, devono puntare al secondo traguardo.
Lucio Garofalo

Quando
gli schiavi si ribellano e la loro rabbia spaventa la borghesia
La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.
Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.
La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell'ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe.
Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.
Per comprendere tali fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.
In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.
Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.
Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.
Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.
Lucio Garofalo
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Riflessioni sulla politica
Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti politici di “sinistra”.
Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo del “cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito scranno all’interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria, ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori.
La mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant’è. Credo di essere sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba affatto.
Ultimamente ho cercato di uscire dall’isolamento politico provando ad infrangere il clima di chiusura ed ostilità creato nei miei confronti dai vari “forchettoni”, “rossi”, “bianchi” o “neri” che siano. I quali dettano legge soprattutto in alcune realtà di provincia come l’Irpinia. Una terra costretta ad un livello di sudditanza semifeudale, le cui popolazioni sono soggette a ricatti e condizionamenti perpetui e ad un mostruoso giogo clientelare. Non dobbiamo dimenticare che il territorio dove abito rappresenta da lustri un feudo incontrastato di Ciriaco De Mita e dei suoi galoppini. L’Irpinia è da sempre una roccaforte elettorale e clientelare della peggiore Democrazia cristiana.
Tuttavia, non mi lascio mai sopraffare dallo sconforto o, peggio, dalla depressione, né da rancori e risentimenti, ma reagisco sempre con rabbia e indignazione, riscoprendo “prodigiosamente” una spinta motivazionale che mi restituisce un fervido entusiasmo e una volontà combattiva, un desiderio tenace ed impetuoso di lotta e di riscatto. Forse perché sono uno spirito libero e ribelle, consapevole della lezione della storia. La quale insegna che è addirittura possibile, quindi concepibile, la realizzazione dell’utopia.
Si pensi che fino al XVIII secolo, ovvero il “secolo dei lumi”, la schiavitù del lavoro, la servitù della gleba e la tirannia aristocratico-feudale erano viste quali elementi ineluttabili e immodificabili, al limite come fenomeni conseguenti a leggi naturali, come una realtà che era sempre esistita e sarebbe durata in eterno, e non come dati storici transeunti, soggetti a trasformazioni rivoluzionarie determinate dalle forze produttive e sociali in movimento e in lotta sia per necessità oggettive che per volontà soggettive.
Eppure, alla fine del 1700 la rivoluzione francese e il radicalismo giacobino, mobilitando le masse popolari e contadine, spazzarono via il feudalesimo e l’assolutismo monarchico con tutti i suoi assurdi privilegi aristocratici, il servaggio, l’oscurantismo religioso e tutte le anticaglie medioevali. Parimenti, fino ad Abramo Lincoln nessuno avrebbe mai immaginato che la schiavitù, ritenuta per secoli come una situazione naturale e ineluttabile, una condizione ineliminabile e permanente dell’umanità, potesse un giorno essere abolita, almeno giuridicamente, sebbene non ancora soppressa sul piano materiale. E lo stesso si potrebbe dire per un fenomeno quale il cannibalismo, un’abitudine alimentare millenaria dei popoli primitivi, che oggi farebbe inorridire chiunque. E così per altre pratiche consuetudinarie, usanze e costumi del genere umano.
Non vorrei allontanarmi dal tema in questione. Ricordo che una delle radici ideologiche dell’opportunismo risiede precisamente nell’elettoralismo borghese. Personalmente sostengo con estrema durezza la critica contro l’opportunismo in quanto costituisce il male storico del movimento comunista internazionale. Non c’è bisogno di scomodare Lenin o Rosa Luxemburg per dimostrare la validità di tale tesi, basta guardarsi attorno.
L’interesse e il calcolo opportunistico, l’autoritarismo e il verticismo burocratico, l’arrivismo, l’ambizione e il carrierismo individuale, le invidie e i personalismi eccessivi, questi ed altri atteggiamenti piccolo-borghesi, purtroppo assai diffusi in determinati settori della cosiddetta “sinistra radicale” (e non solo negli ambienti della sinistra borghese e riformista), costituiscono un male ben peggiore dell’isolamento personale.
La principale preoccupazione per un’autentica forza antagonista e di classe, di ispirazione comunista e anticapitalista, non può essere la “questione elettorale”. Non credo che la priorità politica di una soggettività comunista, specie in un momento di crisi epocale del sistema sociale vigente, una crisi segnata da crescenti disordini e conflitti (si pensi al caso emblematico della Grecia) che minano le basi stesse dell’assetto capitalistico globale, possa essere il tema della rappresentanza elettorale.
L’esperienza storica dovrebbe insegnarci che il pericolo per un’autentica sinistra comunista e di classe è costituito da ciò che si chiamava polemicamente la “febbre elettoralistica”, cioè la frenetica ricerca del successo elettorale, la conquista a tutti i costi del potere o di una quota di rappresentanza nell’attuale ordinamento statale borghese. E’ esattamente questa impostazione burocratica ed elettoralistica che rischia di aprire la strada all’affermazione di tendenze opportunistiche e individualistiche piccolo-borghesi, all’emergere di atteggiamenti di corruzione e di sfrenate ambizioni di carriera.
Per quanto concerne la questione dell’isolamento, a me pare che questo costituisca un problema della politica in generale. Tutti i partiti politici soffrono il distacco e la disaffezione della gente, ma in fondo è sempre stato così, almeno in Italia. Il popolo italiano è storicamente un popolo ignorante e qualunquista, privo di senso civico e di moralità pubblica. Lo stesso Pier Paolo Pasolini scriveva nel lontano 1973: “La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Più chiaro di così.
In fondo, anche Guicciardini lo aveva compreso diversi secoli fa: il popolo italiano bada solo al proprio “particulare”, persegue solo i propri affari personali senza capire che i propri interessi possono coincidere e identificarsi con quelli altrui. Ma anche ai più grandi marxisti rivoluzionari è capitato talvolta di essere isolati. Rosa Luxemburg, ad esempio, è sempre stata un’esponente isolata e minoritaria all’interno del movimento operaio e socialdemocratico internazionale, e lo stesso Lenin, prima di prendere il potere in Russia, ha sofferto una condizione di marginalità e di solitudine politica.
Lucio Garofalo

Resto ateo, grazie a dio e … a Paolo VI
Pochi giorni fa sono convolato felicemente a nozze, celebrate in chiesa con il rito misto.
Qualcuno mi ha chiesto, in modo provocatorio: “Un comunista che si sposa in chiesa?”.
Per tale ragione ritengo giusto ed opportuno esporre le mie ragioni, provando a precisare la mia posizione rispetto alla scelta compiuta. Ebbene, chiarisco immediatamente che il sottoscritto si è sposato in chiesa in qualità di ateo dichiarato.
Infatti, io e la mia consorte abbiamo deciso e concordato con il parroco la formula del rito misto, la quale prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra membri della chiesa cattolica apostolica romana ed esponenti di diverse confessioni religiose, non cattolici oppure non credenti ed atei come il sottoscritto, che siano battezzati o meno.
In pratica il sottoscritto non ha partecipato ai vari momenti del rito cattolico, astenendosi dal recitare le preghiere e le formule di culto, astenendosi soprattutto dalla liturgia eucaristica celebrata al termine della cerimonia: ad esempio, nel pronunciare le formule tipiche del matrimonio cattolico, il sottoscritto non ha mai menzionato dio.
Per i cristiani il rito del matrimonio misto non rappresenta, sul versante della diversità religiosa, un atto impossibile. Tale soluzione matrimoniale è prevista dal diritto canonico, ma probabilmente nelle nostre zone non è stata applicata in modo frequente.
Il 31 marzo 1970 il pontefice Paolo VI scrisse “Matrimonia Mixta”, una lettera apostolica redatta in forma di “Motu Proprio”, ossia assunta di “propria iniziativa” dal papa. In questo testo sono state impartite le norme relative ai matrimoni misti. Tale lettera, altrimenti nota come Dispensa Paolina, è estremamente importante e significativa per comprendere i notevoli progressi, a tratti persino rivoluzionari, compiuti dalla dottrina cattolica e dal codice del diritto canonico nell’ambito specifico del matrimonio.
Dunque, sebbene sembri che mi sia parzialmente piegato, chiedendo la celebrazione di una formula mista che mi riconosca come ateo e non credente, in realtà la mia scelta è stata quella di un "compromesso" compiuto per amore verso mia moglie e mio figlio.
Per quanto concerne la procedura da seguire, occorre anzitutto rendere esplicita al sacerdote la propria eventuale posizione di credente in un’altra fede, o di ateo, e concordare la celebrazione di un rito matrimoniale misto. Per ciò che attiene alla cerimonia religiosa, in effetti non cambia nulla, tranne il fatto che la parte di fede diversa, o non credente, si astiene dal partecipare alle fasi della liturgia cattolica, alle preghiere e soprattutto al momento dell'eucarestia. Comunque confesso che, malgrado io sia un ateo, durante la celebrazione del matrimonio mi sono emozionato ugualmente.
Ma perché sono ateo? E soprattutto, perché resto ateo, grazie a dio?
Proverò a rispondere brevemente a questo interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, che è essenzialmente di ordine teorico e filosofico.
La mia adesione alle posizioni dell’ateismo convinto e praticante, direi quasi fondamentalista (per usare una sorta di ossimoro concettuale), deriva anzitutto da una riflessione “astratta” molto semplice e chiara, che si spiega e si comprende facilmente.
In teoria, se dio non esistesse tanto meglio, vuol dire che avrebbe ragione chi lo rinnega. Ma anche se dio esistesse, il discorso logico non muterebbe di una virgola in quanto:
1) se dio è onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e rappresentanti in terra o le sacre scritture, perché non interviene per eliminare la violenza e il dolore?
2) se invece dio non è onnipotente e non può fare assolutamente nulla contro il male insito nel mondo, allora è come se dio non esistesse, è un essere inutile, una sorta di soprammobile neanche tanto bello da vedere, dato che è invisibile;
3) la terza ipotesi, la più accreditata dalla dottrina ufficiale della chiesa e pure dagli atei, si basa sulla teoria formulata da Sant’Agostino, uno dei padri spirituali della chiesa cattolica apostolica romana, ossia che dio ha concesso all’uomo il dono del libero arbitrio, vale a dire la libertà di pensare ed agire assumendosi le proprie responsabilità, dunque anche la possibilità e la capacità di negare dio.
Sulla base di tali premesse teoriche, forse oltremodo semplificate, si evince chiaramente il percorso filosofico e razionale che mi ha condotto verso un approdo di tipo ateistico, così come discende pure un sentimento di sincera gratitudine verso dio, in quanto mi ha concesso il prezioso dono del libero arbitrio, grazie al quale sono (appunto) ateo.
Insomma resto ateo, pur essendomi sposato in chiesa. Una simile scelta non equivale ad un gesto di incoerenza, come è fin troppo facile obiettare, in quanto le mie convinzioni non sono minimamente scalfite da un rito nuziale celebrato dal sacerdote sull’altare.
Lucio Garofalo

Le Br, i servi(zi) segreti e la “strategia della tensione”
Solo pochi anni fa si venne a conoscenza di una verità già ipotizzata nel lontano 1978: le Brigate rosse furono infiltrate da agenti della CIA e dei temibili servizi del Mossad. Mentre nel 1978 ad avanzare l’ipotesi erano alcune voci della sinistra extraparlamentare come Avanguardia operaia e Lotta continua tacciate di "antiamericanismo ideologico", invece la “nuova” autorevole e insospettabile fonte era niente di meno che Giovanni Galloni, l’ex vice-segretario nazionale della Democrazia cristiana all’epoca di Aldo Moro.
Ebbene, non è casuale che le preoccupazioni esternate da Moro al suo vice Galloni, e da questo rivelate pochi anni fa ad una trasmissione giornalistica televisiva, risalgano al periodo successivo al 1974, quando avvenne l’arresto di Curcio, Franceschini e gli altri membri che componevano il nucleo storico che fondò le Br. Dopo quegli arresti l’organizzazione brigatista si trovò decapitata, per cui fu facile infiltrarla da parte dei servizi segreti statunitensi e israeliani. I quali si adoperarono per insinuare tra i brigatisti gli agenti più abili e capaci di diventare rapidamente dirigenti e prenderne in mano le redini per compiere i passaggi e le azioni che hanno fatto la storia del nostro Paese.
Mi riferisco soprattutto al sequestro e all’omicidio di Moro. Il quale, vale la pena ricordarlo, era un’eminente personalità politica italiana, segretario nazionale del partito di maggioranza relativa, ma soprattutto una figura scomoda e ingombrante, sia all’interno della stessa Dc, dove era osteggiato da varie correnti (dorotei e andreottiani in testa), sia all’estero, era inviso soprattutto agli Stati Uniti a causa della sua propensione al "compromesso storico" con il Partito Comunista, e allo Stato d’Israele, in virtù del suo aperto orientamento filo-arabo.
Probabilmente non sarebbe male se si facessero vivi, sia pure con notevole ritardo, altri personaggi per far luce sulle passate vicende politiche ancora nell’ombra o precipitate nell’oblio, in particolare sui tragici avvenimenti degli "anni di piombo". Anni infuocati, segnati da stragi di Stato e da un’incredibile sequenza di crimini e delitti di matrice politica soprattutto neofascista, che hanno insanguinato la vita del Paese, creando un clima di terrore e repressione contro i movimenti popolari di lotta sorti nelle università, nelle fabbriche, nelle piazze, in seguito alle esaltanti esperienze del biennio 1968/69.
Ebbene, quando comparirà qualche altro Galloni a rivelare che gran parte di quei tragici "episodi" sono riconducibili ad un’unica regia, a quella che fu denominata "strategia della tensione", non sarà mai troppo tardi. Ammesso pure che Galloni non sia credibile come fonte d’informazione rispetto alle vicende brigatiste, è inevitabile chiedersi ugualmente se le ipotesi di infiltrazione delle Br da parte dei servi(zi) segreti (il Mossad, la CIA o altre strutture d’intelligence) abbiano un loro fondamento di veridicità storica oppure si tratta di "balle" fantapolitiche e dietrologiche. Ricordo che lo stesso Franceschini, nel suo libro "Mara, Renato ed io" (forse il titolo non è esatto, ma il dato è irrilevante) riferisce di infiltrazioni delle Brigate rosse da parte del Mossad.
Non è mia intenzione negare che le Br siano state partorite dalla sinistra italiana, in particolare da settori del vecchio PCI (Franceschini, figlio di partigiano, era iscritto alla FGCI di Reggio Emilia). Tuttavia, insisto su un punto: le Br, pur essendo un prodotto filiale della sinistra italiana, sono state o no soggette ad infiltrazioni da parte di servi(zi) segreti occidentali? Perché l’operazione Moro avvenne 4 anni dopo che l’intero nucleo storico brigatista era stato imprigionato, dato che nel 1974 Curcio, Franceschini, Mara Cagol (moglie di Curcio, uccisa in uno scontro a fuoco con la polizia) e altri dirigenti brigatisti, stavano preparando il sequestro di Andreotti, e non a caso furono arrestati?
Inoltre, va svolto anche questo semplice ragionamento politico. E’ chiaro che tanto più un’organizzazione è chiusa, rigida, strutturata verticisticamente al suo interno, e addirittura costretta alla clandestinità, come nel caso specifico delle Brigate rosse, oltretutto prive delle loro menti pensanti dopo l’arresto dei capi storici (Curcio e Franceschini) avvenuto nel 1974, tanto più è facile infiltrarla, controllarla, influenzarla, isolarla dal movimento e dal corpo reale delle masse popolari e della società. Al contrario, quanto più un’organizzazione è aperta, spontanea, mobile, strutturata in senso democratico orizzontale, e soprattutto agisce alla luce del sole, in stretto e costante contatto con gli umori, le istanze e le rivendicazioni popolari, tanto più risulta difficile infiltrarla o condizionarne le scelte e gli orientamenti politici e strategici.
Detto questo, è chiaro che non mi sogno lontanamente di negare la paternità tutta "sinistroide" delle Brigate rosse o di altre organizzazioni della lotta armata italiana, da Prima Linea ai Nuclei Armati Proletari, ai Nuclei Comunisti Combattenti e altre sigle minori e meno note del panorama della lotta armata made in Italy.
Nondimeno, sono piuttosto incline a pensare che tali fenomeni pseudo rivoluzionari e brigatisti in senso lato (con riferimento non solo alle Br) fossero palesemente funzionali ed utili alla cosiddetta "strategia della tensione" che mirava, negli anni ’70, a creare un clima di terrore, di scontro e violenza tale da legittimare il ricorso a leggi d’emergenza, come d’altronde è accaduto, ma soprattutto tale da permettere operazioni e processi politici di stabilizzazione conservatrice. Non a caso la Democrazia cristiana ha continuato a mantenere e perpetuare il proprio potere politico elettorale, nonostante la prepotente ascesa del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer, che in quegli anni stava sul punto di effettuare il fatidico "sorpasso". Non mi soffermo sul naufragio del tentativo berlingueriano del "compromesso storico" e sul ruolo svolto dalle Br e dall’operazione Moro proprio in direzione di questo fallimento. Il resto possono essere solo ipotesi dietrologiche prive di fondamento.
Personalmente non ho mai nutrito simpatie verso la lotta armata, una strategia destinata sin dall’inizio al fallimento, in quanto la scelta della clandestinità comporta inevitabilmente un auto-isolamento dalle vicende concrete della società e dalle lotte reali delle masse popolari. Su questo punto non mi pare necessario soffermarmi.
Argomentando sulla funzionalità della strategia brigatista e della lotta armata, mi riferivo non alle intenzioni o al livello di consapevolezza degli stessi brigatisti, che davvero credevano di reagire alle stragi di Stato e ai tentativi golpisti, illudendosi di "preparare" il terreno alla rivoluzione sociale del proletariato italiano. Al contrario, senza avvedersene, completamente inconsapevoli, i brigatisti (senza alcuna distinzione manichea tra Curcio e Franceschini, ritenuti "buoni" da un lato, e Moretti "il cattivo" dall’altro) hanno favorito con le loro azioni (ripeto: pseudo rivoluzionarie) quella che era la finalità principale della "strategia della tensione", ossia incentivare e acuire uno scontro tra opposti estremismi e opposti terrorismi, per puntare a rafforzare e perpetuare l’ordine esistente imperniato sulla Democrazia cristiana. In altre parole, non sono io a dirlo, lo scopo strategico era quello di "destabilizzare per stabilizzare".
Infine, anche la separazione, altrettanto manichea, tra un Moro "buono" e "di sinistra", da un lato, e un Andreotti "cattivo" e "diabolico", dall’altro, è una visione che non mi appartiene. Infatti, penso che se anche le Br avessero sequestrato Andreotti, il risultato sarebbe stato lo stesso: naufragio definitivo del "compromesso storico", rilegittimazione e rafforzamento elettorale della Dc, declino della sinistra, sia ortodossa e parlamentare borghese, sia extraparlamentare, post sessantottina e movimentista.
Sicuramente c’è un enorme lavoro da compiere ancora all’interno della sinistra italiana, sia quella tradizionale, sia quella "alternativa", "antagonista" o rivoluzionaria (che mi interessa maggiormente), per tentare di sradicare i facili luoghi comuni e gli stereotipi che sono ancora molto diffusi in vasti settori della sinistra, non solo italiana.
Lucio Garofalo

Murales palestinesi sul Muro di Segregazione
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SULLA NATURA DELLA CRISI
La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.
Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.
La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.
Il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dell’occidente. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.
L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i "buoni" e i "cattivi". E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.
L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della "fede religiosa" (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della "civiltà" e del "progresso" (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della "libertà" e della "democrazia" in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.
Lucio Garofalo

Le occasioni sprecate
Il 23 novembre di quest’anno ricorre il 29esimo anniversario del terremoto che scosse con violenza un vasto territorio del Sud Italia, il cui epicentro fu individuato in un’area compresa tra l’Irpinia e la Lucania, precisamente a Conza della Campania. Il sisma, caratterizzato da una fortissima intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli e da una magnitudo 6,9 della scala Richter, investì con furia numerosi paesi, spazzando via in pochi attimi intere comunità e decimando le popolazioni locali. Per comprendere la devastante potenza sprigionata dal terremoto del 1980, basta compiere una semplice analisi comparativa con quello dell’Abruzzo, che ha raggiunto i 5,8 gradi della scala Richter. Nel complesso si contarono quasi 300 mila senzatetto, oltre 2 mila morti e quasi 10 mila feriti. Tra i centri maggiormente disastrati vi furono Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Caposele e Calabritto.
Dunque, 29 anni fa si è consumata un’immane tragedia, la peggiore sciagura che abbia colpito l’Italia meridionale nel secolo scorso. Si trattò di un cataclisma senza precedenti, le cui traumatiche conseguenze non furono provocate solo da cause naturali, ma anche da precise responsabilità umane, cioè da scelte di ordine politico, economico, antropico e culturale. Il fenomeno tellurico che sconvolse le nostre zone fu senza dubbio di una potenza inaudita, ma le speculazioni affaristiche, l’incuria e l’irresponsabilità degli uomini nella costruzione e nella manutenzione delle abitazioni e degli edifici pubblici, le lentezze, i ritardi, l’impreparazione della macchina organizzativa dei soccorsi statali nella fase dell’emergenza post-sismica (quando serviva rimuovere con urgenza i cumuli di macerie e salvare eventuali superstiti), contribuirono non poco ad aggravare i danni e ad accrescere in modo agghiacciante il numero dei morti e dei feriti.
Per gli abitanti dell’Irpinia il terremoto del 1980 rievoca emozioni intense, un misto di cordoglio, tristezza e turbamento, di angoscia, inquietudine e rabbia. Il ritorno ad una vita “normale” è stato un processo assai lento ed ha richiesto lunghi anni trascorsi in una condizione di permanente provvisorietà emergenziale, che ha visto numerose famiglie crescere i propri figli fino alla maggiore età, se non addirittura oltre, nei container con le pareti rivestite d’amianto. Il completamento della ricostruzione, lo smantellamento e la bonifica delle aree prefabbricate sono interventi che appartengono alla storia recente. Inoltre, l’opera di ricostruzione degli alloggi e degli agglomerati urbani non è stata accompagnata da un’effettiva volontà e capacità di ricostruzione del tessuto della convivenza civile e democratica, da un indirizzo politico che contenesse scelte mirate a ricucire una rete di sane relazioni interpersonali, a recuperare gli spazi di aggregazione e di partecipazione sociale che rendono vivibili le strutture abitative.
Il terremoto del 1980 ha straziato e scompaginato l’esistenza di intere generazioni di giovani, ha impressionato le percezioni più elementari, imprimendosi nella memoria e nelle coscienze individuali, agendo nella sfera più nascosta delle sensazioni interiori. I cambiamenti prodotti dalle viscere della terra, intesi soprattutto in termini di abiezione e degrado sociale, si sono insinuati nell’intimità degli affetti, nei gesti e negli atteggiamenti più comuni, penetrando negli stati d’animo e nelle normali relazioni quotidiane, degenerando in una sorta di imbarbarimento e regressione antropologica.
A distanza di anni, continuano a perpetuarsi l’organizzazione e l’arroganza del potere politico clientelare che continua a ricattare i soggetti più fragili e indifesi, condizionando e riducendo la libertà di scelta delle persone, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli individui e creando vasti serbatoi di voti tra le masse popolari. Tali rapporti di forza si sono conservati in modo cinico, sopravvivendo indisturbati alle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e agli scandali dell’Irpiniagate.
A partire dagli anni ‘80, attingendo ampiamente agli ingenti finanziamenti stanziati dal governo per la ricostruzione, fu varato un folle piano di industrializzazione forzata delle zone di montagna. Si progettò la dislocazione di macchinari installati nel Nord Italia all’interno di territori tortuosi, difficilmente accessibili e praticabili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e di comunicazioni, in cui i primi soccorsi inviati dallo Stato nella fase dell’emergenza stentarono ad arrivare.
Si è innescato in tal modo un processo di perenne sottosviluppo economico e sociale che nel tempo ha rivelato la propria natura sinistra ed alienante, i cui effetti hanno arrecato guasti irreparabili all'ambiente e all'economia locale, che era prevalentemente agricola e artigianale. Occorre ricordare che sul versante strettamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso, maldestro ed irrazionale. Tale risultato si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico globale, cioè in una fase di ristrutturazione tecnologica post-industriale delle economie più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e macchinari ormai obsoleti nelle aree economicamente più depresse e sottosviluppate come, ad esempio, il nostro Meridione.
A scanso di eventuali equivoci, chiarisco che non intendo affatto proporre un'esaltazione acritica del feudalesimo o delle società arcaiche ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare solo barbarie e sottosviluppo, né intendo esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu di pena ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine. Invece, mi interessa comprendere l’attuale società a partire da un'analisi storica onesta, lucida ed obiettiva. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico, da una democrazia pseudo liberale e solo formale, da un benessere artefatto, in quanto corrotto e mercificato, di tipo prettamente consumistico.
Infatti, non si può negare che la “modernizzazione” delle zone terremotate sia stata una conseguenza ritardata e regressiva del processo di ristrutturazione tecnico-produttiva delle economie capitalisticamente più forti del Nord Italia e del Nord del mondo, la cui ricchezza e il cui potere derivano da un sistema di sviluppo che genera solo fame e miseria, guerra ed oppressione, inquinamento, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, identificate come "Sud del mondo", in cui occorre includere anche il Mezzogiorno d'Italia. A maggior ragione il ragionamento è valido se riferito alla modernizzazione fittizia come quella avvenuta nella fase storica della ricostruzione in Irpinia. Sotto il profilo economico quella irpina non è più una società rurale, ma non è diventata nulla di effettivamente nuovo ed originale, non si è trasformata complessivamente e spontaneamente in un’economia industrializzata, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali come quelle che animano le dinamiche e i processi di sviluppo, irrazionali e senza regole, che si sono verificati sul territorio locale.
Da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche come il clientelismo e la camorra, ma pure nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica. Come sappiamo, il fenomeno dell’emigrazione si è “modernizzato”, nel senso che si ripresenta in forme nuove, più serie e complesse del passato. Infatti, un tempo gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti, mentre oggi sono giovani con un alto grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato aiutavano le loro famiglie d’origine, a cui speravano di ricongiungersi quanto prima, i giovani che oggi fuggono via lo fanno senza la speranza e l’intenzione di far ritorno nei luoghi nativi, anzi spesso si stabiliscono altrove e creano le loro famiglie laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, è un’emigrazione di cervelli, cioè di giovani laureati sui quali le nostre comunità hanno investito ingenti risorse materiali e intellettuali. Questo è il peggiore spreco di ricchezze per le nostre zone. Spaesamento e spopolamento sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che segnano in modo rovinoso la storia delle aree interne meridionali negli ultimi decenni.
A questo punto non si può fare a meno di chiedere di chi sono le responsabilità, che appartengono a vari soggetti, in primo luogo ad un ceto politico che ha gestito la ricostruzione in Irpinia, conquistando il peso della classe dirigente nazionale, formandosi attorno ai massimi esponenti del potere politico locale e nazionale. Basta citare i nomi dei dirigenti della Democrazia cristiana irpina che hanno occupato posizioni di rilievo nell’ambito del partito e sono tuttora affermati ai più alti livelli politico-istituzionali.
Il mio modesto contributo è anzitutto quello di provare ad interpretare e conoscere la realtà, ma anche quello di provare a modificarla. La speranza di riscatto delle nostre popolazioni deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da promuovere necessariamente in sede politica. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, tentando di migliorare il mondo circostante. In questa prospettiva l’intellettuale, da solo, è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze sociali presenti nella realtà storica in cui vive.
Lucio Garofalo

Un mondo in fase di transizione
Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, di
contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di transizione convulsa verso un
mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o
peggiore di quello esistente.
Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti ed isolati del
pianeta, provengono segnali caotici che inducono a pensare che stiamo vivendo
una fase storica di trapasso verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti
categorie politiche, filosofiche, etiche, spirituali, potrebbero essere
rovesciate, quantomeno di senso.
Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di
carattere ottusamente protestatario rischia di invertirsi nel suo valore
opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si
inverte nel suo termine contrario, cioè l’obbedienza. Il falso
progresso copre in realtà un pericoloso regresso. La verità cela la
menzogna. E via discorrendo.
A me pare che in questo discorso risuoni l’eco
di “vecchie”, ma ancora attuali, riflessioni pasoliniane come quelle
contenute negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane,
pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita, cioè nel 1975,
Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e
del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia
del suo tempo, distrutta esattamente come l’Italia del 1945, che per certi
versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana.
Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom
economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un
inarrestabile degrado: la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe
del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere, più
totalitario, feroce e brutale di ogni fascismo; le distruzioni
operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa ansia di conformismo;
le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti. A
conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società
possono, purtroppo, regredire.
Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (non mi riferisco solo alle vicende campane, alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una spazzatura molto peggiore, di tipo morale e politico?
Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo
giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale, cioè
in Campania, e sul piano nazionale.
Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come
quello suggerito e proposto da Pasolini nelle Lettere luterane.
Il grande Processo (la P maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata
scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo”), rivolto
contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo
proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior
ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità
sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo
per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i
petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore
di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come
il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […],
distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della
degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della
condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni
opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle
campagne …”. Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo
imperniato sul mondo degli italiani del 1975 (e del 2008).
Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale, disumanizzante, distruttiva.
Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano, ossia simbolico, allegorico, letterario ed immaginario, ad un Palazzo kafkiano. L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta scandaloso e in uno stile da poeta, che si avvale di anafore, iperboli, iterazioni, che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”
Mi domando cosa scriverebbe lo “scandaloso” Pasolini contro gli odierni scandali politici e morali del nostro Paese, contro l’immane scempio di un territorio sommerso ed avvelenato dalle scorie e dagli scarti d’ogni genere, industriali, chimici, nucleari.
Ma ancora di più mi chiedo cosa direbbe Pasolini contro lo scandalo di un’immondizia senza dubbio più fetida, putrida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta ed ignorante d’Europa, composta da una banda affaristica e criminale che infesta e corrompe ormai da anni l’intera nazione. Un’associazione a delinquere legalizzata, che rivendica il fatto di aver ricevuto dal “popolo” una legittimità “democratica”, scambiata evidentemente come un’autorizzazione a delinquere, quasi una “licenza di uccidere”.
Licenza di uccidere ed annientare, in senso neanche tanto metaforico, quel poco che resta dei diritti, delle garanzie e delle libertà politiche e sindacali, gli elementi residuali di una legalità democratica sancita solo formalmente dalla Costituzione, le leggi a tutela delle categorie economicamente più deboli e svantaggiate, il tessuto già fragile della pacifica convivenza civile tra le persone, ogni parvenza di progresso e di emancipazione.
Lucio Garofalo

Quale avvenire per le giovani generazioni?
Rendiamoci conto da chi siamo governati. Ad esempio, prendiamo in considerazione il “geniale” ministro Brunetta, che si erge (si fa per dire, vista l’altezza) ad eroe e paladino di una crociata antifannulloni. Ebbene, costui è un docente universitario, ossia appartiene all’elite dei professori, a quella categoria dei docenti che guadagnano troppo e, almeno in molti casi, lavorano assai poco. Infatti, lo stesso Brunetta è stato censurato e richiamato più volte proprio per assenteismo dal Rettore dell’Università dove (non) lavorava. Lo stesso Brunetta risultava un primatista dell’assenteismo anche nel Parlamento Europeo: infatti, figurava tra i parlamentari europei maggiormente assenteisti. Insomma, Brunetta è il classico ministro che predica male e razzola peggio.
Passiamo alla Gelmini, che è soltanto il ministro-ombra dell’Istruzione. Il vero ministro che detta la politica scolastica del governo è Giulio Tremonti. A proposito del quale bisogna riconoscere che si sta dimostrando assolutamente incapace di gestire l’attuale crisi economica. Ecco chi sono i nostri governanti: gente inetta e irresponsabile! Si badi bene che il mio non è un discorso fazioso, animato da sentimenti di partigianeria politica. Non critico la politica del governo perché è di destra, mentre il sottoscritto si dichiara di sinistra. Occorre superare tali idiozie, andare oltre queste insulse categorie.
La verità è che sono preoccupato della situazione, sono inquieto per il futuro non solo della scuola, ma dell’intero paese, sono crucciato per l’avvenire delle giovani generazioni. Sono allarmato perché stanno letteralmente smantellando e impoverendo la scuola pubblica, stanno disarticolando la parte che funziona meglio, ossia la Scuola Primaria, che risulta essere tra le migliori del mondo, collocandosi ai vertici delle graduatorie mondiali, almeno in base alle valutazioni internazionali. In tal modo si rischia di condannare i nostri giovani ad un triste futuro di degrado ed ignoranza, quindi di mancanza di libertà, democrazia e giustizia sociale. Dunque, domandiamoci quale modello di scuola e di società, quale avvenire vogliamo consegnare ai nostri figli.
Ma non è solo l’attuale governo ad aver accumulato gravi responsabilità politiche e morali. La storia, in effetti, è molto lunga e risale indietro nel tempo sino agli anni ’90, esattamente al 1998, quando Berlinguer (ministro della Pubblica Istruzione in un governo di centro-sinistra) varò ed introdusse la cosiddetta “autonomia scolastica” e la “parità scolastica”. In altri termini, ciò ha significato un incremento progressivo dei fondi economici destinati alle scuole private e una sottrazione crescente di fondi alle scuole pubbliche. Da ciò è scaturita un’accelerazione storica del processo di dissoluzione della scuola pubblica, a cui la Gelmini sta assestando il colpo letale e finale.
Lucio Garofalo

PER NON DIMENTICARE
In queste giornate afose di un’estate che ormai volge al termine, rischiano di cadere in un silenzio assordante due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le prime bombe atomiche della storia a scapito delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero completamente distrutte. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni atomiche. Tranne sporadiche commemorazioni piuttosto rituali, celebrate in remote località della Terra, nella fattispecie in Giappone, purtroppo in Europa, e tantomeno in Italia, non sembrano minimamente tenute in conto le ricorrenze legate a quegli orribili avvenimenti. Al contrario, stanno passando senza far rumore. A riprova che esiste la ferma volontà di cancellare ed estinguere la memoria di tali esperienze.
Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. E’ bene ricordare che la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini commessi contro l’umanità, come qualcuno li ha definiti, crimini rimasti tuttavia impuniti) va indubbiamente ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.
In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un vero e proprio alibi di natura tecnico-scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è assolutamente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo, in effetti prevalente, era di ordine strategico politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese completamente affranto e stremato, ormai prostrato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un gesto scellerato compiuto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta strategica e politica ben precisa, di un chiaro segnale intimidatorio, teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.
Negli anni successivi al 1945 le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, relativo al secondo dopoguerra, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che fu definito di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli USA, e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.
Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”. Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo terrestre) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.
Nel corso degli anni ‘80, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante ragazzo di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, poi scongiurato. Cito questo film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era molto maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella appena descritta, che si riferisce al periodo della “guerra fredda”.
Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre, la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti militari delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’attuale situazione internazionale. Una situazione avvolta in quella che convenzionalmente – ed erroneamente – viene definita “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” made in USA che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra. Per questo, non tanto di “spirale” si tratta, quanto di due volti mostruosi e gemellari partoriti dal medesimo apparato di distruzione ed oppressione: l’imperialismo statunitense.
L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (USA e URSS) esercitava un potentissimo effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, estremamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità e un coinvolgimento crescenti anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari. Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio rammentare alcuni episodi occorsi nel 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad un drammatico scontro militare e al successivo ricorso ad armi nucleari.
Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli USA, la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno prettamente commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione commerciale tra USA, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute e anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici “tribali” sono stati perpetrati veri genocidi usando armi rozze e primitive: ad esempio, in alcuni Stati africani, come il Ruanda, sono stati commessi massacri (contro l’etnia Tutsi) a colpi di machete, un pesante coltello dalla lama lunga e affilata.
Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più insidiosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso alcuni anni or sono nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’auto-annientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta. Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ovvero di una classe sociale da parte di un’altra classe, eccetera.
Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente ed innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile, per cui non va minimamente sottovalutato. Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo, banale ed utopistico, esprime un’istanza molto diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema e vitale importanza, contiene una proposta assolutamente necessaria e indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!
Lucio Garofalo

Una ronda non fa primavera
Come volevasi dimostrare!
Dopo i recenti fatti di Massa sarebbe assai facile e comodo esclamare “Come volevasi dimostrare!”… Tuttavia, senza limitarmi a questa banale considerazione, mi piacerebbe ri-postare un breve articolo scritto da me in occasione dell’8 marzo scorso, per la Festa delle donne, in coincidenza con l’introduzione delle cosiddette “ronde” nel famigerato decreto-legge “anti stupri”. Segue l’articolo.
UNA RONDA NON FA PRIMAVERA
“Scoperta una ronda fascio-leghista che pratica ripetuti stupri collettivi ai danni di una donna magrebina immigrata clandestinamente in Italia. Il suo nome (della donna, non della ronda) è Rondina Magrebina. La denuncia è stata inoltrata direttamente al ministro degli interni, meglio noto come Mi-sono-rotto-i-Maroni, il quale ha dichiarato: “Si tratta di una bravata goliardica, dovuta a uno sbalzo ormonale collettivo provocato dall’eccezionale avvenenza della donna mediterranea”. Dunque, niente più “castrazione chimica”, bensì un riconoscimento della virilità e dell’esuberanza degli ormoni sessuali padani. Questo è quanto si evince dalle parole pronunciate dal ministro in difesa della ronda padana in preda a furor testosteronico.” (To be continued)
Il racconto appena trascritto potrà risultare assurdo e surreale, ma non lo è.
Personalmente temo che, come spesso accade, il
rimedio si rivelerà assai peggiore del male, nel senso che procurerà problemi
più gravi di quelli che si spera di risolvere. E’ noto che la maggior parte
delle violenze sessuali, in Italia, avviene tra le mura domestiche. Un simile
dato statistico dovrebbe quindi indurre le autorità a consegnare alle ronde
antistupri le copie delle chiavi di casa di tutti i cittadini italici? No di
certo! È evidente che a Berlusconi e Maroni non importa nulla delle violenze
commesse ai danni delle donne, ma tali violenze sono solo un pretesto demagogico
per completare il progetto di fascistizzazione e militarizzazione del nostro
Paese. Il significato originario dell’8 marzo, in questo caso, è totalmente
fuori luogo, cosicché la tradizionale festa delle donne si ritorce e muta in
una classica e scontata “festa alle donne”.
In realtà, il paragone più adatto a spiegare e comprendere l'istituzione delle
ronde razziste, inserita nel decreto legge "antistupri" approvato
d'urgenza dal governo il 20 febbraio scorso, è senza dubbio quello con le
milizie dell’epoca mussoliniana. Senza offesa, ma nemmeno nostalgia, per lo
squadrismo fascista del Ventennio. Tale decreto legislativo rischia, nella meno
assurda delle ipotesi, di legalizzare e autorizzare comportamenti di natura
squadrista e violenta, ossia soprusi, abusi e prepotenze degne del peggior
branco di bulli da strada.
A chi sostiene che le ronde sono armate solo di cellulare e sono tenute ad
informare le prefetture e le forze dell’ordine segnalando eventuali abusi,
reati o violenze, si può rispondere che pure le squadracce di Mussolini e
Hitler sorsero con “buoni propositi”, ma la storia dovremmo conoscerla un po’
tutti (uso il condizionale in maniera non casuale). Ebbene, il governo
Berlusconi ha riesumato, sotto una veste nemmeno tanto inedita e originale, le
famigerate bande nazi-fasciste.
L’istituzione per decreto legge delle ronde vedrà sorgerne di tutti i colori:
verdi, nere (addirittura a Trieste si sa di ronde che si vorrebbe intitolare
allo squadrista e gerarca fascista Ettore Muti), bianche rosse e verdoni, brune
e bionde, rosa, ecc. Insomma, assisteremo ad una proliferazione cromatica
inarrestabile. Assisteremo persino alla creazione di ronde vaticane formate da
prelati, chierici, monaci e persino suore di clausura in vena di escursioni
notturne? Mah, non c’è più religione!
Ebbene, prima di concludere questo bel quadretto nazionale vorrei suggerire la
costituzione di ronde vigilanti in Parlamento e a Palazzo Chigi, insomma nelle
stanze del potere che ormai nessuno controlla. Sono certo che potrebbero
scaturire scoperte tanto interessanti quanto inquietanti.
Lucio Garofalo
***
Non contro
Una persuasione assai comune e diffusa, assegna ai politici l’etichetta di "Casta" per antonomasia, nel senso deteriore del termine. Non c'è nulla di più distorto e deviante che esaltare o assecondare tale mistificazione, alimentando un clima di qualunquismo che è molto più deleterio del male stesso, più nocivo della corruzione e dell'inettitudine del ceto politico. Infatti i cittadini, indignati dai loro osceni "rappresentanti", reagiscono con atteggiamenti di crescente disaffezione e distacco dalla vita politica.
L’inevitabile conseguenza per la democrazia è che l’esercizio della professione politica diviene un appannaggio riservato a una cerchia sempre più elitaria, dunque più corrotta e corruttibile dai grandi potentati economici sovranazionali, immuni da ogni azione di controllo esercitabile dalle masse popolari o dagli organi parlamentari. In tal modo le democrazie occidentali, esistenti solo sulla carta, degenerano in forme oligarchiche controllate da ristretti comitati d’affari, costituiti dalle corporation multinazionali e dai padroni incontrastati del capitalismo bancario e finanziario internazionale.
In realtà, di caste oltremodo corrotte e parassitarie non c’è solo quella politica, anzi.
Nell’abbrutimento provocato dall'alienazione e dallo sfruttamento capitalistico, nell'imbarbarimento causato dalla ferrea logica del profitto e dell'affarismo economico, miliardi di esseri umani sono costretti nella condizione più abietta e disumana, ridotti allo stato brado: l'uomo è condannato a diventare il più feroce tra le belve.
Lungi da me l’idea di difendere la casta politica, le immunità e le prerogative esclusive di cui gode. Tuttavia, ci sono altre caste privilegiate e parassitarie che sono persino peggiori, molto più corrotte e potenti della casta politica. Si pensi all'alto clero, che usufruisce di franchigie speciali quali, ad esempio, l'esenzione da varie tasse, tra cui la vergognosa dispensa dal pagamento dell'imposta ICI sugli immobili ecclesiastici.
Si pensi alle colossali rendite godute dall'alta finanza, ai benefici totalmente detassati che inoltre causano la rovina di milioni di piccoli risparmiatori. In genere si tratta di semplici e onesti lavoratori, illusi e sedotti dalle potenti "sirene mediatiche" degli investimenti in borsa, alla ricerca di "facili fortune", mentre li attende solo la peggiore delle iatture: il crack finanziario. Le cui vittime non sono i grandi speculatori della finanza globale, ma i milioni di piccoli risparmiatori e investitori ingannati da impostori e sciacalli che promuovono gli interessi delle banche e delle società finanziarie.
Si pensi, dunque, alle grandi speculazioni borsistiche che, nel giro di pochi giorni, hanno mandato in rovina intere nazioni, addirittura intere regioni continentali come il Sud-Est asiatico o vaste aree dell'America Latina: si pensi al crack argentino di qualche anno fa.
Si pensi alle popolazioni dell'Africa, letteralmente stremate dallo sterminio alimentare, stritolate dai debiti su cui speculano i pescecani dell'alta finanza internazionale. Si pensi a queste inaudite forme di parassitismo generato dall'establishment capitalistico globale: un insieme di caste parassitarie e speculative che prosperano a spese della stragrande maggioranza del genere umano. Un sistema affaristico che schiaccia i diritti più elementari degli esseri umani, che stentano persino a sopravvivere fino al tramonto.
Lucio Garofalo

è arrivato il libro di Marcos...."Così raccontano i nostri vecchi.."
I racconti che pubblichiamo portano una data precisa. Sono stati scritti e letti durante gli incontri che il Subcomandante Marcos, Delegato Zero, ha svolto in tutto il Messico durante i primi mesi del 2006 mentre iniziava a prendere forma l’Altra Campagna. In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e a casa nostra. lo trovi nei nostri banchetti insieme al DVD "Degna Rabbia..." o il Libro di Arrigoni "Gaza. Restiamo Umani" . Buona lettura.

L'Associazione Ya Basta presenta Ass.ne Ya Basta presenta: 'Così raccontano i nostri vecchi … Subcomandante Marcos'
I racconti del Subcomandante Marcos durante l'Otra Campaña Così raccontano i nostri vecchi …
Narrazioni dei popoli indigeni Durante l’Altra Campagna Edizioni IntraMonia Curato da Associazione Ya Basta Traduzione Claudio Dionesalvi Fotografie Simona Granati
Introduzione
Quando a scuola si studia la storia dei popoli indigeni d’America, i ragazzi e le ragazze stentano a credere che esistano ancora i Maya. Infatti i libri scolastici insegnano che sono stati sterminati cinque secoli fa dai conquistatori europei ed analoga sorte è toccata ai Pellerossa, agli Aztechi ed agli Inca. Eppure i Maya sono ancora lì, nel sudest del Messico, nello Stato del Chiapas. Coltivano le terre che hanno occupato durante l’insurrezione del gennaio 1994. Amministrano i territori liberati. Resistono alle continue aggressioni del governo messicano che ha cancellato i loro diritti e vorrebbe annientarne l’identità e la memoria storica. Hanno ideato un proprio sistema amministrativo che funziona fuori dalle istituzioni del malgoverno. Indossano il passamontagna dell’EZLN, affinché il mondo sappia che esistono. Come altre popolazioni indigene del continente americano, i Maya non si rassegnano. Per milioni di uomini e donne di tutto il mondo la loro ribellione è uno spiraglio di luce e speranza. Perché non essendo una rivolta desiderosa di conquistare il potere, riesce a realizzare un modo diverso di creare relazioni umane, abitare i luoghi e costruire democrazia Gli zapatisti parlano con gli occhi e vedono con le parole. Le loro forme di comunicazione e di lotta ci insegnano a pensare ed agire al plurale. A migliaia di chilometri di distanza il loro cammino di autonomia contribuisce a dare un senso ad innumerevoli esperienze di ribellione che fioriscono in diverse zone del pianeta. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ci insegna che la qualità del cammino è più importante della meta da raggiungere. Non esiste una strada già tracciata. Bisogna realizzarla insieme. In carovana con l’Associazione Ya Basta abbiamo incontrato l’autonomia zapatista e l’Altra Campagna: un’esperienza di democrazia dal basso che si compie mediante un percorso di incontri con le comunità ed i movimenti che in quella zona della Terra resistono al neoliberismo. Attraverso i linguaggi della poesia, rievocando l’epica indigena, in questo cammino collettivo chiamato Altra Campagna che si compie grazie alla capacità di ascoltare i popoli, il Subcomandante Marcos narra i sogni ribelli di un presente ed un futuro tutti da costruire. Lottando per la dignità umana. I racconti che pubblichiamo portano una data precisa. Sono stati scritti e letti durante gli incontri che il Subcomandante Marcos, Delegato Zero, ha svolto in tutto il Messico durante i primi mesi del 2006 mentre iniziava a prendere forma l’Altra Campagna. In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e a casa nostra. Buona lettura.

UNA SCUOLA DA
DEMOCRATIZZARE
L'UNICA DEMOCRAZIA OGGI POSSIBILE
E PRATICABILE NELLA SCUOLA
E' LA DEMOCRAZIA A PARTECIPAZIONE DIRETTA
L'esperienza di lavoro, più che decennale, nella
scuola pubblica italiana (ma credo che il discorso valga a maggior ragione anche
per quella privata) mi ha insegnato, attraverso frequenti casi e circostanze
assolutamente negative, che attualmente non esiste più alcun margine, né
spazio di agibilità e libertà sia democratica che sindacale, e tantomeno
politica, nella vita e nel funzionamento dei cosiddetti "organi
collegiali", a partire dal Collegio dei docenti, che ironicamente ho
ribattezzato "degli indecenti". Come si è verificato in molteplici
occasioni, persino le idee e le proposte che sono indubbiamente da apprezzare
nel merito, in virtù delle finalità dichiaratamente a favore degli alunni,
inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di perplessità, di critica e
dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non costituiscono un aspetto
secondario o marginale, né un elemento di pura formalità procedurale, in
quanto i metodi e le regole formano la base su cui poggia un'autentica
democrazia collegiale. Tale deficit, ovvero l'assenza di regole e di trasparenza
democratica, si avverte sempre più spesso sia in fase di elaborazione e di
creazione progettuale, quindi in fase di discussione e di approvazione formale,
sia in fase di esecuzione pratica e operativa. Per citare un caso recente ed
emblematico, che investe la scuola dove (ahimè) insegno, una delle circostanze
più amare, spiacevoli ed infelici che ho registrato, concerne le modalità e le
procedure decisionali adottate in merito ai cosiddetti "Corsi di
recupero". Premesso che tali interventi compensativi sono un'iniziativa
senza dubbio valida e persino eccellente, essendo finalizzata al recupero a
beneficio degli alunni che nel corso dell'anno hanno evidenziato lacune,
lentezze o difficoltà sul piano degli apprendimenti e dei contenuti
disciplinari, è quantomeno da obiettare che la proposta sia supportata da
un'ampia condivisione della base collegiale. Infatti, sono di imprescindibile
necessità quelli che ad altri appaiono evidentemente come oziose e noiose
procedure burocratiche da eliminare o rimuovere. Mi riferisco a quei preziosi
momenti di riflessione, dibattito e partecipazione collettiva che sono valori
essenziali tanto, se non più del merito stesso di un'idea o di un progetto, per
quanto nobile, originale e impareggiabile possa essere. Le procedure
democratiche del confronto, della partecipazione e della ratifica collegiale non
possono essere sminuite o degradate al livello di un arido formalismo
burocratico, come ormai accade in molte realtà scolastiche, laddove i Collegi
dei docenti sono esautorati di ogni potere di controllo e decisione, sono
privati della libertà di discutere e confrontarsi sulle questioni. In tali
contesti le delibere non scaturiscono da un confronto sincero, né poggiano su
basi di compartecipazione e corresponsabilità corale. Ormai è evidente che gli
organi collegiali sono stati svuotati e ridotti a luoghi privi di ogni libertà
democratica, divenendo centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte
altrove. Nella scuola odierna, più che in quella del passato, è possibile,
oltre che necessario, ripristinare e rilanciare un metodo di gestione
effettivamente corale e partecipativo. In tale ottica conta molto più il metodo
che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si
raggiunge uno scopo, ossia il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo
da recuperare si chiama "democrazia partecipativa", o "democrazia
diretta": è la democrazia suprema dell'autonomia personale, il massimo
possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la
nostra. In tempi di transizione e di passaggio epocale come quelli che stiamo
vivendo, la democrazia è un organismo estremamente fragile e precario, nella
misura in cui le inquietudini e le insicurezze derivanti dalla grave recessione
economica in atto e dalla crisi sociale, mettono seriamente a repentaglio le
libertà individuali. L'attuale situazione economico-politica nazionale e
internazionale evidenzia simili rischi; infatti, sono in grave pericolo i
diritti e le libertà democratiche delle persone. Ebbene, in simili fasi
storiche di transizione e trapasso, segnate da una profonda crisi sociale,
economica e politica, l'unica democrazia effettivamente possibile non è quella
formale e rappresentativa di stampo borghese, basata sul meccanismo della
rappresentanza liberale, ovvero la democrazia delle deleghe elettorali, su cui
poggia il sistema politico-istituzionale tuttora vigente. Oggi l'unica
democrazia davvero possibile e praticabile, da rivalutare, è esattamente la
democrazia a partecipazione diretta. Nella scuola questa formula è incarnata
nella democrazia collegiale, l'unico esempio di democrazia realmente possibile e
praticabile. Non esistono altre forme o modalità organizzative. L'alternativa
sarebbe semplicemente l'assenza di democrazia, di regole condivise e di
trasparenza, ovvero la deriva verso il personalismo e l'autoritarismo, il
dirigismo e il verticismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle
persone. Pertanto, è necessario riscoprire ed applicare un metodo di gestione
politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione collettiva
possibile, un metodo di organizzazione e di direzione collegiale da mettere in
pratica sin dalle fasi iniziali di elaborazione e creazione di qualsiasi
progetto o iniziativa scolastica che investe l'istruzione e la formazione delle
giovani generazioni.
Lucio Garofalo

Appunti Irpini
un breve saggio che rappresenta una sorta di escursione intellettuale e politica attraverso le zone interne dell’Irpinia.
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FLESSIONI E RI-FLESSIONI IRPINE
Se in questa noiosa campagna elettorale si volesse discutere seriamente delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza quotidiana delle nostre popolazioni, si dovrebbe prendere spunto dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il discorso si potrebbe estendere facilmente a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro e a una vita dignitosa per l'avvenire delle giovani generazioni.
Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine.
Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è notevolmente cresciuto negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che ne pagano le conseguenze. Infatti, anche in Irpinia si registrano percentuali inquietanti di omicidi bianchi, vere stragi sul lavoro di cui nessuno parla. In gran parte le vittime sul lavoro sono costituite da manodopera straniera impiegata nell’edilizia. Nella nostra provincia l’ennesimo incidente mortale sul lavoro si è verificato in un cantiere di Pietradefusi il 22 maggio scorso. Ma questo macabro bilancio implica un aggiornamento quasi quotidiano. Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione già da qualche anno: "Purtroppo – dichiarò nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti - i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori.
Negli ultimi anni la realtà irpina ha accusato una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell'emigrazione, dell'emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali, le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo gli indizi più allarmanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto.
La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell'emigrazione (anche per le fasce sociali più scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l'assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche e strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero, sarebbero costrette ad inchinarsi al solito "santo protettore", oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.
Oggi l’Irpinia è un vasto comprensorio di piccoli comuni soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono nulla o quasi ai giovani, sia sul versante delle opportunità occupazionali, sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri tipi di locali pubblici in casi eccezionali, è una provincia ridotta ad un luogo di noia e desolazione esistenziale, per cui attecchiscono atteggiamenti insani e pericolosi, si affermano in misura crescente devianze e dipendenze da alcolici e droghe varie, abitudini impensabili fino a 25/30 anni fa.
Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo proporzioni e caratteristiche di massa che prima erano ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano in modo inequivocabile i mutamenti economico-sociali e culturali compiuti nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, vale a dire in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.
E’ estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi un po’ intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. Un dato certo è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele, Frigento, hanno assistito ad una crescita inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità si conta un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.
Ebbene, quali sono le proposte emerse in questa scialba campagna elettorale? Quale è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell'ordine, l'intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione idonea e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all'assenza di diritti e tutele, di speranze e possibilità per tanti giovani, e meno giovani, dell'Irpinia.
Lucio Garofalo

Per non dimenticare i crimini Usa in Vietnam
Agente Orange
Scritto da Khai Houan e Huy Thang Domenica 31 Maggio 2009 13:22
Per non dimenticare i crimini Usa in Vietnam Pubblichiamo un interessante articolo del Nhan Dan sull’apertura dei lavori del Tribunale internazionale della coscienza dei popoli per il sostegno alle vittime vietnamite dell’Agente Orange. I dati e le testimonianze citate sono impressionanti. Ma gli Usa non intendono riconoscere in alcun modo la loro guerra chimica, condotta su vasta scala in Vietnam dal 1961 al 1971. Per i tribunali americani la diossina dell’Agente Orange era solo un erbicida!!!
Mentre vogliono impedire il possesso dell’atomica ad altri paesi, gli Stati Uniti sono l’unico ad averla usata. Stesso discorso sulle armi chimiche: chi più degli Usa le ha adoperate su larga scala? Leggere l’articolo che segue chiarisce e rinfresca le idee.
Il Tribunale internazionale della coscienza dei popoli per il sostegno alle vittime vietnamite dell’Agente Orange apre i suoi lavori.
Il tribunale è seguito con interesse da molte persone straniere che sostengono attivamente la lotta per la giustizia delle vittime vietnamite.
di Khai Hoan e Huy Thang - Corrispondenti in Francia del Nhan Dan
L'Associazione internazionale dei giuristi democratici (International Association of Democratic Lawyers - IADL) il 15 maggio a Parigi ha indetto una sessione di lavoro di due giorni del Tribunale internazionale della coscienza dei popoli per il sostegno alle vittime vietnamite dell’Agente Orange.
All’apertura dei lavori, il presidente del Tribunale, Jitendra Sharma, ha dichiarato: "La guerra chimica condotta dagli Stati Uniti contro il Vietnam attraverso l'uso dell’Agente Orange e di altre sostanze legate alla diossina dal 1961 al 1971 ha causato gravi, pesanti e prolungate conseguenze per l’ambiente, l’ecosistema e la salute del popolo del Vietnam”.
Da quel momento fino ad oggi nessun governo degli Stati Uniti ha riconosciuto le proprie responsabilità per le conseguenze dell'uso di queste sostanze chimiche. Gli Stati Uniti, nella causa legale intentata dall’Associazione delle vittime dell’Agente Orange del Vietnam (Vietnam Association for the Victims of Agent Orange - VAVA), hanno preso posizione contro l’assunzione di responsabilità da parte delle imprese che hanno prodotto l’Agente Orange.
A nome della coscienza e dell’opinione pubblica internazionali, del Tribunale internazionale della coscienza dei popoli per il sostegno alle vittime vietnamite dell’Agente Orange, su iniziativa della Associazione internazionale dei giuristi democratici (IADL), verranno prese in considerazione e tratte le relative conclusioni in merito alle seguenti questioni:
1) I fatti dimostrano le conseguenze per l'ambiente e l'ecosistema del Vietnam e per la salute del popolo vietnamita prodotte dall'uso dell’Agente Orange da parte delle forze militari degli Stati Uniti dal 1961 al 1971. 2) La responsabilità delle amministrazioni degli Stati Uniti nel periodo 1961-1971 per aver condotto una guerra chimica in Vietnam contro il Diritto internazionale consuetudinario. 3) La responsabilità degli Stati Uniti e delle imprese fornitrici per il riversamento dell’Agente Orange sul Vietnam, per il risanamento delle conseguenze ambientali e dell’ecosistema del Vietnam e per la salute del popolo vietnamita.
A nome dell’Associazione delle vittime dell’Agente Orange/diossina del Vietnam (VAVA), il presidente Nguyen Van Rinh ha sottolineato che l'eredità della guerra degli Stati Uniti in Vietnam negli anni 1960-1970 ha causato enormi danni all’ecosistema ed esposto a sostanze tossiche più di 4,8 milioni di persone. Su un totale di circa 3 milioni di persone colpite, molti sono morti, molti altri sono sopravvissuti in agonia per causa di strane e gravi malattie e disabilità, molti bambini sono nati con orribili deformità. Dopo quasi 40 anni, tali effetti ancora non mostrano segni di regresso. Hanno invece mostrato segni ancor più devastanti e duraturi di quanto si potesse prevedere.
Nel frattempo gli Stati Uniti, che direttamente hanno provocato questa tragedia, finora hanno cercato di sottrarsi alla loro responsabilità morale e giuridica. Di conseguenza, le vittime vietnamite hanno deciso di intentare causa al Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti di Brooklyn, New York, il 30 gennaio 2004. Le vittime hanno trascorso cinque anni perseguendo la causa nei tribunali statunitensi, ma questa è stata rigettata in tutti e tre i gradi di giudizio dei tribunali federali, nonostante che il governo degli Stati Uniti avesse speso miliardi di dollari per risarcire i propri soldati veterani rimasti vittime dell’Agente Orange usato durante la guerra chimica in Vietnam.
I tribunali statunitensi hanno respinto le istanze delle vittime vietnamite per il solo motivo che l’Agente Orange/diossina poteva essere qualificato soltanto come erbicida, in ogni caso non come sostanza tossica e che le sue conseguenze dannose sono state involontarie. Questa affermazione assurda da parte dei giudici statunitensi deve essere studiata e presentata all'opinione pubblica mondiale.
Il signor Rinh ha sottolineato che: "Il dolore sofferto dalle vittime vietnamite è il dolore di tutta l'umanità. La loro lotta per la giustizia non è solo nel loro interesse, ma anche in quello delle altre vittime negli Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Canada; non solo per le vittime dell’Agente Orange/diossina, ma anche per le vittime di tutte le altre armi crudeli o di distruzione di massa; non solo per l’attuale generazione, ma anche per le generazioni future. Le vittime vietnamite dell’Agente Orange sono quotidianamente private dei loro sacri diritti fondamentali di giustizia e dei diritti umani, cioè il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità".
Egli ha colto l'occasione per invitare tutte le persone amanti della pace e della giustizia di tutto il mondo a volgere i loro pensieri a questo Tribunale e marciare, fianco a fianco, con tutti i partecipanti a questa assise, per dare un seguito alla comune ricerca di giustizia.
Successivamente, i presenti si sono commossi nell’ascoltare le storie di tre vittime vietnamite sulle loro sofferenze causate dall’Agente Orange. Pham The Minh, nato il 16 dicembre 1975, nella città di Haiphong nel distretto di Duong, ha raccontato di come i suoi genitori sono stati contaminati dalle sostanze chimiche dell’Agente Orange quando erano in servizio nel campo di battaglia della provincia di Quang Tri, a sud della zona demilitarizzata (DMZ) dove questa sostanza è stata versata nella maniera più intensiva.
"Sia io che mia sorella più giovane siamo nati dopo la guerra. Sono venuto al mondo con deformazioni congenite agli arti inferiori e in pessime condizioni di salute. Mia sorella esteriormente appare normale ma è nata prematuramente, molti mesi prima della data prevista, con patologie cardiache e polmonari congenite.
La mia esposizione alla diossina, causa delle mie deformità, è in realtà nota attraverso le storie raccontate dai miei genitori sulla loro esposizione diretta all’Agente Orange e a seguito dei controlli medici ospedalieri nel corso del trattamento delle mie diverse malattie. Il caso della mia famiglia è stato riconosciuto ed è stato anche corrisposto un sostegno economico mensile da parte del governo vietnamita.
A causa dell’esposizione all’Agente Orange, mia sorella, mia madre, mio padre, tutti noi, non siamo stati in grado di vivere normalmente come le altre persone. Non siamo in grado di lavorare a lungo e dobbiamo spendere molto denaro per la costante cura delle malattie. Mio padre è in questo modo deceduto nel 2005. Non posso in un così breve tempo descrivere tutte le sofferenze che la mia famiglia ed io dobbiamo patire, né le tragiche pene delle altre vittime dell’Agente Orange/diossina in Vietnam".
Il signor Ho Ngoc Chu, nato nel 1937 e che ora vive nella città di Quang Ngai, si unì alle forze rivoluzionarie del Vietnam del Sud, attive nelle vaste aree della regione montuosa delle province di Quang Ngai e Quang Nam in cui gli americani usarono in modo regolare ed intensivo queste sostanze tossiche.
Egli ricorda che: "Quando gli aerei americani arrivavano per spargere le sostanze chimiche, come le altre persone, avevo sentito dire che erano semplicemente erbicidi. Non avevo sufficienti conoscenze scientifiche per sapere che erano tossiche per gli esseri umani. Anche avendo saputo della loro tossicità non sarebbe stato comunque possibile per me e per tutti gli altri sfuggire alla contaminazione perché dovevamo combattere e coltivare i prodotti alimentari, come patate dolci, mais, riso, verdure e ogni tipo di commestibile solo per la nostra mera sopravvivenza. Abbiamo dovuto bere l'acqua presa da ruscelli o dai crateri causati dalle bombe.
Mi ricordo di essere stato oggetto di almeno 4 o 5 irrorazioni dirette. La maggior parte delle volte ero in tenda, ma una volta, quando ero di ritorno dalla raccolta del riso, arrivarono gli aerei e sparsero queste sostanze. Tutto il mio corpo era completamente impregnato di sostanze chimiche. Anche il sacco del riso che avevo con me era inzuppato.
Potevo osservare che di solito, un paio di giorni dopo essere stati irrorati, piante rigogliose come la casava, la papaja, il jack-tree... morivano subito. Questi grandi alberi nella giungla presto defoliavano. Anche la casava, nostro alimento abituale, era stata uccisa. Più tardi abbiamo saputo che questo era dovuto alle sostanze chimiche dell’Agente Orange, ma eravamo costretti a mangiare le sue radici e a bere l'acqua contaminata dei ruscelli.
Ho presto accusato vari disturbi. I miei occhi erano deboli, i miei denti sono caduti in anticipo rispetto alla norma, avvertivo i sintomi di problemi interni legati alla prostata, all’intestino e all’attività vestibolare, problemi legati alla pelle, in particolare su schiena e gambe con eruzioni cutanee irritanti, acne e pustole, le ossa della colonna vertebrale e delle gambe iniziarono a degenerare quando avevo 35 anni. Sono stato sottoposto a trattamento medico ad Hanoi e Ho Chi Minh City, ma senza risultati efficaci.
In aggiunta a questi problemi, anche il mio unico figlio è vittima dell’Agente Orange. Il mio matrimonio si è celebrato nel marzo 1977 e a metà novembre è nato prematuro ed estremamente debole tanto da dover essere curato nell’incubatrice per diverse volte. Era in grado di fare pochi passi e di pronunciare poche parole fino all’età di 4 anni. E’ cresciuto in modo anormale. Il suo apprendimento è stato molto lento ed i medici hanno detto che soffriva di deficit mentale. Inoltre, a volte veniva colpito da gravi convulsioni. Ora ha 37 anni, ma ancora non è autosufficiente. In un primo momento, non sapevamo cosa non funzionasse in lui. Lo portammo in ospedale più volte e visto che mia moglie aveva avuto aborti i medici conclusero che ero stato contaminato dall’Agente Orange e questo è anche il motivo della malattia di mio figlio. Nel mio paese si possono riscontrare anche peggiori disfunzioni e vedere le immagini di bambini deformi a causa dell’esposizione all’Agente Orange".
Quindi, il signor Mai Giang Vu, nato nel 1937, ha detto che i suoi due figli nati nel 1974 e nel 1975 erano sani e avevano frequentato normalmente le scuole. Ma nel 1980, il maggiore ha cominciato a mostrare sintomi insoliti. In seguito entrambi, uno di seguito all’altro, raggiunti i 10 anni, hanno cominciato a mostrare gli stessi segni. In un primo momento non erano più in grado di camminare e di fare le cose come al solito, dopo di che hanno dovuto abbandonare la scuola e i loro arti si sono avvizziti e arricciati gradualmente. Infine, tutti e due sono stati costretti a camminare a carponi e poi a rimanere a letto fino a 18 anni.
I suoi figli sono morti a 23 e 25 anni. Per un lungo periodo di tempo, ha ignorato il motivo alla base di questo disastro fino a quando i medici effettuarono dei controlli.
Egli ha fatto presente ai presenti al dibattimento che in Vietnam ci sono state tante famiglie che hanno patito una simile tragedia e che necessitano di tanto aiuto da ogni parte possibile.
Le vittime vietnamite hanno levato la loro voce chiedendo che il governo degli Stati Uniti e le imprese del settore chimico riconoscano la loro responsabilità nel contribuire, insieme con il Vietnam, a prestare aiuto per il trattamento delle persone intossicate, al risanamento delle aree contaminate, avendo cura dei casi gravi e fornendo mezzi di trasporto e altre necessità di base.
Più tardi, testimoni dagli Stati Uniti, Repubblica di Corea e Francia hanno riferito di quanto hanno dovuto soffrire per le terribili conseguenze dell’Agente Orange e mostrato le immagini delle vittime in Vietnam. Hanno affermato che tutte le terribili conseguenze dell’Agente Orange potrebbero essere misurate soltanto dai testimoni diretti di quel dolore.
Il Tribunale internazionale della coscienza dei popoli in sostegno delle vittime vietnamite dell’Agente Orange opera su iniziativa della Associazione internazionale dei giuristi democratici (IADL), a nome dell' opinione pubblica e della coscienza internazionali. Questo tribunale procurerà una documentazione a tutti coloro che sostengono questa causa per promuoverla nei loro paesi e in tutto il mondo.
16 maggio 2009

LA CRITICA SULL’ORLO DI UNA CRISI
Nel modo abituale di pensare della gente, il concetto di crisi richiama automaticamente, attraverso un meccanismo di associazione mentale, la nozione di caos e conflitto, ma anche l’idea di crescita e di miglioramento. La crisi può essere il prodromo che anticipa e precorre una ripresa palingenetica, che si esplica attraverso un’opera di sconvolgimento. Nonostante il termine crisi esprima soprattutto una valenza negativa, è assolutamente indiscutibile che l’avvento di una crisi provochi cambiamenti radicali e duraturi, ma la rottura con l’ordine preesistente può comportare anche un processo di crescita e di svolta (in senso evolutivo o meno), un’occasione di riscatto e rinascita. In qualche misura, ogni momento di crisi prepara nel tempo le condizioni oggettive per il suo superamento, favorendo un processo di trasformazione profonda del contesto ambientale in cui la crisi si inserisce ed esercita i suoi effetti.
Infatti, come avviene nel caso di un adolescente, che attraverso un atto di rifiuto e negazione dell’autorità incarnata dall’adulto - il padre, il professore, ecc. -, compie un gesto di autoaffermazione individuale per conquistare la propria autonomia e maturità, così una formazione sociale in crisi, nega sé stessa e si rigenera in modo profondo e totale. Senza un processo di crisi e negazione non potrebbero realizzarsi il progresso e l’emancipazione del genere umano, così come senza una condizione di disagio, rigetto e disobbedienza, vissuta in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma, libera e matura.
Il termine "crisi" discende dall’etimo greco krisis che vuol dire separazione, scelta, discernimento, in origine era usato nel campo medico, in quello teologico e giuridico. Inizialmente tale voce fu applicata per indicare situazioni problematiche in contesti militari e politici che richiedevano una risposta concreta e risolutiva. Nel 1800 la nozione di crisi venne adottata anche nella branca dell’economia politica, in luogo di definizioni più obsolete e superate quali ristagno o ricaduta. Per “crisi economica capitalistica” in senso convenzionale si intende una brusca interruzione nel ciclo della produzione, che dalla fase espansiva scivola in quella recessiva in un quadro di fallimenti, tracolli delle borse finanziarie e una caduta dei prezzi, causando un periodo di depressione. Le crisi economico-capitalistiche hanno cominciato ad affermarsi a partire dalla prima metà del 1800 con l’avvento della rivoluzione industriale.
La radice etimologica del termine “critica” - dal greco krisis, che deriva dal verbo krino: separare, discernere, decidere – è la medesima del concetto di crisi e significa "analizzare". Uno dei principali difetti della società odierna, un difetto presente anche e soprattutto negli ambienti della sinistra, è esattamente ciò che designo come “crisi della critica”, derivante dall’assenza di una seria e rigorosa capacità di indagine e di critica razionale che consenta di interpretare e comprendere il mondo circostante, per provare a modificare la società esistente, renderla migliore e più accettabile per le future generazioni. Questa “crisi della critica” si evidenzia anche rispetto all’attuale scenario di crisi politico-economica mondiale.
Alcuni esempi della disinformazione di massa
Nella storia dell’umanità c’è sempre stato qualcuno pronto a speculare sulle disgrazie e sulle tragedie collettive, tanto sui cataclismi causati dalla furia naturale (terremoti, maremoti, alluvioni, cicloni e altri disastri, rispetto a cui gli uomini non sono esenti da responsabilità dirette) quanto sulle guerre e sulle carneficine umane. Rammentate il clima di panico e sgomento generale suscitato intorno all’aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”? Non esagero se dico che ci hanno indotti a temere il peggio, si era persino giunti a paventare un’epidemia, o una pandemia di proporzioni colossali, tanto che qualcuno si è spinto oltre, fino a prospettare uno scenario apocalittico di catastrofe sanitaria e umanitaria. Non occorre risalire ad un’età remota, ma solo a qualche anno fa, per ricordarsene. Il guaio di molti è che hanno la memoria corta…
Ebbene, quali sono stati i danni reali, effettivamente provocati dall’influenza aviaria? Ben pochi, addirittura irrisori di fronte ai terrificanti effetti temuti e sbandierati dagli “esperti”. Al contrario, la iattura maggiore è stata causata dalla paura e dalla propaganda terroristica condotta dai mass-media che, come sovente accade in simili casi, procurano disastri ben più gravi e drammatici del male medesimo. Le perdite principali sono stati essenzialmente di ordine economico-finanziario, nella misura in cui l’allarmismo diffuso tra la popolazione ha arrecato enormi svantaggi e rovine al settore dell’avicultura, per cui qualcun altro ne ha sicuramente beneficiato. Chi, dunque, ne ha approfittato? Cui prodest? A chi interessa spaventare la gente? Tra quanti hanno tratto utili incalcolabili figurano senza dubbio le industrie farmaceutiche produttrici di vaccini antinfluenzali. Ma non solo le case farmaceutiche hanno lucrato in modo cospicuo su quello che è stato un business straordinario, un affare economico colossale: l’aviaria, l’influenza dei polli. Ma i veri “polli” sono stati i milioni di cittadini e di consumatori truffati e gabbati, per l’ennesima volta, dagli organi della disinformazione di massa. A tale proposito ricordo che uno dei concetti chiave del pensiero di Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, è riassumibile nella frase seguente: “Una bugia ripetuta mille volte diventa più accettabile della verità”.
Sappiamo che la storia si ripete due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa. E’ il caso di una nuova epidemia influenzale, definita impropriamente di origine suina (eppure, è stato appurato che di suino non c’è nulla, senza offesa per le specie suine) e proveniente dal Messico. Una malattia che sta già allarmando in modo paradossale, per non dire grottesco, l’intero genere umano (dis)informato, al punto che alcuni sedicenti “esperti” paventano il pericolo di una nuova “pandemia”. Invito tutti a riflettere e a soffermarsi anzitutto sull’etimologia del vocabolo “pandemia”, che deriva dal greco pân, cioè “tutto”, e démos, che significa “popolo”, per cui il termine equivale letteralmente a “tutto il popolo”. Dunque, esiste realmente il rischio di una mostruosa catastrofe sanitaria che potrebbe investire intere popolazioni o ci stanno, ancora una volta, prendendo per idioti? Francamente mi pare di aver già assistito, in un recente passato, a simili dimostrazioni di terrorismo mediatico. Credo che si configurino gli estremi per denunciare il reato di “procurato allarme”. Ma tant’è…
L’economia della catastrofe (si pensi alla ricostruzione post-sismica in Abruzzo)
Parimenti mi chiedo chi ha lucrato sulle catastrofi e sulle tragedie internazionali degli ultimi anni come, ad esempio, lo spaventoso tsunami che nel dicembre 2005 devastò l’intero sud-est asiatico, causando un’orribile ecatombe? Un altro esempio. Si pensi all’11 settembre 2001, allo storico attentato contro le Twin Towers. Questa immane tragedia, un orrendo crimine commesso contro l’umanità, ha cinicamente rappresentato un esorbitante affare economico, uno straordinario evento speculativo in borsa, che ha generato immense fortune finanziarie per pochi speculatori, ma ha dissolto ingenti capitali e ricchezze, rovinando milioni di piccoli risparmiatori in tutto il mondo.
Così le tante guerre, note e meno note, attualmente in corso nel mondo, sia le guerre più oscure e dimenticate, sia quelle più seguite, in Iraq, in Afghanistan, in Medio Oriente, in Africa e in Asia, costituiscono innumerevoli opportunità per concludere affari d’oro, per arricchirsi con il sangue, la morte e la sofferenza di milioni di esseri umani, condannati a un destino atroce e sventurato. Ma la guerra è, per antonomasia, un evento catastrofico che annienta non solo le vite umane, ma devasta intere città, gli agglomerati urbani, le strade, le abitazioni, le scuole e gli ospedali, insomma demolisce le infrastrutture, alla stregua di un fenomeno sismico di elevata intensità, di un potente uragano o di una qualsiasi altra calamità naturale. A cui segue necessariamente il momento della ricostruzione delle aree disastrate, una fase che è anch’essa un’occasione lucrosa, utile per stipulare affari e arricchirsi. A tal punto che l’economia della ricostruzione è altrettanto ricca e conveniente quanto lo è un’economia di guerra, ossia un’economia della catastrofe.
Naturalmente, i “frutti marci” di cui parlo sono gli affari osceni siglati da sciacalli, avvoltoi e pescecani, trafficanti e capitalisti privi di scrupoli, che dissanguano e disonorano il genere umano. In tal senso, l’economia della catastrofe è omologa e corrispondente all’economia di guerra, con cui è vincolata da molteplici connessioni e analogie, così come l’economia della ricostruzione è legata in maniera complementare e necessaria ad un’economia di guerra. L’indotto economico che si viene a creare intorno a un processo di ricostruzione, è un circuito assai vasto, complesso e articolato, che impiega decine di migliaia di tecnici, professionisti, ingegneri, architetti, progettisti, lavoratori addetti all’edilizia, ma anche operatori della sanità, della scuola, dei servizi; è un sistema che può favorire l’accumulazione di notevoli fortune economiche. Si rammenti quanto è accaduto durante l’opera di ricostruzione successiva al sisma del 23 novembre 1980 che cancellò in pochi attimi interi paesi in Irpinia e Basilicata.
L’economia della ricostruzione implica la formazione di rendite e titoli azionari quotati in borsa, soggetti alle oscillazioni e ai condizionamenti derivanti da avvenimenti catastrofici quali guerre, terremoti, maremoti, alluvioni, inondazioni, frane, tifoni, uragani e via discorrendo. La ricostruzione che segue un evento distruttivo, costituisce senza dubbio un affare economico gigantesco che può creare opportunità di occupazione e crescita produttiva, ma può anche concedere spazio alle iniziative e alle imprese della criminalità economica organizzata. E’ quanto potrebbe accadere anche nel caso del terremoto in Abruzzo e della ricostruzione che seguirà, da cui potranno scaturire le condizioni propizie per un tentativo di ripresa dello “sviluppo”, ossia una ripresa delle attività economiche normali, come pure delle speculazioni affaristiche e criminali.
Allarmismo e affarismo
Insomma, tutti noi dovremmo imparare a diffidare delle notizie, soprattutto di quelle più allarmistiche, che quotidianamente ci vengono propinate dai mezzi di comunicazione di massa, cercando di ragionare con la nostra testa, esercitandoci nell’arte, estremamente proficua e salutare, del dubbio e della critica, non per il semplice gusto di polemizzare gratuitamente contro tutto e tutti, ma per liberare ed espandere l’area della nostra consapevolezza, per disintossicarci dalle scorie velenose della disinformazione, che ormai è diventata una vera droga psicologica, un pericoloso ingranaggio che produce un’inconscia forma di dipendenza e di assuefazione mentale a tutti gli effetti. Non a caso, molti di noi dipendono e fanno dipendere la propria esistenza quotidiana dai mass-media, in modo particolare dalla televisione, senza dubitare minimamente delle informazioni ricevute. Anzi, il nuovo oracolo nazional-popolare a cui le masse guardano e si rivolgono come a un totem moderno, a un profeta elettronico, o a una divinità terrena, da cui ottenere responsi autorevoli su tutto e tutti, sembra essere, appunto, la televisione.
Pertanto, non è affatto difficile figurarsi le ragioni per cui la nostra società versa in uno stato di profonda decadenza morale e intellettuale, una società in cui regnano i facili allarmismi, le fobie, le psicosi, l’ipocondria, insomma una società nevrotica e alienante. In altri termini, io credo che dovremmo porci, almeno una tantum, la fatidica domanda: “cui prodest”? A chi serve o conviene una data notizia? A chi giova la manipolazione della verità? Una maggiore attenzione e accortezza in tal senso, ci aiuterebbe se non altro a ragionare, ad esercitare il nostro senso critico, che costituisce un istinto naturale, una virtù che purtroppo il sistema sociale tende a soffocare e reprimere sin dai primi anni vissuti in famiglia e a scuola, costringendoci ad obbedire ciecamente alle “autorità” che sono gli adulti, i genitori, gli insegnanti, lo Stato, la Chiesa, i mass-media, la “santa inquisizione” televisiva.
L’effetto serra e il catastrofismo ecologista
Veniamo ad un punto cruciale che mi preme sollevare. Tra le tante balle catastrofiste ed allarmistiche che ci raccontano ogni giorno, vi sono quelle che appartengono alla categoria ecologico-ambientalista. Cito un esempio conosciuto: l’effetto serra. Sappiamo tutti, a memoria ormai, che l’effetto serra, ovvero il surriscaldamento del clima terrestre provocato dall’inquinamento atmosferico, è fonte di siccità e del fenomeno della desertificazione, e via discorrendo. Ma, come spesso accade, ci raccontano solo una percentuale di verità, ossia ci nascondono una metà, o una razione della verità stessa. Occultare una parte di verità, per riferire soltanto quella che fa comodo, significa compiere un’opera di disinformazione e mistificazione. Insomma, a chi giova un certo tipo di catastrofismo e di terrorismo psicologico? Cui prodest?
Provo a ragionare con la mia testa. Semmai si verificheranno in futuro eventi disastrosi, questi potranno derivare anzitutto dall’inevitabile innalzamento delle acque dei mari e degli oceani, che sommergeranno vastissimi territori come, ad esempio, le fasce costiere dei paesi mediterranei, tra cui l’Italia, la Spagna, la Grecia. Infatti, è innegabile che l’effetto serra stia causando un progressivo scioglimento dei ghiacciai polari, formati da acqua dolce allo stato solido. Tale realtà è conosciuta, almeno in parte, da tutti, anche dai ragazzini che frequentano le scuole elementari e credono ad ogni cosa gli venga raccontata dai maestri e dai genitori. Mi riferisco alla “verità” nella sua versione ufficiale, quella proposta e divulgata dai mass-media, che rappresentano e difendono determinati interessi economici e di potere. La verità viene quindi spezzata e ridotta a brandelli, trasmessa e descritta a frammenti. Una porzione, o alcune porzioni rilevanti della verità, sono sistematicamente ignorate, omesse, occultate e dissimulate ad arte.
In genere, gli organi di informazione riferiscono solo la razione di verità che conviene rivelare. Così avviene nel caso preso in esame. Perché non ci spiegano, ad esempio, che la scarsità di acqua derivante dalla siccità e dalla crescente desertificazione del clima, potrebbe essere compensata e colmata dallo scioglimento stesso dei ghiacciai polari, così come ci insegna e ci dimostra la legge dei vasi comunicanti? Evidentemente ci considerano degli ingenui e degli sprovveduti che credono a tutto. Personalmente, confido molto nella capacità della Terra di riequilibrarsi e di rimediare persino ai guasti e agli scempi causati dall’umanità, dato che il nostro pianeta è come un organismo vivente, il cui funzionamento è simile a quello del nostro corpo. A proposito di “verità”, o di notizie attendibili, sarebbe più verosimile e credibile la tesi secondo cui sarebbe in atto un processo di tropicalizzazione del clima, specialmente del clima mediterraneo, per cui si potrebbe prefigurare uno scenario futuro di trasformazione territoriale di paesi quali, ad esempio, l’Italia o la Spagna, in tanti arcipelaghi formati da isole tropicali, simili alle meravigliose oasi e ai paradisi geografici presenti nelle attuali zone tropicali.
Dunque, a chi giova il catastrofismo, in particolare un certo tipo di terrorismo psicologico? In un conflitto bellico, come in uno scenario di catastrofe naturale, gli unici (o i primi in senso assoluto) a trarne profitto, sono i produttori di medicine, ma anche i fabbricanti di armi e le compagnie petrolifere, per cui in un teatro globale in cui si prefigurino scenari di guerre e catastrofi climatiche, i valori azionari ad essere maggiormente apprezzati ed esaltati in borsa sono, appunto, i titoli delle multinazionali petrolifere, farmaceutiche e delle case produttrici di armi. Non è un caso che i padroni del petrolio e dell’energia, della farmacologia e degli armamenti militari, siano anche i padroni della finanza internazionale, i padroni del denaro. E i padroni del denaro sono notoriamente i padroni dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, ossia i padroni assoluti e incontrastati del mondo contemporaneo.
Critica della crisi (ovvero come sfatare alcune leggende metropolitane)
Negli ultimi tempi i mezzi di comunicazione (ossia di disinformazione e persuasione) di massa stanno diffondendo diverse menzogne, mezze o false verità ufficiali, notizie distorte e manipolate come, ad esempio, l’idea che la fase più critica sia sul punto di esaurire i suoi effetti più pesanti e drammatici per lasciare lo spazio ad una nuova ripresa dell’economia mondiale. Parimenti, circolano racconti e versioni discordanti, leggende metropolitane sia sull’effettiva durata e portata della crisi, sia sulle sue cause reali. All’inizio sembrava che qualcuno avesse l’interesse a seminare il panico generale, perché da una situazione di sgomento e turbamento sociale avrebbe potuto ricavare occasioni propizie per realizzare nuove speculazioni finanziarie, approfittare della psicosi collettiva per siglare facilmente affari d’oro e trarre opportunità di lucro individuale. Oggi sembra che si giochi nella direzione opposta, provando a ingenerare l’idea che la bufera sia cessata per sedare gli animi e intorpidire le menti delle persone, quasi a voler prendere tempo per adottare nuove decisioni per l’avvenire.
Ogni giorno si passa con estrema facilità dall’ottimismo più roseo al pessimismo più cupo e viceversa, a seconda dell’esito del vaticinio quotidiano, per cui gli “esperti” oscillano da pre-visioni fauste e positive ad annunci “profetici” meno lieti e più allarmistici. Il G20 ha trasmesso la convinzione puramente illusoria di una capacità di regolamentazione e moralizzazione dei mercati finanziari con l’intento palese di infondere fiducia e ottimismo, suscitando nuove speranze e aspettative verso un risanamento della situazione. In tal modo le Borse cominciano a risalire, il presidente Obama alimenta le speranze annunciando “segnali di ripresa”, ma il giorno dopo si smentisce o, comunque, non si sbilancia più di tanto.
Qualcun altro sostiene, in buona o mala fede, che l’attuale crisi potrebbe far regredire l’umanità fino alla “età della pietra”. Ma alla cosiddetta "età della pietra" (senza offesa per le comunità umane esistenti in epoca preistorica quando, per ragioni di sopravvivenza, si impose per millenni una sorta di "comunismo necessario", definito "primitivo" dagli studiosi di etnologia e antropologia culturale) già ci siamo, in virtù di un sistema di vita che è a tutti gli effetti "tribale", ossia violento e conflittuale, crudele e disumano. Viviamo già in un sistema sociale ad elevato tasso di criminalità, alienazione e violenza, efferatezza e disumanizzazione, una società brutale e spietata, isterica e nevrotica, in quanto segnata da sentimenti sempre più diffusi e laceranti di odio, egoismo e divisione, da lotte feroci e furibonde, rozze rivalità e discordie tra gli esseri umani, invidie e gelosie che degradano e abbrutiscono le persone costringendole al di sotto del livello minimo della meschinità e della pusillanimità, risentimenti e rancori volgari e grossolani, contraddizioni drammatiche e ingiustizie dolorose, discriminazioni e disuguaglianze materiali sempre crescenti, dissidi e controversie di ogni genere e sorta, catastrofi e guerre sempre più terribili e sanguinose. Dunque, peggio di così...
Comunque sia, malgrado la disinformazione di massa in corso, è ormai evidente a tutti, anche ai più incauti e incalliti ottimisti, che siamo di fronte ad una crisi non congiunturale ma strutturale, una crisi epocale e totale che investe l'intero apparato produttivo internazionale, una crisi di sistema che sta mettendo in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico e dell'accumulazione espansiva del capitale, e sta sfatando un falso mito imposto in Europa e nel mondo intero negli ultimi decenni. Un mito che è riconducibile a un modello di vita, quello edonistico e consumistico, che ora cade fragorosamente in frantumi.
Di certo il consumismo non è stato generato dai comunisti, anzi. La sobrietà e l'austerità del comunismo potrebbero insegnarci a vivere meglio, aiutandoci a recuperare un rapporto più equilibrato, più sano ed autentico con le persone e con le cose. E’ indubitabile che il modello economico-consumistico è figlio di un’economia industrializzata retta sul mercato capitalistico. Un sistema che ormai rischia il collasso e la bancarotta (fraudolenta) mondiale, nella misura in cui la domanda sta precipitando in modo vertiginoso causando il panico generale, mentre l’offerta produttiva è aumentata in maniera sproporzionata. Si conferma esattamente la tesi secondo cui saremmo caduti in piena crisi da sovrapproduzione e sottoconsumo: finora si è prodotto in eccesso sfruttando troppo i lavoratori, che si sono progressivamente impoveriti, per cui i consumi sono calati vertiginosamente, nonostante la gente si sia indebitata fino al collo; ora i magazzini sono strapieni di merci invendute e gli operai sono gli unici a pagare la crisi con i licenziamenti e la disoccupazione di massa. Di conseguenza i consumi continuano a precipitare, cosicché la crisi rischia di aggravarsi ulteriormente e si autoalimenta in modo crescente e irreparabile.
Dunque, sorge spontanea la domanda: non è da criminali irresponsabili esortare i cittadini ad essere "ottimisti", a continuare a "consumare", ossia indebitarsi, come se nulla fosse, come ha fatto qualcuno di nostra conoscenza? Indovinate a chi mi riferisco: ma al bandito, piduista e populista, isterico e oscurantista, di Arcore, ovviamente! Nel contempo sorgono altre domande: si poteva proporre una maggiore sobrietà in tempi di consumismo sfrenato pompato dalle reti televisive Mediaset? Si poteva raccomandare l'austerità ai cittadini italiani ai tempi della filosofia iper-consumista dei "tre telefonini a persona", delle "tre o quattro automobili in media a famiglia" e via discorrendo? Nel recente passato, chi avesse osato mettere in discussione il “dogma consumista” avrebbe quantomeno corso il rischio di essere scambiato per un idiota.
Origine e natura del capitalismo e cause reali della crisi odierna
Sappiamo che il capitalismo non è un modo di produzione nato per soddisfare i bisogni primari delle persone, cioè per fabbricare “valori d’uso”, bensì per produrre e vendere merci, ossia “valori di scambio”. In altre parole, il valore d’uso dei prodotti viene limitato dal valore di scambio delle merci create dal lavoro sociale degli operai. Questa è la natura reale dell’economia capitalista, un sistema retto sulle leggi ferree della concorrenza più spietata e sleale, dell’accumulazione e del profitto economico privato.
Sappiamo che le merci sono prodotte dalla forza-lavoro degli operai, che costituisce l’energia vitale e la potenza creatrice dell’economia reale, forza-lavoro che rappresenta capitale sociale vivo, indispensabile al capitale privato per imporre ed ottenere quel surplus di lavoro capace di generare un surplus di prodotto da cui estrarre quel surplus di valore, ossia di ricchezza, di cui il capitale privato si appropria furtivamente per realizzare profitti economici a beneficio della borghesia capitalista.
Proviamo a descrivere brevemente il meccanismo di estrazione e di appropriazione privata del plusvalore da parte del capitale. Il salario corrisposto all’operaio equivale a quella quantità di valore, cioè di reddito, pari al valore d’uso necessario al mantenimento dell’operaio e della sua famiglia. Il valore in eccesso, creato dal lavoro sociale degli operai, corrisponde al plusvalore, al surplus di reddito estratto dal lavoro operaio ed espropriato dal capitalista.
In pratica, le merci prodotte in quantità eccessiva dallo sfruttamento della manodopera salariata, vengono messe in vendita sul mercato per ottenere profitti privati a vantaggio esclusivo della borghesia economico-capitalista. Ora, quando le merci restano invendute sul mercato, si determina una crisi di sovrapproduzione e, di conseguenza, una caduta verticale del saggio di profitto, come periodicamente si è già verificato nella storia secolare del capitalismo: la più grave depressione economica fu quella del 1929. A riguardo occorre precisare che la crisi del ’29 si innestò in un momento di espansione dell’economia statunitense, mentre il contesto attuale non è esattamente lo stesso, in quanto gli Usa sono entrati da qualche decennio in una fase di declino. Sappiamo, comunque, come il capitalismo ne è uscito: attingendo ingenti risorse finanziarie di origine statale ed occupando, soprattutto militarmente, nuove aree di mercato per piazzare le merci prodotte, mediante guerre di conquista neocoloniale e neoimperialista che hanno condotto al secondo tragico conflitto mondiale.
Vogliono farci credere che la crisi odierna è un fenomeno contingente causato da operazioni speculative compiute nel settore finanziario da una banda di affaristi e speculatori senza scrupoli. Pretendono di imporre la leggenda metropolitana secondo cui il sistema economico è stato avvelenato da eccessive speculazioni in borsa, immettendo una serie di titoli azionari definiti (appunto)“tossici”: i famigerati subprime.
La verità è che il capitalismo è, per sua natura, un sistema economico tossico, drogato e velenoso per i lavoratori. Finché il capitalismo ha assicurato a gran parte dei lavoratori occidentali un certo grado di reddito e di benessere materiale, sia pur relativo, tutto sommato ha funzionato, è stato accettato o comunque sopportabile, nonostante i livelli di sfruttamento e di oppressione, malgrado le ingiustizie e le diseguaglianze, le storture, le aberrazioni e le contraddizioni evidenti. Tutto sommato, gli aspetti immorali, alienanti e abominevoli del capitalismo erano di secondaria importanza, come le stesse disparità di trattamento sindacale e di retribuzione salariale, finché il sistema ha garantito a buona parte della popolazione occidentale quella prosperità e quel benessere materiale tali da permettersi consumi di natura voluttuaria. Persino il fatto che i supermanager guadagnassero compensi cento volte superiori rispetto al salario medio di un operaio, era un dato accettato e accettabile. In ogni caso l’elemento fondamentale è sempre stato per tutti (compresi i sindacati e i partiti della sinistra borghese e riformista) che i lavoratori percepissero emolumenti salariali sufficienti a mantenere un tenore di vita di tipo consumistico, che oggi non è più possibile.
L’attuale crisi non è affatto congiunturale, momentanea o accidentale, ma sistemica, è una crisi strutturale di portata epocale. E’ una crisi globale di sovrapproduzione e sottoconsumo, derivante dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, che è stata aggravata e accelerata da un processo di esaurimento e saturazione dei mercati internazionali. Questa rappresenta la differenza sostanziale e lo straordinario elemento di novità rispetto alle crisi precedenti, per cui quella in corso sembra essere la crisi conclusiva del ciclo storico compiuto dal modo di produzione capitalistico. Per risolvere tale crisi non serviranno misure-tampone o interventi ormai inutili e tardivi, volti alla regolamentazione dei mercati, all’eliminazione dei “paradisi fiscali”, all’autoriduzione dei compensi per i manager, oppure alla svalutazione monetaria del dollaro o altri provvedimenti di pura facciata e di natura demagogica. Probabilmente sarà la classe operaia internazionale a portare la risposta risolutiva alla crisi economica globale. In quale modo? Rivoltando come un calzino l’intero sistema economico e sociale...
Globalizzazione economica e delocalizzazione industriale
In uno scenario di globalizzazione economica come quello delineatosi negli ultimi anni, hanno senza dubbio inciso alcuni fenomeni di delocalizzazione industriale. Tali processi di ristrutturazione tecnologica e di trasferimento degli impianti produttivi obsoleti nei paesi industrialmente arretrati del Sud del mondo, laddove il costo del lavoro è decisamente inferiore, hanno favorito e incentivato uno sfruttamento crescente della manodopera a basso costo, ma nel contempo hanno contribuito a indebolire le condizioni economico-sindacali e il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori occidentali, causando effetti di indebitamento e sottoconsumo di massa. Ciò significa che in ogni caso quella in atto è una crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo, nel senso che altrove (non più Italia ma, ad esempio, in Albania, in Turchia o in Romania) si è prodotto in eccesso rispetto alla domanda reale offerta da un mercato sempre più liberalizzato e, di conseguenza, sempre più impoverito e, in ultima analisi, saturo.
Il fatto è che le masse dei produttori, ossia le classi lavoratrici, formano anche il principale bacino di utenza e consumo delle merci, che restano invendute proprio perché gli operai percepiscono salari sempre più bassi e detengono un potere d'acquisto sempre più debole e inconsistente. Oggi, con i licenziamenti in corso e la minaccia incombente della disoccupazione, condannate ad uno stato di precarietà permanente, le masse consumano inevitabilmente di meno, oppure sono costrette a indebitarsi fortemente. Non a caso sono in costante aumento gli acquisti a rate, ossia cresce l'indebitamento economico, e ciò che non fa altro che appesantire l'attuale recessione economica. Insomma, si tratta di un circolo vizioso destinato ad aggravarsi sempre più. Ma questa immagine potrebbe essere addirittura eufemistica o riduttiva.
Le responsabilità della classe politica dirigente
E' proprio un ceto politico formato da soggetti inetti e presuntuosi, cinici, affaristi e privi di scrupoli, il principale responsabile delle scelte infauste che hanno accelerato il collasso del sistema economico internazionale. Non è un caso che la politica economica di Berlusconi e Tremonti si ispira da sempre al neoliberismo di pura facciata e convenienza, di origine tatcheriana, un'ideologia fallimentare che ha condotto intere nazioni (si pensi all'Islanda, all’Austria, alla Lettonia ecc.) all'attuale rovina economica.
Questa recessione è solo il prodromo di una depressione economica mondiale senza precedenti, per la cui soluzione non valgono rimedi ormai tardivi, misure demagogiche di pura facciata quali l'autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari e dei supermanager, né provvedimenti tesi alla moralizzazione dei mercati fiinanziari, e non servirà nemmeno una "nuova" Bretton Woods. Il G20 di Londra ha rivelato l'inconsistenza dell'attuale classe politica internazionale, incapace di fronteggiare la crisi e le sue drammatiche conseguenze in termini di conflitti sociali. Al massimo potrà ricorrere all'inasprimento e all’intensificazione della repressione poliziesca e carceraria, invocando svolte in senso autoritario e liberticida.
Temo, pertanto, che quel poco di democrazia esistente sia in grave pericolo, come è già accaduto rispetto ad altre spaventose crisi sociali ed economiche del passato. Si cerca di temporeggiare, quasi a voler esorcizzare la paura ancestrale della "bestia" (vale a dire la Crisi), il terrore suscitato dallo spettro di rivolte e rivoluzioni sociali che già si riaffacciano sulla scena della storia. Per la serie ”uno spettro si aggira per l’Europa”…
Soluzioni di comodo e di facciata
L’ipotesi più accreditata, proveniente da molti ambienti sedicenti “progressisti” e “di sinistra”, suggerita per vincere la crisi odierna (una crisi senza precedenti e riferimenti storici in assoluto) non sarebbe nel superamento o nell’abolizione definitiva del capitalismo (che mi pare francamente l'unica via d'uscita per evitare conseguenze più catastrofiche per l'intero genere umano), ma in una soluzione di stampo "keynesiano", una risposta già sperimentata in passato con esiti solo transitoriamente positivi.
La storia ci insegna che l'intervento dello Stato viene invocato (dai padroni capitalisti e dai loro servi e lacchè) solo in tempi di crisi e di grave depressione economica, per "socializzare le perdite", ovvero per salvare gli interessi delle imprese capitalistiche private, oppure per assorbire e nazionalizzare le banche ormai fallite, insomma per soccorrere il sistema capitalistico quando rischia di collassare, facendo ancora una volta pagare gli effetti, drammatici e dolorosi, della crisi esclusivamente alle masse lavoratrici, mentre in tempi di "vacche grasse" si pretende di ripristinare e rilanciare la "libertà del mercato", ovvero una totale e sfrenata "anarchia" dei profitti e degli affari senza alcun controllo e alcuna ingerenza da parte dello Stato, tornando a privatizzare gli utili e tornando a violare sistematicamente ogni regola ed ogni più elementare diritto. Beh, mi pare una soluzione di comodo e di convenienza ad esclusivo vantaggio dei soliti sciacalli e speculatori, affaristi cinici e privi di scrupoli, che restano puntualmente impuniti per i loro misfatti e i loro delitti contro la società.
Una via d’uscita dal vicolo cieco della crisi e della barbarie
Se non vogliamo lasciarci travolgere dagli eventi in corso, che preparano scenari futuri sempre più difficili e drammatici, è necessario non solo modificare nel breve periodo la mentalità delle persone, riducendo i consumi e abituandosi ad un tenore di vita più sobrio ed austero, quanto soprattutto agire affinché, nel lungo periodo, si possa mutare in modo radicale l'assetto stesso dei rapporti di produzione e di proprietà, vale a dire i rapporti di potere all'interno della società. In caso contrario, se si procede e si persevera nell'attuale direzione, che è quella che ha provocato la crisi odierna, si corre il rischio di imboccare un vicolo cieco senza via d'uscita, una deriva che condurrà direttamente verso la barbarie. Non sono un catastrofista, ma nemmeno uno sciocco ottimista. Bisogna prendere atto della realtà effettiva, della portata epocale della crisi, per provare a ipotizzare gli scenari futuri, non certo rosei e felici, prospettando una via d'uscita globale che si ponga come un’alternativa seria e concreta alla rovina e all’auto-dissoluzione del genere umano.
D’altronde, anche altri sistemi politico-economici del passato si erano illusi di essere "forti" proprio nel momento di massima crisi e debolezza, ma poi... sono miseramente caduti. Ecco qualche esempio storico. Si pensi all'assolutismo monarchico-feudale dell'Ancien Régime in Francia all'epoca della Rivoluzione del 1789. Oppure all'autocrazia zarista alla vigilia della Rivoluzione bolscevica del 1917. Risalendo molto più indietro nei secoli, si pensi al crollo dell'impero romano, ormai debole, marcio e corrotto al suo interno e per questo più facilmente esposto agli assalti e alle invasioni dei "barbari"... Potrei proseguire con altri esempi, ma credo che bastino quelli citati.
Necessità della critica come rottura storica rivoluzionaria
Non essendo un fatalista, non credo all’ineluttabilità del crollo del capitalismo, come non credo all’ineluttabilità del destino in generale. Semmai posso accettare e concepire l’idea di necessità, intesa in un’accezione non deterministica o meccanicistica, bensì come una tendenza potenzialmente intrinseca allo sviluppo storico. In tal senso penso alla necessità del crollo della società esistente, ovvero alla necessità di una rottura storica rivoluzionaria. Una necessità oggettivamente determinata che si deve accompagnare e legare a condizioni volontaristiche e a fattori soggettivi, quindi ad elementi di volontà e capacità politiche, alla possibilità ed alla capacità di un’azione politicamente rivoluzionaria.
Ciò che finora è mancato nella mia riflessione è soprattutto un’analisi critica concernente gli aspetti e le problematiche di ordine soggettivo e volontaristico, ossia un ragionamento politico che consideri ed esamini le contraddizioni tra le forze sociali e politiche nel quadro storico esistente. Non sono talmente ingenuo o sciocco da illudermi che il crollo del capitalismo sia inevitabile o che i capitalisti, di loro spontanea volontà, possano provvedere a farsi espropriare e a socializzare i mezzi della produzione economica. Non ci può essere alcun dubbio su questo punto.
Sono sinceramente convinto che tale compito rivoluzionario (e sottolineo il termine "rivoluzionario" per indicare il senso, la volontà e la necessità della rottura storica che è una tendenza potenzialmente intrinseca al momento di crisi e di transizione davvero epocale che stiamo vivendo, una crisi di sistema che è molto più vasta e complessa di quanto sembri) è un atto soprattutto volontaristico e soggettivo, che spetta alle forze produttive, ossia alle classi lavoratrici, se e quando queste sapranno organizzarsi materialmente e politicamente per la conquista e la (auto)gestione del potere e della proprietà economica. Allo stato attuale, tale risultato sembra ancora lontano dalla sua realizzazione storica. Infatti, il proletariato internazionale, le masse lavoratrici stanno già rispondendo alla crisi capitalista, ma le lotte operaie, benché condotte ad un livello ancora elementare e in forme spontanee, vengono puntualmente oscurate dai mass-media ufficiali, che evidentemente temono la diffusione e l’estensione delle lotte di classe su una scala più vasta. Ma ricordo che siamo solo ad uno stadio iniziale e non ancora esplosivo della crisi e, quindi, nella fase originaria ed embrionale delle contraddizioni di classe tra la borghesia capitalista e il proletariato internazionale.
Lucio Garofalo

I 12 bersagli russi dei missili nucleari Usa
Interessante l'evoluzione de lla strategia di
annichilimento nucleare Usa: durante la guerra fredda erano potenziali bersagli
dei missili nucleari 150 - 194 fra le principali città russe. ...
Ora invece si è passati a qualcosa di più realistico: "solo" 12 fra
raffinerie, impianti chimici e complessi industriali.
Vedere per credere!


IL MESSAGGIO DI DARIO FO PER IL XV° ANNIVERSARIO
In occasione del 15° anniversario del genocidio
in Rwanda del 1994, Dario Fo interviene con questo video alla commemorazione
organizzata il 7 aprile 2009 al Teatro Piccolo Eliseo di Roma dall’associazione
Bene-Rwanda. Partendo dalla percezione vaga e distorta che l’immaginario
occidentale ha del genocidio ruandese, il Premio Nobel prosegue con un’analisi
degli interessi geopolitici e delle responsabilità internazionali nei tragici
eventi del 1994, per finire con un’amara considerazione: la vergognosa
indifferenza con la quale il mondo intero assistette al genocidio di un milione
di persone in meno di 100 giorni senza intervenire, dipese anche e soprattutto
da una grave colpa di quel milione di vittime: il colore della loro pelle.
Per terminare di leggere l'articolo, vai su: http://www.benerwanda.org

L’ITALIA E’ UNA REPUBBLICA “ANTIMERITOCRATICA” FONDATA SUL LAVORO… PRECARIO
A volte mi chiedo perché in Italia (come altrove) la cosiddetta “meritocrazia” viene invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati e dipendenti, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, vale a dire per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non vengono applicati nei confronti dei quadri e dei livelli padronali, ossia per i megadirigenti e i supermanager che percepiscono profitti e compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella storia recente.
E’ evidente che un sistema economico che pretenda di essere meritocratico (solo a chiacchiere) non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia. Un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, in cui si registrano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi e in cui si evidenzia il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre a lavoratori già fortemente precarizzati e sottosalariati uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, provocando iniquità, divaricazioni e sperequazioni assolutamente crescenti e inaccettabili, scatenando contraddizioni sociali drammatiche ed esplosive. Specialmente in una fase storica segnata da una grave crisi economico-recessiva come quella attuale, una crisi che è di natura sistemica e strutturale, diffusa su scala globale.
Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come dappertutto, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.
Ritengo che proprio per adottare un regime di autentica meritocrazia sia necessario promuovere e sostenere una profonda trasformazione sia nell’assetto sociale che nella mentalità dominante, attuando un cambiamento radicale ed epocale sul versante economico-strutturale e politico-culturale.
In altri termini, la vera meritocrazia è possibile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, vale a dire in una società comunista: "una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni". Questo è un modello di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica… Dunque, l'antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti fautori e apologeti del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Tronchetti Provera & soci.
Lucio Garofalo

ANNIVERSARIO DELL'ASSASSINIO DI RACHEL CORRIE (clicca nel titolo)

Esce il libreria nella seconda metà
di aprile il nuovo libro di Fulvio Grimaldi
"Di resistenza si vince" su Gaza, da Gaza, Palestina, Medio
Oriente e riflessi mondiali.


I
MALI DELLA SCUOLA ITALIANA
Se
possibile, vorrei riassumere in una sorta di compendio, non “manualistico”
ma demistificante, quelli che, dal punto di vista di un insegnante,
costituiscono i problemi più urgenti e assillanti che pregiudicano e
condizionano molto negativamente la vita e il funzionamento della scuola
pubblica italiana.
Probabilmente,
nell’immaginario collettivo la scuola è recepita e considerata in modo
fallace e distorto a causa di insulsi e banali clichè,
ovvero sulla base di facili e comodi luoghi comuni estremamente
diffusi tra le persone, ma che in effetti corrispondono a false leggende
metropolitane che bisognerebbe provare a sfatare con
argomentazioni razionali e persuasive.
Negli
ultimi 15/20 anni i vari ministri che si sono avvicendati a capo del dicastero
della Pubblica Istruzione (qualcuno ha persino deciso di derubricare
l’aggettivo "Pubblica", tradendo in tal modo le proprie
intenzioni) hanno provveduto solo a progettare e varare la propria ipotesi di
“riforma scolastica” per apporre la propria firma, lasciando un segno
(inevitabilmente infausto e negativo) nella storia.
Insomma,
la scuola pubblica italiana è diventata una vera e propria cavia istituzionale,
soggetta ai continui e reiterati esperimenti di riforme e controriforme che si
sono rivelate assolutamente devastanti in quanto applicate in modo
improvvido e sconsiderato.
Come
non sembra essere un “infingardo pelandrone” il neoministro Renato Brunetta.
Il quale, appena insediatosi al vertice del proprio dicastero istituzionale,
evidentemente ossessionato dal mito stacanovista, si è prontamente attivato per
promuovere una vasta e martellante campagna anti-fannulloni. Richiamandosi ad
una teorizzazione (rivisitata) di Mao Tse Tung che ha influenzato
ed ispirato la rivoluzione culturale cinese, il "neomaoista"
Brunetta ha affermato in tono solenne che "bisogna colpirne uno per
educarne cento". Bene.
Allora,
si inizi a dare l’esempio al vertice dello "Stato-azienda", a
partire proprio dai quadri dirigenti più elevati che hanno dimostrato di essere
assolutamente inefficienti ed improduttivi. Se non addirittura fallimentari.
Penso, tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, ai dirigenti
pubblici che hanno affondato e rovinato la compagnia di bandiera dello
Stato italiano, l'Alitalia.
Questi
“solerti supermanager” ricevono uno stipendio annuo che si aggira intorno ai
500 mila euro, vale a dire oltre 1300 euro al giorno! Tale cifra è pari, se non
superiore al salario mensile (non giornaliero) percepito da un insegnante
qualsiasi o un operaio medio.
Lascio
a voi giudicare (liberamente e onestamente) l’estrema iniquità e la
sperequazione di questa forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. Un
divario scandaloso che è destinato non a ridursi, ma ad allargarsi
progressivamente. Come è già accaduto negli ultimi anni.
Infatti, qualcuno
mi spieghi come un insegnante che percepisce una retribuzione media che può
aggirarsi intorno ai 1200 euro mensili al netto delle imposte trattenute alla
fonte, può concedersi il "lusso" di pagare corsi di formazione e
di aggiornamento professionale, come può permettersi di acquistare
libri, materiali didattici e vari sussidi tecnologici quali cd multimediali,
programmi ed altri componenti essenziali al normale funzionamento di un computer
(si pensi solo ai costi delle stampanti, delle cartucce per l’inchiostro,
ecc.), insomma tutto quanto occorre per informarsi ed aggiornarsi sul piano
culturale e professionale.
Ho citato un caso
abbastanza dozzinale ma emblematico, che tutti possono valutare facendo un
calcolo matematico approssimativo, per far comprendere cosa significhi realmente,
quante spese effettive comporti lo studio e l’aggiornamento in un campo
professionale come l’insegnamento. Un impegno che non è solo assai difficile
e faticoso sul piano mentale, ma è altresì oneroso sotto il profilo economico.
Per cui non è più alla portata della maggioranza degli insegnanti italiani. I
quali sono notoriamente i meno pagati in Europa.
Progettifici
scolastici
Un
altro problema molto serio avvertito (non solo) dal corpo docente, è senza
dubbio quello delle cosiddette “attività aggiuntive” a carattere non
obbligatorio, vale a dire gli impegni e le iniziative progettuali di tipo
extra-curricolare. Mi riferisco in modo particolare ai progetti cosiddetti
P.O.N. e P.O.R. finanziati con fondi e sovvenzioni di provenienza europea,
nazionale e regionale.
Nel
campo della didattica e dell’istruzione scolastica i criteri di quantità e
qualità sono in genere difficilmente compatibili tra loro, nel senso che
l’una esclude l’altra. In genere la quantità di tipo
"industriale" rischia di inficiare e compromettere la qualità di un
progetto. Ciò è vero a maggior ragione in un sistema
scolastico-educativo, laddove i progetti sono prodotti in serie, praticamente
standardizzati. In tal modo le singole istituzioni scolastiche rischiano di
diventare vere e proprie "fabbriche di progetti", ossia “progettifici
scolastici”. Con inevitabili ripercussioni negative sulla qualità e sul
successo della formazione dei giovani.
Personalmente
non sono contro i "progettifici" per rivendicazioni ideologiche astratte,
schematiche e semplicistiche, ma per ragioni concrete legate alla mia esperienza diretta.
Nulla mi impedirebbe di essere favorevole ai progetti di qualità, purché
siano attuati sul serio, ma nel contempo sono cosciente che i casi virtuosi sono
eccezioni molto rare. Invece, i "progettifici scolastici" si
caratterizzano negativamente per vari motivi, anzitutto per una scarsa
intelligenza creativa e un’insufficiente trasparenza non solo formale o
procedurale, per un livello di inefficacia e inadeguatezza degli interventi, per
un’esigua e debole rispondenza alle reali esigenze psicologiche, formative,
culturali e sociali degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica
affaristica e aziendalistica.
Per
non parlare dei continui, imbarazzanti strappi alle regole, delle reiterate
violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle frequenti scorrettezze
commesse all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie, gelosie e
rivalità individualistiche, ovvero da altre meschinità e grettezze di origine
piccolo-borghese.
Trasparenza
e democrazia collegiale
Veniamo
alla questione della scarsa trasparenza nella gestione politico-amministrativa
ed economico-finanziaria delle scuole e al tema della democrazia collegiale che
ormai versa in condizioni estremamente fragili, critiche e decadenti.
Dall’emanazione
nel 1974 dei Decreti Delegati che istituirono varie forme e strumenti di
democrazia collegiale nella scuola, la partecipazione alla vita e al
funzionamento degli organi collegiali si è progressivamente ridimensionata e
deteriorata, fino ad essere sancita solo sulla carta. Oggi il potere decisionale
detenuto ed esercitato all’interno degli organi collegiali (Consigli di
Istituto, Collegi dei docenti, Consigli di classe, interclasse e intersezione)
esclude sempre più la maggior parte delle famiglie, degli studenti, del
personale docente e non docente. In pratica l’esercizio del potere
politico-decisionale nelle singole realtà scolastiche è riservato ad una
ristretta cerchia oligarchica formata dal Dirigente scolastico e dai suoi più
stretti e fidati collaboratori.
Esaminiamo
il caso emblematico di un organo collegiale come il Collegio dei docenti.
Un
tempo il Collegio dei docenti era la sede deputata a discutere gli argomenti più
elevati, tematiche psico-pedagogiche e didattiche, per cui gli insegnanti,
specialmente i colleghi più aperti, curiosi e motivati, culturalmente preparati
e coscienti, avevano modo di confrontarsi e maturare sotto il profilo
intellettuale e professionale.
Oggi
i Collegi dei docenti sono stati ridotti a centri di ratifica puramente formale
delle decisioni assunte dai Dirigenti scolastici e dai loro collaboratori. Tale
avallo avviene in genere attraverso modalità procedurali assolutamente
acritiche ed esautoranti, che negano ed umiliano la dignità e la sovranità dei
Collegi stessi.
In
pratica i Collegi dei docenti (o, volendo ricorrere a una formula dissacrante ma
efficace, intrisa di amaro e osceno sarcasmo, i "Collegi degli
indecenti") sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in
cui al massimo si dibatte di questioni di ordine prettamente
economico-finanziario, ma senza la necessaria e dovuta trasparenza informativa,
ovvero senza fornire tutte le informazioni e i dati relativi al budget
effettivo di spesa delle scuole. Insomma, i Collegi dei docenti avallano
senza neanche conoscere fino in fondo l'oggetto reale sottoposto
all'attenzione degli organi collegiali, vale a dire somme, fondi e
finanziamenti, in alcuni casi cospicui, che vanno a beneficiare e sovvenzionare
un'esigua minoranza di colleghi, coincidente quasi sempre con la ristretta
cerchia composta dal cosiddetto "staff dirigenziale".
Dall’autonomia
scolastica alla “controriforma Moratti”
Da oltre
15 anni la scuola pubblica italiana assiste ad un graduale e inarrestabile
declino e indebolimento della democrazia partecipativa, in modo particolare
dell’agibilità democratica e sindacale e degli spazi di libertà e legalità
vigenti al suo interno.
Tale
processo di logoramento e di involuzione in senso autoritario e antidemocratico,
è dovuto ai colpi letali inferti, senza soluzione di continuità, dai governi
sia di centro-sinistra che di centro-destra. Nel caso specifico, le principali
responsabilità politiche di tale decadimento sono da rinvenire in due momenti
storico-legislativi assai importanti e determinanti: l’istituzione della legge
sulla cosiddetta “autonomia scolastica” e l’applicazione della legge n.
53/2003, meglio nota come "riforma Moratti".
Negli
ultimi anni è stato possibile sperimentare come l’avvento della tanto
decantata "autonomia scolastica" e l’attuazione della succitata
"riforma Moratti", non hanno sortito esiti apprezzabili in
termini di apertura della scuola verso le reali esigenze del territorio.
La
mera formulazione giuridica della "autonomia" non ha stimolato le
singole scuole ad esercitare un ruolo davvero incisivo e trainante, di
intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto
socio-economico e politico di appartenenza.
In
molti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come "autonome",
hanno assunto una posizione subalterna verso i centri di potere vigenti nelle
realtà locali, e mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni,
assolutamente incapaci o restie a supportare finanziariamente un arricchimento
della qualità dell’offerta formativa delle scuole.
A
tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti
interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, in quanto
questa è diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità.
Questi fenomeni di disgregazione sono una conseguenza prodotta proprio dalla
tanto osannata "autonomia", nella misura in cui tale provvedimento
normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo ed efficiente,
ma in moltissimi casi ha generato solo confusione, contrasti, assenza di
certezze, violazione di regole e diritti, sia sindacali che democratici,
favorendo e incentivando comportamenti furbeschi, autoritari ed arroganti,
esasperando uno spirito di arrivismo e di accesa competizione per scopi
prettamente venali e carrieristici.
Dal
“ciclone Moratti” all’“uragano Tremonti-Gelmini”
Per
illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista critico sull'azione
“terapeutica” esercitata dal ministro Gelmini potrei ricorrere ad una
metafora molto semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come
quel medico che per "rianimare" un paziente quasi agonizzante decide
di sferrargli il colpo letale.
Oggi
la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e
tanto meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con
interventi di mera amputazione chirurgica. Al massimo potranno far
risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto sepolto per decenni,
la figura (obsoleta) del "maestro unico".
Un
anacronismo storico e metodologico-educativo che continua a sopravvivere
nell’odierna società, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento
da parte delle più aggiornate ed avanzate teorie nel campo psico-pedagogico e
didattico.
Il
“maestro unico” ha continuato ad esistere attraverso la
televisione-spazzatura, nell’impero globale delle merci e dei consumi, nel
pensiero unico dell’ideologia edonistica e consumistica trasmessa dalla
pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’appiattimento culturale
imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal “Grande Fratello”
televisivo, un potere economico-ideologico asceso stabilmente al governo della
nazione. Un dominio totalitario che include ed oltrepassa il fenomeno del
berlusconismo, avendolo assimilato ed inglobato nella propria sfera di
influenza.
Il
pensiero unico, oggi dominante, si è dunque diffuso in modo subdolo e capzioso,
come un virus pernicioso ed insidioso, frutto di un crescente degrado culturale
della società italiana (ed occidentale in genere), un degrado antropologico di
cui il berlusconismo è solo uno degli effetti (il più evidente e clamoroso,
forse) ma non la causa.
Le
radici storiche di tale degrado affondano in un’epoca relativamente recente.
Le
origini del degrado vanno ricercate più indietro nel tempo rispetto
all’avvento di Berlusconi e dei suoi network televisivi privati. Vanno
indagate in quella fase storica di transizione che sono stati gli anni ’60,
gli anni del “boom” economico-consumistico, gli anni della scolarizzazione e
dell’acculturazione (e dell’omologazione) di massa.
Anni
intensi e convulsi, segnati da grandi mutamenti socio-culturali, economici e
strutturali, anni in cui il “Potere occulto” del mercato e dei falsi bisogni
indotti, di cui parlava Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari”, si
imponeva in modo profondo e duraturo, quasi definitivo, affossando la
millenaria cultura contadina, una cultura statica ed immobile, in cui era
rimasto chiuso ed immerso gran parte del popolo italiano.
Oggi
questo degrado è come un’affezione tumorale causata da una contaminazione
originaria risalente a diversi anni addietro, ma che esplode improvvisamente,
degenerando in una metastasi cancerosa irreversibile e conducendo
irrimediabilmente allo stadio terminale. L’ultimo stadio della società
tardo-capitalista.

A 10 anni dalla "guerra umanitaria e di sinistra

Sono trascorsi dieci anni da quando, il 24 marzo 1999, iniziarono i bombardamenti della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava. Durarono ininterrottamente per 78 giorni, in assoluta violazione della Carta delle Nazioni Unite. Oltre diecimila furono le missioni d'attacco da parte di circa mille aerei alleati, furono usati più di 23 mila ordigni esplosivi, fra missili e bombe, senza contare le decine di migliaia di proiettili all'uranio impoverito. Ormai è ampiamente riconosciuto che la motivazione umanitaria della guerra - la liberazione del Kosovo dalla «pulizia etnica» praticata dalla Serbia - erano infondate e pretestuose . Tanto che potrebbe ricredersi persino l'allora presidente del consiglio italiano, Massimo d'Alema, che di quella aggressione fu un convintissimo sostenitore. Lo strumento bellico si è subito rivelato, com'era facile prevedere, incommensurabile e contradditorio rispetto alla difesa dei diritti della minoranza kosovaro-albanese, che gli aggressori proclamavano come il loro nobile obiettivo. La «guerra dal cielo» voluta dal presidente Clinton non ha portato la pace, la democrazia e la stabilità nei Balcani. L'odio, la violenza, la corruzione, la povertà, la prostituzione, lo squallore ambientale sono stati il lascito di questa guerra, come di molte altre guerre di aggressione. I territori e i centri urbani colpiti dai bombardamenti - da Pristina a Nis, a Belgrado, a Novi Sad, all'area danubiana - sono stati ridotti in condizioni preindustriali e ancora oggi, dopo dieci anni, portano i segni profondi della «guerra umanitaria». Migliaia di serbi e di albanesi hanno perso la vita o hanno subito gravi mutilazioni a causa dei bombardamenti. Ed altre persone innocenti hanno continuato ad essere vittime delle mine che le cluster bomb hanno lasciato sul terreno, e della contaminazione prodotta dai proiettili all'uranio impoverito sparati dagli aerei statunitensi. Com'è noto, nel Kosovo la «pulizia etnica» non è stata fermata dalla guerra: ha soltanto mutato direzione. Dopo la «liberazione» sono stati gli estremisti kosovaro-albanesi ad usare spietatamente la violenza contro quello che è rimasto della minoranza serba. E altrettanto si può dire per il dramma dei profughi. I kosovaro-albanesi, che in gran numero avevano abbandonato la loro patria dopo l'inizio dei raid della Nato, sono rapidamente rientrati nei loro territori. Ma centinaia di migliaia di serbi e di rom - in parte già cacciati con la forza dalla Krajina e dalla Slavonia orientale - sono ancora oggi ammassati in territorio serbo, in condizioni altamente precarie. Stessa sorte è toccata a oltre duecentomila serbi e rom che vivevano nel Kosovo. Quali sono state le vere motivazioni e i veri obiettivi strategici della guerra di aggressione degli Stati Uniti e della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava? Questo è un punto cruciale, ancora oggi di grande attualità. È sempre più evidente che la «guerra umanitaria» della fine del scolo scorso ci ha definitivamente introdotti nel New World Order progettato dagli Stati Uniti dopo il crollo dell'impero sovietico: il disegno strategico di un assetto unipolare delle relazioni internazionali dominato dalla superpotenza americana. La principale lezione che la guerra per il Kosovo ha impartito è che i processi di globalizzazione e di concentrazione del potere internazionale richiedono nuove forme di uso della forza. Come hanno sostenuto Alvin e Heidi Toffler, gli Stati Uniti, già a partire dalla Guerra del Golfo del 1991, si sono mostrati pronti ad affrontare la nuova situazione del mondo puntando, oltre che sul loro assoluto predominio nucleare, su sofisticate strategie informatico-militari. In poco più di dieci anni le strutture militari degli Stati Uniti hanno subìto una trasformazione radicale - tecnologica, organizzativa, strategica, logistica - e questo è stato perfettamente confermato dalla «guerra dal cielo» contro la Repubblica Jugoslava, che ha traumatizzato il mondo intero poiché ha mostrato l'irraggiungibile superiorità militare della potenza americana. La vittoria degli Stati Uniti è stata assoluta. La costruzione (illegale) dell'immensa base militare di Camp Bondsteel a Urosevac, nel cuore del Kosovo, ne è ancora oggi la più concreta, irrefutabile dimostrazione. È la prova che, grazie alla «guerra umanitaria» della Nato, gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo militare dell'intero Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente, oltre che dei Balcani. È sullo sfondo di questo contesto che si spiega sia l'imponente sviluppo del terrorismo internazionale a partire dalla guerra del Golfo del 1991, sia la serie di guerre preventive scatenate dagli Stati Uniti e dai loro più stretti alleati contro l'Afghanistan nel 2001 e contro l'Iraq nel 2003. E si spiegano le pressioni che oggi vengono esercitate, con la complicità dello Stato di Israele, nei confronti della Siria e soprattutto dell'Iran. Quella che chiamiamo «globalizzazione» non è un processo spontaneo di unificazione del mondo grazie alla leggi del mercato, secondo la retorica neoliberista. La globalizzazione, per le crescenti discriminazioni economiche e politiche che comporta, richiede una costante vigilanza a livello globale, come emerge dalle strategie geopolitiche elaborate dai «cartografi» statunitensi nei primi anni Novanta del secolo scorso. Gli interessi vitali dei paesi industriali - si è sostenuto - sono diventati più vulnerabili per quanto riguarda l'accesso alle fonti energetiche, la sicurezza dei traffici marittimi ed aerei, la stabilità dei mercati finanziari, il controllo della produzione delle armi biologiche, chimiche e nucleari. L'uso preventivo della forza nella guerra globale contro il terrorismo deve essere perciò previsto e pianificato dalle potenze occidentali per la semplice ragione che esso è inevitabile: la globalizzazione deve essere sostenuta da robuste protesi militari. Si vedrà nei prossimi mesi, soprattutto in Afghanistan - se con la presidenza di Barack Obama il modello della guerra umanitaria e preventiva verrà abbandonato per una strategia almeno tendenzialmente multilaterale e post-egemonica. Oggi nessuna previsione ottimistica è legittima. L'ottimismo è impedito dall'idea, espressa dal nuovo presidente e dal suo Segretario di Stato, Hillary Clinton, che il terrorismo si sconfigge in Afghanistan e che per questo è necessario intensificare e concentrare nell'area afghano-pakistana l'impegno militare degli Stati Uniti e dei loro alleati europei, ancora una volta sotto l'egida illegale della Nato.

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| Giuseppe Di Vittorio
Giuseppe Di Vittorio nasce a Cerignola il 13 agosto del 1892. Il padre Michele è un lavoratore dei campi e tutta la famiglia è costituita da braccianti agricoli. Nel 1904, nel maggio, partecipa ad una manifestazione di lavoratori agricoli, durante la quale interviene la polizia. Quattro lavoratori vengono colpiti a morte. Fra questi un suo giovane amico quattordicenne, Antonio Morra. Nel 1910, alla fine di novembre, diventa segretario del circolo giovanile socialista di Cerignola, che prende il nome di "XIV maggio 1904", per ricordare l'eccidio consumato in quell'anno. Il circolo prende ben presto un indirizzo a carettere sindacalista rivoluzionario, staccandosi dal PSI e aderendo alla Federazione di Parma della gioventù socialista. Nel 1915 è richiamato in guerra e dopo aver partecipato a parecchie azioni rimane ferito. Per il suo passato di "sovversivo", dopo un lungo peregrinare, viene inviato a Porto Bardia, in Libia. Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. In questo periodo dilaga il fascismo, con la violenza piu' spietata, in molti centri pugliesi considerati le roccaforti del movimento socialista e, soprattutto, delle orgsnizzazioni sindacali dei lavoratori. Queste fanno capo, in parte, alla CGdL, di orientamento socialista, e in misura consistente (Cerignola, Minervino, Corato, Bari) all' Unione sindacale italiana, di cui Di Vittorio è il maggiore e piu' qualificato esponente. La resistenza al fascismo era molto forte in Puglia e Di Vittorio ne era uno degli animatori piu' convinti e deciso. Ed è proprio in seguito ad uno sciopero regionale antifascista, in un momento in cui il movimento operaio è gia' in ritirata, che Di Vittorio viene arrestato. Su pressione delle leghe e della Camera del Lavoro viene candidato alle elezioni del 1921; lo scontro in quella campagna elettorale è totale: i fascisti provocano una strage a Cerignola (nove lavoratori uccisi). Nonostante il clima di violenza e di intimidazione Di Vittorio viene eletto. Per tutto il 1921 e fino ai primi mesi del 1923, l'attenzione preminente di Di Vittorio e' rivolta alla situazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni in Puglia, sottoposta ad un'opera di logoramento fino alla distruzione. Egli stesso e' bandito dalla sua citta', dai fascisti di Cerignola. Ma e' a Bari che egli mette a profitto tutta la sua esperienza, nella Camera del Lavoro. L'occasione e' offerta dallo sciopero nazionale, detto "legalitario", dell'estate 1922, che ha luogo in tutta Italia per imporre la fine delle delle violenze fasciste ed il ritorno al rispetto della legge. Indetto dall' Alleanza nazionale del lavoro lo sciopero si risolse in una amara sconfitta: furono poche le realta' nel quale si costitui' un ampio schieramento antifascista. Una di queste e' stata Bari, e la sua Camera del Lavoro che riusci' a costituire un ampio schieramento di forze (socialisti, sindacalisti, anarchici, comunisti, ufficiali fiumani, arditi del popolo) e tenne in scacco i fascisti fino all'ottobre del 1921, quando intervenne l'esercito a conquistare e sciogliere la Camera del Lavoro. Sul finire del 1922 per Di Vittorio non e' piu' possibile vivere in Puglia. Si trasferisce a Roma. Nel 1924 avviene l'incontro con Antonio Gramsci e con Palmiro Togliatti, che lo porta ad aderire al Partito Comunista. Insieme con Ruggiero Grieco, dirigente comunista pugliese, avvia un'interessante lavoro per gettare le basi di un'organizzazione autonoma dei contadini italiani, in primo luogo nelle regioni meridionali. Il clima e' quello della semilegalita' che ben presto diventera', ai primi di novembre del 1926, illegalita' piena e totale. Fra il 1928 ed il 1930 è in Urss, rappresentante del Pcd'I presso l'Internazionale Contadina. Nel 1930 va a Parigi per far parte del gruppo dirigente del PCI e per assumere l'incarico di responsabile della CGIL clandestina. E' fra i primi ad accorrere in Spagna dove ad Albacete partecipa all'organizzazione delle Brigate Internazionali con Luigi Longo e Andrè Marty ed altri dirigenti. Rientrato in Francia nel 1939 dirige "La voce degli italiani", quotidiano antifascista. Arrestato nel 1941 viene tradotto in Italia e destinato a Ventotene. Nel '43 viene liberato e partecipa alla lotta di Liberazione. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, diviene segretario generale della Cgil unitaria e poi, dopo la scissione, della Cgil fino alla sua morte. Tra le sue innumerevoli iniziative, va almeno ricordato il Piano per il lavoro, del 1949. Nel 1953 viene eletto presidente della FSM (Federazione Sindacale Mondiale). Deputato alla Costituente del '46, la sua convinta adesione agli ideali comunisti fu comunque sempre contraddistinta da una totale autonomia, che ebbe il suo momento più noto nella condanna decisa della feroce repressione sovietica in Ungheria nel 1956. Un altro punto fermo del suo pensiero fu il rifiuto della violenza nelle lotte di massa e nell’azione del movimento sindacale, convinto come era che nel nuovo regime democratico ai lavoratori erano dati gli strumenti pacifici per sviluppare le loro rivendicazioni e per allargare la loro influenza sugli altri ceti della popolazione italiana. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli sbagli della organizzazione che dirigeva, e memorabile in questo senso rimane il discorso al comitato direttivo della Cgil dell’aprile del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Fiat. Morì il 3 novembre del 1957 a Lecco, dopo un incontro con i delegati sindacali.
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LA “SCISSIONE DELL’ATOMO” ovvero DIVIDI I COMUNISTI E GOVERNA
Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un singolare fenomeno di scissione e disintegrazione degli “atomi comunisti”, già di per sé super-atomizzati, ovvero alla polverizzazione dei residui ancora presenti tra le schiere ormai dissolte del vecchio Partito Comunista Italiano. Un partito che già molti anni prima del Congresso della Bolognina e del cambio del nome (il passaggio da PCI a PDS) voluto dall’allora segretario Achille Occhetto, ancor prima della stessa gestione di Enrico Berlinguer, ma sin dai tempi del leader stalinista Palmiro Togliatti, non era più quella formazione classista e rivoluzionaria fondata da Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, bensì una forza politica indubbiamente di massa, ancorché interclassista e riformista, per non dire revisionista. Insomma, un partito incamminato sulla strada della socialdemocrazia europea, pienamente integrato nel sistema statale borghese, di cui nel secondo dopoguerra divenne un sicuro e tenace baluardo difensivo.
L’ennesima “scissione subatomica” consumatasi nella sinistra italiota, è stata provocata dalla “particella vendoliana”. I vendoliani sostengono che oggi la funzione storica e la spinta propulsiva dei partiti comunisti si siano ormai esaurite, che il cambiamento e il progresso della società (italiana ed europea) siano un compito spettante ad una sinistra “rinnovata e ricomposta” che sappia aggiornare l’ispirazione socialista e socialdemocratica. Il riferimento più concreto e visibile di questa linea, nell’attuale scenario della "sinistra europea", è l'esperienza tedesca della Linke. Addirittura una parte dei vendoliani ritiene che se il Pd si spaccasse e D'Alema riuscisse a diventare il nuovo riferimento del partito della sinistra, essa opterebbe per questa nuova “dimora politica”: D’Alema, Mussi e Vendola si ritroverebbero insieme dopo tanto tempo, da quando erano nella Federazione Giovanile Comunista, e saprebbero condurre molto lontano la “sinistra” di questo sventurato paese… Mah, nutro seri dubbi!
Il Prc dopo il congresso di Chianciano e dopo la “scissione particellare” dei vendoliani
Nel frattempo, all’interno del gruppo dirigente del Prc sembra essersi compiuta una “svolta a sinistra”, sancita e proclamata nell’ultimo lacerante congresso nazionale del partito, svoltosi a Chianciano nel luglio scorso, che ha provocato lo strappo e infine la scissione della “particella” vendoliana. Ma è altresì vero quanto ha giustamente notato Ramon Mantovani (si visiti il suo blog personale), ossia “[…]per dirla senza giri di parole, il PRC continua ad essere in troppe giunte (basti pensare a quelle calabresi e campane) e ha già avviato trattative per la continuazione o inaugurazione di esperienze di governo su una linea minimalista e frontista che è la stessa degli ultimi anni. La svolta a sinistra nella maggioranza dei territori non c’è. C’è un continuismo che nella attuale situazione si configura come una vera e propria svolta a destra.” L’autore del pezzo è Ramon Mantovani, uno dei dirigenti più onesti, coerenti e credibili del Prc. Detto questo, nulla vieta di ragionare ed agire sui territori insieme con i compagni veri, seri e credibili rimasti nel Prc, che sono ancora tanti. Senza soluzioni egemoniche o di annessione, senza farsi inglobare o riassorbire, ma conservando una propria identità ideologico-politica e propugnando un progetto unitario che proceda verso l’avvio di un processo di riaggregazione di una soggettività più vasta ed eterogenea in chiave autenticamente anticapitalista, pacifista ed antagonista: una formazione politica di classe e di massa, animata da un’ispirazione comunista libertaria, antiautoritaria ed anticapitalista. Insomma, una moderna sinistra di classe, antagonista e rivoluzionaria, in grado di promuovere una radicale trasformazione dell’attuale società in senso comunista e libertario, a partire da una capacità di lettura, di analisi e di interpretazione teorica rigorosamente scientifica e critico-razionale. In questa fase, i tatticismi (ovvero gli opportunismi) non possono e non devono prevalere sui fini e sui principi, i quali finirebbero per soccombere. Al contrario, i tatticismi bizantini dovrebbero addirittura scomparire, non solo dalla pratica politica quotidiana, bensì pure dal vocabolario di una formazione e di un movimento che aspiri a trasformare radicalmente la società borghese in cui viviamo. Una società fondamentalmente ipocrita ed opportunista. Inoltre, il progetto di ricostruzione di un’autentica sinistra anticapitalista ha bisogno di una sua profonda credibilità (morale, prima che politica) che verrebbe inevitabilmente inficiata proprio dall’anteporre le questioni e le esigenze di ordine tattico (ossia di natura opportunistica) alle priorità e finalità politiche di fondo, che sono da propugnare e perseguire “senza se e senza ma”.
Psicopatologia quotidiana dei comunisti
Ormai il vero problema dei comunisti attiene più alla psicologia, se non addirittura alla psichiatria, che alla politica. Infatti, è più che palese un dato di fatto che, in qualche misura, è riconducibile ad una forma di psicopatologia politica. La vera malattia da cui sono affetti molti sedicenti “comunisti” è di origine isterica, è una forma di sadico snobismo intellettuale e di distorsione mentale che li perseguita e li affligge costantemente, per cui sembra che provino gusto e un piacere quasi masochistico nel dividersi in modo crescente, nello scindersi in particelle subatomiche sempre più ridotte e parcellizzate, sempre più infinitesimali. In tal guisa, ogni “atomo” diventa un referente del nulla, nella migliore delle ipotesi è un referente di se stesso, ragion per cui i governi dei padroni e i loro servi avranno vita facile e vinceranno sempre più agevolmente, conservando e perpetuando il proprio potere sulle masse lavoratrici. Se questo è il modo di far politica dei “comunisti”, di vivere la politica e la vita in generale da parte delle “particelle comuniste” (almeno un tempo si parlava di “cellule comuniste”: la cellula è una grandezza superiore rispetto all’atomo), allora io mi sento distante anni luce da un mondo così assurdo e nevrotico e me ne discosterò sempre più.
Lucio Garofalo

UN SOLO POPOLO E UN SOLO STATO
DIFFERENZE TRA ANTISIONISMO, ANTISEMITISMO ED “ANTISCEMITISMO”
L'antisemitismo non è uno scherzo e non si può liquidare certamente con alcune freddure tanto stupide quanto inappropriate sull’ “antiscemitismo”, che non suscitano alcuna ilarità se non quella di qualche pennuto affetto da aviaria. Quando parlo di "antisemitismo" mi riferisco sia all'antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, ovvero il comune, classico razzismo contro gli Ebrei, vittime dell'Olocausto compiuto dai nazisti, sia all'antisemitismo odierno commesso contro il popolo palestinese, anch'esso appartenente alla stirpe "semitica", anch'esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione imperialista, di atti sistematicamente ostili e terroristici, di veri e propri eccidi di massa, di cui ben conosciamo i responsabili. Il razzismo vero e proprio, il peggior "antisemitismo", non semplicemente ideologico, ma brutalmente politico-militare, è quello messo in pratica da coloro che rappresentano i veri criminali, assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi soci anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi decenni dallo Stato di Israele con l'appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e non militarizzate che vivono nella striscia di Gaza? Rammento che una risoluzione dell'ONU, la 1544 del 19 maggio 2004, ha condannato le violenze israeliane in quella regione, chiedendone l'immediata cessazione. Ma, come tantissime altre risoluzioni delle Nazioni Unite, anche questa è stata disattesa e violata da Israele, che è il vero "Stato canaglia" del Medio Oriente. Ricordo che Israele possiede da decenni la bomba atomica, ma nessuno si è mai azzardato a condannarla o criticarla per questo, mentre si cerca di strumentalizzare in modo assolutamente pretestuoso la semplice volontà del regime iraniano (un regime indubbiamente tirannico ed oppressivo, che io non approvo affatto) di dotarsi di armi nucleari, così come hanno fatto in passato gli USA (che sono stati gli unici ad usare armi atomiche contro popolazioni civili, in Giappone, nell'agosto del 1945), l'ex URSS, la Gran Bretagna, la Francia, l'India e il Pakistan. Ricordo che il Mossad (il famigerato servizio segreto israeliano) era al corrente in netto anticipo del piano che prevedeva l’attentato dell'11 settembre 2001. Non a caso, in quegli edifici non si trovava nessun cittadino ebreo, in quanto pare che si fossero tutti messi in "malattia" proprio quel giorno! Non è strano che nell'elenco delle tremila vittime circa, sepolte sotto le Torri Gemelle non figuri alcun nome ebraico? (Inoltre, detto per inciso, le Twin Towers vennero abbattute in seguito all'impatto dei due aerei o, piuttosto, crollarono per effetto di un'implosione innescata volontariamente? Non sono soltanto io a chiederlo, ma lo ipotizzano da tempo anche numerosi esperti di ingegneria edile, e non solo.)
Se con l’orribile accusa di "difensore di criminali" si intende infamare chiunque si schieri a fianco delle popolazioni palestinesi, assolutamente inermi e non militarizzate, che vivono nella striscia di Gaza e sono massacrate senza pietà dalle truppe israeliane, ebbene sì, ammetto che quella definizione si adatta al sottoscritto. Così come mi ritengo uno strenuo difensore della causa e delle ragioni del popolo ebraico quando questo è stato ed è oggetto di razzismo, così come quando fu vittima dell'Olocausto, degli eccidi di massa nelle camere a gas, nei lager nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Tale chiosa mi serve per spiegare ulteriormente la mia posizione in materia di "antisemitismo". Sarebbe tuttavia assurdo e complicato se cominciassimo a risalire indietro nel tempo, sino agli albori dello Stato di Israele, o addirittura più indietro, sino alla nascita e alla costituzione del movimento sionista internazionale. Un movimento che è stato (ed è tuttora) propugnatore irriducibile della causa ebraica più oltranzista, ed ha fatto ricorso anche a metodi, attività e pratiche terroristiche, che ancora oggi sono una prerogativa e una costante della politica di Israele e del sionismo internazionale. Dunque, mi limiterò (per il momento) a formulare una precisa, elementare, ma agghiacciante domanda: come mai chi difende a spada tratta lo Stato di Israele contro i suoi nemici e si adopera in tutte le maniere per denunciare ogni accenno di antisemitismo, non reagisce allo stesso modo, non si indigna minimamente, non si commuove neppure a compassione di fronte alle violenze, ai patimenti e alle sopraffazioni sofferte per lunghi decenni dal popolo palestinese, a causa di uno Stato il cui popolo ha vissuto per secoli le medesime ostilità e persecuzioni, in tutto il mondo, ma soprattutto durante la seconda guerra mondiale? La "diaspora" del popolo palesinese non merita lo stesso rispetto e la stessa considerazione che riconosciamo (giustamente) alla "diaspora" del popolo ebraico? Il genocidio del popolo palestinese non merita la stessa condanna, la stessa risposta e risoluzione, adottate rispetto all'Olocausto contro gli Ebrei? Nel contempo mi preoccupo di far presente che non sono affatto antisemita. Non sono antisemita in quanto non disprezzo, non perseguito, non insulto alcun popolo di origine semitica, sia che si tratti del popolo ebraico che di quello arabo, dato che non ho alcuna ragione personale, o di altra natura, per farlo. Invece, confesso di essere antisionista, nella misura in cui condanno con fermezza la politica di aggressione e di espansionismo economico-militare perseguita negli anni da Israele ai danni delle popolazioni palestinesi, sempre più confinate ed incalzate nella striscia di Gaza, costrette a subire quotidianamente stragi, persecuzioni e violenze d’ogni tipo da parte di truppe ostili ed occupanti.
Ho letto qualcosa a proposito di uno dei più grandi uomini della storia non solo ebraica ma universale, un vero ebreo socialista, laico ed antisionista: Martin Mordechai Buber. Il quale sosteneva che lo Stato di Israele, ancora lungi dalla sua nascita, non avrebbe dovuto assumere un'identità di tipo etnico-confessionale. Quest'uomo, dotato di buon senso, pensava alla costituzione di un'unico Stato che riunisse tutti i semiti presenti in Palestina. Invece, altri “padri fondatori” della nazione israeliana, di diversa estrazione politico-ideologica, hanno voluto ed imposto la formazione di uno Stato su basi etnico-religiose, strutturato in senso esclusivista e razzista. Tra i nomi dei leader sionisti che hanno contribuito alla creazione dello Stato israeliano come si configura oggi, è inevitabile citare: Davide Ben Gurion, capo dell'Hagamah, l'Agenzia ebraica sionista; Shamir e Begin, capo dell'Irgun, nonché la famigerata Banda Stern, descritte dai Britannici (e non dal sottoscritto) come vere e proprie organizzazioni terroristiche. In senso opposto si muoveva Martin Buber. Questi è ritenuto uno dei padri spirituali della patria e della nazione israeliana, un pò come il nostro Giuseppe Mazzini (scusate il paragone, forse un pò azzardato). E' stato uno dei più importanti filosofi del secolo scorso. Era di orientamento esistenzialista e socialista, ma dissentiva profondamente nei confronti dell'ideologia sionista. Martin Mordechai Buber era esattamente di nazionalità austriaca e di origine ebraica. Aderì inizialmente al movimento sionista internazionale, ma se ne distaccò molto presto, non appena si rese conto della vera natura di quel movimento, per aderire ad una filosofia di ispirazione esistenzialistica e socialista, e abbracciare la causa della convivenza pacifica tra i popoli in Palestina. Infatti, egli sosteneva che lo Stato di Israele, che si sarebbe formato nel 1948, non dovesse reggersi su un fondamento etnico-confessionale (come poi è accaduto), tanto meno di tipo oltranzista. Basti pensare ai vari gruppuscoli estremistici di destra e alle diverse formazioni politico-religiose integraliste, ben rappresentate nel Parlamento israeliano. Oppure si pensi solo al Likud, un partito di orientamento ultraconservatore, che costituisce la principale forza politico-istituzionale del paese, insieme al partito socialista. Per contro, Martin Buber pensava alla creazione di un unico Stato che riunisse tutti i popoli semiti in Palestina, Ebrei ed Arabi musulmani, per metterli in condizione di convivere pacificamente e di condividere, con pari dignità e pari diritti, le responsabilità della direzione e dell'organizzazione politica, economica e sociale di uno Stato non confessionale, ma laico e inter-religioso. Altro che "due popoli e due Stati": un solo popolo ed un solo Stato! Questa era la geniale, ambiziosa ma non utopica, in qualche modo "profetica" visione di Martin Buber. Invece, Ben Gurion, Begin, Shamir ed altri leader sionisti, moderati o estremisti che fossero, hanno pensato e partecipato alla creazione di Israele così come esso si struttura oggi: uno Stato ebraico di natura etnico-confessionale, con aspirazioni imperialistiche accentuate e prepotenti, ossia con una decisa predisposizione all'aggressività ed all'espansionismo verso l'esterno.
Restando in tema, voglio citare una frase che mi piace molto, per poi congedarmi. L'autore è sicuramente un ebreo, ma ignoto; tuttavia il senso del concetto è senza dubbio condivisibile da parte di tutte le persone dotate di buon senso. Ecco la frase: "Se tu scrivessi ebrei invece di israeliani, coinvolgeresti anche me che sono ebreo, ma non israeliano, e che sono antisionista". In questa felice affermazione è riassunta tutta la differenza semantica, politica e culturale tra i concetti di "antisemitismo" ed "antisionismo". Alcuni opinionisti “filoscemiti” e filosionisti di casa nostra asseriscono che Israele avrebbe fatto bene a violare le risoluzioni dell’ONU, compresa l'ultima in ordine di tempo, la 1544, al fine di proteggersi dai suoi nemici. Dunque costoro, come Israele, si auto-escludono dalle norme della legalità internazionale, dalla civile convivenza tra i popoli, per cui meritano solo parole di biasimo e disapprovazione.
Tornando alla questione dell’antisionismo, voglio ribadire la mia posizione nettamente contraria al sionismo come dottrina politica. Tuttavia, tale posizione non può essere confusa, se non in malafede, con l’antisemitismo, e tanto meno con il negazionismo. Bisogna ripudiare e condannare qualsiasi manifestazione razzista, contrastare ogni insorgenza nazi-fascista, rigettare tutte le idee e le opinioni che tendono a separare gli uomini e i popoli in “superiori” ed “inferiori”. Proprio per tali ragioni ritengo che l’assunzione del sionismo come base fondativa dello Stato di Israele abbia condotto a politiche persecutorie ed aggressive verso i popoli confinanti e soprattutto verso i legittimi abitanti della Palestina. Occorre proclamare con forza che lo Stato di Israele, fino a quando si definirà lo Stato Ebraico anziché uno Stato laico e non confessionale, sarà sempre uno Stato fondato sull’esclusione e sulla discriminazione religiosa e razziale. E’ necessario denunciare e riprovare le occupazioni e le aggressioni di Israele contro i popoli e i Paesi dell’area mediorientale, fino a quando lo Stato di Israele continuerà ad aggredire ed occupare territori altrui, violando le risoluzioni dell’ONU.
Infine, è molto importante saper distinguere tra ebrei ed israeliani, e parlare di “politiche aggressive di Israele e dell’esercito israeliano”, e non di Stato ebraico.
Shalom!
Lucio Garofalo
***
CHI E’ BARACK OBAMA?
L’avvento improvviso e quasi “messianico” di un personaggio “politicamente corretto” quale Barack Obama e la sua elezione alla White House (che forse sarebbe più giusto ribattezzare Black House) costituiscono senza dubbio l’altra faccia della stessa medaglia. Mi riferisco alla medaglia dell’establishment industriale, finanziario e militare statunitense. Un sistema di dominio economico-militare che, con la famiglia Bush negli ultimi anni e, ancor prima, dall’inizio degli anni ’80 con Ronald Reagan (e la Tatcher in Gran Bretagna), ha offerto al mondo l’aspetto più atroce e spaventoso, vale a dire il volto del neoliberismo più affarista, cinico e spregiudicato, del conservatorismo più oltranzista, retrivo e reazionario, dell’ingerenza imperialista e bellicista, dell’offensiva unilateralista e neocolonialista. Insomma, ha mostrato la parte più oscura e perversa, criminale e spietata, della strategia politica nordamericana, che ha reso gli USA una superpotenza assai invisa e sgradita agli occhi di mezzo mondo.
Invece, il viso “bello e abbronzato” di Obama rappresenta la versione soft, amabile e giovanile, il simbolo buono ed onesto, simpatico e gentile, democratico e progressista, pragmatico e positivo, degli Stati Uniti e del capitalismo made in USA. Un capitalismo che ha semplicemente rinnovato il proprio look esteriore mediante una riuscitissima operazione di lifting, il cui felice risultato viene quotidianamente esaltato e pubblicizzato da una potentissima ed efficientissima cassa di risonanza mediatica planetaria. Ma si tratta pur sempre del medesimo apparato di potere economico-imperialista che si è imposto a livello globale nell’ultimo secolo e oggi decide di esibire al mondo il suo lato eticamente, politicamente ed esteticamente più accettabile e gradito: si chiama ”effetto Obama”.
E’ la medesima logica di forza e di comando che in passato ha promosso guerre feroci e sanguinose, ha provocato miseria e sottosviluppo, ha seminato terrore e violenza in tutto il mondo, ha partorito ed allevato, addestrato e finanziato, usato e poi rinnegato orribili mostri internazionali quali, ad esempio, Bin Laden oppure, in passato, il generale Manuel Noriega, famigerato dittatore del Panama e agente collaboratore della CIA. E’ la stessa forza suprema che ha ordito trame e complotti eversivi e terroristici (si legga pure “strategia della tensione”) al fine di destabilizzare per stabilizzare, ossia controllare e sottomettere più facilmente i popoli e le nazioni della Terra, ha organizzato colpi di stato militare per abbattere e sovvertire governi democraticamente eletti dal popolo: si pensi emblematicamente al golpe cileno del generale Pinochet, che rovesciò e soffocò in un bagno di sangue il legittimo governo di Salvador Allende. E’ la stessa macchina economico-imperialista che ha appoggiato e sponsorizzato le peggiori dittature fasciste e paramilitari, e gli odierni regimi criptoislamico-fascisti: si pensi, ad esempio, al vecchio regime iracheno baathista di Saddam Hussein, a quello pakistano, oppure alla satrapia aristocratico-familiare in Arabia Saudita ed altre tirannie di stampo semifeudale sparse ovunque nel mondo. Infine, è lo stesso assetto di predominio che ha generato l’attuale crisi economico-finanziaria che si va estendendo e amplificando su scala planetaria, investendo le strutture stesse del capitalismo globale, ed ora ha fatto eleggere il “meticcio” Obama alla Casa Bianca allo scopo di governare e superare questa difficile fase di recessione economico-produttiva e di transizione storico-politica internazionale.
Dunque, chi è Barack Obama se non l’altra faccia dell’egemonia e della supremazia imperiale nordamericana? Consegno ai posteri la (non) ardua sentenza.
Lucio Garofalo

PER L’ANNNIVERSARIO DEL MASSACRO DEL 19 DICEMBRE DEL 2000 NELLE PRIGIONI IN TURCHIA
“Agli occhi cerchiati di nero delle madri dei giovani torturati ed uccisi nelle carceri turche a quelli che lottano perché la loro patria esca da un medioevo tenebroso ( Dal libro Tulipani Rossi)
19 dicembre …..
04,30 …..
Fuoco…..
Fosforo Bianco….
Wernicke-korsakoff..
600…..
122…..
Forse questi termini e le parole
non vi dicono niente. Ancora una volta i calendari ci fanno vedere la data del
19 dicembre.
Ancora una volta si riprende la nostra rabbia e il nostro dolore. La data che
nessun essere umano può dimenticare , è la data della carneficina nelle
carceri turche, che è iniziata il 19 dicembre 2000, alle ore 04,30 di
mattina…
Lo stato fascista turco con migliaia di soldati con armi pesanti, con più di
20.000 bombe lacrimogene e con gas chimico (napalm, fosforo bianco…) ha fatto
l’assalto alle diverse carceri turche, 28 prigionieri politici sono stati
massacrati. Sono stati bruciati vivi, carbonizzati nelle loro celle …
Non era la prima volta che lo stato turco attaccava i carceri, dove sono
rinchiusi i prigionieri politici, ci sono stati anche altri assalti nel 1995,
1996, 1999. Però quello del 19 dicembre 2000 è stato il più sanguinoso.
Ascoltiamo il racconto di un testimone come ha appreso la notizia della
carneficina nelle carceri:
(...) il 19 dicembre verso le
04,30 di mattina squilla il telefono, non ho voglia di svegliarmi, perché sono
stanchissimo: ho lavorato troppo. Ma il telefono non si ferma. Con gli occhi
chiusi afferro la cornetta. Una voce impaurita mi dice: “Accendi subito la
televisione, succedono cose terribili in Turchia.” Così prendo il telecomando
e comincio a cercare i canali. Quando trovo il canale che mi interessa, rimango
allibito fisso sullo schermo. Non credo ai miei occhi. Vedo elicotteri sopra le
carceri, vedo fumo dappertutto. Lo speaker annuncia con un tono
arrogante:”Le forze dell’ordine hanno preso il controllo delle varie
carceri..” Non seguo più quello che dice lo speacker. Cerco altrove notizie
più certe. Però vengono ripetute le stesse, con voce metallica ripete di
nuovo: “Finora sono stati uccisi 28 detenuti, non si sono arresi alle forze
dell’ordine!!!”
Che assurdo! Uno che è rinchiuso, uno che è detenuto, quindi già arrestato!
Come può arrendersi? Comunque le notizie arrivano sempre più agghiaccianti!
Sento un dolore al mio cuore, non riesco a respirare più. Conoscevo tanti di
loro. Avevano cominciato uno sciopero della fame nell’ottobre del 2000 in
segno di protesta contro l’isolamento nelle carceri, contro il maltrattamento
subito, contro le disumane condizioni, finora era stata una protesta pacifica.
Rivendicavano solo i loro diritti. Ma dopo quasi due mesi di sciopero della
fame, lo stato turco ha deciso di attaccare le carceri.
Nonostante ci fosse una trattativa in corso in cui erano coinvolti molti
intellettuali, giornalisti, sindacalisti che si erano mobilitati per raggiungere
una soluzione pacifica. Però lo stato non poteva aspettare!Infatti finchè
durava lo sciopero veniva indebolita la sua autorità. Così è prevalsa la
linea dura autoritaria repressiva. L’esito è stato l’uccisione di 28
detenuti e centinaia di feriti. Il giorno successivo continuo a seguire i
telegiornali. Fanno vedere i corpi dei detenuti, ci sono anche alcune donne. Non
credo a quello che vedo sullo schermo. Vedo i corpi bruciati!!! Infatti mentre
trasferiscono i detenuti una donna grida: “Hanno bruciato vive sei donne , sei
donne sono state bruciate vive!” Che orrore. Un altro detenuto urla: “Hanno
usato una specie di gas, non bruciavano i nostri abiti ma direttamente la nostra
pelle!!!”
Intanto scorrono immagini visibili di corpi carbonizzati. Neanche le loro
famiglie potevano identificarli. Vedo un mio amico sullo schermo. Appena 5
giorni prima avevo ricevuto una sua lettera che diceva : “Non ti preoccupare
anche questa volta i vincitori saremo noi!”
Infatti la resistenza nelle carceri malgrado la forza utilizzata per soffocarla,
non si è fermata. Questo è il bilancio di 7 anni: 122 detenuti hanno perso la
vita, (tanti hanno portato avanti la death fast, cioè lo sciopero della fame
fino alla morte)! e più di 600 sono rimasti feriti. Ma alla fine hanno vinto!
Lo stato turco ha accettato le loro richieste(...)”
Così racconta il testimone la
resistenza dei prigionieri politici contro l’isolamento che è durata 7 anni,
122 prigionieri hanno perso la vita e più di 600 sono rimasti feriti, decine di
persone, a causa dell’alimentazione forzata, si sono ammalati di
wernika-korsakoff.
Il 22 gennaio 2007 il ministro della giustizia turco ha ammesso l’esistenza
dell’isolamento nelle carceri ed ha accettato le richieste dei prigionieri ed
è stata pubblicata la circolare 45/1 dove si trova scritto che 10 detenuti
possono incontrarsi 10 ore a settimana. Però sono passati quasi due anni, ma la
circolare non viene applicata. I familiari dei prigionieri, la TAYAD e varie
associazioni hanno cercato di informare l’opinione pubblica.
Però non hanno trovato un interlocutore da parte del governo.
Ultimamente 115 membri della TAYAD hanno iniziato lo sciopero della fame e
chiedono l’applicazione della circolare 45/1, che permette a 10 prigionieri di
incontrarsi per 10 ore a settimana.
Per solidarietà con i prigionieri politici e con i loro familiari e per non
dimenticare e non far dimenticare il massacro del 19 dicembre 2000 inizierò uno
sciopero della fame dal 19 al 21 dicembre.
No all’isolamento.
Avni
Per scrivere ad Er Avni:
Badu ‘e Carros, 1
08100 - Nuoro
Associazione Solidarietà Proletaria (ASP)
CP 380 - 80133 Napoli
www.solidarietaproletaria.org
info@solidarietaproletaria.org

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INDICE Premessa. La svolta nella storia dell’immagine di Stalin 1. Come precipitare un dio nell’inferno: il Rapporto Chruščëv 2. I bolscevichi dal conflitto ideologico alla guerra civile 3. Tra Novecento e lunga durata, tra storia del marxismo e storia della Russia: le origini dello “stalinismo 4. L’andamento complesso e contraddittorio dell’era di Stalin 5. Rimozione della storia e costruzione della mitologia. Stalin e Hitler come mostri gemelli 6. Psicopatologia, morale e storia nella lettura dell’era di Stalin 7. L’immagine di Stalin tra storia e mitologia 8. Demonizzazione e agiografia nella lettura del mondo contemporaneo
Da Stalin a Gorbačëv: come finisce un impero di Luciano Canfora
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C’è stato un tempo in cui statisti illustri quali Churchill e De Gasperi e intellettuali di primissimo piano quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della Guerra fredda prima e soprattutto col Rapporto Chruščev poi, Stalin diviene invece un “mostro”, paragonabile forse solo a Hitler. Darebbe prova di sprovvedutezza chi volesse individuare in questa svolta il momento della rivelazione definitiva e ultima dell’identità del leader sovietico, sorvolando disinvoltamente sui conflitti e gli interessi alle origini della svolta. Il contrasto radicale tra le diverse immagini di Stalin dovrebbe spingere lo storico non già ad assolutizzarne una, bensì a problematizzarle tutte. Ed è quanto fa Domenico Losurdo, analizzando le tragedie del Novecento con una comparatistica a tutto campo e contestualizzando molte delle accuse mosse a Stalin, in questo volume saggio storico, storiografico e filosofico a un tempo che non mancherà di suscitare vivaci polemiche.
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Questo libro è il frutto di una serie
di reportage pubblicati Un viaggio fatto di racconti e foto.
Giacomo Scattolini
Titolo: Fri lens–storie raccolte Autore: Giacomo Scattolini Casa Editrice: Edizioni Simple ISBN:978-88-6259-054-9 Pagine: 111 Prezzo Euro: 12,00 Data pubblicazione: Novembre 2008 |
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Indice Prefazione
di Federico Calamante *** Per quanto spesso mal pagato, a volte pericoloso, quasi sempre appassionato, il mestiere di free lance - o meglio, per parlare un po’ come mangiamo: “fri lens” - ha un ruolo decisivo.(…) Giacomo Scattolini è uno di loro (…), attraversa zone turbolente, parla con la gente comune, assaggia la realtà in presa diretta con il coraggio di chi ha semplicemente voglia di capire come stanno davvero le cose (…). Dentro questo libro c’è il frutto di tanti sopralluoghi fatti sempre con l’occhio del viaggiatore che vuole confondersi con la differenza del posto in cui è approdato e mai con quello del turista che ricerca lì le comode sicurezze da cui è partito. È un bel viaggio in mezzo alla verità, a luoghi, popoli, culture, diversità. dalla prefazione di Federico Calamante
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Giovedi 27 Novembre 2008 presso IL PELLICANO - CIRCOLO EQUO & BIO VIA VALLEMIANO 39 60125 A N C O N A in collaborazione con il CTS Ancona - per un turismo sostenibile alle ore 20.15 cena con specialità albanesi a seguire presentazione del mio libro Fri Lens - storie raccolte. Il costo della cena è di 13,00 Euro e bisogna prenotare ad uno dei seguenti numeri 347 6614594 - 071 2812243 - 333 2125115 entro Mercoledì. E' ovvio che chi volesse venire alla presentazione del libro e non vuole cenare può tranquillamente arrivare verso le 21,00. Lo stesso vale per chi vuol cenare ed evitare la presentazione... può scappare prima....
Sabato29 Novembre 2008 presso CIRCOLO ARCI POKAI VIA SAVONA, 15 MILANO Ore 19.30 Inaugurazione mostra fotografica del viaggio a Dogubayazit nel Kurdistan Turco Ore 21.00 Inizio asta delle foto del viaggio a Dogubayazit nel Kurdistan Turco, il ricavato andrà in beneficenza al centro culturale Ehmed-i-Hani a Dogubayazit info: 340 9230929
Lunedì 8 Dicembre 2008 presso LA CANTINA DEL PORTO VIA DEL MOTE 26 APPIGNANO (MC) Dalle ore 17.00 presentazione del mio libro Fri Lens - storie raccolte e a seguire concerto in acustico dei New Hard Beat intervallato da letture tratte dal libro info: giacomoscattolini@libero.it

SopPalco - centro culturale via Aldo Moro, 6 (zona industriale Cerretano) vicino al centro commerciale OASI Castelfidardo (AN)
mercoledi 26 novembre ore 21,45
un doppio concerto che vale la pena non perdere
Three in one gentleman suit (from italia)
+ Elks (from England)
puoi ascoltare la loro musica su: www.myspace.com/threeinonegentlemansuit www.myspace.com/elkstheband



GUERRA
INFINITA IMPERIALISTA
E RESISTENZA DI CLASSE NEGLI USA
Un incontro con Ellen e John Catalinotto sull’attuale crisi economica, sociale,
politica e sulle resistenze dei lavoratori e delle masse negli Stati Uniti
Questa comunicazione vuole sottolineare la situazione politica e sociale e la lotta di classe all'interno degli Stati Uniti. Il nostro è il tempo della guerra imperialista e delle occupazioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. È il tempo delle minacce contro l'Iran e la Siria. È il tempo in cui Washington vuole usare la NATO come forza di polizia da imporre a tutto il mondo. È il tempo che segue la fine dell'Unione Sovietica e degli stati socialisti suoi alleati nell'Europa dell'Est. Gli Stati Uniti sono di gran lunga la potenza militare dominante nel mondo. La globalizzazione imperialista ha elevato le dimensioni della classe lavoratrice, comunque costretta a rendersi disponibile allo sfruttamento da parte del capitale finanziario capitalista. I salari di tutti i lavoratori del mondo vengono compressi verso il basso. I lavoratori nei paesi oppressi vengono pagati tanto poco che non possono vivere una vita dignitosa e formarsi una famiglia. Ora che in tutte le parti del mondo possono essere eseguiti gli stessi lavori e si possono avere le medesime produzioni, anche nei paesi imperialisti viene esercitata un'enorme pressione per tagliare i salari e le protezioni sociali dei lavoratori. E in questi ultimi mesi è divenuto evidente che l'economia USA, e probabilmente anche quella mondiale, sono entrate in recessione.
Si tratta molto più di una recessione, siamo in presenza di una crisi economica del tutto simile a quella degli anni Trenta. Negli Stati Uniti, i più autorevoli economisti borghesi hanno ammesso che questa recessione si è creata in seguito alla crisi dei fondi ipotecari "sub-prime". Per gli investitori e i capitalisti della finanza, questo significa instabilità nei mercati finanziari. Per i lavoratori, questo significa la perdita delle loro abitazioni, del loro impiego e delle loro pensioni dopo una vita di lavoro. Pur in presenza di tutto ciò, di tanta sofferenza per le masse, vi sono anche delle buone notizie per noi anti-imperialisti. Forse sarebbe meglio definirle cattive notizie per gli imperialisti. Le eroiche resistenze dei combattenti in Iraq, Afghanistan, Palestina e Libano hanno messo in chiara luce la debolezza del Pentagono e di Israele, stato cliente pesantemente armato e foraggiato dagli Stati Uniti. La socialista Cuba si conserva forte. In tutta l'America Latina, paesi guidati dal Venezuela Bolivariano si rifiutano di prostrarsi alle politiche neo-liberiste.
In Colombia e nelle Filippine, i regimi di destra devono affrontare con le armi le lotte di liberazione. Forse, noi comunisti non ci siamo ancora ripresi dalla perdita dell'Unione Sovietica. Nei primi anni Novanta del secolo scorso i filosofi borghesi avevano affermato che eravamo arrivati alla fine della storia. Ma vi sono segnali che la storia non è finita del tutto. È iniziata la lotta contro il neo-liberismo, contro l'imperialismo. In molte parti del mondo, in particolare nell'America Latina, si parla ancora di lotta per il socialismo. La questione che vogliamo affrontare adesso è se questa lotta coinvolgerà la classe lavoratrice nei paesi imperialisti, e in modo particolare negli Stati Uniti. Naturalmente, noi ci rendiamo conto quanto sia importante considerare le lotte dei lavoratori in Giappone, in Australia e in Canada, e giustamente anche in Italia e nell'Europa Occidentale. Ma, dato che conosciamo molto meglio la situazione della lotta negli Stati Uniti, punteremo la nostra attenzione su questo specifico. Anche perché la lotta di classe all'interno degli Stati Uniti viene cancellata dai mezzi di informazione corporativi.
Perfino i comunisti di altri paesi hanno spesso una visione distorta di quello che succede nel cuore dell'imperialismo mondiale. Tutti vedono i film di Hollywood e dalle televisioni USA sembra che non esista la lotta di classe. Sembra che anche la gente povera sia benestante. E sembra che molti Statunitensi votino per Bush e la pensino come lui. Solo quando capita qualcosa come l'Uragano Katrina - la distruzione di New Orleans nel 2005 - allora viene messa a nudo sotto gli occhi del mondo la realtà della vita negli Stati Uniti. Quindi, dobbiamo tenere presente che la popolazione degli Stati Uniti si aggira sui 300 milioni di persone. Fra costoro, vi sono 47 milioni privi di assicurazione sanitaria. Esistono 35 milioni di Afro-Americani, che devono affrontare ogni giorno una buona dose di razzismo. Vi sono circa 40 milioni di Latino-Americani soggetti a discriminazioni. Sta aumentando il numero di Asiatici ed Africani immigrati. Fra questi immigrati, vi sono quasi 12 milioni di lavoratori privi di documenti legali.
Questi lavoratori immigrati hanno dimostrato a milioni nella primavera del 2006 ed hanno reintrodotto negli Stati Uniti il Primo Maggio. Tantissime sono le lavoratrici, quasi il 50% della forza lavoro, che devono subire salari più bassi e forme di discriminazione. Si riscontrano particolari forme di oppressione nei confronti delle lavoratrici lesbiche e dei lavoratori gay, bi-sexual e trans. 2,2 milioni di proprietari della loro abitazione devono subire la confisca della casa per non essere riusciti a pagare ipoteche da usura. Di tutta la popolazione attiva, quasi tutti sono proletari, nel senso che non hanno nelle loro mani i mezzi di produzione. E dagli anni Settanta, i loro salari mediamente stanno diminuendo. Ora si trovano ad affrontare un precipitoso declino nei loro standard di vita. Esiste la classe. Esiste la necessità della lotta. Quello che ancora necessita è l'assunzione di consapevolezza e l'organizzazione. Dato che noi siamo marxisti e quindi dialettici, amiamo osservare gli eventi assieme alle loro contraddizioni. La prima parte di questa relazione tratterà della strategia e delle problematiche dell'aggressiva politica imperialista della classe al governo degli Stati Uniti, a partire dall'11 settembre 2001. Si evidenzierà come l'amministrazione Bush sia particolarmente arrogante, aggressiva e ingannevole. Inoltre, che questa politica è la politica dell'intera classe dirigente USA, e non solo della combriccola di Bush.
Verrà preso in esame lo sviluppo del movimento contro la guerra a partire dal 2001 e lo stato di questo movimento al presente. Verrà posta particolare attenzione al movimento contro la guerra all'interno delle Forze Armate Statunitensi e fra i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan. Nella seconda parte si discuterà di globalizzazione e del suo impatto sui lavoratori anche nei paesi imperialisti. E di come il suo sviluppo abbia portato ad un attacco frontale alle condizioni di vita dei lavoratori anche in questi paesi. Questo provoca uno slancio nell'inevitabile lotta dei lavoratori, perfino in un paese come gli Stati Uniti. Discuteremo dell'attuale crisi economica, che riscontra il suo centro negli USA. Prenderemo in esame lo sciopero di 3.600 lavoratori dell'industria di componenti di automobili, la "American Axle" (assali), con sede negli Stati Uniti, come fatto emblematico dell'aggressione al salario dei lavoratori e della risposta di lotta ricca di potenzialità. Ed esamineremo anche la resistenza sempre crescente alle preclusioni al diritto di riscatto e alla perdita della proprietà della casa. La terza parte prenderà in esame le elezioni nazionali negli Stati Uniti. Normalmente, noi, che ci consideriamo comunisti rivoluzionari, poniamo scarsissima attenzione a queste elezioni.
E io penso che anche in Italia, quest'anno, almeno una parte della sinistra rivoluzionaria stia scoraggiando a partecipare alle elezioni nazionali Italiane, dato che queste elezioni presentano la stessa impronta politica di quelle negli Stati Uniti. Si tratta di una scelta fra due diverse parti entrambe imperialiste. "Coca e Pepsi". Anche quest'anno negli USA si tratta di scegliere fra due partiti imperialisti. Ma la presenza di un candidato Afro-Americano, che porta il nome di Barack Hussein Obama, e che potrebbe effettivamente diventare Presidente, contribuisce a colmare di contraddizioni queste elezioni. Allora, prenderemo in considerazione alcune di queste contraddizioni. L'offensiva della Guerra imperialista nel XXI secolo, di John Catalinotto La prima grande fase dell'offensiva imperialista nel XXI secolo si è aperta dopo l'attacco dell'11 settembre 2001 contro il World Trade Center e il Pentagono. L'attacco e l'utilizzazione da parte dell'amministrazione Bush dello choc psicologico da esso provocato sono serviti al Presidente e ai suoi colleghi per preparare la popolazione a sostenere una "guerra infinita". Personalmente comprendo benissimo questo stato psicologico. Io stesso lavoravo al 31º piano della prima torre del World Trade Center. Quel giorno ho fatto tardi al lavoro.
Solo per questo, la paura e il trauma che ho provato sono stati ben inferiori di quanto avrebbero potuto essere. Gli elementi più reazionari e aggressivi dell'amministrazione Bush hanno subito approfittato degli attentati, che hanno fornito loro l'occasione per dare inizio a un'offensiva militare per la conquista del mondo. Non era trascorso un mese che già Washington aveva lanciato la sua offensiva militare contro l'Afghanistan, che avrebbe provocato la distruzione del regime dei Talebani e portato alla sostituzione di questo regime con un governo fantoccio. Attualmente però non esiste un governo stabile a Kabul, esiste un'opposizione armata e in tutto il paese sono presenti gruppi militari indipendenti. E Washington sta cercando di utilizzare la NATO, anche con l'appoggio del governo Italiano, per l'occupazione dell'Afghanistan. In seguito, la congrega Rumsfeld-Wolfowitz-Cheney ha puntato al vero obiettivo: la conquista dell'Iraq, che detiene il 10% delle riserve petrolifere mondiali. Pensavano di farlo, al meglio, con l'impiego della sola potenza militare USA, senza offrire ai loro rivali, Francia, Germania e Giappone una parte adeguata del bottino.
Desidero evidenziare 935 menzogne. Le hanno conteggiate due gruppi che negli USA tengono sotto controllo i media. [Il Centro per l'Integrità Pubblica, in collaborazione con la Fondazione per un Giornalismo Indipendente]. La banda Bush ha mentito 935 volte, fra l'11 settembre 2001 e il 19 marzo 2003, per giustificare l'invasione dell'Iraq. Bush ha mentito per 259 volte. La menzogna più grande è stata che l'Iraq era in possesso di "armi di distruzione di massa". E che Saddam Hussein collaborava con al-Qaida. Perché è importante il numero di menzogne? Perché vi sono 935 buoni motivi per mettere sotto inchiesta i mentitori. Le 935 menzogne sono le prove che l'intera classe dirigente degli USA è responsabile di un complotto per scatenare la guerra contro l'Iraq. I milioni che hanno marciato contro la guerra sapevano che quelle erano menzogne. Non bisognava essere degli Einstein. O dei Lenin! Bush, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz erano alla testa di una cospirazione in favore della guerra. Ma l'intera classe dirigente e le sue istituzioni erano colluse. Il Pentagono procedeva pieno di buona volontà.
Il Dipartimento di Stato presentava una documentazione falsa alle Nazioni Unite. Il Congresso votava i finanziamenti. In interviste rese pubbliche nel 2004, l'ex Ministro del Tesoro ammetteva che l'amministrazione Bush aveva dato inizio alla macchinazione dell'invasione subito dopo l'11 settembre 2001. Nessuna delle più importanti imprese mediatiche si interrogava su queste menzogne, o le contestava. Gli autorevoli New York Times e Washington Post appoggiavano la campagna di guerra. E i mezzi di comunicazione nemmeno consentivano agli oppositori della guerra di smascherare queste menzogne. Nel gennaio e nel febbraio 2003, le mobilitazioni di massa cercarono di fermare il conflitto. Nessuno dei politici più importanti della classe dirigente e nemmeno una personalità del mondo degli affari ha partecipato a queste proteste. Nessuno dei Kennedy. Non Brzezinski. Nemmeno Soros. La larga maggioranza della classe dirigente di super-ricchi aveva voglia di profitti e di saccheggio da una rapida vittoria USA in Iraq. Il complesso militar-industriale offriva denaro per appalti e contratti. Gli strateghi erano alla ricerca del controllo Statunitense sulle fonti energetiche nel mondo. Se mettevano in evidenza qualche pericolo, immediatamente venivano tacitati.
Ma loro stavano commettendo un grosso sbaglio. Erano stati accecati dall'avidità. Cinque anni più tardi, non esiste ancora la "vittoria lampo". Invece esiste tanta sofferenza per gli Iracheni, quella sì! Tuttavia, l'occupazione si è rivelata una disfatta per l'imperialismo USA. Hanno ripetuto lo stesso errore che Hitler ha commesso invadendo l'Unione Sovietica nel 1940. E che Washington ha già commesso inviando il suo esercito in Vietnam nel 1967. I dirigenti degli Stati Uniti hanno sottovalutato la volontà degli Iracheni, pronti al sacrificio e a combattere piuttosto che a sottomettersi. A fronte di questo gigantesco flop militare, ora alcuni settori della classe dirigente degli USA stanno cominciando a vedere la guerra come un disastro per gli interessi imperialisti Statunitensi. Questo, in nessun modo, potrebbe sminuire le responsabilità della classe al potere rispetto alla guerra e all'occupazione. La guerra non era l'errore di una qualche setta segreta di pensatori o di qualche diabolico gruppo di interesse, ma derivava dall'impulso del paese imperialista più potente ad arraffare tutto. Malgrado la posizione indebolita del Pentagono, l'amministrazione Bush continua ad alimentare il pericolo di una nuova guerra contro l'Iran. Inoltre, minaccia la Russia e, più a lungo termine, la Cina. Questo è sotto agli occhi di tutti, dalla secessione del Kosovo al tentativo di portare nella sfera della NATO la Georgia e l'Ucraina.
L'attacco maggiore dei paesi imperialisti è rivolto alla riconquista del "Sud" e delle ex Repubbliche della ex Unione Sovietica. Il movimento contro la guerra a partire dall'11 settembre Gli avvenimenti dell'11 settembre 2001 hanno creato sconcerto nel movimento progressista degli Stati Uniti. Un movimento nuovo, giovane, stava allora crescendo in tutto il mondo contro i peggiori aspetti della globalizzazione capitalistica. Era sceso in lotta nelle strade, da Seattle a Genova. Prima degli attacchi, noi dell'International Action Center avevamo progettato una dimostrazione per il 29 settembre 2001, a Washington, davanti alla Casa Bianca. La manifestazione rientrava in una serie di dimostrazioni contro la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Immediatamente, noi tutti ci rendemmo conto che gli avvenimenti dell'11 settembre avrebbero scatenato una nuova guerra. Assieme ad una decina di altre più piccole organizzazioni o gruppi che si adoperavano su questioni come la solidarietà con Cuba o con la Corea, decidemmo di mutare gli obiettivi della manifestazione del 29 settembre in una dimostrazione contro la prossima guerra.
Questi gruppi formarono quella che in seguito venne definita come coalizione A.N.S.W.E.R. (Act Now to Stop War and End Racism - Agisci Ora per Fermare la Guerra e Porre Fine al Razzismo). Molti ci consigliavano che non avremmo dovuto dimostrare. Ma noi ritenemmo che non si poteva solo parlare ed analizzare. Noi sentivamo che si doveva lottare all'aperto per dare coraggio a coloro che si opponevano alla guerra, ma che erano intimoriti dall'ondata di ritorno di sentimenti sciovinisti e di patriottismo che sommergeva il paese. La gente sventolava bandiere USA da ogni parte. Ma le persone erano aperte alla discussione. Vi era un altro aspetto oltre la paura. Fra una non piccola minoranza di popolazione il terrore faceva sorgere una profonda questione: "Cosa avevano fatto gli Stati Uniti al mondo per avere potuto provocare una tale aggressione?". Questo risvegliava un forte sentimento pacifista, specialmente fra i giovani. È stato un buon primo passo che quel giorno 20.000 persone si siano riunite sia a Washington che a San Francisco per protestare contro la guerra. Vi erano tantissimi giovani.
Questo è stato l'inizio di un periodo di circa due anni, quando una piccola organizzazione anti-imperialista si metteva alla testa di un movimento di massa contro la guerra all'interno degli Stati Uniti. Questa situazione sottolineava tre condizioni: (1) che il regime era determinato a fare la guerra e persuadeva il resto della borghesia (2) che i gruppi pacifisti socialdemocratici e borghesi erano paralizzati dal terrore di venire isolati dalle forze borghesi (come l'ala sinistra del Partito Democratico) e (3) che malgrado l'ondata di patriottismo esisteva una opposizione di massa alla guerra. Questa situazione si protraeva per oltre un anno dopo l'11 settembre 2001. Allora vi era un largo e crescente movimento contro la guerra, costituito da tanta gente con ideali pacifisti borghesi. Eppure quelli che organizzavano le manifestazioni erano comunisti con ideali rivoluzionari. ANSWER organizzava le dimostrazioni che vedevano la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. ANSWER è stata alla testa del movimento fino alle dimostrazioni di massa del 15 febbraio 2003, e ne ha condiviso la direzione per un altro anno o due, in competizione con altre forze pacifiste e socialdemocratiche, raggruppate soprattutto in "United for Peace and Justice - Uniti per la Pace e la Giustizia".
È importante sottolineare che, mentre centinaia di migliaia di persone partecipavano a queste manifestazioni di protesta, costoro non condividevano la politica degli organizzatori. Semplicemente, la tolleravano! Forse qualcuno si rendeva convinto. Ma i più speravano che in qualche modo la loro presenza ostacolasse Bush dallo scatenare la guerra. Devo puntualizzare tutto questo per coloro che hanno avuto familiarità con il movimento dal 1968-1972, quando vi erano decine di migliaia di persone, anche all'interno degli Stati Uniti, che si identificavano come anti-imperialisti. Dall'inizio della guerra, le dimostrazioni divennero gradualmente sempre meno partecipate. L'ultima importante manifestazione avvenne nel settembre 2005, quando 300.000 persone hanno manifestato a Washington per ritirare le truppe dall'Iraq. I manifestanti portavano cartelloni, costruiti personalmente, con slogan di questa natura: "Fuck Bush - Bush Fottiti" "Bush e Cheney sono criminali di guerra" e - forse il più importante - veniva presentato da una donna afro-americana: "No Iraqis ever left me on a roof to die - Mai gli Iracheni mi hanno lasciato su un tetto a morire".[N.d.tr.: Forse si riferiva alle condizioni di tanta gente abbandonata sui tetti di New Orleans allagata dopo il passaggio dell'uragano Katrina] È interessante che il 70% della popolazione negli Stati Uniti sia contro la guerra.
Solo il 30% appoggia il Presidente Bush. Ma il movimento contro la guerra non si è sviluppato nelle strade. Noi abbiamo bisogno di tenere presenti queste contraddizioni. Molti di noi pensano che la maggior parte della gente proprio non crede alla lunga di poter cambiare le azioni di Bush e della sua congrega semplicemente testimoniando una protesta e marciando per le strade. Allora, questi hanno votato nel 2006 per i Democratici al Congresso, sperando che così la guerra si sarebbe fermata. Così non è stato. Adesso guardano alle elezioni presidenziali. Sperano che un nuovo Presidente --Hillary Clinton o Barack Obama - indichi la via di uscita. Durante la guerra degli USA contro il Vietnam, un largo settore dei giovani era altamente coinvolto dal punto di vista personale nella lotta contro la guerra. Tanti giovani potevano essere chiamati sotto l'esercito. Potevano essere costretti a partecipare ai combattimenti. Questo ora non è più vero. Negli Stati Uniti, il servizio militare ora è volontario.
Questo significa, in generale, che sono i figli dei lavoratori ad andare sotto le armi. E non lo fanno per patriottismo. Più verosimilmente, questi giovani si arruolano per trovare un posto, quando dovrebbero essere addestrati ad un lavoro decente, o per avere così delle facilitazioni per iscriversi ad una Università. Ora, la guerra in Iraq ha reso questa scelta professionale molto meno attraente. È diventato sempre più difficile per l'esercito reclutare truppe bastanti. Quindi, personale dell'esercito, che già c'è stato, viene rimandato ripetutamente in Iraq. Perciò, non dovrebbe sorprendere che un'area di movimento che ha assunto una posizione più radicale sia stata quella degli stessi soldati e marines. Tecnicamente è vero che molti entrano nelle forze armate per i soldi o per le possibilità di istruzione e formazione. Ma ciò non modifica la composizione di classe dell'esercito. La struttura di classe dell'esercito è un microcosmo della struttura della società. I dirigenti più importanti, come i membri dei consigli di amministrazione delle grandi imprese, corrispondono ai generali. La casta degli ufficiali è il corrispettivo delle direzioni di impresa.
I sottufficiali corrispondono ai capireparto e i soldati semplici sono gli operai. Anche se la cosa non è sempre evidente, gli interessi di classe dei soldati semplici sono diametralmente opposti a quelli degli ufficiali. I super ricchi mandano in guerra i ceti operai e per comandare la truppa si servono degli elementi dei ceti più benestanti. Anche le mogli e le famiglie dei soldati provengono dai ceti operai e non vedono quali vantaggi potrebbero trarre dall'occupazione di un altro paese. Durante la guerra contro il Vietnam, io ho organizzato le truppe Statunitensi contro la guerra e il razzismo e contro i loro ufficiali. So che nello stesso periodo anche dei rivoluzionari Italiani hanno cercato di creare organizzazione all'interno dell'esercito. "Lotta Continua" aveva un gruppo denominato "Proletari in Divisa". Una volta, ho incontrato alcuni attivisti Italiani ad una conferenza ad Utrecht, in Olanda, nel 1974, che stavano portando avanti quel tipo di lavoro. Questa nostra attività riscuoteva in quel periodo grande consenso. I soldati si rifiutavano di combattere, a volte in gruppi numerosi. Molti erano così esasperati che ammazzavano i loro ufficiali. Questo veniva definito "fragging", voleva dire uccidere un ufficiale con una granata a frammentazione. Oggi chi esercita principalmente il lavoro di organizzazione all'interno dell'esercito è un gruppo definito come Iraq Veterans Against the War (IVAW) - Veterani dall'Iraq Contro la Guerra .
Dal 13 al 16 marzo di quest'anno, centinaia di veterani dell'esercito impegnato dall'amministrazione Bush nella cosiddetta "guerra contro il terrorismo" hanno partecipato alle udienze del "Winter Soldier 2008" tenutesi a Washington, D.C, al National Labor College, membro della confederazione del lavoro AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organization - Federazione Americana del Lavoro e Associazione delle Organizzazioni Industriali - Sindacati USA). Questo avvenimento, della durata di quattro giorni, organizzato dall'IVAW, è stata la più importante manifestazione contro la guerra fra le centinaia che si sono tenute in tutto il paese durante la settimana per caratterizzare il quinto anniversario dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti. Molti dei veterani avevano partecipato alle occupazioni dell'Iraq e/o Afghanistan e molti erano stati impiegati per più di un periodo di tempo, quasi sempre superiore ai 15 mesi. Molti di loro sono ancora in servizio attivo. I veterani hanno descritto i pestaggi sistematici, gli imprigionamenti, le torture, le umiliazioni e le uccisioni di civili da parte delle forze degli USA. Ed hanno anche spiegato che tutto questo non era opera di pochi individui sconvolti, ma faceva parte delle operazioni standard dell'esercito, specialmente quando era più evidente l'opposizione della gente Irachena all'occupazione del loro paese.
Molti soffrivano di ricordi traumatici e per il rimorso di avere partecipato a quelle azioni. Le udienze venivano condotte secondo modalità di tavole rotonde di testimoni oculari. Jason Wayne Lemieux, un Marine, aveva prestato servizio in Iraq per tre turni. Ha spiegato come le regole di ingaggio venivano cambiate ogni volta, ad incoraggiare sempre di più il massacro di civili. Nel suo secondo turno, se una persona "stava portando con sé una paletta da segnalazione, od era fermo su un tetto parlando ad un cellulare, o stava in giro dopo il coprifuoco, allora doveva essere ucciso…Al mio terzo servizio, ci hanno detto di ammazzare la gente senza tante storie e gli ufficiali avrebbero pensato loro a noi." L'IVAW ha organizzato sezioni in basi militari operative, come nel caso di Fort Drum, a New York, e Fort Hood, in Texas. Dal 13 al 18 di aprile 2008, si sta organizzando un incontro a Fort Bragg nella Carolina del Nord, con lo scopo di provare ad aprire anche in questa sede una sezione. [Il periodico "Foreign Policy - Politica Estera" e il "Center for a New American Security - Centro per un Nuovo Servizio di Sicurezza Americano" hanno sottoposto ad inchiesta più di 3.400 ufficiali in servizio attivo e in pensione, appartenenti ai più alti livelli di comando, intorno alla situazione dell'esercito degli USA. "Questi ufficiali vedono un apparato militare stressato severamente, fino ai limiti di rottura, a causa delle oppressive esigenze belliche. Il 60% afferma che l'esercito USA è più debole oggi rispetto a cinque anni fa.
Interrogati sulle cause, più della metà fanno riferimento alle guerre in Iraq ed Afghanistan, e al ritmo del dispiegamento di truppe che questi conflitti esigono."] La globalizzazione imperialista nell'era post-sovietica e le sfide alla classe operaia Per discutere sui cambiamenti nell'economia mondiale e sull'attuale crisi economica negli Stati Uniti sarebbero necessari probabilmente molto più di due volumi. Comunque, in questa breve presentazione, vado a considerare due libri. Il primo è stato scritto dal compagno Fred Goldstein, che è uno dei dirigenti del nostro partito. Il libro tratta dei cambiamenti introdotti dalla globalizzazione imperialista e di come questi cambiamenti possono provocare, di come sono destinati a provocare, una lotta rivoluzionaria delle classi lavoratrici, anche nei centri nevralgici dell'imperialismo, con particolare attenzione agli Stati Uniti. Questo è un libro importante che i Marxisti rivoluzionari avranno bisogno di leggere. Attualmente (2 aprile), il testo non è ancora alle stampe e al momento sarà disponibile solo in inglese. Il secondo è un libro disponibile in italiano scritto dalla compagna Francesca Coin, che tratta in modo esauriente alcuni degli stessi argomenti. L'autrice indica come la globalizzazione imperialista abbia portato alla miseria i lavoratori del cosiddetto "Sud", costituito dalle ex colonie dell'imperialismo. Inoltre, la Coin analizza l'influenza della globalizzazione sui lavoratori Italiani attraverso le risposte di un ristretto numero di lavoratori esposti alla crescente alienazione della produzione capitalistica.
Prima di ragionare più diffusamente sul libro di Goldstein, esamineremo uno sciopero ancora in atto (al 2 aprile) vicino a Detroit, Michigan e vicino a Buffalo, New York. Circa 3.600 lavoratori di cinque fabbriche della "American Axle" in Michigan e New York sono scesi in sciopero dal 26 febbraio. Le industrie dell'American Axle producono componenti di automobili. Quasi l'80% della produzione è per conto della General Motors. Questa impresa esige di dimezzare i salari dei lavoratori. Inoltre, pretende di eliminare le pensioni ed eliminare o ridurre le prestazioni di sicurezza sociale per i lavoratori, come l'assicurazione sanitaria e le ferie. Nel 2007, l'American Axel ha realizzato profitti per 37 milioni di dollari, quindi 10.000 dollari per ogni lavoratore impiegato. Il boss dell'impresa, il Presidente Dick Dauch, nell'ultimo anno ha guadagnato 10,2 milioni di dollari. I lavoratori attualmente prendono in media sui 45.000-50.000 dollari al lordo delle tasse, che corrisponde al salario medio per i lavoratori Statunitensi. Ma se la compagnia prevarrà sugli scioperanti, lo stipendio diverrà di soli 25.000-30.000 dollari. Dato che "American Axel" fa componenti per trazione (assali e trasmissioni), anche la General Motors (GM) non può funzionare senza la produzione dell'"Axel".
Un totale di trenta fabbriche GM, compreso un impianto per trasmissioni nell'Ohio che ha chiuso il 31 marzo, hanno visto bloccata, completamente o parzialmente, la produzione. Complessivamente, in tutta la GM più di 40.000 lavoratori attualmente sono stati messi in sosta. Nell'edizione del 27 marzo della "Detroit Free Press - Stampa Libera di Detroit", Dauch affermava: "Abbiamo la flessibilità di esternalizzare la nostra produzione in altre parti del mondo, ed abbiamo il diritto di farlo…Se non possiamo concorrere per nuove commissioni negli Stati Uniti, non ci sarà lavoro per le fabbriche "madri"" Questo sciopero è una battaglia estesa alla classe, nella quale tutti i lavoratori e coloro che li sostengono mettono tutta la loro posta in gioco. Ma questo non è l'unico motivo per cui ne stiamo discutendo qui. Si tratta di uno sciopero ideale per illustrare bene i cambiamenti che sono avvenuti nell'economia globale. E per mostrare come questi cambiamenti trasformino anche uno sciopero di modeste proporzioni in uno strumento estremamente potente. Per mettere in evidenza il potenziale di lotta nel cuore dell'imperialismo. Ed anche per dare indicazioni sulla sfida che i lavoratori Statunitensi devono affrontare in uno sviluppo di solidarietà internazionale.
Ci sia concesso prendere in esame i cambiamenti generale che sono avvenuti. Questi cambiamenti hanno avuto origine nel 1980, ma hanno subito una accelerazione dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica e degli stati socialisti dell'Europa dell'Est. Prima di questo terremoto, la Cina, a vantaggio del suo sviluppo industriale, aveva già consentito al sistema capitalistico di produzione di crescere e di corrodere le istituzioni del socialismo. L'India, il secondo paese più popolato al mondo, nel 1991 si è spostata da un capitalismo relativamente controllato dallo stato ad una politica economica di apertura al Fondo Monetario Internazionale e al capitale finanziario straniero, orientandosi verso una integrazione economica con l'imperialismo mondiale. Senza il sostegno materiale dei paesi del campo socialista, gli altri paesi oppressi nel mondo hanno perso ogni possibilità di controbilanciare l'influenza dell'imperialismo e sono diventati facile preda della penetrazione neo-liberista. La conseguenza è stata che una popolazione di circa tre miliardi di persone si è aperta rapidamente al saccheggio e al super-sfruttamento in meno di due decenni. Di questi tre miliardi di persone, alcuni specialisti della borghesia valutano che forse un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori ha fatto il suo ingresso nella forza lavoro globale, come un esercito di riserva destinato ad essere sfruttato dal capitale finanziario degli USA, dell'Europa e del Giappone. La crescita delle dimensioni della classe lavoratrice si è sviluppata con un balzo in avanti insieme ad un contemporaneo sviluppo delle forze produttive e ad una nuova fase espansiva dell'economia imperialista - alla qualcosa si fa benevolmente riferimento con il termine di "globalizzazione". Perché questo è tanto importante per la classe lavoratrice?
La conseguenza più importante di questi sviluppi è la trasformazione nella divisione economica internazionale del lavoro. I progressi nei campi dell'informatica, delle comunicazioni e dei trasporti, nella tecnologia Internet e nello sviluppo dei componenti della programmazione hanno innescato la dissoluzione della vecchia, rigida, divisione del lavoro tra paesi oppressi e paesi oppressori. Le industrie per la produzione e i servizi sono stati concentrati strategicamente nei paesi imperialisti. Nei paesi sfruttati, gli operai e i contadini hanno lavorato nei porti, nelle miniere, nelle piantagioni e nei latifondi producendo per le esportazioni, o sono stati impiegati per la costruzione di strade, linee ferroviarie e per mantenere in efficienza le infrastrutture. Solamente nel 2004, il 31% della produzione commerciale mondiale proveniva dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, vale a dire dalle ex colonie. In questi paesi i salari sono ben più bassi rispetto a quelli dei paesi imperialisti, pur presentando potenzialità tecniche e tecnologiche in continua crescita. Mentre questi paesi sono stati sfruttati come esportatori di prodotti agricoli e di risorse naturali, nel 2004 il 70% delle loro esportazioni è stato di prodotti industriali. Visti i progressi nell'uso della tecnologia Internet, ci si attende che l'industria dei servizi presenti ancor più cambiamenti relativamente a quella della produzione Negli Stati Uniti, forse dai 30 ai 40 milioni di posti di lavoro nei servizi sono oggetto di decentralizzazione all'estero.
Questa è una nuova questione nella storia dell'imperialismo. Gli architetti economici del capitale finanziario mondiale stanno costringendo i lavoratori dei paesi ricchi, privilegiati ad una diretta competizione salariale con i lavoratori dei paesi a basso salario. Quando Lenin scriveva la sua profonda analisi "Imperialism the Highest Stage of Capitalism - Imperialismo, fase suprema del Capitalismo" , egli sottolineava come l'esportazione di capitali da parte dei monopolisti fosse centrale per la fase imperialista. Questa esportazione di capitali procurava enormi super-profitti. Di conseguenza, queste ricchezze formavano le basi materiali per la corruzione dei dirigenti della forza lavoro e per un settore significativo di classe lavoratrice a più alti salari. Questa corruzione aveva come risultato lo sviluppo di una aristocrazia di lavoratori social-patriottici che procurava un sostegno sociale per le classi dominanti. Per Lenin, questo sviluppo forniva la spiegazione del collasso della Seconda Internazionale allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questa spiegazione rimane ancora valida. Il super-sfruttamento del mondo sottosviluppato costituisce ancora la base del relativo privilegio degli strati superiori della classe lavoratrice nei paesi imperialisti.
Ma l'analisi di Lenin può essere estesa alla luce degli attuali sviluppi. A fianco della tendenza a creare privilegi, ora l'esportazione di capitali sta provocando anche un effetto contrario. Nella fase attuale, l'esportazione di capitali sta creando nei paesi oppressi una crescita di larghe dimensioni della classe lavoratrice internazionale super-sfruttata. Questo proletariato in rapido aumento viene organizzato mediante la penetrazione crescente della produzione capitalistica. E quindi, l'esportazione di capitali verso paesi a bassi salari e ad alta disoccupazione sta collocando le fondamenta dell'instabilità e del rivolgimento sociale all'interno dei paesi imperialisti, in particolar modo all'interno degli Stati Uniti. Ora, tornando allo sciopero alla "American Axle", cosa possiamo riscontrare? (1) Il boss minaccia di spostare all'estero la produzione. Lui e gli altri dirigenti non hanno alcuna voglia di pagare i salari e di fornire le sicurezze sociali che i Sindacati Uniti dei Lavoratori dell'Auto hanno conquistato 30-50 anni fa. Specialmente, se hanno la possibilità di pagare molto meno i lavoratori in altri paesi o in aree degli Stati Uniti non sindacalizzate. (2) A causa dell'organizzazione della produzione "just in time" (che viene dalla Toyota) [N.d.tr.:questo modo di produzione è relativo ad un sistema di produzione industriale con rifornimento immediato di pezzi all'unità di montaggio, senza creazione di grosse scorte di magazzino], uno sciopero in poche fabbriche chiave può bloccare la produzione in un ambito molto più esteso.
Ecco allora, che lo sciopero di 3.600 lavoratori ne ha bloccato il lavoro di 40.000. Quello della "American Axle" è un esempio particolarmente lampante, che si adatta bene come modello generale. Negli Stati Uniti, i salari sono diminuiti costantemente a partire dal 1973. Mentre il reddito per famiglia è rimasto quasi uguale, ora dipende da due salariati invece di uno, con le donne che guadagnano salari più bassi. Mentre i salari sono ristagnanti, viene intensificata la giornata lavorativa. Il lavoro in fabbrica è organizzato in modo tale da non esserci quasi pausa nella produzione effettiva. Il testo di Francesca Coin, Il produttore consumato, descrive nei dettagli questo sviluppo. Spesso, il lavoro di ufficio si prolunga fino a sera, con molti lavoratori costretti a riservare al lavoro settimanale 50-60 ore, il che significa andare oltre alle 20 ore di lavoro non retribuito in occupazioni non sindacalizzate. I capitalisti non devono più affrontare i limiti imposti dal campo socialista La lotta mondiale fra i sistemi sociali contrapposti del capitalismo e del socialismo aveva agito come una costrizione sulle classi dominanti negli USA e nell'Europa Occidentale nel trattamento dei loro lavoratori e sottoposti, finché l'Unione Sovietica e i paesi socialisti avevano imposto al mondo lo standard per i diritti della classe lavoratrice, in particolare il diritto all'occupazione. Il crollo dell'Unione Sovietica sollevava i padroni da ogni pressione atta a soddisfare i principi di sicurezza del lavoro, di salario decente, di ferie, di assicurazione sanitaria, di pensioni, ecc.
Oggi, i salari e le tutele dei lavoratori sono sotto attacco, come mai lo sono stati prima negli Stati Uniti. Le pensioni e le assicurazioni sanitarie sono state eliminate. I sindacati vengono presi a randellate per fare concessioni sotto la minaccia del trasferimento all'estero, su larga scala, delle attività produttive. Ogni settore dell'economia, dall'industria al settore dei servizi, perfino quello della progettazione è sotto attacco. I monopoli giganteschi, nella loro generale espansione, cercano febbrilmente di alzare il livello della competizione salariale fra i lavoratori a salario più alto nei paesi imperialisti e la classe lavoratrice in aumento nei paesi a salario più basso, così come fra i lavoratori a differenti livelli stipendiali negli stessi paesi a reddito basso. Così facendo, stanno gradualmente ma anche inesorabilmente minando le fondamenta su cui si regge la stabilità del capitalismo.
Questa instabilità è stata acuita dall'attuale crisi economica. La flessione economica assume due forme: la minaccia di un crollo finanziario provocato da una sovraestensione del credito e dal collasso del mercato immobiliare; e un rallentamento della produzione dovuto all'espansione delle forze produttive, vale a dire, la classica crisi di sovrapproduzione. È difficile prevedere attualmente se questo provocherà una generale depressione della stessa natura di quella del 1930. Comunque, stanno già aumentando le difficoltà per la classe lavoratrice, con la perdita dell'occupazione, della casa, delle pensioni e delle coperture dell'assistenza sanitaria. Sono in aumento i senzatetto, i disoccupati e coloro che hanno fame, come dimostrato dalla richiesta in aumento di tessere alimentari, una prestazione di sicurezza sociale che viene offerta solo a coloro che sono più disperatamente poveri. Facendo arretrare tutte le conquiste sociali ed economiche ottenute con le lotte per generazioni, i capitalisti stanno erodendo le basi oggettive del sostegno per la classi lavoratrici nello sfruttamento capitalista. E dove le basi oggettive sono minate, certamente fanno seguito le soggettività. Questo è materialismo; questo è Marxismo: l'esistente determina la consapevolezza.
Negli Stati Uniti, l'attuale dirigenza al vertice del movimento sindacale, che può essere definita burocrazia sindacale, ha già dichiarato fallimento. Costoro sembrano incapaci di allargare la lotta al di là di vecchi tatticismi di scioperi limitati a singole imprese, senza la mobilitazione dell'intera classe lavoratrice, e della dipendenza dal Partito Democratico per alleggerire la repressione statuale dei sindacati. Tuttavia, le condizioni deteriorate della classe lavoratrice renderanno assolutamente necessaria per i lavoratori la sostituzione della vecchia dirigenza sindacale. Il movimento di immigrati negli Stati Uniti Accanto a questo indebolimento, sono presenti alcuni segnali di risveglio delle lotte. Per protestare contro una proposta di legge reazionaria sull'immigrazione, per tutta la primavera del 2006 si è radicato un potente movimento di immigrati. Questo ha raggiunto il culmine con lo sciopero/boicottaggio del Primo Maggio 2006, portando milioni di immigrati a scendere nelle strade delle città e delle metropoli, grandi o piccole, da costa a costa. I più importanti porti del paese, da Los Angeles a Long Beach, California, hanno dovuto quasi completamente cessare le attività. Le catene per il trattamento delle carni nel Midwest e nel Sud hanno dovuto chiudere.
Hanno chiuso le imprese o hanno dovuto ridurre il personale. La frequenza scolastica si è ridotta, dato che gli studenti sono scesi nelle strade. Una marea di lavoratori immigrati, con alla testa i Latino-americani, che vedeva la presenza di lavoratori immigrati provenienti dall'Asia, Africa, e dal Medio Oriente, si è riversata per le strade di Los Angeles, San Diego, Sacramento, San Francisco, Seattle, Denver, Houston, Kansas City, Milwaukee, Chicago, New York, Atlanta, Orlando, Tampa, Miami, e di molte altre città. Questa è stata la più grande azione politica di massa da parte dei lavoratori negli Stati Uniti nella storia recente. Si è trattato di una combinazione scioperi/boicottaggi/manifestazioni, quindi non solo di una protesta contro gli attacchi provenienti dal Congresso e dalle destre contro i lavoratori irregolari, ma anche della richiesta di una estensione dei diritti e della fine della repressione. Le manifestazioni avevano avuto origine a Los Angeles per opera di organizzazioni popolari ed erano state indette per il Primo Maggio, Giornata Internazionale del Lavoro, visto che milioni di lavoratori regolari ed irregolari provengono da paesi dove la tradizione del Primo Maggio è radicata e la coscienza di classe è alta. Attualmente, negli Stati Uniti, i lavoratori immigrati, quelli privi di documentazione regolare, giocano un ruolo decisivo, inseriti nelle seguenti attività: ristoranti, alberghi, edilizia, lavorazione delle carni, agricoltura, servizi domestici e di cura dei bambini. La grande partecipazione al Primo Maggio 2006, e la più ridotta, ma ancora impressionante, del 2007, hanno dimostrato che la campagna messa in atto dal padronato per estendere la competizione salariale, negli USA e nel resto del mondo, ha iniziato a produrre un effetto contrario sulle classi dirigenti.
Ha apportato rinnovate energie, in primo luogo al settore costituito da immigrati del movimento dei lavoratori, e questa energia è destinata a diffondersi a tutti i settori dei lavoratori nel momento dell'acuirsi della crisi. Le elezioni Presidenziali del 2008 Quest'anno, per la sinistra, è più importante che mai, anche per la sinistra rivoluzionaria, porre la propria attenzione su queste elezioni capitalistiche ed inoltre cercare modalità di intervento. Dove sta la differenza? Nelle normali elezioni Presidenziali Statunitensi, la competizione si svolge fra due uomini bianchi, più o meno conservatori. Questi sono sempre politici capitalisti o filo-capitalismo. Nelle prime elezioni, tra i candidati vi sono stati proprietari di schiavi. Più di recente, i candidati hanno trasudato la più estrema insensibilità, se non la condivisione più completa, nei confronti del razzismo, dell'omofobia e del sessismo. E costoro hanno concorso e sono stati eletti Presidenti nello spazio di più di 200 anni di storia capitalista degli Stati Uniti. Ora i candidati nelle posizioni di testa per il Partito che sta attirando più elettori e più denaro sono una donna e un Nero Americano. Possiamo vedere che un Afro-Americano, con un nome come Barack Hussein Obama risulta vincitore nelle elezioni primarie in stati che presentano una percentuale di votanti bianchi del 95%.
Prima di analizzare questo dal punto di vista politico, dobbiamo dire, maledizione!, che si tratta di un buon segnale. Non possiamo ignorare il significato importante di moltissime persone bianche che votano per un candidato Nero, fatto senza precedenti negli Stati Uniti. Nulla di tutto ciò muta le verità fondamentali intorno alle elezioni USA. La competizione presidenziale rimane fermamente nelle mani delle classi al potere e dei loro uomini politici presenti nei due grandi partiti capitalisti, i Repubblicani e i Democratici. Chi vince è strettamente correlato alla quantità di denaro raccolto dai candidati, che lo (o la) mette in condizioni di essere in obbligo nei confronti dei donatori delle classi dominanti. Hillary Rodham Clinton ed Obama sono stati i maggiori raccoglitori di fondi, procurandosi denaro ancor più dei candidati Repubblicani, che di solito sono quelli che ramazzano di più. I tre concorrenti rimasti, il Repubblicano è il Senatore militarista John McCain, sono stati fermi difensori degli interessi imperialisti USA e le loro carriere politiche sono state sostenute dal grande capitale. E lo sono tuttora, e ci si può aspettare che le cose resteranno così.
Nelle recenti primarie, Obama ha fatto incursioni nell'elettorato dei lavoratori bianchi, in aggiunta all'appoggio schiacciante che ha ottenuto dalle masse Nere, cambiando così la situazione. Anche quelli di noi che detestano in modo assoluto il Partito Democratico, considerandolo una trappola della borghesia, e noi fra costoro dobbiamo valutare positivamente il momento storico: la possibilità che il candidato proposto dai Democratici sia una persona Nera e la possibilità che una persona Nera diventi Presidente. Dobbiamo essere consapevoli di questa contraddizione e ad adattarci a questo. Sia Clinton che Obama sono favorevoli a continuare l'occupazione dell'Afghanistan. Entrambi appoggiano Israele al 110%, anche quando l'esercito di Israele ammazza bambini Palestinesi. Il principale consigliere della Clinton per la politica estera è Madeleine Albright, sostenitrice della guerra contro la Jugoslavia. Di Obama, il consigliere è il fautore della guerra fredda Zbigniew Brzezinski.
Ma George Bush si è alienato il mondo. Ha portato il paese in conflitto con tutti, con i Latino-Americani, con gli Arabi, con i Musulmani. Molte persone stanno votando per Obama come un modo per cercare di dire al mondo che noi negli Stati Uniti non odiamo nessuno. Se considerano Obama come un agente del cambiamento, questo è più per l'immagine da lui emanata che per il suo programma. La prima cosa che noi comunisti dobbiamo fare è assicurare che noi non stiamo facendo nulla per ingannare la classe lavoratrice. Noi non possiamo dire: "Votate per Obama e le cose andranno meglio!". Ma noi dobbiamo anche capire perché tanta gente, tanta gente di colore, ma non solo, possa essere esaltata per la candidatura di Osama e andarne orgogliosa. Alle sue manifestazioni accorrono a migliaia. E così, tanti giovani muovono i loro primi passi politici. Negli Stati Uniti non esiste una cultura chiara dell'idea di "sostegno critico". Per esempio, in Francia, quando Chirac era in ballottaggio per l'elezione con il razzista Le Pen, i progressisti dichiaravano: "Votate per il ladro, per il truffaldino, non per il fascista!"
Quella non era una felice situazione per la classe lavoratrice Francese, ma per lo meno risultava chiaro che un voto per Chirac non significava appoggio al suo programma. Negli Stati Uniti, per la sinistra la tradizione è quella di sostenere sempre uno dei candidati del capitalismo, di solito il Democratico. Sfortunatamente, questo cancella le posizioni politicamente indipendenti dei comunisti. Noi prevediamo che per tentare di sconfiggere Obama, supponiamo che venga nominato dai Democratici, i Repubblicani scateneranno un'ondata di razzismo. Se la Clinton dovesse conquistare la nomina, ci sarebbe un'ondata di misoginia. Già tormentano Obama per il suo nome di tipo Islamico. Anche i Clinton cercano di avvantaggiarsi per questo, ma più sottilmente. Ma se noi uscissimo col dire: "Oh, Obama è un capitalista. Non è altro che un tirapiedi!", questo potrebbe essere frainteso, come se noi fossimo contigui agli attacchi di stampo razzista. Siamo riusciti a capire dove la gente è pervenuta, quindi troviamo i modi per ribadire: "Sì, comprendo il vostro entusiasmo, ma…Permettetemi di discutere di questo, visto che esiste qualche problema. Dato che forse Obama non potrà fare tutto quello che voi sperate si accinga a fare, questa può essere una ragione perché ci si organizzi ad ampio livello in modo indipendente, qualsiasi cosa avvenga con Obama."
È di vitale importanza per noi avere qualche sorta di punto di riferimento di lotta, indipendente dai candidati, da cui possiamo intervenire. Tanta parte della gente di colore, di Latino-Americani, di giovani bianchi e forse anche di lavoratori sono entrati per la prima volta nella vita politica per appoggiare Obama. Clinton e McCain possono parlare a centinaia di persone, qualche volta a migliaia. Obama parla a 20.000 persone. Costoro possono chiedere ad Obama: "Cosa hai intenzione di fare?" per contrastare gli attacchi razzisti. E molti di questi possono avere voglia di lottare. Chi sarà là per dare loro consigli e aiutarli ad organizzarsi? Probabilmente la campagna di Obama non è congegnata per organizzare questo lavoro. Non voglio esagerare nell'affermare che noi, un piccolo partito rivoluzionario, saremmo in grado di farlo. Comunque, noi stiamo organizzando un'azione indipendente per il Primo Maggio, una grande manifestazione di lavoratori, insieme agli immigrati. Vi saranno anche dimostrazioni sia alla Convention Nazionale Democratica che a quella Repubblicana, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Questo ci fornirà l'opportunità di interporre un programma della classe lavoratrice all'interno delle elezioni. Inoltre, stiamo dando il nostro contributo nell'organizzare proteste con lo scopo di bloccare le preclusioni del diritto di riscatto della casa dovute al non pagamento delle ipoteche, e di fermare gli sfratti delle persone che sono in affitto della loro abitazione. Dovremo renderci conto se esiste qualche possibilità di trasformare questo in lotte di massa, come è avvenuto negli anni Trenta.
Conclusioni Quello che abbiamo potuto riscontrare negli Stati Uniti è un quasi incessante aumento del militarismo e dell'aggressività militare. Questo entra in conflitto con le necessità di pace da parte della popolazione e in particolar modo dei giovani soldati provenienti dalle classi lavoratrici chiamati alle armi per diventare carne da cannone in queste guerre di aggressione e di occupazione. Allo stesso tempo, vi è un continuo declino negli standard di vita dei lavoratori dovuto alla globalizzazione imperialista. Negli Stati Uniti, questo declino influisce in modo spropositato sulla gente di colore e le donne, ma comunque colpisce tutti i lavoratori. Questo cambiamento ha minato la stabilità capitalista e costringerà i lavoratori a chiedere una nuova leadership. Nel passato, simili condizioni hanno provocato non solo un intensificarsi della lotta di classe, ma almeno un settore della classe operaia ha adottato una ideologia rivoluzionaria e ha organizzato la lotta per il potere. Questa lotta richiederà la più alta solidarietà internazionale, con l'organizzazione che vada oltre i confini e con la coordinazione per contrastare i piani globali del padronato. Ci sarà bisogno della lotta più strenua contro l'oppressione nazionale e per l'unità della classe per fare opposizione ai tentativi di divisione. Esiste la necessità dei più grandi sforzi in favore della solidarietà con i lavoratori immigrati, la cui situazione presenta sicuramente un altro aspetto della globalizzazione capitalista e della frenesia per salari più bassi. Il capitalismo ha fornito ai lavoratori i mezzi tecnici per rendere fattibile questa organizzazione. Spetta ai rivoluzionari che hanno preso coscienza fornire l'ideologia, la cultura, e la tattica per far sì che la lotta abbia successo.
Alcune note biografiche su Ellen e John Catalinotto John Catalinotto è nato a Brooklyn nel febbraio del 1940. Anche i suoi genitori sono nati negli Stati Uniti. I nonni facevano parte dell'ondata di immigrati arrivati negli USA agli inizi del secolo scorso. Suo bisnonno era un massone e un Garibaldino, che prese parte alla impresa Romana. Due nonni erano originari dalla Sicilia centrale, dalla cittadina di Santo Stefano Quisquina. Arrivarono negli USA con altre 300 persone che si insediarono a Ybor City, Tampa, Florida. Tutti lavoravano nell'industria del tabacco. Suo nonno era un "lettore", con il compito di leggere libri e giornali ai lavoratori che confezionavano sigari, durante il lavoro. Inoltre era un anarco-sindacalista e aveva partecipato al grande sciopero nell'industria del sigaro nel 1910. Venne quasi ammazzato dal Ku Klux Klan. Se ne dovette scappare a New York. Sua nonna materna era una contadina, nata vicino a Maniago, qui nel Veneto. Divenne cameriera d'albergo. Alla fine si sposò con suo nonno, che era di Vienna (di madre Ceca), e che era cameriere nel ristorante dell'albergo a Londra dove entrambi lavoravano. Entrambi emigrarono negli Stati Uniti verso il 1910. Perciò il suo DNA unisce l'Italia del Nord al Mezzogiorno. Catalinotto è un laureato in matematica. Si deve sapere che quando l'Unione Sovietica ha lanciato nello spazio lo Sputnik, negli Stati Uniti l'andamento del sistema scolastico era senza ostacoli e molti giovani della classe operaia poterono accedere alle università. La classe dirigente confidava che alcuni di loro potessero diventare scienziati missilistici o costruttori di più raffinate armi nucleari. Alcuni di loro lo diventarono.
Catalinotto afferma: "Io non ho combinato nulla di significativo nel campo della matematica, invece sono diventato quello che in giorni lontani veniva definito un rivoluzionario di professione." Ellen Cohen e John Catalinotto sono insieme dall'aprile 1962. Nell'ottobre di quell'anno avveniva la Crisi dei Missili a Cuba. Come risultato di quella crisi, entrambi si iscrissero al Workers World Party, al Partito dei Lavoratori nel Mondo. Si trattava di una veramente piccola organizzazione rivoluzionaria. Non più grande di qualche piccolo gruppo anti-imperialista nell'Italia odierna. Si intende quei gruppi che non si fanno coinvolgere in competizioni elettorali! Così, sono stati per più di 45 anni attivisti politici comunisti all'interno degli Stati Uniti. Il loro più importante lavoro di massa durante questi 45 anni è avvenuto fra il 1967 e il 1971, quando John era un attivista civile per l'American Servicemen's Union. (Sindacato di Soldati Americani)
Si trattava di uno dei più importanti gruppi che
organizzavano i soldati semplici degli USA contro la guerra in Vietnam. Inoltre
organizzava la truppa contro gli ufficiali dell'esercito. E agiva anche contro
il razzismo. Dal 1982, John Catalinotto è divenuto l'editore responsabile del
giornale "Workers World", notiziario del Workers World Party. Sia il
Partito che il giornale esistevano dal 1959. Dal 1974, "Workers World"
è stato settimanale. Catalinotto ha anche pubblicato due libri, "Metal of
Dishonor- Il Metallo del Disonore" sull'uranio deplete (tradotto anche in
Italiano) e "Hidden Agenda - l'Agenda Segreta" sulla guerra in
Jugoslavia. Le persone che in Europa appartengono alle sinistre non-parlamentari
lo conoscono bene. Dal 1999, Catalinotto ha avuto contatti personali con le
sinistre anti-imperialiste, sia negli Stati Uniti che in Europa. E anche con
coloro che sono semplicemente contro la guerra. Ha collaborato con Ramsey Clark
nell'ambito dell' International Action Center. Riesce bene nel ruolo di
comunicatore, data la sua conoscenza di sei lingue Europee. Ed anche perché
risponde subito alle e-mail! Ellen ha preso parte in questi 45 anni a tutte le
lotte. Ha guidato interventi di organizzazioni femminili su questioni che
interessano le masse, come i prezzi degli alimenti, e nella lotta per il diritto
all'aborto. Conosce in modo profondo le problematiche sulla salute e sulle
sicurezze sanitarie, visto che ha fatto l'ostetrica per 22 anni, assistendo alla
nascita di 1.400 bambini, e lavorando sulle ricerche sull'AIDS.
Elaborazione e traduzione a cura di Soccorso Popolare di Padova

INTERVISTA AD AHARON SHABTAI «Israele, ospite d’onore ai Saloni del libro di Torino e Parigi deve essere boicottato» In Italia, la notizia della partecipazione di scrittori israeliani alla Fiera del Libro di Torino (*), dove Israele sarà ospite d’onore, ha suscitato immediatamente un’ondata di proteste e molti intellettuali hanno sottoscritto l’appello al boicottaggio lanciato da associazioni di scrittori palestinesi, giordani ed egiziani. Curiosamente, in Francia non ha suscitato clamore il medesimo invito a partecipare al Salone del Libro di Parigi. Tra i quaranta scrittori invitati, solo il poeta Aharon Shabtai ha respinto l’invito. In questa intervista Shabtai spiega perché bisogna boicottare queste manifestazioni – che qualifica come occasione di propaganda per Israele – così come ogni altro avvenimento culturale che celebri lo Stato ebraico. 26 febbraio 2008 | Temi : Apartheid israeliana Gaza Crimini di guerra israeliani Hamas Boicottagio di Israele

Aharon Shabtai
Silvia Cattori : A dicembre 2007, quando ha saputo che il suo nome figurava tra i quaranta scrittori israeliani invitati al Salone del libro di Parigi, dove Israele sarà ospite d’onore, lei ha detto che le è impossibile partecipare a un «evento culturale dove anche Israele, che quotidianamente commette crimini contro civili» sia invitato [1]. Gli altri trentanove scrittori israeliani non vedono ostacoli alla loro partecipazione?
Aharon Shabtai [2]: Il Salone del libro di Parigi sarà inaugurato dal presidente francese Nicolas Sarkozy e da quello israeliano Shimon Peres. Partecipare a queste condizioni alla manifestazione, in quanto scrittore che è nella lista della delegazione ufficiale, equivale a drappeggiarsi con i colori della bandiera israeliana. Ogni giorno Israele perpetra crimini di guerra e infligge ai Palestinesi rappresaglie indiscriminate. Non c’è proprio niente da celebrare. Israele viola tutte le leggi internazionali, non solo la Convenzione di Ginevra. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha condannato Israele per il muro che ha costruito sul territorio confiscato ai Palestinesi.
Questo Salone del libro, come del resto ogni altra manifestazione cui lo Stato di Israele sia invitato, non rappresenta uno strumento per promuovere la pace nel Medio Oriente, né un mezzo per rendere giustizia al palestinesi. Si tratta di un semplice mezzo di propaganda, finalizzata a offrire d’Israele l’immagine di Paese liberale e democratico.
Uno Stato che insiste in un’occupazione militare e che commette quotidianamente crimini nei confronti di civili non merita di essere invitato a manifestazioni culturali, di qualunque genere. Non dovremmo accettare di essere presentati come cittadini di uno Stato democratico, perchè lo Stato cui apparteniamo pratica l’apartheid. In nessun modo dovremmo sostenerlo.
Silvia Cattori : Dunque secondo lei la Francia e gli organizzatori del Salone, invitando Israele per celebrare i sessant’anni della sua nascita, stanno commettendo un grosso errore?
Aharon Shabtai : Non si tratta di errore, ma di scelta politica! Io credo che per Sarkozy sia un modo di partecipare all’occupazione israeliana [3]. I governi europei collaborano con Israele. L’invito di cui stiamo parlando rientra in questa collaborazione. Senza l’aiuto degli Stati Uniti, cui adesso si è aggiunto quello della Francia, Israele non potrebbe andare avanti nella sua politica contro i palestinesi. Questo sostegno dà a Israele il semaforo verde per attaccare e ammazzare i palestinesi, in particolare a Gaza. È deplorevole che Francia, Germania e altri Paesi europei – che hanno un passato di persecuzione degli ebrei – partecipino oggi alla persecuzione da parte di Israele di palestinesi, arabi e mussulmani.
Silvia Cattori : Cosa risponde a quelli che sostengono che non bisogna mescolare cultura e politica?
Aharon Shabtai : Perché separarle? Nella tradizione europea, come del resto nella storia dei Greci, scrittori come Voltaire, Rousseau e Thomas Man hanno lottato contro l’oppressione e per la libertà. In ogni tempo, intellettuali e scrittori progressisti si sono impegnati nella critica politica.
Silvia Cattori : Lei perciò condanna quelli che, come Amoz Oz [4], Abraham Yehoshua, Aharon Appelfeld, David Grossman, Zeruya Shalev, Etgar Keret, Orly Castel-Bloom e altri si apprestano a partecipare al Salone?
Aharon Shabtai : Naturalmente! Li condanno perché, agendo in tal modo, danno una mano alla propaganda israeliana e collaborano con gli occupanti israeliani!
Silvia Cattori : Lei ha chiesto loro di unirsi alla sua azione di boicottaggio?
Aharon Shabtai : Scrittori come Amoz Oz, David Grossman e altri non intendono assolutamente boicottare Israele! Non mi aspetto niente da loro: sono ambasciatori di Israele! Sono collaboratori abituali del governo israeliano, fanno parte dell’apparato di propaganda. È del tutto ovvio per loro andare ovunque Israele sia ufficialmente invitato. Lavorano per il governo israeliano.
Silvia Cattori : Questi scrittori sono dunque dei collaborazionisti?
Aharon Shabtai : Sì, certo. Generalmente, questi inviti sono iniziative del governo israeliano. Di un governo che tiene il popolo palestinese sotto un’occupazione militare. Io penso che ogni intellettuale, ogni scrittore debba rifiutare di prendere parte a qualunque riunione celebrativa di un qualsiasi anniversario di Israele. Invece di partecipare a iniziative di questo genere, dovrebbero aiutare i palestinesi a riconquistare i loro diritti, la loro terra, la loro acqua.
È nostro dovere combattere le discriminazioni e le persecuzioni israeliane; adottare lo stesso atteggiamento che gli scrittori tennero durante la lotta contro l’apartheid in Sudafrica; lo stesso comportamento di scrittori progressisti radicali come Brecht, Aragon, Breton che, sotto il nazismo, organizzarono un Congresso e fecero quanto in loro potere per lottare contro le discriminazioni e le persecuzioni di cui gli ebrei erano vittime.
Silvia Cattori : Allora è vero che, nella strategia mediatica del governo d’Israele, israeliani che operano nel campo delle arti e delle lettere vengono usati per condurre una guerra d’informazione, come strumenti che permettono di fare assumere a Israele un aspetto invitante? [5]
Aharon Shabtai : Sì, il regime israeliano utilizza gli artisti, cioè coloro che creano, come agenti di pubbliche relazioni; proprio allo stesso modo in cui gli scrittori sovietici, all’epoca dell’URSS, venivano mobilitati dal regime comunista.
Allo stesso modo oggi gli scrittori israeliani si recano a Parigi in veste di collaboratori di un regime odioso e di partigiani di questo regime. Nella situazione in cui ci troviamo, quando crimini della portata di quelli che ogni giorno Israele compie nei confronti dei palestinesi, chiunque non sciolga i legami con il governo israeliano – è un dato obiettivo – collabora con Israele e compie opera di propaganda per suo conto.
Silvia Cattori : Secondo lei tutte le persone oneste e animate da spirito umanitario dovrebbero boicottare non solo i Saloni di Parigi e Torino, ma anche il complesso delle manifestazioni per la celebrazione dei Sessant’anni di Israele? Dunque l’unica possibilità per gli scrittori israeliani sarebbe avere coraggio a sufficienza per rinunciare al loro status di privilegiati e rispondere positivamente ai palestinesi che disperatamente chiedono il boicottaggio [6], applicare a Israele un trattamento uguale a quello che è stato riservato al Sudafrica?
Aharon Shabtai : Sì, esattamente. Ritengo che noi israeliani dovremmo lavorare insieme ai palestinesi per il nostro comune avvenire, non dovremmo sostenere il militarismo di Israele. L’occupazione e la guerra rappresentano un pericolo molto grave per il futuro degli ebrei, degli israeliani e dei nostri bambini. Possiamo contribuire a far cessare l’occupazione smettendo di adulare lo Stato d’Israele.
Silvia Cattori : Uno scrittore arabo israeliano, Sayed Kashua, sembra abbia accettato di partecipare al Salone del Libro di Parigi e di Torino insieme alla delegazione israeliana.
Aharon Shabtai : Il suo nome si trova nella lista ufficiale, come quello degli altri trentanove scrittori. È una persona per bene, ma la sua condizione di arabo israeliano non è affatto comoda. Sarebbe senza dubbio pericoloso per lui boicottare Israele. Credo abbia paura. Potrebbe perdere il lavoro. La vita degli arabi israeliani che vivono in Israele è molto degradata; è molto difficile per loro sopravvivere. Come tutti gli arabi israeliani, Kashua è considerato da Israele cittadino di second’ordine. Io mi trovo in una situazione diversa, appartengo alla classe dominante, sono ebreo, posso boicottare senza correre rischi; un arabo israeliano, invece, deve agire con estrema cautela.
Silvia Cattori : Anche all’estero gli intellettuali che fanno appello al boicottaggio contro Israele si trovano in una posizione scomoda!
Aharon Shabtai : Voi europei avete deciso di boicottare il popolo palestinese che subisce l’occupazione perché ha eletto democraticamente il governo di Hamas; ed ecco che ora continuate a boicottare la popolazione di Gaza e collaborate con Israele a danno del popolo palestinese e del suo governo!
Gaza è un ghetto, un campo di concentramento. E voi europei celebrate Israele, senza avere alcuna considerazione per il calvario di quasi quattro milioni di Palestinesi, che vivono in una situazione simile a quella dei neri sottomessi, nel Sudafrica dei bianchi, al regime dell’apartheid.
È difficile trovare parole appropriate per esprimere una tale assurdità. Il calvario dei palestinesi è addirittura più doloroso di quello dei neri dell’Africa del Sud sottomessi all’apartheid.
I Palestinesi sono affamati, tutti i giorni vengono bombardati, vengono ammazzati su larga scala. La situazione a Gaza, obiettivo delle aggressive operazioni militari d’Israele, è orribile.
Sarkozy sa bene che invitare Israele significa incoraggiarlo a perseverare nell’occupazione e nei crimini contro i palestinesi.
Io non credo che gli europei, con i valori di cui è portatrice la loro cultura, possano invitare un Paese come Israele e partecipare alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della sua nascita. I Saloni del libro di Parigi e di Torino non sono, per Israele, che l’ennesima occasione per farsi propaganda e guadagnare ancora più consensi all’occupazione militare.
Quando il Kosovo si batteva contro la Serbia, l’Europa lo ha difeso e ha fatto la guerra alla Serbia. Il Kosovo apparteneva alla Serbia ma, a dispetto di ciò, il mondo ha combattuto la Serbia e l’ha bombardata. Nel caso di Israele accade l’opposto: Israele opprime un territorio occupato. E voi europei, voi aiutate gli occupanti israeliani invece che i palestinesi oppressi dall’occupazione! Perché usate due pesi e due misure?
Silvia Cattori : Ancora oggi, persino all’interno di movimenti di solidarietà con i palestinesi, non è possibile trattare Israele con la stessa severità con cui è stato trattato il regime sudafricano dell’apartheid. Quando l’intellettuale svizzero Tariq Ramadan ha semplicemente dichiarato che, se vogliamo essere coerenti e rispettare la dignità dell’uomo, dobbiamo boicottare il Salone di Parigi, è stato vilipeso e accusato di essere un sostenitore dell’antisemitismo [7]. Il boicottaggio di Israele è spesso considerato dalle persone di religione ebraica, come pure da rappresentanti di partiti di sinistra, come un atto di antisemitismo.
Aharon Shabtai : Gli ebrei rifiutano di vedere che attualmente vivono in campi di concentramento, in campi di prigionia, come quelli di Gaza, quasi quattro milioni di Palestinesi.
In Europa la gente non sa bene come stanno le cose qui. È assolutamente stupido utilizzare l’aggettivo “antisemita” e biasimare chi chiede il boicottaggio di Israele. Io sono nato qui, i miei figli vivono qui, eppure anch’io, che sono ebreo, la penso come quelli che vengono accusati di antisemitismo! Recentemente, anche Benny Ziffer, redattore capo del supplemento letterario del quotidiano israeliano Haaretz, ha chiesto il boicottaggio del Salone del Libro.
Queste accuse di antisemitismo non sono che pura propaganda. Fino a poco tempo fa Israele è riuscita a fare in modo che gli europei sostenessero la sua politica di occupazione. Ma, dopo la guerra in Libano e il blocco di Gaza, gli europei non possono continuare a fiancheggiare Israele. Gli appelli al boicottaggio non hanno niente a che vedere con il razzismo.
Silvia Cattori : Mentre nelle università britanniche è possibile rifiutarsi di invitare scrittori o scienziati israeliani, nell’Europa continentale la sinistra, di comune accordo, non aderisce mai alle richieste dei palestinesi di boicottaggio d’Israele. Perché?
Aharon Shabtai : Non capisco cosa significhi davvero il termine “sinistra”, dal momento che quelli che la guidano non tagliano ogni relazione con Israele. Io credo che un gran numero di persone tema, esponendosi, di sentirsi accusare di antisemitismo. Oggi il significato reale dell’Olocausto è completamente falsato. C’è una vera e propria industria dell’Olocausto di cui si è appropriata la propaganda israeliana. È ripugnante.
Silvia Cattori : C’è qualcuno che ha espresso sostegno alla sua presa di posizione?
Aharon Shabtai : Naturalmente. Ricevo molte lettere dall’Europa. Io so che le persone si sentono chiamate in causa. Non hanno nulla contro gli ebrei, ma condannano la brutalità della politica israeliana. È questo che i media non dicono.
Le persone hanno sostenuto Israele per tanti anni! Oggi però, dalle loro reazioni, possiamo capire che sono in maggioranza contro la dominazione e il militarismo di Israele. Ma nei media lei non ne troverà traccia, perché i media – e l’abbiamo constatato a proposito della guerra contro l’Irak – sono dalla parte di quelli che fanno la guerra. I media sono dalla parte di Israele.
Silvia Cattori
LE PAROLE DELLE DONNE
E' veramente sorprendente lo sforzo di uomini che si ostinano a voler interpretare le donne al di là della voce e delle parole delle donne stesse e, in nome di un assolutamente frainteso progressivismo, continuano ancora a voler supporre di poter dire, da maschi, che cosa sia opportuno per le donne e quale debba essere il loro ruolo nel mondo, ed addirittura nella pratica per il cambiamento del mondo. Ciò significa, nella realtà e nella pratica umana e politica, ridurre ancora una volta al silenzio le donne, anche in nome di una fraintesa quanto supposta e decisamente "sessuata" liberazione dell'uomo in quanto rappresentante, apparentemente senza identità sessuale, dell'umanità.
Basta.
L'unico atto politicamente, culturalmente, umanamente significativo e rispettoso dell'identità sessuata e culturale degli esseri umani, siano donne, uomini, ermafroditi, omosessuali e quanto l'umanità in sé contiene sarebbe usare il gesto di umiltà di ascoltare la diversità che completa ognuno di noi e che aiuta a capire la profondità e la complessità dell'umanità in quanto tale e nella sua primordialità interiore, che varie culture hanno contribuito a canalizzare in schemi e ruoli sociali prefissati e finalizzati alla conservazione di strutture di potere, al di là della peculiarità irriproducibile dell'essere. Ci chiediamo come ancora qualcuno tenti subdolamente di instradare il nostro dire oltre noi. Ascoltate le parole il fare i sogni le paure le pause i silenzi della DONNA PARVATI: vorremmo le SUE parole, non quelle di Mao riportate da maschi con uso strumentalmente politico della sofferenza e del percorso di faticosa liberazione umana di una donna ancora messa a tacere con parole non sue. Nessuna donna definirebbe sé stessa e il proprio genere sessuale "L'altra metà del cielo" perché ciò supporrebbe un'altra metà che da sola non potrebbe comunque esistere…. Il modo più apprezzabile per non celebrare, ma ricordare !, una ricorrenza importante come la giornata che è stata dedicata alla donna (NON LA FESTA DELLA DONNA) sarebbe stato lasciare una pagina vuota in attesa di farla riempire dalle parole e dalle immagini nate dalla vita e dal cuore delle donne.
Sappiamo anche pensare, parlare, cambiare, sognare, amare, generare; siamo la parte feconda e creatrice dell'umanità; siamo la parte che accoglie il seme e da questo incontro la vita si genera; siamo la terra in cui matura il seme e il grano cresce e la pianta e il frutto; siamo l'acqua che disseta; siamo l'acqua e terra che la luna muove a sé. Siamo Lilith. Ma siamo anche il sole. Siamo lacrime e sorriso: Medea e Beatrice. Siamo Baccanti urlanti Evoé, siamo streghe a ritingere luce nei campi e tra gli alberi, siamo streghe bruciate per il candore e l'intensità della vita che traborda da noi. Siamo Medea violate nel proprio orgoglio e siamo Beatrice nel nostro correre verso il cielo. La natura erompe ed irrompe in noi, e ci fa tingere come isteriche rabdomanti, curabili solo dall'incontro con solidi e nerboruti approdi. La questione è che la complessità che ci appartiene, il legame profondo che il nostro essere generatrici stringe con la terra e la materia tutta vivente che ci contiene, spaventa e non riesce ad essere compresa da chi, da tempi ancestrali, ha fondato sulla propria parzialità il predominio di un genere sessuale sull'altro, supposto che i generi siano solo due, in realtà sono molti altri ed in ogni essere umano coesistono pulsioni sessuali miste, variamente còndite e/o represse.
Non è questione di rivoluzione o, ancora peggio Emancipazione, quasi si trattasse di uscire da uno stato di minorità: trattasi di rovesciare la visione unilaterale del mondo letta solo come storia di UOMINI, con i cicli di evoluzioni e repressioni. Ma sempre uomini e fatti, frutto di elaborazioni di maschi; vi siete mai interrogati un istante sulle civiltà matriarcali? Vi siete mai chiesti perché ad un certo punto queste esperienze escono dalla storia per essere circoscritte a folklore antropologico? Vi siete mai chiesti se il fondamento culturale del potere in quanto struttura basata sul dominio e non sulla condivisione di ruoli abbia mai potuto avere un fondamento sessuato?
Soltanto quando saprete ascoltare gli occhi di una donna e quando non avrete paura di toccare i suoi sogni, soltanto quando riuscirete a seguirla strisciare sulla terra umida di luna, allora forse potreste tenderle una mano per stringerla in un cammino comune. Allora protremmo iniziare a parlare insieme di RIVOLUZIONE. Nella mente, nei cuori e nei gesti.

donne che corrono avanti al lupo.
***
Ancora su l’8 marzo
Quando ricordiamo sul nostro sito la ricorrenza dell’8 marzo non compiamo una operazione neutrale o che si riferisca ad un mitizzato “eterno femminino” che pervaderebbe oggi i sogni, le sensibilità e le parole delle donne, come se questo fosse immutabile e non risentisse delle condizioni storiche, culturali, sociali ed economiche date ed inscritte nella attuale fase del conflitto tra le classi e nello scontro tra imperialismo e popoli oppressi.
Tra l’altro questo femminino narrato è comunque il frutto delle elaborazioni dei maschi, dai classici greci a Dante e testimoniano di una compiuta dominanza ideologica, questa sì eternamente rinnovata, seguita all’esproprio delle facoltà procreatrici e dei fondamenti comunitari garantiti dalle donne nelle società matriarcali, dando vita al sistema gerarchizzato nelle formazioni castali fino allo sfruttamento che nella società industriale ha abusato la donna sia nel lavoro diretto che nel lavoro non retribuito, necessario alla riproduzione della forza lavoro complessiva, fino all’attuale fase di ri-mondializzazione dei rapporti di capitale dove, oltre al lavoro vivo ed alla natura si vuol sussumere e mettere a profitto i fondamenti stessi della vita nello sfrutamento del genoma.
Non credo che si possano supporre parole e sogni (forse le sofferenze si) identici e riferibili ad una ontologica concezione primordiale dell’essere-donna e facendolo si rischia di assumere ed introiettare la visione mitologica, strumentalmente costruita dagli uomini che relega la donna nella parte oscura, il nihil cui opporre il mascolino raziocinante; vi chiedete perché in una società che si può definire proto-comunista come quella spartana non venissero scritte sublimi tragedie come Medea ma si produsse la costituzione di Licurgo, che sanciva gli ampi poteri decisionali esercitati dalle donne, retaggio dei trascorsi matriarcali? O come mai una sofferta rielaborazione dei miti greci fu intrapreso per riflettere sulla condizione femminile nella delusione del suo presente “emancipato” e socialista da una scrittrice di notevole statura e sensibilità come Crhrista Wolf mentre, da partigiana, sceglieva di essere agente della Stasi…
Le parole che oggi le donne potrebbero scrivere su quella pagina bianca che voi auspicate, al pari degli uomini in condizione di subalternità, degli omosessuali, dei tanti invisibili, di tutti quanti sono costretti ad una condizione di apartheid sociale, di umilianti discriminazioni e disuguaglianze economiche, sl pari dei lavoratori costretti, peggio che in Cina, alla roulette russa sui posti di lavoro dalle leggi Treu-Biagi-d’Antona-non possono non tener conto degli attuali rapporti di forza tra le classi e dell’egemonia che le classi dominanti esercitano, pena rischiare di parlare il loro stesso linguaggio, come le tante donne, i tanti omosessuali, gli immigrati arricchiti che confondono l’emancipazione o l’integrazione con la liberazione, ciòè vedono nel diritto garantito ad assumere i valori ed i ruoli delle formazioni sociali dominanti la loro piena realizzazione; la pagina bianca è il risultato della cancellazione della memoria delle lotte e delle armi ideologiche che le classi subalterne e le donne ( le quali vivono l’ulteriore subalternità dello sfruttamento di genere) subiscono e tale cancellazione può farci credere, questo si subdolamente, che in una società finalmente esautorata dal conflitto di classe esistano solo lotte miglioriste per generici diritti di tipo trasversale, anticamera di ogni –frondismo e delle riedizioni neo-corporativiste tanto care ai Veltroni ad alla Polverini che benedicono le alleanze padroni-operai.
E’ chiaro quindi che ricordando l’8 marzo noi intendiamo compiere una operazione partigiana ed usiamo le parole e l’esempio che le donne possono dare a molti uomini, indicando i percorsi ed i processi della loro liberazione e non commettiamo nessuna operazione strumentale che riteniamo invece opera degli uomini che hanno reso questa ricorrenza un evento celebrativo, nel migliore dei casi, quando non una vera e propria fiera delle vacche, cercando così di occultarne l’origine ed il senso nelle lotte attuali, cercando di cancellare dalla memoria storica e dal vissuto dei proletari di oggi il sacrificio delle 129 donne morte bruciate nel 1908 a Chicago nell’incendio della loro fabbrica, mentre la stavano occupando; sono queste oggi le pagine bianche, quelle che i ceti dominanti hanno cancellato.
Queste pagine possono essere riempite con l’esempio e le parole di Hisila Yami o con le parole che lei per prima ha scelto di usare come armi nel percorso di liberazione delle donne nepalesi, possono essere riempite con l’esempio della giovane belga che ha scelto il martirio in Iraq, indicando alle donne e agli uomini sottoposti all’occupazione dell’imperialismo ed alle donne ed agli uomini dei paesi mandanti un esempio di lotta che supera le barriere nazionali, etniche ed anche i pregiudizi pseudoreligiosi,- avremmo detto una volta un esempio di internazionalismo, non oggi che anche a sinistra, nei paesi imperialisti, l’unico internazionalismo è quello postulato nel pensiero unico dei globalizzatori – possono essere scritte con l’esempio dei battaglioni femminili iraniani che si apprestano a resistere alla prossima invasione a stelle e strisce.
Ma
soprattutto non possiamo pretendere che le parole, i percorsi ed i processi di
liberazione delle donne e dei popoli dallo sfruttamento siano ovunque gli stessi
o peggio debbano essere modellati sulla presunta universalità dei valori
fondanti l’egemonia, non solo
economica e militare, ma anche ideologica e culturale, finanche nelle sue
declinazioni alternative, dell’occidente imperialista.
“L’altra metà del cielo” suggerisce una idea di alterità e, ritengo, anche la presa d’atto di una rispettosa distanza, in antitesi alla concezione di un universo delimitato dai sacri confini maschili della proprietà privata, compresa quella sulle donne; se questa espressione che Mao ha mutuato dalla filosofia tradizionale cinese può indicare una contraddizione non è nel senso occidentale di una opposizione inconciliabile da risolvere nella rappresentazione nichilista dell’annullamento dell’altro, poiche l’altro è parte del se , fosse pure il nemico (basti pensare, sempre riferendoci a Mao alle sue considerazioni sulla dialettica, alla condotta della guerra contro Chiag Kaishek, ed al pluridecennale conflitto con Teng Xiaoping).
Riconoscere
le differenze nell’alterità non
significa stabilire delle gerarchie o subordinare la parte femminile al tutto di
uno scontro interno al potere sessuato maschile, ma determinare le condizioni di
una complementarietà, non scontata a priori nelle forme che può assumere, per dirigere
la lotta contro la macchina totalizzante e globalizzatrice dello sfruttamento
dell’uomo sull’uomo e doppiamente del potere maschile sulle donne
MANIFESTO PER LA RINASCITA DELL'INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
Leggendo le parole di profonda e (visto il suo nome battesimale) sincera amarezza pronunciate dalla senatrice Franca Rame, la quale minaccia di dimettersi dal suo incarico istituzionale per ri-affermare (un pò in ritardo, forse) la propria coerenza ed onestà morale, intellettuale e politica, sorge spontaneo un interrogativo: ma davvero queste anime candide e pie pensavano di cambiare l'apparato del potere vigente, operando al suo interno, come si suol dire? Ma bisogna coltivare un'ingenuità sconfinata per illudersi fino a tal punto! Infatti, oltre a Franca Rame altri parlamentari (ossia Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Fernando Rossi, l'ex disobbediente Francesco Caruso, Willer Bordon, Mauro Bulgarelli) hanno ammesso di essere delusi dal governo e perciò negheranno il loro voto favorevole al premier.
Comunque, ne è occorso di tempo per prendere finalmente atto di una verità talmente evidente da far impallidire lo stesso Monsieur De Lapalisse, almeno per chi già molto prima della vittoria elettorale dell’Unione aveva previsto quanto sarebbe accaduto. Non grazie a straordinarie virtù profetiche, ma semplicemente perchè tutti i segnali e le vicende antecedenti lasciavano presagire il delinearsi di una condizione di inevitabile debolezza e subalternità della "sinistra" rispetto ai settori più retrivi e moderati della compagine governativa, ossia agli interessi predominanti di un coacervo di poteri parassitari formati da settori industrialdecotti, bancarottieri e speculatori finanziari, coalizzati con le forze più avide, egoiste e pericolose del sistema politico-economico italiano.
Tuttavia, ancorché rinsavite, tali anime "resipiscenti" (di "sinistri" piuttosto "tardoni") dovrebbero pur decidersi: o fanno i poeti o fanno i politici. Le due cose sono purtroppo incompatibili, almeno nell'attuale sistema politico in cui la passione e gli ideali (a maggior ragione la sensibilità poetica, se c'è) sono divorati dal cinismo più sfrenato, dall'opportunismo e dal carrierismo più spregiudicato. Persino dal punto di vista democratico-borghese, tale realtà è assunta come un assioma di un'evidenza inoppugnabile. E' ormai sempre più tangibile il processo di corruzione e degenerazione del concetto e dell'assetto della democrazia liberal-borghese nel nostro paese. La democrazia dovrebbe essere soprattutto partecipazione popolare ai processi decisionali, mediante l'esercizio del voto e il ricorso ad altri canali di controllo, di espressione e di opposizione (se ci sono e se funzionano!), ma è anche possibilità di un'alternativa e di una trasformazione concreta del potere e della società, che è il presupposto essenziale e indispensabile per costruire una società effettivamente libera e democratica, equa e progredita, cioé per superare i limiti e le contraddizioni reali, le iniquità e le sperequazioni materiali, che caratterizzano l'odierno assetto economico-politico e sociale borghese.
Questo è sempre stato uno dei traguardi più ambiziosi della sinistra democratica e progressista, quindi anche delle forze comuniste e antagoniste inclini alla lotta di classe per la fuoriuscita dall'attuale quadro storico dominato dal peggiore capitalismo bancario e finanziario. Purtroppo, il principale problema della sinistra, intesa come sinistra di classe ed anticapitalista, è sempre stato costituito più dal nemico interno che da quello esterno, più dagli opportunisti e dai rinnegati che si annidano tra le sue fila, dai sedicenti "compagni" infiltrati tra i suoi quadri dirigenti, che si impongono e si riproducono in modo stalinista e verticista, diciamo pure fascista, censurando, reprimendo e perseguitando chi tenta di esporsi e di lottare per l'affermazione delle giuste cause dei proletari e delle masse popolari oppresse e sfruttate nel mondo. Il vero nemico sono i falsi compagni, coloro che si appigliano ad un cavillo burocratico per impedire e soffocare la crescita e l'avanzamento di un movimento schierato dalla parte degli operai e dei lavoratori.
Il vero nemico è chi parla di regole ma le applica rigorosamente solo agli altri, che in nome di un presunto diritto, lo esercita e lo avoca solo per sé, negandolo agli altri. Inoltre, la sinistra odierna non deve adoperarsi esclusivamente per i privilegi riservati agli abitanti della sua nazione, ma deve adottare altre priorità, ossia le esigenze prioritarie legate alla sopravvivenza quotidiana degli esseri umani che popolano l'intero pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa e s'ingegna solo al servizio degli interessi dei lavoratori italiani o europei (benché attualmente non assolva nemmeno tale ruolo), ad esempio a vantaggio degli incrementi salariali destinati agli operai del nostro paese, dei diritti o delle franchigie degli impiegati statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e via discorrendo, mentre nel mondo oltre 35.000 persone muoiono di fame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa nello stato di povertà più estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive (da noi totalmente debellate) che con pochi euro si possono guarire!
Una vera forza di sinistra deve battersi per tali doveri prioritari e abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che in effetti è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti del mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e redistribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze altrui, per impostare una giustizia sociale globale. Le sinistre del terzo millennio devono prodigarsi e lottare per un mondo più equo e "pulito", in senso sia ecologico che morale, per attuare progetti di solidarietà e di giustizia sociale su scala mondiale. Se non si risolve a realizzare tali obiettivi indubbiamente rivoluzionari e destabilizzanti dal punto di vista delle ricche società occidentali, se non dimostra simili intenti e requisiti, la sinistra vale nulla, rinnega semplicemente se stessa, limitandosi a difendere e conservare solo le meschinità e le vanità personali inseguite da politicanti arrivisti e traffichini, da falsi proletari che in effetti invidiano i ricchi e si disinteressano altamente di coloro che, a poche ore di distanza con un semplice viaggio aereo, non sanno se giungeranno vivi al tramonto.
Pertanto, l'ispirazione della sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi esattamente nella direzione finora auspicata. Ma anche su tale versante, purtroppo, l'attuale "sinistra", quella con ambizioni (anzi, sarebbe più appropriato dire "velleità") di governo, ha fallito rovinosamente, avendo tradito le speranze e le aspettative di migliaia di veri ed onesti pacifisti, di attivisti impegnati in numerose vertenze in funzione antimperialista. Inoltre, rammento che la sinistra, quella autentica, la sinistra realmente rivoluzionaria, nacque con una vocazione storica profondamente internazionalista. Il celebre slogan formulato da Marx ed Engels "Proletari di tutto il mondo, unitevi" presuppone e reclama esattamente il principio prima enunciato. Una vocazione terzomondista che occorre riscoprire e rilanciare se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori peculiari e le prerogative storiche della Sinistra militante con la S maiuscola. Infine, la sinistra dovrebbe riscoprire e riaffermare con forza un altro argomento di grande attualità in tempi bui e tristi come quelli che viviamo, in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica.
Mi riferisco all'analisi marxiana che rivela come il filo conduttore, l'elemento costante e ricorrente nella storia, dall'antichità sino ad oggi, debba essere rinvenuto nell'asservimento e nello sfruttamento del lavoratore sociale: lo schiavo nel mondo antico, il servo della gleba nella società medievale e l'operaio salariato dell'età moderna risultano tre differenti versioni della medesima figura del lavoratore asservito, ugualmente costretto - benché in forme diverse - a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi e voraci sfruttatori del genere umano. Rileggendo e riscoprendo l'opera di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come anche nella società moderna sopravviva una determinata forma di schiavitù, dai contorni quasi impercettibili: la "schiavitù salariata" degli operai che, essendo privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la propria forza-lavoro e a (s)vendersi quotidianamente. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il superamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'intera umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di autentica libertà, riscatto e progresso generale.
Lucio Garofalo
Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.
(Bertold Brecht)


Creazione del poster: "by Soviet"

Il nuovo cd del
Gruppo Folk Vincanto, intitolato Trainanà d'amore
ed edito da Arte Nomade, potrà essere acquistato in tutti i concerti del
gruppo,
in tutte le edicole delle Marche e per corrispondenza.
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Dopo
il loro primo cd dal titolo omonimo, i Vincanto tornano a
popolare la scena musicale restituendo voce e musica a testi della tradizione
marchigiana ed italiana ed immergendo il loro lavoro in tutti i sapori, i
colori, gli odori della terra da cui provengono, salvo poi contaminarli con
tradizioni e ritmi di altre terre, di altre storie che pur l'hanno
attraversata. Le Marche, in questo cd dal titolo evocativo,
Trainanà d'amore, sono rappresentate nella loro
complessità, nel loro essere, in definitiva, un insieme di ragioni, tante
quante chi vi abita; un crogiuolo di passaggi, tanti quanti coloro che le
hanno attraversate, incontrate, esplorate, conosciute; un fazzoletto di
colori, tanti quanti sono i crinali aspri dell'Appennino, le cime arrotondate
delle colline, le valli frettolose, le sfumature ed il cesello dei campi
coltivati nel susseguirsi delle stagioni. [...]
"Trainanà"
è un gioco d'amore, un corteggiamento amoroso, un assedio appassionato
dell'oggetto d'amore, un ensemble di storie di lontananza, di vicinanza, di
abbandono, di separazione, di ritorno, di passaggio, di tradimento, di
incantamento, di trasformazione, di gioia. In ogni canzone del cd emerge la
narrazione di un movimento, che è qualche volta anche solo la storia di
un'intenzione, destinata ad avvicinare e allontanare, trasformare e ricreare,
condannare e redimere, unire e separare. La canzone popolare rivive e si
trasforma nella musica dei Vincanto, continuando a dar voce a
storie che Propp comprenderebbe tra gli archetipi della nostra civiltà,
immagini primordiali appartenenti all'inconscio collettivo, "capaci di
riunire le esperienze della specie umana e della vita animale che la
precedette, costituendo elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei
sogni". Limmaginario collettivo della tradizione popolare accoglie i
personaggi che i Vincanto fanno viaggiare, incrociare, incontrare con ritmi
musicali e strumenti di diversa origine.
Trainanà
d'amore, così
intensamente popolare quanto musicalmente raffinato, è capace di essere
filologico nei brani più tipicamente tradizionali, senza rimanere tuttavia
imprigionato negli schemi fissi della tradizione da cui trae linfa vitale,
facendo, anzi, tesoro di questa esperienza per spingersi verso una dimensione
musicale che, nelle composizioni originali, semplicemente rimanda a quei
ritmi, aprendosi al gusto per la ricerca di dimensioni musicali più
sofisticate e personali, "tradendo" (questo forse il termine che
userebbero i puristi) quella tradizione, per tentare di costruirne una nuova e
più vitale. [...]
MAI PIU’ HIROSHIMA E NAGASAKI
Nei giorni passati, in questo scorcio di un’estate bollente che volge al termine, in diverse località della Terra (in modo particolare in Giappone) sono state celebrate le ormai rituali commemorazioni legate ai 62 anni trascorsi dalle terribili date del 6 e del 9 agosto 1945, quando gli americani gettarono senza pietà le prime bombe atomiche della storia a spese delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero rase totalmente al suolo. Soltanto nei primi mesi successivi alla deflagrazione nucleare i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila. Quelle dell’agosto del 1945 sono state le uniche volte (per fortuna) in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. E’ bene ricordare che la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini commessi contro l’umanità, come qualcuno li ha giustamente definiti, crimini rimasti però impuniti) va indubbiamente ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un attimo ad usare armi di distruzione totale per vincere la guerra. In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki.
Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un vero e proprio alibi di natura tecnico-scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è assolutamente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo, in realtà prevalente, era di ordine strategico-politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese completamente affranto e stremato, ormai prostrato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un gesto scellerato compiuto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta strategico-politica ben precisa, di un chiaro segnale intimidatorio, teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.
Negli anni successivi al 1945, nel secondo dopoguerra, le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che venne definito di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli USA, e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale. Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est.
Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”. Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo terrestre) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte! Nel corso degli anni Ottanta, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante ragazzino di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (ovviamente, nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, pericolo poi scongiurato.
Cito questo film per far comprendere come in quegli anni la percezione della gravità dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione totale del genere umano, era molto maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è molto più pericolosa di quella che ho appena descritto e che si riferisce al periodo della “guerra fredda”. Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e dunque fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto e sottolineo: Israele... Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre, la possibilità (non solo teorica) che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti militari delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’attuale situazione internazionale, avvolta in quella che è stata convenzionalmente – ed erroneamente - definita “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” made in USA che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra.
Per questo, non tanto di “spirale” si tratta, quanto di due volti mostruosi e gemellari partoriti dal medesimo apparato di distruzione e di oppressione: l’imperialismo statunitense… L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. Anni in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (USA e URSS) esercitava un potentissimo effetto deterrente.
Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, estremamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-attribuiti con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale ed infausto. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità ed un coinvolgimento crescenti anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari! Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio rammentare alcuni episodi occorsi nel 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad un drammatico scontro militare e al successivo ricorso ad armi nucleari.
Esistono alcune micro-potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”… Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli USA, la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno prettamente commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi all’accesa competizione commerciale tra USA, Giappone, Europa e Cina, oppure alla rivalità monetaria (una vera e propria guerra monetaria) tra il dollaro e l’euro. Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute ed anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerra-guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici “tribali” sono stati perpetrati veri e propri genocidi utilizzando armi rozze e primitive: ad esempio, in alcuni Stati africani, come il Ruanda, sono stati commessi spaventosi massacri (contro l’etnia Tutsi) a colpi di machete, un pesante coltello dalla lama lunga e molto affilata.
Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più insidiosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda rispetto al passato. Pertanto, a tale proposito voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso alcuni anni or sono nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione.
Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?” In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’autoannientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta.
Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ovvero di una classe sociale da parte di un’altra classe, eccetera eccetera. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima.
Tuttavia, la differenza più evidente ed innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile, per cui non va minimamente sottovalutato. Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo, banale ed utopistico, esprime un’istanza molto diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema e vitale importanza, contiene una proposta assolutamente necessaria e indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra:
BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!
Lucio Garofalo


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Dizionario
Enciclopedico Osimano
sito
di Massimo Morroni (ricercatore, storico, poeta).

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e non è poco!)
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