Spazio Culturale

MANIFESTAZIONI
E CONCERTI
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Il “gioco del calcio”
Ovvero come imparare in modo piacevole e divertente
Da
tempo coltivavo l’ipotesi di scrivere un trattatello pedagogico, magari sotto
forma di romanzo breve, o quantomeno un articolo, oppure un resoconto
sufficientemente chiaro e dettagliato, per provare a documentare e descrivere
minuziosamente, ma soprattutto per rielaborare criticamente sul piano della
riflessione teorico-pedagogica, un’esperienza pratica indubbiamente originale
(per cui ne rivendico l’esclusiva), concepita e perfezionata nel corso della mia
carriera professionale. Mi riferisco ad un’invenzione metodologica personale che
ha arricchito ed affinato in termini di estro creativo ed efficacia, quella che
è l’azione didattica quotidiana, ottenendo riscontri educativi indiscutibilmente
validi ed apprezzabili, talvolta persino eccellenti. Infatti, ovunque sia stato
sperimentato, questo sistema pedagogico alternativo ha registrato reazioni
favorevoli, entusiasmando gli alunni delle varie classi in cui è stato
introdotto.
Avendo molti anni di carriera alle spalle, francamente non ricordo bene la prima
volta in cui adottai questa strategia. Rammento solo che si trattava di un
classe quarta in un circolo didattico in provincia di Napoli, laddove la
stragrande maggioranza dei bambini non aveva alcuna voglia di studiare e, in
molti casi, nemmeno di frequentare la scuola.
Pertanto, i principali destinatari di questa metodologia di insegnamento ludico
sono gli alunni della scuola primaria in età compresa tra gli 8 e i 10/11 anni
al massimo, cioè a partire dalla classe terza della scuola (ex) elementare. Ma
nulla vieta di ricorrere a questa tecnica anche in una classe iniziale della
secondaria di primo grado (ex scuola media), laddove l’insegnante di matematica
registri la necessità di consolidare l’apprendimento delle tabelline
nell’eventualità (ovviamente deprecabile ma frequente) che qualche alunno accusi
gravi insufficienze, ritardi o lacune, oppure (l’insegnante) ritenga opportuno
insistere su altri argomenti e cognizioni che risultino deboli o carenti.
Il
meccanismo del gioco è molto elementare ed è facile da comprendere e rispettare:
il regolamento si riduce a poche, semplici regole mutuate dal gioco del calcio,
tradotte e declinate in un contesto diverso. Non a caso, il metodo l’ho chiamato
“gioco del calcio”.
Si
procede anzitutto alla rappresentazione sulla lavagna (o, in alternativa, su un
foglio da disegno) del “rettangolo di gioco”, corrispondente alla forma
rettangolare di un campo di calcio: bisogna tracciare una figura che comprenda
pochi elementi grafici quali le metà campo, il centro, le aree di rigore, le
porte e i calci d’angolo, inserendo in ogni metà campo una sequenza numerica da
1 a 3, come ho già accennato precedentemente.
Come si può facilmente desumere, già nella fase di preparazione del gioco si
presenta la possibilità di somministrare, sotto forma di gioco, alcuni esercizi
pratici ed operativi che possono rivelarsi utili per l’acquisizione e il
consolidamento tecnico di alcune nozioni di geometria piana, nella fattispecie
inerenti alla costruzione degli angoli e dei rettangoli.
Le
gare si possono disputare individualmente, oppure dividendo gli alunni in
piccoli gruppi. La scelta della formula migliore (tra sfide individuali o a
squadre) è dettata ovviamente da ragioni di utilità e convenienza, talvolta da
necessità contingenti, che sarà l’insegnante a valutare in modo opportuno e
costruttivo nelle varie circostanze. La mia esperienza personale mi ha indotto a
preferire lo schema delle dispute individuali piuttosto che a squadre,
rinunciando saggiamente ad allestire tornei a gironi eliminatori, onde evitare
di innescare eccessive spinte agonistiche rischiando di esasperare gli animi.
L’insegnante svolge mansioni arbitrali e rivolge ai bambini le domande relative
alle tabelline della moltiplicazione. Ogni tre risposte esatte consecutive date
da uno dei due alunni concorrenti, si realizza un goal. La gara si conclude nel
momento in cui uno dei due avversari segna il maggior numero di goal. Sarà
l’insegnante a fissare, a propria discrezione, il termine del confronto. Per
esperienza suggerisco un limite massimo di 3 goal, così da accelerare i tempi
delle sfide e consentire a tutti i bambini di parteciparvi.
Mi
permetto di esortare i colleghi (che dovessero decidere di adottare nel bagaglio
della propria esperienza questa soluzione didattica-metodologica che, ripeto, ha
dato luogo a risultati molto validi ovunque sia stata applicata) ad usare molta
attenzione per evitare eventuali contraccolpi o scompensi sul piano psicologico
ed emotivo, da parte degli alunni, eccitati magari dall’ansia o dalla tensione
agonistica esasperata, derivante dalla competizione. L’atteggiamento che anima
le “sfide” tra gli alunni, deve essere gestito e circoscritto il più
possibile nell’alveo di un clima equilibrato e sereno, improntato ad una sana e
genuina sportività. Altrimenti il gioco rischia di degenerare in dispute
rissose.
E’ inutile sprecare altre parole per raccontare i sentimenti di gioia e di
euforia che i bambini sprigionano e trasmettono quando sono impegnati nello
svolgimento delle gare, anzitutto perché lo spirito ludico e la carica
agonistica esercitano una spinta notevole che li sprona ad apprendere. I
risultati sono positivi anche nel caso dei bambini che scelgono di non
cimentarsi, magari per timidezza, per cui preferiscono restare ai margini ma, in
ogni caso, seguono con interesse le sfide, perciò finiscono anch’essi per
imparare senza compiere alcuno sforzo mentale, semplicemente osservando gli
altri che giocano.
In
chiusura aggiungo alcune considerazioni per sottolineare un aspetto molto
rilevante.
Un
metodo di insegnamento ispirato a scelte di carattere ludico-creativo non può
mirare esclusivamente al perseguimento di specifici traguardi cognitivi fissati
dall’insegnante, che sono innegabilmente preziosi, ma deve cercare di impostare
e promuovere una finalità indubbiamente superiore che rientra in una sfera
pedagogica più generale, vale a dire in una dimensione meta-cognitiva. Mi
riferisco all’assimilazione di requisiti assolutamente indispensabili alla
maturazione di una sana e corretta socializzazione e all’interiorizzazione di
norme condivise, in quanto presupposti ineludibili per un processo di educazione
alla cittadinanza e alla convivenza democratica, che costituisce il fine supremo
di una scuola che “naviga” nella complessità del mondo contemporaneo.
Concludendo, mi preme ribadire ancora una volta che i risultati conseguiti
(ovunque) grazie a questa visione pedagogica di ordine ludico ed alternativo,
sono innegabilmente superiori a quelli che avrei ottenuto ricorrendo a qualsiasi
altra soluzione didattica. Almeno, è quanto ho avuto occasione di riscontrare
nella mia esperienza professionale.
Lucio Garofalo

Prove di golpe tecnocratico
L’art. 1 della Costituzione italiana recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Parole sacrosante. Ma la sovranità popolare è di fatto negata o limitata da una sorta di assolutismo mediatico, una strisciante dittatura ideologica generata dalla televisione. Una tirannide che Pasolini aveva raccontato come il vero fascismo, cioè la peggior forma di oppressione totalitaria.
Il potere di persuasione occulta della televisione è immenso, subdolo e penetrante, è un dispositivo ideologico assolutamente pervasivo e totalizzante, funzionale ad un disegno di autoconservazione e rafforzamento dell’ordine vigente. Oggi, più che in passato, si rivela in tutta la sua sconcertante verità un principio sacro al ministro della propaganda hitleriana, Joseph Goebbels, il quale sosteneva (non a torto) che una menzogna ripetuta ossessivamente, prima o poi viene recepita dalla gente come un dogma incontestabile.
In altri termini, non si inventa nulla di nuovo, ma si tratta di un fenomeno addirittura elementare e primitivo; tuttavia cambiano le soluzioni e le forme, le strategie e i mezzi tecnici, ritenuti più utili e convenienti, soprattutto adeguati all’attualità del momento.
Il sentimento immediato e primordiale su cui agisce e si impernia l’apparato ideologico della (dis)informazione televisiva, è la paura, ossia l’inquietudine suscitata negli animi di fronte ad una presunta “minaccia” (reale o immaginaria che sia, poco importa) descritta e agitata come uno spauracchio capace di influenzare e mobilitare le masse.
La paura è il fulcro istintivo ed emotivo su cui fa leva la macchina propagandistica della “strategia della tensione” ed è un formidabile strumento di controllo e di pressione esercitato nei confronti dell’opinione pubblica. In passato si faceva ricorso al “nemico” individuato, in base alle circostanze e alle necessità, nel terrorismo interno (di matrice brigatista o di altra natura e provenienza) ed esterno (ad esempio al-Qaida, o altre sigle internazionali), ovvero nel pericolo rappresentato da un’epidemia ancora sconosciuta (si pensi all’Aids negli anni ’80, o altri morbi contagiosi, come in epoca medievale la peste nera), o infezioni di origine alimentare (cito i casi noti della mucca pazza e dell’aviaria).
Insomma, il meccanismo psicologico e irrazionale innescato da chi detiene il potere, è uno strumento formidabile, idoneo a scatenare fenomeni di panico collettivo e isterismi di massa, creando ad arte un contesto di allarmismo sociale che permette di giustificare e cavalcare interventi destabilizzanti e svolte politiche di segno autoritario e repressivo.
Oggi si preferisce impiegare le armi più sofisticate e “sublimi” della guerra finanziaria.
Mediante un bombardamento incessante e quotidiano, i mass-media agitano gli spettri terrificanti dello “spread” e del “default”, in modo che l’opinione pubblica di una nazione sia messa nella condizione di accettare persino la soluzione più estrema e dolorosa. Si pensi al clima di “emergenza nazionale” creato in modo puntuale e capzioso da chi ha tutto l’interesse a legittimare svolte antidemocratiche che si inseriscono in un piano di ristrutturazione economica e ricomposizione del capitalismo su scala globale.
Si tratta di una piattaforma molto aggressiva e agguerrita, di impronta oltranzista ed eversiva, egemonizzata dalla borghesia imperialista ed imperniata sulla costruzione di un governo presieduto da un tecnocrate che evidentemente fa comodo a quei centri di potere che invocano e perseguono soluzioni draconiane e coercitive contro la crisi, per scaricare gli effetti più duri sui lavoratori e cancellare in un colpo solo le tutele sociali e i diritti sindacali conseguiti dal movimento operaio attraverso decenni di lotte costanti.
Con l’incarico conferito dal Quirinale al professor Mario Monti, un tecnocrate promosso senatore a vita, si è insediato un governo ultraconservatore appoggiato e sponsorizzato dalle principali forze parlamentari di destra e di “sinistra”, che formano un fronte compatto al servizio del capitale quando si tratta di salvaguardare gli interessi dei gruppi economici dominanti. L’esecutivo di “emergenza” nato sotto la pressione dei mercati borsistici si rivelerà persino più reazionario e antipopolare di quello guidato da Silvio Berlusconi. Per la serie: “dalla padella nella brace”. Ce ne accorgeremo presto.
Per introdurre un regime dittatoriale non serve più il ricorso alla violenza militare, ma è indubbiamente più efficace l’autorità morbida e persuasiva esercitata dalla televisione.
Non a caso, se un colpo di Stato è attuato direttamente dall’esercito, si definisce “golpe militare”, ma se è il potere delle grandi banche a sovvertire (o a condizionare, che dir si voglia) in modo astuto e ingannevole le istituzioni democratiche, consolidando il primato della finanza sulla politica, si preferisce chiamarlo ipocritamente “governo tecnico”.
L’esperienza storica dimostra che un governo cosiddetto “tecnico” riesce più facilmente ad imporre all’opinione pubblica i rimedi più drastici e impopolari, diversamente da un governo eletto democraticamente che, per natura e definizione, è più incline o sensibile alla volontà di estendere e, in ogni caso, mantenere la base del consenso elettorale.
L’arroganza e la spregiudicatezza del capitale finanziario sono tendenze apertamente ostili alle istanze di partecipazione e democrazia rivendicate dal basso, ed oppongono un baluardo insormontabile che ostacola ed impedisce l’esercizio della sovranità popolare.
Si riconferma l’antitesi assolutamente insanabile che esiste tra i mercati azionari, da un lato, che rispondono solo alla ferrea, spietata e disumana legge del plusvalore, e le regole o i valori essenziali di ogni forma di convivenza civile e democratica, dall’altro. Si tratta di una situazione di inconciliabilità conflittuale e di irriducibile contrapposizione, intrinseca alla natura autentica e all’origine stessa del capitalismo, inteso tout-court.
Lucio Garofalo

Lo spettro della democrazia spaventa i mercati
All’indomani del crack finanziario del 2008 si levò un coro di voci “indignate” persino ai vertici delle più importanti istituzioni politiche mondiali (cito su tutti il presidente degli Usa) per reclamare interventi finalizzati a regolamentare e “moralizzare” i meccanismi della finanza globale, vista come “rea e perversa” e additata quale capro espiatorio.
Si invocarono varie misure tese ad arginare soprattutto il cinismo, la spregiudicatezza e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e sulle transazioni finanziarie. In altri termini, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia produttiva.
Sono passati tre anni, è in corso di svolgimento l’ennesimo summit mondiale (il G20 in Francia) e nessuna proposta politica degna di questo nome è stata mai adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando (appunto) le interferenze che le élite finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare, ricorrendo anche a mezzi spregiudicati e criminali, nei confronti delle autorità politiche ad ogni livello, limitando di fatto la sovranità e l’autonomia decisionale degli organismi eletti democraticamente.
Perciò, cianciare di “democrazia” quando questa forma di governo è destituita di ogni legittimità e ogni fondamento, non ha più molto senso. O, per meglio dire, ha senso solo se si intende rilanciare e rinvigorire il funzionamento della democrazia ripartendo dal basso, ossia promuovendo le forme e i canali della partecipazione diretta e popolare.
A tale proposito, le reazioni di panico e di feroce ostilità che le tecnocrazie europee e le oligarchie finanziarie hanno manifestato apertamente nei confronti della proposta, assolutamente legittima, avanzata dal premier George Papandreou di indire in Grecia un referendum popolare, attestano in modo inequivocabile, casomai servissero ulteriori conferme, che la democrazia è assolutamente incompatibile con il sistema capitalista.
Per rendersene conto basta leggere la dichiarazione dell’agenzia di rating Fitch: “Il referendum greco – dice Fitch - mette a repentaglio la stabilità e la vitalità stessa dell’euro”. Non occorre aggiungere altre parole per commentare una simile posizione.
Ma cos’è accaduto in Grecia? Forse Papandreou si è ricordato improvvisamente di essere di sinistra? O, come è più facile immaginare, l’ondata di scioperi e le rivolte sociali sempre più estese e partecipate, le tenaci proteste popolari che hanno infiammato le città greche, a cominciare dalla capitale Atene, hanno sortito un effetto persuasivo?
E’ inutile supporre quale potrebbe essere l’esito del voto referendario, a dir poco scontato: il popolo greco si pronuncerà molto probabilmente contro le misure draconiane imposte dall’alto, provocando di conseguenza l’uscita della Grecia dall’euro.
Al di là delle ipotesi sul referendum in Grecia, la questione di fondo è costituita dal diritto all’autodeterminazione dei popoli, un principio inalienabile che ispira da sempre la cultura liberale e legittima il criterio della sovranità popolare che è alla base delle democrazie moderne. Un principio che oggi è gravemente insidiato e calpestato dalle tentazioni oligarchiche e tecnocratiche insite nella natura illiberale del capitalismo.
Se questa crisi ha un merito, consiste nell’aver messo a nudo le insanabili contraddizioni del sistema capitalista, rivelando la sua matrice autoritaria e antidemocratica, che è incompatibile con la sovranità popolare e con qualsiasi forma di governo democratico.
Lucio Garofalo
