Spazio Culturale

GUERRA
INFINITA IMPERIALISTA
E RESISTENZA DI CLASSE NEGLI USA
Un incontro con Ellen e John Catalinotto sull’attuale crisi economica, sociale,
politica e sulle resistenze dei lavoratori e delle masse negli Stati Uniti
Questa comunicazione vuole sottolineare la situazione politica e sociale e la lotta di classe all'interno degli Stati Uniti. Il nostro è il tempo della guerra imperialista e delle occupazioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. È il tempo delle minacce contro l'Iran e la Siria. È il tempo in cui Washington vuole usare la NATO come forza di polizia da imporre a tutto il mondo. È il tempo che segue la fine dell'Unione Sovietica e degli stati socialisti suoi alleati nell'Europa dell'Est. Gli Stati Uniti sono di gran lunga la potenza militare dominante nel mondo. La globalizzazione imperialista ha elevato le dimensioni della classe lavoratrice, comunque costretta a rendersi disponibile allo sfruttamento da parte del capitale finanziario capitalista. I salari di tutti i lavoratori del mondo vengono compressi verso il basso. I lavoratori nei paesi oppressi vengono pagati tanto poco che non possono vivere una vita dignitosa e formarsi una famiglia. Ora che in tutte le parti del mondo possono essere eseguiti gli stessi lavori e si possono avere le medesime produzioni, anche nei paesi imperialisti viene esercitata un'enorme pressione per tagliare i salari e le protezioni sociali dei lavoratori. E in questi ultimi mesi è divenuto evidente che l'economia USA, e probabilmente anche quella mondiale, sono entrate in recessione.
Si tratta molto più di una recessione, siamo in presenza di una crisi economica del tutto simile a quella degli anni Trenta. Negli Stati Uniti, i più autorevoli economisti borghesi hanno ammesso che questa recessione si è creata in seguito alla crisi dei fondi ipotecari "sub-prime". Per gli investitori e i capitalisti della finanza, questo significa instabilità nei mercati finanziari. Per i lavoratori, questo significa la perdita delle loro abitazioni, del loro impiego e delle loro pensioni dopo una vita di lavoro. Pur in presenza di tutto ciò, di tanta sofferenza per le masse, vi sono anche delle buone notizie per noi anti-imperialisti. Forse sarebbe meglio definirle cattive notizie per gli imperialisti. Le eroiche resistenze dei combattenti in Iraq, Afghanistan, Palestina e Libano hanno messo in chiara luce la debolezza del Pentagono e di Israele, stato cliente pesantemente armato e foraggiato dagli Stati Uniti. La socialista Cuba si conserva forte. In tutta l'America Latina, paesi guidati dal Venezuela Bolivariano si rifiutano di prostrarsi alle politiche neo-liberiste.
In Colombia e nelle Filippine, i regimi di destra devono affrontare con le armi le lotte di liberazione. Forse, noi comunisti non ci siamo ancora ripresi dalla perdita dell'Unione Sovietica. Nei primi anni Novanta del secolo scorso i filosofi borghesi avevano affermato che eravamo arrivati alla fine della storia. Ma vi sono segnali che la storia non è finita del tutto. È iniziata la lotta contro il neo-liberismo, contro l'imperialismo. In molte parti del mondo, in particolare nell'America Latina, si parla ancora di lotta per il socialismo. La questione che vogliamo affrontare adesso è se questa lotta coinvolgerà la classe lavoratrice nei paesi imperialisti, e in modo particolare negli Stati Uniti. Naturalmente, noi ci rendiamo conto quanto sia importante considerare le lotte dei lavoratori in Giappone, in Australia e in Canada, e giustamente anche in Italia e nell'Europa Occidentale. Ma, dato che conosciamo molto meglio la situazione della lotta negli Stati Uniti, punteremo la nostra attenzione su questo specifico. Anche perché la lotta di classe all'interno degli Stati Uniti viene cancellata dai mezzi di informazione corporativi.
Perfino i comunisti di altri paesi hanno spesso una visione distorta di quello che succede nel cuore dell'imperialismo mondiale. Tutti vedono i film di Hollywood e dalle televisioni USA sembra che non esista la lotta di classe. Sembra che anche la gente povera sia benestante. E sembra che molti Statunitensi votino per Bush e la pensino come lui. Solo quando capita qualcosa come l'Uragano Katrina - la distruzione di New Orleans nel 2005 - allora viene messa a nudo sotto gli occhi del mondo la realtà della vita negli Stati Uniti. Quindi, dobbiamo tenere presente che la popolazione degli Stati Uniti si aggira sui 300 milioni di persone. Fra costoro, vi sono 47 milioni privi di assicurazione sanitaria. Esistono 35 milioni di Afro-Americani, che devono affrontare ogni giorno una buona dose di razzismo. Vi sono circa 40 milioni di Latino-Americani soggetti a discriminazioni. Sta aumentando il numero di Asiatici ed Africani immigrati. Fra questi immigrati, vi sono quasi 12 milioni di lavoratori privi di documenti legali.
Questi lavoratori immigrati hanno dimostrato a milioni nella primavera del 2006 ed hanno reintrodotto negli Stati Uniti il Primo Maggio. Tantissime sono le lavoratrici, quasi il 50% della forza lavoro, che devono subire salari più bassi e forme di discriminazione. Si riscontrano particolari forme di oppressione nei confronti delle lavoratrici lesbiche e dei lavoratori gay, bi-sexual e trans. 2,2 milioni di proprietari della loro abitazione devono subire la confisca della casa per non essere riusciti a pagare ipoteche da usura. Di tutta la popolazione attiva, quasi tutti sono proletari, nel senso che non hanno nelle loro mani i mezzi di produzione. E dagli anni Settanta, i loro salari mediamente stanno diminuendo. Ora si trovano ad affrontare un precipitoso declino nei loro standard di vita. Esiste la classe. Esiste la necessità della lotta. Quello che ancora necessita è l'assunzione di consapevolezza e l'organizzazione. Dato che noi siamo marxisti e quindi dialettici, amiamo osservare gli eventi assieme alle loro contraddizioni. La prima parte di questa relazione tratterà della strategia e delle problematiche dell'aggressiva politica imperialista della classe al governo degli Stati Uniti, a partire dall'11 settembre 2001. Si evidenzierà come l'amministrazione Bush sia particolarmente arrogante, aggressiva e ingannevole. Inoltre, che questa politica è la politica dell'intera classe dirigente USA, e non solo della combriccola di Bush.
Verrà preso in esame lo sviluppo del movimento contro la guerra a partire dal 2001 e lo stato di questo movimento al presente. Verrà posta particolare attenzione al movimento contro la guerra all'interno delle Forze Armate Statunitensi e fra i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan. Nella seconda parte si discuterà di globalizzazione e del suo impatto sui lavoratori anche nei paesi imperialisti. E di come il suo sviluppo abbia portato ad un attacco frontale alle condizioni di vita dei lavoratori anche in questi paesi. Questo provoca uno slancio nell'inevitabile lotta dei lavoratori, perfino in un paese come gli Stati Uniti. Discuteremo dell'attuale crisi economica, che riscontra il suo centro negli USA. Prenderemo in esame lo sciopero di 3.600 lavoratori dell'industria di componenti di automobili, la "American Axle" (assali), con sede negli Stati Uniti, come fatto emblematico dell'aggressione al salario dei lavoratori e della risposta di lotta ricca di potenzialità. Ed esamineremo anche la resistenza sempre crescente alle preclusioni al diritto di riscatto e alla perdita della proprietà della casa. La terza parte prenderà in esame le elezioni nazionali negli Stati Uniti. Normalmente, noi, che ci consideriamo comunisti rivoluzionari, poniamo scarsissima attenzione a queste elezioni.
E io penso che anche in Italia, quest'anno, almeno una parte della sinistra rivoluzionaria stia scoraggiando a partecipare alle elezioni nazionali Italiane, dato che queste elezioni presentano la stessa impronta politica di quelle negli Stati Uniti. Si tratta di una scelta fra due diverse parti entrambe imperialiste. "Coca e Pepsi". Anche quest'anno negli USA si tratta di scegliere fra due partiti imperialisti. Ma la presenza di un candidato Afro-Americano, che porta il nome di Barack Hussein Obama, e che potrebbe effettivamente diventare Presidente, contribuisce a colmare di contraddizioni queste elezioni. Allora, prenderemo in considerazione alcune di queste contraddizioni. L'offensiva della Guerra imperialista nel XXI secolo, di John Catalinotto La prima grande fase dell'offensiva imperialista nel XXI secolo si è aperta dopo l'attacco dell'11 settembre 2001 contro il World Trade Center e il Pentagono. L'attacco e l'utilizzazione da parte dell'amministrazione Bush dello choc psicologico da esso provocato sono serviti al Presidente e ai suoi colleghi per preparare la popolazione a sostenere una "guerra infinita". Personalmente comprendo benissimo questo stato psicologico. Io stesso lavoravo al 31º piano della prima torre del World Trade Center. Quel giorno ho fatto tardi al lavoro.
Solo per questo, la paura e il trauma che ho provato sono stati ben inferiori di quanto avrebbero potuto essere. Gli elementi più reazionari e aggressivi dell'amministrazione Bush hanno subito approfittato degli attentati, che hanno fornito loro l'occasione per dare inizio a un'offensiva militare per la conquista del mondo. Non era trascorso un mese che già Washington aveva lanciato la sua offensiva militare contro l'Afghanistan, che avrebbe provocato la distruzione del regime dei Talebani e portato alla sostituzione di questo regime con un governo fantoccio. Attualmente però non esiste un governo stabile a Kabul, esiste un'opposizione armata e in tutto il paese sono presenti gruppi militari indipendenti. E Washington sta cercando di utilizzare la NATO, anche con l'appoggio del governo Italiano, per l'occupazione dell'Afghanistan. In seguito, la congrega Rumsfeld-Wolfowitz-Cheney ha puntato al vero obiettivo: la conquista dell'Iraq, che detiene il 10% delle riserve petrolifere mondiali. Pensavano di farlo, al meglio, con l'impiego della sola potenza militare USA, senza offrire ai loro rivali, Francia, Germania e Giappone una parte adeguata del bottino.
Desidero evidenziare 935 menzogne. Le hanno conteggiate due gruppi che negli USA tengono sotto controllo i media. [Il Centro per l'Integrità Pubblica, in collaborazione con la Fondazione per un Giornalismo Indipendente]. La banda Bush ha mentito 935 volte, fra l'11 settembre 2001 e il 19 marzo 2003, per giustificare l'invasione dell'Iraq. Bush ha mentito per 259 volte. La menzogna più grande è stata che l'Iraq era in possesso di "armi di distruzione di massa". E che Saddam Hussein collaborava con al-Qaida. Perché è importante il numero di menzogne? Perché vi sono 935 buoni motivi per mettere sotto inchiesta i mentitori. Le 935 menzogne sono le prove che l'intera classe dirigente degli USA è responsabile di un complotto per scatenare la guerra contro l'Iraq. I milioni che hanno marciato contro la guerra sapevano che quelle erano menzogne. Non bisognava essere degli Einstein. O dei Lenin! Bush, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz erano alla testa di una cospirazione in favore della guerra. Ma l'intera classe dirigente e le sue istituzioni erano colluse. Il Pentagono procedeva pieno di buona volontà.
Il Dipartimento di Stato presentava una documentazione falsa alle Nazioni Unite. Il Congresso votava i finanziamenti. In interviste rese pubbliche nel 2004, l'ex Ministro del Tesoro ammetteva che l'amministrazione Bush aveva dato inizio alla macchinazione dell'invasione subito dopo l'11 settembre 2001. Nessuna delle più importanti imprese mediatiche si interrogava su queste menzogne, o le contestava. Gli autorevoli New York Times e Washington Post appoggiavano la campagna di guerra. E i mezzi di comunicazione nemmeno consentivano agli oppositori della guerra di smascherare queste menzogne. Nel gennaio e nel febbraio 2003, le mobilitazioni di massa cercarono di fermare il conflitto. Nessuno dei politici più importanti della classe dirigente e nemmeno una personalità del mondo degli affari ha partecipato a queste proteste. Nessuno dei Kennedy. Non Brzezinski. Nemmeno Soros. La larga maggioranza della classe dirigente di super-ricchi aveva voglia di profitti e di saccheggio da una rapida vittoria USA in Iraq. Il complesso militar-industriale offriva denaro per appalti e contratti. Gli strateghi erano alla ricerca del controllo Statunitense sulle fonti energetiche nel mondo. Se mettevano in evidenza qualche pericolo, immediatamente venivano tacitati.
Ma loro stavano commettendo un grosso sbaglio. Erano stati accecati dall'avidità. Cinque anni più tardi, non esiste ancora la "vittoria lampo". Invece esiste tanta sofferenza per gli Iracheni, quella sì! Tuttavia, l'occupazione si è rivelata una disfatta per l'imperialismo USA. Hanno ripetuto lo stesso errore che Hitler ha commesso invadendo l'Unione Sovietica nel 1940. E che Washington ha già commesso inviando il suo esercito in Vietnam nel 1967. I dirigenti degli Stati Uniti hanno sottovalutato la volontà degli Iracheni, pronti al sacrificio e a combattere piuttosto che a sottomettersi. A fronte di questo gigantesco flop militare, ora alcuni settori della classe dirigente degli USA stanno cominciando a vedere la guerra come un disastro per gli interessi imperialisti Statunitensi. Questo, in nessun modo, potrebbe sminuire le responsabilità della classe al potere rispetto alla guerra e all'occupazione. La guerra non era l'errore di una qualche setta segreta di pensatori o di qualche diabolico gruppo di interesse, ma derivava dall'impulso del paese imperialista più potente ad arraffare tutto. Malgrado la posizione indebolita del Pentagono, l'amministrazione Bush continua ad alimentare il pericolo di una nuova guerra contro l'Iran. Inoltre, minaccia la Russia e, più a lungo termine, la Cina. Questo è sotto agli occhi di tutti, dalla secessione del Kosovo al tentativo di portare nella sfera della NATO la Georgia e l'Ucraina.
L'attacco maggiore dei paesi imperialisti è rivolto alla riconquista del "Sud" e delle ex Repubbliche della ex Unione Sovietica. Il movimento contro la guerra a partire dall'11 settembre Gli avvenimenti dell'11 settembre 2001 hanno creato sconcerto nel movimento progressista degli Stati Uniti. Un movimento nuovo, giovane, stava allora crescendo in tutto il mondo contro i peggiori aspetti della globalizzazione capitalistica. Era sceso in lotta nelle strade, da Seattle a Genova. Prima degli attacchi, noi dell'International Action Center avevamo progettato una dimostrazione per il 29 settembre 2001, a Washington, davanti alla Casa Bianca. La manifestazione rientrava in una serie di dimostrazioni contro la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Immediatamente, noi tutti ci rendemmo conto che gli avvenimenti dell'11 settembre avrebbero scatenato una nuova guerra. Assieme ad una decina di altre più piccole organizzazioni o gruppi che si adoperavano su questioni come la solidarietà con Cuba o con la Corea, decidemmo di mutare gli obiettivi della manifestazione del 29 settembre in una dimostrazione contro la prossima guerra.
Questi gruppi formarono quella che in seguito venne definita come coalizione A.N.S.W.E.R. (Act Now to Stop War and End Racism - Agisci Ora per Fermare la Guerra e Porre Fine al Razzismo). Molti ci consigliavano che non avremmo dovuto dimostrare. Ma noi ritenemmo che non si poteva solo parlare ed analizzare. Noi sentivamo che si doveva lottare all'aperto per dare coraggio a coloro che si opponevano alla guerra, ma che erano intimoriti dall'ondata di ritorno di sentimenti sciovinisti e di patriottismo che sommergeva il paese. La gente sventolava bandiere USA da ogni parte. Ma le persone erano aperte alla discussione. Vi era un altro aspetto oltre la paura. Fra una non piccola minoranza di popolazione il terrore faceva sorgere una profonda questione: "Cosa avevano fatto gli Stati Uniti al mondo per avere potuto provocare una tale aggressione?". Questo risvegliava un forte sentimento pacifista, specialmente fra i giovani. È stato un buon primo passo che quel giorno 20.000 persone si siano riunite sia a Washington che a San Francisco per protestare contro la guerra. Vi erano tantissimi giovani.
Questo è stato l'inizio di un periodo di circa due anni, quando una piccola organizzazione anti-imperialista si metteva alla testa di un movimento di massa contro la guerra all'interno degli Stati Uniti. Questa situazione sottolineava tre condizioni: (1) che il regime era determinato a fare la guerra e persuadeva il resto della borghesia (2) che i gruppi pacifisti socialdemocratici e borghesi erano paralizzati dal terrore di venire isolati dalle forze borghesi (come l'ala sinistra del Partito Democratico) e (3) che malgrado l'ondata di patriottismo esisteva una opposizione di massa alla guerra. Questa situazione si protraeva per oltre un anno dopo l'11 settembre 2001. Allora vi era un largo e crescente movimento contro la guerra, costituito da tanta gente con ideali pacifisti borghesi. Eppure quelli che organizzavano le manifestazioni erano comunisti con ideali rivoluzionari. ANSWER organizzava le dimostrazioni che vedevano la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. ANSWER è stata alla testa del movimento fino alle dimostrazioni di massa del 15 febbraio 2003, e ne ha condiviso la direzione per un altro anno o due, in competizione con altre forze pacifiste e socialdemocratiche, raggruppate soprattutto in "United for Peace and Justice - Uniti per la Pace e la Giustizia".
È importante sottolineare che, mentre centinaia di migliaia di persone partecipavano a queste manifestazioni di protesta, costoro non condividevano la politica degli organizzatori. Semplicemente, la tolleravano! Forse qualcuno si rendeva convinto. Ma i più speravano che in qualche modo la loro presenza ostacolasse Bush dallo scatenare la guerra. Devo puntualizzare tutto questo per coloro che hanno avuto familiarità con il movimento dal 1968-1972, quando vi erano decine di migliaia di persone, anche all'interno degli Stati Uniti, che si identificavano come anti-imperialisti. Dall'inizio della guerra, le dimostrazioni divennero gradualmente sempre meno partecipate. L'ultima importante manifestazione avvenne nel settembre 2005, quando 300.000 persone hanno manifestato a Washington per ritirare le truppe dall'Iraq. I manifestanti portavano cartelloni, costruiti personalmente, con slogan di questa natura: "Fuck Bush - Bush Fottiti" "Bush e Cheney sono criminali di guerra" e - forse il più importante - veniva presentato da una donna afro-americana: "No Iraqis ever left me on a roof to die - Mai gli Iracheni mi hanno lasciato su un tetto a morire".[N.d.tr.: Forse si riferiva alle condizioni di tanta gente abbandonata sui tetti di New Orleans allagata dopo il passaggio dell'uragano Katrina] È interessante che il 70% della popolazione negli Stati Uniti sia contro la guerra.
Solo il 30% appoggia il Presidente Bush. Ma il movimento contro la guerra non si è sviluppato nelle strade. Noi abbiamo bisogno di tenere presenti queste contraddizioni. Molti di noi pensano che la maggior parte della gente proprio non crede alla lunga di poter cambiare le azioni di Bush e della sua congrega semplicemente testimoniando una protesta e marciando per le strade. Allora, questi hanno votato nel 2006 per i Democratici al Congresso, sperando che così la guerra si sarebbe fermata. Così non è stato. Adesso guardano alle elezioni presidenziali. Sperano che un nuovo Presidente --Hillary Clinton o Barack Obama - indichi la via di uscita. Durante la guerra degli USA contro il Vietnam, un largo settore dei giovani era altamente coinvolto dal punto di vista personale nella lotta contro la guerra. Tanti giovani potevano essere chiamati sotto l'esercito. Potevano essere costretti a partecipare ai combattimenti. Questo ora non è più vero. Negli Stati Uniti, il servizio militare ora è volontario.
Questo significa, in generale, che sono i figli dei lavoratori ad andare sotto le armi. E non lo fanno per patriottismo. Più verosimilmente, questi giovani si arruolano per trovare un posto, quando dovrebbero essere addestrati ad un lavoro decente, o per avere così delle facilitazioni per iscriversi ad una Università. Ora, la guerra in Iraq ha reso questa scelta professionale molto meno attraente. È diventato sempre più difficile per l'esercito reclutare truppe bastanti. Quindi, personale dell'esercito, che già c'è stato, viene rimandato ripetutamente in Iraq. Perciò, non dovrebbe sorprendere che un'area di movimento che ha assunto una posizione più radicale sia stata quella degli stessi soldati e marines. Tecnicamente è vero che molti entrano nelle forze armate per i soldi o per le possibilità di istruzione e formazione. Ma ciò non modifica la composizione di classe dell'esercito. La struttura di classe dell'esercito è un microcosmo della struttura della società. I dirigenti più importanti, come i membri dei consigli di amministrazione delle grandi imprese, corrispondono ai generali. La casta degli ufficiali è il corrispettivo delle direzioni di impresa.
I sottufficiali corrispondono ai capireparto e i soldati semplici sono gli operai. Anche se la cosa non è sempre evidente, gli interessi di classe dei soldati semplici sono diametralmente opposti a quelli degli ufficiali. I super ricchi mandano in guerra i ceti operai e per comandare la truppa si servono degli elementi dei ceti più benestanti. Anche le mogli e le famiglie dei soldati provengono dai ceti operai e non vedono quali vantaggi potrebbero trarre dall'occupazione di un altro paese. Durante la guerra contro il Vietnam, io ho organizzato le truppe Statunitensi contro la guerra e il razzismo e contro i loro ufficiali. So che nello stesso periodo anche dei rivoluzionari Italiani hanno cercato di creare organizzazione all'interno dell'esercito. "Lotta Continua" aveva un gruppo denominato "Proletari in Divisa". Una volta, ho incontrato alcuni attivisti Italiani ad una conferenza ad Utrecht, in Olanda, nel 1974, che stavano portando avanti quel tipo di lavoro. Questa nostra attività riscuoteva in quel periodo grande consenso. I soldati si rifiutavano di combattere, a volte in gruppi numerosi. Molti erano così esasperati che ammazzavano i loro ufficiali. Questo veniva definito "fragging", voleva dire uccidere un ufficiale con una granata a frammentazione. Oggi chi esercita principalmente il lavoro di organizzazione all'interno dell'esercito è un gruppo definito come Iraq Veterans Against the War (IVAW) - Veterani dall'Iraq Contro la Guerra .
Dal 13 al 16 marzo di quest'anno, centinaia di veterani dell'esercito impegnato dall'amministrazione Bush nella cosiddetta "guerra contro il terrorismo" hanno partecipato alle udienze del "Winter Soldier 2008" tenutesi a Washington, D.C, al National Labor College, membro della confederazione del lavoro AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organization - Federazione Americana del Lavoro e Associazione delle Organizzazioni Industriali - Sindacati USA). Questo avvenimento, della durata di quattro giorni, organizzato dall'IVAW, è stata la più importante manifestazione contro la guerra fra le centinaia che si sono tenute in tutto il paese durante la settimana per caratterizzare il quinto anniversario dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti. Molti dei veterani avevano partecipato alle occupazioni dell'Iraq e/o Afghanistan e molti erano stati impiegati per più di un periodo di tempo, quasi sempre superiore ai 15 mesi. Molti di loro sono ancora in servizio attivo. I veterani hanno descritto i pestaggi sistematici, gli imprigionamenti, le torture, le umiliazioni e le uccisioni di civili da parte delle forze degli USA. Ed hanno anche spiegato che tutto questo non era opera di pochi individui sconvolti, ma faceva parte delle operazioni standard dell'esercito, specialmente quando era più evidente l'opposizione della gente Irachena all'occupazione del loro paese.
Molti soffrivano di ricordi traumatici e per il rimorso di avere partecipato a quelle azioni. Le udienze venivano condotte secondo modalità di tavole rotonde di testimoni oculari. Jason Wayne Lemieux, un Marine, aveva prestato servizio in Iraq per tre turni. Ha spiegato come le regole di ingaggio venivano cambiate ogni volta, ad incoraggiare sempre di più il massacro di civili. Nel suo secondo turno, se una persona "stava portando con sé una paletta da segnalazione, od era fermo su un tetto parlando ad un cellulare, o stava in giro dopo il coprifuoco, allora doveva essere ucciso…Al mio terzo servizio, ci hanno detto di ammazzare la gente senza tante storie e gli ufficiali avrebbero pensato loro a noi." L'IVAW ha organizzato sezioni in basi militari operative, come nel caso di Fort Drum, a New York, e Fort Hood, in Texas. Dal 13 al 18 di aprile 2008, si sta organizzando un incontro a Fort Bragg nella Carolina del Nord, con lo scopo di provare ad aprire anche in questa sede una sezione. [Il periodico "Foreign Policy - Politica Estera" e il "Center for a New American Security - Centro per un Nuovo Servizio di Sicurezza Americano" hanno sottoposto ad inchiesta più di 3.400 ufficiali in servizio attivo e in pensione, appartenenti ai più alti livelli di comando, intorno alla situazione dell'esercito degli USA. "Questi ufficiali vedono un apparato militare stressato severamente, fino ai limiti di rottura, a causa delle oppressive esigenze belliche. Il 60% afferma che l'esercito USA è più debole oggi rispetto a cinque anni fa.
Interrogati sulle cause, più della metà fanno riferimento alle guerre in Iraq ed Afghanistan, e al ritmo del dispiegamento di truppe che questi conflitti esigono."] La globalizzazione imperialista nell'era post-sovietica e le sfide alla classe operaia Per discutere sui cambiamenti nell'economia mondiale e sull'attuale crisi economica negli Stati Uniti sarebbero necessari probabilmente molto più di due volumi. Comunque, in questa breve presentazione, vado a considerare due libri. Il primo è stato scritto dal compagno Fred Goldstein, che è uno dei dirigenti del nostro partito. Il libro tratta dei cambiamenti introdotti dalla globalizzazione imperialista e di come questi cambiamenti possono provocare, di come sono destinati a provocare, una lotta rivoluzionaria delle classi lavoratrici, anche nei centri nevralgici dell'imperialismo, con particolare attenzione agli Stati Uniti. Questo è un libro importante che i Marxisti rivoluzionari avranno bisogno di leggere. Attualmente (2 aprile), il testo non è ancora alle stampe e al momento sarà disponibile solo in inglese. Il secondo è un libro disponibile in italiano scritto dalla compagna Francesca Coin, che tratta in modo esauriente alcuni degli stessi argomenti. L'autrice indica come la globalizzazione imperialista abbia portato alla miseria i lavoratori del cosiddetto "Sud", costituito dalle ex colonie dell'imperialismo. Inoltre, la Coin analizza l'influenza della globalizzazione sui lavoratori Italiani attraverso le risposte di un ristretto numero di lavoratori esposti alla crescente alienazione della produzione capitalistica.
Prima di ragionare più diffusamente sul libro di Goldstein, esamineremo uno sciopero ancora in atto (al 2 aprile) vicino a Detroit, Michigan e vicino a Buffalo, New York. Circa 3.600 lavoratori di cinque fabbriche della "American Axle" in Michigan e New York sono scesi in sciopero dal 26 febbraio. Le industrie dell'American Axle producono componenti di automobili. Quasi l'80% della produzione è per conto della General Motors. Questa impresa esige di dimezzare i salari dei lavoratori. Inoltre, pretende di eliminare le pensioni ed eliminare o ridurre le prestazioni di sicurezza sociale per i lavoratori, come l'assicurazione sanitaria e le ferie. Nel 2007, l'American Axel ha realizzato profitti per 37 milioni di dollari, quindi 10.000 dollari per ogni lavoratore impiegato. Il boss dell'impresa, il Presidente Dick Dauch, nell'ultimo anno ha guadagnato 10,2 milioni di dollari. I lavoratori attualmente prendono in media sui 45.000-50.000 dollari al lordo delle tasse, che corrisponde al salario medio per i lavoratori Statunitensi. Ma se la compagnia prevarrà sugli scioperanti, lo stipendio diverrà di soli 25.000-30.000 dollari. Dato che "American Axel" fa componenti per trazione (assali e trasmissioni), anche la General Motors (GM) non può funzionare senza la produzione dell'"Axel".
Un totale di trenta fabbriche GM, compreso un impianto per trasmissioni nell'Ohio che ha chiuso il 31 marzo, hanno visto bloccata, completamente o parzialmente, la produzione. Complessivamente, in tutta la GM più di 40.000 lavoratori attualmente sono stati messi in sosta. Nell'edizione del 27 marzo della "Detroit Free Press - Stampa Libera di Detroit", Dauch affermava: "Abbiamo la flessibilità di esternalizzare la nostra produzione in altre parti del mondo, ed abbiamo il diritto di farlo…Se non possiamo concorrere per nuove commissioni negli Stati Uniti, non ci sarà lavoro per le fabbriche "madri"" Questo sciopero è una battaglia estesa alla classe, nella quale tutti i lavoratori e coloro che li sostengono mettono tutta la loro posta in gioco. Ma questo non è l'unico motivo per cui ne stiamo discutendo qui. Si tratta di uno sciopero ideale per illustrare bene i cambiamenti che sono avvenuti nell'economia globale. E per mostrare come questi cambiamenti trasformino anche uno sciopero di modeste proporzioni in uno strumento estremamente potente. Per mettere in evidenza il potenziale di lotta nel cuore dell'imperialismo. Ed anche per dare indicazioni sulla sfida che i lavoratori Statunitensi devono affrontare in uno sviluppo di solidarietà internazionale.
Ci sia concesso prendere in esame i cambiamenti generale che sono avvenuti. Questi cambiamenti hanno avuto origine nel 1980, ma hanno subito una accelerazione dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica e degli stati socialisti dell'Europa dell'Est. Prima di questo terremoto, la Cina, a vantaggio del suo sviluppo industriale, aveva già consentito al sistema capitalistico di produzione di crescere e di corrodere le istituzioni del socialismo. L'India, il secondo paese più popolato al mondo, nel 1991 si è spostata da un capitalismo relativamente controllato dallo stato ad una politica economica di apertura al Fondo Monetario Internazionale e al capitale finanziario straniero, orientandosi verso una integrazione economica con l'imperialismo mondiale. Senza il sostegno materiale dei paesi del campo socialista, gli altri paesi oppressi nel mondo hanno perso ogni possibilità di controbilanciare l'influenza dell'imperialismo e sono diventati facile preda della penetrazione neo-liberista. La conseguenza è stata che una popolazione di circa tre miliardi di persone si è aperta rapidamente al saccheggio e al super-sfruttamento in meno di due decenni. Di questi tre miliardi di persone, alcuni specialisti della borghesia valutano che forse un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori ha fatto il suo ingresso nella forza lavoro globale, come un esercito di riserva destinato ad essere sfruttato dal capitale finanziario degli USA, dell'Europa e del Giappone. La crescita delle dimensioni della classe lavoratrice si è sviluppata con un balzo in avanti insieme ad un contemporaneo sviluppo delle forze produttive e ad una nuova fase espansiva dell'economia imperialista - alla qualcosa si fa benevolmente riferimento con il termine di "globalizzazione". Perché questo è tanto importante per la classe lavoratrice?
La conseguenza più importante di questi sviluppi è la trasformazione nella divisione economica internazionale del lavoro. I progressi nei campi dell'informatica, delle comunicazioni e dei trasporti, nella tecnologia Internet e nello sviluppo dei componenti della programmazione hanno innescato la dissoluzione della vecchia, rigida, divisione del lavoro tra paesi oppressi e paesi oppressori. Le industrie per la produzione e i servizi sono stati concentrati strategicamente nei paesi imperialisti. Nei paesi sfruttati, gli operai e i contadini hanno lavorato nei porti, nelle miniere, nelle piantagioni e nei latifondi producendo per le esportazioni, o sono stati impiegati per la costruzione di strade, linee ferroviarie e per mantenere in efficienza le infrastrutture. Solamente nel 2004, il 31% della produzione commerciale mondiale proveniva dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, vale a dire dalle ex colonie. In questi paesi i salari sono ben più bassi rispetto a quelli dei paesi imperialisti, pur presentando potenzialità tecniche e tecnologiche in continua crescita. Mentre questi paesi sono stati sfruttati come esportatori di prodotti agricoli e di risorse naturali, nel 2004 il 70% delle loro esportazioni è stato di prodotti industriali. Visti i progressi nell'uso della tecnologia Internet, ci si attende che l'industria dei servizi presenti ancor più cambiamenti relativamente a quella della produzione Negli Stati Uniti, forse dai 30 ai 40 milioni di posti di lavoro nei servizi sono oggetto di decentralizzazione all'estero.
Questa è una nuova questione nella storia dell'imperialismo. Gli architetti economici del capitale finanziario mondiale stanno costringendo i lavoratori dei paesi ricchi, privilegiati ad una diretta competizione salariale con i lavoratori dei paesi a basso salario. Quando Lenin scriveva la sua profonda analisi "Imperialism the Highest Stage of Capitalism - Imperialismo, fase suprema del Capitalismo" , egli sottolineava come l'esportazione di capitali da parte dei monopolisti fosse centrale per la fase imperialista. Questa esportazione di capitali procurava enormi super-profitti. Di conseguenza, queste ricchezze formavano le basi materiali per la corruzione dei dirigenti della forza lavoro e per un settore significativo di classe lavoratrice a più alti salari. Questa corruzione aveva come risultato lo sviluppo di una aristocrazia di lavoratori social-patriottici che procurava un sostegno sociale per le classi dominanti. Per Lenin, questo sviluppo forniva la spiegazione del collasso della Seconda Internazionale allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questa spiegazione rimane ancora valida. Il super-sfruttamento del mondo sottosviluppato costituisce ancora la base del relativo privilegio degli strati superiori della classe lavoratrice nei paesi imperialisti.
Ma l'analisi di Lenin può essere estesa alla luce degli attuali sviluppi. A fianco della tendenza a creare privilegi, ora l'esportazione di capitali sta provocando anche un effetto contrario. Nella fase attuale, l'esportazione di capitali sta creando nei paesi oppressi una crescita di larghe dimensioni della classe lavoratrice internazionale super-sfruttata. Questo proletariato in rapido aumento viene organizzato mediante la penetrazione crescente della produzione capitalistica. E quindi, l'esportazione di capitali verso paesi a bassi salari e ad alta disoccupazione sta collocando le fondamenta dell'instabilità e del rivolgimento sociale all'interno dei paesi imperialisti, in particolar modo all'interno degli Stati Uniti. Ora, tornando allo sciopero alla "American Axle", cosa possiamo riscontrare? (1) Il boss minaccia di spostare all'estero la produzione. Lui e gli altri dirigenti non hanno alcuna voglia di pagare i salari e di fornire le sicurezze sociali che i Sindacati Uniti dei Lavoratori dell'Auto hanno conquistato 30-50 anni fa. Specialmente, se hanno la possibilità di pagare molto meno i lavoratori in altri paesi o in aree degli Stati Uniti non sindacalizzate. (2) A causa dell'organizzazione della produzione "just in time" (che viene dalla Toyota) [N.d.tr.:questo modo di produzione è relativo ad un sistema di produzione industriale con rifornimento immediato di pezzi all'unità di montaggio, senza creazione di grosse scorte di magazzino], uno sciopero in poche fabbriche chiave può bloccare la produzione in un ambito molto più esteso.
Ecco allora, che lo sciopero di 3.600 lavoratori ne ha bloccato il lavoro di 40.000. Quello della "American Axle" è un esempio particolarmente lampante, che si adatta bene come modello generale. Negli Stati Uniti, i salari sono diminuiti costantemente a partire dal 1973. Mentre il reddito per famiglia è rimasto quasi uguale, ora dipende da due salariati invece di uno, con le donne che guadagnano salari più bassi. Mentre i salari sono ristagnanti, viene intensificata la giornata lavorativa. Il lavoro in fabbrica è organizzato in modo tale da non esserci quasi pausa nella produzione effettiva. Il testo di Francesca Coin, Il produttore consumato, descrive nei dettagli questo sviluppo. Spesso, il lavoro di ufficio si prolunga fino a sera, con molti lavoratori costretti a riservare al lavoro settimanale 50-60 ore, il che significa andare oltre alle 20 ore di lavoro non retribuito in occupazioni non sindacalizzate. I capitalisti non devono più affrontare i limiti imposti dal campo socialista La lotta mondiale fra i sistemi sociali contrapposti del capitalismo e del socialismo aveva agito come una costrizione sulle classi dominanti negli USA e nell'Europa Occidentale nel trattamento dei loro lavoratori e sottoposti, finché l'Unione Sovietica e i paesi socialisti avevano imposto al mondo lo standard per i diritti della classe lavoratrice, in particolare il diritto all'occupazione. Il crollo dell'Unione Sovietica sollevava i padroni da ogni pressione atta a soddisfare i principi di sicurezza del lavoro, di salario decente, di ferie, di assicurazione sanitaria, di pensioni, ecc.
Oggi, i salari e le tutele dei lavoratori sono sotto attacco, come mai lo sono stati prima negli Stati Uniti. Le pensioni e le assicurazioni sanitarie sono state eliminate. I sindacati vengono presi a randellate per fare concessioni sotto la minaccia del trasferimento all'estero, su larga scala, delle attività produttive. Ogni settore dell'economia, dall'industria al settore dei servizi, perfino quello della progettazione è sotto attacco. I monopoli giganteschi, nella loro generale espansione, cercano febbrilmente di alzare il livello della competizione salariale fra i lavoratori a salario più alto nei paesi imperialisti e la classe lavoratrice in aumento nei paesi a salario più basso, così come fra i lavoratori a differenti livelli stipendiali negli stessi paesi a reddito basso. Così facendo, stanno gradualmente ma anche inesorabilmente minando le fondamenta su cui si regge la stabilità del capitalismo.
Questa instabilità è stata acuita dall'attuale crisi economica. La flessione economica assume due forme: la minaccia di un crollo finanziario provocato da una sovraestensione del credito e dal collasso del mercato immobiliare; e un rallentamento della produzione dovuto all'espansione delle forze produttive, vale a dire, la classica crisi di sovrapproduzione. È difficile prevedere attualmente se questo provocherà una generale depressione della stessa natura di quella del 1930. Comunque, stanno già aumentando le difficoltà per la classe lavoratrice, con la perdita dell'occupazione, della casa, delle pensioni e delle coperture dell'assistenza sanitaria. Sono in aumento i senzatetto, i disoccupati e coloro che hanno fame, come dimostrato dalla richiesta in aumento di tessere alimentari, una prestazione di sicurezza sociale che viene offerta solo a coloro che sono più disperatamente poveri. Facendo arretrare tutte le conquiste sociali ed economiche ottenute con le lotte per generazioni, i capitalisti stanno erodendo le basi oggettive del sostegno per la classi lavoratrici nello sfruttamento capitalista. E dove le basi oggettive sono minate, certamente fanno seguito le soggettività. Questo è materialismo; questo è Marxismo: l'esistente determina la consapevolezza.
Negli Stati Uniti, l'attuale dirigenza al vertice del movimento sindacale, che può essere definita burocrazia sindacale, ha già dichiarato fallimento. Costoro sembrano incapaci di allargare la lotta al di là di vecchi tatticismi di scioperi limitati a singole imprese, senza la mobilitazione dell'intera classe lavoratrice, e della dipendenza dal Partito Democratico per alleggerire la repressione statuale dei sindacati. Tuttavia, le condizioni deteriorate della classe lavoratrice renderanno assolutamente necessaria per i lavoratori la sostituzione della vecchia dirigenza sindacale. Il movimento di immigrati negli Stati Uniti Accanto a questo indebolimento, sono presenti alcuni segnali di risveglio delle lotte. Per protestare contro una proposta di legge reazionaria sull'immigrazione, per tutta la primavera del 2006 si è radicato un potente movimento di immigrati. Questo ha raggiunto il culmine con lo sciopero/boicottaggio del Primo Maggio 2006, portando milioni di immigrati a scendere nelle strade delle città e delle metropoli, grandi o piccole, da costa a costa. I più importanti porti del paese, da Los Angeles a Long Beach, California, hanno dovuto quasi completamente cessare le attività. Le catene per il trattamento delle carni nel Midwest e nel Sud hanno dovuto chiudere.
Hanno chiuso le imprese o hanno dovuto ridurre il personale. La frequenza scolastica si è ridotta, dato che gli studenti sono scesi nelle strade. Una marea di lavoratori immigrati, con alla testa i Latino-americani, che vedeva la presenza di lavoratori immigrati provenienti dall'Asia, Africa, e dal Medio Oriente, si è riversata per le strade di Los Angeles, San Diego, Sacramento, San Francisco, Seattle, Denver, Houston, Kansas City, Milwaukee, Chicago, New York, Atlanta, Orlando, Tampa, Miami, e di molte altre città. Questa è stata la più grande azione politica di massa da parte dei lavoratori negli Stati Uniti nella storia recente. Si è trattato di una combinazione scioperi/boicottaggi/manifestazioni, quindi non solo di una protesta contro gli attacchi provenienti dal Congresso e dalle destre contro i lavoratori irregolari, ma anche della richiesta di una estensione dei diritti e della fine della repressione. Le manifestazioni avevano avuto origine a Los Angeles per opera di organizzazioni popolari ed erano state indette per il Primo Maggio, Giornata Internazionale del Lavoro, visto che milioni di lavoratori regolari ed irregolari provengono da paesi dove la tradizione del Primo Maggio è radicata e la coscienza di classe è alta. Attualmente, negli Stati Uniti, i lavoratori immigrati, quelli privi di documentazione regolare, giocano un ruolo decisivo, inseriti nelle seguenti attività: ristoranti, alberghi, edilizia, lavorazione delle carni, agricoltura, servizi domestici e di cura dei bambini. La grande partecipazione al Primo Maggio 2006, e la più ridotta, ma ancora impressionante, del 2007, hanno dimostrato che la campagna messa in atto dal padronato per estendere la competizione salariale, negli USA e nel resto del mondo, ha iniziato a produrre un effetto contrario sulle classi dirigenti.
Ha apportato rinnovate energie, in primo luogo al settore costituito da immigrati del movimento dei lavoratori, e questa energia è destinata a diffondersi a tutti i settori dei lavoratori nel momento dell'acuirsi della crisi. Le elezioni Presidenziali del 2008 Quest'anno, per la sinistra, è più importante che mai, anche per la sinistra rivoluzionaria, porre la propria attenzione su queste elezioni capitalistiche ed inoltre cercare modalità di intervento. Dove sta la differenza? Nelle normali elezioni Presidenziali Statunitensi, la competizione si svolge fra due uomini bianchi, più o meno conservatori. Questi sono sempre politici capitalisti o filo-capitalismo. Nelle prime elezioni, tra i candidati vi sono stati proprietari di schiavi. Più di recente, i candidati hanno trasudato la più estrema insensibilità, se non la condivisione più completa, nei confronti del razzismo, dell'omofobia e del sessismo. E costoro hanno concorso e sono stati eletti Presidenti nello spazio di più di 200 anni di storia capitalista degli Stati Uniti. Ora i candidati nelle posizioni di testa per il Partito che sta attirando più elettori e più denaro sono una donna e un Nero Americano. Possiamo vedere che un Afro-Americano, con un nome come Barack Hussein Obama risulta vincitore nelle elezioni primarie in stati che presentano una percentuale di votanti bianchi del 95%.
Prima di analizzare questo dal punto di vista politico, dobbiamo dire, maledizione!, che si tratta di un buon segnale. Non possiamo ignorare il significato importante di moltissime persone bianche che votano per un candidato Nero, fatto senza precedenti negli Stati Uniti. Nulla di tutto ciò muta le verità fondamentali intorno alle elezioni USA. La competizione presidenziale rimane fermamente nelle mani delle classi al potere e dei loro uomini politici presenti nei due grandi partiti capitalisti, i Repubblicani e i Democratici. Chi vince è strettamente correlato alla quantità di denaro raccolto dai candidati, che lo (o la) mette in condizioni di essere in obbligo nei confronti dei donatori delle classi dominanti. Hillary Rodham Clinton ed Obama sono stati i maggiori raccoglitori di fondi, procurandosi denaro ancor più dei candidati Repubblicani, che di solito sono quelli che ramazzano di più. I tre concorrenti rimasti, il Repubblicano è il Senatore militarista John McCain, sono stati fermi difensori degli interessi imperialisti USA e le loro carriere politiche sono state sostenute dal grande capitale. E lo sono tuttora, e ci si può aspettare che le cose resteranno così.
Nelle recenti primarie, Obama ha fatto incursioni nell'elettorato dei lavoratori bianchi, in aggiunta all'appoggio schiacciante che ha ottenuto dalle masse Nere, cambiando così la situazione. Anche quelli di noi che detestano in modo assoluto il Partito Democratico, considerandolo una trappola della borghesia, e noi fra costoro dobbiamo valutare positivamente il momento storico: la possibilità che il candidato proposto dai Democratici sia una persona Nera e la possibilità che una persona Nera diventi Presidente. Dobbiamo essere consapevoli di questa contraddizione e ad adattarci a questo. Sia Clinton che Obama sono favorevoli a continuare l'occupazione dell'Afghanistan. Entrambi appoggiano Israele al 110%, anche quando l'esercito di Israele ammazza bambini Palestinesi. Il principale consigliere della Clinton per la politica estera è Madeleine Albright, sostenitrice della guerra contro la Jugoslavia. Di Obama, il consigliere è il fautore della guerra fredda Zbigniew Brzezinski.
Ma George Bush si è alienato il mondo. Ha portato il paese in conflitto con tutti, con i Latino-Americani, con gli Arabi, con i Musulmani. Molte persone stanno votando per Obama come un modo per cercare di dire al mondo che noi negli Stati Uniti non odiamo nessuno. Se considerano Obama come un agente del cambiamento, questo è più per l'immagine da lui emanata che per il suo programma. La prima cosa che noi comunisti dobbiamo fare è assicurare che noi non stiamo facendo nulla per ingannare la classe lavoratrice. Noi non possiamo dire: "Votate per Obama e le cose andranno meglio!". Ma noi dobbiamo anche capire perché tanta gente, tanta gente di colore, ma non solo, possa essere esaltata per la candidatura di Osama e andarne orgogliosa. Alle sue manifestazioni accorrono a migliaia. E così, tanti giovani muovono i loro primi passi politici. Negli Stati Uniti non esiste una cultura chiara dell'idea di "sostegno critico". Per esempio, in Francia, quando Chirac era in ballottaggio per l'elezione con il razzista Le Pen, i progressisti dichiaravano: "Votate per il ladro, per il truffaldino, non per il fascista!"
Quella non era una felice situazione per la classe lavoratrice Francese, ma per lo meno risultava chiaro che un voto per Chirac non significava appoggio al suo programma. Negli Stati Uniti, per la sinistra la tradizione è quella di sostenere sempre uno dei candidati del capitalismo, di solito il Democratico. Sfortunatamente, questo cancella le posizioni politicamente indipendenti dei comunisti. Noi prevediamo che per tentare di sconfiggere Obama, supponiamo che venga nominato dai Democratici, i Repubblicani scateneranno un'ondata di razzismo. Se la Clinton dovesse conquistare la nomina, ci sarebbe un'ondata di misoginia. Già tormentano Obama per il suo nome di tipo Islamico. Anche i Clinton cercano di avvantaggiarsi per questo, ma più sottilmente. Ma se noi uscissimo col dire: "Oh, Obama è un capitalista. Non è altro che un tirapiedi!", questo potrebbe essere frainteso, come se noi fossimo contigui agli attacchi di stampo razzista. Siamo riusciti a capire dove la gente è pervenuta, quindi troviamo i modi per ribadire: "Sì, comprendo il vostro entusiasmo, ma…Permettetemi di discutere di questo, visto che esiste qualche problema. Dato che forse Obama non potrà fare tutto quello che voi sperate si accinga a fare, questa può essere una ragione perché ci si organizzi ad ampio livello in modo indipendente, qualsiasi cosa avvenga con Obama."
È di vitale importanza per noi avere qualche sorta di punto di riferimento di lotta, indipendente dai candidati, da cui possiamo intervenire. Tanta parte della gente di colore, di Latino-Americani, di giovani bianchi e forse anche di lavoratori sono entrati per la prima volta nella vita politica per appoggiare Obama. Clinton e McCain possono parlare a centinaia di persone, qualche volta a migliaia. Obama parla a 20.000 persone. Costoro possono chiedere ad Obama: "Cosa hai intenzione di fare?" per contrastare gli attacchi razzisti. E molti di questi possono avere voglia di lottare. Chi sarà là per dare loro consigli e aiutarli ad organizzarsi? Probabilmente la campagna di Obama non è congegnata per organizzare questo lavoro. Non voglio esagerare nell'affermare che noi, un piccolo partito rivoluzionario, saremmo in grado di farlo. Comunque, noi stiamo organizzando un'azione indipendente per il Primo Maggio, una grande manifestazione di lavoratori, insieme agli immigrati. Vi saranno anche dimostrazioni sia alla Convention Nazionale Democratica che a quella Repubblicana, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Questo ci fornirà l'opportunità di interporre un programma della classe lavoratrice all'interno delle elezioni. Inoltre, stiamo dando il nostro contributo nell'organizzare proteste con lo scopo di bloccare le preclusioni del diritto di riscatto della casa dovute al non pagamento delle ipoteche, e di fermare gli sfratti delle persone che sono in affitto della loro abitazione. Dovremo renderci conto se esiste qualche possibilità di trasformare questo in lotte di massa, come è avvenuto negli anni Trenta.
Conclusioni Quello che abbiamo potuto riscontrare negli Stati Uniti è un quasi incessante aumento del militarismo e dell'aggressività militare. Questo entra in conflitto con le necessità di pace da parte della popolazione e in particolar modo dei giovani soldati provenienti dalle classi lavoratrici chiamati alle armi per diventare carne da cannone in queste guerre di aggressione e di occupazione. Allo stesso tempo, vi è un continuo declino negli standard di vita dei lavoratori dovuto alla globalizzazione imperialista. Negli Stati Uniti, questo declino influisce in modo spropositato sulla gente di colore e le donne, ma comunque colpisce tutti i lavoratori. Questo cambiamento ha minato la stabilità capitalista e costringerà i lavoratori a chiedere una nuova leadership. Nel passato, simili condizioni hanno provocato non solo un intensificarsi della lotta di classe, ma almeno un settore della classe operaia ha adottato una ideologia rivoluzionaria e ha organizzato la lotta per il potere. Questa lotta richiederà la più alta solidarietà internazionale, con l'organizzazione che vada oltre i confini e con la coordinazione per contrastare i piani globali del padronato. Ci sarà bisogno della lotta più strenua contro l'oppressione nazionale e per l'unità della classe per fare opposizione ai tentativi di divisione. Esiste la necessità dei più grandi sforzi in favore della solidarietà con i lavoratori immigrati, la cui situazione presenta sicuramente un altro aspetto della globalizzazione capitalista e della frenesia per salari più bassi. Il capitalismo ha fornito ai lavoratori i mezzi tecnici per rendere fattibile questa organizzazione. Spetta ai rivoluzionari che hanno preso coscienza fornire l'ideologia, la cultura, e la tattica per far sì che la lotta abbia successo.
Alcune note biografiche su Ellen e John Catalinotto John Catalinotto è nato a Brooklyn nel febbraio del 1940. Anche i suoi genitori sono nati negli Stati Uniti. I nonni facevano parte dell'ondata di immigrati arrivati negli USA agli inizi del secolo scorso. Suo bisnonno era un massone e un Garibaldino, che prese parte alla impresa Romana. Due nonni erano originari dalla Sicilia centrale, dalla cittadina di Santo Stefano Quisquina. Arrivarono negli USA con altre 300 persone che si insediarono a Ybor City, Tampa, Florida. Tutti lavoravano nell'industria del tabacco. Suo nonno era un "lettore", con il compito di leggere libri e giornali ai lavoratori che confezionavano sigari, durante il lavoro. Inoltre era un anarco-sindacalista e aveva partecipato al grande sciopero nell'industria del sigaro nel 1910. Venne quasi ammazzato dal Ku Klux Klan. Se ne dovette scappare a New York. Sua nonna materna era una contadina, nata vicino a Maniago, qui nel Veneto. Divenne cameriera d'albergo. Alla fine si sposò con suo nonno, che era di Vienna (di madre Ceca), e che era cameriere nel ristorante dell'albergo a Londra dove entrambi lavoravano. Entrambi emigrarono negli Stati Uniti verso il 1910. Perciò il suo DNA unisce l'Italia del Nord al Mezzogiorno. Catalinotto è un laureato in matematica. Si deve sapere che quando l'Unione Sovietica ha lanciato nello spazio lo Sputnik, negli Stati Uniti l'andamento del sistema scolastico era senza ostacoli e molti giovani della classe operaia poterono accedere alle università. La classe dirigente confidava che alcuni di loro potessero diventare scienziati missilistici o costruttori di più raffinate armi nucleari. Alcuni di loro lo diventarono.
Catalinotto afferma: "Io non ho combinato nulla di significativo nel campo della matematica, invece sono diventato quello che in giorni lontani veniva definito un rivoluzionario di professione." Ellen Cohen e John Catalinotto sono insieme dall'aprile 1962. Nell'ottobre di quell'anno avveniva la Crisi dei Missili a Cuba. Come risultato di quella crisi, entrambi si iscrissero al Workers World Party, al Partito dei Lavoratori nel Mondo. Si trattava di una veramente piccola organizzazione rivoluzionaria. Non più grande di qualche piccolo gruppo anti-imperialista nell'Italia odierna. Si intende quei gruppi che non si fanno coinvolgere in competizioni elettorali! Così, sono stati per più di 45 anni attivisti politici comunisti all'interno degli Stati Uniti. Il loro più importante lavoro di massa durante questi 45 anni è avvenuto fra il 1967 e il 1971, quando John era un attivista civile per l'American Servicemen's Union. (Sindacato di Soldati Americani)
Si trattava di uno dei più importanti gruppi che
organizzavano i soldati semplici degli USA contro la guerra in Vietnam. Inoltre
organizzava la truppa contro gli ufficiali dell'esercito. E agiva anche contro
il razzismo. Dal 1982, John Catalinotto è divenuto l'editore responsabile del
giornale "Workers World", notiziario del Workers World Party. Sia il
Partito che il giornale esistevano dal 1959. Dal 1974, "Workers World"
è stato settimanale. Catalinotto ha anche pubblicato due libri, "Metal of
Dishonor- Il Metallo del Disonore" sull'uranio deplete (tradotto anche in
Italiano) e "Hidden Agenda - l'Agenda Segreta" sulla guerra in
Jugoslavia. Le persone che in Europa appartengono alle sinistre non-parlamentari
lo conoscono bene. Dal 1999, Catalinotto ha avuto contatti personali con le
sinistre anti-imperialiste, sia negli Stati Uniti che in Europa. E anche con
coloro che sono semplicemente contro la guerra. Ha collaborato con Ramsey Clark
nell'ambito dell' International Action Center. Riesce bene nel ruolo di
comunicatore, data la sua conoscenza di sei lingue Europee. Ed anche perché
risponde subito alle e-mail! Ellen ha preso parte in questi 45 anni a tutte le
lotte. Ha guidato interventi di organizzazioni femminili su questioni che
interessano le masse, come i prezzi degli alimenti, e nella lotta per il diritto
all'aborto. Conosce in modo profondo le problematiche sulla salute e sulle
sicurezze sanitarie, visto che ha fatto l'ostetrica per 22 anni, assistendo alla
nascita di 1.400 bambini, e lavorando sulle ricerche sull'AIDS.
Elaborazione e traduzione a cura di Soccorso Popolare di Padova

INTERVISTA AD AHARON SHABTAI «Israele, ospite d’onore ai Saloni del libro di Torino e Parigi deve essere boicottato» In Italia, la notizia della partecipazione di scrittori israeliani alla Fiera del Libro di Torino (*), dove Israele sarà ospite d’onore, ha suscitato immediatamente un’ondata di proteste e molti intellettuali hanno sottoscritto l’appello al boicottaggio lanciato da associazioni di scrittori palestinesi, giordani ed egiziani. Curiosamente, in Francia non ha suscitato clamore il medesimo invito a partecipare al Salone del Libro di Parigi. Tra i quaranta scrittori invitati, solo il poeta Aharon Shabtai ha respinto l’invito. In questa intervista Shabtai spiega perché bisogna boicottare queste manifestazioni – che qualifica come occasione di propaganda per Israele – così come ogni altro avvenimento culturale che celebri lo Stato ebraico. 26 febbraio 2008 | Temi : Apartheid israeliana Gaza Crimini di guerra israeliani Hamas Boicottagio di Israele

Aharon Shabtai
Silvia Cattori : A dicembre 2007, quando ha saputo che il suo nome figurava tra i quaranta scrittori israeliani invitati al Salone del libro di Parigi, dove Israele sarà ospite d’onore, lei ha detto che le è impossibile partecipare a un «evento culturale dove anche Israele, che quotidianamente commette crimini contro civili» sia invitato [1]. Gli altri trentanove scrittori israeliani non vedono ostacoli alla loro partecipazione?
Aharon Shabtai [2]: Il Salone del libro di Parigi sarà inaugurato dal presidente francese Nicolas Sarkozy e da quello israeliano Shimon Peres. Partecipare a queste condizioni alla manifestazione, in quanto scrittore che è nella lista della delegazione ufficiale, equivale a drappeggiarsi con i colori della bandiera israeliana. Ogni giorno Israele perpetra crimini di guerra e infligge ai Palestinesi rappresaglie indiscriminate. Non c’è proprio niente da celebrare. Israele viola tutte le leggi internazionali, non solo la Convenzione di Ginevra. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha condannato Israele per il muro che ha costruito sul territorio confiscato ai Palestinesi.
Questo Salone del libro, come del resto ogni altra manifestazione cui lo Stato di Israele sia invitato, non rappresenta uno strumento per promuovere la pace nel Medio Oriente, né un mezzo per rendere giustizia al palestinesi. Si tratta di un semplice mezzo di propaganda, finalizzata a offrire d’Israele l’immagine di Paese liberale e democratico.
Uno Stato che insiste in un’occupazione militare e che commette quotidianamente crimini nei confronti di civili non merita di essere invitato a manifestazioni culturali, di qualunque genere. Non dovremmo accettare di essere presentati come cittadini di uno Stato democratico, perchè lo Stato cui apparteniamo pratica l’apartheid. In nessun modo dovremmo sostenerlo.
Silvia Cattori : Dunque secondo lei la Francia e gli organizzatori del Salone, invitando Israele per celebrare i sessant’anni della sua nascita, stanno commettendo un grosso errore?
Aharon Shabtai : Non si tratta di errore, ma di scelta politica! Io credo che per Sarkozy sia un modo di partecipare all’occupazione israeliana [3]. I governi europei collaborano con Israele. L’invito di cui stiamo parlando rientra in questa collaborazione. Senza l’aiuto degli Stati Uniti, cui adesso si è aggiunto quello della Francia, Israele non potrebbe andare avanti nella sua politica contro i palestinesi. Questo sostegno dà a Israele il semaforo verde per attaccare e ammazzare i palestinesi, in particolare a Gaza. È deplorevole che Francia, Germania e altri Paesi europei – che hanno un passato di persecuzione degli ebrei – partecipino oggi alla persecuzione da parte di Israele di palestinesi, arabi e mussulmani.
Silvia Cattori : Cosa risponde a quelli che sostengono che non bisogna mescolare cultura e politica?
Aharon Shabtai : Perché separarle? Nella tradizione europea, come del resto nella storia dei Greci, scrittori come Voltaire, Rousseau e Thomas Man hanno lottato contro l’oppressione e per la libertà. In ogni tempo, intellettuali e scrittori progressisti si sono impegnati nella critica politica.
Silvia Cattori : Lei perciò condanna quelli che, come Amoz Oz [4], Abraham Yehoshua, Aharon Appelfeld, David Grossman, Zeruya Shalev, Etgar Keret, Orly Castel-Bloom e altri si apprestano a partecipare al Salone?
Aharon Shabtai : Naturalmente! Li condanno perché, agendo in tal modo, danno una mano alla propaganda israeliana e collaborano con gli occupanti israeliani!
Silvia Cattori : Lei ha chiesto loro di unirsi alla sua azione di boicottaggio?
Aharon Shabtai : Scrittori come Amoz Oz, David Grossman e altri non intendono assolutamente boicottare Israele! Non mi aspetto niente da loro: sono ambasciatori di Israele! Sono collaboratori abituali del governo israeliano, fanno parte dell’apparato di propaganda. È del tutto ovvio per loro andare ovunque Israele sia ufficialmente invitato. Lavorano per il governo israeliano.
Silvia Cattori : Questi scrittori sono dunque dei collaborazionisti?
Aharon Shabtai : Sì, certo. Generalmente, questi inviti sono iniziative del governo israeliano. Di un governo che tiene il popolo palestinese sotto un’occupazione militare. Io penso che ogni intellettuale, ogni scrittore debba rifiutare di prendere parte a qualunque riunione celebrativa di un qualsiasi anniversario di Israele. Invece di partecipare a iniziative di questo genere, dovrebbero aiutare i palestinesi a riconquistare i loro diritti, la loro terra, la loro acqua.
È nostro dovere combattere le discriminazioni e le persecuzioni israeliane; adottare lo stesso atteggiamento che gli scrittori tennero durante la lotta contro l’apartheid in Sudafrica; lo stesso comportamento di scrittori progressisti radicali come Brecht, Aragon, Breton che, sotto il nazismo, organizzarono un Congresso e fecero quanto in loro potere per lottare contro le discriminazioni e le persecuzioni di cui gli ebrei erano vittime.
Silvia Cattori : Allora è vero che, nella strategia mediatica del governo d’Israele, israeliani che operano nel campo delle arti e delle lettere vengono usati per condurre una guerra d’informazione, come strumenti che permettono di fare assumere a Israele un aspetto invitante? [5]
Aharon Shabtai : Sì, il regime israeliano utilizza gli artisti, cioè coloro che creano, come agenti di pubbliche relazioni; proprio allo stesso modo in cui gli scrittori sovietici, all’epoca dell’URSS, venivano mobilitati dal regime comunista.
Allo stesso modo oggi gli scrittori israeliani si recano a Parigi in veste di collaboratori di un regime odioso e di partigiani di questo regime. Nella situazione in cui ci troviamo, quando crimini della portata di quelli che ogni giorno Israele compie nei confronti dei palestinesi, chiunque non sciolga i legami con il governo israeliano – è un dato obiettivo – collabora con Israele e compie opera di propaganda per suo conto.
Silvia Cattori : Secondo lei tutte le persone oneste e animate da spirito umanitario dovrebbero boicottare non solo i Saloni di Parigi e Torino, ma anche il complesso delle manifestazioni per la celebrazione dei Sessant’anni di Israele? Dunque l’unica possibilità per gli scrittori israeliani sarebbe avere coraggio a sufficienza per rinunciare al loro status di privilegiati e rispondere positivamente ai palestinesi che disperatamente chiedono il boicottaggio [6], applicare a Israele un trattamento uguale a quello che è stato riservato al Sudafrica?
Aharon Shabtai : Sì, esattamente. Ritengo che noi israeliani dovremmo lavorare insieme ai palestinesi per il nostro comune avvenire, non dovremmo sostenere il militarismo di Israele. L’occupazione e la guerra rappresentano un pericolo molto grave per il futuro degli ebrei, degli israeliani e dei nostri bambini. Possiamo contribuire a far cessare l’occupazione smettendo di adulare lo Stato d’Israele.
Silvia Cattori : Uno scrittore arabo israeliano, Sayed Kashua, sembra abbia accettato di partecipare al Salone del Libro di Parigi e di Torino insieme alla delegazione israeliana.
Aharon Shabtai : Il suo nome si trova nella lista ufficiale, come quello degli altri trentanove scrittori. È una persona per bene, ma la sua condizione di arabo israeliano non è affatto comoda. Sarebbe senza dubbio pericoloso per lui boicottare Israele. Credo abbia paura. Potrebbe perdere il lavoro. La vita degli arabi israeliani che vivono in Israele è molto degradata; è molto difficile per loro sopravvivere. Come tutti gli arabi israeliani, Kashua è considerato da Israele cittadino di second’ordine. Io mi trovo in una situazione diversa, appartengo alla classe dominante, sono ebreo, posso boicottare senza correre rischi; un arabo israeliano, invece, deve agire con estrema cautela.
Silvia Cattori : Anche all’estero gli intellettuali che fanno appello al boicottaggio contro Israele si trovano in una posizione scomoda!
Aharon Shabtai : Voi europei avete deciso di boicottare il popolo palestinese che subisce l’occupazione perché ha eletto democraticamente il governo di Hamas; ed ecco che ora continuate a boicottare la popolazione di Gaza e collaborate con Israele a danno del popolo palestinese e del suo governo!
Gaza è un ghetto, un campo di concentramento. E voi europei celebrate Israele, senza avere alcuna considerazione per il calvario di quasi quattro milioni di Palestinesi, che vivono in una situazione simile a quella dei neri sottomessi, nel Sudafrica dei bianchi, al regime dell’apartheid.
È difficile trovare parole appropriate per esprimere una tale assurdità. Il calvario dei palestinesi è addirittura più doloroso di quello dei neri dell’Africa del Sud sottomessi all’apartheid.
I Palestinesi sono affamati, tutti i giorni vengono bombardati, vengono ammazzati su larga scala. La situazione a Gaza, obiettivo delle aggressive operazioni militari d’Israele, è orribile.
Sarkozy sa bene che invitare Israele significa incoraggiarlo a perseverare nell’occupazione e nei crimini contro i palestinesi.
Io non credo che gli europei, con i valori di cui è portatrice la loro cultura, possano invitare un Paese come Israele e partecipare alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della sua nascita. I Saloni del libro di Parigi e di Torino non sono, per Israele, che l’ennesima occasione per farsi propaganda e guadagnare ancora più consensi all’occupazione militare.
Quando il Kosovo si batteva contro la Serbia, l’Europa lo ha difeso e ha fatto la guerra alla Serbia. Il Kosovo apparteneva alla Serbia ma, a dispetto di ciò, il mondo ha combattuto la Serbia e l’ha bombardata. Nel caso di Israele accade l’opposto: Israele opprime un territorio occupato. E voi europei, voi aiutate gli occupanti israeliani invece che i palestinesi oppressi dall’occupazione! Perché usate due pesi e due misure?
Silvia Cattori : Ancora oggi, persino all’interno di movimenti di solidarietà con i palestinesi, non è possibile trattare Israele con la stessa severità con cui è stato trattato il regime sudafricano dell’apartheid. Quando l’intellettuale svizzero Tariq Ramadan ha semplicemente dichiarato che, se vogliamo essere coerenti e rispettare la dignità dell’uomo, dobbiamo boicottare il Salone di Parigi, è stato vilipeso e accusato di essere un sostenitore dell’antisemitismo [7]. Il boicottaggio di Israele è spesso considerato dalle persone di religione ebraica, come pure da rappresentanti di partiti di sinistra, come un atto di antisemitismo.
Aharon Shabtai : Gli ebrei rifiutano di vedere che attualmente vivono in campi di concentramento, in campi di prigionia, come quelli di Gaza, quasi quattro milioni di Palestinesi.
In Europa la gente non sa bene come stanno le cose qui. È assolutamente stupido utilizzare l’aggettivo “antisemita” e biasimare chi chiede il boicottaggio di Israele. Io sono nato qui, i miei figli vivono qui, eppure anch’io, che sono ebreo, la penso come quelli che vengono accusati di antisemitismo! Recentemente, anche Benny Ziffer, redattore capo del supplemento letterario del quotidiano israeliano Haaretz, ha chiesto il boicottaggio del Salone del Libro.
Queste accuse di antisemitismo non sono che pura propaganda. Fino a poco tempo fa Israele è riuscita a fare in modo che gli europei sostenessero la sua politica di occupazione. Ma, dopo la guerra in Libano e il blocco di Gaza, gli europei non possono continuare a fiancheggiare Israele. Gli appelli al boicottaggio non hanno niente a che vedere con il razzismo.
Silvia Cattori : Mentre nelle università britanniche è possibile rifiutarsi di invitare scrittori o scienziati israeliani, nell’Europa continentale la sinistra, di comune accordo, non aderisce mai alle richieste dei palestinesi di boicottaggio d’Israele. Perché?
Aharon Shabtai : Non capisco cosa significhi davvero il termine “sinistra”, dal momento che quelli che la guidano non tagliano ogni relazione con Israele. Io credo che un gran numero di persone tema, esponendosi, di sentirsi accusare di antisemitismo. Oggi il significato reale dell’Olocausto è completamente falsato. C’è una vera e propria industria dell’Olocausto di cui si è appropriata la propaganda israeliana. È ripugnante.
Silvia Cattori : C’è qualcuno che ha espresso sostegno alla sua presa di posizione?
Aharon Shabtai : Naturalmente. Ricevo molte lettere dall’Europa. Io so che le persone si sentono chiamate in causa. Non hanno nulla contro gli ebrei, ma condannano la brutalità della politica israeliana. È questo che i media non dicono.
Le persone hanno sostenuto Israele per tanti anni! Oggi però, dalle loro reazioni, possiamo capire che sono in maggioranza contro la dominazione e il militarismo di Israele. Ma nei media lei non ne troverà traccia, perché i media – e l’abbiamo constatato a proposito della guerra contro l’Irak – sono dalla parte di quelli che fanno la guerra. I media sono dalla parte di Israele.
Silvia Cattori
LE PAROLE DELLE DONNE
E' veramente sorprendente lo sforzo di uomini che si ostinano a voler interpretare le donne al di là della voce e delle parole delle donne stesse e, in nome di un assolutamente frainteso progressivismo, continuano ancora a voler supporre di poter dire, da maschi, che cosa sia opportuno per le donne e quale debba essere il loro ruolo nel mondo, ed addirittura nella pratica per il cambiamento del mondo. Ciò significa, nella realtà e nella pratica umana e politica, ridurre ancora una volta al silenzio le donne, anche in nome di una fraintesa quanto supposta e decisamente "sessuata" liberazione dell'uomo in quanto rappresentante, apparentemente senza identità sessuale, dell'umanità.
Basta.
L'unico atto politicamente, culturalmente, umanamente significativo e rispettoso dell'identità sessuata e culturale degli esseri umani, siano donne, uomini, ermafroditi, omosessuali e quanto l'umanità in sé contiene sarebbe usare il gesto di umiltà di ascoltare la diversità che completa ognuno di noi e che aiuta a capire la profondità e la complessità dell'umanità in quanto tale e nella sua primordialità interiore, che varie culture hanno contribuito a canalizzare in schemi e ruoli sociali prefissati e finalizzati alla conservazione di strutture di potere, al di là della peculiarità irriproducibile dell'essere. Ci chiediamo come ancora qualcuno tenti subdolamente di instradare il nostro dire oltre noi. Ascoltate le parole il fare i sogni le paure le pause i silenzi della DONNA PARVATI: vorremmo le SUE parole, non quelle di Mao riportate da maschi con uso strumentalmente politico della sofferenza e del percorso di faticosa liberazione umana di una donna ancora messa a tacere con parole non sue. Nessuna donna definirebbe sé stessa e il proprio genere sessuale "L'altra metà del cielo" perché ciò supporrebbe un'altra metà che da sola non potrebbe comunque esistere…. Il modo più apprezzabile per non celebrare, ma ricordare !, una ricorrenza importante come la giornata che è stata dedicata alla donna (NON LA FESTA DELLA DONNA) sarebbe stato lasciare una pagina vuota in attesa di farla riempire dalle parole e dalle immagini nate dalla vita e dal cuore delle donne.
Sappiamo anche pensare, parlare, cambiare, sognare, amare, generare; siamo la parte feconda e creatrice dell'umanità; siamo la parte che accoglie il seme e da questo incontro la vita si genera; siamo la terra in cui matura il seme e il grano cresce e la pianta e il frutto; siamo l'acqua che disseta; siamo l'acqua e terra che la luna muove a sé. Siamo Lilith. Ma siamo anche il sole. Siamo lacrime e sorriso: Medea e Beatrice. Siamo Baccanti urlanti Evoé, siamo streghe a ritingere luce nei campi e tra gli alberi, siamo streghe bruciate per il candore e l'intensità della vita che traborda da noi. Siamo Medea violate nel proprio orgoglio e siamo Beatrice nel nostro correre verso il cielo. La natura erompe ed irrompe in noi, e ci fa tingere come isteriche rabdomanti, curabili solo dall'incontro con solidi e nerboruti approdi. La questione è che la complessità che ci appartiene, il legame profondo che il nostro essere generatrici stringe con la terra e la materia tutta vivente che ci contiene, spaventa e non riesce ad essere compresa da chi, da tempi ancestrali, ha fondato sulla propria parzialità il predominio di un genere sessuale sull'altro, supposto che i generi siano solo due, in realtà sono molti altri ed in ogni essere umano coesistono pulsioni sessuali miste, variamente còndite e/o represse.
Non è questione di rivoluzione o, ancora peggio Emancipazione, quasi si trattasse di uscire da uno stato di minorità: trattasi di rovesciare la visione unilaterale del mondo letta solo come storia di UOMINI, con i cicli di evoluzioni e repressioni. Ma sempre uomini e fatti, frutto di elaborazioni di maschi; vi siete mai interrogati un istante sulle civiltà matriarcali? Vi siete mai chiesti perché ad un certo punto queste esperienze escono dalla storia per essere circoscritte a folklore antropologico? Vi siete mai chiesti se il fondamento culturale del potere in quanto struttura basata sul dominio e non sulla condivisione di ruoli abbia mai potuto avere un fondamento sessuato?
Soltanto quando saprete ascoltare gli occhi di una donna e quando non avrete paura di toccare i suoi sogni, soltanto quando riuscirete a seguirla strisciare sulla terra umida di luna, allora forse potreste tenderle una mano per stringerla in un cammino comune. Allora protremmo iniziare a parlare insieme di RIVOLUZIONE. Nella mente, nei cuori e nei gesti.

donne che corrono avanti al lupo.
***
Ancora su l’8 marzo
Quando ricordiamo sul nostro sito la ricorrenza dell’8 marzo non compiamo una operazione neutrale o che si riferisca ad un mitizzato “eterno femminino” che pervaderebbe oggi i sogni, le sensibilità e le parole delle donne, come se questo fosse immutabile e non risentisse delle condizioni storiche, culturali, sociali ed economiche date ed inscritte nella attuale fase del conflitto tra le classi e nello scontro tra imperialismo e popoli oppressi.
Tra l’altro questo femminino narrato è comunque il frutto delle elaborazioni dei maschi, dai classici greci a Dante e testimoniano di una compiuta dominanza ideologica, questa sì eternamente rinnovata, seguita all’esproprio delle facoltà procreatrici e dei fondamenti comunitari garantiti dalle donne nelle società matriarcali, dando vita al sistema gerarchizzato nelle formazioni castali fino allo sfruttamento che nella società industriale ha abusato la donna sia nel lavoro diretto che nel lavoro non retribuito, necessario alla riproduzione della forza lavoro complessiva, fino all’attuale fase di ri-mondializzazione dei rapporti di capitale dove, oltre al lavoro vivo ed alla natura si vuol sussumere e mettere a profitto i fondamenti stessi della vita nello sfrutamento del genoma.
Non credo che si possano supporre parole e sogni (forse le sofferenze si) identici e riferibili ad una ontologica concezione primordiale dell’essere-donna e facendolo si rischia di assumere ed introiettare la visione mitologica, strumentalmente costruita dagli uomini che relega la donna nella parte oscura, il nihil cui opporre il mascolino raziocinante; vi chiedete perché in una società che si può definire proto-comunista come quella spartana non venissero scritte sublimi tragedie come Medea ma si produsse la costituzione di Licurgo, che sanciva gli ampi poteri decisionali esercitati dalle donne, retaggio dei trascorsi matriarcali? O come mai una sofferta rielaborazione dei miti greci fu intrapreso per riflettere sulla condizione femminile nella delusione del suo presente “emancipato” e socialista da una scrittrice di notevole statura e sensibilità come Crhrista Wolf mentre, da partigiana, sceglieva di essere agente della Stasi…
Le parole che oggi le donne potrebbero scrivere su quella pagina bianca che voi auspicate, al pari degli uomini in condizione di subalternità, degli omosessuali, dei tanti invisibili, di tutti quanti sono costretti ad una condizione di apartheid sociale, di umilianti discriminazioni e disuguaglianze economiche, sl pari dei lavoratori costretti, peggio che in Cina, alla roulette russa sui posti di lavoro dalle leggi Treu-Biagi-d’Antona-non possono non tener conto degli attuali rapporti di forza tra le classi e dell’egemonia che le classi dominanti esercitano, pena rischiare di parlare il loro stesso linguaggio, come le tante donne, i tanti omosessuali, gli immigrati arricchiti che confondono l’emancipazione o l’integrazione con la liberazione, ciòè vedono nel diritto garantito ad assumere i valori ed i ruoli delle formazioni sociali dominanti la loro piena realizzazione; la pagina bianca è il risultato della cancellazione della memoria delle lotte e delle armi ideologiche che le classi subalterne e le donne ( le quali vivono l’ulteriore subalternità dello sfruttamento di genere) subiscono e tale cancellazione può farci credere, questo si subdolamente, che in una società finalmente esautorata dal conflitto di classe esistano solo lotte miglioriste per generici diritti di tipo trasversale, anticamera di ogni –frondismo e delle riedizioni neo-corporativiste tanto care ai Veltroni ad alla Polverini che benedicono le alleanze padroni-operai.
E’ chiaro quindi che ricordando l’8 marzo noi intendiamo compiere una operazione partigiana ed usiamo le parole e l’esempio che le donne possono dare a molti uomini, indicando i percorsi ed i processi della loro liberazione e non commettiamo nessuna operazione strumentale che riteniamo invece opera degli uomini che hanno reso questa ricorrenza un evento celebrativo, nel migliore dei casi, quando non una vera e propria fiera delle vacche, cercando così di occultarne l’origine ed il senso nelle lotte attuali, cercando di cancellare dalla memoria storica e dal vissuto dei proletari di oggi il sacrificio delle 129 donne morte bruciate nel 1908 a Chicago nell’incendio della loro fabbrica, mentre la stavano occupando; sono queste oggi le pagine bianche, quelle che i ceti dominanti hanno cancellato.
Queste pagine possono essere riempite con l’esempio e le parole di Hisila Yami o con le parole che lei per prima ha scelto di usare come armi nel percorso di liberazione delle donne nepalesi, possono essere riempite con l’esempio della giovane belga che ha scelto il martirio in Iraq, indicando alle donne e agli uomini sottoposti all’occupazione dell’imperialismo ed alle donne ed agli uomini dei paesi mandanti un esempio di lotta che supera le barriere nazionali, etniche ed anche i pregiudizi pseudoreligiosi,- avremmo detto una volta un esempio di internazionalismo, non oggi che anche a sinistra, nei paesi imperialisti, l’unico internazionalismo è quello postulato nel pensiero unico dei globalizzatori – possono essere scritte con l’esempio dei battaglioni femminili iraniani che si apprestano a resistere alla prossima invasione a stelle e strisce.
Ma
soprattutto non possiamo pretendere che le parole, i percorsi ed i processi di
liberazione delle donne e dei popoli dallo sfruttamento siano ovunque gli stessi
o peggio debbano essere modellati sulla presunta universalità dei valori
fondanti l’egemonia, non solo
economica e militare, ma anche ideologica e culturale, finanche nelle sue
declinazioni alternative, dell’occidente imperialista.
“L’altra metà del cielo” suggerisce una idea di alterità e, ritengo, anche la presa d’atto di una rispettosa distanza, in antitesi alla concezione di un universo delimitato dai sacri confini maschili della proprietà privata, compresa quella sulle donne; se questa espressione che Mao ha mutuato dalla filosofia tradizionale cinese può indicare una contraddizione non è nel senso occidentale di una opposizione inconciliabile da risolvere nella rappresentazione nichilista dell’annullamento dell’altro, poiche l’altro è parte del se , fosse pure il nemico (basti pensare, sempre riferendoci a Mao alle sue considerazioni sulla dialettica, alla condotta della guerra contro Chiag Kaishek, ed al pluridecennale conflitto con Teng Xiaoping).
Riconoscere
le differenze nell’alterità non
significa stabilire delle gerarchie o subordinare la parte femminile al tutto di
uno scontro interno al potere sessuato maschile, ma determinare le condizioni di
una complementarietà, non scontata a priori nelle forme che può assumere, per dirigere
la lotta contro la macchina totalizzante e globalizzatrice dello sfruttamento
dell’uomo sull’uomo e doppiamente del potere maschile sulle donne
MANIFESTO PER LA RINASCITA DELL'INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
Leggendo le parole di profonda e (visto il suo nome battesimale) sincera amarezza pronunciate dalla senatrice Franca Rame, la quale minaccia di dimettersi dal suo incarico istituzionale per ri-affermare (un pò in ritardo, forse) la propria coerenza ed onestà morale, intellettuale e politica, sorge spontaneo un interrogativo: ma davvero queste anime candide e pie pensavano di cambiare l'apparato del potere vigente, operando al suo interno, come si suol dire? Ma bisogna coltivare un'ingenuità sconfinata per illudersi fino a tal punto! Infatti, oltre a Franca Rame altri parlamentari (ossia Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Fernando Rossi, l'ex disobbediente Francesco Caruso, Willer Bordon, Mauro Bulgarelli) hanno ammesso di essere delusi dal governo e perciò negheranno il loro voto favorevole al premier.
Comunque, ne è occorso di tempo per prendere finalmente atto di una verità talmente evidente da far impallidire lo stesso Monsieur De Lapalisse, almeno per chi già molto prima della vittoria elettorale dell’Unione aveva previsto quanto sarebbe accaduto. Non grazie a straordinarie virtù profetiche, ma semplicemente perchè tutti i segnali e le vicende antecedenti lasciavano presagire il delinearsi di una condizione di inevitabile debolezza e subalternità della "sinistra" rispetto ai settori più retrivi e moderati della compagine governativa, ossia agli interessi predominanti di un coacervo di poteri parassitari formati da settori industrialdecotti, bancarottieri e speculatori finanziari, coalizzati con le forze più avide, egoiste e pericolose del sistema politico-economico italiano.
Tuttavia, ancorché rinsavite, tali anime "resipiscenti" (di "sinistri" piuttosto "tardoni") dovrebbero pur decidersi: o fanno i poeti o fanno i politici. Le due cose sono purtroppo incompatibili, almeno nell'attuale sistema politico in cui la passione e gli ideali (a maggior ragione la sensibilità poetica, se c'è) sono divorati dal cinismo più sfrenato, dall'opportunismo e dal carrierismo più spregiudicato. Persino dal punto di vista democratico-borghese, tale realtà è assunta come un assioma di un'evidenza inoppugnabile. E' ormai sempre più tangibile il processo di corruzione e degenerazione del concetto e dell'assetto della democrazia liberal-borghese nel nostro paese. La democrazia dovrebbe essere soprattutto partecipazione popolare ai processi decisionali, mediante l'esercizio del voto e il ricorso ad altri canali di controllo, di espressione e di opposizione (se ci sono e se funzionano!), ma è anche possibilità di un'alternativa e di una trasformazione concreta del potere e della società, che è il presupposto essenziale e indispensabile per costruire una società effettivamente libera e democratica, equa e progredita, cioé per superare i limiti e le contraddizioni reali, le iniquità e le sperequazioni materiali, che caratterizzano l'odierno assetto economico-politico e sociale borghese.
Questo è sempre stato uno dei traguardi più ambiziosi della sinistra democratica e progressista, quindi anche delle forze comuniste e antagoniste inclini alla lotta di classe per la fuoriuscita dall'attuale quadro storico dominato dal peggiore capitalismo bancario e finanziario. Purtroppo, il principale problema della sinistra, intesa come sinistra di classe ed anticapitalista, è sempre stato costituito più dal nemico interno che da quello esterno, più dagli opportunisti e dai rinnegati che si annidano tra le sue fila, dai sedicenti "compagni" infiltrati tra i suoi quadri dirigenti, che si impongono e si riproducono in modo stalinista e verticista, diciamo pure fascista, censurando, reprimendo e perseguitando chi tenta di esporsi e di lottare per l'affermazione delle giuste cause dei proletari e delle masse popolari oppresse e sfruttate nel mondo. Il vero nemico sono i falsi compagni, coloro che si appigliano ad un cavillo burocratico per impedire e soffocare la crescita e l'avanzamento di un movimento schierato dalla parte degli operai e dei lavoratori.
Il vero nemico è chi parla di regole ma le applica rigorosamente solo agli altri, che in nome di un presunto diritto, lo esercita e lo avoca solo per sé, negandolo agli altri. Inoltre, la sinistra odierna non deve adoperarsi esclusivamente per i privilegi riservati agli abitanti della sua nazione, ma deve adottare altre priorità, ossia le esigenze prioritarie legate alla sopravvivenza quotidiana degli esseri umani che popolano l'intero pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa e s'ingegna solo al servizio degli interessi dei lavoratori italiani o europei (benché attualmente non assolva nemmeno tale ruolo), ad esempio a vantaggio degli incrementi salariali destinati agli operai del nostro paese, dei diritti o delle franchigie degli impiegati statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e via discorrendo, mentre nel mondo oltre 35.000 persone muoiono di fame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa nello stato di povertà più estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive (da noi totalmente debellate) che con pochi euro si possono guarire!
Una vera forza di sinistra deve battersi per tali doveri prioritari e abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che in effetti è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti del mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e redistribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze altrui, per impostare una giustizia sociale globale. Le sinistre del terzo millennio devono prodigarsi e lottare per un mondo più equo e "pulito", in senso sia ecologico che morale, per attuare progetti di solidarietà e di giustizia sociale su scala mondiale. Se non si risolve a realizzare tali obiettivi indubbiamente rivoluzionari e destabilizzanti dal punto di vista delle ricche società occidentali, se non dimostra simili intenti e requisiti, la sinistra vale nulla, rinnega semplicemente se stessa, limitandosi a difendere e conservare solo le meschinità e le vanità personali inseguite da politicanti arrivisti e traffichini, da falsi proletari che in effetti invidiano i ricchi e si disinteressano altamente di coloro che, a poche ore di distanza con un semplice viaggio aereo, non sanno se giungeranno vivi al tramonto.
Pertanto, l'ispirazione della sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi esattamente nella direzione finora auspicata. Ma anche su tale versante, purtroppo, l'attuale "sinistra", quella con ambizioni (anzi, sarebbe più appropriato dire "velleità") di governo, ha fallito rovinosamente, avendo tradito le speranze e le aspettative di migliaia di veri ed onesti pacifisti, di attivisti impegnati in numerose vertenze in funzione antimperialista. Inoltre, rammento che la sinistra, quella autentica, la sinistra realmente rivoluzionaria, nacque con una vocazione storica profondamente internazionalista. Il celebre slogan formulato da Marx ed Engels "Proletari di tutto il mondo, unitevi" presuppone e reclama esattamente il principio prima enunciato. Una vocazione terzomondista che occorre riscoprire e rilanciare se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori peculiari e le prerogative storiche della Sinistra militante con la S maiuscola. Infine, la sinistra dovrebbe riscoprire e riaffermare con forza un altro argomento di grande attualità in tempi bui e tristi come quelli che viviamo, in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica.
Mi riferisco all'analisi marxiana che rivela come il filo conduttore, l'elemento costante e ricorrente nella storia, dall'antichità sino ad oggi, debba essere rinvenuto nell'asservimento e nello sfruttamento del lavoratore sociale: lo schiavo nel mondo antico, il servo della gleba nella società medievale e l'operaio salariato dell'età moderna risultano tre differenti versioni della medesima figura del lavoratore asservito, ugualmente costretto - benché in forme diverse - a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi e voraci sfruttatori del genere umano. Rileggendo e riscoprendo l'opera di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come anche nella società moderna sopravviva una determinata forma di schiavitù, dai contorni quasi impercettibili: la "schiavitù salariata" degli operai che, essendo privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la propria forza-lavoro e a (s)vendersi quotidianamente. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il superamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'intera umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di autentica libertà, riscatto e progresso generale.
Lucio Garofalo
Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.
(Bertold Brecht)


Creazione del poster: "by Soviet"

Il nuovo cd del
Gruppo Folk Vincanto, intitolato Trainanà d'amore
ed edito da Arte Nomade, potrà essere acquistato in tutti i concerti del
gruppo,
in tutte le edicole delle Marche e per corrispondenza.
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Dopo
il loro primo cd dal titolo omonimo, i Vincanto tornano a
popolare la scena musicale restituendo voce e musica a testi della tradizione
marchigiana ed italiana ed immergendo il loro lavoro in tutti i sapori, i
colori, gli odori della terra da cui provengono, salvo poi contaminarli con
tradizioni e ritmi di altre terre, di altre storie che pur l'hanno
attraversata. Le Marche, in questo cd dal titolo evocativo,
Trainanà d'amore, sono rappresentate nella loro
complessità, nel loro essere, in definitiva, un insieme di ragioni, tante
quante chi vi abita; un crogiuolo di passaggi, tanti quanti coloro che le
hanno attraversate, incontrate, esplorate, conosciute; un fazzoletto di
colori, tanti quanti sono i crinali aspri dell'Appennino, le cime arrotondate
delle colline, le valli frettolose, le sfumature ed il cesello dei campi
coltivati nel susseguirsi delle stagioni. [...]
"Trainanà"
è un gioco d'amore, un corteggiamento amoroso, un assedio appassionato
dell'oggetto d'amore, un ensemble di storie di lontananza, di vicinanza, di
abbandono, di separazione, di ritorno, di passaggio, di tradimento, di
incantamento, di trasformazione, di gioia. In ogni canzone del cd emerge la
narrazione di un movimento, che è qualche volta anche solo la storia di
un'intenzione, destinata ad avvicinare e allontanare, trasformare e ricreare,
condannare e redimere, unire e separare. La canzone popolare rivive e si
trasforma nella musica dei Vincanto, continuando a dar voce a
storie che Propp comprenderebbe tra gli archetipi della nostra civiltà,
immagini primordiali appartenenti all'inconscio collettivo, "capaci di
riunire le esperienze della specie umana e della vita animale che la
precedette, costituendo elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei
sogni". Limmaginario collettivo della tradizione popolare accoglie i
personaggi che i Vincanto fanno viaggiare, incrociare, incontrare con ritmi
musicali e strumenti di diversa origine.
Trainanà
d'amore, così
intensamente popolare quanto musicalmente raffinato, è capace di essere
filologico nei brani più tipicamente tradizionali, senza rimanere tuttavia
imprigionato negli schemi fissi della tradizione da cui trae linfa vitale,
facendo, anzi, tesoro di questa esperienza per spingersi verso una dimensione
musicale che, nelle composizioni originali, semplicemente rimanda a quei
ritmi, aprendosi al gusto per la ricerca di dimensioni musicali più
sofisticate e personali, "tradendo" (questo forse il termine che
userebbero i puristi) quella tradizione, per tentare di costruirne una nuova e
più vitale. [...]
MAI PIU’ HIROSHIMA E NAGASAKI
Nei giorni passati, in questo scorcio di un’estate bollente che volge al termine, in diverse località della Terra (in modo particolare in Giappone) sono state celebrate le ormai rituali commemorazioni legate ai 62 anni trascorsi dalle terribili date del 6 e del 9 agosto 1945, quando gli americani gettarono senza pietà le prime bombe atomiche della storia a spese delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero rase totalmente al suolo. Soltanto nei primi mesi successivi alla deflagrazione nucleare i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila. Quelle dell’agosto del 1945 sono state le uniche volte (per fortuna) in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. E’ bene ricordare che la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini commessi contro l’umanità, come qualcuno li ha giustamente definiti, crimini rimasti però impuniti) va indubbiamente ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un attimo ad usare armi di distruzione totale per vincere la guerra. In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki.
Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un vero e proprio alibi di natura tecnico-scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è assolutamente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo, in realtà prevalente, era di ordine strategico-politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese completamente affranto e stremato, ormai prostrato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un gesto scellerato compiuto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta strategico-politica ben precisa, di un chiaro segnale intimidatorio, teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.
Negli anni successivi al 1945, nel secondo dopoguerra, le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che venne definito di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli USA, e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale. Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est.
Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”. Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo terrestre) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte! Nel corso degli anni Ottanta, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante ragazzino di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (ovviamente, nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, pericolo poi scongiurato.
Cito questo film per far comprendere come in quegli anni la percezione della gravità dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione totale del genere umano, era molto maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è molto più pericolosa di quella che ho appena descritto e che si riferisce al periodo della “guerra fredda”. Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e dunque fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto e sottolineo: Israele... Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre, la possibilità (non solo teorica) che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti militari delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’attuale situazione internazionale, avvolta in quella che è stata convenzionalmente – ed erroneamente - definita “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” made in USA che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra.
Per questo, non tanto di “spirale” si tratta, quanto di due volti mostruosi e gemellari partoriti dal medesimo apparato di distruzione e di oppressione: l’imperialismo statunitense… L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. Anni in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (USA e URSS) esercitava un potentissimo effetto deterrente.
Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, estremamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-attribuiti con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale ed infausto. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità ed un coinvolgimento crescenti anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari! Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio rammentare alcuni episodi occorsi nel 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad un drammatico scontro militare e al successivo ricorso ad armi nucleari.
Esistono alcune micro-potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”… Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli USA, la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno prettamente commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi all’accesa competizione commerciale tra USA, Giappone, Europa e Cina, oppure alla rivalità monetaria (una vera e propria guerra monetaria) tra il dollaro e l’euro. Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute ed anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerra-guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici “tribali” sono stati perpetrati veri e propri genocidi utilizzando armi rozze e primitive: ad esempio, in alcuni Stati africani, come il Ruanda, sono stati commessi spaventosi massacri (contro l’etnia Tutsi) a colpi di machete, un pesante coltello dalla lama lunga e molto affilata.
Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più insidiosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda rispetto al passato. Pertanto, a tale proposito voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso alcuni anni or sono nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione.
Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?” In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’autoannientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta.
Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ovvero di una classe sociale da parte di un’altra classe, eccetera eccetera. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima.
Tuttavia, la differenza più evidente ed innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile, per cui non va minimamente sottovalutato. Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo, banale ed utopistico, esprime un’istanza molto diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema e vitale importanza, contiene una proposta assolutamente necessaria e indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra:
BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!
Lucio Garofalo


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Dizionario
Enciclopedico Osimano
sito
di Massimo Morroni (ricercatore, storico, poeta).

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e non è poco!)
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