QUESTIONI INTERNE


“Una volta il pronunciamiento lo
facevano i militari – così scrive Giulio Tremonti nel suo ultimo libro “Uscita
di sicurezza” - Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte
eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta
sistemica dell’euro (…) lo si fa condizionando e commissariando governi e
parlamenti (…) Ed è la finanza a farlo, il pronunciamiento , imponendo il
proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da
tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma
monetarista; ingegneri applicati all'economia, come era nel Politburo prima del
crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon”.
Viviamo dunque in un periodo a rischio per la democrazia, che non è minacciata
dai militari, bensì dai banchieri, tecnici e funzionari del capitale finanziario
cosmopolita. Ma non è la prima volta che Tremonti elabora un’interpretazione,
come dire, “tardo no-global” dei processi di crisi che investono il mondo
capitalistico, cioè una versione critica (più da “destra” che da “sinistra”, con
tutte le ambiguità e gli equivoci che ormai accompagnano tali categorie
ideologiche) contro la globalizzazione ultra-liberista.
Dopo il fallimento di Lehman Brothers, Tremonti affermò che “un mondo era
finito” con “la globalizzazione finanziata dal debito”. Ed aggiunse che
bisognava “fare nuove regole e le regole devono farle i governi e le autorità
vietando i paradisi fiscali e i bilanci falsi delle aziende. Le crisi finiscono
prima o poi e alla fine di questa turbolenza l’Italia sarà più forte di prima e
più forte degli altri”. Ma rammento altre sue dichiarazioni che avrebbero potuto
incontrare i consensi di Casarini e compagni, comprese le mie simpatie, se non
fosse stato per la conoscenza dell’autore, vale a dire il super ministro
dell’economia del precedente governo Berlusconi. E visto che si tratta di un
personaggio di alto profilo e di enorme potere, non sono mancate le occasioni
politiche in cui a certi discorsi Tremonti avrebbe potuto far seguire almeno un
gesto concreto di coerenza. Né avrebbe mai potuto farlo, come si può facilmente
immaginare.
Tuttavia, ciò non muta la sostanza delle cose, né impedisce di concordare con
Tremonti nel momento in cui analizza criticamente le dinamiche del capitalismo
finanziario dall’interno, un mondo che ben conosce e frequenta. Ma più che un
teorico del mercatismo selvaggio, di cui pure è stato in passato un promotore
dichiarato, oggi Tremonti si professa (ed è) un appassionato e convinto fautore
del protezionismo. Lo stesso mutuato dalla Lega, ma spiegato meglio. Il fatto è
che per argomentarlo Tremonti deve ricorrere a fatti che svelano i contenuti
delle manovre finanziarie e le tendenze autocratiche del capitalismo
finanziario. Analizzata dall’interno tale realtà risulta molto più inquietante
di quanto si possa supporre. E’ forse questa la chiave interpretativa per
provare a comprendere le contraddizioni di Tremonti. Che sono esattamente le
stesse che emergevano dalle pagine del suo precedente libro, “La paura e la
speranza”.
Probabilmente si potrebbe apprezzare Tremonti come intellettuale se avesse avuto
mano libera e non fosse stato un “burattino” come molti politici d’oggi. In tal
senso Tremonti non si distanzia molto da una tradizione ideologica “di destra”
che identifica nel mercato un fattore disgregante e che oggi, in netto (e
colpevole) ritardo rispetto al movimento “no-global”, denuncia le promesse
tradite dalla globalizzazione neoliberista.
Lucio Garofalo

Siamo vicini al dolore dei familiari di Massimo Crepaldi, rimasto investito ed ucciso ad Asti durante un blocco stradale.
Vogliamo inoltre esprimere solidarietà al Movimento dei forconi, agli autotrasportatori, agli agricoltori che stanno attuando dure forme di lotta contro il Governo Monti, estesesi dalla Sicilia in tutto il Paese.
Il costo insostenibile dei carburanti, le liberalizzazioni ed i diktat europei che stanno mettendo in ginocchio categorie di lavoratori già in difficoltà per la crisi, come agricoltori, pastori, camionisti (mentre non toccano assicurazioni e banche) il ribasso dei contratti nei trasporti pubblici sono battute di un copione già visto in Grecia nel 2008: colpire prima più duramente i lavoratori pubblici e gli autonomi per poi affondare decisamente sul lavoro dipendente, rispetto al quale si va annunciando un giorno si e l’altro pure l’attacco all’art. 18 ed alla cassa integrazione straordinaria, ma dopo i blocchi di questi giorni sarà la volta delle mobilitazioni sindacali con lo sciopero dei sindacati di base il 27 gennaio e la manifestazione nazionale a Roma della Fiom l1 febbraio.
La mobilitazione di lavoratori autonomi e dipendenti dovrà dare le prime spallate a questo governo illegittimo, installato dai poteri forti con l’appoggio di maggioranza ed opposizione, passate dal famigerato PUA- partito unico dell’alternanza- a partito unico e basta; dovrà sopperire ai balbettii ed alle reticenze della sinistra ma la difficoltà che si incontra oggi a costruire una opposizione anticapitalista e popolare, in grado di porsi come alternativa politica di sistema, non da meno ce ne fa avvertire l’urgenza perché le sole lotte si rivelano insufficienti senza un progetto complessivo per uscire dalla crisi nel solo modo favorevole ai lavoratori ed alle classi popolari: verso un nuovo socialismo.
Le denunce di infiltrazioni mafiose neofasciste che si sprecano in questi giorni, verificate in maniera irrilevante per ingenuità ammesse dagli stessi leader del movimento siciliano, come dichiarato da Mariano Ferro, fanno parte del tentativo di criminalizzare i movimenti di lotta, per dare mano libera a prefetti e polizia e se non bastasse magari all’esercito, come già avvenuto per i movimenti antidiscarica.
Al di là di contraddizioni e limiti corporativi, in parte insiti nella natura di mobilitazioni come queste e nel composito corpo sociale che le anima, esse hanno un indubbio profilo popolare e godono della comprensione e dell’appoggio di ampi strati di popolazione per le rivendicazioni che mettono in campo.
Lotta di Unità Proletaria Osimo

27 gennaio, sciopero difficile, ma giusto
di
Giorgio Cremaschi (...)
Il
27 gennaio sciopera una parte rilevante del sindacalismo di base. E’ uno
sciopero difficile, perché con questa crisi la perdita di una giornata di lavoro
è sempre un costo pesantissimo per chi lavora. Ma è uno sciopero giusto perché
il mondo del lavoro non può continuare ad accettare o a subire l’aggressione ai
suoi diritti.
Le ragioni immediate dello sciopero, a mio parere, sono almeno tre.
La prima è il massacro sulle pensioni che, in nome dei giovani, ha portato l’età
pensionabile, prima di tutto proprio per i giovani, alla soglia dei settanta
anni.
In secondo luogo tutte le misure della manovra economica del governo stanno
colpendo le condizioni sociali e di vita di chi lavora, che vede ridotti i
propri redditi, mentre il futuro è ancor più minacciato dalla recessione in
arrivo, causata anche dalle manovre restrittive dei governi Monti e Berlusconi.
In terzo luogo, con l’ultimo decreto sulle liberalizzazioni, il governo Monti si
è schierato armi e bagagli con Marchionne e la sua linea di distruzione del
contratto nazionale. Lo ha fatto proprio per la materia di sua competenza,
infatti ha stabilito per decreto che il trasporto pubblico non sarà più soggetto
ai contratti nazionali, e quindi ha dato il via libera ai contratti low cost,
sia nelle ferrovie, sia nel trasporto locale. Cosa questa che neppure il governo
Berlusconi, autore dell’articolo 8 sulle deroghe contrattuali, si era sognato di
fare.
Ora si apre il tavolo in cui, secondo Monti, il sindacato dovrebbe affrontare
“senza tabù” la questione dell’articolo 18, cioè cominciare a rinunciarvi. Ci
sono quindi molte ragioni immediatamente sindacali che portano alla necessità di
uno sciopero generale contro le scelte di questo governo. Ma ce n’è anche una di
significato più vasto, che è bene non trascurare. Il governo Monti, si dice, ha
un grande consenso di opinione pubblica. Questa è una parziale verità e una
sostanziale mistificazione. Infatti, chi afferma questo, dimentica di dire che
il governo Monti ha il consenso di oltre il 90% del Parlamento, del Presidente
della Repubblica, del 98% della carta stampata e del 100% delle grandi
televisioni. Di fronte a questo consenso di regime enorme, il consenso reale
nell’opinione pubblica del governo non raggiunge il 60%. C’è quindi una parte
enorme del paese che non condivide le scelte del governo, nonostante il
sostegno istituzionale e mediatico enorme che esso raccoglie.
Di fronte a tutto questo è compito di chiunque creda nei diritti, nella
democrazia, nell’uguaglianza sociale, scendere in lotta per non lasciare campo
libero a una protesta populista, reazionaria, xenofoba. Non parliamo affatto dei
tassisti o degli autotrasportatori. La loro protesta ha sicuramente degli
elementi di ambiguità, ma parte da un’indignazione comprensibile. Non si può
sostenere realmente che la crisi economica si risolve aumentando le licenze per
i taxi o per le farmacie. Questo è un vero e proprio depistaggio
propagandistico, che fa parte di quella campagna ideologica che cancella le
ragioni reali della crisi, il debito, l’usura della finanza internazionale, le
politiche restrittive invece che quelle espansive di bilancio, la distruzione
del pubblico. Invece si dà la colpa ai tassisti, come nel film Johnny Stecchino
si spiegava al protagonista che il problema di Palermo era il traffico.
Ecco, contro questo depistaggio occorre che scenda in campo il movimento
sindacale e democratico e lo sciopero del 27 è un primo segnale di una
mobilitazione necessaria.
Poi seguirà la manifestazione della Fiom dell’11 febbraio e le iniziative
proposte a tutti i movimenti di lotta per marzo dal movimento No Debito. Si
tratta di scendere in piazza per affermare un’idea di uscita dalla crisi
opposta, sia a quella del capitalismo delle multinazionali, di cui il governo è
interprete, sia a quella del populismo reazionario, agitata in particolare dalla
Lega Nord. Si tratta, cioè, di difendere il lavoro e la democrazia. Dovrebbero
farlo anche Cgil, Cisl e Uil, invece che farsi imprigionare in una trattativa in
perdita sul mercato del lavoro. Se però i grandi sindacati confederali non lo
fanno non è per questo giusto rimanere a casa. Bene quindi lo sciopero del 27 e
tutte le lotte che portano e porteranno i diritti del lavoro e la democrazia in
piazza.
Roma, 23 gennaio 2012

Il capitale internazionale
ha individuato nella Germania il suo punto di forza e di riferimento, il
bastione politico dietro cui si riparano gli interessi delle tecnocrazie e
delle élite finanziarie mondiali. Se la Germania è l’interlocutore
privilegiato del grande capitale all’interno dell’area dell’euro, la
conseguenza è esattamente l’imposizione dall’alto di una linea politica di
“germanizzazione” di tutti i Paesi che fanno parte dell’euro, perciò
chi non si adegua agli “standard” richiesti dai vertici della BCE
rischia di essere emarginato dall’euro, oppure di retrocedere in una
“categoria” inferiore.
Per continuare a restare nell’euro si esige la condicio sine qua non di soddisfare subito il pagamento degli interessi sul debito pubblico e ridurre progressivamente tale debito fino alla solvibilità dei singoli Paesi. In nome di questo “totem” vengono sacrificate le conquiste che in passato l’Europa ha ottenuto in termini di progresso civile, diritti, democrazia e stato sociale, e si scatena l’ennesima offensiva capitalistica contro gli interessi della classe operaia, colpendo e tartassando puntualmente le masse proletarie.
I sacrifici imposti al popolo italiano dall’emissario della BCE, Mario Monti, al solo scopo di assicurare il pagamento degli interessi sul debito pubblico al grande capitale finanziario, possono garantire al massimo un breve periodo di ripresa dei titoli italiani.
Oltre il 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono pagamenti immediati, pena il tanto temuto default: sono gli usurai dell’economia globale, i signori del denaro e dell’alta finanza, i padroni delle grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Ecco a chi vanno i soldi estorti ai proletari italiani ed europei.
In questo contesto storico ha un peso enorme una variabile che è un elemento imponderabile anche per il grande capitale, ossia il punto oltre il quale rischia di venir meno e di esaurirsi la rassegnazione dei proletari, rendendo imprevedibile ed ingovernabile il corso della crisi. Il tenore di vita del proletariato europeo sta precipitando verso livelli di paurosa indigenza: solo in Italia sono 18 milioni le famiglie che versano in condizioni di pauperismo, ma negli altri Paesi che si trovano in bilico tra il permanere nell’area dell’euro e il default, la situazione risulta addirittura peggiore.
Le dimensioni sociali della disoccupazione raggiungono ormai cifre inquietanti, mentre il precariato è diventato uno status permanente per milioni di giovani in tutta Europa. Per i proletari indigenti non ha alcuna importanza la risalita degli indici di borsa: essi misurano la loro esistenza su ciò di cui hanno bisogno e di cui non riescono a privarsi.
Una prossima dichiarazione di insufficienza della bilancia dei pagamenti, con il relativo varo di nuove manovre estorsive che impongano ulteriori sacrifici alle masse popolari, potrebbe non incontrare più quello spirito di rassegnazione che si richiede ai proletari.
La repressione potrebbe non essere sufficiente, ma la preoccupazione principale del potere è che cominci a rompersi la catena dell’obbedienza al comando capitalistico.
Lucio Garofalo

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo
I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ‘68: stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del lavoro, ecc.
Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.
Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse.
A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.
Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo.
Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio.
Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?
Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.
Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.
Al punto in cui siamo, urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo, non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.
Lucio Garofalo

In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo.
Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.
Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.
Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.
Lucio Garofalo

Comunicato del 06.11.2011 (CARC)

Risolvere la crisi dal basso
Il premier greco George Papandreou ha abortito la sua idea. Non a caso, dopo aver dichiarato al mondo l’intenzione di indire un referendum, è stato immediatamente convocato in un incontro a margine del G20, a cui hanno partecipato il cancelliere tedesco Merkel, il presidente francese Sarkozy e i vertici del Fondo Monetario Internazionale. E’ assai probabile che sia stato indotto, se non costretto, a rinunciare alla sua proposta. Risultato: il referendum è annullato ancor prima d’essere proclamato.
Una vicenda surreale, quanto emblematica, che testimonia l’insofferenza dei mercati azionari e delle élite finanziarie verso le regole democratiche e la sovranità popolare.
L’illusione suscitata dalla proposta annunciata e poi ritirata dal premier greco, è svanita troppo presto, nemmeno il tempo sufficiente per godersela. E’ stata una meteora. Alla stregua di altre esperienze effimere che si consumano in un attimo, stile “usa e getta”, tipiche del tempo fugace e della società consumistica di massa in cui siamo cresciuti.
Viviamo un’epoca meschina in cui conviene essere cinici, opportunisti e disincantati? Se così fosse, sarebbe inaccettabile. Dissipare o negare il diritto più prezioso agognato dall’uomo, cioè la libertà di sognare e di pensare in grande, è un delitto imperdonabile.
Il nostro è davvero un mondo i cui “eroi” sono per lo più figure mediocri e disilluse, pavide e pusillanimi? Così pare, purtroppo. Serve allora una risposta rassicurante, non consolatoria, un anelito di speranza che si può respirare nelle parole visionarie, dunque intelligenti e realiste, di un grande narratore come Paulo Coelho: “Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni”.
***
Sarà un caso, ma le proposte più concrete e sensate per reagire alla crisi del debito sovrano, provengono dalla società civile, mentre le ricette “lacrime e sangue” calate dall’alto, ossia le prescrizioni imposte dalle sedi politiche ufficiali, dai cosiddetti “Palazzi istituzionali” che fanno capo agli interessi delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie, sono del tutto inefficaci e controproducenti, oltre che inique e impopolari.
Ecco alcune idee di buon senso avanzate dal basso: 1) abolizione dei cosiddetti “paradisi fiscali”; 2) tassazione sulle rendite e sulle transazioni finanziarie internazionali; 3) ritiro delle missioni militari all’estero e abbattimento delle spese per gli armamenti; 4) contro-inchiesta per accertare le responsabilità sulla formazione del debito; 5) referendum per consultare i cittadini sulle manovre di “salvataggio”; 6) acquisto (volontario) di quote individuali dei titoli di Stato, quindi del debito pubblico, da parte dei cittadini che possono permetterselo (il debito pubblico italiano, mentre in passato era soprattutto interno, oggi è in gran parte esterno, cioè contratto con banche e altri soggetti finanziari internazionali, per cui l’idea di far comprare i titoli di Stato ai singoli cittadini avrebbe esattamente lo scopo di far rientrare il debito in Italia, nel senso che i creditori tornerebbero ad essere i cittadini); e via discorrendo con altre valide iniziative.
Sono solo alcune delle molteplici risposte alternative che semplici cittadini o ambienti della società civile stanno elaborando e promuovendo in questi giorni con ragionevole competenza e convinzione. Sono ipotesi assolutamente realistiche e praticabili, per nulla astratte o demagogiche, tantomeno ideologiche. Inoltre, sono soluzioni largamente condivise e realmente democratiche. Sfido chiunque a smentire questo dato di fatto.
Lucio Garofalo
***
Indignarsi contro
l’ingerenza della finanza non basta
Lo strapotere esercitato dalle cosiddette
“agenzie di rating” è il sintomo più inquietante ed evidente di come il
capitalismo sia ormai impazzito, ridotto alla mercé di una ristretta oligarchia
di stampo mafioso, composta dai signori del denaro e della finanza.
Tali agenzie costituiscono un minaccioso e destabilizzante strumento di dominio
e di ricatto, esercitato a livello mondiale, una specie di “arma atomica” di cui
dispone una cerchia elitaria di banchieri, uomini d’affari ed esponenti della
finanza globale. In altre parole, agenzie di rating come Moody’s e Standard &
Poor’s incarnano la “voce del padrone”. Nell’assalto sferrato contro l’Italia,
esse sono state le prime ad avvertire gli ambienti della speculazione
internazionale che si poteva e si doveva aggredire l’Italia.
Esse si arrogano il diritto di emettere sentenze sullo “stato di salute” dei
vari Paesi, formulando previsioni sinistre sul loro futuro economico, senza che
abbiano mai ricevuto alcuna legittimità a svolgere un ruolo tanto decisivo da
condizionare e determinare il destino dei popoli, mandando in rovina intere
nazioni e addirittura interi continenti.
Il divario esistente tra il reddito prodotto dall’economia reale dell’intero
pianeta e il reddito irreale, cioè le immani ricchezze generate da operazioni
incentrate su colossali bolle affaristiche, è pari ad un rapporto di 1 a 8. In
altri termini, il valore creato delle speculazioni finanziarie è otto volte
superiore rispetto al valore prodotto dall’economia reale; dunque, il
capitalismo dominante comporta sproporzioni a dir poco paradossali.
Il complesso finanziario internazionale, così come si è storicamente
determinato, presuppone un aumento spropositato delle disuguaglianze, favorendo
la concentrazione dei capitali nelle mani di minoranze sempre più ristrette,
avide e corrotte, formate da speculatori internazionali che adottano metodi
spregiudicati e criminali, alla stregua di associazioni di stampo mafioso,
capaci di estorcere le risorse che appartengono alle nazioni, sottraendo con
l’astuzia, l’inganno, il ricatto e la frode finanziaria, i risparmi di milioni
di piccoli investitori e dei lavoratori del mondo intero, riducendoli sul
lastrico.
In altri termini, il sistema si è strutturato in modo tale da estendere a
dismisura le sperequazioni esistenti, creando un divario a forbice sempre più
ampio tra élite finanziarie sempre più ricche, potenti e circoscritte, e
moltitudini di lavoratori poveri destinati ad impoverirsi ulteriormente. Un
processo che ingloba anche i ceti intermedi.
In sostanza, si è imposto un metodo di accumulazione e distribuzione delle
risorse sempre più iniquo e intollerabile per la maggioranza degli esseri umani,
con conseguenze inimmaginabili per gli equilibri degli assetti mondiali, specie
se si considera l’andamento demografico che si sviluppa in modo abnorme e
irrazionale in alcuni continenti come l’Asia e l’Africa, dove le contraddizioni
del sistema sono più esplosive e destabilizzanti.
La crisi economica che minaccia l’integrità stessa del capitalismo, affonda le
sue radici nel tempo e discende dalle incongruenze e dalle assurdità insite
nell’assetto complessivo del capitalismo. Ovviamente, i fenomeni superficiali
inducono a credere che l’origine della crisi sia da ricercare nell’orbita e nei
meccanismi delle speculazioni affaristiche condotte dalle grandi banche, dalle
borse mondiali e dall’alta finanza internazionale.
E’ innegabile che enormi responsabilità siano da ascrivere al cinismo del
mercato borsistico e delle maggiori banche mondiali, in particolare alla
spregiudicatezza delle istituzioni finanziarie internazionali. Non a caso, la
rabbia e l’indignazione popolare si indirizzano contro alcuni soggetti
individuati come capri espiatori, ossia i megadirigenti e i manager strapagati
delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.
Nondimeno, l’origine della crisi risiede nel sistema medesimo ed è l’esito di un
processo storico scaturito dalla rottura innescata dalle disfunzioni intrinseche
alla natura stessa dell’economia di mercato. Trattasi di una crisi di
sovrapproduzione e sottoconsumo.
Negli ultimi decenni si è compiuto un ciclo produttivo che ha favorito
un’accumulazione smisurata di profitti grazie allo sfruttamento eccessivo degli
operai salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di
rendimento elevati, si sono notevolmente impoveriti. Ciò è accaduto a causa di
uno sviluppo economico artefatto ed enfatizzato, che in realtà genera condizioni
crescenti di miseria e precarietà ed esercita un’ingerenza imperialista tesa ad
imporre livelli decrescenti del costo del lavoro su scala globale, malgrado i
lavoratori del sistema produttivo facciano più del proprio dovere.
Di fronte alla crisi le persone sono impotenti, da un lato, inquiete e agitate,
dall’altro.
L’indignazione (che sia pacifica o meno, importa poco: quello della
“non-violenza” è un falso problema) da sola non basta, e nemmeno la rabbia
irrazionale ed esasperata, la violenza esplosiva che genera una ribellione cieca
e distruttiva, ancorché spontanea, ossia una sommossa di piazza priva di
obiettivi politici rivoluzionari, frutto di una esacerbazione degli animi e una
estremizzazione delle proteste e delle rivolte popolari.
La situazione del popolo greco fornisce un avanzato laboratorio di esperienze
politiche, capace di impartire al proletariato mondiale una serie di lezioni e
prospettive assai utili.
Occorre indubbiamente una mobilitazione più estesa e radicale sul piano sociale,
ma questa deve essere ispirata e sostenuta da un’analisi intelligente e
rigorosa, che sappia elaborare una piattaforma rivoluzionaria di trasformazione
dell’ordine esistente. Serve una coscienza politica e progettuale capace di
indicare e propugnare un’alternativa seria e convincente di organizzazione dei
rapporti economici, un altro modello di formazione sociale, politica e
culturale, che sia davvero credibile agli occhi della gente.
La crisi del capitalismo si è talmente acutizzata e radicalizzata da esigere
soluzioni altrettanto drastiche e radicali, che non sono affatto possibili e
praticabili all’interno dell’odierno quadro capitalistico. La risposta deve
essere intelligente e deve partire dal mondo del lavoro produttivo e sociale,
che rappresenta probabilmente l’unica forza materiale in grado di spazzare via
le macerie create da un sistema marcio e putrefatto.
Lucio Garofalo
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Come volevasi dimostrare
Anche l’ultimo vertice europeo, quello in cui il “premier a tempo perso” è stato sottoposto ad una sorta di “esame di riparazione”, ha ribadito esplicitamente le ricette di austerità economica a senso unico, calate dall’alto dalla Banca Centrale Europea.
In altri termini, i summit non fanno che confermare e rafforzare i timori della “vigilia”, cioè l’idea che a pagare la crisi saranno sempre e solo coloro che non l’hanno provocata.
Si tratta di un’impostazione violenta e ricattatoria, che si traduce in una serie di provvedimenti draconiani prescritti in modo verticistico e coercitivo, ad esclusivo interesse del sistema bancario e finanziario europeo. La linea sposata dalla BCE, accolta in modo supino e subalterno dai governi europei, non è affatto risolutiva dei problemi che stanno per esplodere. Al contrario, è una visione autoritaria che rischia di peggiorare ulteriormente gli sviluppi drammatici e depressivi della crisi in atto, che potrebbe degenerare in una spaventosa recessione. Le cui conseguenze si abbatteranno ciecamente su chi finora ha scontato la gravità della situazione, vale a dire i lavoratori del sistema produttivo, i pensionati, i giovani (e meno giovani) precari, i ceti “medi”.
Una “soluzione” che non risolve nulla, anzi aggrava il problema che dice di voler debellare, è come una terapia errata che rischia di essere peggiore del male stesso. Le direttive imposte dalla BCE, a cui soggiacciono passivamente i capi di Stato europei, sono inaccettabili nella misura in cui esautorano, o comprimono drasticamente, la sovranità politica da cui discende l’autorità dei singoli governi e Parlamenti nazionali, ma sono soprattutto una spada di Damocle, una clava usata contro la civiltà dei popoli europei, per annichilire definitivamente i diritti democratici e le tutele sociali conquistate con grande spirito di sacrificio e con tenacia dalle generazioni precedenti.
Parimenti il cosiddetto “fondo salva-Stati” si iscrive in una logica ultraliberista e tecnocratica, muovendosi in una direzione a dir poco illegittima e controversa, che travalica i confini di ogni ragionevole buon senso. E’ una piattaforma economica di fatto criminale, nella misura in cui è propensa a varare e autorizzare una serie di manovre estremamente ingiuste e dolorose per chi versa già in condizioni di grave sofferenza.
Mentre si decide di salvare e consolidare i capitali delle banche, nel contempo si invocano e si prospettano misure impopolari tese ad inasprire le condizioni di vita dei lavoratori, facilitando la libertà di licenziare, che in tempi di crisi economica equivale ad una sorta di “licenza di uccidere”, imponendo aumenti brutali dell’età pensionabile, aggravando il livello già insopportabile di liberalizzazione (cioè precarizzazione) del mercato del lavoro, aggiungendo altri oneri e sacrifici alle fasce più deboli della società.
A tale riguardo i sindacati dei lavoratori sono già sul piede di guerra, e non poteva essere altrimenti. Per tali prese di posizione sono tacciati d’essere “antiquati” e “ottocenteschi”, ma è il capitale ad attestarsi su schemi o atteggiamenti da vecchi padroni delle ferriere. Il capitalismo è ancora l’unica forza materiale che nell’epoca contemporanea persevera nella lotta di classe, nella misura in cui prosegue con ottusa ostinazione ad applicare nella pratica i principi “ottocenteschi” della lotta di classe, conducendo una spietata guerra globale contro il mondo del lavoro produttivo e sociale.
Bisogna smascherare e denunciare la vera violenza, che è quella del capitalismo, un raffinato meccanismo di oppressione e di sfruttamento votato al collasso generale dell’economia, della società e della cultura. Un sistema di potere che, agitando lo spauracchio della crisi, intende costringere la gente, i lavoratori che stentano ad affrontare le difficoltà quotidiane, a rinchiudersi in uno stato di paura e rassegnazione.
Di fronte alla minaccia di una recessione non si può essere settari o succubi verso una fazione, in un teatrino schiacciato sul dualismo tra berlusconiani e antiberlusconiani. Occorre sottrarsi al ricatto imposto negli ultimi anni da una falsa dialettica democratica, ormai logora, che ha avvelenato il clima politico in Italia. Una pseudo contrapposizione che ha appiattito il livello del dibattito politico e culturale, alterando la percezione della realtà e delle sue priorità vere. Non è un caso che su temi di importanza cruciale per i centri del potere, si registri spesso e volentieri una sorta di complicità, una coincidenza di intenti tra “destra berlusconiana” e finta “sinistra antiberlusconiana”.
Si sa che il diavolo si annida sempre nei dettagli. Infatti, è da notare come su alcune questioni si formino ampie convergenze di posizione all’interno del Parlamento. Ad esempio, merita di essere letta e sottolineata questa “diabolica” concordanza tra “destra” e “sinistra”, nella fattispecie tra Berlusconi e Ichino, esponente del PD: “E se ora - ha scritto Berlusconi sul Foglio di Ferrara - il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione”.
Occorre demistificare i falsi stereotipi e i luoghi comuni che circolano in quanto diffusi dai media ufficiali che contribuiscono ad alimentare una propaganda ideologica capziosa e strumentale. Il fulcro che sta all’origine della crisi economica, che è sistemica e di portata globale, non è costituito dai licenziamenti più o meno facili, tantomeno dalla normativa vigente che regola i rapporti di lavoro, ma consiste nel fatto che, tanto per citare un esempio concreto, i magazzini sono pieni di merci invendute, dunque risiede nel crollo dei consumi di massa e nella sovrapproduzione accumulatasi negli ultimi anni.
Una politica economica ottusa e avventata, che comporta un ulteriore indebolimento dei redditi da lavoro, è inevitabilmente destinata a provocare un calo verticale dei consumi, innescando un circolo vizioso che rischia di alimentare e procrastinare la recessione.
I processi storici sono difficilmente reversibili. Dalla crisi in atto non è possibile uscire con soluzioni adottate all’interno del quadro capitalistico. Finora il capitalismo è caduto in crisi per causa propria, ma inizia ad affacciarsi tra la gente (non solo tra gli Indignati) l’ipotesi che esso possa non essere l’unico modo per organizzare i rapporti economici e sociali e possa esistere un’alternativa storica credibile e praticabile, oltre che urgente.
Lucio Garofalo

Sulla battaglia di Roma
Più che gli scontri ampiamente annunciati della manifestazione del 15 ottobre fa male alla mobilitazione popolare l’atteggiamento di molta sinistra, con i suoi reiterati appelli alla delazione di massa, fa male l’umorismo, quello si nero, di Draghi, l’ispiratore del papello con cui si decretava la fine di ciò che resta della sovranità nazionale, ponendo la Bce a commissariare l’attuale governo ed i futuri “governissimi da Vendola a Fini”.
Quegli scontri esprimono un livello senz’altro prematuro, per l’attuale consapevolezza della classe lavoratrice, per il composito corpo sociale della protesta che ha attraversato Roma, ma le dichiarazioni dissociatorie di politici che non rappresentano più niente, la campagna mediatica criminalizzatrice, in cui eccellono il Corriere Sionista e Repubblica, non cancelleranno in milioni di italiani, soprattutto in quanto milioni di futuri disoccupati, la solidarietà e la comprensione quantomeno emotiva per quelle migliaia di giovani e giovanissimi che hanno combattuto per ore in piazza san Giovanni, sottraendola alla prevista passerella elettorale dei soliti politicanti istituzionali e rispettivi fiancheggiatori presunti movimentasti, tutti pronti a metterci il cappello.
Prima della manifestazione si erano evidenziate divergenze nel comitato organizzatore rispetto al percorso concesso dalla questura e non accettato da molte componenti, inoltre non esisteva una piattaforma unitaria ed era annunciata una partecipazione aperta, secondo contenuti e modalità differenti. Diverse anime dell’antagonismo di matrice anarchica ed autonoma, unitamente a sigle della galassia antimperialista ed anti-europea, organizzazioni del sindacalismo di classe avevano annunciato chiaramente l’intenzione di non voler trasformare San Giovanni nella parata elettorale del centrosinistra, in vista delle prossime elezioni anticipate. Per questo non crediamo che i fantomatici black blocks, fossero poliziotti infiltrati capaci di affrontare per ore i loro colleghi in divisa. Crediamo invece che in continuità con gli avvenimenti della manifestazione del dicembre scorso degli studenti stia crescendo, a Roma e non solo, un’area del proletariato e precariato giovanile, comprendente i futuri disoccupati intellettuali, non più rappresentabili o gestibili da reti pseudomovimentiste, in realtà ampiamente ammanicate con il centro-sinistra e soggette a compatibilità governiste. Le migliaia di giovani entrati per primi a piazza san Giovanni erano sia travisati che a volto scoperto ma anche intruppati in simboli e slogan riconoscibili ed hanno dato seguito a quanto annunciato, subendo ripetute cariche con caroselli di gipponi ed idranti ma resistendo con coraggio e determinazione, mentre le componenti più concilianti del corteo contribuivano più o meno involontariamente a ostruire l’accesso della piazza con un tappo più ingombrante di quello delle forze dell’ordine. Purtroppo tra la determinazione dei ragazzi dentro la piazza ed il profilo confacente a gran parte del corteo si è registrato un evidente scarto, sul quale stanno soffiando i politicanti professionisti della dissociazione e della delazione, dimostrandosi ben lontani dalla maturità evidenziata invece dalla maggior parte degli studenti nel dicembre scorso; forse molti sinistri pensano ancora di raccattare qualche sgabellino sgangherato alla corte dei vari Monti o Profumo (di galera) o chi per loro. Adesso occorre assolutamente non permettere che passi questa specie di parola d’ordine della denuncia e della desolidarizzazione, occorre lavorare affinché non si approfondisca dentro la composizione di classe la differenzazione tra chi lotta pensando di aver qualcosa da difendere e chi lotta sapendo che non ha da difendere e perdere niente. Occorre contrapporsi alla campagna di criminalizzazione, da dovunque provenga, respingere il tentativo di reintrodurre la legge Reale e preparare le componenti più coscienti del nuovo proletariato e delle giovani generazioni ad una stagione di lotte e di dura repressione. Allora la battaglia di Roma non darà alibi a vecchi e nuovi reazionari ma sarà lo spartiacque che forgerà nuovi quadri rivoluzionari come fu Valle Giulia.

Atene chiama Roma
Il problema evidenziatosi a Roma ancora in fieri è esploso in Grecia in tutta la sua annunciata drammaticità, scontri durissimi dentro la piazza tra quanti volevano attaccare il parlamento e quanti, in prevalenza intruppati nel servizio d’ordine del sindacato Pame e del partito Comunista, volevano conservare alla giornata un impronta prevalentemente pacifica, contando sulle contraddizioni del governo nel varare la manovra eterodiretta dalla Bce e dal Fmi.. E difficile non pensare alla Grecia come il nostro specchio imminente; loro sono stati commissariati prima che lo fossimo noi con il famigerato papello di Trichet-Draghi, quello che appoggia le ragioni degli indignados pacifici; il popolo greco sta dando vita ad una stagione di lotte anche dure e violente rispetto a cui la giornata romana può essere considerata un preambolo. Un esito altrettanto drammatico possiamo prevederlo qualora si approfondissero le contraddizioni evidenziate a Roma tra quanti hanno alzato lo scontro ad un livello prematuro per la gran parte del corpo sociale dei manifestanti e quanti hanno cercato di opporsi, o addirittura hanno avuto un vero e proprio processo di rigetto verso le espressioni di violenza. Più che un discorso astratto o ideologico sulla legittimità o meno della violenza crediamo sia questo il vero problema che lascia la giornata del 15, dal momento che essendo stati ben interni a quella grande manifestazione e testimoni delle ore di resistenza in piazza san Giovanni non possiamo assumere semplificazioni di analisi ne tantomeno le scontate criminalizzazioni medianiche.
Non c’è stata una rilevanza di corpi estranei infiltrati (ed in una man infestazione con quelle premesse è difficile non pensare, per es., ad una presenza anche dei tifosi della città, che sono quello che sono) né si può spiegare tutto con la contrapposizione tra autorappresentazioni nichiliste rispetto ad assetti e sensibilità lavoriste, né cavarsela con la critica scontata alle rappresentazioni ideologiche ed autoreferenziali. Al di là dei gruppi o reti organizzati riconoscibili ed inquadrati che hanno rivendicato comportamenti, pratiche, slogan critici od in contrapposizione ai compromessi del tavolo di coordinamento (che comunque non ha partorito una piattaforma comune condivisa), al di là dei cani sciolti o qualche deficiente che rompe madonnine o gli scappa l’accendino sull’utilitaria, la preoccupante contraddizione che abbiamo notato noi era tra forme di protesta, predominanti , proprie di chi pensa ancora da avere qualcosa da difendere - un lavoro ancora, qualche risparmio, qualche diritto cui aggrapparsi con le unghie - e forme di chi pensa, con ragioni fondate, di non aver nulla da difendere né da perdere.
Non si tratta di facile sociologia, si tratta di rilevare contraddizioni profonde che oggi hanno provocato una frattura nel corpo sociale di una manifestazione ma che possono corrodere in profondità il corpo della classe, già spaccato tra lavoratori immigrati ed autoctoni, con la prospettiva della disoccupazione di massa alle porte - ed oggi – spaccato anche tra poco garantiti e per niente garantiti, in una ulteriore frattura sociale e generazionale. E’ normale che sui media ci mostrino quel povero ragazzo, er pelliccia, o la ragazzina di buona famiglia, così come durante le rivolte inglesi ci mostravano per giorni il teppista che derubava l’handicappato; i media fanno già molto bene il loro lavoro e non c’è bisogno di portare acqua con interpretazioni criminalizzatrici o suggestioni tardo-pasoliniane.; la gran parte dei giovani arrabbiati che colpivano non solo i simboli ma pure le funzioni del sistema, banche, agenzie interinali, forze dell’ordine, erano roba nostra, in gran parte proletari precari, studenti disoccupati, magari con i padri più dietro a difendere gli spezzoni sindacali dalle gesta dei loro colleghi. Le dichiarazioni avventate che abbiamo sentito a caldo da molti politici di sinistra non ci sono piaciute perché si aggiungono e potenziano quelle dei delatori di professione che spingono alla delazione di massa, perché si dissociano innanzitutto dalla propria funzione che dovrebbe essere quella di dare progetto alle istanze collettive di un corpo sociale che si fa sempre più complesso e contraddittorio al proprio interno fino al conflitto, e non può essere schematizzato tra i cattivi e chi va alle manifestazioni con il manuale delle buone maniere.
Fare i complimenti a Maroni, invocare leggi Reale, auspicare l’azione maggiormente repressiva della polizia, come hanno fatto autorevoli esponenti di quella sinistra istituzionale nella quale sono “infiltrati” e dalla quale sono “infiltrati” tanti movimenti, soprattutto quella sinistra interna a progetti governisti di larghe intese o riedizioni uliviste (pur senza rapporti di forza per non soccombere ai diktat di BCE)… tutto questo ci spiega chiaramente perché aree importanti di movimento stanno riempiendo spazi politici da costoro evidentemente lasciati vuoti, per quanti alcuni si sforzino di tenere i piedi in più staffe. Ma soprattutto ci fa comprendere le ragioni di una rabbia e di un rifiuto delle forme di rappresentanza che possono portare ad una violenza ben più deleteria di quella mostrata a Roma verso simboli o funzioni; una violenza implosiva. Capiteranno sempre più spesso manifestazioni dove un tasso di violenza, diciamo fisiologica si manifesterà, quella del 15 ne aveva tutte le premesse e le ha mantenute, spontanee ed organizzate, intenzionali e fuori dalle intenzioni.
Questo perché peggioreranno le condizioni delle classi popolari, anche di quei
molti cittadini oggi ancora indignati per le violenze di alcuni “indignati” ma
che smetteranno di esserlo con l’aumento esponenziale della disoccupazione,
delle incertezze, delle povertà e riverseranno altrove la loro indignazione,
forse in probabili forme reazionarie. A meno che non diamo corpo ad un progetto
per l’abolizione del debito, per l’uscita da questa europa dell’euro e dei
monopoli finanziari, su un nuovo quadro di alleanze con i popoli, come noi,
maggiormente colpiti da questa crisi pilotata, per uscire dal capitalismo verso
un ordine sociale ed economico funzionale ai bisogni collettivi anziché basato
sul profitto che, per quanto ci riguarda, continuiamo a definire comunismo. Non
ci sono governi a cui appoggiarsi oggi su questa alternativa di sistema, sono
tutti al servizio dei grandi capitali transnazionali, degli speculatori e dei
monopoli finanziari, ma ci sono le organizzazioni popolari, a cominciare da
quelle dei popoli che stanno peggio, che stanno finora pagando i costi più alti.
Noi il popolo greco, i popoli del sud europa, stiamo subendo i colpi più duri,
siamo designati a diventare l’area di sottosviluppo necessaria alla competizione
del sistema integrato dell’area Euro, ma le nostre classi popolari stanno
sperimentando anche le forme della rivolta.
SENTENZA
FORLEO
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