QUESTIONI INTERNE
LA SOLIDARIETÀ È UN' ARMA: USIAMOLA!
Qualche giorno fa è stato trasferito nel CIE di Bari il cittadino turco Avni Er rispetto al quale il governo turco di Ankara ha avanzato tempo addietro formale richiesta di estradizione.
Avni Er è colpevole solo di aver svolto nel corso degli anni una puntuale denuncia delle violazioni dei diritti umani e della libertà d'informazione in Turchia.
Avni Er è un oppositore politico, accusato di appartenere al partito comunista DHKP-C . Il 1° aprile 2004 un'operazione repressiva ha provocato l'arresto di 82 persone in Turchia ed altre 59 persone tra Germania, Olanda, Belgio, Grecia ed Italia.
Tra loro giornalisti dell'opposizione, membri di organizzazioni democratiche e per la difesa dei diritti umani, avvocati ed artisti.
Avni Er, a seguito di un processo scandaloso durante il quale testimoniarono contro di lui, a volto coperto, i torturatori turchi, fu condannato dalla Corte di Assise di Perugia nel 2006 con successiva conferma della Corte d'Appello di Perugia.
Seguì una vasta campagna di mobilitazione e sensibilizzazione cui
aderirono diverse associazioni nazionali (Arci, CRVG- Conferenza
nazionale del volontariato della giustizia, Antigone) e vari esponenti
politici; ci fu una dichiarazione a tutela dell'incolumità di Avni Er e
per il rispetto delle norme internazionali a difesa dei diritti dell'individuo
da parte dell'europarlamentare Giulietto Chiesa; ci furono molti ordini
del giorno da parte del Consiglio provinciale di Lecce (19 marzo 2008),
del Consiglio Regionale della Toscana, della Sardegna e della Campania.
Anche il Consiglio Regionale della Puglia,
in data 24 giugno 2008, sottoscrisse una mozione contro
l'estradizione di Avni Er in Turchia, con
esplicito riferimento all'art.10 della Costituzione italiana
che recita:
“ Lo
straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle
libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo
nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Ricordiamo che secondo associazioni
internazionali ed autorevoli come Human Rights Watch, Amnesty International,
nonché
Ricordiamo inoltre che il curdo Ocalan, nonostante il riconoscimento dell'asilo costituzionale rilasciato dal governo italiano, è da 11 anni detenuto in regime di isolamento totale nell'isola di Imrali. Infine, a dimostrazione della condizione politica in Turchia, citiamo il tentativo di qualche giorno fa dell'ennesimo colpo di stato manu militari.
Allo stato attuale, Avni Er ha inoltrato
formale richiesta d'asilo nel nostro paese e, per quanto affermato, - anche
in considerazione che
CHIEDIAMO
a tutte le forze democratiche, ai partiti, alle associazioni, alla società, ai
sindacati, di aderire e sottoscrivere l'appello in favore di Avni Er, affinchè
GLI VENGANO RICONOSCIUTE TUTTE LE FORME DI
TUTELA ED IL PRINCIPIO DI NON RESPINGIMENTO.
Per adesioni
e sottoscrizioni del documento inviare e-mail presso csidf@libero.it
Info: 339 8277593

A PROPOSITO DELLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
A volte, specie nella sfera politica, taluni dettagli lessicali, apparentemente insignificanti, possono essere spie rivelatrici di cambiamenti di idee e di orientamenti. Francamente, il progetto della cosiddetta "Federazione della Sinistra" (o come diamine si chiama) non mi convince affatto. Mi pare si tratti dell’ennesima forzatura dettata da contingenze politiche, ossia dalla ristrutturazione in atto nello scenario politico nazionale, un quadro "rivoluzionato" dall'avvento di due mega comitati d'affari, entrambi convergenti al centro, il PD e il PDL, con l’intento di affossare i partiti minori.
Se i presupposti di tale operazione sono preoccupazioni e timori di ordine elettoralistico, credo che il processo in atto non possa che approdare alla formazione di un'accozzaglia di sigle e di apparati ereditati da quei partiti che finora si sono rivelati subalterni ai ricatti e ai condizionamenti esercitati dai poteri forti ed egemoni nel nostro Paese, rispetto ai gruppi politicamente più retrivi e moderati, strettamente legati agli interessi di un coacervo di poteri affaristici e parassitari composti dai settori industriali decotti, bancarottieri e speculatori finanziari, coalizzati con le forze più avide, egoiste e pericolose della borghesia e del sistema economico e politico italiano.
Quelli che viviamo sono momenti di grande fibrillazione per la classe politica e si fatica a seguire le oscillazioni, le danze e le involuzioni in atto. Le metamorfosi opportunistiche sono l’emblema di una sinistra ipocrita che ancora una volta china il capo e cala le braghe al cospetto della “destra moderata”, vera erede del potere clerico-fascista retto per 50 anni sulla DC. Ogni giorno che passa si comprende sempre meno la ragione dell’esistenza della cosiddetta “sinistra”, a meno che non la si voglia rinvenire in una logica di spartizione affaristica della res pubblica, cioè dei nostri soldi.
Nell'odierna situazione è necessario far sentire forte la voce di chi non accetta la svendita dell'identità del movimento operaio, del patrimonio storico, politico, ideale consegnato dalle generazioni proletarie che ci hanno preceduto, un’eredità da preservare. La priorità dei proletari e dei comunisti rivoluzionari è quella d'impegnarsi seriamente per la costruzione di un Partito comunista a fianco dei produttori salariati: ecco la risposta da dare a questa accozzaglia di venduti e di opportunisti “sinistri”.
In qualche misura bisognerebbe chiedersi a cosa deve servire una Federazione della Sinistra, ossia per entrare in Parlamento e nelle istituzioni borghesi, magari per accedere al governo della nazione, o per condurre un’opposizione netta, ferma e intransigente alle forze politiche ed economiche del capitalismo, inclusi i soggetti della “sinistra” borghese, cioè i partiti e i sindacati della “sinistra” borghese.
La questione è più radicale nel senso che bisogna porsi il dubbio se il capitalismo si può rovesciare attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla borghesia stessa, cioè il parlamentarismo e la democrazia rappresentativa. Quando si accetta come presupposto di partenza l'agone parlamentare borghese si parte già col piede sbagliato. Questo nodo costituisce la diatriba storica sorta all'interno del movimento operaio sin dai tempi della Seconda Internazionale. Si pensi a Rosa Luxemburg in netta minoranza contro i dirigenti socialdemocratici tedeschi, appartenenti alla schiera revisionista ed opportunista.
Questi rottami del più putrido revisionismo hanno perso da tempo ogni dignità umana: è una dura battaglia non ancora vinta dall'epoca di Marx e di Engels, in quanto il revisionismo è costantemente foraggiato dal culturame egoistico piccolo-borghese, dai vizi e privilegi del potere statale della borghesia, ma prima o poi la classe operaia, per liberarsi dalla secolare schiavitù padronale, dovrà necessariamente prendere coscienza del raggiro e gli si dovrà rivoltare contro con la necessaria forza e determinazione.
Da sempre, il problema della sinistra è costituito più dal nemico interno che da quello esterno, dagli opportunisti infiltrati tra i suoi quadri che si riproducono in modo verticistico, censurando chi tenta di lottare per l'affermazione della causa dei proletari e delle masse oppresse e sfruttate. Il vero nemico sono i falsi compagni, coloro che si appigliano a un cavillo burocratico per soffocare l'avanzamento di un movimento schierato dalla parte dei proletari. Il vero nemico è chi parla di regole ma le applica solo agli altri, che in nome di un presunto diritto lo esercita solo per sé, negandolo agli altri.
Un'autentica sinistra di classe, internazionalista e anticapitalista, non deve adoperarsi esclusivamente per i privilegi riservati agli abitanti della sua nazione, ma deve adottare altre priorità, cioè le esigenze primarie legate alla sopravvivenza quotidiana degli esseri umani che popolano il pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa solo degli interessi dei lavoratori italiani o europei, degli incrementi salariali destinati agli operai di un paese, dei diritti degli statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e così via, mentre nel mondo oltre 35 mila persone muoiono di fame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa in uno stato di povertà estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive da noi totalmente debellate.
Una vera forza anticapitalista e di classe deve battersi per abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti del mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e re-distribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze, per impostare un sistema di giustizia globale.
Rammento che il movimento operaio sorse con una vocazione internazionalista. Lo slogan di Marx ed Engels, "Proletari di tutto il mondo, unitevi", reclama esattamente il principio sopra enunciato. Una vocazione globalista che occorre riscoprire se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori e le prerogative storiche della sinistra di classe.
Una sinistra autentica deve riscoprire con forza un altro argomento di grande attualità in tempi in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica. Mi riferisco all'analisi marxiana che rivela come l'elemento costante e ricorrente nella storia, dall'antichità sino ad oggi, debba essere rinvenuto nell'asservimento e nello sfruttamento del lavoratore sociale: lo schiavo nel mondo antico, il servo della gleba nella società medievale e l'operaio salariato dell'età moderna sono tre versioni della stessa figura del lavoratore asservito, ugualmente costretto, benché in forme diverse, a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi sfruttatori del genere umano.
Rileggendo l'opera originale di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come nella società moderna sopravviva una forma di schiavitù dai contorni impercettibili: la schiavitù salariata degli operai che, privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la forza-lavoro. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il superamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di libertà, riscatto e progresso sociale generale.
In tale ragionamento, basato su elementi di necessità oggettiva, oltre che di speranza e tensione utopistica, le possibilità di una rivoluzione proletaria appaiono fondate nel quadro dell'odierna crisi economica planetaria, come ipotesi di rottura rivoluzionaria all'interno della catena capitalistica globale, come azione politica finalizzata alla scomposizione del potere borghese nell'ambito di molteplici nazioni contemporaneamente. Altrimenti si rischia di ripetere, sotto forma di farsa, quanto si è già verificato in passato con l'isolamento della rivoluzione proletaria "in un solo paese".
Lucio Garofalo

Follia nucleare all'italiana: Albania colonia energetica
Berlusconi: interessati a centrali in Albania Il premier incontra il premier Berisha a Roma 12 febbraio, 19:42 (di Laurence Figà-Talamanca)
ROMA - L'Italia punta al nucleare ed è pronta anche a realizzare centrali in Albania da dove poi portare l'energia elettrica nella Penisola. A rilanciare il progetto di collaborazione sul nucleare tra i due Paesi sono stati il premier Silvio Berlusconi e il collega albanese Sali Berisha in un incontro a Palazzo Chigi.
L'Albania vuole diventare un "importantissimo polo energetico" nei Balcani, una "piccola superpotenza" - come l'ha definita Berisha - e l'Italia ha quindi tutta l'intenzione di sfruttare le ambizioni di Tirana. "Berisha - ha detto Berlusconi - mi ha illustrato tutta una serie di progetti che riguardano sia le energie tradizionali, sia la rigassificazione di gas liquido, le centrali termoelettriche e la possibilità anche di centrali nucleari. L'Italia è molto interessata". E dal canto suo il primo ministro ed ex presidente albanese ha confermato: "Siamo aperti all'energia nucleare". Gli albanesi, ha aggiunto, non potranno non comprendere "i grandi benefici di questa forma di energia più pura e più costante".
Il progetto di una collaborazione tra le due sponde dell'Adriatico sul fronte del nucleare è un'idea che i due capi di governo coltivano da tempo. Già nella visita di Berlusconi a Tirana nel dicembre 2008, Berisha aveva auspicato che l'Italia diventasse "il primo partner dell'Albania in questo campo". E ancor di più oggi - dopo il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo che individua i criteri per la localizzazione dei siti nucleari in Italia - la possibilità di realizzare centrali di nuova generazione in Albania apre nuove opportunità per riavviare il nucleare italiano, rispondendo così all'esigenza di diversificare le fonti energetiche ed abbattere i costi.
Dall'opposizione non si fa attendere la reazione dell'Italia dei Valori con Paolo Brutti, responsabile nazionale Ambiente ed Infrastrutture del partito, che ironizza: "Certo, se Berlusconi deve fuggire oltremare, dopo che Saia e Brunetta non vogliono le centrali nucleari in Veneto, Formigoni non le vuole in Lombardia, Cota non le vuole in Piemonte, Polverini non le vuole nel Lazio e Lombardo non le vuole in Sicilia, non ci resta che guardare Durazzo" e "di fare dell'Albania la pattumiera dell'Italia".
Berlusconi e Berisha hanno poi sottolineato che i rapporti tra i due Paesi sono "ottimi" in tutti i campi, rapporti sanciti dalla firma di un Accordo di partenariato strategico, con il premier albanese che ha invitato gli imprenditori italiani ad investire sempre di più in Albania "il Paese con il livello fiscale più basso d'Europa". Berisha poi ha ringraziato "l'amico Silvio" ("una personalità amata da tutti gli albanesi") per il sostegno al cammino del Paese delle Aquile verso l'Unione europea e per il suo impegno a far ottenere ai cittadini albanesi la liberalizzazione dei visti Ue "entro ottobre 2010". Ma il grazie più sentito di Berisha è andato alla Protezione civile, alle forze militari italiane e a quei "bravi, bravissimi piloti che hanno salvato tante vite" in occasione delle inondazioni che hanno colpito il nord-ovest dell'Albania lo scorso gennaio.

La crisi in Irpinia
Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più "oasi felici", oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva le nostre comunità.
I dati Istat, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli italiani poveri hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della povertà assoluta in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della povertà relativa negli ultimi anni, soprattutto al Sud, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.
Infatti, se in Italia le cose vanno male, al Sud vanno sempre peggio. "Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese", spiega Nicoletta Pannuzi, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.
Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la povertà registra un incremento allarmante a causa della crisi: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.
In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.
Anche in Irpinia l’effetto più drammatico e palese della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.
Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell'interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L'imposizione di una visione della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo.
A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all'aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un'interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.
L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.
Il mio "pessimismo cosmico" è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.
Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un'azione politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre "Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.
L'attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.
L'Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l'autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all'esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il "pensiero unico" dell'homo economicus, tipico dell'ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all'interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d'uomo.
Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un'accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.
La schizofrenia e l'atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale.
Lucio Garofalo

PHONEMEDIA IN LOTTA!
30/01/2010:
catanzaro: SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI PHONEMEDIA IN LOTTA!
Cronaca mattinata del 7 gennaio 2010.
Siamo arrivati al call center verso le 9.45. Troviamo circa 200 lavoratrici e lavoratori incazzati con l’azienda e solidali con l’okkupazione (cosa inaspettata dagli stessi lavoratori occupanti), una decina di crumiri capeggiati dal loro signorotto cisl-fistel CANINO (scherniti e isolati a dovere dalla maggior parte dei presenti), c’è anche, ovviamente, lo stato maggiore della digos e dei caramba. La giornata è importante, il giorno prima a seguito di mediazioni la catena era stata tolta e i crumiri erano entrati a “beggiare”, cosa che ha fatto incazzare gli occupanti e ha fatto crescere la loro determinazione nel portare avanti una occupazione reale e senza mediazioni, non una specie di pantomima simbolica e inefficace. Dopo poco arrivano i pompieri: è il segnale che si potrebbe procedere al taglio della catena (comunque inutile dato che i cancelli erano barricati molto bene). Gli occupanti scendono nel cortile incordonati e incatenati con in mano una tanichetta e si vanno a posizionare proprio dietro il cancello dicendo che se avessero proceduto allo sgombero si sarebbero dati fuoco. Ci viene chiesto allora di posizionare sul cancello barricato lo striscione di solidarietà che avevamo realizzato poco prima e che tenevamo ben visibile e ci mettiamo anche noi la davanti. Tempo qualche secondo e arrivano poliziotti in borghese che con fare intimidatorio si rivolgono a un lavoratore proprio davanti al cancello chiedendogli i documenti. Noi siamo affianco a lui e subito inizia il teatrino poliziesco “chiamate la scientifica, identifichiamo e facciamo i rilievi di tutti quanti!!” Da notare l’utilizzo di paroloni (scientifica, rilievi… come se fossero appena usciti da una fiction televisiva!!!) nel tentativo di intimidire i meno determinati, quelli con meno esperienze di lotta e noialtri solidali. Qualche momento di tensione verbale quando ci mettono in faccia la loro telecamera, prendono i documenti ad un compagno anarchico dicendo che lo avrebbero portato subito in questura. Noi siamo rimasti fermi davanti al cancello “pensate di intimidirci con questi mezzucci?”. I documenti ritornano e i digossini fanno retro-front, ma non prima di aver provato a intimorire anche gli occupanti “state commettendo un reato, si va sul penale, lo sgombero è obbligatorio da parte nostra, adesso arrivano i pompieri e saremo costretti a sgomberare”. A questo punto un bel gruppo di donne lavoratrici si incatena davanti al cancello, e un altro bel gruppone di lavoratori e lavoratrici si mette davanti a loro a difendere il picchetto. Arriva un furgone di celere che nemmeno prova a schierarsi e dopo poco i pompieri se ne vanno. E’ segno che la tattica è efficace, loro stanno prendendo tempo, la determinazione degli occupanti e dei lavoratori all’esterno li spiazza, continuiamo a occupare e resistere e si applaude in segno di vittoria. Nessun crumiro riesce ad avvicinarsi all’entrata. Si va avanti così per tutta la mattinata fra cori e “ribbeddhu”. Alla fine arriva il commissario che, al contrario di prima, quando si era posto con tono intimidatorio, inizia a fare buon viso agli occupanti dicendo che per lui “personalmente” non si stava facendo nulla di male ma ammonendo che nel momento in cui i proprietari lo richiederanno, loro arriveranno con tutte le loro forze a fare lo sgombero ma… “con ambulanze e assistenti sociali in quantità…” (IL BASTONE E LA CAROTA?). Nel primo pomeriggio la polizia se ne va e il presidio/picchetto di lavoratori incazzati e altri solidali si scioglie piano piano. Insomma, per oggi forze dell’ordine e crumiri hanno dovuto fare dietro-front. Non sono passati! Il call center è occupato e a decidere sono i lavoratori e le lavoratrici che hanno alzato la testa dimostrando dignità e coraggio!!! Certo, non è stata vinta la guerra, ma un primo passo verso una lotta determinata e concreta è stato fatto, la prima piccola battaglia è stata vinta. Ora si tratta di resistere e lottare fino a che non si vedranno risultati reali.
collettivo riscossa
***
Cronaca corteo e blocchi del 20 gennaio 2010.
Arriviamo in piazza verso le 8.45. Ancora poca gente, il presidio era convocato per le 9. Piano piano la parte superiore di piazza Matteotti inizia a riempirsi di lavoratrici e lavoratori del call center. Vengono appesi striscioni, gridati slogan, e noi del collettivo Riscossa appendiamo il nostro striscione alla scala della piazza. Verso le 10, quando il presidio si era già ingrossato, ci si muove spontaneamente in corteo verso il corso cittadino (cosa assolutamente vietata dato l’accordo-pacco sui cortei in città siglato tra cisl-uil-ugl locali e le autorità). Si va sul corso in direzione del Palazzo Alemanno, sede della presidenza della giunta regionale. Una volta arrivati ad assediare Palazzo Alemanno girano diverse voci, chi dice che Loiero sia la dentro barricato, chi dice che sia a Roma. In assenza di notizie certe e data la volontà di continuare a far casino, il corteo spontaneo continua. Si imbocca la rotatoria e ci si dirige verso il ponte Morandi bloccando i tratti di strada percorsa e mandando in tilt il traffico cittadino. Dopo due ore di blocco sul ponte torniamo indietro rallentando il traffico. E’ proprio in questo frangente che avviene una pesante provocazione da parte della polizia. Un digossino prova ad acchiappare dalle spalle un compagno che formava il cordone di chiusura dicendo in maniera abbastanza nervosa “tu ora vieni con noi”. Un po di tensione e qualche spintone ma il compagno rimane nel corteo. Ritornati nel centro cittadino, in piazza Matteotti, si blocca il traffico a singhiozzo ancora per una mezzoretta, dopodiché, verso le 13:30 autonomamente e in maniera tranquilla, ci sciogliamo e la mattinata di lotta si conclude. Fra i cori più cantati: (e st'annu vi vota u cazzu = e quest'anno vi vota il cazzo) (se-non-cambierà/bloccheremo-la-città) (lotta-dura/senza-paura) (loiero pezzo di merda) (il call center non si tocca lo difenderemo con la lotta) (senza soldi non si fatica) (chiediamo diritti ci danno polizia è questa la loro democrazia)
pirati alla riscossa (collettivo riscossa)

Una crisi strutturale che viene da lontano
L’attuale crisi manifestatasi in maniera evidente dal settembre 2008 con il crollo finanziario provocato principalmente dal mercato dei derivati e dei future, con i prodotti finanziari arrivati a rappresentare quasi 3 volte il valore del pil mondiale, ha in realtà cause più profonde date dalle misure liberiste adottate dal capitalismo occidentale, misure dapprima sperimentate nel Cile di Pinochet, poi assunte dall’America di Reagan, dall’Inghilterra della Tatcher, successivamente applicate dalla gran parte dei paesi occidentali ed imposte su scala mondiale.
L’impulso decisivo fu dato nel vecchio continente dall’implosione dei sistemi a socialismo reale che liberò i capitalismi europei - soprattutto quelli più direttamente sensibili al confronto con un modello che, con tutti i suoi difetti, assicurava i bisogni materiali essenziali a tutti - dalla necessità di garantire un relativo grado di benessere sociale alle rispettive classi lavoratrici.
Il crollo del muro di Berlino significò per noi anche l’inizio del crollo dello stato assistenziale, istituito per reggere il confronto con l’Est Europa ed il campo socialista ed impedire che le rivendicazioni operaie si spostassero dal terreno economico e dei diritti sociali a quello dell’urgenza del potere (pensiamo all’Italia dove, con un movimento operaio ed un partito comunista più forti d’occidente, esisteva un confine ideologico o alla Germania ed ai paesi del Nord Europa dove si estendeva il confine fisico con l’economia di stato socialista).
Prima di allora, le economie di questi paesi più esposti furono obbligate ad una forma di Keynesismo dove le partecipazioni pubbliche, l’intervento dello stato in economia, dovevano assicurare sia le vaste clientele, necessarie a mantenere al potere governi fedeli all’alleanza atlantica ed al campo occidentale, sia soddisfare le aspirazioni delle masse popolari a migliorare il proprio livello sociale, arrivando a dar vita ad una specie di economia mista dove pubblico e privato, capitalismo privato e di stato interagivano, producendo un sistema politico altamente frazionato e rappresentativo di interessi particolari, integranti i grandi blocchi democristiano e comunista.
Tale sistema produsse sia una grande corruzione che una elevata partecipazione riuscendo a inglobare, entro certi limiti, il conflitto sociale alle esigenze di ristrutturazione capitalista, come indicato dalla famosa massima di Agnelli: posso pagare di più i miei operai perché comprino le mie macchine, fino ad convertire la classe operaia garantita al consumismo di massa ed ai valori del ceto medio; ossia si assunse la domanda interna come fattore di crescita attraverso un regime di consumismo di massa.
Questo processo iniziò dal dopoguerra, proseguì con il boom economico ma subì diverse scosse soprattutto in seguito della crisi petrolifera degli anni 70 ed a causa della lotta per il potere operaio di qualificate minoranze, soprattutto nel nostro paese, ma nel complesso il modello tenne e risultò vincitore della guerra fredda.
Da allora ebbe slancio la corsa al liberismo ed alla rimondializzazione dei rapporti di capitale, impropriamente definita globalizzazione che portò da noi alla liquidazione della cosiddetta prima repubblica, ossia di quel ceto politico legato alle vecchie partecipazioni statali ed alle corporazioni clientelari (di cui oramai faceva parte a pieno titolo anche il sistema delle cooperative) legato a vincoli protezionistici che i grandi gruppi multinazionali e finanziari volevano far saltare per attrezzarsi alla competizione globale in un mondo - compresi gli ex paesi socialisti - da riconvertire completamente all’economia capitalista nella sua essenza più pura: quella dello sfruttamento, privo di vincoli sociali, del lavoro umano e dell’ambiente; ciò fu reso possibile realizzando nuova accumulazione grazie alla speculazione finanziaria, un’accumulazione che nella logica ricordava quella originaria, realizzata con l’appropriazione coloniale, basata ora sulla appropriazione dei diritti sociali conquistati dai lavoratori, privatizzandone i relativi servizi e ponendo in mano alle multinazionali le enormi masse di denaro, così espropriate, per attrezzarle alla competizione globale.
La “globalizzazione” imperialista
Sul piano geopolitico si sostituì al vecchio ordine bipolare dei blocchi contrapposti la supremazia dell’ordine unipolare a guida Usa che impose il suo modello economico basato sull’ideologia di mercato (ma in realtà protezionista al suo interno), sul debito estero e sul finanziamento al debito interno che lasciava lievitare il debito privato, sulla distruzione delle reti di protezione sociale pubblica come premessa alla totale privatizzazione ed alla messa sul mercato dei servizi basici.
Gli Stati Uniti iniziarono ad usare la loro indiscussa supremazia militare per rompere gli argini nazionali opposti da stati e popoli alla libera circolazione ed al libero sfruttamento dei loro capitali e di quelli delle multinazionali imperialiste, svilupparono al contempo una strategia di avvolgimento dei potenziali concorrenti economici, Russia e soprattutto Cina, mantenendo con l’Europa, prima di Maastricht e poi di Bruxelles, un rapporto di vassallaggio gradito alle oligarchie dominanti ma molto meno ai popoli europei (come dimostrato dai referendum contro l’annessione e la costituzione europea).
Uno dopo l’altro furono abbattuti i governi di quei paesi, posti sulla via della Russia e della
Cina, refrattari al nuovo ordine imperiale: Yugoslavia, Iraq, Afghanistan, calpestando senza troppi complimenti il diritto internazionale e le competenze dell’Onu, ridotto a passacarte della politica estera Usa, decretando embarghi sanzioni e risoluzioni decise per lo più alla Casa Bianca ed al Pentagono; con la scusa dell’esportazione della democrazia e dell’ingerenza umanitaria si imposero i modelli della privatizzazione e del libero mercato utili ai profitti delle multinazionali occidentali e si costruirono avamposti militari e politici dalla frantumazione delle entità statuali, sostituiti da vassallaggi su base etnico-mafiosa (vedi Kosovo e tripartizione dell’Iraq).
In particolare dopo l’11 settembre la guerra permanente infinita si è andata connotando come scontro di civiltà - poiché quasi tutti islamici erano e sono i popoli trovatisi a far da cuscinetto tra l’occidente e l’asse euro-asiatico – rafforzando il ruolo di Israele, già costruzione artificiale dell’imperialismo, impiantato dal dopoguerra nel cuore del Medio Oriente ed eletto ora a bastione ideologico, oltre che avamposto atomico-militare.
Il ricorso alla guerra anche come volano economico - capace di superare la saturazione dei mercati occidentali e la sovrapproduzione di capitali, grazie agli enormi interessi legati allo sfruttamento energetico ed alle ricostruzioni dei territori devastati, con il conseguente impulso alla ricerca ed all’industria bellica - non è stato il solo mezzo usato per influenzare stati e governi; ogni forma di ingerenza e sostegno ad opposizioni pseudodemocratiche (verdi o arancioni che fossero) sono state attivate per far crollare governi che adottavano misure antiliberiste o semplicemente politiche nazionali indipendenti.
Questo modello incontrastato ha portato ad un movimento di capitali e ad investimenti verso i paesi del cosiddetto terzo mondo e di nuova riconversione capitalista, alla ricerca di ampi
margini di profitto per contrastare la caduta non più tendenziale, ma da decenni manifesta, del saggio di profitto nei paesi sviluppati del centro imperialista; una caduta che comportava la saturazione dei mercati dei beni di breve e medio termine e veniva combattuta drogando il mercato interno con misure di credito al consumo più che con misure strutturali di sostegno alla domanda, in questo modo le classi lavoratrici e popolari vedevano sempre più compressi salari e servizi, parallelamente alla crescita dell’indebitamento indispensabile a mantenere un alto regime consumistico.
Con tale regime fondato sulla terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei servizi, sulla mercificazione dei diritti sociali acquisiti ci si illudeva di affiancare e, progressivamente, sostituire la produzione industriale come principale motore della crescita degli indici economici nei paesi ricchi, concentrando l’estrazione di plusvalore assoluto da lavoro manifatturiero ed industriale nei paesi dove questo costava meno.
Ma per la prima volta nella storia del capitalismo moderno, gli enormi capitali spostati nei paesi arretrati non andavano pìù soltanto a depredare risorse come nella fase colonialista – con l’accumulazione originaria che portò allo sviluppo del capitale mercantile ed alla rivoluzione industriale - né agivano totalmente all’interno della dinamica dello sviluppo diseguale propria della fase imperialista – con la conseguente creazione di ampie sacche di supersfruttamento, lasciate gestire da oligarchie e borghesie “compradore” fedeli agli interessi delle nazioni imperialiste; adesso eravamo anche oltre la fase matura dell’imperialismo, quando le multinazionali determinavano le decisioni degli stati dominanti ed imponevano i loro interessi agli stati subalterni, lasciando che nei paesi sviluppati anche le classi popolari beneficiassero delle briciole del furto imperialista, contribuendo così ad incorporarle in blocchi social-imperialisti.
Ora che non c’era più la necessità di misurarsi con la concorrenza dei paesi socialisti e tener buoni i lavoratori del centro imperialista, i capitalisti cominciavano a muoversi anche con la prospettiva di creare ampi mercati interni nei paesi dove spostavano le produzioni, con l’intento di massimizzare i profitti e questo movimento si incontrava con la linea sviluppista di paesi come la Cina e la Russia, già dotati di strutture ed infrastrutture industriali, o con la risoluzione di paesi come India e Brasile di uscire dal sottosviluppo con una politica industriale e tecnologica gestita dalle rispettive borghesie nazionali, pur rimanendo entro i diktat degli organismi economico-finanziari sovranazionali(Banca Mondiale, WTO, FMI);questi paesi cominciarono a svilupparsi, a differenza del passato, ed oggi vanno costituendo delle classi medie a fianco dei ceti di nuovi ricchi, con un proletariato supersfruttato che però andrà verosimilmente acquisendo nuovi diritti, dettati anche dalla necessità degli stessi capitalisti di alimentare la domanda interna.
La coperta corta
Qui non si tratta, ovviamente, di avallare una visione virtuosa dello sviluppo capitalistico o dell’economia di mercato che porterebbero inevitabile e generale benessere; essi portano distruzione delle economie e delle forme di sussistenza preesistenti, supersfruttamento del lavoro vivo, distruzioni della natura, guerre - quando si arriva alla sovrapproduzione assoluta di capitali – ma nelle aree in cui il modello capitalista ha più ampi margini di crescita esponenziale, finisce anche per ridistribuire un certo livello di benessere o comunque provoca un innalzamento dei livelli di sussistenza, alimentando stili di comportamento consumistici diffusi per far crescere i mercati interni.
Soltanto che questo avviene a discapito delle aree mantenute o fatte piombare nel sottosviluppo, tradizionali sacche di riserva dello sfruttamento imperialista che riproducono su scala macroeconomica e geo-politica – all’interno della contraddizione tra imperialismo e popoli oppressi - una dinamica della stessa natura di quella esistente tra proletariato ed esercito industriale di riserva, dinamica che consente di tenere sotto controllo il costo e l’emancipazione del lavoro (oggi anche con il controllo dei flussi migratori) all’interno della contraddizione capitale – lavoro, entro i limiti delle economie nazionali e di scala transnanazionale.
Il ritmo di sviluppo di paesi come la Cina, con un mercato interno potenziale di due miliardi di persone nei prossimi anni, ci induce a pensare che se il processo di “globalizzazione” fosse lasciato al suo sviluppo “astratto”, ossia agli interessi molto concreti dei grandi gruppi economico-finanziari, nei prossimi decenni noi abitanti dei paesi finora sviluppati rimarremmo con i piedi scoperti dalla coperta tirata dalle economie emergenti.
Potremmo essere soprattutto noi europei destinati a diventare retrovia del nuovo ordine mondiale dello sfruttamento, essendo gli Stati Uniti muniti di un per ora inattaccabile primato tecnologico militare; questo processo di perdita di centralità ha già portato ad una riduzione dei salari e del livello di vita delle classi lavoratrici dei paesi occidentali e questa crisi, da noi ritenuta strutturale e non meramente finanziaria, ne provocherà un ulteriore acceleramento, parallelamente all’innalzamento dei salari e del trend consumistico nei paesi di elevata crescita, specialmente nell’asse russo-asiatico.
Cosa accadrà quando i salari medi dei nostri lavoratori, mettiamo 1500 euro, scenderanno e si avvicineranno agli attuali 15O-300 euro (destinati a salire) dei lavoratori delle economie emergenti? Su quale terreno della lotta di classe dovremo attrezzarci per dare sbocco alla rabbia popolare, alimentata da stipendi con un valore reale (ipotizziamo) di 600 euro, quando i meccanismi deflattivi e gli ammortizzatori sociali salteranno?
Mentre le soluzioni delle oligarchie e classi dominanti costituenti l’ordine imperiale sono improntate essenzialmente a sfruttare il vantaggio militare tecnologico, soprattutto americano, per operare in controtendenza rispetto alla perdita di centralità economica dei paesi del centro imperialista (a vantaggio delle ex-periferie russo-asiatiche) e sembrano avere una loro (seppur funerea) funzionalità, dal lato dell’alternativa riformista, critica del liberismo, non sembrano emergere lucide piattaforme di lotta alla crisi.
Non c’è trippa per gatti
Le proposte che vengono dalla sinistra e dai sindacati ci sembrano non tenere conto dei caratteri storici e strutturali che abbiamo sommariamente definito, essendo indirizzate a recuperare - sul terreno di un rilancio della domanda interna che possa alimentare nuovi cicli consumistici - un rapporto virtuoso con il capitale, mantenendosi prigioniere di una visione concertativa e riformista che non ha più senso, dal momento che oggi i nostri capitalisti non hanno più bisogno di pagare i nostri operai per fargli comprare le loro merci; dal momento che queste merci cominciano a venderle anche nei mercati di quei paesi dove prima andavano a trasferire soltanto le produzioni.
Oggi i nostri scarpari non vanno in Romania soltanto per fabbricare scarpe a bassi salari, iniziano anche a venderle; così le auto, le lavatrici o le trivelle si vendono in Cina , in India, nelle altre economie emergenti dopo che in questi paesi i vari Merloni o Fiat o Manuli continuano a delocalizzare, magari con i contributi pubblici; così questi gruppi si sentono sempre meno in obbligo di mantenere a casa nostra stabilimenti e occupazione perché hanno minor necessità di tenere alta la domanda interna avendo la prospettiva di ampi mercati e di una crescente domanda non soltanto dei nuovi ricchi ma di classi medie in via di formazione nei paesi dove delocalizzano.
Proporre quindi aumenti salariali in modo che possano ripartire i consumi, misure che colpiscano la speculazione finanziaria e premino le imprese direttamente produttive, anche la stessa riconversione ecologica della green economy, come l’insistenza su politiche di stabilizzazione del lavoro in prospettiva di un ritorno alla piena occupazione ci fa convergere su rivendicazioni legittime, magari tatticamente utili a mostrare la fallacità del sistema ma mancanti, da sole, di proiezione strategica per uscire dal capitalismo o, più modestamente per ora, dal dogma della crescita esponenziale infinita; dal momento che possiamo ipotizzare non esserci più, nel prossimo futuro alle nostre latitudini, una parallela e corrispondente crescita tra massa di capitale e massa salariale, per le ragioni esposte, sarebbe il caso che una sinistra anticapitalista, in grado di rilanciare un nuovo movimento comunista, ne approfittasse per sbarazzarsi finalmente del paradigma del massimo sviluppo delle forze produttive.
Il pensiero marxista, al pari del pensiero liberal-borghese nutriva una fiducia illimitatà nelle capacità e nel buon diritto degli uomini a sfruttare le risorse naturali e ottimizzare il lavoro umano finalizzandoli ad un idea sviluppista di progresso; nell’idea socialista la proprietà privata veniva criticata e i mezzi produttivi si volevano collettivizzare in nome di un’accrescimento delle forze produttive, alle quali si riconoscevano i limiti dei regimi di appropriazione privatistica, ma verso la metà dell’800 non c’erano 7 miliardi di esseri umani ed un pianeta prossimo alla catastrofe ecologica.
Un soggetto senza centralità
Oggi riteniamo che si possa rilanciare un movimento comunista a partire da una concezione di economia fondata su uno sviluppo realmente sostenibile e non più illimitato ma per far questo non basta sostituire le fonti non rinnovabili con quelle rinnovabili o produrre macchine ecologiche, magari altrettanto dispendiose di quelle alimentate ad idrocarburi, occorre produrre meno, meglio, per il benessere sobrio e non consumistico delle persone, a cominciare dalle classi popolari che devono dirigere questo processo.
Se negli anni 7O la crisi petrolifera e la difesa dei livelli salariali produsse inflazione, diventata poi la bestia nera da combattere per tutti i governi liberisti - con la scusa del rigore e della lotta al debito pubblico ma in realtà proseguendo una spietata lotta di classe a vantaggio dei padroni – la bestia nera evocata con la crisi attuale, in questa prima fase, sembra essere la spinta deflazionistica ma noi dovremmo cogliervi, invece, l’opportunità di sviluppare forme di economia solidali in condizioni di sviluppo (de)finito, non più infinito, non per rilanciare concezioni egualitarie pauperistiche ma per liberare le potenzialità di cooperazione, produttività, conoscenza, innovazione tecnologica e scientifica al servizio del pianeta e degli uomini e non del saggio del profitto.
Tuttavia se non vogliamo che tali forme rimangano in nicchie funzionali a mantenere il sistema dello sfruttamento sostanzialmente inalterato, magari abbellendolo o addirittura contribuendo a depotenziarne le contraddizioni conflittuali, dobbiamo più che mai porci la questione della direzione del processo; la questione del potere, nella complessità di una fase storica nella quale non si definiscono i contorni del soggetto della trasformazione.
Ci troviamo di fronte una classe lavoratrice scomposta e frazionata in figure produttive e sociali disomogenee e spesso conflittuali al proprio interno, con il rischio di una guerra tra poveri neanche tanto latente, continuamente aizzata dalle classi dominanti; a questo proposito rimarchiamo che il terreno fertile per le nuove mobilitazioni reazionarie delle masse è preparato da anni con forme di fascistizzazione delle istituzioni e restringimento degli spazi democratici, grazie soprattutto al protagonismo tanto del capitale legale del Nord esemplificato dalla Lega, quanto dal capitale illegale del Sud rappresentato dalle Mafie, forme di sfruttamento in finta contrapposizione ma in realtà convergenti nel tenere sotto ricatto la manodopera extracomunitaria (come si è visto nei fatti di Rosarno) per minare la solidarietà tra le classi subalterne.
Classi subalterne dalle quali - pur non emergendo una figura centrale da cui riproporre la costruzione del soggetto rivoluzionario - possiamo intravedere nel nuovo proletariato a composizione multinazionale l’elemento su cui in maniera più forte si scaricano le contraddizioni del sistema mondializzato dello sfruttamento: la 1°contraddizione, interna, tra capitale e lavoro e la 2° (di fatto rivelatasi la prima nella storia delle rivoluzioni del 900) tra imperialismo e popoli oppressi.
Qui si registra la difficoltà di saldare lotte e rivendicazioni dei lavoratori che producono dall’estero negli stabilimenti delle imprese nazionali delocalizzate con i lavoratori nazionali (anche extracomunitari) che producono per quelle stesse imprese negli stabilimenti lasciati “ a casa”, e malgrado si siano avute manifestazioni avanzate su questo terreno, ricordiamo le marce dei lavoratori Renault, siamo ben lontani da poter progettare scioperi transnanazionali sistematici che possano anche colpire più efficacemente le multinazionali; altra grossa difficoltà è rappresentata dalle contraddizioni di carattere principalmente economico e culturale immesse dall’ immigrazione nei settori proletari, contraddizioni sulle quali soffiano come sul fuoco gli elementi razzisti e xenofobi.
Il proletariato migrante rappresenta l’ultimo e più ricattabile livello del lavoro precarizzato e, soprattutto nelle sue componenti più coscientizzate come quelle islamiche, spesso proviene da nazioni e culture verso le quali le classi dominanti occidentali hanno scatenato la guerra permanente quale sbocco alla crisi ed alla sovrapproduzione di capitali; per ora è visto sopratutto come concorrenza al ribasso dai lavoratori autoctoni ma la formazione social-imperialista nella quale anche questi ultimi (se garantiti e consumisti) erano incorporati si è sfaldata con l’avvento del regime della precarietà sociale diffusa e riteniamo ci siano ampi margini, da qui ai prossimi anni, per operare in dinamiche di ricomposizione di classe a partire proprio dal proletariato multinazionale; d’altronde ci conforta l’esempio storico degli operai migranti dal sud Italia alle fabbriche del nord, dal dopoguerra al boom economico, inizialmente usati dai padroni per la disponibilità al cottimo, o come agenti di crumiraggio per indebolire gli operai sindacalizzati, ma diventati successivamente avanguardie di lotta.
Le lotte, il progetto…Il grande assente
Tale ricomposizione può avvenire su parole d’ordine comuni, a partire dalla lotta ai tagli a reddito e servizi, evidenziando come questi servano anche per finanziare le missioni di guerra all’estero, occorre anche spostare dal facile ruolo di capro espiatorio il soggetto migrante indirizzando il risentimento sociale dato dall’insicurezza e dalla precarietà sui veri responsabili della crisi: banche, società finanziarie, multinazionali e soprattutto le grandi imprese che delocalizzano; non basta proporre di nazionalizzare le banche, o piuttosto le loro perdite, occorre porre all’ordine del giorno il controllo popolare diretto delle politiche bancarie, così come occorre punire chi delocalizza espropriando le fabbriche ed i macchinari, sequestrando beni e capitali laddove è possibile, incoraggiando l’autogestione operaia dove esiste un know how sufficiente, reperibilità di materie prime e indotto localizzato, situazione riscontrabile in molti settori produttivi dei distretti della nostra zona.
La lotta in difesa del posto di lavoro rimane molto importante ed ha visto in questi mesi anche forme avanzate e prive di caratteri vittimistici, come alla Manuli, ma in previsione di un oggettivo calo generale delle quote complessive di lavoro, sia per la chiusura di aziende che per il ricorso massivo alla cassa integrazione - ed anche in previsione di vie d’uscita anticapitaliste compatibili con iniziali tendenze deflazionistiche - crediamo che occorra rilanciare con rinnovato vigore una vertenzialità in difesa del reddito anche sganciato dal lavoro, sia in forma diretta (sussidi) che in forma indiretta (assistenza, servizi, riduzione rette, bollette, tariffe varie); politiche sociali che vanno finanziate - in regime ancora capitalistico - colpendo innanzitutto la speculazione finanziaria, immobiliare, la rendita parassitaria e l’evasione fiscale, distinguendo in quest’ultima la grande evasione dei paradisi fiscali dalle forme di autodifesa del reddito cui sono costretti a ricorrere molti lavoratori autonomi, titolari di precarie partite iva perché espulsi dal ciclo produttivo del lavoro dipendente.
Riguardo ai servizi dobbiamo cogliere dalla crisi la condizione favorevole per un rilancio di vaste campagne contro la loro privatizzazione, diventando insostenibile per i ceti più deboli continuare o garantire il lucro dei privati ed i carrozzoni clientelari delle società partecipate; in particolare le lotte contro i tagli all’istruzione pubblica, contro i finanziamenti alle scuole private e a quelle che adottano criteri aziendalistici servono a recuperare il diritto all’istruzione delle classi subalterne, condizione indispensabile per un rovesciamento dei rapporti di forza, pericolo del quale le classi dominanti sono ben conscie, dopo che l’istruzione di massa ha messo a rischio la loro supremazia, all’apice della parabola del ciclo fordista.
Queste battaglie vanno inserite nella prospettiva di un ritorno in mano pubblica di quei settori e quei beni di rilevanza sociale e nel progetto di abolire la proprietà privata strategica: autostrade, ferrovie telecomunicazioni, ricerca, biotecnologie, apparato militare vanno posti sotto il pieno controllo della gestione pubblica intesa come interesse collettivo delle classi popolari, mentre la piccola proprietà andrebbe - nei nostri sistemi - considerata alla stregua di un diritto acquisito e difeso dagli attacchi speculativi (va da sé che nelle economie dove non sussistono le condizioni di soddisfacimento dei bisogni biologici basilari, secondo noi, non va privatizzato neanche un pollaio).
Con il prevedibile acuirsi dello scontro sociale l’autoorganizzazione popolare deve saper far fronte alle forme reazionarie che puntellano, al di fuori delle competenze proprie dello stato, gli interessi dei ceti dominanti, forme di cui le ronde fascistoidi sono la caricatura, mentre le organizzazioni mafiose o le squadre di gorilla privati che iniziano a rastrellare le fabbriche occupate, i grandi spacciatori tornati a riempire di eroina i nostri quartieri costituiscono esempi ben più pericolosi, da contrastare e combattere esercitando il necessario controllo del territorio con adeguate strutture di autotutela.
In merito all’esercito va ricordato come proprio le moderne guerre abbiano comportato una ristrutturazione che ha integrato gli eserciti nazionali e della Nato, con numerose agenzie private di contractors e come gli stessi soldati siano ormai equiparabili a mercenari, da quando è stato abolito l’esercito di leva ed introdotto l’arruolamento volontario; misure che furono imposte (con buona pace dei nostri pacifisti e antimilitaristi) proprio in virtù delle nuove esigenze delle classi dominanti occidentali che andavano definendosi per blocchi di interessi sovranazionali guidati militarmente dagli Usa e questo le consigliava di sganciare l’esercito da un legame troppo organico con il proprio popolo e con interessi nazionali considerati superati, non fosse altro per garantirsi dal rischio che un giorno i fucili possano essere girati.
I continui tentativi di ridefinizione autoritaria del comando capitalista sulle nostre società, alle quali non si garantirà più il relativo benessere diffuso, con i soldati già mandati a scorazzare nelle nostre strade per imporre l’ordine pubblico, rendono prioritario perseguire il ritorno all’esercito di leva.
Dobbiamo essere consapevoli che se un paese del centro cosiddetto “sviluppato”realizzasse un programma di riforme sociali ed economiche su questi punti verrebbe immediatamente isolato e preso di mira con sanzioni, se non con opzioni militari, dall’ordine imperiale e comunque data la interdipendenza economica e l’impossibilità di concepire una via autarchica, non foss’altro perché nessun paese avanzato avrebbe oggi autonomia energetica ed autosufficienza alimentare, occorre muoversi nella prospettiva di alleanze di blocchi geo-strategici alternativi a quelli imperialisti, alternativi anche alla Unione Europea per come è andata formandosi, voluta dagli Usa ed agganciata al loro carro, blocchi sull’esempio di quello bolivariano di nuovo socialismo che sta prendendo piede in America Latina, nuove alleanze e patti tra paesi che matureranno a seconda dei tempi di evoluzione dei processi di emancipazione delle rispettive classi popolari.
Questi obiettivi a breve e medio termine vanno perseguiti puntando alla costruzione di un soggetto politico comunista nella prospettiva strategica ma populista nei metodi tattici (che possano opporsi a quelli del populismo reazionario, togliendogli quella base sociale oscillante che costitutivamente può essere anche la nostra ), iniziando intanto a lavorare alle sue articolazioni locali gettandosi, sulla base delle linee guida accennate, nelle vertenze di lotta utili a far massa critica e a mostrare l’inadeguatezza del modello basato sulla crescita esponenziale infinita, insistendo sui punti cardine: ambiente, lavoro, guerra, particolarmente sulle loro ricadute nelle comunità di appartenza; se manca ancora la testa, che ipotizziamo possa formarsi attraverso un faticoso percorso di patto federativo tra le istanze anticapitaliste, dobbiamo cominciare a far marciare i piedi, in altri termini se manca ancora il partito lavoriamo ad esso tenendo pronti i soviet.
L.u.p.o.

IN RISPOSTA ALLA CRISI STRUTTURALE...
Rispondo alla tua lettera, essendo certo che tu abbia scritto il > pezzo, con la viva intenzione di introdurre un dibattito “vivo” all’interno > del giornale che sta per nascere e che in questi giorni sta prendendo forma. Ho > letto attentamente più volte l’intero pezzo e posso tranquillamente affermare > di condividerne l’analisi iniziale ed alcuni frangenti successivi, ma al > contempo, sono rimasto perplesso su alcune prese di posizioni ( che peraltro > già ben conoscevo) che poco mi convincono. Condivido, infatti, l’analisi > secondo cui la sinistra riformista il sindacato ed alcuna parte della sinistra, > che si definisce anticapitalista, facciano del recupero dalla domanda interna > la soluzione della crisi che attanaglia i paesi a capitalismo moderno, non > accorgendosi che sono appunto gli stessi “padroni” del sistema a non ritenere > più importante tale fattore, andando altrove, alla ricerca di nuovi mercati più > ampi e redditizi. Condivido, perciò, la proposta “della messa in discussione” > del paradigma del massimo sviluppo delle forze produttive. >
Le “future sorti e > progressive” del capitalismo, sono state, in parte, fatte proprie anche dal > movimento comunista ( alla faccia della componente libertaria e umanista di > Marx). Pensando, appunto che lo sviluppo potesse essere infinito, e che la > parte occidentale del pianeta sarebbe stata all’infinito parte attiva di questo > processo, proponendo ed ipotizzando il socialismo, alla faccia di chi tutti i > giorni lottava e metteva in discussione la propria vita, come semplice > passaggio dal capitalismo al capitalismo. La storia invece ci pone oggi, di > fronte alla cruda realtà. Non esiste la possibilità che gli uomini possano > sfruttare le risorse naturali ed ottimizzare il lavoro finalizzandoli ad un’ > idea sviluppista di progresso, ma soprattutto, non esiste la possibilità che i > poveri del mondo restino immobili di fronte ad una minoranza della popolazione, > che in nome della propria felicità e dei propri consumi distrugga la natura > senza che questi ( i poveri), alla fine, non desiderino sedersi allo stesso > banchetto. La Cina oggi ci parla proprio di questo. Ce ne parla, quando si > oppone ai trattati di riduzione dei gas serra, imponendo agli USA di dover > prima di tutto ridurre i propri consumi, e solo dopo concedergli la > possibilità di sedersi ad un tavolo ed indicare a tutti la linea da seguire > per “salvare il pianeta”. >
Condivido perciò la parte in cui parli di sviluppare > forme di economia solidali in condizioni di sviluppo non più infinito. > I dubbi > iniziano, invece, quando dall’analisi inizi ad affrontare la questione relativa > al potere. Sarà forse perché tale parola mi provoca pruriti su tutto il corpo, > sarà perché la mia componente anarchica libertaria si sente tirata in causa, ma > soprattutto perché penso che il problema della gestione del potere abbia un > ruolo secondario rispetto a quello dell’educazione di chi, un giorno, questo > potere dovrà gestire, così da poter evitare la riproposizione degli errori > già commessi. > Sarà perché quando introduci elementi di origine riformista – > (lotta ai tagli a reddito e servizi), utili anche a finanziare le missioni di > guerra, individuazione dei veri responsabili della crisi (banche, società > finanziarie, multinazionali e, soprattutto, grandi imprese che delocalizzano), > in modo da spostare dal ruolo di facile capro espiatorio il soggetto migrante, > controllo popolare diretto delle politiche bancarie (non basta nazionalizzare > le loro perdite), misure punitive per chi delocalizza espropriando le > fabbriche, i macchinari, sequestrando beni e capitali) - all’interno della tua > analisi, non consideri che questo tipo di soluzione può sì migliorare la > condizione di molti, ma non è sufficiente ad affrontare il problema alla > radice, cioè non è capace di mettere in discussione uno stile di vita poco > solidale con il resto del pianeta. >
Penso, infatti, che la storia ci debba > insegnare a non commettere gli stessi errori e che, invece di riproporre teorie > che sono risultate spesso fallimentari, si tornasse più semplicemente a > parlare di Marx, e della sua teoria del valore d’uso contrapposto al valore > commerciale dei beni o ad ascoltare paesi come Cuba, Venezuela, Bolivia, > Ecuador , che, pur con tutte le mancanze e con tutte le sfaccettature > populiste, hanno intrapreso la dura strada di un socialismo moderno, facendo > del recupero del rapporto tra “Madre Terra” e popolazione, il percorso > principale per lo sviluppo di un sistema economico che permetta di poter > vivere in un mondo semplicemente più umano. Perché non dobbiamo mai dimenticare > che, fondamentalmente, la vita è più semplice di tutte le parole create per > poterla spiegare e che, alcuni di noi, facendo del marxismo una teoria buona > solo per annoiare il prossimo, hanno dimenticato la vera natura sociale e di > liberazione che questa porta con se. Perché mai dobbiamo dimenticare che il > socialismo, come parte fondamentale del percorso che porti ad una società > comunista, a senso se purifica gli uomini, se li lancia più in là dell’ > egoismo, se li salva dalla competizione e dall’avidità, facendo si che l’ > organizzazione della società non diventi una vetrina dove potersi specchiare, > ma un esempio vivo per tutti gli esseri umani. Tutto questo, al di la’ di tutte > le tendenze alla militarizzazione della vita degli esseri umani ed alla > creazione di un soggetto politico comunista nella prospettiva strategica, ma > populista nei metodi tattici che tu proponi. Perchè il comunismo non è, non è > stato e non sarai mai solo, capitale salario e lotta di classe, ma qualcosa di > più. Perché al di là di queste parole ci sono esseri umani in carne ed ossa > con le loro speranze i loro sogni ed un quotidiano che va vissuto tutti i > giorni. >
Ritengo che le considerazioni che fai rispetto a quella sorta di carta di navigazione proposta nel testo sulla crisi siano rilevanti dal punto di vista critico soprattutto quando denunci i limiti insiti nella sintetica enunciazione delle linee di lotta, di orientamento tuttosommato riformista, mentre le critiche indirizzate alla questione del potere e ad una concezione attuale della transizione risultano premature dal momento che tali questioni sono appena accennate e saranno, spero, sviluppate nei prossimi interventi (i titoli dei periodi sono ironici fino a un certo punto). E' vero che proporre reddito garantito, tasse alla rendita parassitaria ed ai lauti guadagni borsistici e finanziari, difesa dei servizi e dei salari può essere compatibile con il mantenimento di un sistema mondiale dello sfruttamento dove continueremo a far pagare queste cose al resto del mondo, senza "affrontare il problema alla radice", ma questo dipende anche dalla capacità del centro imperialista (che sta perdendo centralità economica) di continuare a contrastare le tendenze al declino economico, a vantaggio soprattutto dell'asse russo-asiatico, ricorrendo alla guerra ed alla superiorità tecnologica militare, scaricate per ora sulle periferie refrattarie all'ordine unipolare a guida Usa ma pronte per nuovi conflitti inter-imperialisti; conflitti da ritenersi altamente probabili visto che il vantaggio economico viene prima o poi a tradursi anche sul piano diplomatico e militare.
Inoltre, per le ragioni che anche tu sostieni di condividere, se una crescita esponenziale basata su una domanda consumistica interna non diventa più sostenibile nei paesi a tutt'oggi più avanzati, per il semplice motivo che i grandi gruppi transnazionali e multinazionali investono nella creazione di ampi mercati dove c'è maggiore tasso di crescita (spesso in coincidenza di maggiori saggi di profitto per i loro investimenti produtivi) allora finirà per sfaldarsi anche la formazione sociale dell'imperialismo, quel blocco socio-economico che inglobava anche i nostri lavoratori ai quali, consci o meno che ne fossero, finivano le briciole del furto e dell'oppressione imperialista. Certo, questo sfaldamento può favorire iniziali tendenze reazionarie anche in merito alle lotte proposte, ma proprio per questo dobbiamo esserci, cercare di porci alla testa anche dei movimenti vertenziali prima che scivolino definitivamente nella guerra tra poveri. Diverso è il discorso riguardo il controllo sulle banche, gli espropri, l'esercito o le forme di contropotere popolare ma qui c'è bisogno di grossi passi in avanti sul terreno della ricomposizione di classe e della coscienza rivoluzionaria e torniamo al problema del soggetto e del potere. Infine vorrei assicurarti che gli elementi umanistici e il potenziale di liberazione espresso nell'essenza del marxismo sono sempre stati centrali nella nostra esperienza che, tra alti e bassi, si protrae oramai da 18 anni, ma non ritengo che questi siano priorità esclusiva di quanti professano il paradigma anarchico, piuttosto che zapatista o le teorie dell'esodo; anche chi si prefiggeva di formare l'uomo nuovo aveva ben chiaro in mente la necessità di conquistare il potere ed esercitarlo per il progresso dell'umanità ed il riscatto degli ultimi in qualunque parte del mondo fossero

Uno spettro migrante s'aggira per l’Europa
Non c’è dubbio che la paura sia un istinto naturale, insito nella natura animale degli uomini. La paura è un impulso congenito e primordiale, indispensabile alla sopravvivenza e all’autoconservazione delle specie viventi. Senza questo istinto gli esseri viventi non avrebbero alcuna possibilità di scampo di fronte alle insidie presenti nell’ambiente circostante. Ma proprio in quanto comportamento istintivo, la paura è un elemento irrazionale e primitivo che ha bisogno di essere regolato dall’intelligenza per evitare che prevalga, divenendo l’elemento dominante e determinante delle azioni umane.
La paura può essere una forza devastante quando si fa strumento di lotta politica ed è usata per influenzare gli orientamenti delle masse che, prese dal panico, impazziscono, tramutandosi in furia cieca e incontenibile. Infatti, nulla è più impetuoso di una folla inferocita o terrorizzata, al pari di una mandria di bufali in fuga, assaliti dai predatori.
Il panico causa disastri come un cataclisma naturale, è catastrofico come un terremoto o un’eruzione vulcanica. Il “Terrore” per antonomasia è costituito dalla violenza della rivoluzione, quindi è la madre delle paure collettive che affliggono le classi dominanti.
La paura suscitata dalla minaccia di una “catastrofe sociale” che rischia di sovvertire l’ordine costituito e mette a repentaglio la sicurezza del proprio status di classi possidenti, è all’origine delle angosce che tormentano la società contemporanea. Ecco che risorge lo spettro della rivoluzione sociale, lo spauracchio della rivolta di massa.
Da quando l’umanità ha creato le prime forme di proprietà privata, accumulando il surplus economico originario, derivante dall’espropriazione del prodotto del lavoro collettivo, la paura più forte e ricorrente nella storia della lotta di classe nelle diverse società (dallo schiavismo antico al feudalesimo medievale, al capitalismo moderno) è la paura di perdere ciò che si possiede, il terrore di vedersi espropriare le ricchezze estorte ai produttori, siano essi schiavi, servi della gleba o salariati. Non è un caso che più si è ricchi più si ha paura e, probabilmente, si è più infelici in quanto tormentati dall’inquietudine. Da qui è sorta l’esigenza di istituire un potere forte e superiore, detentore del monopolio della violenza, ossia lo Stato, atto a garantire la sicurezza e l’ordine in una società retta sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.
La rivoluzione sociale è il più grande spauracchio dei governi e delle classi egemoni, in particolare dei governi e delle classi possidenti e dominanti nelle società capitaliste decadenti e putrescenti, sempre più angosciate dall’assalto inevitabile delle masse dei proletari migranti, impaurito dalla rabbia e dall’ansia di riscatto dei popoli e delle classi socialmente più povere, oppresse ed emarginate provenienti dal Sud del mondo.
Una paura molto attuale e diffusa negli stati sembra essere la paura verso una società realmente democratica, che si estrinseca nella partecipazione concreta delle persone, per cui può divenire fonte di conflittualità e di antagonismi sociali. La democrazia, non quella subìta passivamente, bensì vissuta attivamente, da protagonisti e non da sudditi o spettatori, il dissenso e il libero pensiero, la libertà intesa e praticata come critica e partecipazione diretta ai processi politici decisionali, tutto ciò incute un’angoscia profonda nell’animo di chi controlla e detiene il potere e la ricchezza sociale.
Da tali paure scaturisce un’idiosincrasia anticomunista e antidemocratica che tende a demonizzare le idee di libertà e i loro portatori, fino alla criminalizzazione e alla repressione di ogni dissenso ed ogni vertenza, recepiti come un’insidia che mina l’ordine costituito, che a sua volta si è determinato in seguito a precedenti rivolgimenti sociali.
Si rammenti che gli stati moderni e le società borghesi capitaliste hanno avuto origine da violente rivoluzioni sociali eseguite in gran parte dalle masse contadine e proletarie guidate dalle avanguardie illuminate e liberali della borghesia, che oggi teme di perdere il proprio potere e i propri privilegi di classe egemone e possidente. Il ruolo storico della borghesia, che un tempo era stato politicamente eversivo e rivoluzionario, determinando il rovesciamento violento dei regimi dispotici e assolutistici e delle aristocrazie feudali, con le loro sovrastrutture ideologiche oscurantiste di origine medievale, si è rapidamente trasformato in senso conservatore e misoneistico, rappresentando un ostacolo concreto alla realizzazione del progresso scientifico, culturale e sociale, all’esercizio pratico della democrazia diretta e partecipativa, al compimento di un effettivo processo di liberazione e di affrancamento del genere umano da ogni forma di barbarie e di violenza, di oppressione e di sfruttamento, di schiavitù e di paura.
Lucio Garofalo

‘FINO ALL’ULTIMO GIORNO... RESPIRO’
Intervista di Sara Venturini
Cairo,
08/01/2010Siamo al Cairo, nella stanza del ‘Sun Hotel’ dove Joe Fallisi, tenore italiano e attivista per i diritti umani ha intrapreso uno sciopero della fame oramai da 12 giorni in attesa di un lasciapassare dalle autorità egiziane per recarsi nella Striscia Di Gaza.
Giuseppe, so che sei stato in
ospedale questa mattina per dei controlli, come sono le tue condizioni fisiche ?Mi sento un po’ stanco, però va bene. Mi hanno proposto di trattenermi fino a domani sera in osservazione in ospedale ma ho preferito rientrare in albergo e sentirmi più libero.’
Vuoi raccontarmi come è nata l’iniziativa dello sciopero della fame?
Lo sciopero è iniziato il 28 dicembre quando arrivati con la delegazione della Gaza Freedom March (GFM), ci siamo recati al piazzale dove saremmo dovuti partire per Rafah con i bus affittati dall’organizzazione della marcia e abbiamo trovato il piazzale vuoto perché il governo egiziano aveva impedito loro di venirci a prendere. In quell’ occasione, su richiesta degli organizzatori ho persino cantato sulla strada mettendomi uno smoking che avevo in borsa. Alla proposta dell’ottantacinquenne Edy Stein, ebrea sopravvissuta all’olocausto di iniziare uno sciopero della fame come azione di protesta verso chi finora ci ha negato la possibilità di entrare a Gaza ed è anche responsabile di tre anni di assedio della Striscia, vale a dire Egitto e Israele, ho aderito subito.
Ad oggi sei rimasto l’unico a continuare lo sciopero. Cosa ti spinge ancora a farlo?
Durante uno degli ultimi incontri
della GFM ci siamo riuniti con tutte le delegazioni e ho annunciato pubblicamente in piazza la mia volontà di terminare lo sciopero solo nel momento in cui avessi toccato il suolo di Gaza o se questo non fosse mai avvenuto, sull’aereo di ritorno in Italia.’ È una promessa che ho fatto e che manterrò.
Quali sono le motivazioni alla base di questa tua coraggiosa scelta?
Scioperi per chi e per cosa?
Protestare per Gaza credo sia particolarmente importante perché la situazione che vive da troppo tempo la Palestina Occupata e in particolare la popolazione lungo la Striscia è il punto focale di tutte le ingiustizie del mondo. Attorno a questa questione ruota il destino dell’
umanità. Quel che ha subito Gaza durante i 22 giorni di attacchi unilaterali dell’entità sionista e quel che subirà a causa della decisione egiziana di costruire un muro al confine per impedire il passaggio di merci, beni e persone dai tunnel sono gli ultimi attimi di una tragedia che non ha eguali.
Dietro
ciò che accade a Gaza ci sono le menzogne, l’iniquità e l’orrore umani.
Menzogna perché il mondo finge che sia una situazione di quasi normalità mentre invece non lo è. C’è da un lato uno dei più potenti eserciti al mondo che con mezzi militari ultramoderni e micidiali opera uno sterminio lento di un intera popolazione e dall’altro una popolazione di un milione e mezzo di abitanti, che inerme cerca solo di sopravvivere e difendersi senza mezzi.
La situazione che
subisce Gaza assomiglia sempre più a ciò che i tiranni bolscevico stalinisti e nazisti hanno inflitto alla popolazione Ucraina, quando furono sterminati per fame milioni di contadini o quando vennero assediate Varsavia e Leningrado. In entrambi i casi ci fu uno strangolamento che impedì la libertà di circolazione e fu anche finalizzato ad affamare una popolazione fino alla sua morte. Così come avviene oggi a Gaza, con l’aggravante di attacchi militari bio-ecociti diretti ed aperti come quelli dello scorso anno e come quelli che le elite sioniste stanno forse ancora preparando.
L’assedio di Gaza si fa ogni giorno
più terribile. I Gazawi non possono neppure coltivare né pescare perché vengono attaccati quotidianamente. Come possono vivere senza rifornimenti dall’esterno?
In ucraina fu la stessa cosa e come conclusione morirono più di 5 milioni di persone. A Gaza gli abitanti sono 1,500,000 in tutto.
A Gaza c’è però qualcosa
di molto peggio degli esempi storici prima citati. Qui, con i mezzi moderni, gli eserciti occupanti utilizzano delle armi che vanno ad inquinare e distruggere le fonti della vita (pozzi, reti fognare, coltivazioni etc etc…) in particolare, ma non solo, attraverso l’uso criminale dell’uranio impoverito.
Così che iniziano a nascere bambini deformi. Inquinano tutto il ciclo della vita. Questo è il più grande crimine di guerra commesso: inquinare le fonti della vita. Da Hiroshima e Nagasaki, al Vietnam, ai Balcani, al Libano, all’
Iraq, all’Afghanistan e al Pakistan sono stati inquinate, se non per sempre, per secoli e secoli le fonti stesse della vita. Mai l’umanità aveva subito degli atti tirannici di questa portata.
Quando arrivarono i mongoli fino all’
Europa rasero al suolo tutto il possibile; tabula rasa. Poi quando se ne andarono la vita ritornò. Inquinando le fonti della vita, si uccide la vita stessa e la sua possibilità di tornare a riprodursi in modo normale, sano.
Oltre al bisogno di giustizia per il popolo palestinese, ci sono altre ragioni, personali, che ti legano ai destini del popolo di Gaza?
Sono stato a Gaza due
volte negli ultimi 2 anni. Sono l’unico cantante lirico al mondo ad aver avuto la possibilità, il piacere e l’onore di cantare al teatro Shawa di Gaza city.
Di questo potete trovare testimonianza nei video su youtube dei miei due concerti. La prima visita risale ad ottobre 2008. Sbarcai a Gaza con la nave ‘dignity’, il secondo viaggio, vittorioso, del Free Gaza. La volta successiva fu lo scorso marzo quando entrai con il convoglio ‘Viva Palestina’ promosso da George Galloway. Sono stato accolto con grande calore come un fratello, un compagno, un membro della famiglia. Gaza è la mia famiglia, i Gazawi sono i miei fratelli. Con le mie limitatissime forze vorrei fare di tutto per poterli aiutare.
Alla luce delle durissime repressioni del governo egiziano verso gli attivisti della GFM ai quali non è stato permesso di entrare a Gaza, cosa pensi del governo egiziano?
Io credo che l’asse del potere mondiale ruoti attorno alla triade USA, Inghilterra ed entità e lobby sionista. Sono loro che decidono gli assetti mondiali. Decidono chi e cosa è ‘politically correct’ oppure no, chi può rimanere (al potere) e chi se ne deve andare.
Mubarak è solo un servo
di questo potere più ampio. Le sue azioni sono finalizzate ad ottenere la garanzia della propria sopravvivenza. La decisione di costruire un muro di ferro, sopra e sotto terra, al confine di Rafah, distruggendo i tunnel che consentono agli abitanti di Gaza di sopravvivere, è in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Con la visita di Netanayahu al Cairo proprio il giorno seguente alla nostra ipotetica partenza, e in contemporanea con una marcia di pacifisti israeliani contro l’occupazione, consentire l’accesso a Gaza ai 1,300 internazionali della marcia avrebbe significato una svolta nel regime egiziano, un atteggiamento diverso da quello che poi ha intrapreso, vale a dire repressione e violenza contro i dimostranti. Nutrivamo false speranze.
Quando
hai deciso di partecipare alla marcia credevi che questa iniziativa di solidarietà internazionale avrebbe apportato un qualche cambiamento politico alla terribile situazione a cui sono costretti gli abitanti di Gaza?
Gaza ha
bisogno di riaprirsi da tutti i lati al mondo esterno, come è stato per secoli.
Noi internazionali possiamo rappresentare uno stimolo affinché questo assedio venga rotto.
Sono partito con la speranza di poter rientrare a Gaza, portare degli aiuti e tenere il mio terzo concerto per i miei fratelli. Più i giorni passavano, più mi sono reso conto che la nostra speranza era in realtà un’
illusione.
Faccio appello alle donne e agli uomini di buona volontà. Bisogna insorgere dal basso. La società civile ha un potere enorme di cambiare le cose e la politica. Il Free Gaza Movement è un esempio di una buona iniziativa insorta dal basso. I civili devono attivarsi per la causa universale della giustizia ed unire le proprie forze ed organizzare iniziative di solidarietà non blindate e fatte proprie dai governi e dalle istituzioni. È il buon vecchio metodo anarchico che deve tornare attivo. Non servono ‘leaders’, servono uomini e donne con senso dell’equità e della dignità.
So che hai tentato la via per
Al Arish, la città egiziana più vicina al confine con Gaza. Cos’è successo quel giorno?
Ho cercato, assieme ad altri 3 italiani, di raggiungere il confine di Rafah, passando per Al Arish. Siamo stati respinti al primo posto di blocco a 100 km dal Cairo. Lì abbiamo visto quello che definisco la società civile all’
opera: vecchiette americane meravigliose che con un grandissimo coraggio sono venute per portare la loro solidarietà attiva alla popolazione di Gaza, e appena fatte scendere dal pullman, hanno sventolato in faccia alla polizia striscioni con su scritto ‘Free Gaza, Free Palestine’. Queste signore hanno deciso di vivere l’ultima parte della loro vita in modo dignitoso. Sono mie compagne.
Qual è la tua posizione in merito alla delegazione dei 100 organizzata dai Codepink con l’autorizzazione del governo egiziano entrata a Gaza per portare gli aiuti umanitari?
Gli organizzatori hanno accettato, poi
pentendosene, un compromesso con il regime egiziano mandando un centinaio di attivisti scelti dall’alto con criteri arbitrari per una brevissima visita.
Ritengo che le critiche poste dalla maggior parte dei partecipanti alla marcia a questa iniziativa siano giuste. La delegazione dei 100, che poi erano in realtà 40 perché la maggior parte dei prescelti si è rifiutata di partire, è stata solo un contentino che il regime ha usato per farsi bello nel mondo. Non era l’inizio di un’apertura della frontiera. È stato un nostro errore. Edy Epstain, ebrea 85enne, ha scritto un comunicato puntuale e preciso a questo proposito.
Stai per lasciare il Cairo senza essere entrato a Gaza. Cosa ti porti con te in Italia da questa esperienza?
L’iniziativa in sé è stata un
fiasco. L’unica cosa positiva è stata che nel mondo si è parlato dell’
oppressivo e repressivo regime egiziano e della tragica situazione in cui versa la Striscia di Gaza. Forse in questi giorni di incontri e di scambi si sono però seminate le basi per un movimento più ampio che sappia agire meglio in futuro.
Tanto di cappello a George Galloway e i suoi valorosi compagni del convoglio di Viva Palestina che hanno lottato fino all’ultimo per riuscire ad entrare, sostenendo scontri, manganellate e repressioni di ogni genere dopo un incredibile viaggio via terra, via mare e via cielo per tutta l’Europa ed il Medio Oriente. E ci sono riusciti.
Ho visto in questi giorni tanti meccanismi tipici gruppo scolari all’opera. Gente che parla allo specchio.
Autoreferenziali. Questo mi ha convinto sempre di più che questa vecchia politica non serve alla causa della giustizia. Me ne tornerò in Italia rinforzato nella mia convinzione che bisogna voltare pagina.
Ho scritto 5
canzoni per Gaza e per la Palestina, una è già incisa e si chiama ‘Verrà’.
Appena torno registrerò anche le altre (Gaza vivrà, Life Line, O Madre Palestina, Fino all’ultimo giorno - respiro).
Concludo proprio con il
ritornello di quest’ultima canzone:
‘Son pochi gli anni da vivere che noi
abbiam.
Difenderò i miei fratelli
fino all’ultimo giorno – respiro
che il
ciel mi darà’

BARZELLETTA: Ci sono un direttore dei servizi segreti, un sacerdote e un presidente del Consiglio
Dato che è ancora tutto da dimostrare, facciamo finta che sia una barzelletta. Una di quelle classiche. Ci sono un funzionario dei servizi segreti, un direttore dei servizi segreti, un sacerdote imprenditore e un presidente del Consiglio. I primi due hanno “spiato”, “creato dossier e schede”, “consultato fonti aperte e fiduciarie”, “archiviato documenti in cui si ipotizzavano interventi per “disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimementi” e “misure traumatiche”, i presunti avversari del premier”. Per cinque anni, dal 2001 al 2006. Un’intera legislatura (tutta coperta dallo stesso premier). Al cui inizio il funzionario aveva comunicato al presidente del Consiglio (via fax): “(…) Sarò, se Lei vorrà, il suo uomo fedele e leale…”.
Il funzionario poi ha anche dei legami col sacerdote imprenditore, dato che ne è stato il consulente. Una volta ai servizi segreti, il funzionario contratta un “programma vasto e impegnativo” in cui c’è posto per raccomandazioni, affari immobiliari e “bussare a quattrini” perfino oltreoceano (grazie alle amicizie del direttore), il tutto a vantaggio del sacerdote (qui più in veste di) imprenditore.
Dimenticavo: il sacerdote imprenditore è amico di lunga data del presidente del Consiglio.
Il funzionario è Pio Pompa. Il direttore Nicolò Pollari. Il sacerdote imprenditore è Luigi Maria Verzè. E il presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi. Gli spiati Violante, Colombo (Furio), D’Ambrosio (Loris), Brutti, Arlacchi, Caselli, Flores d’Arcais, De Benedetti, Bruti Liberati, Alderighi, Natoli, Ingroia, Maritati, Sabella, Mancuso, Milillo, Monetti, Salvi, Cesqui, Lembo, Paraggio, Bargone, De Pasquale, Napoleone, Casson, Perduca, Borrelli, Davigo, Bocassini, Taddei, Inchino, Carnevali, D’Ambrosio, Colombo (Gherardo), Visco, D’Ambrosio (Gerardo), Scernicola, Veltri, Orlando e Garzon Real.
Tutti da neutralizzare e disarticolare. Ad esempio, togliendo la scorta a chi ha condannato all’ergastolo boss mafiosi. Oppure “bonificando” le forze di polizia. Forse addirittura organizzando pedinamenti e disponendo intercettazioni telefoniche.
Il 5 luglio 2006, nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’imam egiziano Abu Omar da parte della CIA (a cui il funzionario e il direttore vengono accusati non solo di avere offerto copertura, ma addirittura di avere collaborato – anche se verranno entrambi ritenuti non giudicabili grazie al segreto di Stato), la magistratura di Milano viene in possesso dei documenti che provano quanto appena scritto, il cosiddetto “archivio di via Nazionale“. Il fascicolo viene trasferito nel 2007 a Roma, e da Roma, in aprile, a Perugia. Dove oggi i due vengono rinviati a giudizio.
Nella barzelletta oltre alla finzione ci sono le risate. La nostra non fa eccezione. Basta pensare che a nessuno, tranne che al Fatto Quotidiano, è venuto in mente di chiedersi perché funzionario e direttore abbiano fatto ciò che hanno fatto. Qualcuno però deve essere riuscito a trovare un attimo di lucidità, se è vero che soltanto il 24 dicembre Peter Gomez scriveva di “un’indagine che a Perugia era a un passo dalle richieste di rinvio a giudizio, ma che adesso è invece avviata verso un binario morto”. I rinvii a giudizio sono arrivati. Chissà se ora qualcuno proverà anche a chiedersi perché il funzionario e il direttore abbiano raccolto tutto quel materiale per neutralizzare e dissuadere (anche in modo traumatico) tutti e soli gli avversari di Silvio Berlusconi. Se qualcuno chiederà a Silvio Berlusconi come mai abbia deciso di coprire col segreto di Stato l’intera documentazione, invece di fare in modo che tutti sapessero cosa stava avvenendo a sua insaputa (ribadendolo tra l’altro per alcune vicende riguardanti l’ex braccio destro di Pollari).
Chissà se ora tutto questo rimarrà una barzelletta.
Fonte:http://news.illecito.com

Gli incerti auguri di Giorgio Napolitano
B&B, Banalità e Buonismo, è questa la formula inossidabile dei discorsi presidenziali di fine anno. Gli auguri di Napolitano per il 2010 non potevano certo fare eccezione. C’è però qualcosa che colpisce nella prosa quirinalesca esibita quest’anno: la banalità è più banale del solito, i buoni propositi sono più generici che mai. La sensazione è quella di un presidente in grande affanno, costretto a scegliere il basso profilo pur di non dover affrontare seriamente alcunché. Qualcuno crederà che un siffatto comportamento sia da attribuirsi al mantenimento del ruolo istituzionale, ma la mediocrità del discorso può essere spiegata solo con la grande incertezza sul futuro politico del paese.
Naturalmente, tanta banalità non ha comunque impedito a Napolitano di confermarsi per quello che è: un uomo delle oligarchie europee asservite agli Usa, prono di fronte ai desiderata della Confindustria, pronto ad avallare le peggiori controriforme che bollono in pentola. Vediamo allora alcuni passaggi significativi del discorso di fine anno.
Parlando della situazione economica, Napolitano ha teso a riproporre la favola di una crisi in via di superamento grazie alle misure concertate a livello mondiale. In questo quadro, secondo Napolitano «L’Italia – sempre restando ancorata all’Europa – ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.» «Grande incontro a L’Aquila?», ma se si è trattato di un fallimento clamoroso pur se annunciato? E quale sarebbe stato, di grazia, il serio sforzo compiuto dal governo: lo scudo fiscale, gli incentivi alla rottamazione, l’aumento dell’età pensionabile per le donne?
Pur se tutto interno alla propaganda sulla crisi che «sta finendo», Napolitano ha dovuto concedere qualche frase alle condizioni dei lavoratori: «Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi “atipici”, comunque temporanei.» Questa frase, che vorrebbe essere buonista, è invece un concentrato di ipocrisia e falsificazione della realtà. Che i lavoratori cosiddetti “atipici” abbiano un reddito più basso, gli italiani lo sapevano già prima che questa scoperta dell’acqua calda gli venisse comunicata in diretta televisiva il 31 dicembre. Ma il punto è: cosa si intende fare per rimediare a questa situazione? Ovviamente nulla, dato che la precarizzazione del lavoro altro non è che il volto più verace del capitalismo reale. Che i salari siano bassi solo a causa della pressione fiscale e contributiva è invece la «verità» della Confindustria, una «verità» ripresa pari pari come oro colato dall’inquilino del Quirinale. Un tempo costui, come capo della corrente «migliorista» del Pci, passava per essere un convinto socialdemocratico. All’epoca poteva sembrare una gravissima offesa, tuttavia i socialdemocratici di allora erano almeno per una blanda redistribuzione del reddito. Oggi, invece, questo tema è un tabù, e se i salari sono bassi è solo per i contributi troppo alti; insomma l’argomentazione di Napolitano altro non è che una fotocopia della propaganda della Marcegaglia.
Ma il tema che ha dato luogo ai commenti del giorno dopo, prevedibili e banali quanto il discorso presidenziale, è quello delle cosiddette «riforme», termine che nel linguaggio orwelliano in uso significa invariabilmente «controriforme». Siccome la parola è generica, ognuno ha teso a metterci dentro ciò che più gli aggrada. Quel che è certo è che su un punto Napolitano non ha voluto lasciar dubbi: il tema è quello della modifica della Costituzione, che deve essere affrontato con spirito bipartisan. Ovviamente l’ex migliorista non poteva entrare più direttamente nel merito, ma tutti sanno di cosa si parla, soprattutto in materia di giustizia ed assetto istituzionale. Citiamo integralmente questo passaggio del discorso: «La Costituzione può essere rivista – come d’altronde si propone da diverse sponde politiche – nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono alla base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.» Berlusconi ha ringraziato, insieme a tutti i controriformatori uniti nell’occasione.
L’altro tema sul quale Napolitano ha voluto mettere il sigillo presidenziale, quasi come dogma costituente l’attuale identità ed unità nazionale, è quello delle «missioni» militari all’estero: «Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto – dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale – che lui e i suoi “ragazzi” traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione. Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale...» Non soddisfatto di aver messo sulla stessa barca lavoratori e disoccupati con dei militari molto spesso motivati da una logica mercenaria, Napolitano ha voluto ribadire la menzogna delle «missioni di pace». Nel suo discorso non è citato direttamente l’Afghanistan. Una prudenza non certo casuale: del resto l’ipocrisia è una delle migliori specialità del Quirinale. Ma il contingente italiano in Afghanistan spara, combatte e uccide. E lo fa contro un popolo in lotta per la propria libertà. Lo fa al servizio della superpotenza americana che occupa quel paese da oltre 8 anni. Proprio questa mattina i giornali riferiscono degli aspri combattimenti, durati 3 giorni, in cui sono stati coinvolti i militari italiani nell’ovest dell’Afghanistan. E ancora si parla di «missione di pace»!
Pur con una prosa piatta ed insipida, Napolitano ha voluto dunque ribadire le tre direttrici fondamentali sulle quali si basa il regime bipolare: una politica economica asservita alle oligarchie, una politica estera al servizio degli Stati Uniti e della Nato, una politica istituzionale controriformatrice ed autoritaria. Lo ha fatto, però, in maniera straordinariamente debole, dando la misura di un orientamento che non ce la fa più a dare la benché minima risposta alle esigenze sociali, dando il senso di un sistema che si dibatte nelle sue contraddizioni nell’incapacità di risolverle, lasciando intravedere lo sfascio politico che attraversa tanto le forze politiche di maggioranza quanto quelle che dovrebbero essere all’opposizione. Ed è proprio la profonda crisi del sistema politico nel suo insieme, unita alla gravità della situazione economica, a non trovare per ora sbocchi credibili, prefigurando così un 2010 incertissimo.
Giorgio Napolitano conferma il detto secondo il quale ogni presidente della repubblica ha la misteriosa capacità di far rivalutare colui che lo ha preceduto, in un’inarrestabile corsa verso il peggio. Ma il peggio rappresentato dall’ex «migliorista» altro non è che una delle manifestazioni di un sistema politico putrescente, sempre più privo di vero consenso popolare, perché sempre più oligarchico ed antidemocratico. Il problema evidenziato dalle sortite quirinalizie è dunque assai più grave di quel che potrebbe sembrare in apparenza.
Leonardo Mazzei

Berlusconi, la mafia, la libertà di stampa e la violenza politica
Negli ultimi tempi la temperatura politica in Italia si è alzata notevolmente sia perché si è ripreso a parlare dei rapporti tra mafia e potere politico, nella fattispecie tra un pezzo della mafia e il capo del governo, ma soprattutto a causa dell’aggressione perpetrata contro Berlusconi. Ricordo una frase che suscitò scalpore, pronunciata dal premier nel corso di una visita privata in Tunisia, in cui annunciava in modo eclatante l’intenzione di “passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia”.
Ma la notizia che destò maggior stupore fu questa. Marcello Dell’Utri, tra i fondatori di Forza Italia, braccio destro di Berlusconi, già condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, il 19 agosto scorso annunciò di voler proporre una commissione d’inchiesta sulle stragi del ‘92. Un’intenzione disattesa nei fatti, ma annunciata e pompata sui media in modo enfatico. A quanto pare si trattava della consueta politica demagogica e sensazionalista, fatta di facili annunci e promesse sbandierate sui media e puntualmente tradite, a cui siamo abituati da tempo.
Le vicissitudini politico-mediatiche degli ultimi tempi, a partire dalle querele che Berlusconi decise di sporgere contro La Repubblica e L’Unità, quindi le dimissioni di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, organo ufficiale della CEI, fino al grave episodio di Milano e al varo di un provvedimento di legge volto a ridurre la libertà sul Web, hanno fatto riemergere il tema, già scottante e controverso, della libertà di informazione, insieme ad altri aspetti riconducibili ad un conflitto latente e permanente tra i poteri forti che da diversi anni condizionano pesantemente il destino del nostro Paese.
Ma procediamo con ordine per cercare di comprendere la logica di tali vicende.
Il 26 agosto scorso, il Capo del governo decise di adire le vie legali depositando una citazione per danni contro il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica per contestare le dieci domande (evidentemente scomode) che per oltre due mesi il giornalista Giuseppe D’Avanzo gli ha posto sulle sue frequentazioni sessuali, senza ricevere alcuna risposta.
Probabilmente ciò che avrebbe indotto Berlusconi ad agire legalmente contro La Repubblica furono le insinuazioni su una sua presunta “ricattabilità” e su presunte infiltrazioni al vertice dello Stato italiano da parte di centri mafiosi, in particolare della mafia russa, e l’ampia eco che tali notizie hanno avuto sulla stampa internazionale.
Qualche tempo fa il direttore di Avvenire, Dino Boffo, rassegnò le dimissioni con una lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Boffo era stato vittima di pesanti accuse sulla sua vita privata, in modo particolare sulle sue abitudini sessuali, messe al centro di una feroce e smisurata campagna diffamatoria condotta in modo cinico e spregiudicato da Vittorio Feltri, direttore del Giornale, il quotidiano edito dal fratello del premier Paolo Berlusconi.
Nello stesso giorno delle dimissioni di Boffo, il presidente del Consiglio decise di trascinare in tribunale il direttore de L’Unità, Concita De Gregorio, insieme ad altre quattro colleghe del noto quotidiano. La denuncia per diffamazione faceva formalmente riferimento ad una serie di articoli sugli scandali sessuali venuti fuori nell’estate scorsa.
E’ evidente che i violenti attacchi sferrati contro alcuni tra i maggiori organi di stampa nazionali non potevano essere ricondotti semplicemente ad alcuni fatti episodici, né ai motivi ufficialmente addotti nelle querele inoltrate dai legali del premier, ma sono inquadrabili e spiegabili all’interno di una cornice più vasta e complessa che pone al centro non solo la libertà di informazione, sempre più minacciata da fenomeni di squadrismo, killeraggio ed imbarbarimento politico, ma pure una serie di affari ed interessi legati ad importanti centri di potere, tra cui non sarebbero da escludere gli scontri interni al Vaticano tra la Segreteria di Stato e la Conferenza Episcopale Italiana.
Nei mesi immediatamente precedenti all’aggressione contro Berlusconi, il panorama politico italiano aveva assistito ad un frenetico susseguirsi di avvenimenti, esternazioni e iniziative, a cominciare dalle provocazioni estive avanzate dalla Lega Nord fino alla minaccia di elezioni anticipate, quindi lo squadrismo giornalistico di Vittorio Feltri che aveva indotto alle dimissioni il direttore di “Avvenire”, gli ignobili attacchi sferrati dal premier contro la libertà di stampa, che avevano suscitato reazioni diffuse di sdegno, il botta e risposta tra Gianfranco Fini e il foglio di Feltri, che ha lanciato un ricatto fin troppo palese contro il presidente della Camera, divenuto un bersaglio per le sue esplicite divergenze con le posizioni del presidente del Consiglio, la manifestazione nazionale del 3 ottobre per la difesa della libertà di stampa ed infine il recente NoBday.
Questo solo per elencare gli avvenimenti più importanti e significativi degli ultimi mesi.
Dal punto di vista strettamente storico la minaccia lanciata da Vittorio Feltri all’indirizzo di Gianfranco Fini ha costituito il primo ricatto politico condotto a mezzo stampa, facendo oltretutto ricorso ad un codice tutt’altro che cifrato. Negli anni ’50 e ‘60 erano frequenti i dissidi verbali tra gli avversari storici della Democrazia Cristiana, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani. I quali si contendevano la leadership all’interno del partito e del governo, azzuffandosi anche a colpi di ricatti e dossier legati alle attività investigative di giornalisti prezzolati o dei servizi segreti deviati, ma lo scontro intestino, per quanto aspro, cinico e spregiudicato, si svolgeva in modo dialetticamente raffinato ed elegante, adoperando un linguaggio velato ed allusivo, mai troppo esplicito.
Quanto sta accadendo negli ultimi tempi rischia di accelerare un processo involutivo e degenerativo della vita politica italiana a scapito soprattutto del livello già basso della libertà di informazione e di quel poco di democrazia formale ancora vigente nel Paese.
Dopo il ricovero di Berlusconi all’ospedale San Raffaele di Milano in seguito all’aggressione di domenica scorsa, in Italia si è scatenata la rabbiosa canea dei quotidiani più rognosi e reazionari e dei mass-media filogovernativi, che hanno denunciato con furiosa idiosincrasia il “clima di odio” esistente contro il capo del governo, accusando in modo indiscriminato tanto i riformisti e i socialdemocratici, quanto gli anarchici e i comunisti, riuniti nel medesimo calderone politico.
A parte il fatto che nell’aggressione a Berlusconi si notano molteplici anomalie e incongruenze. Già un solo elemento irregolare avrebbe dovuto suscitare un sospetto, due indizi anomali costituiscono una mezza prova, ma in questo caso si rilevano troppe circostanze irregolari. Ma lasciamo perdere le analisi dietrologiche e complottistiche per limitarci ad un’interpretazione immediata dei fatti e, soprattutto, delle conseguenze.
Al di là di tutto, conviene ragionare criticamente sulle cause e sugli effetti degli avvenimenti. Per comprendere l’accaduto non servono tanto indagini di ordine dietrologico, ma occorre una valutazione lucida ed obiettiva dei fatti e delle conseguenze, senza farsi influenzare dall’emotività. Non ci è dato sapere se l'aggressione a Berlusconi sia stata l’azione isolata di uno psicolabile o se dietro vi siano oscure manovre. Ciò che possiamo verificare e valutare sono le sue conseguenze politiche, in quanto non è la prima volta che viene sfruttato il gesto di uno squilibrato per godere dei benefici politici e pubblicitari derivanti da simili atti. Dunque, è lecito chiedersi: cui prodest? A chi giova ciò, quali sono i suoi effetti politici e ideologici?
Il primo elemento da ravvisare è che l’aggressione si è verificata in un momento di grave crisi politica del governo, in cui i consensi di Berlusconi erano in netto calo. Il giorno precedente all’attentato le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il premier era precipitato sotto il 50% dei consensi. Sfruttando l’eccezionale onda emotiva suscitata dall’aggressione contro Berlusconi, il consenso è immediatamente risalito. Questo è uno degli effetti senza dubbio più evidenti ed immediati prodotti dall’attentato.
Gli altri effetti politicamente rilevanti sono riconoscibili nel ricompattamento di una maggioranza parlamentare che si stava sgretolando, nel disorientamento di una già inerte ed esausta opposizione parlamentare (con particolare riferimento al PD), ma soprattutto nell’isolamento e nella marginalizzazione di un’opposizione sociale che provava a riprendere vigore. Infatti, negli ultimi mesi, al di là dell’evanescente opposizione parlamentare, grazie ai nuovi strumenti di comunicazione si è sviluppato un vasto movimento di contestazione del premier che, malgrado i suoi limiti e la sua fragilità politica, ha sollevato con decisione la questione della cacciata di Berlusconi.
Dopo l’attentato e la comparsa di gruppi su Facebook inneggianti all’attentatore, il governo ha risposto con una furibonda crociata contro Internet, il cui paladino è il ministro dell’Interno. L’unica risposta è stata la volontà dichiarata di oscurare i siti web che criticano il capo del governo. Questa è stata la reazione del governo e dell'intera classe dominante, la quale, non potendo più contare sul ruolo rassicurante dei partiti socialdemocratici, ora riscopre il vecchio, ma sempre efficace, arsenale repressivo.
A proposito di censura e mettendo al bando ogni ipocrisia, non ci si può stupire se su Facebook attecchisca un malcostume verbale quando un ministro in carica ha urlato “questa sinistra di merda vada a morire ammazzata”. Se un ministro della Repubblica si esprime in una maniera così aggressiva, violenta e volgare, perché ci si meraviglia se un linguaggio altrettanto infelice viene adottato da coloro che frequentano Internet?
E’ fin troppo evidente che la proliferazione di gruppi su Facebook inneggianti a Tartaglia costituisce solo un pretesto per mettere il bavaglio ad un mezzo di comunicazione e di mobilitazione di massa che ha rivelato tutta la sua forza in occasione dell’organizzazione di un evento mediatico e politico come la manifestazione nazionale del 5 dicembre scorso, a cui hanno partecipato moltissime persone convocate tramite la Rete Web.
Infine, bisogna segnalare il vile e pavido comportamento dei sedicenti ed evanescenti "democratici" del nostro Paese, chiusi in un eloquente ed imbarazzato silenzio rispetto ad un’improvvisa svolta in senso bonapartista della politica e della società, preoccupati solo di associarsi al coro di solidarietà nei confronti di Silvio Berlusconi.
Lucio Garofalo

Da Arrigoni al Convoglio verso Gaza imbarcatosi dal porto di Ancona
Venerdì 11 dicembre è passato per Ancona, per imbarcarsi dal porto, il convoglio "convoy to Gaza" organizzato da Viva Palestina www.vivapalestina.org , un convoglio di un centinaio di veicoli carico di aiuti umanitari, partito il 6 dicembre dalla Gran Bretagna e diretto a Gaza attraversando Europa, Grecia, Turchia, Siria, Egitto, fine al valico di Rafah. Il convoglio entrerà a Gaza, assieme a migliaia di attivisti per i diritti umani provenienti da tutto il mondo il 27 Dicembre, a ricordare un anno dal terribile massacro e con lo scopo di rompere l’assedio da Rafah fino al valico con Israele.
Come società civile delle Marche, come attiviste, come studenti, come lavoratori e come persone che credono al valore della vita, della libertà e della dignità umana, abbiamo portato la nostra solidarietà alla delegazione di "vivapalestina" in partenza dal Porto di Ancona.
La Campagna Palestina Solidarietà ('Associazione Ya Basta! Marche, Csa Oltrefrontiera, Fuoritempo, Resistenza Solidale, Ambasciata dei Diritti ,Csoa Tnt, Collettivo Studentesco CortoCircuito, Emergency Ascoli, L.u.p.o. Osimo, Collettivo OPS ) hanno organizzato un presidio e una conferenza stampa nel porto di Ancona con i portavoci del convoglio.
Foto del convoglio al Porto di Ancona http://picasaweb.google.com/ancona.ambasciatadeidiritti/VIVAPALESTINAANCONAAMBASCIATADEIDIRITTI#5414021958119207202 http://picasaweb.google.com/ancona.ambasciatadeidiritti/VIVAPALESTINAANCONAAMBASCIATADEIDIRITTI#5414021432472370162
alcune foto:



Il 3 , 4 e 5 dicembre Vittorio Arrigoni ha fatto quatro incontri nelle Marche
Vittorio Arrigoni, volontario dell'International Solidarity Movement (www.palsolidarity.org), ha fatto 4 incontri nelle Marche, organizzati dalla Campagna Palestina Solidarietà, percorso collettivo di associazioni e singoli individui, che da anni portano avanti azioni di solidarietà e informazione a favore del popolo palestinese, il 3, 4 e 5 dicembre è stato ascoltato dalla società civile di Ascoli Piceno, Jesi, Pesaro ed Ancona con una grande partecipazione ed interesse .Venerdì 4 dicembre ha avuto luogo l'incontro, al Centro Sociale Autogestito Tnt di Jesi in occasione del tour di presentazione del suo libro "Restiamo Umani".
Arrigoni, ci ha calati con il suo racconto , attraverso le pagine del suo libro e i filmati da lui stesso girati, nella realtà quotidiana di Gaza durante i giorni dell'operazione "Piombo fuso" e durante la tregua, spiegandoci che anche quando c'è tregua a Gaza le pallottole vengono sparate lo stesso uccidendo civili disarmati.
Vik ( nome di battaglia di VIttorio) ha vissuto circa un anno a Gaza (novembre 2008-settembre 2009), in cui ci fu una sconvolgente e massiccia controffensiva da parte delle forze israeliane iniziata il 27 dicembre 2008 e "conclusa" il 18 gennaio 2009, contro la popolazione palestinese.
In 22 giorni ci sono state più di 1400 vittime palestinesi (di cui 420 erano bambini ) e più di 6000 feriti e l'85% erano civili.
Bombardamenti a moschee, a mercati, ad ospedali, ad ambulanze, alle scuole delle Nazioni Unite e alla Sede delle Nazioni Unite.
Arrigoni ha voluto raccontare quanto vale la vita e la morte a Gaza,che viene definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo con più di 50mila persone senza più una casa che vivono in tendopoli da quasi un anno. Non può essere importato il cemento, il ferro e il vetro per ricostruire, perché gli israeliani dicono che i palestinesi ci costruirebbero dei tunnel per trafficare armi.
Più del 70% della popolazione è disoccupata. Il 96% delle industrie ha dovuto chiudere.
Arrigoni con l'immagine girate dagli stessi volontari del ISM ci ha fatto vedere ed ascoltare gli spari dei militari israeliani durante la tregua, spari diretti su contadini disarmati che andavano a raccogliere prezzemolo. Ci ha mostrato il "lavoro" volontario di poche decine di attivisti dei diritti umani che ogni giorno diventano scudi umani e che salvano le vite degli abitanti della Striscia .
Non è usuale l'impatto con certe immagini , visto che i mass media occidentali ostacolano la loro produzione e distribuzione favorendo oramai da anni quel "genocidio lento" della popolazione palestinese di cui parla Ilan Pappe nel suo libro "La pulizia etnica della Palestina".
Durante l'incontro a Jesi è intervenuto il palestinese Hamdan Jeaw'l un'attivista di una'associazione culturale giovanile di Belhlehem , che ha detto semplicemente di essere felicementte sorpreso dell'interesse che la gente ha mostrato verso la sua terra partecipando all'incontro al Tnt organizzato dalla Campagna Palestina Solidarietà. L'iniziativa ha contato anche sulla partecipazione di Radio La Colifata di Buenos Aires con la presenza di Hugo Lopez invitato a partecipare alla IX Rassegna Malati di Niente del 17 e 18 dicembre .
Le parole di Vitorio Arrigoni, che si definisce "fortunato come se avesse vinto alla lotteria" di poter raccontare ciò che ha vissuto a Gaza, nell'inferno di Gaza, sono fondamentali per chi vuole capire quella realtà, poichè l'informazione è un diritto, ma anche un dovere di questi tempi ! Perciò : guerrillaradio.iobloggo.com ( blog di vittorio arrigoni)
Vittorio Arrigoni "Restiamo Umani" il Manifesto libri
I proventi dell'autore,vale dire Vittorio Arrigoni, me medesimo, andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all'orrenda strage, affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto .
Alla fine di un incontro come questo la domanda che sopraggiunge è : e ora che cosa si può fare ?
La proposta è boicottare, cominciando con non
comperare i prodotti israeliani sopratutto quelli prodotti nei territori
occupati con il codice a barra n.7290.
Questo il sito dove informarsi www.boicottaisraele.it
fonte: www.gazafreedommarch.org

Droghe e repressione
Negli ultimi anni il problema delle tossicodipendenze è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione storica, assumendo proporzioni sempre più ampie e massicce. Questo dato è uno dei segnali che attestano in modo inconfutabile i mutamenti economici, sociali e culturali avvenuti nella società, che ormai è una società di massa, in cui prevalgono tendenze e comportamenti edonistici e consumistici di massa, per cui è inevitabile che anche il consumo di droghe si affermi come un’abitudine sempre più diffusa, anzitutto per gli effetti di emulazione e omologazione culturale, cioè in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.
È necessario assumere un approccio metodologico possibilmente razionale e rigoroso rispetto a tali problematiche, per evitare di incorrere in errori di natura emotiva, che potrebbero inficiare le possibilità di conoscenza, ostacolando in partenza ogni tentativo di risposta politicamente valida e credibile. In altre parole, lo spirito con cui credo si debba affrontare la tematica delle tossicodipendenze è quello espresso in chiave artistica in alcuni cult-movie quali "Amore tossico" del 1983 e "Trainspotting" del 1996, rifuggendo da ogni pregiudizio moralistico, per porsi in un'ottica scientifica e analitica.
Pertanto, occorre riflettere, ad esempio, sul fatto che la droga nella nostra epoca occupa il posto che un tempo apparteneva al diavolo e alle streghe, o al lupo cattivo nelle favole per i bambini, cioè il ruolo che contrassegna l'elemento negativo e diabolico per antonomasia: il male. E questo è già di per sé una iattura, nel senso che costituisce un approccio profondamente errato e fuorviante, che inevitabilmente induce l'opinione pubblica a legittimare e avallare scelte politiche filo-proibizioniste, ad invocare provvedimenti autoritari e leggi "eccezionali" che non risolvono il problema, bensì lo aggravano, per scatenare risposte squisitamente repressive. In tal modo si rischia di accrescere e inasprire l'entità del fenomeno, introducendo un aspetto di allarmismo e terrorismo psicologico, una questione di polizia e di ordine pubblico che si sovrappone ad una problematica che è di natura medico-sanitaria, culturale e socio-educativa.
In questo discorso una posizione centrale è occupata dalla mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto da tempo un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria vita quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio (nonché di lotta) da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici.
Tale mistificazione ideologica è perfettamente funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad esempio, il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.
Le periodiche campagne mediatiche sulla criminalità e sull’ordine pubblico sono assolutamente false, ingannevoli e strumentali. Per varie ragioni. Anzitutto, si evita accuratamente di prendere in esame le origini e le cause oggettive della criminalità comune, tanto meno di confrontarla con la criminalità delle classi dominanti (guerre, mafia, omicidi bianchi, bancarotta, fallimenti, evasione fiscale, ecc.) che non viene mai menzionata dai mass-media ufficiali. Per gli organi di informazione l’unica criminalità esistente è quella dei proletari, degli emarginati, dei migranti, degli oppressi. Le classi dominanti mantengono il sistema con la violenza, attraverso il monopolio e l’esercizio esclusivo della forza pubblica, riversando la loro violenza sul proletariato e sulle classi lavoratrici, in modo particolare sul sottoproletariato giovanile più marginalizzato.
A tale scopo sono funzionali alcuni meccanismi costruiti ad arte come, ad esempio, il “teppismo” negli stadi di calcio e le “droghe illegali”. Ormai le violenze legate alla sfera degli stadi di calcio, da episodi “eccezionali” sono diventati la “normalità”, una situazione accolta come un fatto naturale, da aborrire e ripudiare solo in forma ipocrita e rituale, fornendo spunti per inutili dibattiti sulla carta stampata e in televisione.
Siamo di fronte ad una perversa e cinica opera di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti (economici, sociali, politici, legislativi) tra i quali figura anche il regime proibizionista vigente in materia di alcune droghe.
Sul piano economico e politico una sostanza come l’eroina è perfettamente funzionale ad un sistema basato sul dominio e sulla criminalità di classe. Dal punto di vista economico, benché l’eroinomane non costituisca una forza-lavoro intesa secondo i canoni tradizionali, tuttavia egli, essendo in pratica uno schiavo della sostanza, un maniaco dipendente, pronto a tutto, a rubare, a spacciare, ad alimentare il mercato (nero), produce reddito (illegale) in quanto forza-lavoro, come, anzi meglio di un lavoratore normale, pretendendo in cambio nessun salario e nessun contratto sindacale.
Sul versante politico gli assuntori di eroina non solo cessano di opporsi attivamente al sistema, ma offrono un terreno fertile per la repressione e la provocazione contro i movimenti giovanili di lotta e di protesta. In determinati momenti storici le droghe si sono rivelate molto utili in chiave repressiva contro i movimenti giovanili, contro le minoranze etniche e sociali, contro le avanguardie politiche che si contrapponevano frontalmente al sistema sociale dominante. Non a caso, l’eroina venne usata come una sorta di “manganello” dalle classi dominanti di ogni paese per annientare la contestazione giovanile degli anni ‘60 e ’70. Ma non c’è stata solo l’eroina. Infatti, anche altre sostanze sono state utilizzate in passato in funzione politica repressiva.
Alcune droghe pesanti sono state impiegate scientificamente soprattutto in funzione politica conservatrice e controrivoluzionaria, per sedare i fenomeni di mobilitazione e di rivolta ritenuti una pericolosa minaccia per l'ordine costituito, cioè per l'ordine padronale. Ad esempio, negli Stati Uniti durante gli anni Settanta, la diffusione pilotata di droghe quali l’eroina, la morfina, l'acido lisergico, venne decisa e posta in essere per consentire un minor ricorso alla forza repressiva della polizia e del carcere, al fine di annichilire e neutralizzare quelle esperienze di controcultura e ribellione giovanile in voga in quel periodo, nonché le lotte e le organizzazioni politiche della gente afroamericana. Il Black Power, il Black Panther Party, i Musulmani neri, gli hippies, i Weatherman e altri movimenti sovversivi statunitensi, furono sgominati anche attraverso la diffusione pilotata di sostanze tossiche come l'eroina e altre droghe deleterie.
La reazione della classe dominante statunitense non si concretizzò e non si misurò solo con i tradizionali strumenti di repressione esercitati dagli agenti dell'ordine (quelli regolari: esercito e polizia; quelli irregolari: squadrismo di destra), per cui centinaia di militanti neri e attivisti bianchi furono assassinati e altre migliaia incarcerati, ma altresì con un intervento, altrettanto brutale e repressivo, condotto sul versante culturale, mediante la diffusione (promossa e pilotata ad arte) delle droghe e della "cultura delle droghe" all'interno delle realtà dei suddetti gruppi e movimenti politici antagonisti, che in tal modo vennero definitivamente sconfitti. Si pensi alla gioventù nera americana, sterminata e brutalizzata fisicamente e mentalmente dal flagello delle droghe, danneggiata anche finanziariamente e costretta a delinquere, poiché per il drogato l'unica possibilità di sopravvivenza è il furto, che egli compie esclusivamente a scapito della propria comunità, la comunità afroamericana, e non contro la società bianca.
Questa operazione repressiva fu concepita e diretta dalla CIA (il cervello strategico e organizzativo dell’eversione e della controrivoluzione internazionale), ma fu condotta grazie al contributo apportato dalla criminalità mafiosa sicula americana e al ruolo di complicità fornito dai vertici dell'esercito nordamericano, all'epoca impegnato nella guerra in Vietnam. Un paese che insieme al Laos e alla Thailandia formava il famigerato "triangolo d'oro" delle coltivazioni di oppio. Oggi, tale primato negativo appartiene all'Afghanistan, dove non a caso è in atto un conflitto bellico guidato dall'imperialismo nordamericano, al cui seguito arrancano molte pecorelle, tra cui l’Italia.
L'eroina fu diffusa prima tra i giovani dell'esercito in Vietnam, per poi essere esportata nel mercato interno nordamericano, al fine di disgregare la realtà dei movimenti di lotta che stavano crescendo soprattutto tra le minoranze di colore, sollevando e organizzando politicamente il proletariato giovanile afroamericano, minando seriamente le basi della società statunitense. Il festival pacifista di Woodstock (un megaconcerto hippie di tre giorni vissuti all'insegna della pace e della musica, tenutosi nell'agosto 1969) fu l'occasione propizia in cui i vertici della CIA vollero sperimentare gli effetti delle droghe in un contesto di massa, per cui ordinarono alla polizia di non intervenire, per favorirne la libera diffusione tra le migliaia di giovani partecipanti alla manifestazione musicale alternativa. Ebbero modo di verificare che i giovani intossicati e storditi dalle droghe diventavano praticamente innocui, per cui decisero di ricorrere massicciamente alle nuove armi, che si rivelarono micidiali soprattutto per annientare il proletariato giovanile afroamericano. In breve tempo i movimenti antagonisti scomparvero dalla scena politica statunitense. Come avvenne in Italia alla fine degli anni '70. L'eroina si dimostrò più efficace dell’opera di repressione condotta dalle forze dell'ordine e dalle istituzioni statali ai fini della salvaguardia del sistema capitalistico occidentale. L'eroina fu dunque un elemento determinante intervenuto nella lotta di classe di quel periodo.
Le droghe pesanti furono funzionali all'azione repressiva condotta dalle forze del capitale per sconfiggere le vertenze sindacali e le battaglie rivendicative della classe operaia statunitense, per contrastare e narcotizzare i movimenti del proletariato giovanile afroamericano, per soffocare le lotte delle avanguardie politiche organizzate, per porre un freno alla rivoluzione sociale e intellettuale che si era compiuta nel decennio intercorso tra la fine degli anni '60 e la fine degli anni '70. Una rivoluzione che investì anche il costume dell'epoca, modificò radicalmente lo scenario culturale, la mentalità, la sfera sessuale, i comportamenti, le abitudini di vita, i gusti, i bisogni delle nuove generazioni del mondo non solo occidentale. Gli anni ‘80 furono, invece, gli anni del disimpegno politico, del riflusso qualunquistico, della restaurazione, e non a caso furono contrassegnati da una vera e propria escalation della diffusione ed espansione del mercato e del consumo delle droghe, sia di quelle leggere che di quelle pesanti.
Le tossicodipendenze sono solo un sintomo di un malessere più grave e sotterraneo, che sembra affliggere soprattutto la condizione giovanile, ma in realtà investe la condizione umana complessiva, coinvolgendo l'universo sociale in modo trasversale. Naturalmente, i tossicomani che provengono dalle famiglie più abbienti possono usufruire dei privilegi derivanti dalla loro estrazione sociale, mentre i drogati che appartengono alle classi inferiori e più disagiate non riescono a godere dei medesimi vantaggi. Al contrario, sono duramente penalizzati e stigmatizzati, costretti a delinquere per procurarsi la "roba", condannati a frequenti periodi di reclusione, per essere infine emarginati dalla società.
Dal punto di vista della classe sociale, non è affatto vero che un tossicomane proletario sia uguale a un tossicomane borghese, sia per la mancanza di possibilità materiali necessarie ad un'adeguata terapia disintossicante oppure ad acquistare la sostanza, sia per un diverso rapporto culturale e sociale con l'ambiente. Al contrario di un eroinomane borghese, quello di origine proletaria vive l'esperienza con la droga direttamente contro la sua classe di appartenenza, a favore del mantenimento dei rapporti capitalistici.
Non esito a pensare che le droghe non sono proibite perché pericolose, ma sono pericolose proprio perché proibite. Questo è il parossismo allucinante, la contraddizione inafferrabile che si annida persino nelle realtà ritenute (a torto) più “amene”. Il punto centrale del dibattito sulle droghe dovrebbe essere esattamente il regime proibizionista che ha deformato la visione delle cose, per cui un problema medico-sanitario, socio-educativo e culturale, è stato ridotto ad una questione di ordine pubblico, diventando una vera e propria “emergenza criminale”, strumentalizzata per scopi elettorali.
Ritengo necessario chiedersi onestamente se l'attuale normativa proibizionista riesca a debellare ed eliminare il "flagello" delle droghe. Di fatto, il regime proibizionista può a malapena scalfire la dura corteccia che avvolge la mala pianta. Lo confermano le più aggiornate stime statistiche che rivelano un costante incremento del consumo di sostanze tossiche (soprattutto di tipo sintetico) tra le giovani generazioni, segnalando in particolare una pericolosa tendenza verso la precocizzazione di tali abitudini.
Il proibizionismo è dunque più assurdo e nocivo del consumo stesso di droghe, in quanto tale sistema penale non risolve il problema, né lo intacca minimamente, ma si limita solo ad occultarlo in modo ipocrita e sciocco, negando l'evidenza, ossia che le droghe circolano ugualmente, anzi in misura maggiore rispetto a una legislazione più tollerante e permissiva, che provi a regolamentare e legalizzare il consumo depenalizzando i comportamenti che attualmente sono puniti come reati, così da alleggerire il carico di lavoro sopportato dal sistema giudiziario e penitenziario. Infatti, è proprio un regime di tipo proibizionista che permette in concreto, pur imponendo un divieto puramente rituale, una liberalizzazione crescente del consumo, un'espansione del narcotraffico e del mercato nero, gestito dalla criminalità mafiosa, che grazie a tali proventi fiorisce come una pianta malefica, con tutte le conseguenze devastanti in termini di costi umani, sociali, economici, politici e giudiziari, che inevitabilmente ne derivano.
Oggi è sempre più impercettibile, se non inesistente, il confine tra legalità e illegalità, in particolare tra economia legale e illegale, tra la “mafia capitalista”, inserita nei circuiti finanziari istituzionali, e la criminalità mafiosa convenzionalmente intesa. Il crimine è assunto al livello della legge su scala mondiale. Quella che prima si poteva considerare come una “devianza dalla norma” si è tramutata nel suo esatto contrario, giacché la devianza si è imposta come norma, intendendo per “devianza” soprattutto il delitto, a cominciare dai peggiori crimini commessi dal sistema capitalistico globale.
Lucio Garofalo

Barbarie in carcere e fuori
Il barbaro assassinio di Stefano Cucchi, un giovane di 31 anni arrestato per 20 grammi di fumo e pestato a sangue dai suoi carcerieri, è assai simile alle vicende di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e ad altri casi del genere:
http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html
http://www.reti-invisibili.net/aldrovandi/
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10283.
Segnalo altri link riguardanti l'assassinio di Stefano Cucchi:
http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/18667
http://www.beppegrillo.it/2009/10/stefano_cucchi.html
http://napoli.indymedia.org/node/10583
Non si tratta di episodi sporadici ed isolati, ma di sanguinosi pestaggi riconducibili ad una “regola” non scritta, una consuetudine ritenuta “normale”, praticata impunemente dai cosiddetti “tutori dell’ordine”, ossia i tutori dell’ordine costituito, di una società malata, retta sul delitto, sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla violenza legalizzata.
L’usanza squadrista di malmenare in caserma o in galera il poveraccio di turno, un’abitudine criminale che talvolta conduce alla morte del malcapitato, è un “rito” incivile e rozzo, un’“istituzione” barbara, indegna di uno Stato di diritto, che appartiene alla realtà dei regimi fascisti e dittatoriali. Si tratta notoriamente di una “prassi” seguita impunemente da chi, almeno sulla carta, dovrebbe garantire la legalità costituzionale e democratica. Invece, coloro che detengono ed esercitano il monopolio della forza pubblica, ovvero le cosiddette “forze dell’ordine”, fanno parte di una macchina repressiva costruita a scapito dei più deboli, degli oppressi e degli emarginati.
Il brutale omicidio (un omicidio di Stato, altro che "caduta accidentale"!) di Stefano Cucchi, su cui la magistratura ha aperto un'inchiesta, dimostra ancora una volta che le forze dell'ordine si accaniscono in modo vile e crudele contro gli elementi più deboli e indifesi della società, i reietti e gli emarginati, i diseredati e i miserabili, gli ultimi nella scala e nella considerazione sociale, i vinti nella spietata competizione per la sopravvivenza, vittime della disapprovazione e della condanna sociale, vittime della repressione poliziesca e carceraria, mentre non perseguono, anzi favoriscono e proteggono gli sfruttatori della povera gente, i veri corrotti e criminali, i veri aguzzini:
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10350.
Viviamo in un paese in cui i corruttori, i ricchi e i potenti fanno e disfanno ciò che vogliono e restano puntualmente impuniti: sfruttano ed umiliano il lavoro altrui, ingannano e derubano il prossimo, truffano lo Stato, evadono sistematicamente il fisco, guadagnano e riciclano denaro sporco e lo trasferiscono all'estero, e tutto ciò impunemente, beneficiando dell'ennesimo atto di amnistia offerta dallo "scudo fiscale":
http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/scudo-fiscale/scudo-fiscale/scudo-fiscale.html.
Il nuovo condono fiscale è un provvedimento varato da un governo composto da una banda filo-criminale che si conferma forte con i deboli e debole con i forti, ma che è stato approvato anche grazie alla colpevole complicità ed alla tacita connivenza di alcuni rappresentanti dell'opposizione parlamentare:
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/fisco-2/bagarre-in-aula/bagarre-in-aula.html
http://www.facebook.com/note.php?note_id=143877846601.
Lucio Garofalo

Priorità vere ed emergenze finte
Riporto in breve due inquietanti ed emblematici casi di cronaca della scorsa settimana.
Il primo episodio si è verificato a Milano lunedì 12 ottobre. Un uomo di origini libiche ha fatto esplodere un ordigno rudimentale di bassa potenza, contenente all’incirca due chili di esplosivo artigianale, all'ingresso della caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, nella zona di San Siro, provocando una violenta esplosione. Una compagnia di questo reggimento è attualmente dislocata in Afghanistan. Il bilancio dell'attentato è di due feriti: oltre all'attentatore, che versa in gravissime condizioni, è rimasto coinvolto un caporale di 20 anni, che ha riportato solo lievi ferite.
Il secondo episodio è accaduto a Napoli sabato 17 ottobre. In una casa del rione Sanità, nel centro storico di Napoli, un bambino di 6 anni è morto asfissiato dal monossido di carbonio generato da un braciere che la madre aveva acceso in camera per vincere il freddo. Da due settimane l’Enel aveva staccato i fili della corrente elettrica perché i genitori non riuscivano nemmeno a pagare la bolletta. Il corpo esanime del bambino è stato rinvenuto accanto alla madre agonizzante, anche lei intossicata dalle esalazioni di gas velenoso prodotto dal legno bruciato nella piccola stanza. Entrambi sono originari delle isole di Capo Verde, situate al largo delle coste del Senegal, in Africa Occidentale.
Questo tragico e raccapricciante avvenimento denuncia in modo crudo e inequivocabile la triste realtà in cui sono costretti a vivere molti stranieri immigrati nel nostro Paese.
Il reato di “immigrazione clandestina” è stato introdotto dall’articolo 10 comma bis della Legge n. 94 del 15 luglio 2009 (facente parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio 2009, n. 170. Il Decreto Legislativo è in vigore dal 3 agosto. Tale provvedimento ha indotto molte procure a sollevare rilievi e dubbi di legittimità presso la Corte costituzionale. A Torino la Procura guidata da Gian Carlo Caselli ha scritto che le nuove norme prevedono sanzioni pecuniarie irragionevoli e inapplicabili e puniscono “una mera condizione personale dello straniero”.
Il 2 luglio su Micromega, vari intellettuali, tra cui Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia e Gianni Amelio, avevano sottoscritto un “Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa”, in cui si legge: “Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l'adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati irregolari, che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti”.
Come è noto, il tema della sicurezza collegato in termini strumentali al problema dell’immigrazione clandestina, è uno storico cavallo di battaglia della Lega, che istiga ed asseconda gli istinti e i sentimenti peggiori diffusi tra la popolazione, in modo particolare tra gli strati più insoddisfatti e frustrati sotto il profilo economico e sociale.
Di fronte all’enorme tragedia rappresentata dalle nuove povertà che affliggono soprattutto gli immigrati, ma anche i settori più degradati e marginali della società italiana, persino le fasce che un tempo godevano di un relativo benessere, le questioni securitarie cavalcate in chiave elettorale dalla Lega Nord passano inevitabilmente in secondo piano. La vera emergenza è costituita dalla guerra tra i poveri e contro i poveri, non dalle finte emergenze di ordine pubblico legate al bisogno di sicurezza urbana di natura privata ed egoistica o dalle false pandemie inventate ad arte dai mass-media.
Lucio Garofalo

Il governo e il corpo-rativismo
La stitichezza si accompagna sovente all'avarizia, all'introversione, alla malinconia, alla reticenza verbale, mentre la scioltezza di corpo si associa più facilmente alla generosità, all'estroversione, all'allegria, alla loquacità. Non a caso, all’inizio della sua brillante carriera il comico Roberto Benigni scrisse e dedicò un surreale inno al corpo sciolto intitolato, per l'appunto, "L'inno del corpo sciolto".
Chi è sciolto di corpo è sciolto di mente e di spirito, ma è sciolto anche con il linguaggio. Chi evacua facilmente e frequentemente l'intestino è una persona ironica e spiritosa, che usa con facilità le parole ed è in grado di cogliere i concetti più sottili e raffinati.
A proposito di corpo sciolto vorrei soffermarmi sul tema del corpo-rativismo.
Qualche noto esponente governativo, facendo riferimento alle vertenze sorte nella scuola, ha rimproverato gli insegnanti di condurre una "battaglia corporativa". Ebbene, se per costoro il posto di lavoro, i diritti e le regole sindacali sono una questione corporativa, è probabile che abbiano un urgente bisogno di un potente lassativo, non tanto per sciogliere e svuotare l'intestino, quanto per liberare la mente dai troppi pregiudizi e luoghi comuni che provocano la stitichezza e l'impaccio del pensiero.
E' alquanto probabile che costoro confondano il "corporativismo" con lo "spirito di corpo", e con ciò intendo dire che il loro spirito è stitico ed impacciato, ossia incapace di "andare di corpo", allo stesso modo in cui il loro corpo è stitico ed impacciato, nel senso che è incapace di spirito, cioè di essere spiritoso, sciolto, ironico ed arguto.
A voler essere precisi anche sul piano lessicale, il vero corporativismo corrisponde ad un atteggiamento sistematico volto a conservare e perpetuare i privilegi esclusivi della propria categoria professionale.
Mi chiedo: è "corporativismo" anche l'ostinata lotta di chi vuole salvaguardare la propria salute fisica o tutelare l'integrità del proprio ambiente e del proprio territorio? Secondo tale logica la dura vertenza condotta, ad esempio, dagli abitanti della Val di Susa contro l'alta velocità sarebbe una "battaglia corporativa"? E altrettanto corporativi sarebbero gli scioperi e le lotte sostenute dagli operai per difendere i propri posti di lavoro contro la crisi economica e i licenziamenti di massa? Certamente, mi sembrano battaglie assolutamente giuste e dignitose, sacrosante e necessarie.
Probabilmente si crede che il "corporativismo" degli insegnanti costituisca una tendenza conservatrice e piccolo-borghese, ossia classista ed opportunistica, in quanto finalizzata esclusivamente alla preservazione dei privilegi economici (ma quali sono questi privilegi?) di una sola categoria professionale, cioè il corpo docente. Al contrario, il "corporativismo" degli operai avrebbe maggior dignità e valore in quanto potrebbe trasformarsi (ma in virtù di quale meccanismo o processo?) nella lotta di classe.
Pertanto, il corporativismo operaio corrisponderebbe all'operaismo rivoluzionario, alla lotta di classe contro il capitalismo, spettante alle masse operaie. Di conseguenza, la lotta di classe sarebbe il risultato di un processo storico determinato dalle tendenze economiche, sindacali e politiche di origine operaia? Non mi pare proprio. Basta vedere come vota una parte cospicua degli operai nel nostro Paese.
Riassumendo in breve il pensiero stitico ed impacciato di taluni esponenti governativi "anti-statalisti", questo sarebbe il loro schema di ragionamento "anti-corpo-rativista":
- corporativismo operaio = lotta di classe rivoluzionaria;
- corporativismo degli insegnanti = tendenza egoistica e classista in difesa dei propri privilegi economico-professionali = opportunismo piccolo-borghese.
Complimenti, dunque, ai suddetti ministri, che dimostrano di non possedere idee molto chiare e molto sciolte, ossia hanno poche idee, oltretutto confuse. Suggerirei di assumere un efficace lassativo per sciogliere il loro pensiero dai tanti impacci mentali che ne impediscono le capacità di analisi e di ragionamento. Ovviamente non alludo ai metodi purgativi di stampo fascista, in modo particolare alle soluzioni a base di olio di ricino adottate da quel regime politico dittatoriale che, per un ventennio, ha dispensato "purghe" in tutta Italia, non certo per sciogliere o liberare la mente degli italiani. Anzi!
Concludo dicendo che una coscienza di classe matura anche attraverso battaglie che sorgono inizialmente come "corporative", laddove una mente originariamente corporativistica riesce a liberarsi, ad acquisire e ad esprimere una crescente capacità di analisi e di critica della società nel suo insieme. Il salto di qualità politico-intellettuale avviene nel momento in cui da uno stato di "autocoscienza individuale", il soggetto si evolve verso un livello superiore di "autocoscienza universale".
Mi accorgo di essere diventato un pò troppo astruso e complicato, per cui i poveri esponenti del governo potrebbero sentirsi ancora più ingolfati nel loro cervello oltremodo stitico ed impacciato.
Lucio Garofalo

L.U.P.O. e la lista "Osimo in Comune", a nome di tutti i compagni, esprimono solidarietà ai lavoratori in lotta della MANULI di Ascoli Piceno.
Di nuovo si mette a rischio il futuro dei lavoratori solo per poter avere maggiori guadagni delocalizzando l'azienda e la lavorazione in un altro paese,stavolta in Cina.Tutto questo dopo che queste aziende hanno ottenuto finanziamenti ed agevolazioni sia dalla regione che dal governo. E' in questo modo che i nostri "bravi" imprenditori contano di salvare l'economia italiana?E' in questo modo che intendono utilizzare il denaro loro concesso dai governi?E' in questo modo che intendono riparare il loro giocattolo,capitalismo e consumo,ormai rotto?Ricordiamo loro che quel denaro è nostro.Appartiene ai cittadini e nessuno ha il diritto di utilizzarlo solo per i propri bassi fini,senza renderne conto.
Come nel caso della "INNSE PRESSE" di Milano i lavoratori sono in prima linea in questa lotta! Gli operai della Manuli,coraggiosamente,presidiano la loro fabbrica per evitare che i macchinari vengano smontati e portati via!
In tutta la regione la grande impresa e la piccola-media impresa danno vita ad operazioni dello stesso tipo.Delocalizzano e lasciano operaie ed operai senza reddito utilizzando la "crisi" come scusante.Eppure le stesse aziende lavorano e producono quanto e più di prima in paesi del terzo mondo,Africa,est Europeo,o Asia.Tutto questo solo per riuscire ad aumentare i profitti a discapito dei lavoratori.E' giunto il momento di dire basta a queste operazioni ed a questo modello economico.Non è possibile sostenere un sistema di questo tipo,dal momento che salvaguarda solamente la classe padronale e la casta politica.I nostri diritti conquistati con le dure lotte dopo la fine dell'ultima guerra mondiale e la nostra aspirazione ad una vita degnitosa sono sotto attacco tutti i giorni ormai.Si cerca di far passare ancora l'opinione che l'interesse degli imprenditori coincida con gli interessi della classe operaia.Questo poteva essere ritenuto fondato forse tra il 1950 ed il 1970,anni della ricostruzione e del boom economico Italiano.Oggi ci rendiamo conto che quel che preme ai nostri industriali è solamente il profitto che riescono a realizzare,mentre gli interessi,le condizioni di vita e di lavoro degli operai non sono mai considerati.Anzi vengono richiesti sempre nuovi sacrifici,che dovrebbero essere accettati come unica soluzione possibile e,per giunta,senza protestare!
Noi diciamo NO!
Approfittiamo di questi eventi per chiedere alla CGIL la creazione di un coordinamento tra le RSU della provincia di Ancona e dell'intera regione Marche,vista la "guerra" che è stata dichiarata contro gli operai!Un coordinamento RSU è fondamentale nella difesa dei nostri redditi e dei nostri diritti.Solo l'organizzazione del movimento operaio può portare vittorie in questa "guerra".
La RESISTENZA e la vittoria degli operai "INNSE" insegna che non possiamo più fare passi indietro,che non possiamo aspettare,che è questo il momento di rispondere agli attacchi.
L.U.P.O. e Lista "Osimo in Comune"

NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI LIBERTA’ DI STAMPA
Le vicissitudini politico-mediatiche degli ultimi giorni, sfociate nelle querele che Silvio Berlusconi ha deciso di sporgere contro La Repubblica e L’Unità, quindi le dimissioni di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, l’organo ufficiale della CEI, hanno fatto riemergere il tema, già di per sé scottante e controverso, della libertà di stampa, nonché altri aspetti riconducibili ad un conflitto latente tra i poteri forti presenti a livello nazionale.
Ma procediamo con ordine per tentare di comprendere la logica di tali vicende.
Il 26 agosto scorso, il Capo del governo ha deciso di adire le vie legali depositando una citazione per danni contro il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica per contestare le dieci domande (evidentemente scomode) che per oltre due mesi il giornalista Giuseppe D’Avanzo gli ha posto sulle sue frequentazioni sessuali, senza ricevere alcuna risposta.
Probabilmente ciò che avrebbe indotto Berlusconi ad agire legalmente contro La Repubblica sono le insinuazioni su una sua presunta “ricattabilità” e su presunte infiltrazioni al vertice dello Stato italiano da parte di centri mafiosi, in particolare della mafia russa, e l’ampia eco che tali notizie hanno avuto sulla stampa internazionale.
Pochi giorni fa il direttore di Avvenire e Sat2000, Dino Boffo, ha rassegnato le dimissioni con una lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Boffo era stato vittima di pesanti accuse sulla sua vita privata, in modo particolare sulle sue abitudini sessuali, messe al centro di una feroce e smisurata campagna diffamatoria condotta in modo cinico e spregiudicato da Vittorio Feltri, direttore del Giornale, il quotidiano edito dal fratello del premier Paolo Berlusconi.
Nello stesso giorno delle dimissioni di Boffo, il presidente del Consiglio ha deciso di trascinare in tribunale il direttore de L’Unità, Concita De Gregorio, insieme ad altre quattro colleghe del noto quotidiano. La denuncia per diffamazione farebbe formalmente riferimento ad una serie di articoli sugli scandali sessuali di questa estate.
E’ evidente che i violenti attacchi sferrati contro alcuni tra i maggiori organi di stampa nazionali non possono essere ricondotti semplicemente ad alcuni fatti episodici, né ai motivi ufficialmente addotti nelle querele inoltrate dai legali del premier, ma si inquadrano e si spiegano all’interno di una cornice più vasta e complessa che vede al centro non solo la libertà di informazione, sempre più minacciata da fenomeni di squadrismo, killeraggio ed imbarbarimento politico, ma pure una serie di affari ed interessi legati ad importanti centri di potere, tra cui non sarebbero da escludere gli scontri interni al Vaticano tra la Segreteria di Stato e la Conferenza Episcopale Italiana.
Secondo don Andrea Gallo, cappellano della comunità genovese di San Benedetto al Porto, il direttore Dino Boffo sarebbe stato di fatto sacrificato e le sue dimissioni sarebbero il risultato “di una manovra vaticana” tesa a favorire il governo “in cambio dell’approvazione della legge sul testamento biologico”. Don Gallo aggiunge che tale manovra “dimostra che la situazione è in mano alla Segreteria di Stato vaticana”.
Al di là dell’attendibilità o meno di affermazioni che sono state rilasciate da una personalità ecclesiastica che si presume conosca bene le dinamiche interne alla chiesa vaticana, è certo che quanto sta accadendo negli ultimi tempi rischia di accelerare un processo degenerativo ed involutivo della vita politica italiana a scapito soprattutto del livello già basso della libertà di stampa e di informazione vigente nel nostro paese.
Basta citare la prima classifica mondiale della libertà di stampa pubblicata qualche tempo fa da Reporters sans frontières, in base alla quale l'Italia, in virtù dell'irrisolto conflitto di interessi del Capo del governo, si colloca addirittura al 40° posto, dietro a paesi latino-americani come il Costa Rica, l’Ecuador, l’Uruguay, il Cile, il Paraguay, El Salvador e il Perù, superata da Stati africani come il Benin, il Sudafrica e la Namibia.
Pertanto, come scrive Concita De Gregorio in un editoriale del 2 settembre scorso: “È venuto il momento non solo di una grande mobilitazione, necessaria ma non sufficiente. È il momento di opporre allo strapotere dei soldi la politica, che sia quella l'argine al declino della democrazia. È anche venuto il momento, cari cittadini, di sostenere con forza rinnovata chi si sottrae alla logica del plutocrate. Di dare più forza alle voci del dissenso, ogni giorno. Non tanto e non solo per noi, che dal 1924 abbiamo conosciuto stagioni peggiori. Per tutti, per l'Italia che verrà”.
Lucio Garofalo

Esportazione della merce democratica
Francamente non credo nella possibilità di esportare la cosiddetta "democrazia" in quanto diffido dei falsi principi della democrazia liberale borghese, che reputo uno strumento ideologico di occultamento della reale natura rapace e violenta dell'economia capitalista, retta sull'alienazione e sulla mercificazione dei valori umani, su inique e crescenti disuguaglianze materiali e sociali.
La cosiddetta “democrazia” non è altro che un'ipocrita forma di mistificazione e copertura del delitto più atroce che si possa immaginare: l’alienazione del lavoro umano, lo sfruttamento di masse sottosalariate sempre più indifese e ricattabili, costrette a travagliare per l'arricchimento di minoranze voraci e privilegiate. Ritengo che la tanto osannata democrazia sia solo la "migliore", forse la più raffinata rappresentazione costituzionale della dittatura borghese. Inoltre, sono convinto che tale ordinamento istituzionale non sia esportabile con procedure arbitrarie e sistemi cruenti, facendo ricorso alla primitiva irrazionalità della guerra.
In particolare, la “democrazia occidentale” non è esportabile in quelle società segnate da un'evidente arretratezza economica, come i paesi egemonizzati dalla presenza di un radicalismo religioso che in passato era avallato dalla politica dubbia dell'occidente. Il quale ha creato gli stessi mostri che oggi proclama di voler combattere, ha armato e foraggiato gli Stati più tirannici del mondo, ovunque e quando conveniva farlo. Penso a quei regimi dispotici e sanguinari, la cui ascesa al potere è stata voluta e caldeggiata proprio dalle potenze occidentali, guidate dagli USA, che hanno favorito e finanziato i movimenti islamici più oltranzisti. Si pensi a figure come Bin Laden, ai gruppi fondamentalisti ostili e bellicosi come i Talebani, armati e appoggiati dal mondo occidentale in funzione chiaramente anti-sovietica durante la guerra in Afghanistan seguita all'invasione compiuta dall'armata russa alla fine del 1979.
"Due pesi e due misure"
Da sempre mi ripugna la linea di condotta ambigua e opportunistica dell'occidente, riassumibile nella formula "due pesi e due misure", una politica che affama e dissangua i popoli del Terzo mondo, condannandoli ad un destino di miseria e sottomissione.
Anziché lodare a chiacchiere le virtù "salvifiche" della democrazia, invece di proclamare in astratto i "sacri" principi liberali, piuttosto che annunciare velleitariamente la volontà di esportare la democrazia ovunque sia assente, l’occidente farebbe meglio se provvedesse ad impiantarla nella realtà dei propri Stati, sempre meno tolleranti e democratici, sempre più autoritari e illiberali.
L'ideologia dell'esportazione della democrazia serve a fornire un alibi utile a giustificare la carenza di democrazia all'interno delle società occidentali. Come tutte le ideologie, si tratta di un abile travestimento escogitato per coprire i delitti più aberranti. In realtà, dietro la tesi ufficiale della "necessità di esportare la democrazia" si annida un meccanismo di espropriazione violenta delle ricchezze materiali e culturali dei popoli del Terzo Mondo. Al riparo dei magnifici ideali della libertà e della democrazia, sbandierati al cospetto dell'opinione pubblica mondiale, si ammanta una sanguinosa spinta di espansione globalizzatrice esercitata dall'economia di mercato, dalle forze che sono all'origine delle guerre di rapina combattute nel mondo.
Mercimonio democratico
Immaginiamo paradossalmente che io approvi l'idea di esportare la democrazia. Ma anzitutto chi, quale autorità internazionale, in virtù di quali principi (se non sono condivisi da tutti i popoli del mondo) stabilisce l'esistenza o meno della democrazia, accerta il grado di democraticità di uno Stato e decreta, eventualmente, l'opportunità di esportarla, cioè di imporla con la forza delle armi?
Tale logica è semplicemente folle in quanto concepisce la democrazia alla stregua di una merce alienabile ovunque, un articolo di lusso che non tutti i popoli possono permettersi. E qual è il prezzo corrente sul mercato? Forse milioni di morti o miliardi di dollari?
Dunque, ammesso per ipotesi che io accetti il presupposto di quella concezione che pretende l'esportazione di una lucrosa merce chiamata "democrazia", perché mai questa deve essere esportata solo in alcune regioni come il Golfo persico, casualmente ricche di pozzi petroliferi, di risorse energetiche e altre pregiate materie prime, o di alcune produzioni che assicurano ingenti proventi economici criminali come, ad esempio, le coltivazioni di oppio in Afghanistan?
In questa fitta rete di scambi e traffici, leciti e illeciti, nel connubio tra politica e affari, si ripara un autentico mercimonio della democrazia, il cui costo in termini di denaro, di capitali, ma soprattutto di vite umane, sembra oltrepassare ogni ragionevole limite e ogni capacità di sopportazione terrena. In altri termini, mi domando se l'abominevole "merce democratica" acquisti maggior valore laddove esistono condizioni oggettive di ricchezza del sottosuolo e preziose fonti di sfruttamento e profitto economico.
Perché questa laida democrazia non viene esportata in altre realtà del mondo, in aree geografiche dove non esistono risorse petrolifere, né materie prime che possano attrarre gli interessi delle potenze occidentali e delle corporation multinazionali? Penso a sterminate regioni dell’Africa, dove intere popolazioni sono massacrate da una micidiale guerra alimentare, sono schiacciate da un apparato economico che genera solo miseria e sottosviluppo, sono perseguitate da feroci dittature militari che si susseguono senza soluzione di continuità con la complicità del mondo occidentale. Il quale finge di piangere, dissimulando commozione solo quando si consumano le catastrofi umanitarie e ambientali, prevedibili con largo anticipo.
L'esportazione brutale della “merce democratica” non sarebbe possibile in tutto il mondo, essendo sconsigliabile un'espansione bellicista globale, essendo inconcepibile una militarizzazione dell’intero pianeta.
In questo osceno binomio tra affarismo criminale e democrazia si svela l'origine di quella cinica e perversa logica dei "due pesi e due misure": la democrazia non si può e non si deve imporre su tutto il globo, ma solo laddove conviene alle potenze occidentali, per conservare e accrescere i privilegi e l'opulenza economica dei paesi più ricchi. Quindi, per assicurare in perpetuo i profitti dei colossi multinazionali che continuano a rapinare impunemente le ricchezze, non solo materiali, dei popoli della Terra. I quali, in cambio, non potranno nemmeno godere dei vantaggi derivanti dalla “prodigiosa democrazia”.
Questa non intende essere una conclusione definitiva che esaurisce per sempre una riflessione che mi auguro possa proseguire e svilupparsi, fornendo spunti originali per l'interpretazione, ma soprattutto per la trasformazione dello stato di cose esistenti.
Lucio Garofalo

LA GELMINI E IL NUOVO ANNO SCOLASTICO
Esordisco con un promemoria per aiutare gli smemorati. Ricordo che con un semplice articolo, inserito all’ultimo istante, l’art. 4 del decreto legge n. 137/2008 dal titolo “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università“, meglio noto come Decreto Gelmini, il governo ha reintrodotto la figura del “maestro unico”, azzerando trent’anni di organizzazione e buon funzionamento della scuola elementare. Un’istituzione che, in base alle statistiche internazionali, ha sempre dimostrato di funzionare molto bene, collocandosi ai vertici delle graduatorie mondiali.
Il Decreto è, a tutti gli effetti, una legge dello Stato, essendo stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1° settembre 2008. Con l’inizio, ormai imminente, del nuovo anno scolastico, si annuncia una vera “rivoluzione” nell’assetto organizzativo e didattico della scuola primaria, una “riforma” imposta con una decisione unilaterale, senza alcun confronto con i sindacati e le varie componenti del mondo della scuola, senza consultare nemmeno il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, senza alcuna riflessione di natura teorica, giuridica e tantomeno pedagogica.
Il ministro ha pensato di imporre dall’alto la resurrezione del maestro unico, malgrado siano trascorsi all’incirca vent’anni da quando, con l’istituzione dei moduli organizzativi, questa figura è stata abolita, estendendo a tutta la scuola elementare le pratiche di collaborazione e condivisione di responsabilità tra i docenti, maturate nella sperimentazione del tempo pieno.
L’ordinamento della scuola elementare, fondato sulla pluralità docente, ha consentito agli insegnanti di affinare le proprie competenze didattiche, ha favorito la diffusione di uno spirito di cooperazione, rendendo la scuola elementare una comunità dialogante, ricca di risorse umane e professionali, di stimoli e conoscenze. La pluralità dei docenti, ossia dei modelli educativi, comportamentali e culturali, ha offerto un arricchimento in termini di atteggiamenti, valori e apprendimenti, maturando una crescente apertura verso la complessità multiculturale del mondo contemporaneo.
Ma non c’è solo la restaurazione del maestro unico a destare preoccupazione. Il ritorno all’antico sembra essere una moda, uno stile di questo governo, non solo sul fronte della politica scolastica. Appare chiaro che la Gelmini è una sorta di “ministro ombra” e che la politica scolastica la detta Tremonti. Ricordo un articolo che Tremonti ha inviato al Corriere della Sera il 22 agosto 2008, intitolato "Il passato e il buon senso", in cui il ministro dell’economia anticipava i temi dei voti, dei libri di testo e del numero dei docenti per classe, indicando la linea da seguire alla Gelmini.
Sul piano occupazionale le conseguenze sono devastanti e si prospetta una vera macelleria sociale. Nel complesso è stato calcolato che il taglio di insegnanti solo nella scuola elementare, per effetto della restaurazione a regime del maestro unico, sommerebbe ad oltre 80mila posti, ma saranno i precari ad essere massacrati.
Pertanto, il governo insegue semplicemente un ritorno al passato che gli permetta di fare cassa, riscuotendo nuovi introiti a scapito della già malconcia scuola pubblica, mentre le risorse finanziarie vengono dirottate altrove. Scimmiottando con 30 anni di ritardo il modello anglo-americano, cioè le politiche neoliberiste che hanno ispirato le amministrazioni ultraconservatrici di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli USA, il piano del governo Berlusconi è di subordinare la scuola pubblica agli interessi e al servizio del mercato del lavoro. La conseguenza inevitabile sarà lo smantellamento della scuola pubblica, per concedere una formazione d’eccellenza ad una platea sempre più elitaria e procurare una manodopera crescente a basso costo proveniente dalle scuole pubbliche, riservate alle masse popolari.
Questo è ciò che senza indugi il duo Tremonti/Gelmini intende fare del sistema di istruzione del nostro Paese. Una scuola dove il binomio competenze/conoscenze viene cancellato e sostituito dalla voce abilità. Una scuola sempre più simile ad una sorta di “supermercato” dell'offerta educativa e sempre meno comunità educante.
Lucio Garofalo

SOLIDARIETA' PER GLI OPERAI DELLA MANULI DI ASCOLI PICENO
Di nuovo si mette a rischio il futuro dei lavoratori solo per poter avere maggiori guadagni delocalizzando l'azienda e la lavorazione in un altro paese, stavolta in Cina.Tutto questo dopo che queste aziende abbiano ottenuto finanziamenti ed agevolazioni sia dalla regione che dal governo. E' in questo modo che i nostri "bravi" imprenditori contano di salvare l'economia italiana? E' in questo modo che intendono utilizzare il denaro loro concesso dai governi? E' in questo modo che intendono riparare il loro giocattolo,capitalismo e consumo,ormai rotto? Ricordiamo loro che quel denaro è nostro. Appartiene ai cittadini e nessuno ha il diritto di utilizzarlo solo per i propri bassi fini,senza renderne conto.
Come nel caso della "INNSE PRESSE" di Milano i lavoratori sono in prima linea in questa lotta! Gli operai della Manuli, coraggiosamente, presidiano la loro fabbrica per evitare che i macchinari vengano smontati e portati via!
In tutta la regione la grande impresa e la piccola-media impresa danno vita ad operazioni dello stesso tipo. Delocalizzano e lasciano operaie ed operai senza reddito utilizzando la "crisi" come scusante. Eppure le stesse aziende lavorano e producono quanto e più di prima in paesi del terzo mondo,Africa,est Europeo,o Asia.Tutto questo solo per riuscire ad aumentare i profitti a discapito dei lavoratori. E' giunto il momento di dire basta a queste operazioni ed a questo modello economico. Non è possibile sostenere un sistema di questo tipo,dal momento che salvaguarda solamente la classe padronale e la casta politica. I nostri diritti conquistati con le dure lotte dopo la fine dell'ultima guerra mondiale e la nostra aspirazione ad una vita dignitosa sono sotto attacco tutti i giorni ormai. Si cerca di far passare ancora l'opinione che l'interesse degli imprenditori coincida con gli interessi della classe operaia. Questo poteva essere ritenuto fondato forse tra il 1950 ed il 1970,anni della ricostruzione e del boom economico Italiano. Oggi ci rendiamo conto che quel che preme ai nostri industriali è solamente il profitto che riescono a realizzare,mentre gli interessi,le condizioni di vita e di lavoro degli operai non sono mai considerati. Anzi vengono richiesti sempre nuovi sacrifici,che dovrebbero essere accettati come unica soluzione possibile e,per giunta,senza protestare!
Noi diciamo NO!
Approfittiamo di questi eventi per chiedere alla CGIL la creazione di un coordinamento tra le RSU della provincia di Ancona e dell'intera regione Marche,vista la "guerra" che è stata dichiarata contro gli operai!Un coordinamento RSU è fondamentale nella difesa dei nostri redditi e dei nostri diritti. Solo l'organizzazione del movimento operaio può portare vittorie in questa "guerra".
La RESISTENZA e la vittoria degli operai "INNSE" insegna che non possiamo più fare passi indietro,che non possiamo aspettare,che è questo il momento di rispondere agli attacchi.
L.U.P.O. - Lista "Osimo in Comune"

La questione comunista
di Fosco Giannini
Editoriale da l'Ernesto di Maggio/Agosto 2009
La costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra.
Pur essendo passato un po’ di tempo, si deve e si può ripartire – per riaprire una discussione sullo “stato delle cose” relativa ai comunisti/e in Italia, alla questione dell’unità dei comunisti e a quella, centrale, della ricostruzione di un unico partito comunista nel nostro Paese – dalle elezioni europee, dal loro svolgersi sino all’esito elettorale. Partiamo dalle europee non per artifizio retorico, ma perché nel processo di costruzione della “ Lista comunista e anticapitalista”, nella messa a valore (o non messa a valore…) di essa nella campagna elettorale e - infine – nel suo dato elettorale definitivo, crediamo siano contenute oggettivamente questioni pregnanti ed essenziali che hanno un valore che va al di là del contingente, del passaggio elettorale stesso, questioni che, a partire dalla Lista, la trascendono, divenendo paradigmatiche di una fase e di una serie di contraddizioni oggi presenti tra i comunisti e all’interno del movimento comunista italiano.
Il quadro complessivo della UE
I risultati elettorali nei diversi paesi dell’Unione europea, pur tra differenziazioni e sfaccettature, ci consegnano: - la vittoria delle destre; - il crollo delle socialdemocrazie; - la tenuta e ripresa delle forze comuniste e di sinistra anticapitalista. Le destre egemonizzano ormai largamente il senso comune dei popoli dell’Unione europea, ma al cospetto di questo dato “superficiale” e facilmente riscontrabile vi è un’altra questione che invece è quasi del tutto elusa (anche a sinistra), per nulla indagata. Si tratta del rapporto oggettivo che intercorre tra la vittoria delle destre e la base materiale di tale vittoria; in altre parole: il rapporto tra le destre politiche vincenti e la matrice dalla quale si formano: l’Unione europea come polo neo-imperialista in formazione, che in virtù della propria natura e nell’obiettivo di entrare in forze nella battaglia internazionale contro gli altri poli imperialisti per la conquista dei mercati, punta a demonizzare culturalmente e politicamente le forze comuniste e anticapitaliste del vecchio continente; a colpire, sottomettere ed emarginare le organizzazioni storiche del movimento operaio (politiche e sindacali), offrendo così un terreno di organizzazione del consenso alle forze della destra e persino dell’estrema destra. È questo un dato importante, decisivo sul piano strategico, poiché chiede a tutte le forze di sinistra (dai comunisti alle sinistre anticapitaliste e d’alternativa della Ue) di abbandonare velocemente ogni illusione riformista sull’Unione europea per intraprendere invece un cammino di lotta, dal carattere antimperialista, volto ad una organizzazione di un conflitto sovranazionale sia contro le politiche euro-atlantiche della Ue che contro le sue politiche liberiste. È questo per i comunisti che in Italia si battono per l’unità e per un nuovo partito comunista unito, un dato particolarmente importante, poiché ci parla della natura che tale partito dovrebbe avere anche nella battaglia contro le derive conservatrici e di destra della Ue.
Sicuramente, un altro punto importante messo a fuoco dal dato elettorale delle europee è il crollo – dal carattere storico e su di un’area continentale - delle socialdemocrazie. Esso non è casuale e trova le sue ragioni razionali in un quadro internazionale di nuovo segnato – negli ultimi vent’anni – dal ritorno prepotente della lotta interimperialista per la conquista dei mercati (altro che fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, come fantasticavano gli adulatori di Toni Negri e della categoria dell’Impero). I nuovi poli imperialisti tendono a regolare i rapporti di forza a loro favore per comprimere e diminuire i salari, tagliare le spese sociali per istruzione, sanità, servizi sociali (salario indiretto), pensioni (salario differito), in modo da poter disporre di una quota maggiore di profitto da investire in una spietata competizione interimperialistica globale. Cosa che, regolarmente e senza opposizione di classe – né politica né sindacale - è avvenuta in Italia, ma non solo1. Cosa direbbe, oggi, Luciano Lama, di fronte al grande strazio sociale prodotto: concepirebbe ancora, come prioritaria, la linea della “concertazione” in nome degli “ interessi nazionali”? In questo quadro è rimasto ben poco da redistribuire socialmente e alle forze socialdemocratiche è stata tolta l’acqua ove nuotare. Esse, in questo contesto, perdono di senso storico e ruolo sociale. Il responso elettorale è conseguente. È chiaro quindi che la crisi delle socialdemocrazie e (più strutturalmente) l’impossibilità di fase di intraprendere serie politiche neokeynesiane pone problemi seri anche alle forze comuniste, che non possono più coprire a sinistra (pena la condanna elettorale, come è accaduto per l’Arcobaleno) alleanze di sinistra moderata prive di ogni afflato riformatore e forza di cambiamento, come la vicenda – più esce dalla cronaca ed entra nella “storia”, e più si rivela politicamente drammatica per i comunisti – del governo Prodi dimostra.
Un’altra lezione che ci viene impartita dalle elezioni europee è quella relativa alla tenuta e alla ripresa delle forze comuniste e anticapitaliste, lezione che viene ampiamente a dimostrarci come la “crisi del movimento comunista” sia in verità la crisi del movimento comunista italiano. Ma su questo punto troverete un’ampia analisi nell’articolo del compagno Fausto Sorini.
Il quadro italiano: il Pdl non stravince
Un altro dato che occorre tenere in considerazione è quello relativo ai consensi elettorali (per le europee) conseguito dai maggiori partiti italiani. Il PDL di Berlusconi ottiene alle europee oltre 10 milioni di voti (35,3%), perdendone – rispetto alle elezioni nazionali del 2008 – circa 2 milioni; il PD ottiene alle europee oltre 8 milioni di voti (26,1%), perdendone, rispetto al 2008, circa 3 milioni. L’intera destra italiana raggiunge - alle ultime europee - il 54,2%. Le due forze maggiori (PDL e PD) perdono consensi significativi e ciò potrebbe alludere al fatto che nessuna delle due forze ha ancora concluso la fase transitoria di costruzione per divenire partito di massa radicato e strategicamente consolidato e che entrambe queste forze potrebbero essere vittime, in una fase non lontana, di crolli elettorali. Nonostante il berlusconismo sia “venduto” (dallo stesso PDL) come un regime dalla vasta e profonda potenza, i dati elettorali ci dicono che in fondo, rispetto alla veloce e vasta mutevolezza che ha dimostrato avere in quest’ultimo quindicennio l’elettorato italiano, esso non è affatto ancora pienamente stabilizzato, non riesce ancora ad essere pienamente e propriamente un regime.
Possiamo forse azzardare una lettura meno contingente e dai caratteri più strutturali: il punto è - crediamo - che il grande capitale italiano non ha ancora scelto definitivamente su quale cavallo politico salire per giungere ad una “democrazia per il profitto” stabile e - da ogni punto di vista - per essa rassicurante. Sintomatico è stato il fatto che, recentemente, anche il Corriere della Sera (oltre a La Repubblica) è sceso in campo - rispetto ai suoi tanti vizi privati e alle sue introvabili pubbliche virtù - contro Silvio Berlusconi. Il Corriere della Sera e La Repubblica: due rappresentanti di blocchi diversi della borghesia italiana uniti contro il capo del governo. Qualcosa si muove? E perché?2 Resta il fatto che il quadro politico è in forte mutazione carsica e che i due blocchi politici maggiori sono in lotta (lo scarto elettorale non così vasto, appunto, lo dimostra) per rappresentare la borghesia italiana. Con quali strategie, con quale forma di regolazione e controllo delle masse in una crisi economica profonda che il padronato sa – ad onta dei proclami ottimistici di Tremonti – niente affatto superata? Tutto ciò non può non interessare i comunisti del nostro Paese, che non dovrebbero cadere di nuovo – come vi cadde il Bertinotti della fase ipermovimentista – nella trappola di Marco Revelli, quella teorizzante l’assoluta sovrapponibilità tra centro-destra e centro-sinistra.
Il risultato della Lista comunista e anticapitalista alle europee
Innanzitutto – come è ovvio – è necessario valutare il dato elettorale: quel 3,4% (oltre un milione di voti) ottenuto dalla Lista, un dato che è stato immediatamente brandito come un simbolo funereo dagli oppositori interni al PRC della Lista comunista e anticapitalista. Alcuni leader dell’area “vendoliana” rimasta in Rifondazione hanno subito strillato ai quattro venti che quel 3,4% era una sconfitta disastrosa quanto quella dell’Arcobaleno e che, dunque, sia la Lista che l’Arcobaleno dovevano essere per sempre archiviati3. C’è da dire che alla critica chiaramente strumentale dell’“area Rocchi” al dato elettorale della Lista si sono – con toni diversi - aggiunte voci di parti della maggioranza, quelle che, partendo da posizioni politiche che si autodefiniscono più “radicali”, da “comunisti di sinistra”, trovano poi un punto solidale con quelle posizioni del PRC, moderate e ormai “post-comuniste”, contrarie all’unità dei comunisti e ad un partito comunista unico in Italia.
Ma come giudicare, in verità, quel 3,4% ottenuto dalla Lista? Come giudicarlo obiettivamente e in modo scevro da strumentalizzazioni? Noi non crediamo certo che esso rappresenti una vittoria, è anzi il segno delle difficoltà di un movimento comunista italiano che oggi si trova a pagare per intero il prezzo di decenni di errori e tradimenti dei suoi vari gruppi dirigenti: da quelli dell’ultimo PCI sino alla Bolognina, giungendo alla stagione davvero distruttiva e nefasta del bertinottismo. Tuttavia, questo è un giudizio che, pur essendo necessario, è di tipo generale, strutturale, mentre abbiamo anche il bisogno di circoscrivere quel 3,4% nel suo preciso – breve - contesto temporale, quello che va dalla scelta della Lista sino al voto di giugno, passando per la campagna elettorale. E circoscrivendo razionalmente l’esito elettorale in questo lasso di tempo non possiamo più parlare – come fanno i compagni “catastrofisti”, quelli che formano l’arco che va dagli ex vendoliani ai “comunisti di sinistra” del PRC – di sconfitta bruciante, ma di una sconfitta con molte attenuanti; un dato elettorale, comunque, ben distante dalla Waterloo arcobalenista, un consenso comunista da cui davvero si può ripartire, con speranze razionali di farcela.
Parte del PRC ha remato contro la lista unitaria
Cosa è accaduto, concretamente, per farci esprimere un giudizio di questo tipo, che rifiuta una lettura catastrofista del voto di giugno? Dal nostro punto di vista, molte e negative cose, in una certa misura addebitabili anche – lo diciamo senza remore e senza ipocrisie – ad una parte del gruppo dirigente nazionale del PRC, la parte che va (ancora) da aree di “comunisti di sinistra” allo stesso compagno Ferrero, segretario del Partito. Innanzitutto occorre ricordare che sul voto “europeo” di giugno, sulla Lista comunista, pesavano due macigni enormi, potenzialmente in grado, da soli, di portare a fondo la Lista: da una parte la sconfitta storica dell’Arcobaleno (bruciante e in grado di produrre ancora onde alte di disaffezione, scetticismo e lontananza del “popolo comunista” dai due partiti comunisti che ne fecero parte) e d’altra parte la pesantissima scissione operata da Vendola e da buona parte del gruppo dirigente storico bertinottiano del PRC poco prima della tornata elettorale: una mazzata politica e simbolica che, perpetrata nelle stesse dimensioni, avrebbe potuto abbattere una forza ben più corposa del PRC e della Lista stessa. Si sono manifestati inoltre seri problemi ed errori (oltre ad ostacoli eretti scientemente, contro la Lista, da parte di alcuni dirigenti del PRC) relativi alla fase stessa della campagna elettorale, che hanno finito per essere determinanti per il mancato raggiungimento del 4%. Gran parte di questi errori sono fioriti sull’albero della “paura comunista”: una parte del PRC – composta da pezzi della maggioranza unita alla minoranza -, per paura che la Lista fosse percepita come l’anticipazione dell’unità dei comunisti, o potesse divenire tale, ha cercato in tutti modi (sotterranei o meno) di smorzare l’essenza comunista della Lista, finendo per danneggiarla, sia sul piano politico e sociale che sul piano mediatico ed elettorale. I risultati di questa pulsione contraria alla Lista si sono visti sin da subito: - La sua stessa costituzione è stata fatta slittare sino all’ultimo, sperando che lo sbarramento per le europee non ci fosse e che dunque la Lista non dovesse farsi, speranza meschina che ha bruciato tanto tempo utile per la campagna elettorale. - Una volta fatta la Lista (obtorto collo, per diversi all’interno del PRC) non vi è stato un lavoro assiduo volto a farla divenire popolare, a crearle attorno la necessaria passione popolare (paura massima per i contrari all’unità dei comunisti). La stessa manifestazione di Piazza Navona di fine marzo, diretta a presentarla pubblicamente, è stata fatta – da parte del PRC - in tono minore, col risultato che la manifestazione stessa ne è uscita dimezzata (poca gente, piazza mezza vuota).
- All’inizio della campagna elettorale – addirittura! – il Dipartimento Enti Locali del PRC invia una “circolare” a tutto il Partito, a tutte le Federazioni, con cui si chiede di non lavorare (dunque, di sabotare) nelle elezioni amministrative per liste comuni col PdCI, di non utilizzare in quelle elezioni il simbolo per le europee, precostituendo così una situazione diffusa di confusione e di scarsa mobilitazione generale e persino di avversione per la Lista comunista e anticapitalista. In alcune aree, importanti anche sul piano simbolico (Milano, Torino), il messaggio negativo inviato dal Dipartimento Enti Locali passa e la lista unica col PdCI non si fa, ingenerando così uno stato confusionale tra lo stesso elettorato comunista, che vede i comunisti uniti per le europee e divisi per le amministrative: un messaggio che viene dalle metropoli, dunque forte, che aggrava, agli occhi del nostro elettorato, quel senso della divisione già pesantemente alimentato dalla scissione di Vendola e che spinge tanti comunisti (a cominciare proprio da Torino e Milano) a disertare le urne o a cambiare voto. - La stessa scelta di Paolo Ferrero di non presentarsi alle elezioni europee (anche qui: paura di mettere in campo, con Diliberto candidato, un’anticipazione del partito comunista unito) certo non ha aiutato a rendere più prestigiosa e più accattivante la Lista e sicuramente ha partecipato al mancato raggiungimento di quello 0,6% in più col quale oggi i due partiti comunisti italiani sarebbero presenti nel Parlamento europeo. Vi sono state altre questioni che hanno oggettivamente danneggiato la Lista: il vero e proprio oscuramento mediatico (che non si era dato per L’Arcobaleno di Bertinotti né si è dato per Sinistra e Libertà, a dimostrazione di come si muove la borghesia italiana e come si muove lo stesso D’Alema, che ormai da lungo tempo opera per la cancellazione dei comunisti in Italia); il regalo fatto improvvisamente da Giulietto Chiesa a Marco Ferrando, che ha eroso alla Lista proprio ciò che le è mancato per superare lo sbarramento; lo spostamento verso il partito di Di Pietro, operato scientificamente da alcuni “dirigenti comunisti” per danneggiare la Lista: molte cose sono accadute e tutte nell’unico segno: evitare l’affermazione della Lista comunista.
La crisi del movimento comunista in Italia è profonda e viene da lontano
Abbiamo scritto all’inizio che il non raggiungimento del 4% è il segno - innanzitutto - di una crisi profonda del movimento comunista italiano, che dovrà fare una gran fatica a risollevarsi dai colpi mortali che l’eurocomunismo, Occhetto e Bertinotti gli hanno inferto e dunque è qui la base reale delle difficoltà e lo diciamo affinché non si cerchino risposte consolatorie, anche per il risultato europeo; tuttavia anche le difficoltà contingenti - quelle descritte - hanno certamente partecipato al mancato conseguimento del 4%. Ed è proprio questo micidiale combinato disposto - dato dalle difficoltà oggettive, di carattere strutturale e storico che pesano sui comunisti e da quelle incontrate nella campagna elettorale - che ci fa dire che quel 3,4 % non è da buttare, che è il segno che si può ricominciare, a patto, certamente, che i comunisti giungano ad una decente accumulazione di forze (attraverso la loro riunificazione), tornino a praticare il loro ruolo di soggetto principe nel conflitto contro il capitale, si radichino nei luoghi di lavoro, nei territori, si attrezzino per intervenire, come si diceva un tempo, in ogni piega della società, e si dotino di un corredo teorico e politico all’altezza dell’odierno scontro di classe.
È in questo senso che abbiamo sempre proposto, praticato ed interpretato la linea dell’unità dei comunisti: una linea volta a superare la divisione del movimento comunista italiano (unificazione dei due partiti e riassorbimento della “diaspora comunista”) attraverso una ricollocazione del Partito comunista italiano riunificato nel campo della lotta antimperialista e anticapitalista e la ridefinizione di un progetto politico e teorico rivoluzionario, attraverso una linea complessiva (teoria e prassi) volta ad acutizzare le contraddizioni capitalistiche, non a sanarle (obiettivo al quale puntano le sinistre moderate, comprese quelle “bertinottiane”); volta cioè – come primo compito di fase - a far saltare il progetto del capitale (che è quello – ai fini del mantenimento inalterato del potere e del profitto - della pace sociale, “poiché il capitalismo – come oggi scrive chiaramente Slavoj Zizek – può prosperare solo in condizioni di stabilità sociale di base”), per poter cancellare dal senso comune la nozione secondo la quale il capitalismo è natura immutabile e riproporre strategicamente - a partire dalle coscienze intellettuali su posizioni di classe e dalle aree più avanzate e combattive del mondo del lavoro – l’esigenza storica e il disegno di una transizione al socialismo.
Sulla crisi del movimento comunista italiano: da molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta “questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e riaprire un’opzione antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro Paese. Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più analitici, possiamo asserire, è che tale involuzione prende corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una provincialistica enfatizzazione del ruolo storico e mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del movimento comunista e antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo (e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e al grande ruolo che oggi gioca, sul piano planetario, la grande triade Russia- Cina – India.); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina” (un passaggio politicamente devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi dell’essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo che torna (dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico della rifondazione comunista, ma sferra un nuovo, letale colpo alla stessa residua autonomia comunista italiana. La crisi capitalistica è anche un’opportunità per la ripresa del movimento comunista
Le attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento comunista italiano (diciamo, non casualmente, italiano, poiché le ultime elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono, esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva. La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni capitalistiche: già dal prossimo autunno, la crisi del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti, avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa comunista. Questione comunista e unità delle sinistre
Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e - insieme- ad una crisi del capitale che si presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre condizioni: - un’accumulazione di forze (ed è per questo che tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero - per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e diaspora comunista); - una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè la costituzione di un Centro studi avente il compito di dar vita ad una stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi seria della società italiana, che un progetto di transizione al socialismo); - infine, una capacità di unire (sul campo, nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.
Oggi, il punto è: come queste tre condizioni possono sussistere e svilupparsi entro la Federazione di sinistra (la chiamiamo, per favore, “comunista e di sinistra”?) che ha preso avvio a Roma il 18 di luglio? Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze comuniste (e cioè il processo unitario tra PRC, PdCI ed altre soggettività comuniste); la ricerca e lo sviluppo di un profilo politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di razza, di scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del berttinottismo e delineare un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe; l’obiettivo di aggregare attorno al cardine comunista la diffusa sinistra anticapitalista e antiliberista: queste tre condizioni possono darsi solo se, entro la Federazione, i comunisti rimangono autonomi, sul piano culturale, politico, organizzativo ed economico; se essi non vengono sussunti nella Federazione; se la Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo soggetto politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe a mano a mano la (residua e già debole) cultura comunista sino a portarla ad estinzione.
In sintesi, la questione è la seguente: la costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra. Se questa distinzione verrà mantenuta potranno darsi – dialetticamente - sia la costruzione di un più forte partito comunista che quella dell’unità della sinistra di classe. Se tale distinzione cadrà, saremo di fronte al fallimento di entrambe le opzioni. Dobbiamo saper criticamente riassumere, da materialisti, le lezioni della storia. E ricordare, dunque, che esperienze di federazioni di sinistra, in Europa, si sono già avute e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia, il tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da Maria Damanaki (oggi finita, significativamente, nel Partito Socialista greco) di cancellare, attraverso la Federazione, l’autonomia del Partito comunista di Grecia è finito in una scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna, nell’ormai lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista spagnolo ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa Izquierda – animale politico ambiguo più che mai, quanto moderato – è ormai di fronte al proprio fallimento politico ed elettorale.
Ripetiamo: la questione non è quella di rifiutare, in Italia, la Federazione, anzi dobbiamo ribadire il fatto che l’unità della sinistra di classe non è solo, socialmente, “giusta in sé”, ma - se ben condotta - è anche base materiale di rafforzamento della stessa opzione comunista; la questione è che essa non deve divenire la tomba dell’autonomia comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di trasformarsi - bertinottianamente, vendolianamente - in un nuovo partito politico, in un nuovo Arcobaleno. Lo diciamo perché, invece, le pulsioni alla sua trasformazione in un nuovo partito politico di sinistra sono potenti. Fare di essa una Die Linke italiana, ha affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a Roma, il 18 luglio; mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti politici di Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista rivoluzionario, riprendendo interamente lo spirito e la lettera della Seconda Internazionale. Ed è stato lo stesso Cesare Salvi, nella relazione introduttiva al convegno romano della Federazione, a porre chiaramente il problema della “necessità”, per ogni soggetto della Federazione, di praticare cessioni di sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello Statuto dei primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si chiedeva ai vari soggetti (soprattutto al PCE, che era il soggetto più forte) di cedere sovranità, negandogli, in due articoli decisivi, la possibilità di sviluppare una politica internazionale autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la cessione continua di sovranità è stata la causa essenziale del declino profondo dei comunisti spagnoli. La cessione di sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e PdCI.
I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a condizione di poter sviluppare, in piena autonomia, una politica antimperialista e anticapitalista. Se ciò non fosse possibile, per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento comunista italiano si avvierebbe alla fine. È stato il compagno Claudio Grassi a chiarire che la questione centrale non è quella di “quale contenitore” debba essere la Federazione, ma che cosa essa debba fare sul terreno della lotta sociale e politica: è l’impostazione giusta. Ed è stata la compagna Manuela Palermi, nel convegno romano del 18 luglio, a ribadire con forza l’esigenza – anche all’interno della Federazione – di mantenere e sviluppare l’identità comunista. È questa la strada: autonomia comunista e unità della sinistra anticapitalista. Se questo rapporto dialettico si rompesse a favore di una deriva izquierdista partitica, l’unità dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia, per le condizione date, forse per un lungo periodo non troverebbero più modo di prendere forma e concretamente realizzarsi.
Riprendere e intensificare l’iniziativa per l’unità dei comunisti
In questa situazione sarà quanto mai opportuno
che tutti i compagni, tutti i comunisti, dentro e fuori il PRC e il Pdci, che si
sono battuti in questi anni - ed aspirano oggi - a sviluppare una presenza
comunista organizzata in Italia, sappiano prendere le opportune iniziative volte
a costruire momenti reali – possibilmente permanenti e non solo occasionali
– di unità comunista, sviluppando coordinamenti e forme di cooperazione
organizzata per affrontare questioni essenziali per la costruzione di una linea
politica comunista: – la costruzione di un sindacato unitario di classe e il
ruolo dei comunisti; antimperialismo e solidarietà internazionalista; l’organizzazione,
lo sviluppo e diffusione di una cultura critica marxista nelle condizioni del
monopolio capitalistico dei mass media; gli immigrati quale parte più sfruttata
e oppressa del proletariato… Su queste e altre questioni occorre favorire e
organizzare il confronto tra i compagni, che hanno bisogno di parlare
concretamente di esse, non in termini “politicisti”, non nell’ottica dei
microschieramenti e microgruppi interni o esterni ai due partiti comunisti,
ciascuno a guardia del proprio microspazio con la propria etichetta doc; occorre
tornare ad analizzare il reale con gli strumenti dei comunisti, e tornare ad
essere i promotori e i protagonisti di lotte di massa, di resistenze sociali,
politiche, culturali, alla gestione capitalistica della crisi. Nella UE, in
Italia in particolare, tutti gli indicatori ci parlano di un acutizzarsi della
crisi che colpirà pesantemente i lavoratori, in primis i precari, e gli strati
più deboli della società. I comunisti possono, debbono, essere i promotori
della resistenza proletaria alla crisi del capitale. Possono, se sapranno
praticare concretamente l’unità, superare visioni tatticistiche e
particolaristiche, di piccola bottega, che tanto danno hanno fatto anche negli
ultimi tempi; se sapranno, lavorando a fianco a fianco - compagni del Prc, del
Pdci, della Rete dei comunisti, e i tanti della diaspora comunista -, volare
alto, nella consapevolezza che si gioca oggi una partita importante, forse
fondamentale per la presenza di una politica comunista in Italia. Questa
rivista, che ha la grande ambizione nel nome che porta, di coniugare ragione
marxista e generosa dedizione rivoluzionaria, e i compagni che ad essa fanno
riferimento e ne hanno reso possibile col loro lavoro quotidiano la quasi
ventennale pubblicazione, sono impegnati ad essere promotori e punti di
riferimento per le iniziative culturali, politiche, di lotte sindacali e nei
territori, nella difficile battaglia per la ricostruzione in Italia di un
partito comunista adeguato alle terribili sfide del nostro tempo.

storia della Innse e non solo
"I.R.I = Istituto per la Ricostruzione Industriale
ridefiniamola
I.D.I ... = Istituto per la Distruzione Industriale
Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e fu l'ente che modernizzò e rilanciò l'economia italiana durante soprattutto gli anni '50 e '60; nel 1980 l'IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni l'IRI fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d'America; nel 1992 chiudeva l'anno con 75.912 miliardi di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite.
Ancora nel 1993 l'IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato con 67.5 miliardi di dollari di vendite.
Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere nel 2002. La liquidazione
Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 l'IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. *v*
Cose ignobili da far sapere:
la RESISTENZA dei dipendenti dell'INNSE.
Fabbriche, svendite d'imprese IRI, svendita dell'I.R.I. stessa e incentivi del governo Prodi (ex presidente I.R.I.) per rilanciare imprese già precedentemente svendute ... dal presidente IRI.
L'epoca Prodi
Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell'IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista alla guida dell'IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell'IRI durante la presidenza Prodi portò a:
la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l'Alfa Romeo, privatizzata nel 1986; la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali; la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat; lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica; la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi che avanzarono un'offerta alternativa per bloccare la vendita. L'offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME ). (ndr - vedi Processo SME ) Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l'IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:
" (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. " ( S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)
È comunque indubbio che in quegli anni l'IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di "privatizzazioni". "
La Innse passò di "mano in mano": dalla Innocenti , quella dei tubi e della Lambretta fino alle mani giapponesi: Nel febbraio 2006 con l'intervento di Castelli , osservando la legge Prodi, Silvano Genta se la compra per solo 700mila euro, altro protagonista di questo trasferimento di proprietà l'assessore al lavoro Bruno Castaldi di rifondazione comunista. i 153 mano d'opera sopravvissuti a questi passaggi di mano in mano possono tornare al tornio. Eh, non ce li vuole tenere Genta al tornio! che lemme lemme si vende i macchinari , riuscendo a realizzare due milioni e mezzo di euro vendendone sette, e il rofondarolo Casatti, troppo ingenuo! dice "Solo dopo, troppo tardi, abbiamo scoperto che era un rottamaio!". E non solo i rottamai ci sono in questa storia, e questo è il paese dei palazzinari! in questo caso l'Aedes spa, che è proprietaria dei terreni dove sorgono i capannoni: le aree le trovi in tutte le storie che fetono, dall'immondizia, alle baracche dei rom da abbattere! L'Aedes spa sta alquanto in "crisi" per la..crisi immobiliare; Genta si è fatto milioni di euro facendo il rottamaio, però deve dei crediti a l'Aedes per mancato pagamento d'affitto...le "bolle" si intrecciano a tutti i livelli! che l'Aedes pure lei ha bella "esposizione" con le banche, azionisti: Intesa San Paolo e Monti dei Paschi e la Fininvest di Berlusconi, oh ce li trovi tutti!!! A fine luglio la Consob approva un aumento di capitale di 150milioni di euro "L'Aedes può ripartire!" finalmente!!!! a spese della Innse e delle tute blu: all'alba del 2 agosto di questo anno arrivò la polizia per smantellare l'area dagli "ingombri" di macchinari rimasti e delle tute blu. Circolano voci che al posto dei capannoni sorgeranno altre cose: un polo universitario? dei residence? un business park? o la creatività di Fuksas?, si parla anche della vendita a fondi arabi per risanare i debiti.
Le tute blu stanno sulle gru a fare la loro lotta, coi loro debiti, con il salario che non fa arrivare a fine mese, coi loro mutui da pagare e le famiglie da sostenere. e a chi si fanno i crediti a favore? a questi:
http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20090803&fonte=TLB&codnews=669
Banche: Abi, siglato accordo su credito a favore Pmi - nota
(Teleborsa) - Roma, 3 ago - È stato firmato oggi a Milano l'Avviso comune tra l'Abi e le altre rappresentanze dell'Osservatorio permanente sui rapporti banche-imprese, con cui si condividono alcuni impegni a favore delle Pmi che a causa della crisi registrano difficoltà finanziarie temporanee. In particolare: una sospensione del pagamento della quota capitale delle rate di mutuo vantate dalle banche nei confronti delle Pmi e misure volte al miglioramento della patrimonializzazione delle imprese. L'Avviso comune individua nello specifico i seguenti interventi: - operazioni di sospensione per 12 mesi del pagamento della quota capitale delle rate di mutuo; - operazioni di sospensione per 12 mesi ovvero per 6 mesi del pagamento della quota capitale implicita nei canoni di operazioni di leasing rispettivamente "immobiliare" ovvero "mobiliare"; - operazioni di allungamento a 270 giorni delle scadenze del credito a breve termine per sostenere le esigenze di cassa, con riferimento alle operazioni di anticipazione su crediti certi e esigibili; - un contributo al rafforzamento patrimoniale delle imprese di piccole e medie dimensioni, prevedendo un apposito finanziamento o altre forme di intervento per chi realizza processi di rafforzamento patrimoniale.
L'Avviso prevede in particolare che: - sono ammissibili alla richiesta di sospensiva del pagamento le rate, per la parte di quota capitale, dei finanziamenti bancari a medio e lungo termine (mutui) e le operazioni delle operazioni di leasing finanziario in essere alla data della firma dell'Avviso. Le rate devono essere in scadenza o già scadute (non pagate o pagate solo parzialmente) da non più di 180 giorni alla data di presentazione della domanda; - possono effettuare la domanda di sospensione le imprese che alla data del 30 settembre 2008 avevano esclusivamente posizioni classificate dalla banca "in bonis" e che al momento della presentazione della domanda per l'attivazione della sospensione o dell'allungamento dell'anticipazione su crediti non hanno posizioni classificate come "ristrutturate" o "in sofferenza" ovvero procedure esecutive in corso; - per le imprese che alla data della presentazione della domanda sono ancora classificate "in bonis" e che non hanno ritardati pagamenti, la richiesta si intende ammessa dalla banca che ha aderito all'Avviso, salvo esplicito e motivato rifiuto; - la sospensione della quota capitale delle rate determina la traslazione del piano di ammortamento per periodo analogo. Gli interessi sul capitale sospeso sono corrisposti alle scadenze originarie. - le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno 2010. L'Avviso ha validità per le operazioni che presentano caratteristiche pari a quelle descritte o migliorative per il cliente della banca. L'accordo non comporta l'applicazione di ulteriori costi per le imprese, fatti salvi gli interessi calcolati sulla base del contratto originario, né la richiesta di garanzie aggiuntive.
Abi si è detta particolarmente soddisfatta per il raggiungimento di un'intesa che va ad aggiungersi a tutte le altre realizzate negli ultimi mesi con imprese e istituzioni e che serviranno ad affrontare e superare questo difficile periodo. L'Abi ha confermato la piena disponibilità del sistema bancario a collaborare nella difficile sfida della ripresa, in un contesto in cui la recessione lascia prevedere pesanti effetti sugli andamenti economici del settore. L'Abi ha auspicato, altresì, un intervento di miglioramento strutturale della tassazione a carico delle banche per ridurre lo svantaggio competitivo rispetto ai principali concorrenti europei non appena ciò sarà possibile.
oh tute blu lo fanno per il bene vostro! hanno detto che così tornate al tornio, dicono...... e ci tornerete con la paga magari dimezzata ma ci tornerete!
vittoria L'Avamposto degli Incompatibili www.controappunto.org

L'AFRICA E I POTENTI DEL G8
Al termine del summit internazionale tenutosi a L'Aquila nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi ha proclamato con la consueta alterigia ed enfasi retorica: "Il G8 è stato un successo, sono stati stanziati 20 miliardi per l'Africa". In realtà, il vertice de L'Aquila si è concluso con una serie di clamorosi fallimenti rispetto agli ambiziosi obiettivi fissati nell'agenda. Sorvoliamo il tema dei mutamenti climatici, non tanto perché secondario o marginale, quanto per concentrarci sul nodo centrale dell'economia globale rappresentato dalla frattura sempre crescente tra Nord e Sud del mondo e dalle iniziative politiche a favore soprattutto del continente africano e contro la fame nel mondo. Ebbene, su tale versante il G8 ha annunciato solo vaghi e generici impegni e proclami verbali che, come ormai succede puntualmente, verranno smentiti dai fatti.
Dunque, il vertice del G8 si è rivelato come l’ennesima operazione mediatica sbandierata come un evento persino filantropico e umanitario, con uno scopo liberale quanto pragmatico, almeno stando agli scopi dichiarati e alle enunciazioni di principio, quale la cancellazione del debito economico che strangola i paesi africani. Al di là della buona fede e delle buone intenzioni, reali o presunte, di qualche ingenuo spettatore tendenzialmente credulone e sprovveduto, a chi è per indole, vocazione e formazione intellettuale sempre vigile e critico, diffidente e malpensante, non è sfuggito il vero carattere, per nulla caritatevole e misericordioso, di tale avvenimento, ossia una finalità ipocrita e strumentale di mera propaganda ideologica. Come altre precedenti iniziative persino spettacolari, anche questo annuncio “buonista” appare assolutamente funzionale, o comunque strumentalizzabile, ai fini di un disegno ideologico e propagandistico teso, tra l’altro, a “ripulire” la coscienza sporca della "ricca e opulenta" civiltà occidentale, per procedere infine a riabilitare un sistema economico di rapina, di espropriazione e sfruttamento materiale e intellettuale imposto a danno di miliardi di esseri umani, un sistema economico planetario che da anni è precipitato in una grave perdita di consensi, oltre che in una fase di profonda crisi strutturale.
A questo punto, mi sorge spontanea una domanda: ma chi sono i veri debitori e i veri creditori? Mi spiego meglio. L’Africa, culla del genere umano e delle prime civiltà storiche, è uno sterminato continente ricco di risorse umane e ambientali: forza-lavoro, acqua, petrolio, oro, diamanti, avorio e altre preziose materie prime. Queste immense ricchezze - non solo materiali, se si pensa al saccheggio culturale che ancora oggi subiscono le popolazioni africane - per secoli sono state depredate ed estorte ai legittimi proprietari, ossia gli africani, da parte di una ristretta schiera di superpotenze economico-imperialistiche (soprattutto europee, con l’aggiunta degli Stati Uniti, mentre il Giappone ha sempre mirato al dominio e allo sfruttamento coloniale del continente asiatico) che, in nome di una pseudo-legalità internazionale, continuano a pretendere la restituzione del cosiddetto debito economico accumulato da regimi locali dispotici e corrotti, collusi con lo strapotere occidentale, in seguito ad incessanti acquisti di armi da guerra, i cui principali produttori ed esportatori mondiali sono, non a caso, i suddetti Stati occidentali. Se leggiamo bene la storia dell’Africa (e dell’intero pianeta) ci rendiamo perfettamente conto che è il "ricco e civile" mondo occidentale ad essere debitore, sia sotto il profilo materiale che culturale, verso i popoli africani, non il contrario. Eppure, chi espone le cose come realmente sono, ossia crudamente e senza ipocrisie, è criticato e bandito quale “nemico” dell’occidente.
Dal canto suo, il G8 ha creato uno dei paradossi più assurdi che si siano mai conosciuti, ma che esprime emblematicamente ed efficacemente la follia e le violente contraddizioni che sono alla base dell’assetto economico sociale vigente su scala planetaria. Infatti, mentre da un lato i capi di Stato riuniti nel G8 hanno pomposamente annunciato di voler abbattere il colossale debito economico (che ammonta a svariate migliaia di miliardi di dollari: una cifra spaventosa) che affoga i paesi africani e che in effetti non potrà mai essere estinto completamente dato che solo gli interessi annui stanno letteralmente strozzando lo sviluppo di quei popoli, soprattutto dell’Africa sub-sahariana e centro-meridionale, dall'altro lato dietro i proclami retorici si annidano nuove, pericolose liberalizzazioni in ambito economico internazionale.
A parte le condizioni di estrema povertà materiale in cui versa oltre un miliardo di persone che vive con meno di un dollaro al giorno, occorre evidenziare la catastrofe sanitaria provocata dalla crescente diffusione di perniciose malattie epidemiche quali l’Aids, che in occidente sono ormai debellate o sotto controllo, mentre in vaste zone del continente africano stanno causando un vero e proprio sterminio di massa a causa degli alti costi dei vaccini imposti dalle multinazionali farmaceutiche. Ebbene, il mio profondo scetticismo scaturisce esattamente dall’analisi dell’esperienza storica, che mi induce a dubitare del valore di simili iniziative che servono, probabilmente, solo a rimuovere i sensi di colpa e la cattiva coscienza del mondo occidentale. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto finora ai paesi poveri, sia finito in parte nelle tasche dei ceti ricchi dei paesi poveri, in parte è ritornato ai ricchi dei paesi più ricchi in termini di interessi (usurai) sul debito oppure attraverso la vendita di armi.
Allora, si dirà, come sono “bravi, buoni e generosi” i bianchi occidentali, che sono persino disposti ad azzerare il debito finanziario che uccide l’Africa e il Terzo mondo in generale! Ma, domando, quale strozzino ha mai estinto, di sua spontanea volontà, il debito (o una parte di esso) contratto dalle proprie vittime? Nessuno. Eppure siamo pronti a credere che una cosa del genere possa improvvisamente accadere agli usurai dell’economia globale, soltanto perché lo ha detto la Tv, solo perché lo hanno annunciato alcuni capi di stato. Ma che ingenuità sovrumana! Inoltre, seguendo i telegiornali, ad un certo punto ho visto scorrere le immagini dei potenti del G8, alla stregua di un vero e proprio spot elettorale. Ciò mi ha ulteriormente confermato che un obiettivo strategico di simili iniziative “benefiche”, condotte a livello verticistico, è quello di sottrarre l’iniziativa ai movimenti di base e alle masse, che evidentemente possono solamente svolgere un ruolo da spettatrici, per assegnare invece una funzione decisiva e primaria agli statisti del G8 i quali, grazie anche ai loro giullari e servitori addetti alla propaganda, possono riacquistare la credibilità e il prestigio perduti.
Tuttavia, i capi di stato del G8 non sono tanto potenti e determinanti quanto lo sono, invece, altri centri di comando e dominio “imperiale”, ovvero: le multinazionali, soprattutto quelle petrolifere, degli armamenti, dei farmaci, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altre strutture del potere economico sovranazionale. Pertanto, le migliori campagne di sensibilizzazione non si promuovono organizzando eventi di pura retorica e demagogia politica, o allestendo megaspot elettorali a beneficio dei presunti padroni della Terra, bensì costruendo dal basso percorsi di lotta, di elaborazione, riflessione e progettazione politica, in cui le masse popolari riescano ad esercitare un ruolo di protagonismo reale, attivo e consapevole, e non quello di semplici spettatori e consumatori passivi di ciò che ormai è diventato soprattutto uno dei tanti mega-spettacoli dello starsistem politico internazionale. Ovviamente, mi riferisco al summit del G8.
Questa è l'umile opinione di un cittadino del mondo che non intende conformarsi agli schemi politici e culturali dominanti, ma cerca di sfuggire alle facili suggestioni suscitate dai mass-media e da iniziative prettamente propagandistiche. In buona sostanza, il mio intento è di smascherare la natura ipocrita e mistificante di tali operazioni di portata planetaria che vengono spacciate come attestati di solidarietà e di amicizia universale, ma in realtà approfittano della buona fede e delle speranze dei popoli. Non sono un mago né un profeta, per cui non conosco né intendo suggerire la “soluzione” rispetto ai gravi problemi che affliggono gran parte dell’umanità, come la drammatica emergenza della povertà estrema in cui versano i popoli africani. A tale scopo, comunque, non servono le iniziative quali il G8, che celano e perseguono altri interessi, orientati a vantaggio dei decisori del G8 e di quel 20 % di ricchi che consumano oltre l’80 % del reddito materiale prodotto dall’intero pianeta.
Lucio Garofalo

IL 10 LUGLIO IN MARCIA VERSO L’AQUILA
CONTRO IL G8 RESPONSABILE DELLA CRISI GLOBALE
PER LA RICOSTRUZIONE SOCIALE AL 100% DELLA CITTA’
Otto anni dopo Genova il G8 torna in Italia. I responsabili della crisi economica, sociale, ambientale vengono a L’Aquila nel tentativo di dettare ai popoli del pianeta le loro politiche basare sull’esclusione, la guerra, lo sfruttamento, la devastazione ambientale, la precarizzazione del lavoro. Otto anni dopo le ragioni del movimento di Genova si sono rafforzate: il G8 è, ancor più di allora, illegittimo, fiera della vanità dei potenti, luogo impegnato esclusivamente a reiterare lo stato di ingiustizia globale.
Siamo contrari al G8 e lo abbiamo dimostrato in questi mesi, con il sostegno e l’approvazione del Forum Sociale Mondiale di Belem e di quello Europeo di Malmoe, a partire dalla manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, e poi con quelle di Siracusa, Torino, ancora Roma, Lecce e Vicenza no-Dal Molin, protestando contro i G8 tematici gestiti da coloro che hanno provocato la crisi globale e che vorrebbero continuare a guidare il mondo sulla stessa catastrofica china. E’ il dominio incontrastato del profitto e della mercificazione totale – che il movimento noglobal contesta da almeno un decennio – il responsabile di una crisi mondiale che non è solo economica e finanziaria, ma anche ambientale, climatica, energetica, alimentare e bellica. Abbiamo detto in questi mesi che non vogliamo essere noi – popoli del mondo - a pagare la crisi causata dai padroni del globo: e abbiamo messo in campo, da Belem ad Atene, da Londra a Strasburgo, fino alle città italiane antiG8 , un programma alternativo di uscita dalla crisi, egualitario, solidale, pacifico, ecologico, a favore dei popoli, dei lavoratori, dei più deboli e indifesi. Siamo in particolare contrari al G8 a L’Aquila. Al meschino tentativo del governo Berlusconi di usare il terremoto e le disgrazie della popolazione aquilana per tentare di impedire le legittime proteste contro il G8 e contro la gigantesca truffa della ricostruzione affaristica , imposta con la gestione proconsolare e militare delle tendopoli da parte della Protezione Civile, che utilizza di nuovo l’emergenza come dispositivo di controllo autoritario dei territori. Il governo cerca di trasformare la tragedia degli aquilani in una gigantesca speculazione edilizia-vedi il decreto capestro sul terremoto 39/2009 trasformato in legge rigettando ogni emendamento- che ridisegni il territorio a favore di lorsignori, che cerchi di mascherare la più generale crisi economica della provincia e della regione, imponendo condizioni di vita drammatiche agli sfollati, azzerando ogni tentativo di partecipazione e ricostruzione dal basso, sociale e solidale, impedendo persino assemblee e riunioni nei campi e la diffusione di materiale informativo. Berlusconi vuole usare il G8 per deprimere la crescente protesta degli aquilani – manifestatasi in modo cristallino nelle manifestazioni cittadine e in quella del 16 giugno a Roma davanti al Parlamento – che si sta unendo e rafforzando intorno alla CAMPAGNA 100%. Ovvero: 100% DI RICOSTRUZIONE con contributi che coprano la totalità dei danni subiti da tutte le case e da tutte le attività; 100% DI PARTECIPAZIONE perché città e paesi vanno ricostruiti dagli abitanti; 100% DI TRASPARENZA, perché ogni euro impiegato va reso pubblico; 100% DI AQUILANI A L’AQUILA perché tutti/e devono tornare nelle loro case , e a settembre in particolare tutti gli studenti devono potere essere a scuola e nelle Università del loro territorio. Nel quadro del programma condiviso dalle Assemblee nazionali svoltesi a L’Aquila il 1 e il 21 giugno, della mobilitazione antiG8 e contro la militarizzazione dei territori, oltre alle altre forme di protesta che ci hanno visto e ci vedranno impegnati/e in tante città – tra le quali ricordiamo quella del precedente Coordinamento antiG8 La Maddalena, il Forum “Contra su G8” a Sassari il 7-8 luglio - promuoviamo, tenendo conto della presenza anche a Roma delle delegazioni dei potenti del G8, le seguenti manifestazioni a carattere nazionale, a cui invitiamo a partecipare tutte le associazioni e le reti, le forze sindacali, politiche e sociali che hanno sostenuto in questi anni il movimento noglobal, per portare più vicino possibile al vertice G8 la nostra indignazione contro i responsabili della crisi globale e gli sciacalli speculatori del terremoto.
MARTEDI 7 LUGLIO A ROMA ore 17 P.Barberini
GIOVEDI 9 LUGLIO A ROMA ore 18 CIE di Ponte Galeria
VENERDI’ 10 LUGLIO A L’AQUILA ore 12 marcia dalla staz.Paganica ai Giardini Comunali (al centro di L’Aquila)
Rete Nazionale Contro il G8

Solidarietà ai compagni arrestati per aver manifestato a Torino contro il G8 dell'Università!
Montano le provocazioni e le intimidazioni in vista delle manifestazioni contro il G8 dell’Aquila!
Arrestati diversi compagni accusati di aver manifestato a Torino contro il G8 dell’Università!
Berlusconi e la sua banda di razzisti e fascisti sta preparando un nuovo massacro stile Genova 2001!
Libertà per i compagni arrestati!
Oggi in diverse città (Torino, Bologna, Padova, Napoli) sono stati arrestati 21 compagni e altre decine sono stati perquisiti dalla Polizia Politica (Digos, Ros). Questa operazione, come i precedenti arresti del 10 giugno e le cariche e le intimidazione nei confronti dei manifestanti che sabato sono scesi in strada a Vicenza, si inquadrano in un chiaro disegno repressivo orchestrato dalla banda Berlusconi per cercare di terrorizzare i giovani, i lavoratori, la casalinghe, gli immigrati che giustamente si stanno organizzando per lottare contro i caporioni dell’imperialismo mondiale che si riuniranno in questi giorni all’Aquila. Inoltre, con questa serie di provocazioni e di operazioni repressive, questa banda di razzisti, fascisti e mafiosi che governa il nostro paese sta cercando di creare, con l’avvallo dell’opposizione, un clima favorevole alla ripetizione di operazioni tipo la mattanza di Genova del 2001.
La prima risposta, la più forte e avanzata che possiamo dare a queste azioni repressive di stampo fascista è sviluppare la più ampia e popolare partecipazione alla manifestazione del 10 luglio all’Aquila e chiedere l’immediata scarcerazione dei compagni arrestati. Contemporaneamente dobbiamo sviluppare la più vasta denuncia della linea repressiva portata avanti dal governo contro lavoratori, giovani, immigrati. Una linea fascista e razzista sostanzialmente condivisa (o comunque tollerata) dai partiti e dagli schieramenti della destra e sinistra borghese. Non è più tempo per distinguo, per le suppliche e per la richiesta di moderazione. Chi non si schiera, senza se e senza ma, contro queste operazioni di chiaro stampo fascista ne diventa connivente e sostenitore. Rivoltiamo questa manovra contro la banda di fascisti, razzisti, speculatori e mafiosi che governa il nostro paese! Usiamo anche la lotta contro la repressione per rafforzare la costruzione di un fronte unito contro la crisi dei padroni e del loro sistema, per elevare la concezione delle organizzazioni operaie e popolari, per sviluppare i legami e il coordinamento tra esse, per estendere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari nel nostro paese!
Usiamo la manifestazione del 10 luglio per bastonare il cane che annaspa! Mandiamo a casa la banda Berlusconi!
Libertà per i compagni arrestati!
Partecipiamo in forze alla manifestazione contro il G8!
Costruiamo un fronte unito contro la repressione
per rafforzare la lotta per far pagare la crisi ai padroni!

Adesione e sostegno manifestazione 2 giugno NO F35
Il Partito dei CARC aderisce, sostiene e partecipa alla manifestazione nazionale del 2 giugno contro gli F 35
Cacciamo via il governo della guerra, della servitù agli imperialisti USA e ai gruppi sionisti, della devastazione del nostro paese!
Guerra, repressione, stragi sul lavoro, persecuzione degli immigrati, disastri come quelli dell’Aquila, licenziamenti, precarietà, lavoro nero, degrado, distruzione dell’ambiente: è la “via d’uscita dalla crisi” che i padroni, il Vaticano, i ricchi e le loro autorità vorrebbero imporci. Per mantenere potere, lussi e privilegi questi criminali cercano di mantenere in piedi ad ogni costo un ordinamento sociale che calpesta, sfrutta, affama, emargina, opprime e uccide milioni di uomini, donne, giovani e anziani!
E’ possibile mettere fine a tutto questo, è possibile mettere fine alla barbarie in cui ci stanno ci hanno precipitato!
I padroni si preparano alla guerra, i lavoratori devono prepararsi a prendere in mano il potere!
Le organizzazioni operaie e popolari devono costituire un governo d’emergenza e prendere in mano la direzione del nostro paese! Eliminare tutte quelle attività e produzioni inutili e dannose per l’uomo e per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti, stabilire relazioni di collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi: così facciamo fronte alla crisi, così non saremo carne da macello nelle guerre dei padroni!
Costruiamo un governo di Blocco Popolare! Facciamo in modo che esso apra la strada all’instaurazione del socialismo! Avanziamo nella lotta per farla finita una volta per tutte con i padroni e i signori della guerra! Facciamo dell’Italia un paese senza basi militari, senza stragi sul lavoro, senza miseria, senza precarietà e senza guerra, un paese senza padroni, un paese socialista.
Oggi le masse popolari/i giovani sono per i
padroni bestie da soma nelle loro aziende, carne da cannone per le loro guerre,
massa di manovra nelle loro elezioni. Oggi l’unica via di emancipazione che i
padroni indicano al singolo lavoratore è quella di diventare anche lui un
padrone, a patto che metta l’avidità di denaro e la carriera personale al di
sopra di tutto, a patto che sia privo di scrupoli nell’approfittare di ogni
situazione, nello speculare, nello sfruttare l’ignoranza e il bisogno degli
altri lavoratori. Il socialismo invece apre la strada perché ogni lavoratore
emancipi se stesso emancipando tutti i lavoratori, perché ogni lavoratore
persegua il proprio successo e la propria felicità lottando per il successo e
la felicità di tutte le masse popolari.

Roma - Contro il razzismo e il G8 sull’immigrazione ventimila in corteo Migranti, studenti, precari e centri sociali: siamo tutti clandestini per la cittadinanza globale Roma - Sabato 30 maggio 2009
Ventimila i partecipanti alla manifestazione contro il G8 su immigrazione e sicurezza a Roma e per la cittadinanza globale. Tantissimi migranti, comunità e reti sociali assieme ai centri sociali e agli studenti. Una manifestazione colorata che con forza rifiuta il paradigma razzista fatto di respingimenti, lager di stato quali sono i C.I.E., marginalizzazione, ricatto e precarizzazione della vita dei migranti, pacchetti sicurezza. Una restrizione delle libertà che diventa non solo per questo governo, ma a livello globale, una sperimentazione costituente all’interno della crisi. Dopo le azioni dirette e comunicative che in tutta Italia, e a Roma in particolare, hanno portato al sanzionamento dal basso dell’OIM e dell’ufficio anagrafe, delle sedi dei razzisti della Lega e all’apparizione di San Papier, protettore dei senza permesso di soggiormo e dei migranti di tutta la terra, oggi in migliaia hanno partecipato alla manifestazione. Momenti di tesnione a piazza Vittorio per un tentativo di provocazione dei neofascisti, il corteo ha poi proseguito invadendo la città e giungendo intorno alle 19 a piazza Navona. To be continued... http://www.globalproject.info/art-20033.html

Intervista a Vittorio Arrigoni, 'Restiamo umani'

9 maggio 2009
Vittorio Arrigoni, volontario dell'Ism - International solidarity movement, vive a Gaza da circa un anno, ed è stato testimone diretto e unica voce giornalistica italiana (e non solo) del genocidio perpetrato da Israele nei ventidue giorni (27 dicembre - 18 gennaio) di "Piombo Fuso".Vittorio ha pubblicato per il Manifestolibri, "Gaza, restiamo umani", il diario delle settimane di bombardamenti contro la Striscia. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
L'esercito israeliano si è auto-assolto (L'esercito israeliano si auto-assolve. La condanna delle organizzazioni umanitarie.), dopo aver portato a termine cinque "indagini". Queste sono le sue conclusioni: "Durante i combattimenti di Gaza, le forze di difesa israeliane hanno operato in accordo con le leggi internazionali". Le uccisioni di civili inermi sono state definite "incidenti operativi". Come commenta questi fatti?
Li commento come ha recentemente fatto Amnesty International, stroncando queste conclusioni per mancanza di credibilità. Secondo Amnesty "è responsabilità di coloro che hanno effettuato bombardamenti, attacchi di artiglieria e di altro tipo, provare che queste aggressioni erano veramente rivolte a obiettivi militari legittimi; non è compito delle vittime provare che non erano coinvolte in attività di combattimento. Ad oggi le informazioni fornite dall’esercito non hanno dimostrato niente. L’indagine dell’esercito israeliano non sostituisce l’inchiesta completa, indipendente e imparziale di cui c’è bisogno". Prima di Amnesty International, era stato un rapporto pubblicato dall’ong Human Right Watch (Hrw), a porre l’accento sui crimini di guerra israeliani, per le armi usate e per la condotta adottata dal suo esercito nel corso dell’offensiva di gennaio a Gaza, in particolare sull’uso di ordigni al fosforo bianco. Se non bastasse, durante il massacro ricordo fu la Croce Rossa Internazionale a levare la sua voce per denunciare la violazione dei diritti umani di feriti e paremedici palestinesi. Alla fine li hanno ascoltati anche all'interno d'Israele: l'organizzazione umanitaria israeliana "Dottori per i diritti umani" (Phr) ha denunciato che nell'operazione Piombo fuso l'esercito israeliano "ha violato i codici etici...per aver attaccato personale medico; aver danneggiato strutture sanitarie e aver colpito indiscriminatamente civili non coinvolti nelle operazioni". Tsahal (l'esercito israeliano), prosegue Phr, "non solo non ha consentito l'evacuazione delle famiglie palestinesi assediate e ferite, ma ha anche impedito alle squadre palestinesi di soccorso di raggiungere i feriti". In particolare 16 membri del personale medico palestinese sono rimasti uccisi durante i combattimenti e altri 25 sono rimasti feriti mentre prestavano i soccorsi alla popolazione. Nonostante il ministro della Difesa Ehud Barak continui a definire l'esercito israeliano come "il più morale del mondo", Israele ha rifiutato di cooperare con la missione di accertamento dei fatti disposta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, guidata dal giudice Richard Goldstone, il quale ha chiaramente espresso l’intenzione di indagare sulle violazioni al diritto internazionale commesse da tutte le parti in causa nel conflitto che ha avuto luogo a Gaza e nel sud di Israele. Non mi sorprendo. Una vera democrazia è in grado di processare il suo esercito per crimini di guerra. Israele chiaramente non è una democrazia compiuta.
L'Europa si è già dimenticata del genocidio nella Striscia di Gaza, lo hanno dimostrato le defezioni alla Conferenza contro il Razzismo, a Durban. Che opinione si è fatto di questi avvenimenti e del clamore suscitato?
Per via che la bozza del testo finale della conferenza Onu sul razzismo, tenutasi poi a Ginevra, conteneva accuse durissime contro Israele, la conferenza è stata boicottata da Stati Uniti, Canada, Italia, Olanda, Polonia, e ultima ad annunciare la defezione, anche la Germania. A quanto pare c'è una parte di Occidente che ritiene giusto continuare a far pagare l'irrisarcibile prezzo dell'Olocausto ai non colpevoli palestinesi. Cosa conteneva di così scandaloso quella bozza? Accusava Israele "per la sua violazione dei diritti umani internazionali, i crimini contro l’umanita’ e una forma contemporanea di apartheid". Esattamente ciò che ripetono da anni inascoltati i premi Nobel Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jimmy Carter, Wole Soyinka e José Saramago. Mica dei Frattini qualsiasi... Poco importa, una conferenza più partecipata e una più forte presa di posizione contro Israele di quella finale poi edulcorata dalla Nazioni Unite, non avrebbe cambiato di una virgola la situazione. Dal 1948 sino oggi, Israele ha sempre ignorato radicalmente il diritto internazionale e ha esercitato la sua sovranità in modo assolutamente arbitrario, sostenuta dagli Stati Uniti, che in sede di Consiglio di Sicurezza, hanno sempre coperto i crimini israeliani con il loro diritto di veto. Contando anche su un'ampia complicità di di stati europei, Israele può tranquillamente ignorare il diritto internazionale perché è come gli Stati Uniti, legibus soluta, al di sopra della legge. Per cui un massacro di civili come quello subito a Gaza è puro esercizio della sua routine criminale.
Il suo libro è una testimonianza forte, un'istantanea dei 22 giorni di massacri israeliani contro la Striscia. Come vive ora? Cosa prova e come sta la gente di Gaza?
Il piombo non è più fuso ma continua ancora a piombarci addosso a intervalli regolari. L'altro giorno, due minatori palestinesi uccisi dai bombaramenti israeliani su Rafah, e i contadini sono quotidianamente presi di mira dai cecchini mentre lavorano al confine (vedi video). Ogni mattina presto mi svegliano, qui davanti al porto, i colpi di mitragliatrice della marina israeliana che impedisce ai pescherecci palestinesi di andare poche miglie oltre la loro costa. Qui a Gaza è morta la speranza, sembra di vivere nell'intervallo fra una tragedia e l'altra, non si sono ancora dissipati i fantasmi, i traumi dell'ultimo massacro, che nuovi lutti (oltre la sofferenza dell'assedio) si annunciano a breve. A quanto pare l'esercito israeliano si sta esercitando per una nuova carneficina, data per imminente.
Qual è la sua impressione dei recenti dialoghi interpalestinesi al Cairo? Inoltre, come viene considerata attualmente Hamas tra la popolazione locale?
I continui rimandi a un accordo fra le varie fazione certo non fanno bene al morale di una popolazione che vorrebbe unità nazionale, innanzitutto. Ma la domanda sorge spontanea, Israele è chiaro che continuerà a non riconoscere un governo palestinese presieduto anche solo in coalizione da Hamas, quale sarà allora la risposta della comunità internazionale? Mi auguro non si continui a boicottare il partito islamico, che ricordo è uscito vincitore da elezioni libere e democratiche. Per quanto riguarda la popolarità dell'attuale governo, la settimana scorsa Hamas ha perso le elezioni svoltesi all'interno dell'unione dei lavoratori dell'Unrwa (diecimila dipendenti), dopo molti anni in cui usciva vincente. Ciò lascia intravedere un calo dei consensi nella popolazione di Gaza, a mio avviso fisiologico come per qualsiasi altro governo in carica.
Quando ritornerà in Italia?
Il mese prossimo proveranno ad attraccare al porto qui di fronte a dove vivo 8 imbarcazioni del Free Gaza Movement, cariche di aiuti umanitari, attivisti e premi Nobel per la pace. Se la marina israeliana non si macchierà di pirateria come sua abitudine, potrebbero essere per me la possibilità di fuoriuscire da questa immensa prigione a cielo aperto. Certo non mi è facile lasciare Gaza e i suoi civili in una situazione peggiore di come l'ho incontrata, specie alla vigilia di un possibile nuovo attacco israeliano, possibilmente questa volta senza scomodi testimoni internazionali.
Fonte: http://www.uruknet.de/?s1=1&p=s9810&s2=11

«Siamo vasi di coccio»
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 08/05/2009
Radiofabbrica trasmette programmi in tedesco che annunciano disastri: a Mirafiori le tute blu temono che il conto della globalizzazione Fiat venga presentato a loro. I sindacati chiedono un incontro immediato ad azienda e governo
Radio officina fa rimbalzare da un reparto all'altro di Mirafiori avvertimenti preoccupanti provenienti dagli stabilimenti Opel dell'Assia: achtung, achtung, stanno per saltare un po' di stabilimenti in Europa, un paio in Italia. Uno a sud, precisa la stampa tedesca, uno a nord. A nord? Ma come: Marchionne non aveva detto che Mirafiori sarebbe stato l'ultimo stabilimento a chiudere, in caso di difficoltà? E poi, dove stanno le difficoltà, visto che la Fiat sta facendo shopping di multinazionali in mezzo mondo? Ce l'avrà mica con noi, il salvatore della patria? Questo dicevano ieri le tute blu torinesi al cambio turno, leggendo il volantino distribuito dai sindacalisti e dai delegati della Fiom che si interroga sul futuro degli stabilimenti italiani della Fiat, compreso il cuore antico di Mirafiori. C'è chi pensa che non si debba prestare troppa attenzione ai messaggi provenienti in questi giorni dalla Germania, «fanno parte del gioco». Ma anche chi minimizza fa sogni che sembrano incubi. «C'è grande preoccupazione in fabbrica», dice il segretario della V lega Fiom di Mirafiori, Vittorio De Martino: «Marchionne non è più circondato dall'aureola e non è più percepito come il santo salvatore: «Qui rischiamo di fare la fine dei vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro, dicono ai cancelli e in assemblea gli operai». I numeri sono tiranni: tra la crisi del 2002 e l'inizio della ripresa del 2005, i lavoratori occupati nel perimetro di Mirafiori sono crollati da 27 mila a 15 mila. Nel 2008, da uno stabilimento con una capacità produttiva di 500 mila vetture ne sono uscite solo 140 mila, rispetto a una produzione italiana di 630 mila automobili, un terzo del totale prodotto dal Lingotto nel mondo. Dai piani alti della Fiat si lascia intendere che non sarà necessario chiudere stabilimenti in Italia, basterà «asciugarli» un po'. Si asciuga il sudore, normalmente, e in effetti sono gli operai quelli che sudano, dunque la metafora fastidiosa ha una sua ragion d'essere. «Che vuoi asciugare ancora? Tutti quelli che potevano uscire, tra pensionamenti e mobilità, sono già stati messi fuori», consedera con amarezza il segretario torinese della Fiom, Giorgio Airaudo che teme per l'auto, ma anche per la Iveco che è messa ancora peggio e le solite voci d'officina ventilano persino una cessione dell'intero comparto dei camion. E teme per la Cnh e i suoi stabilimenti a Torino e in Italia (Emilia, Marche, Puglia). Ieri i lavoratori della Cnh di San Mauro, in perenne cassa integrazione, hanno manifestato davanti alla sede Rai di Torino. Si preoccupano lavoratori, sindacati, istituzioni. Il sindaco del capoluogo piemontese Sergio Chiamparino chiede una verifica alla Fiat, un piano industriale che garantisca una difesa dell'occupazione dentro il processo di riorganizzazione che la globalizzazione del Lingotto pretende. Anche il presidente della Campania Antonio Bassolino, che ospita nel suo territorio la fabbrica sotto tiro di Pomigliano, chiede un incontro immediato con la Fiat. Incredibile a dirsi, si è fatto vivo il governo italiano dopo settimane di silenzio e dopo che Marchionne aveva incontrato i governi di mezzo mondo promettendo a tutti la difesa degli stabilimenti e dell'occupazione. Più che battere un colpo, il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola ha mandato una letterina a Marchionne e Montezemolo per «preannunciare» un incontro, presenti i sindacati, per discutere le prospettive dell'azienda. Un governo serio - tipo quello tedesco o quello americano, per intenderci - si limiterebbe a convocare azienda e sindacati, come questi ultimi chiedono inutilmente da mesi. Altro che letterina, dice il coordinatore Fiom del settore auto, Enzo Masini. Il quale crede poco praticabile una linea di rottura di Marchionne basata sulla chiusura di stabilimenti e operai licenziati: «Solo un anno fa abbiamo fatto un accordo per Termini Imerese e l'Unione europea ha concesso finanziamenti per gli investimenti e per la produzione di un nuovo modello». Le notizie - e i rumors, «normali» in una trattativa difficile - provenienti dalla Germania, ma anche dai mercati e dagli ordinativi stagnanti di automobili, sono comunque inquietanti, aggiunge Masini, che almeno una buona notizia può darcela: «Il 13 ci vedremo a Francoforte con la Ig-Metal e incontri sono in programma con i sindacati del Belgio, della Gran Bretagna, della Svezia...». Cioè dei paesi in cui la Opel ha i suoi stabilimenti. E' impensabile, e sarebbe perdente, una risposta fabbrica per fabbrica alla strategia globale della Fiat e delle altre multinazionali. Se non altro questa crisi costringe i sindacati dei vari paesi a confrontarsi, alla ricerca di una strategia comune Il 16 a Torino arriverà da tutt'Italia la protesta dei lavoratori Fiat per una manifestazione promossa da tutti i sindacati dei metalmeccanici. Non è accettabile che l'unico modo per portare l'industria dell'auto fuori dalla crisi sia quello che prevede il massacro sociale. Dietro parole come sinergia si nascondono licenziamenti e chiusure di fabbriche. Se Marchionne dovesse decidere di penalizzare gli stabilimenti italiani, dice il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, si aprirebbe un pesante scontro sociale. Giorgio Cremaschi arriva a dire che se la Fiat dovesse chiudere Pomigliono, sarebbe necessario l'intervento dell'esercito.

ciao Bebo o Baffo o Bube è il 25 aprile 2009
Eh si la tua storia ,caro Bube, è come la storia della Resistenza, ogni "scrittore" racconta il suo il romanzo e la sua versione: retorica, opportunista, di disprezzo, di negazione oppure di esaltazione manierata,ogni momento politico ha la sua resistenza romanzata, mentre si vive la resistenza reale. Bube o Baffo o Bebo si chiamava, Renato Ciandri in realtà, nato da una famiglia povera e Mara si chiamava Nada Giorgi. A me piace pensare che il suo nome di battaglia era il soprannome che gli avevano affibbiato da ragazzo Bebo.
Sapere la storia combattente di Bebo oltre che la sua storia d'amore può servire a capire alcune cose sulla Resistenza e i Partigiani. Bebo ha combattuto nella zona fra Pontassieve , Monte Giove e Dicomanno,passando da una banda all'altra. Era chiamato "ribelle fra i ribelli" per i suoi numerosi atti di insubordinazione alla disciplina, infatti come la maggior parte di tutti questi sognatori combattenti ubbidì all'ordine di arruolarsi in un esercito regolare per salvare la Patria, cosa che si capisce anche: c'era non solo il fascismo ma l'occupazione del tedesco invasore, fu così che divenne "ribelle tra i ribelli" tanto da collezionare sedici anni di reclusione per pochi mesi di milizia nel Cremona.Alla fine della guerra fu amnistiato. Bebo lo ritroviamo anche a Firenze nell'operazione per la conquista della Stazione di Santa Maria Novella, dove i blindati inglesi rifiutarono l'appoggio ai partigiani e dove il combattimento si svolse casa per casa, l'episodio è citato anche nel film di Rossellini Paisà, Bebo rimase ferito.
Nel 1945, a guerra finita, alla festa del Sasso, una sagra paesana, una di quelle feste di paese dove si sovrappongono motivi religiosi ad antichi riti pagani, ma nel caso specifico ci si andava sopratutto per mangiare della buona carne, era il 45! Bebo e sui compagni partigiani che erano andati per questa gita fuori porta furono bloccati da un prete colla scusa che "erano indecenti" segui un diverbio, un maresciallo intervenne in difesa del prete, il figlio del maresciallo sparò, Bebo restò ferito, un compagno comunista anziano fu ucciso , anche il maresciallo e il figlio rimasero uccisi. Dove la Resistenza è stata un concerto corale di anime pie per la santa rinascita nazionale alla libertà?
Bebo dovette scappare in Francia, poi illudendosi forse sulla democrazia e per ordine del partito comunista rientrò in Italia, era il periodo in cui si svolgevano numerosi processi contro gli "ex partigiani" in un clima di massima durezza, l'ordine doveva essere riportato, si doveva procedere alla ricostruzione liberandosi delle "teste calde".Bebo fu arrestato e condannato a 19 anni. La storia, quella non sentimentale, di Bebo ci fa capire come quello che si dice ora sulla Resistenza e Partigiani sono discorsi opportunisti: la Resistenza appartiene solo ad una parte, a quella parte che si è riconosciuta in essa e che ancora vi si riconosce, la Resistenza non portò alla libertà, portò solo alla democrazia borghese, perchè la dittatura fascista non serviva più e perchè il sogno imperiale tedesco soccombette ai sogni degli imperi vincenti, la Resistenza non è stato "un comune sentire storico", la Resistenza per tanti partigiani è stato un duro risveglio dalle illusioni propinate dagli illusionisti. Bebo tu sei morto e non hai visto come oggi 25 aprile 2009, c'è chi vuol dare "pari dignità" ai repubblichini di Salò, e al prete e al maresciallo per cui finisti in galera: tutti accomunati: I partiti "resistenziali" sono crollati, nuove necessità si impongono nuovi equilibri si cercano, bisogna fare fronte comune contro i resistenti di oggi : migranti in lotta, lavoratori che possono incominciare una nuova Resistenza, insubordinazione sociale, e così la storia della Resistenza Partigiana viene riscritta per l'ennesima volta, come tutta la Storia del resto.
Si è vero la lotta Partigiana, la Resistenza fu sopratutto una lotta di liberazione nazionale, e dentro vi erano tutte le componenti, del resto va vista nel contesto di una guerra mondiale, nella Resistenza Europea all'occupazione nazista tedesca, cosa vuol dire sottolineare con disprezzo da parte di alcuni questo fatto, con sufficienza purista, cosa significa quel sottolineare che era sopratutto una lotta di liberazione nazionale niente affatto rivoluzionaria? forse si vuol dire che se il fascismo avesse vinto e l'Unione Sovietica fosse stata battuta sarebbe stato tanto meglio? Non ci sarebbe stato l'impero anglo americano, ma la dittatura nazifascista.Dicono alcuni il sistema democratico, la dittatura borghese che subiamo è il frutto di quella vittoria: un alibi per nascondere la propria pochezza, la propria nullità, il proprio essere imbelli, se subiamo la dittatura borghese è perchè non abbiamo avuto la capacità o la volontà e la forza di liberarci di essa. D'altra parte altri continuano ad incensare la Resistenza Partigiana relegandola nel mito, nella commemorazione del dovere compiuto, senza mettere in evidenza che i fucili furono deposti dai più e che le bandire rosse o nere soccombettero al tricolore, il tutto perchè non si tirino le somme per andare oltre lo stato di cose presenti.
Io in questo 25 aprile 2009 ricordo i Partigiani come Bebo e Corbari, i Partigiani sconfitti nei loro ideali perchè ci si riappropri dei loro ideali e della loro speranza in una società libera veramente.
Io in questo 25 aprile 2009 ricordo il filo rosso che lega i Partigiani d' Italia ai combattenti della guerra di Spagna.
Io questo 25 aprile 2009 ricordo tutti i Resistenti che hanno lottato contro le dittature e i Golpe voluti ,poi ,dopo la caduta del fascismo e del nazismo dalla democrazia borghese vincente: dalla Resistenza Greca, a quella Cilena, a quella Argentina, a tutti i desparesidos, a tutti quelli che ancora prendono il sentiero delle montagne col fucile in spalla.Sbagliano forse, ma nel loro errore c'è tanta dignità e tanto riscatto: è dai tentavi di ritrovare la propria dignità e il proprio riscatto che poi si imbocca il sentiero giusto che porta ad un mondo diverso, non nasce certo un mondo diverso da tutti i soloni che rifanno le pulci a questo o quel movimento di Resistenza in armi, come non nasce dagli apologeti di facciata che fanno la loro parata commemorativa.
Io questo 25 aprile 2009 ricordo tutti i ragazzi , le donne e gli uomini che facevano le loro riunioni in segreto tallonati dalle tante Bande Collotti, che nascondevano i giornali usciti dalle stamperie clandestine tra le gonne o nelle ceste sotto le patate, che facevano le loro scritte sui muri.
Io questo 25 aprile 2009 rivedo i nuovi Partigiani nei migranti di Bruzzano e nei lavoratori che sequestrano i capi, nella Grecia che non si arrende e mi dico
LA RESISTENZA NON FINISCE MAI, BISOGNA RESISTERE PER POTER ATTACCARE DOMANI .
Con commozione penso alla forza dei tanti, e vorrei che questa forza si ritrovasse, che dopo il bando del febbraio 1944 che sanciva la pena di morte per i disertori e i renitenti alla leva, difendevano, nascondevano i disertori malgrado nell'aprile dello stesso anno la pena di morte fosse estesa anche a chi dava rifugio ai disertori.
vittoria L'avamposto degli
Incompatibili
www.controappunto.org

Un esposto al Consiglio d’Europa sull’attacco alla libertà di informazione in Italia
L’attacco alla libertà di informazione è sempre più grave. In tutto il mondo i media sono sempre più nelle mani di pochi uomini, al servizio di ristrettissime oligarchie. Questa è la democrazia reale del capitalismo del XXI secolo. In Italia questa tendenza è aggravata, nel settore televisivo, dallo strapotere del presidente del Consiglio. Una posizione di predominio, sviluppatasi a partire dagli anni ’80, che nessun governo (neanche quelli di centrosinistra) ha voluto contrastare seriamente. Su questo tema pubblichiamo il comunicato stampa e l’esposto al Consiglio d’Europa firmato da Lucio Manisco, Giuseppe Di Lello ed Alessandro Cisilin.
Comunicato stampa:
I casi Gabanelli-Report, Santoro-Vauro e Berlusconi-Rai al Consiglio d’Europa.
Il “devastante degrado” della libertà di
informazione e di critica nel settore televisivo e il controllo del presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi sul servizio pubblico Rai Tv sono stati portati
all’attenzione del Consiglio d’Europa – Assemblea Parlamentare, Corte
Europea dei Diritti dell’Uomo, Commissario per i diritti umani – da due ex
deputati del Palamento italiano ed europeo Lucio Manisco,Giuseppe Di Lello e dal
giornalista Alessandro Cisilin, che hanno motivato il loro esposto con le misure
censorie e disciplinari adottate nei confronti dei due programmi di giornalismo
investigativo condotti da Milena Gabanelli e da Michele Santoro e con quanto
riferito dalla stampa italiana sulle interferenze dello stesso presidente del
Consiglio sulle nomine dei vertici Rai, per statuto di competenza del suo
consiglio di amministrazione. L’esposto, depositato al Consiglio d'Europa, si
richiama all'articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali, nonché a due
risoluzioni, approvate a larghissima maggioranza nel 2004 dal Parlamento Europeo
e dal Consiglio d'Europa, che avevano denunziato nel nostro paese il conflitto
di interessi tra proprietà e controllo delle aziende televisive da parte di
Silvio Berlusconi e le sue funzioni istituzionali di presidente del Consiglio.
“I rilievi sono stati ignorati o disattesi negli ultimi cinque anni dai
governi Prodi e Berlusconi”, hanno sottolineato i promotori dell'esposto, che
hanno poi documentato i provvedimenti promulgati dai vertici Rai contro “Report”
e “Annozero” a seguito degli attacchi portati ai programmi stessi dal
ministro dell'Economia Giulio Tremonti e dallo stesso presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi. L’esposto ha chiesto quindi agli organi competenti del
Consiglio d’Europa il varo di una “indagine conoscitiva” e di un“monitoraggio
di questi e prevedibili nuovi attacchi alla libertà di informazione in Italia”,
nonché un richiamo al governo e al Parlamento della Repubblica Italiana
acciocché osservino i rilievi già avanzati dal Parlamento Europeo e dal
Consiglio d’Europa. All’esposto sono stati allegati due recenti articoli
della stampa britannica sul rischio di un'involuzione fascistica in Italia,
nonché una pubblicazione redatta nel 2004 dagli stessi firmatari, tradotta in
tre lingue, sull'informazione nel nostro paese dopo la “scesa in campo” di
Silvio Berlusconi.
Fonte: campoantimperialista.

DA GAZA A TORINO
Aprite quel valico! Basta con l’assedio di Gaza.
Il silenzio è calato sul genocidio in atto nella Striscia di Gaza. Silenzio e sulle continue incursioni israeliane. Silenzio sul blocco dell’entrata delle merci, compresi gli aiuti umanitari. Silenzio sull’impossibilità per le persone, compresi molti malati, di poter uscire. Silenzio sui contadini assassinati dai cecchini israeliani mentre tentano di lavorare la propria terra. Silenzio sui pescatori mitragliati dalle navi da guerra israeliane che gli impediscono di prendere il largo. Il regime egiziano è complice del genocidio a Gaza.
Il Valico di Rafah, sul confine fra l’Egitto e la Striscia di Gaza, è l’unico accesso non controllato direttamente dall’occupazione sionista, che però lo controlla indirettamente, grazie alla complicità del governo del Cairo. Da quando Israele, gli U.S.A. e l’Unione Europea hanno imposto l’embargo contro la Striscia di Gaza ed il milione e mezzo di Palestinesi che lì vivono, l’Egitto ha fatto la sua parte nell’impedire la libera circolazione delle persone e delle merci, contribuendo a stringere il cappio intorno al collo di una popolazione fra le più disagiate del pianeta. Anche nel corso dell’aggressione criminale di dicembre-gennaio, conosciuta come “Operazione Piombo Fuso”, il regime egiziano ha continuato a tenere serrato il catenaccio del Valico di Rafah, impedendo la fuga a chi cercava scampo dai bombardamenti a tappeto, dai missili e dalle cannonate.
Al termine della fase più cruenta dell’aggressione, il Valico è stato aperto a singhiozzo e con il contagocce, nonostante la crisi umanitaria della Striscia di Gaza diventi di giorno in giorno più drammatica e le iniziative della cosiddetta comunità internazionale si siano dimostrate una presa in giro nei confronti della popolazione di Gaza e dell’opinione pubblica. A tutt’oggi la Striscia rimane sigillata e nemmeno un centesimo dei fondi per la “ricostruzione” promessi nella tanto sbandierata conferenza di Sharm El Sheikh è stato effettivamente stanziato. Gaza continua a morire lentamente, strangolata da un embargo criminale e immorale, nel silenzio dei media e dei governi “democratici”. E il regime egiziano è pienamente complice di quello che sta avvenendo.
***
Già lo scorso anno, il Forum Palestina aveva organizzato una delegazione che intendeva recarsi nella Striscia di Gaza attraverso il Valico di Rafah, per rendersi conto della situazione e verificare le necessità della popolazione. Le zelanti autorità egiziane bloccarono gli attivisti ancora prima del confine, arrivando persino ad impedire una conferenza stampa, sequestrando e minacciando i giornalisti, costringendo la delegazione a tornare in Italia senza aver potuto vedere la Striscia di Gaza nemmeno da lontano. Il mese scorso, una nuova delegazione del Forum Palestina è invece riuscita ad entrare nella Striscia, ma solo dopo giorni di proteste e manifestazioni al Valico di Rafah. Abbiamo quindi potuto constatare con i nostri occhi le condizioni terribili in cui sono costretti a vivere i Palestinesi di Gaza, ma anche il malessere di larghi strati della popolazione egiziana, oppressa da un regime corrotto, antidemocratico e venduto ad Israele e U.S.A.
Un regime asservito economicamente, come testimoniano la vendita sottocosto ad Israele del gas naturale del Sinai e il cosiddetto Protocollo QIZ (Qualified Industrial Zones), sottoscritto nel gennaio 2005 assieme ad Israele ed U.S.A., che permette alle merci egiziane di entrare come merci duty-free nel mercato americano a condizione che almeno l’11,7% del valore dei beni sia di produzione israeliana.
Un regime che il Rapporto di Amnesty International dell’aprile 2007 accusa di “sistematiche violazioni”, denunciando l’esistenza di migliaia di prigionieri politici e di opinione, “arresti arbitrari, detenzioni prolungate senza accusa né processo, torture e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza, specialmente dei servizi per le indagini sulla sicurezza dello Stato (Ssi), cui lo stato d'emergenza, in vigore quasi ininterrottamente da quasi 40 anni, conferisce ampi poteri”. Lo stesso rapporto condanna anche il ricorso ai tribunali speciali militari e di emergenza per processare civili accusati di reati contro la sicurezza e descrive come inique le loro procedure, che hanno anche determinato la messa a morte di alcuni imputati, rilevando come molti cittadini egiziani sospettati di terrorismo siano stati trasferiti in Egitto da parte degli U.S.A. e di governi di paesi europei e arabi, per esservi torturati. Il destino di alcuni di essi, vittime di rendition illegali da parte degli U.S.A., rimane sconosciuto. Le loro identità, così come le informazioni sul luogo dove sono detenuti, non sono state rese note (ma almeno un nome noi lo conosciamo, ed è quello di Abu Omar, sequestrato il 17 febbraio 2003 a Milano dalla CIA mentre si recava alla moschea e trasportato presso la base di Aviano per essere trasferito in Egitto, dove è stato recluso, interrogato e torturato).
Un regime che impedisce l’accesso a Gaza degli aiuti umanitari provenienti dalla solidarietà di tutto il mondo, come testimoniano le migliaia di tonnellate di viveri, acqua, vestiario e medicinali bloccati ad Al Arish, insieme ad ambulanze e generatori industriali, come hanno documentato i volontari italiani di Music for Peace, anch’essi impossibilitati a consegnare i viveri e gli altri aiuti donati dalla solidarietà italiana… quella vera, quella delle persone comuni. In molti dovrebbero pretendere risposte dalle Regioni che avevano promesso stanziamenti mai effettuati e che (lo ricordate?) si erano impegnate a far curare nelle loro ASL i feriti dei bombardamenti, quando invece– a tre mesi dalla fine ufficiale dell’operazione “Piombo Fuso” – in nessuna Regione è stato fatto arrivare un solo ferito da Gaza. Su questo i vari Martini, Vendola, Marrazzo & Co. non provano almeno un po’ di vergogna?
***
L’Italia è il secondo partner commerciale mondiale dell’Egitto, secondo solo agli U.S.A., e il primo mercato per le esportazioni egiziane. La Fiera del Libro di Torino, quest’anno dedicata all’Egitto, si presenta dunque come una vetrina internazionale per gli affari del regime, come doveva avvenire lo scorso anno per lo Stato sionista, se la campagna di boicottaggio del movimento di solidarietà con il popolo palestinese non avesse guastato la festa, ricordando che festeggiare il 60° anniversario della fondazione di Israele era un insulto alle vittime della pulizia etnica e del genocidio iniziati con la colonizzazione della Palestina. Sosteniamo pienamente l’appello dell’Assemblea Free Palestine e invitiamo tutti alla mobilitazione affinché quella che dovrebbe essere la fiera delle vanità di un regime corrotto e antidemocratico si trasformi in una manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese, per la fine dell’embargo criminale contro la Striscia di Gaza, per l’apertura del Valico di Rafah al passaggio degli aiuti e dei volontari internazionali ed al libero transito dei cittadini di Gaza verso l’esterno.
ROMPIAMO L’ASSEDIO DI GAZA!
APRIAMO IL PORTONE DELLA PIU’ GRANDE PRIGIONE DEL MONDO!
CON LA PALESTINA NEL CUORE, FINO ALLA VITTORIA!
fonte: Forum Palestina.

BASTA MORTI SUL LAVORO!
"Per natura tutti eguali - vi è diritti sulla terra. E noi faremo un'aspra guerra - ai ladroni sfruttator. Non sia pace tra i mortali finché un uom' sovr'altro imperi i nemici a noi più fieri sono i nostri sfruttator." Dall'inizio dell'anno ad oggi: 290 morti - 290.492 infortuni - 7262 invalidi, pesante è il prezzo che i lavoratori pagano per il bisogno di un reddito, vite prima sfruttate e poi spezzate o deturpate, scippate violentemente alle loro famiglie, alla loro stessa esistenza; Tutto questo in nome del profitto, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, con un solo spregevole colpevole "il capitale" i "padroni". Se il capitale è il colpevole principale, tanti sono i suoi complici, alcuni palesemente nemici di classe, e altri ben mimetizzati in quella parte del movimento politico e sindacale, che ha tradito e/o abbandonato la lotta di classe preferendo posizioni aclassiste, consociative, concertative. Complici di questa "mattanza" sono anche: la precarietà, l'organizzazione del lavoro, e le riforme sul lavoro incominciate con i governi di centro sinistra e ultimate con l'attuale governo di centro destra, con l'avvallo di parte del sindacalismo confederale, che hanno portato ad una deregolamentazione dell'organizzazione del lavoro, favorito l'intensificazione dello sfruttamento, e legittimato un clima di precarietà del lavoro che porta i lavoratori stessi, pur coscienti dei pericoli, ad accettare condizioni di lavoro fortemente a rischio. Per il capitalismo, nella sua logica di calcolo del profitto, i lavoratori non sono risorse, ma numeri e costi: * numeri da liquidare, licenziare, numeri in esubero, da mettere in mobilità, numeri anche da morti; * mentre è un costo il salario dei lavoratori, così come è un costo garantire la sicurezza nei posti di lavoro, garantire il diritto alla vita ad un lavoro sicuro. Occorre rilanciare una forte mobilitazione sindacale di classe, che rivendichi il rafforzamento del ruolo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza che devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori, e devono essere messi anche in condizione di poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, dai compromessi delle burocrazie sindacali: Occorre che i costi per la prevenzione, per la protezione, per la sicurezza per la salute nei luoghi di lavoro, siano assunti dai datori di lavoro e non scaricati sui contratti di categoria. FERMIAMO QUESTA STRAGE La Federazione dei Comunisti Anarchici aderisce alla "Rete Nazionale Per La Sicurezza Sui Posti di Lavoro" e si mobilita per la riuscita della manifestazione del 18 aprile a Taranto SABATO 18 APRILE MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TARANTO PER LA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO, CONTRO LA SALUTE NEGATA E LA PRECARIETA'
* Per uno sciopero generale sulla sicurezza sul lavoro. * Per il rafforzamento e l'elezione diretta degli RLS in ogni luogo di lavoro indipendentemente dalla sua dimensione. * Per l'estensione di tutti i diritti e le tutele minime ai lavoratori precari e a tutta la catena degli appalti e delle esternalizzazioni. * Contro la distruzione e per il rafforzamento del Testo Unico sulla Sicurezza. * Contro l'attacco alla contrattazione nazionale ed al diritto di sciopero.
fonte: FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

Nucleare, Mattioli: «Nessuno è ancora riuscito a dominare la radioattività»
di Gianni Mattioli*
17/03/2009
LIVORNO. Che da un pugno di metallo scintillante, l’uranio, si possa tirar fuori tanta energia quanta se ne trae da una montagna di carbone sporco è certamente cosa affascinante, ma questo fenomeno ha un compagno di strada meno affascinante che è la radioattività. E’ dal 1896, dall’anno cioè della scoperta di Becquerel, che non siamo riusciti a vincere la sfida scientifica di dominare la radioattività. Da qui il rischio per le popolazioni ed i lavoratori, che è superfluo illustrare a coloro che vivono nel sito della centrale nucleare del Garigliano.
Il suo smantellamento è stato promesso da anni e ora si discute di bonifica delle trincee contenenti rifiuti solidi radioattivi o della stabilità sismica del camino. Basterebbe riflettere sul fatto che ci si interroghi se abbattere il camino o bonificare le trincee prima o dopo, alla luce delle dosi di radiazioni che nell’uno o nell’altro caso sarebbero assunte dalla popolazione e dai lavoratori addetti, per comprendere quanto un impianto nucleare sia profondamente diverso da un altro qualsiasi impianto industriale, proprio a causa del fatto che qui abbiamo a che fare con la radioattività, cioè con il grave rischio associato ai materiali radioattivi: malattie degenerative ed effetti ereditari. Ma a me non è stato chiesto di discutere i rapporti SOGIN, per parlare di Garigliano. Mi è stato chiesto di parlare di scelta nucleare, in generale: la sanguinosa geopolitica del petrolio, gli aspetti minacciosi del cambiamento climatico fanno dire ad alcuni che è ora, per il mondo, di tornare al nucleare e voci ricorrenti consigliano per l’Italia di ripartire, per nuove installazioni, dai siti che già furono scelti per ospitare reattori.
Fin dai primi giorni di governo, il presidente Berlusconi ha annunciato la decisione di procedere in tempi rapidi alla realizzazione di un programma nucleare, per porre rimedio al danno che il referendum effettuato all’indomani dell’incidente di Chernobyl – governato dall’emotività strumentalizzata dagli ecologisti - ha apportato alle famiglie e alle imprese italiane: quella scelta “sciagurata” ha condannato l’Italia – unico tra i paesi industrialmente avanzati - ad una massiccia dipendenza dalle importazioni di petrolio e di gas, privando il Paese di una fonte energetica abbondante, pulita e a basso costo.
Ma, al di là della enunciazione del premier e dei suoi ministri, va detto che questa posizione, da alcuni anni a questa parte, è divenuta un “recitativo” sempre più insistito nella informazione giornalistica a proposito di energia, tanto da essere ormai considerata vera. Al contrario, si tratta di affermazioni che la documentazione internazionale – ampiamente disponibile – semplicemente smentisce.
L’energia nucleare non è abbondante: essa fornisce oggi al fabbisogno mondiale di energia elettrica un contributo pari al 15% e, secondo la stima dell’Agenzia Onu per l’Energia Atomica, a questo ritmo, c’è uranio fissile – cioè l’uranio 235 - solo per 70 anni: se dunque si volesse almeno dimezzare la massiccia incidenza dei combustibili fossili (~66%), bisognerebbe almeno triplicare in tempi rapidi la percentuale nucleare.
Se dunque volessimo fare dell’energia nucleare una vaga alternativa ai combustibili fossili, ne avremmo per 20-25 anni: cioè ci scanneremmo per l’uranio come ci scanniamo per il petrolio. Quanto all’Italia, le tracce di uranio in Liguria e in Trentino non configurano certo una qualche parvenza di autonomia. Certo, si potrebbe passare all’uso dell’uranio 238, molto più abbondante in natura, ma per ciò si dovrebbe passare attraverso la produzione di Plutonio, secondo la linea intrapresa dai Francesi con i reattori veloci. Si tratta di una tecnologia ad alto rischio (proliferazione nucleare e salute: un milionesimo di grammo la dose letale per inalazione). Finita la motivazione della force de frappe, la Francia ha abbandonato questa filiera.
L’energia nucleare non è pulita: come ci ricorda – ancora nel 2007 con la Pubblicazione 103 - l’ICRP, l’Agenzia Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti, dosi comunque piccole di radiazioni, aggiungendosi al fondo naturale di radioattività, possono causare eventi sanitari gravi ai lavoratori e alle popolazioni, nel funzionamento “normale” degli impianti e, ovviamente, nel caso di incidenti. Fuor da ipocrisie, la definizione ICRP di Dose Limite di radiazioni ai lavoratori degli impianti e alle popolazioni ivi residenti non significa dose al di sotto della quale non c’è rischio, ma quella dose “alla quale sono associati effetti somatici (tumori, leucemie) o effetti genetici che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a siffatte attività con radiazioni”.
Deriva da ciò la complessità degli impianti e delle stesse procedure operative e ciò incide fortemente anche sul costo del kwh . Oltre al rilascio di radiazioni nel funzionamento “normale” degli impianti, c’è poi il problema dello smaltimento delle scorie, tuttora materia di ricerca fondamentale: l’obiettivo finale è quello dello stoccaggio in formazioni geologiche appropriate, caratterizzate da bassissima permeabilità e situate in zone geologicamente stabili. Dopo il fallimento – con la vicenda di Carlsbed nel New Mexico - della prospettiva di poter utilizzare strutture rocciose saline, sono in fase di studio altri tipi di formazioni geologiche. L’Agenzia nazionale francese per la gestione dei rifiuti nucleari (Andra) avvia ora un laboratorio sotterraneo alla profondità di 490 metri a Bure (Meuse). Altri modi di gestione dei rifiuti (trasmutazione o stoccaggio in superficie) sono tutt’ora allo studio e, per i prossimi decenni, mi sembra assai improbabile pervenire alla individuazione di un sito nazionale, sia pure provvisorio, superando anche l’opposizione comprensibile delle popolazioni. In ogni caso, si è dunque lontani dalla possibilità di indicare una tecnologia standard, per lo smaltimento delle scorie e per lo smantellamento degli impianti, in base alla quale determinare la incidenza di queste operazioni sul costo del Kwh.
Ma quale è il costo del kWh nucleare? I problemi relativi al trattamento delle scorie o allo smantellamento degli impianti al termine della loro vita introducono molta incertezza nei metodi usuali di calcolo, che si fanno per qualsiasi fonte di energia. Altri elementi di incertezza derivano dalle complesse procedure autorizzative, dalle attività di controllo sulla realizzazione dell’impianto, tutti elementi che, introducendo allungamenti imprevisti dei tempi, differiscono la remunerazione dei considerevoli investimenti necessari e dunque introducono fattori di rischio finanziario.
Questi problemi sono alla base della situazione attuale di crisi drastica del settore nei paesi più avanzati, che pure avevano perseguito con decisione nel passato questa produzione di energia. Nasce da qui il progetto di ricerca guidato dagli Stati Uniti “Generation IV” con l’obiettivo di mettere a punto un nuovo tipo di reattore e di ciclo del combustibile nucleare in modo da conseguire un grado migliore di sicurezza, tale da superare la indisponibilità dell’opinione pubblica per un rilancio del nucleare dopo l’arresto di nuovi impianti nucleari - che negli USA dura dal 1978 – e per migliorare la competitività economica in modo da superare la indisponibilità delle imprese elettriche. Nel 2000 Generation IV è divenuto un consorzio di paesi guidato dagli Stati Uniti, cui recentemente si è aggiunta anche l’Italia, finalizzato allo studio di reattori di nuova concezione tali, appunto, di fornire risposte risolutive sul piano dei costi, della sicurezza, dell’uso ottimale dell’uranio e della riduzione delle scorie. La ricerca è indirizzata ad un ampio spettro di tecnologie. Se i problemi citati potranno essere superati, Generation IV prevede la messa a punto di un prototipo di nuovo reattore non prima del 2030.
Quanti tuttavia hanno avanzato proiezioni di costo del kWh nucleare (per es. EIA/DOE: “Annual Energy Outlook 2004 and Projections to 2025”; MIT, 2003; ed altri), che tengono conto di tutti gli elementi sopra citati ed anche delle caratteristiche dei reattori di nuova concezione, pervengono comunque a stime dell’ordine dei 0,06-0,07 €/kWh, decisamente più elevate del costo del kWh a gas o a olio combustibile, ma anche prodotto con il vento (0,04-0,05 €/kWh). In queste condizioni, possiamo chiederci quale significato possa avere per l’Italia concentrare uno sforzo rilevantissimo – alternativo ad altre possibili scelte – per rientrare in un settore per il quale sappiamo · che utilizza come combustibile una risorsa scarsa e perciò destinata a divenire sempre più costosa e oggetto di competizione internazionale, da acquisire comunque sul mercato estero · che utilizza una tecnologia super complessa per fronteggiare, non completamente, gravi rischi sanitari, non solo in condizioni incidentali, ma anche nel semplice funzionamento di routine · che non ha risolto il problema dello smaltimento in condizioni di sicurezza delle scorie e dunque, pur potendo garantire pochi anni di disponibilità, aprirebbe per il futuro problemi irrisolti e gravi · che annuncia costi di produzione del kWh elettrico difficilmente definibili (smantellamento, scorie), e comunque più elevati – già attualmente o in un prevedibile futuro – rispetto ad altre fonti energetiche pulite e rinnovabili.
Allora? Che cosa fare? La strada su cui procedere è quella a cui ci impegna la strategia decisa in sede europea: entro il 2020, realizzare il 20% di risparmio energetico e il 20% di fonti rinnovabili. Si tratta di obiettivi, dal punto di vista quantitativo, assai più rilevanti del programma nucleare del Governo. Su questa strada può anche decollare una prospettiva industriale di qualità, ma si tratta di una scelta alternativa a quella nucleare, dal punto di vista delle risorse disponibili: economiche, di ricerca, delle imprese.
*docente di Fisica all’Università La Sapienza di Roma

CRISI FINANZIARIA: IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE
Cinque economisti hanno dato avventimenti che non sono stati ascoltati, è ora di gettare uno sguardo alla prossima fase della crisi globale. Ecco cosa dicono:
• Attenzione: Si avvicinano tempi bui. Nouriel Roubini • Uno shock letale. Stephen Roach • Buona fortuna, Barack. David Smick • Quanto manca? Robert Shiller • Si deve controllare il dollaro. Dean Baker
Nouriel Roubini. Avviso: Si avvicinano tempi bui
Le peggiori previsioni dello scorso anno si sono realizzate. La pandemia finanziaria globale che alcuni avevano previsto è già qui. Ma siamo ancora nelle prime fasi di questa crisi. La mia previsione per l'anno che inizia, purtroppo, è ancora più pessimista: le bolle, che sono state molte, hanno appena iniziato ad esplodere.
L'idea che più ha preso piede è che i prezzi di molti attivi finanziari a rischio sono caduti così tanto, che abbiamo toccato il fondo. E' vero che essi hanno subìto una forte contrazione rispetto al loro massimo alla fine del 2007, ma è anche vero che possono scendere ancora di più. Nei prossimi mesi, le notizie macroeconomiche negli Stati Uniti e in tutto il mondo saranno molto peggiore di quelle attese. I dossier sui guadagni delle aziende sorprenderebbero qualsiasi analista di valori che ancora creda che la situazione economica sarà lieve e breve.
I mercati finanziari continuano ad avere vari punti vulnerabili: una crisi di credito che peggiorerà ancora prima di cominciare a migliorare, un affossamento che continuerà nella misura in cui i fondi alternativi e alti attori con fondi altrui si vedano obbligati a vendere i loro attivi in mercati senza liquidità e senza tensione e ciò causerà la caduta di titoli a pioggia dei prezzi degli attivi; esigenze di margini e altro affossamento, la bancarotta di altre istituzioni finanziarie, l'entrata in una crisi finanziaria piena per alcune economie dei mercati emergent, e il pericolo, per altre, di non riuscire a pagare il loro debito sovrano.
Da allora, gli Stati Uniti hanno sperimentato la peggiore recessione degli ultimi decenni. L'idea tradizionale che il rallentamento degli Stati Uniti sarebbe breve e superficiale, una recessione a "V" con un rapido recupero, come il 1990-1991 e 2001, è ora stata eliminata. Al contrario, la recessione negli Stati Uniti è ad "U": lunga e profonda potrebbe durare circa 24 mesi. Potrebbe finire con l'essere anche di più, in una situazione di stallo da parecchi anni (in "L"), come abbiamo visto in Giappone negli anni'90.
Appena l'economia degli Stati Uniti si contrae, l'intera economia globale entra in recessione. In Europa, Canada, Giappone e in altre economie avanzate, le conseguenze saranno gravi. E le economie di mercati emergenti, legati al mondo sviluppato da scambi di merci, finanza e moneta, non sfuggiranno a questo.
Esattamente ciò che costituirà una recessione dipenderà da ciascun paese. Per la Cina, un grosso calo del tasso di crescita annuo dal 12% al 6%. Pechino dovrebbe crescere del 10% o più in un anno per portare i 12-15 milioni di contadini poveri nel mondo moderno. Per gli altri mercati emergenti come il Brasile o la Corea del Sud, il crollo è rappresentato da una crescita al di sotto del 3%. I paesi più vulnerabili, come l'Ecuador, l'Ungheria, la Lettonia, il Pakistan e l'Ucraina, possono vivere una totale crisi finanziaria ed hanno bisogno di un grande volume di finanziamento esterno per evitare il collasso.
In paesi più ricchi, ci potrebbe essere una debilitante combinazione di stagnazione economica e deflazione, nel momento in cui le merci iscritte si contraggono, la domanda aggregata diminuisce. Data l'enorme crescita che ha la capacità di produzione a causa di eccessivi investimenti in Cina e in altri mercati emergenti, il calo della domanda produrrà un più basso tasso di inflazione. Nel frattempo, si accumulano perdite di posti di lavoro e aumentano i tassi di disoccupazione, con conseguenti pressioni al ribasso sui salari. Alcune materie prime hanno indebolito i mercati, i cui prezzi sono diminuiti dopo il picco in estate, e con l'ulteriore calo di una recessione globale, produrrebbe un più basso tasso di inflazione. Nella prima parte del 2009, l'inflazione nelle economie avanzate potrebbe scendere a 1%, più o meno, troppo vicino alla deflazione.
Questa situazione è pericolosa per molti motivi. Diverse banche centrali sono state costrette a fissare i tassi di interesse per ripristinare le loro economie e saranno quelli che subiranno un triplice colpo: una linea di liquidità trappola, una trappola di deflazione e di debito-deflazione. In una trappola di liquidità, le banche perdono la loro capacità di stimolare l'economia, perché non possono fissare i tassi di interesse nominali di sotto dello zero. In una trappola di deflazione, calo dei prezzi significa che i tassi di interesse reali sono relativamente elevati, in modo da soffocare consumo e di investimento. Questo porta a un circolo vizioso in cui la caduta di reddito e di occupazione e di calo della domanda, scende ancora di più. Infine, il debito-deflazione, il valore reale del debito nominale sorge come un abbassamento dei prezzi, ed è un male per i paesi come Stati Uniti e Giappone, che hanno un elevato rapporto fra debito pubblico e il PIL.
Gli strumenti monetari ortodossi perderanno efficacia, e le autorità dovranno cercare metodi eterodossi. Vedremo tradizionali politiche fiscali sotto forma di tagli fiscali e aumenti di spesa, ma ci saranno in tutto il mondo operazioni di salvataggio dei creditori, investitori e le istituzioni finanziarie, così come i mutuatari. Le banche centrali iniettato enormi somme di denaro in sistemi finanziari per sbloccare la crisi di liquidità. Potrebbero essere necessarie azioni più radicali quali l'acquisto di obbligazioni societarie e di governo o di sovvenzioni dei tassi di interesse, per far tornare a funzionare correttamente i mercati del credito.
Questa crisi non è solo una conseguenza dello scoppio della bolla immobiliare degli Stati Uniti e il crollo del settore dei mutui spazzatura. A causare questo disastro a livello mondiale sono stati i crediti in eccesso. Ci sono state diverse le bolle d'aria, in molti paesi sono andati oltre la casa e la diffusione di mutui e prestiti su immobili non residenziali, carte di credito, prestiti per l'acquisto di autovetture e prestiti agli studenti. Ci sono state le bolle dei prodotti trasformati, che hanno trasformato i mutui in strumenti finanziari complessi, tossici e distruttivi. E c'erano bolle di sapone, anche, nei prestiti ufficiali locali; comprare con capitale altrui, fondi alternativi, prestiti commerciali e industriali, buoni cooperativi, materie prime e permute a rischio di credito; un pericoloso mercato senza regole nel quale si sono venduti fino a 60mila milioni di dollari emergenti di protezione nominale contro una riserva sospesa di buoni cooperativi di solo 6 mila milioni di dollari.
Queste bolle, hanno formato, in totale, la più grande bolla di credito e di attivi della storia, con la loro esplosione, le perdite totali di credito potrebbero essere di anche 2000 milioni di dollari. Se i governi non riescono ad agire più rapidamente per ricapitalizzare le banche e altri istituti finanziari, la crisi del credito è destinata a peggiorare ulteriormente. Le perdite aumenteranno più velocemente di quanto le società ricostruiranno i loro bilanci.
Grazie alle azioni drastiche del G-7 ed altri, il rischio di una crisi finanziaria strutturale è diminuita. Ma purtroppo, il peggio non è ancora arrivato. Quest' anno sarà difficile. Solo una risposta molto aggressiva, coordinata ed efficace da parte delle autorità, può assicurare che il 2010 non sarà peggio di quello che è sicuramente sarà il 2009.
Stephen Roach:UNO SHOCK LETALE
Prima della fine di quest' anno, tutte le regioni
del mondo subiscono gli effetti della recessione. A mio parere, il 2009 passerà
alla storia come l'anno della prima vera recessione globale della moderna
economia. E 'vero che negli Stati Uniti è iniziata nell'estate del 2007, con la
"crisi delle ipoteche spazzatura". Ma vi è stata basata su modelli di
crescita delle bolle in un numero sorprendentemente elevato di paesi, di cui
tutti hanno eruttato.
Negli Stati Uniti, la crescita alla base di attività sono concentrate in due settori dell'economia: attività di costruzione e il consumo personale. Oggi, questi due settori, che corrispondono a quasi l' 80% del PIL U. S., hanno subìto una forte contrazione.
Questo fa sì che le economie asiatiche, che dipendono da esportazioni rientrano in questa equazione. Infatti, la bolla di esportazioni, a sua volta, dipende dalla bolla di consumo degli Stati Uniti. L' Asia ha avuto anche l'aiuto della moneta chiaramente sottovalutato.E, per mantenere le loro divise economiche, paesi come la Cina hanno dovuto reciclare enormi quantità di riserve estere in attivi in dollari, e questo ha contribuito a sopprimere i tipi di interessi degli Stati Uniti e sostenere appunto le bolle di credito e di attivi che alimentavano l'economia delle bolle degli Usa. Era un circolo vizioso che è stato rotto. Siccome le economie asiatiche non hanno un consumo interno che serva da solido sostegno, i rischi per la crescita nella regione, hanno cominciato ad aumentare.
Probabilmente succederà lo stesso con le regioni produttrici di materie prime, non solo in Medio Oriente, che dipende dal petrolio, ma anche con le risorse delle economie di Australia, Canada, Brasile, Russia e Africa. Così diminuisce la crescita globale, in modo che la domanda di materie prime sensibili per l'economia, con il conseguente adeguamento dei prezzi, viene distorta da bolle e dal ritmo di crescita dei principali produttori.
Una seconda megaforza attiva è la globalizzazione, i vincoli che attraversano le frontiere, durante l'ultimo decennio, hanno utilizzato sempre più forme di flussi commerciali, di capitali e di mano d'opera. Il credito è essenzialmente una crisi forte di contagio tra i prodotti, un virus che è apparso con ipoteche lettiera, ma che si è propagato rapidamente alla carta commerciale sostenuta da attività, titoli garantiti da ipoteche e d'asta, quote e altri strumenti in tutti i mercati del credito. Tuttavia, poiché gli ingegneri finanziari erano così affezionati all' assegnare prodotti complessi, hanno creato questa situazione economica che è una croce letale. Non c'è da meravigliarsi se questa è la peggiore crisi finanziaria in 75 anni.
Spinto da una confluenza di shock dopo lo scoppio delle bolle e la crescente forza dei legami a livello mondiale, questo sarà probabilmente la peggiore recessione dopo la seconda guerra mondiale. Ciò significa che può essere più grave rispetto a quella della metà degli anni'70 e i primi anni '80. Quindi sono state le azioni aggressive da parte delle banche centrali di controllo l'inflazione che ha causato una profonda recessione. Questa volta, tutto è stato causato dall'esplosione di una bolla d'aria sulla base di squilibri a livello mondiale.
Ma non dobbiamo contare su un forte recupero (a V), del mondo post-bolla recessione nel 2009. Senza grandi probabilità che appaia un altro consumatore importante per riempire il buco lasciato dagli Stati Uniti, il mondo, non uguale e distorto dalla bolla, sperimenterà un recupero anemico nel migliore dei casi.Passerà molto tempo prima di tornare al tasso di crescita globale di quasi il 5% che aveva nei quattro anni e mezzo fino a metà del 2007. Shock di questo tipo sono fatali per qualsiasi economia, in particolare, e molto di più per il mondo intero.
David Smick: BUONA FORTUNA BARAK
Barack Obama ha raggiunto la Casa Bianca con un programma ambizioso. Ma con l'economia globale nel bel mezzo di un brutale collasso finanziario in cui praticamente tutte le attività del mondo stanno riducendo il loro valore, lui ei suoi omologhi internazionali si devono aspettare un' immensa sofferenza.
Dobbiamo iniziare con la politica interna degli Stati Uniti. Il primo deficit di bilancio Obama potrebbe essere molto più alto di 1,5 trilioni di dollari. I diversi pacchetti di salvataggio, i piani di aumento della spesa, e la contrazione economica provocano un calo del gettito fiscale. I governi sono già in coda per chiedere aiuti federali. Fondi pensione privati saranno i prossimi. La Federal Deposit Insurance (FDIC), che sta affrontando il problema del mutuo, hanno bisogno di una sana iniezione di capitale da Zio Sam. E questo, prima di sommare le promesse di Obama alle spese e ai tagli fiscali.
Il progetto di legge sarà sicuramente rivolto a tutto questo debito prima del 2012. I tassi di interesse sui mutui sono aumentati rapidamente quando il Tesoro U.S.A ha presentato il suo piano di salvataggio, e il passivo della bilancia dei pagamenti della Federal Reserve è aumentato del 100%. I mercati finanziari si aspettano che, entro tre o quattro anni, le banche centrali di tutto il mondo, dopo un periodo di disinflazione, saranno costrette a trattare con questo massiccio aumento del debito. Forse Obama dovrà affrontare un incubo che ricorda quello ha colpito il Giappone nel '90. Oggi le banche degli Stati Uniti, sono piene di capitali(400.000 mila milioni di dollari supplementari, secondo gli ultimi conti, in gran parte dato dai contribuenti) ma non concedono prestiti.Si tratta di un problema come l'uovo e la gallina. Le banche non prestano denaro a causa dell' indebolimento dell'economia statunitense. L'economia è indebolita perché le banche non prestano denaro. Oltre alla nazionalizzazione, c'è poco che Obama può fare per loro vigore.
Nel resto del mondo, il breve periodo di gioia per un male estraneo ai problemi economici di Washington è finito. Risulta che l'Europa è stata sei volte più esposta al rischio di credito commerciale nei mercati emergenti, rispetto ai titoli spazzatura negli Stati Uniti. In alcune economie, tra cui la Gran Bretagna, il pericolo in cui le banche hanno sfiorato, si avvicina molto al PIL nazionale.
Perché questo è un grosso problema? Dato che le economie in via di sviluppo hanno permesso pericolosamente la dipendenza dalle esportazioni, mentre il cambio tra la loro moneta e il dollaro statunitense ha accumulato montagne di avanzo di risparmio. Questo modello di crescita è arrivato a tutta velocità verso il basso, come una diminuzione della domanda mondiale. Ma se si rompono molti di questi mercati emergenti, il FMI non dispone delle risorse necessarie per organizzare le operazioni di soccorso. Per mettere le cose in prospettiva, le banche austriache hanno un contatto con i mercati finanziari di 290.000 milioni di dollari e oltre.In Austria il PIL ammontava a 370.000 milioni. L'unico motivo di ottimismo è che il mondo non ha la mancanza di capitali. Semplicemente aspetta, ci sono sei miliardi di dollari solo in fondi di mercato monetario in tutto il mondo.
Quanto prima Obama e i suoi seguaci possano elaborare una riforma finanziara credibile che aumenti la trasparenza allo stesso tempo che proteggano i flussi commerciali e di capitale, prima tornerà a circolare il capitale messo da parte.Alla fine, i mercati vogliono la certezza che i nostri leader hanno un piano d'azione che può essere considerato attendibile. Questo piano non esiste ancora.
QUANTO MANCA? Robert Shiller
Le bolle speculative, alla fine, sono solo una questione psicologica. La gente si crea aspettative stravaganti sulla ricchezza che producono i loro investimenti, dimenticando i preziosi insegnamenti delle altre crisi finanziarie del passato, quindi non vi è una pericolosa bolla.
Ma la psicologia della caduta può essere altrettanto pericolosa. Come cadono dei prezzi delle attività, i mercati possono spostarsi. Alcuni indicatori mostrano che ci stiamo avvicinando ai livelli dei prezzi prima della bolla. Il rapporto prezzo-utili negli Stati Uniti, e il mercato azionario è più o meno nella sua media storica. I prezzi degli immobili sono probabilmente a metà strada per un ritorno alla fine degli anni'90, quando cominciò la bolla. In alcune città degli Stati Uniti sono diventati quasi interamente a quel livello.
Ma nessuno può dire esattamente quando il mercato ha toccato fondo. In un certo senso, il processo è una profezia. L'euforia è finita e le aspettative negative che sono il collasso dei prezzi delle attività, a loro volta, sembrano giustificare questo pessimismo. Date le scarse prospettive economiche per l'anno che è iniziato, è possibile che i prezzi delle case continuino a scendere anche nel 2010, come suggerito dai mercati futures a Chicago.
La storia ci dice che c'è qualche precedente nel mercato immobiliare debole per un periodo di tempo prolungato. Dopo l'ultimo boom edilizio negli Stati Uniti, che ha raggiunto il picco nel 1989, la città ha impiegato cinque anni prima di rallentare. Questa volta, i prezzi sono soltanto come quelli di due anni fa. Forse dovremmo guardare con attenzione a ciò che è accaduto in Giappone, dove i prezzi delle proprietà urbane sono scesi per 15 anni consecutivi tra il 1991 e il 2006.
Quando il mercato toccherà il fondo, forse sarà una caduta lieve non una frattura. In generale, non ci sono punti di svolta molto marcati. I prezzi degli immobili possono rimanere gli stessi per qualche anno prima di cominciare a salire. Nel frattempo, i parametri di riferimento saranno difficili da identificare in modo molto chiaro, finché non ci siamo lasciati tutto alle spalle.
Finora, le misure che abbiamo adottato per risolvere questa crisi sono dispensate con i principi di una sana gestione finanziaria. Abbiamo avviato una drastica dieta -valutando caso per caso i contratti di ipoteche e dando molti soldi-quando avremmo dovuto ideare un regime di alimentazione che ci permettesse vivere in modo indifinito. Invece di mettere in marcia i ratoppi a breve termine che sembrano necessari, avremmo dovuto adottare una strategia più strutturale, basata sul mercato, come fare in modo che i valori delle ipoteche siano sempre vincolati ai prezzi delle case e siano in sintonia sempre di più.
Gli eccessi speculativi sono un problema endemico del sistema del capitalismo di mercato, ma fornisce anche i propri meccanismi correttivi. Non vi è alcuna ragione per farlo ora.
Dean Baker: NECESSITA' DI CONTROLLARE IL DOLLARO
La bolla immobiliare è stata la prima a scoppiare, ma non l'ultima in questa recessione globale. Oggi ci dovrebbe essere una maggiore attenzione per l'imminente esplosione della bolla del dollaro. La valuta statunitense è stata gravemente sopravvalutata, alla fine degli anni 90, e questo ha causato un enorme deficit commerciale, che ha raggiunto il suo picco in quasi il 6% del PIL nel 2006 (900.000 milioni di dollari di oggi). Ciò è insostenibile. Alla fine, obbligherà il dollaro a cadere ad un livello tale nel quale la bilancia commerciale sia praticamente equilibrata.
Tale processo è già in corso. Ma la crisi ha fatto girare gli investitori al dollaro per la sicurezza, e ha causato un aumento nei confronti della maggior parte delle altre valute. La sua ascesa o recessione nella maggior parte del mondo faranno che si che il deficit commerciale torni ad aumentare. Tuttavia, una volta che la situazione finanziaria comincia a riconquistare la normalità (cosa che forse non accadrà nel 2009), gli investitori saranno dispiaciuti per la scarsa resa degli attivi in dollari. Il suo esodo farà si che il dollaro ricolleghi la caduta che aveva iniziato nel 2002, ma questa volta la sua caduta potrebbe essere molto più veloce. Altri paesi, soprattutto la Cina, dipenderanno molto meno dal mercato statunitense per le loro esportazioni e sono meno interessati a sostenere il dollaro.
Per gli americani, l'effetto di una forte svalutazione del dollaro si verdà nell' esporazione a prezzi molto più elevati e un livello di vita molto più basso. Se la Federal Reserve si preoccupa per l'inflazione causata dall'aumento dei prezzi degli articoli importati, forse alzerà gli interessi, e questo sarebbe un altro colpo per l'economia. Come nel 2009, è continuato il crollo della bolla edilizia abitativa, il crollo della bolla immobiliare a uso commerciale e la conseguente ondata di crediti inesigibili, che saranno i principali ostacoli per l'economia degli Stati Uniti, anche se il dollaro cadrà dopo.
In realtà, le ipoteche spazzatura non sono state altro che il segnale di una crisi molto più ampia. Il calo dei prezzi delle case ha portato anche a precedenti tassi di default sui prestiti preferenziali e ancora a raggiungere la maggior parte delle conseguenze. Si vedranno anche più inadempienze sui prestiti per l'acquisto di automobili, carte di credito e altre forme di debito dei consumatori, perché i proprietari non possono più essere utilizzati come garanzia per il pagamento di altri debiti.
Anche per la proprietà immobiliare per uso commerciale arriverà la sua ora. Quando il mercato immobiliare ha cominciato a scendere verso la fine del 2005, ha cominciato ad aumentare il non residenziale. In meno di tre anni, questo settore è cresciuto di oltre il 40%. Ora vi è un'abbondanza di negozi, uffici, alberghi e altri usi non residenziali, e questo ha portato alla caduta dei prezzi, il declino nel settore della costruzione e altre importanti fonti di crediti in sofferenza per le banche.
Riassumendo, state attenti alle parole ottimistiche di quelli che dicono "stiamo superando la parte peggiore", ignorate il saliscendi giornalieri del mercato e allaciate le cinture. Staremo male.

Cariche alla Sapienza
I gravi fatti della Sapienza in cui le forze dell’ordine-disordine hanno impedito con l’uso della violenza il corteo non autorizzato di circa 300 studenti dell’Onda chiudendo l’uscita dai cancelli e caricando (come si può vedere nelle foto non comparse sulla maggior parte dei media ufficiali) provocando numerosi feriti tra i ragazzi inermi, ci porta indietro di qualche mese ad una realtà, quella del mondo dell’istruzione, che oggi si presenta sempre di più alla stregua di una delle tante facce del modello economico liberista occidentale, dove la privatizzazione è diventata la strada maestra da parte dei governi per fare cassa risucchiando risorse di prima necessità per la popolazione, come la scuola appunto ma anche la sanità e i servizi.
Una realtà nota e consolidata.
La novità di oggi è l’“incomprensibilità” della reazione da parte della polizia alla Sapienza.
E’ avvilente vedere come un corteo disarmato di poche centinaia di giovani - e rappresentante di un movimento sicuramente non comunista e neanche di estrema sinistra che ha fatto di tutto per mantenere una linea apolitica – sia alla base di un tale gesto di repressione.
Ci chiediamo: sono i primi sintomi della volontà di lanciare un segnale al movimento non solo studentesco ma anche a quello popolare che la crisi economica in maniera più o meno organizzata minaccia di rilanciare?
Oppure serviva un casus che potesse velocemente far dimenticare o alleggerire la notizia dell’arsenale fascista rinvenuto all’interno dell’ateneo Roma Tre, ennesimo retaggio della deriva destrorsa romana che potrebbe presto sfuggire di mano?
Sicuramente a fomentare tutto questo si aggiunge il protocollo emesso recentemente (sottoscritto anche da tutti i partiti di opposizione e dai sindacati confederali) per vietare a Roma qualsiasi forma di protesta svolta al di fuori di sei piazze e sei itinerari prestabiliti, impedendo di manifestare liberamente nelle strade o magari vicino le sedi delle controparti infastidite e allineandosi al tentativo di vietare il diritto di sciopero (ora nel pubblico impiego,domani ovunque) impauriti da una probabile valanga di proteste che si scateneranno di fronte all'inarrestabile degenerazione della crisi.
Il L.U.P.O. esprime piena solidarietà agli studenti aggrediti dalle "forze del disordine" a cui è stata garantita dal ministero degli interni la copertura ad ogni violenza poliziesca, ed invita tutti i compagni, lavoratori, studenti a continuare ad organizzarsi e scendere in piazza spontaneamente affinchè questo protocollo venga abbattuto e si possa riconquistare il diritto di manifestare liberamente.
L.U.P.O.

Comunicato del Collettivo Antifascista del Fermano
In merito all'iniziativa "Operazione Foibe: una menzogna tutta italiana", il Collettivo Antifascista del Fermano comunica che, nonostante il tentativo di boicottaggio subito dall'azione liberticida e senza precedenti dell'amministrazione comunale di Fermo, l'incontro con la storica Alessandra Kersevan si è tenuto regolarmente presso la sede Anpi, con inaspettato successo di pubblico. Come era previsto, dalle ore 21 dello scorso venerdì, la gente si è presentata dinanzi all'ingresso della Sala Multimediale, nella convinzione di assistere alla conferenza. Poiché suddetta sala restava chiusa, come ordinato nel diktat del sindaco Di Ruscio, comunicato agli organizzatori solamente il giovedì pomeriggio, i partecipanti hanno deciso di partecipare al presidio subito costituitosi, il quale si è poi diretto, attraversando la vicina piazza, verso la sede dell'Anpi, la cui sala era l'unica che potesse, in quel momento, accogliere l'iniziativa. Nonostante la provocatoria presenza di un gruppo di fascisti, che stava attendendo il nostro passaggio, e nonostante la continua e incomprensibile intimidazione delle forze dell'ordine esercitata solamente nei nostri confronti, l'improvvisato "corteo" è affluito comunque all'interno della sala. Occorre aggiungere che il numero imprevisto di partecipanti ha impedito ad alcuni di assistere all'evento, ulteriore conseguenza del diniego della più capiente Sala Multimediale. I presenti, che hanno assistito con interesse alla seria e documentata demolizione del mito delle Foibe da parte della ricercatrice di Monfalcone, hanno dato origine ad un ricco dibattito che si è protratto abbondantemente oltre la mezzanotte. E' inconcepibile la deriva fascista che sta caratterizzando da qualche tempo il nostro territorio, alimentata dall'atteggiamento autoritario di un'amministrazione comunale, come quella di Fermo, che si crede legittimata ad impedire la diffusione di iniziative come questa e che è influenzata evidentemente da dichiarazioni e prese di posizione di esponenti di estrema destra, che fanno della mistificazione delle foibe e della criminalizzazione della guerra partigiana i loro principali cavalli di battaglia ideologici.
Fermo, 14 Marzo 2009
Cos'è successo il 13
marzo a Fermo
Ci troviamo verso le 21,30 in piazza e siamo circa una 70ina, gente da Ancona, Civitanova, Filottrano, e l'entroterra di Fermo. Presenti, una 15 tra poliziotti e caramba, guidati e supportati addirittura dal commissario in persona e tutti gli ispettori...l'aria che tira si capisce subito, nel giro di 10 minuti veniamo minacciati di denuncia per: affissione abusiva di striscioni(??), presidio non comunicato(??) minacce a pubblico ufficiale(questo è vero).
aspettiamo l'arrivo di tutti i compagni e decidiamo di partire in corteo verso la sede dell'ANPI, distante circa 400 metri in linea d'aria, con l'ennesima minaccia di denuncia per corteo non autorizzato (a questo punto partono i vaffanculo).
Quello che subito ci insospettisce è il via vai in fondo alla piazza, pochi metri e tutto diventa chiaro, sulla sinistra compare uno striscione con croci uncinate e una decina teste rasate, sulla destra un paio di sbirri muniti di telecamera, e intorno a noi il commissario e compagnia che continua a minacciare....E' IL TRAPPOLONE !!
Ci facciamo più compatti e avanziamo, è chiaro che la provocazione per una piccola città provinciale come Fermo è enorme, la voglia di prenderli a calci in culo è tanta da parte di tutti, riusciamo a tenerci calmi e a sfogarci con qualche slogan, qualcuno si avvicina e sputa addosso ai nazi(che rimangono immobili come burattini), rimpiangiamo di non aver portato qualche petardo, ma passiamo tutto sommato tranquilli e subito dopo ci sfoghiamo con gli sbirri che avevano architettato tutto.....
Per il resto l'iniziativa con la Kersevan è andata più che bene, sembra che sia una delle poche conferenze che sia riuscita a portare a termine senza interruzioni e provocazioni; noi incassiamo oltre alla mancata concessione di una sala pubblica, addirittura la mancata adesione di gente come ISML, che si vanta di essere la memoria storica e antifascista del nostro paese.
alcuni dei pochi presenti dei partiti della
sinistra(!?) istituzionale annunciano querele e diffide, ma questo a noi non ci
tocca minimamente, mentre anche oggi sulla stampa locale si scatena la canea
revisionista accusandoci di negazionismo(a noi?).

BOCCETTE PER TERRORISTI
lunedì, 02 marzo 2009
Le boccette e le biciclette dei Terroristi
Islamici di Ponte Felcino
http://kelebek.splinder.com/post/19977786/Le+boccette+e+le+biciclette+de
Da quasi due anni, si trovano in carcere Mustafa el-Korchi, imam della frazione di Ponte Felcino a Perugia, <http://kelebek.splinder.com/tag/ponte+felcino> e altri due cittadini stranieri residenti in Italia.
Essi sono accusati, finora primo caso al mondo, di violazione dell''art. 270 quinquies c.p., che punisce con una pena da cinque a dieci anni "l'addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale": non badate bene, l'associazione per compiere atti terroristici - gli imputati non sono accusati di aver progettato alcuna azione concreta.
Dopo due anni di indagini in cui ogni loro movimento, conversazione privata, navigazione su internet e sussurro sono stati controllati, gli imputati - e in particolare el-Korchi - sono accusati:
- di aver visitato numerosi siti liberamente accessibili su Internet, da cui avrebbero potuto imparare, ad esempio, a "pilotare un aereo Boeing 747", nonché di aver consultato mappe dell'Iraq in rete;
- di aver usato comuni programmi di anonimizzazione, come Thor, durante a loro navigazione in rete;
- di aver fatto saltuariamente allenamenti informali di arti marziali;
- di aver consigliato a un bambino marocchino vittima di bullismo a scuola di reagire ai suoi compagni italiani;
- di aver espresso opinioni "antioccidentali" in privato;
- di aver compiuto un esorcismo allo scopo di rendere più mansueto un marocchino che aveva picchiato la moglie.
Questa è la sostanza dell'accusa, come compare nell'ordine di cattura, e segna una nuova frontiera nell'abolizione dei diritti umani in Occidente, che dovrebbe preoccupare tutti. E ovviamente non preoccupa quasi nessuno.
Solo dopo l'arresto, e le conseguenti perquisizioni, si è aggiunta un'altra prova: a casa di el-Korchi sono state trovate ottanta boccette di prodotti chimici.
El-Korchi sostiene di aver trovato le boccette abbandonate davanti a un cassonetto di rifiuti e di essersele portate a casa sperando di usarle come solventi nel suo lavoro di muratore. Trattandosi di rifiuti speciali provenienti da un laboratorio, si è potuto avere la conferma dalla ditta incaricata del ritiro, che non aveva trovato il materiale.
Per quattro anni, le boccette sono state conservate in cantina da el-Korchi, assieme a un gran numero di altri oggetti potenzialmente utili, da pezzi di ricambio di lavatrici a parti di biciclette.
La cosa più strana è che le boccette sono anche state viste dalle forze dell'ordine nel corso di ben tre perquisizioni.
La perizia dell'accusa è stata condotta da due esperti dell'FBI, che sostengono che le sostanze contenute in dieci delle boccette potrebbero essere utili come ingredienti secondari per fare un esplosivo, se combinate con altre sostanze di cui però non sono state trovate traccia; le rimanenti settanta boccette conterrebbero sostanze del tutto innocue.
I quotidiani locali hanno trasformato queste dubbie scoperte in clamorose conferme del Pericolo Terrorismo.
Alle loro affermazioni, hanno risposto gli avvocati della difesa, Carlo Corbucci <http://www.kelebekler.com/occ/corbucci.htm> e Giovanni Destito, con questo articolo che pubblico volentieri.
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Scoprire che la C.I.A. e l’F.B.I. hanno basi logistiche e centri di potere in tutto il mondo, Italia compresa, non è una gran scoperta; vedere però che certe influenze si esercitano in modo diretto ed invasivo su giornali che reclamano già nel titolo un’identità “nazionale”, è quanto meno “sorprendente”. Ma “sorprendente” non già perché la cosa abbia un’importanza particolare visto che siamo ormai abituati a ben altre sorprese in questa nostra odierna “civiltà occidentale”, quanto perché, ormai, non c’è più neppure la prudenza ed il pudore di nascondere certe cose. Sarà perché ormai un certo potere si è abituato a considerare “gregge” le popolazioni imbottite sino all’ebetismo di telenovelas, di “grandi fratelli” e di tecnologie supersofisticate al passo della moda.
In due occasioni si è manifestata ultimamente questa invadenza ed è avvenuta in quel di Perugia dove, forse per una funzione di turno, sono in atto due significativi processi: quello dei presunti terroristi islamici, aspiranti avvelenatori del Tevere e “docenti-alunni” di una scuola di terrorismo per “corrispondenza telematica” protesa ad apprendere tecniche di confezionamento di ordigni esplosivi e di agenti chimici di distruzione di massa, della natura delle armi chimiche e biologiche detenute dall’Iraq prima della liberazione dal regime di Saddam Hussain e quello Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati della terribile morte della giovane Meredith Kercher.
I metodi di approccio a questi due processi da parte della stampa ma in particolare dell’edizione umbra di questi giornali sono sconcertanti per l’apparente approssimazione, per l’apparente l’ignoranza e per l’apparente provincialismo.
Apparente perchè, se il provincialismo e l’ignoranza sono senz’altro presente in molti destinatari locali dell’informazione che assorbono senza alcuna reazione o apporto critico i commenti di articolisti che sono più cronisti che giornalisti veri, non può essere la stessa cosa per che, attraverso quelle apparenze, mira invece a disinformare sulla reale natura delle cose, dei fatti e delle vicende processuali.
Non ci soffermeremo su un processo che non ci coinvolge e non ci riguarda, com’è il caso Amanda, se non per rilevare la diversa impostazione dell’informazione ed il diverso atteggiamento rispetto al caso Korchi, l’Imam di Ponte Felcino e i due suoi coimputati.
Nel caso Amanda, dagli Stati Uniti è potuta arrivare una sorta di “intima” a consegnare la cittadina americana perché i giudici italiani (nel caso specifico si dice di Perugia) sono assolutamente incompetenti ed ignoranti e peraltro “…gli investigatori italiani applicano la tortura”. La cosa avrebbe dovuto far sorridere; e invece la stampa non solo non l’ha ridicolizzata ma ha captato il messaggio ed ha imbastito intorno a quel processo un alone di dubbio, di “simpatia”, di condizionamento che probabilmente vuole preparare il clima che deve favorire una certa sentenza. La cosa è evidente: il processo interessa a quella stessa Amministrazione americana e questo basta per spiegare tutto.
Altrettanto fortemente interessa a quell’Amministrazione, il processo Korchi ma per esiti e finalità completamente opposte; e questo spiega il ben diverso atteggiamento della stampa mirato non soltanto a non voler sapere ma, letteralmente, ad “inquinare” con esagerazioni, con notizie false e con apprezzamenti che sanno più di tentativi di “sgusciate ruffiane” verso la Pubblica Accusa, la Presidenza e la Corte, quasi ad incoraggiarne sottilmente una gradita condanna che non una serena valutazione, la realtà processuale che sta emergendo nel corso del giudizio.
Non diversamente si spiega il silenzio che è calato sul processo in ordine a dichiarazioni fatte dalle difese dal momento in cui i due avvocati di Roma, l’avv. Carlo Corbucci e Giovanni Destito, sono subentrati a colleghi del posto; dichiarazioni che, ad esempio, avevano cura di far chiarire come non fosse affatto vero ciò che era stato scritto, che i difensori locali avevano rinunciato al mandato (chissà per quale occulta ragione… di colpevolezza) ma erano stati revocati per ragioni legate al fatto che il patrocinio gratuito cui hanno avuto accesso gli imputati, prevede un solo difensore ciascuno e pertanto hanno dovuto fare una scelta obbligata trattenendo soltanto quelli che ritenevano più addentrati nei processi di “terrorismo islamico” per averne patrocinati molti altri in tutta Italia.
Non diversamente si spiegano i commenti delle ultime udienze allorché sono stati interrogati operanti e, addirittura, due presunti supereperti della F.B.I. in materia di esplosivi ed armi chimiche.[1]
Chi ha partecipato a quelle udienze non può nascondere che i due “super-esperti” hanno letteralmente fatto una figura marrone. E la ragione è semplicissima: perché non hanno potuto dire assolutamente niente di più di quello che avevano già detto migliori esperti italiani. ANZI, hanno detto di meno, evidenziando addirittura di non sapere quasi le formule di composti chimici.
Non sarebbe sfuggito ad uno smaliziato giornalista (forse soltanto a qualche cronista) desideroso di far conoscere alla gente la realtà oltre le coperture), che la presenza dei due doveva giocare soltanto un ruolo altamente suggestivo. Pensate, si mormorerà fra le montagne dell’Umbria, è venuta addirittura la F.B.I.!
Come se questa fosse una referenza in processi pieni di inquinamenti operati proprio dai “servi segreti” statunitensi ed israeliani. Certe ingenuità possono forse funzionare soltanto a Perugia visto che da nessun’altra parte è mai stata giocata una simile carta.
La cosa avrebbe dovuto apparire già ridicola di per se stessa ma, se si considera che non hanno detto proprio nulla in più e di diverso (ma molto di meno) di quanto non avessero già fatto i ben più preparati esperti italiani interpellati, la cosa dovrebbe portare addirittura allo sdegno.
E invece, incredibile a dirsi, ne è seguita la lode. Una lode sbrodolona fatta dal cronista al quale erano addirittura affidate due pagine intere nel numero di giovedì 19 febbraio – cronaca di Perugia.
L’evidente imbarazzo dei due “superesperti” incapaci infine di dire qualcosa di interessante, ha dovuto trovare un “recupero” nella battuta del cronista che nell’articolo rileva… “..un po’ spiazzato di fronte ad alcune domande poco pertinenti degli avvocati Carlo Corbucci e Giovanni Destito, alcune neanche accolte dal Presidente”.
Certo nessuno a Perugia ha detto e mai diranno alla gente:
a) che i campioncini delle uniche sostanze (meno di 10 in tutto di cui però soltanto 2 definite più indicative) indicate come suscettibili di poter essere usati come componenti per confezionare esplosivi non lo sono “in se stessi” ma debbono essere miscelati insieme a molti altri componenti, più essenziali, che il Korchi non possedeva;
b) che esse sono inutilizzabili senza la combinazione miscellanea con quegli altri ingredienti che non erano in possesso del Korchi;
c) che i componenti mancanti sono proprio quelli essenziali e non certamente zucchero come indicato dai “superesperti” (su domanda peraltro della difesa) e sui quali le difese hanno dovuto lavorare alacremente per riuscire a farlo ammettere.
Ma evidentemente i “superesperti”, abituati ad essere ricevuti con tutti gli onori quali emissari dell’”Impero”, non immaginavano che alcuni “vassalli” osassero dubitare di loro o pretendere di più che una domanda di conferma, pura e semplice, sul fatto che le sostanze in possesso del Korchi sono esplosivi o, come in altri casi, che l’Iraq di Saddam Hussein riforniva alcuni terroristi sotto processo dinnanzi alle varie Corti, di sostanze e di armi di istruzione di massa.
d) che i dieci campioncini sono la percentuale minima di una serie di ben 80 bottigline di identico volume, contenenti moltissime altre sostanze inerti non utilizzabili per alcuna combinazione ne’ venefica ne’ esplosiva. Se il Korchi è un esperto che deve usare quelle sostanze a fini didattici per apprendere ed insegnare come si confezionano ordigni, cosa teneva a fare 70 componenti inutili tra i soli 10 (anzi per l’esattezza 2) utili?
e) che quella esagerata serie di 80 bottigline non è il prodotto di una ricerca, di un acquisto, di una collezione, consapevole e cosciente, fatta dal Korchi (il che, è ovvio, che sarebbe stato ben strano) bensì (ma la gente di quel di Perugina non deve saperlo…) l’ingenuo prelevamento effettuato ben 4 anni prima del loro rinvenimento nella cantina del Korchi dal cassonetto dei rifiuti industriali dove erano stati apposti in attesa di essere ritirati dal servizio di smaltimento. Un cassonetto ubicato all’interno del cantiere nel quale il Korchi lavorava come manovale; raccolte in una scatola che le conteneva tutte indistintamente in eleganti boccette, senza etichetta ne’ qualifica.
La confezione si presentava così allettante per un manovale abituato ad usare solventi ed a comprarli a caro prezzo per utilizzarli nei lavori che la sua ditta individuale edile regolarmente iscritta tra le imprese svolgeva; ma anche per un extracomunitario che, al contrario dei consumistici europei che insieme alle cose nuove passate di moda buttano nei cassonetti anche i figli ed i resti delle loro orge, non butta nulla; anzi recupera ed accumula; mira al risparmio anziché allo spreco.
Ma cosa può saperne di questo la gente comune? Soprattutto quando è cura di certi giornali non farlo neppure sospettare.
f) Che, guarda caso…. guarda caso, su quelle dieci bottigline contenenti le uniche sostanze che potrebbero essere utili, insieme alle altre mancanti, al confezionamento di esplosivi, NON CI SONO LE IMPRONTE DI KORCHI.
Però durante i quattro anni che sono rimaste nella cantina dello stesso, ubicata in un cortile condominiale, con una porta di legno scassata senza chiave ed aperta a tutti, è stata visitata almeno tre volte in precedenti perquisizioni da agenti per operazioni in corso nei confronti di conoscenti del Korchi; visionata fino a due mesi prima da due agenti dei “servizi segreti” dei quali conosciamo nomi, cognomi e numeri di telefono (ma che sono rimasti assenti dagli atti processuali) che hanno frequentato “familiarmente” più volte la casa del Korchi proponendogli collaborazioni premiali in cambio di una disponibilità a dire più di quel che potesse sapere; ed infine “rovistata” da “ignoti” qualche giorno prima dell’arresto, allorquando, insieme alle numerose bottigline sono state trovate anche quelle dieci (anzi due) compromettenti (del resto relativamente ma, a quanto sembra ritenere l’accusa, molto significativamente…) delle quali il Korchi non è in grado di riferire e ricordare di averle mai viste.
Tutto questo ci ricorda tanto il caso del processo dei “Tre kamikaze di Anzio” e l’altro degli “aspiranti avvelenatori dell’Ambasciata americana di Roma” nei quali, le sentenze definitive, danno atto che è stato portato da altri nelle loro abitazioni, il materiale ivi trovato: tritolo, cinta da kamikaze, pistola e proiettili, ferricianuro, pacchi di soggiorni in bianco, mappa con presunti obiettivi da colpire…
Ma in quei processi le Corti vollero approfondire i dubbi delle difese e si disposero fin dall’inizio a conoscere la verità fino in fondo per quanto scabrosa ed incredibile potesse apparire all’inizio. E la verità, sconcertante, emerse.
g) Che la quantità contenuta nei campioncini è di volume tale che, ammesso e non concesso che avesse potuto essere mischiata con le altre sostanze assenti e non in possesso del Korchi sarebbe stata utile a creare un petardo di capodanno. E questo esclude, se non altro, un utilizzo a scopo terroristico e limita l’ipotesi al solo scopo didattico nell’ottica accusatoria dell’addestramento.
e) che le sostanze che debbono essere aggiunte alle dieci (anzi due) sostanze trovate sono quelle essenziali senza le quali, esse sono inerti in se stesse ed insufficienti. Vale a dire che è più immediato, completo, attuale, utilizzabile e letale, un litro di benzina o una bombola del gas facilmente reperibili.
E NON E’ TUTTO DI CUI DISPONE LA DIFESA.
Seguono poi, nel giornale in questione, notizie ridicole oltre che false, sul genere che alcune delle sostanze fatte rinvenire in possesso del Korchi sarebbero addirittura basi di esplosivi, “basta solo la ricetta”; che il tritolo sarebbe un esplosivo che non ha bisogno di innesco ed è un innesco esso stesso! Che esisterebbe una “enciclopedia in tre volumi” sulla Jihad ad uso di terroristi islamici… però scritta e messa in rete in… inglese dove sono riportare le tecniche di composizione degli esplosivi, rintracciabili in qualunque libro universitario in libera circolazione e libera vendita!
E tutto questo, secondo il giornale, avrebbe spezzato “le deboli difese degli imputati”… sempre puntualmente messe in crisi dalle efficaci risposte dei… superesperti!
Il Presidente della Corte viene definito (come del resto condividiamo anche noi ma per ragioni più serie) uomo attento e preciso ma non certo per il banale riferimento giornalistico delle “…battute irresistibili” e per aver scherzato sulle suocere! Il P.M., poi, avrebbe svolto “marcate strette” verso i difensori “…ai quali non concede neppure un centimetro” consistite nell’opporsi alle liste testi delle difese per questioni di forma, dove peraltro venivano indicati persino testi della stessa polizia giudiziaria e degli stessi consulenti dell’Accusa in tal modo rendendo, di fatto, alla difesa ed alla Corte, più arduo l’accertamento della verità oggettiva! Infine, la difesa avrebbe fatto “…domande poco pertinenti” (!?) e via dicendo.
Noi per la verità riteniamo di fare miglior giustizia estendendo lo stesso giudizio di serietà anche al giudice a latere ed alla Corte tutta, che i giornali sembrano invece trascurare.
No, decisamente sorge il dubbio che non si tratti di crassa ignoranza; forse in chi leggendo ci crede sì, ma riguardo a chi scrive sorge il legittimo dubbio che possa esserci qualcos’altro di più inquietante.
Per chi non l’avesse ancora capito, nel processo di Perugia si gioca una partita dove il laboratorio non è quello inesistente di Korchi ma la Corte stessa che rappresenta qui il crogiuolo nel quale si sta tentando di TESTARE per la prima volta l’art. 270 quinquies e di TASTARE il polso alla gente per verificare il grado di capacità di comprensione e di reazione della stessa, prima di procedere, con un ulteriore affondo da parte di un certo potere, sulla pelle dell’intera popolazione già da tempo resa ormai oggetto di ogni sorta di attenzioni limitatrici e liberticide in vista di un’omologazione e di una lobotomizzazione totale e globale.
A questo progetto lavorano forze e componenti coscienti ma il ruolo principale spetta alla massa degli “utili idioti” che, come alcuni cronisti, si prestano senza alcuna competenza tecnica e senza nulla capire di ciò che avviene intorno a loro e del loro stesso ruolo. Diversamente da alcuni giornalisti seri che pur si impegnano da tempo per rendere al massimo trasparente ed obiettiva la divulgazione di certe notizie, consapevoli del loro ruolo di vigilanza nell’interesse della libertà non disgiunta alla verità.

Comunicato 19 Febbraio 2009
La crisi che il nostro paese ed il resto del mondo stanno attraversando era stata preannunciata da alcuni anni ma nessuno ha dato ascolto.Eppure le informazioni erano disponibili per tutti sulla rete.In Italia certo la rete è ancora una cosa sconosciuta sia a causa di un digital divide (che si potrebbe risolvere velocemente grazie a sistemi RDSL) che lascia fuori molta parte dell'Italia sia per l'incapacità di alcuni nell'utilizzo dei nuovi media.Se queste informazioni le ho trovate io è evidente che chiunque poteva venirne in possesso per tempo ed invece non è successo.Lo stato attuale delle banche è di assoluta insolvenza in tutto il mondo ed europa ed italia non sono escluse.Unicredit,proprietaria della Bank of Austria,per esempio,è esposta in tutta l'europa dell'est,dalla lettonia,alla Lituania,alla repubblica Ceca ed Ukraina.Non ci sono speranze che il denaro dato in prestito in quei paesi torni nelle casse di questa banca.Molti ora cercano di spingere i governi europei ed il governo Italiano ad attuare una strategia di salvataggio di questo istituto di credito.La Germania tuttavia ha già declinato in quanto i guai che hanno con Hypo Real Estate li costringeranno ad un salvataggio ancor più gravoso.La Francia così come tutti gli altri membri dell'UE,non è disposta a tirare fuori le somme necessarie.L'esposizione di Unicredit non verrà ripianata da nessuno!Le conseguenze catastrofiche per l'intero settore bancario italiano verranno messe in mostra e sarà chiaro il sistema non può essere salvato.Vi sono varie analisi sulle cause originali di questa crisi.Si passa Roubini a Benetazzo ed a molti altri,come le previsioni dei cicli economici di Kondratiev.Tutte portano alla conclusione che non siamo di fronte ad una semplice recessione ma a quella che molti iniziano a definire “GRANDE DEPRESSIONE”.Il crollo del sistema bancario e finanziario è già stato evitato un paio di volte negli ultimi mesi.A settembre e poi in Ottobre.Il 10 Ottobre in particolare Gordon Brown e, di certo,tutti gli altri governi del mondo occidentale,avevano pronti i decreti per chiudere tutti bancomat e le attività bancarie online a causa di una corsa agli sportelli.Per uno scarto di circa 3 ore sono riusciti ad evitare una crisi che avrebbe causato il crollo mondiale nel giro di sole 24 ore.Tuttavia la soluzione da loro trovata,e cioè stampare e pompare denaro dentro il sistema avrà una ricaduta o forse sta già avendo una ricaduta gravissima su tutti i mercati.Lo possiamo notare guardando il crollo del PIL tedesco -3,3%,il crollo del PIL giapponese -12,7%,il crollo del PIL USA -3%,tendenzialmente,così come il crollo del PIL Italiano che tende ormai verso il -3% ,e siamo solo a Febbraio!Se poi analizziamo il fattore energetico scopriamo che il picco petrolifero già raggiunto nel 2005 sarà un fattore assolutamente decisivo.Nel 2005 la domanda ha superato l'offerta di greggio e questo ha portato inseguito alle speculazioni del 2008 con il prezzo che era arrivato fino a $150 a barile.Si prevede nel 2009 un declino produttivo del petrolio del 6%!I parametri che vengono fuori indicano chiaramente che non ci sarà alcuna ripresa nel 2009 e che questa sarà una depressione economica costante e sempre più grave.Ci saranno,e stanno già accadendo negli USA,licenziamenti di massa.Nel mese di dicembre si sono persi 700.000 posti di lavoro,così come a gennaio e sicuramente anche nel mese di febbraio.Questo vuol dire una disoccupazione di circa il 13%!Il dato più vicino alla realtà parla però già del 18%!L'europa non sarà indenne da queste vicende.Credo che tutti noi ci rendiamo conto di cosa stia succedendo.Vediamo tutti la quantità di posti di lavoro che si perdono quotidianamente.Io stesso mi devo ritenere fortunato a lavorare ancora e con una paga decurtata del 25%!Il costante aumento dei disoccupati peserà enormemente nei conti del governo e vedremo presto tagli allo stato sociale,dalle pensioni agli ammortizzatori,dalla scuola alla sanità!Vedremo tagli alle infrastrutture ed alla manutenzione sia delle strade che delle linee di alimentazione elettrica!Il naturale evolversi di una crisi di queste proporzioni porta inesorabilmente verso sollevazioni e rivoluzioni.Negli Usa infatti già 8 statiArizona, Hawaii, Montana, Michigan, Missouri, New Hampshire, Oklahoma e Washington hanno rivendicato la propria indipendenza nei confronti del governo federale.Altri venti Stati sono pronti a fare lo stesso entro l’anno. Fra essi, Alaska, Alabama, Arkansas, California, Colorado, Georgia, Idaho, Indiana, Kansas, Nevada, Maine e Pennsylvania.La stessa nazione dei nativi americani ha rialzato la testa chiedendo l'indipendenza.Sembrano favole e sciocchezze,ma vi assicuro che sono tutte cose vere.Il comportamento dei governi dell'UE mostrano ormai chiari segni di un grosso scollamento da quelli che erano principi fondanti dell'Europa.Ogni governo pensa solo alle proprie necessità più immediate. Ed il nostro governo pensa solo a salvare banche,finanzieri ed altri criminali.Nessuno sà cosa fare o come affrontare la situazione.Questo perchè riescono solo a pensare a come salvare se stessi!Lo stesso ministro Tremonti ha di recente ha avuto comportamenti che solo in Italia non sono venuti fuori,quando durante un'intervista su BLOOMBERG TV,nel momento in cui gli sono state rivolte domande circa lo stato dell'economia Italiane e su Unicredit è semplicemente scappato.
Naturalmente tutte le notizie che vi ho dato e tutte le altre analisi che potete trovare facilmente sulla rete sia da fonti nazionali che internazionali rappresentano un grosso pericolo per la casta.Infatti non esiste ormai nessun editore o giornalista non asservito al sistema.Non esiste un solo giornale o rete tv che dia le notizie.La cosa che più preme loro è nascondere e addormentare il popolo.Il principale problema di chi detiene il potere ora è censurare in ogni modo internet.Ecco perchè il senatore D'Alia ha presentato la sua legge,utilizzando anche il caso Englaro,tra gli altri,che prevede sanzioni durissime per chi pubblica opinioni libere sia su social network come Facebook,sia sui blog!La nostra costituzione difende la libertà di parola come prevede l'articolo 21-
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Questi signori causeranno un problema sulla rete e poi troveranno la soluzione!La soluzione sarà la chiusura o il controllo della rete!Questo è anticostituzionale!Come lo sono state molte leggi e decreti degli ultimi governi ma soprattutto di questo!Lo scontro poi tra la presidenza del consiglio ed il presidente della repubblica nel caso Englaro è un altro esempio dell'attacco in atto ormai da 15 anni alla nostra costituzione!Gli allarmi sicurezza creati ad arte pur di portare sempre più soldati nelle nostre città sono un altro esempio lampante che induce me e molti altri a vedere in atto una deriva autoritaria della nazione!In realtà la paura serve a tener buono il popolo ed i soldati invece serviranno nel momento in cui la fame porterà il popolo nelle piazze.Gli scontri tra operai e forze “dell'ordine” sono già cosa quotidiana come dimostrano i fatti alla INNSE e quelli di Pomigliano d'Arco,le manifestazioni di Vicenza,le manifestazioni contro le discariche in campania,che continuano ancora oggi,quelle degli operai alitalia,quelle dei notav.
L'attacco frontale portato avanti dai padroni nei confronti degli operai e del contratto nazionale di lavoro è ulteriore riprova del fatto che questi personaggi stanno cercando in tutti i modi di approfittare subito della situazione per eliminare ciò che era rimasto delle vittorie nelle lotte operaie degli anni '70.Pensate alle esternazioni del ministro Sacconi o a quelle del ministro Brunetta contro i lavoratori ed in favore di una nuova riforma delle pensioni in senso peggiorativo!Pensate all'asservimento di alcuni sindacati alle logiche del potere politico e soprattutto economico!Pensate ad alcuni sindacati che si sono venduti pur di poter gestire gli ammortizzatori sociali e quindi in realtà avere potere gestionale sui fondi che dovrebbero andare ai lavoratori ed ai cittadini in difficoltà!Se poi qualcuno di noi mette in evidenza certe questioni sindacali ed i comportamenti tenuti da alcuni rappresentanti delle segreterie ci si trova facilmente in una situazione in cui si viene costretti a ritrattare le proprire idee!Una vera censura!Per fare cosa?Difendere taluni personaggi?Personaggi capaci solo di minacce ma non di affrontare un avversario in un vero dibattito.Personalmente sono stato costretto ad effettuare il passaggio ad un altro compagno che deve rimanere anonimo di un sito web creato per dare informazioni e consultato in tutta Italia!
La stessa CGIL è stata messa da parte dai due
sindacati maggiori e dal governo con la firma di un accordo separato teso a dare
ancor maggior potere ai padroni ed a moderare ulteriormente le già misere paghe
egli operai!Qual'è la posizione della CGIL ora?Gli scioperi di certo non
basteranno come abbiamo visto.Ogni volta i nostri giornalisti fanno apparire
fallimentari le iniziative prese,come quelle del 12 Dicembre o quelle della Fiom
dello scorso 13 Febbraio.Puntano a far diventare la CGIL come la Cgt farncese?Vogliono
escludere il più rappresentativo dei sindacati?Vogliono piegarci alle stesse
logiche che ormai guidano altri?So solamente che le forme di lotta intraprese
non bastano più.Uno sciopero o due scioperi o chissà quanti non saranno
sufficienti.Occorre innalzare il livello dello scontro!E' necessaria una
presenza maggiore e più continua dentro le fabbriche e nel tessuto
sociale.Occorre dare sempre maggiore informazione alla classe operaia.Fare
assemblee,essere presenti per spiegare a tutti quello che sta succedendo e
quello che accadrà.Non ci si può piegare come hanno fatto tutti e come faranno
molti ancora.La rassegnazione di cittadini e lavoratori sarebbe il risultato di
una mancata presenza forte della CGIL!
fonte:
Natalino Mastropietro - RSU
FILCEM-CGIL

Boicottare è giusto
Boicotta Israele
Il boicottaggio è una forma lecita e non violenta di lotta

Lista prodotti israeliani:
HAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M. CHEMICALS S.R.L./Milano
AMCOR: purificatori e condizionatori d'aria, insetticidi
ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica
CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village
CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE , Barbaresco (Cuneo)
CARMEL: prodotti d'esportazione come avocados ,fiori recisi e succhi di frutta
CALVIN KLEIN: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele
DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO varietà Medjoul e Deglet Nour
EPILADY/MEPRO: epilatori
HALVA: barrette di sesamo
INTEL: microprocessori e periferiche
JAFFA: agrumi
MOTOROLA: prodotti di irrigazione e fertilizzanti
MUL-T-LOCK Ltd: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e attrezzature
NECA: saponi
PRETZELS: snack salati della Beigel
SALI DEL MAR MORTO: prodotti cosmetici
Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni
SODA-CLUB Ltd.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di soda e soft drinks
SOLTARN Ltd: pentole e tegami in acciaio antimacchia
VEGGIE PATCH LINE: hamburger di soia e prodotti alternativi Generi : marche Abbigliamento: Ask Retailer; Gottex, Gideon Oberson, Sara Prints, Calvin Klein
Aromi e spezie: MATA, Deco-Swiss, Israel Dehydration Co. Ltd.
Bevande: Askalon, Latroun, National Brewery Ltd., Carmel, Eliaz Benjamina Ltd., Montfort, Yarden Vineyards, International Distilleries of Israel Ltd. (Sabra), Gamla, Hebroni
Budini: OSEM, MATA, Israel Edible Products Ltd. -Telma
Cipolle: Beit Hashita, Carmit, Sunfrost
Formaggi: Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd., Tnuva, Central Co-op, MATA, Haolam
Frutta: Assis Ltd., Carmel Medijuice, NOON, PRI-TAIM, Agrexco USA Ltd., Yakhin, PRI-ZE, FIT (Federation of Israel Canners), Jaffy's Citrus Products
Prodotti a base di pomodoro: FIT, Medijuice, Pardess, Yakhin, VITA
Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): Carmit, Elite, Geva, Rimon, Karina, Lieber, Oppenheimer, OSEM, Taste of Israel, Israel Edible Products - Telma
Olive: Beit Hashita, H&S Private Label, Shan Olives Ltd. (Hazayith)
Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: Assis Ltd., I&B Farm Products, Meshek Industries (Beit Yitshak 778) Ltd., VITA
Pesce: Noon, Yonah, Carmel, Ask retailer/frozen fillets
Prodotti a base di tacchino: Hod Lavan, Soglowek, Yarden, Ask retailer/butcher/Deli
Prodotti dietetici: Elite, Froumine, OSEM, Israel Edible Products - Telma, Kedem, Afifit Ltd., Magdaniat Hadar Ltd., Tivon
Prodotti di forneria: Affifit Ltd., Barth, Elite, Einat, Froumine, Hadar, Israel Edible Products - Telma, Magdaniat Hadar Ltd., OSEM, Taste of Israel
Prodotti vegetali: Yakhin, PRI-TAIM, PRI-ZE Growers/MOPAZ, Sanlakol, Carmelit Portnoy, Tapud, Sun Frost
Salse per pizza: Jaffa-Mor, VITA, H&S Private Label, MATA
Software e componenti per computer: Four M, Cimatron, Eliashim Micro Computers, Sintel, Ramir (Adacom), Rad, Orbotech, Shatek, Scitex, 4th Dimension Software Ltd., magic Software, 32-bit
Zuppe, salse e dadi: Israel Edible Products Ltd. - Telma, OSEM, MATA, Gourmet Cuisine


6-7- FEBBRAIO - MOLINI GIROLA FERMO
LA RESISTENZA NON CONOSCE CRISI
Antifascismo-Palestina-Dibattiti-Poiezioni-Musica
Programma:
-Venerdi 6 febbraio, Fermo, Presso L'ex Stazione Contrada Conceria
Coordinamento Palestina presenta:
Ore: 21.30 – Incontro/Dibattito con Shorki Hroub – UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese) – Marco Ramazzotti Stockel – Rete Eco (Ebrei Contro L'Occupazione)
-Sabato 7 Febbraio, Fermo, Presso il parcheggio Ex Sacomar Conceria
Comitato Antifascista del Fermano presenta:
Ore 17.00 – Proiezione del film documentario Nazirock di Claudio Lazzaro
Ore 18.30 – dibattito con Gianfranco Careri – USI - Unione Sindacale Italiana.
Ore 20.00 – Aperitivo e spettacolo comico con Giorgio Montanini
Ore 22.00 – Concerti
Ore 24.00 – Musica e Dj fino a notte.
Tendoni al coperto - beveraggio – cibo.
Info: collettivoantifascistafermo@gmail.it

Appendete la bandiera palestinese al vostro balcone e alle vostre finestre
In conclusione della grande manifestazione di sabato 17 gennaio a Roma, abbiamo lanciato l'appello ad appendere le bandiere palestinesi al nostro balcone. Noi abbiamo cominciato a farlo perchè siamo abituati a fare le cose che diciamo. La mobilitazione per la Palestina non è finita sabato 17 gennaio, al contrario adesso viene la parte più difficile e occorre lottare e vincere anche sul piano della comunicazione.
Quindi: appendete le bandiere. Se
non le avete cercatele, cucitele, acquistatele.
Fate una fotografia e inviatela ai giornali e a forumpalestina@libero.it
indicando la città. Fate circolare questo messaggio a tutti gli indirizzi che
avete a disposizione.


150 MILA IN PIAZZA A ROMA A SOSTEGNO DELLA PALESTINA GROSSA RIUSCITA DELLA MANIFESTAZIONE!
Sul piano numerico, dato che essa è stata soprattutto autorganizzata e attivamente boicottata, prima tra tutto i mass media che l'hanno ignorata, prima, durante e dopo - scandalosa la TV Rai e Mediaset. Politicamente, perchè ha raccolto un'imponente partecipazione degli immigrati, soprattutto arabo-palestinesi, che l'hanno sentita come una loro manifestazione - e questa, tenendo conto che non si trattava di una manifestazione sulle tematiche dell'immigrazione, rappresenta una novità assoluta per il nostro paese di cui noi per primi dobbiamo tener conto. Politicamente, perchè ha raccolto la sinistra effettiva di solidarietà e di lotta contro l'imperialismo, anche grazie alla contemporanea, squallida manifestazione di D'Alema nell'ormai peri-patetica marcia Perugia/Assisi. Denunciamo la linea e la prassi di Rifondazione, in cui cambiano i segretari, cambiano i direttori del giornale, ma non cambia la politica di sostanziale equidistanza espressa dalla continuità della polizione : 'due popoli, due Stati', che serve gli interessi dell'imperialismo e tradisce la linea e la prassi del popolo di Gaza che proprio in nome di un'altra posizione, di un altro sogno combatte e resiste. Va criticata ed evidenziata la povertà politica e l'errore di quelle fasce del movimento e del sindacalismo di base che hanno preferito o fare/partecipare a manifestazioni locali o in altre forma non essere presenti; dietro motivazioni tecniche o errate valutazioni politiche c'è solo l'arretratezza di chi non ha compreso cosa significa il 17: "essere tutti palestinesi". La resistenza del popolo palestinese, le manifestazioni in tutto il mondo hanno ottenuto un primo risultato, Israele deve fermarsi, la resistenza ha tenuto e ottenuto un primo risultato. Ora la mobilitazione deve continuare in tutte le forme possibili, ma soprattutto chiare, ampiezza e chiarezza devono avanzare insieme.
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CRISI INTERNA E RISCHIO DI SCISSIONE NEL PRC
La crisi e la frattura che si sono determinate all'interno del Prc irpino e, più in generale, su scala nazionale, sembrano essere approdate ad un livello addirittura drammatico ed insanabile, prossimo ad un'inevitabile e dolorosa scissione interna. Tuttavia, nulla avviene casualmente, per cui è d'uopo sollecitare una riflessione il più possibile onesta, serena e rigorosa per provare ad indagare e comprendere le ragioni di questa deriva storico-politica. Il fatto che si sia ridotti a rimpiangere la vecchia gestione maraiana della segreteria provinciale del Prc, è un motivo di amara delusione, un segnale a dir poco allarmante. E' un dato oggettivamente inquietante che denota lo sfacelo morale e politico prodottosi nel partito, il livello di arretratezza e degrado in cui è precipitato il Prc in provincia di Avellino, a causa soprattutto (ma non solo) dei metodi cinici e spregiudicati adottati nella gestione interna. Sistemi di direzione oltremodo arrogante e personalistica che rasentano e riproducono gli schemi dell'autoritarismo stalinista e, in taluni casi e circostanze, hanno superato persino le pratiche di nepotismo e favoritismo di marca demitiana.
A leggere alcuni commenti sembra di capire che le fratture e le lacerazioni interne, le contraddizioni e le lotte intestine al Prc siano da attribuire alla semplice e mera "cattiveria" umana. Vale a dire all'"imbarbarimento" degli animi, all'involuzione e all'abbrutimento delle coscienze e dei comportamenti dei singoli compagni, alla crescente e diffusa malvagità interiore, all'aberrazione etico-morale di alcune individualità. In tal guisa sono state trascurate, oppure omesse e ignorate del tutto, le correlazioni con altri fattori causali, da ricondurre a processi di natura più vasta e complessa, insiti nei rapporti tra le forze sociali e materiali che si collocano nell'attuale sistema politico, economico-affaristico e strutturale che fa capo al capitalismo non solo nazionale ma globale. Tali equilibri di forza hanno sicuramente a che fare con la corruzione e la degenerazione ideologica e pratica in senso opportunistico di numerosi quadri dirigenti del Prc, fino a farne un partito non più di classe, non più rivoluzionario (se mai lo è stato), ma un organismo, nella migliore delle ipotesi, di tipo democratico-progressista, illuminista-borghese e radical-chic.
Può anche darsi che sia avvenuto qualcosa di simile a quanto è accaduto in passato a formazioni politiche ben più importanti e di massa: si pensi alla socialdemocrazia tedesca e ad altri partiti socialisti della II Internazionale, che tradirono la causa del proletariato internazionale per aderire passivamente alle scelte e agli interessi dalle borghesie imperialiste e guerrafondaie che portarono all'esplosione della prima guerra mondiale. Oppure si pensi al Partito Comunista Italiano, corrotto e snaturatosi sin dai tempi di Togliatti in virtù di un processo degenerativo in senso burocratico-verticistico, e trasformatosi alla fine in una forza interclassista, subalterna al potere democristiano, addirittura conservatrice che ha contribuito ad arginare le lotte più avanzate ed emancipatrici sorte dal 1968 in poi, soffocando le spinte propulsive esercitate all'interno del movimento operaio, sindacale e politico italiano. Tali esperienze storiche hanno svelato la matrice e l'origine individualistico-borghese dell'opportunismo che si insinua come un virus all'interno dei movimenti e delle lotte delle classi operaie e lavoratrici, all'interno delle organizzazioni politiche del proletariato, per deviarle e dirigerle verso posizioni non più rivoluzionarie e classiste, bensì addomesticate e imborghesite.
Mi rendo conto che il mio linguaggio e il mio ragionamento potranno risultare anacronistici, ma credo che l'analisi più corretta e più valida da proporre sia esattamente quella che ho provato ad introdurre nel dibattito. Inoltre, non va dimenticato che il virus dell'opportunismo, "malattia senile del comunismo", si camuffa in maniera subdola, presentandosi anche attraverso i sintomi di un presunto e millantato rinnovamento teorico-culturale, persino lessicale e terminologico, del "vecchio armamentario ideologico e linguistico" dei comunisti. Si pensi al revisionismo ideologico di E. Bernstein ai tempi della II Internazionale, oppure all'odierno revisionismo teorico e parolaio di personaggi ambigui e discutibili quali Bertinotti & soci. Naturalmente, il mio contributo non vuol essere per nulla esaustivo delle cause che hanno condotto all'attuale disastro locale e nazionale, che ha segnato l'eclissi totale della cosiddetta "sinistra radicale" all'interno dello scenario politico parlamentare, quale risultato finale di un processo storico di deriva e di crescente marginalizzazione e subalternità politico-culturale del Prc ai poteri egemoni e dominanti all'interno della società italiana.
Lucio Garofalo

articolo pubblicto su "Il Messaggero" di Ancona il 07/01/2009
ANCONA – I partiti della sinistra in piazza per il cessate il fuoco a Gaza. E tra le fila del L.u.p.o. spunta lo striscione pro-Hamas. Ieri pomeriggio dalle 18 i partiti della Rifondazione comunista e i Comunisti italiani hanno organizzato un presidio congiunto in piazza Roma per fermare l'invasione militare in atto questi giorni nella Striscia di Gaza per mano dell'esercito israeliano. Presenti all'iniziativa alcuni dei vertici dei due partiti come Giuliano Brandoni (Prc), Maurizio Formica (Pdci) e l'assessore alle politiche giovanili del comune di Ancona Andrea Filippini. "Vogliamo testimoniare che il massacro in corso a Gaza non può continuare – ha spiegato l'assessore Filippini – non c'è pace senza il riconoscimento delle ragioni del popolo palestinese. L'immagine del ministro degli esteri Frattini in settimana bianca durante una delle crisi più importanti per la comunità internazionale la dice lunga su questo governo. Per quanto rigurda il raggiungimento della pace siamo all'anno zero". Il presidio di ieri pomeriggio ha visto anche la partecipazione dell'associazione osimana Lupo con uno striscione solidale con il popolo palestinese e il partito di Hamas "forza popolare vincitrice dell'elezioni del 2006 considerate tra le più democratiche del mondo arabo". I manifestanti hanno poi inscenato un breve corteo fino a piazza Cavour. Le iniziative di solidarietà con Gaza proseguono con la protesta di sabato ad Osimo.
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I tg e la fine della libera informazione
Infopal. Come ti ribalto, deformo e manipolo la verità: i tg e la fine della libera informazione. Un giornalista di punta, comodamente seduto nel suo studio, a Gerusalemme, ha "raccontato" la guerra di Israele contro Gaza. Neanche la briga di "essere sul posto". Nulla. Le notizie, era ben chiaro, arrivavano da media e esercito israeliani. Il giornalista ha parlato di "basi di Hamas distrutte" quando invece si tratta della sede della polizia del ministero degli Interni, che oggi ospitava un corso di addestramento per nuove, giovani, reclute delle forze dell'ordine. Dunque, non c'erano resistenti o combattenti vari, ma ragazzini disoccupati che si erano arruolati in polizia, come fanno molti italiani nel nostro sud economicamente depresso.
Il corrispondente ha parlato di 150 miliziani uccisi e di qualche civile: si tratta, invece, di poliziotti, di bambini che uscivano da scuola e di altre persone prese alla sprovvista dai 30 e oltre attacchi aerei simultanei contro la Striscia.
Ha parlato di "risposta" ai lanci di razzetti Qassam dalla Striscia contro Israele, ma, contraddicendosi, forse senza neanche rendersi conto, ha affermato che il piano di attacco israeliano era in gestazione da mesi...Dalla tregua, dunque, rispettata da Hamas ma quotidianamente violata dalle forze di occupazione. Va ricordato, infatti, che la ripresa del lancio di missiletti artigianali è coincisa con la strage condotta a novembre dall'esercito israeliano. Non prima. Sostenere, come ha riportato il giornalista, che il piano di attacco era in studio da mesi implica necessariamente il fatto che Israele, nonostante la tregua, volesse trovare la scusa per bombardare Gaza e distruggere Hamas.
Il giornalista avrebbe dovuto parlare di crimini di guerra, ma non l'ha fatto, e ha fornito a milioni di telespettatori italiani la versione dell'esercito di Israele, della propaganda sionista.
La TV disinforma e manipola la verità. In Italia la libertà di informazione, la dignità di informare, sono definitivamente defunte. Ormai ci troviamo all'interno di un grande, pericoloso, video-game globale e apocalittico, dove l'Umanità è piegata, torturata, uccisa per mano di bande di criminali, i cui capi controllano le principali corporation mondiali. Media compresi. I colleghi che hanno ancora un po' di coscienza, s'indignino per favore.
fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=10198

Comunicato sull'operazione fascista e poliziesca di Pistoia?
Giocare d’attacco per vincere la lotta contro i fascisti, sbirri e politicanti!
Mobilitiamo lavoratori, studenti, pensionati e casalinghe di Pistoia per chiudere le sedi di Forza Nuova e Casa Pound!
Nessuna agibilità politica per i fascisti! Assestiamo un duro colpo alla destra reazionaria ed eversiva!
Il 13 dicembre a Pistoia una squadraccia fascista ha aggredito alcuni compagni che stavano facendo un’assemblea al Centro Sociale Spazio Liberato in solidarietà con gli antifascisti che l’11 marzo ’06 scesero giustamente in strada a Milano per impedire una parata organizzata (con il sostegno delle autorità cittadine) da Fiamma Tricolore e che per questo sono stati condannati a 4 anni di detenzione.
Questi topi di fogna hanno aggredito a tradimento il compagno Cristian del Partito dei CARC, cogliendolo di sorpresa e prendendolo a cinghiate. I compagni presenti all’iniziativa, rendendosi conto dell’accaduto, hanno iniziato a rincorrere i fascisti. Poco dopo sono sbucate alcune pattuglie di poliziotti e carabinieri e una camionetta. Due fascisti sono riusciti a fuggire, quattro sono stati fermati. Come da manuale, gli sbirri hanno fermato anche nove compagni, tra cui Cristian. Mentre stava avvenendo tutto ciò, uno sbirro ha fatto sparire un tirapugni che era caduto ad un fascista durante la fuga. Alla domanda di un compagno: “Ma che cos’è quello, un tirapugni?” ha risposto “io non ho visto alcun tirapugni”. Non sorprende quindi che subito dopo le forze dell’ordine abbiano cercato di coprire i fascisti, tentando di far passare la loro aggressione per una banale rissa. Casa Pound ha preso subito la palla al balzo e sui giornali locali ha denunciato di essere stata aggredita. Forza Nuova ha dichiarato di non essere immischiata. Nei giorni successivi, il compagno Cristian ha ricevuto delle telefonate anonime di minaccia e la madre di una compagna antifascista è stata attesa e minacciata all’uscita dal posto di lavoro da un gruppo di fascisti. Un consigliere comunale di Forza Italia ha chiesto “a razzo” la chiusura del centro sociale Spazio Liberato. All’alba del 16 dicembre le forze dell’ordine hanno perquisito i compagni fermati la sera dell’aggressione, più uno dei quattro fascisti. Questa azione poliziesca ha il chiaro obiettivo di cercare di far pressione sui compagni e di coprire i fascisti rafforzando la tesi della rissa. Non è però finita qui. Il 17 dicembre, durante un’assemblea al Centro Sociale Spazio Liberato per organizzare il corteo antifascista che si terrà sabato a Pistoia, si sono presentate tre/quattro pattuglie di carabinieri e polizia che hanno identificato i compagni presenti. Da un’immobile comunale dall’altra parte della strada si vedevano scattare dei flash. I compagni hanno allora chiesto agli sbirri cosa stesse succedendo in quella casa. La loro risposta è stata: “Non ne abbiamo idea”. Poco dopo dall’immobile sono uscite quattro persone, che si sono coperte il viso con il giubbotto e che sono entrare subito in un auto degli sbirri e in quella della GLOBO (agenzia di metronotte) arrivata nel frattempo. In auto i quattro si sono sdraiati sui sedili posteriori per non farsi riconoscere.
Fascisti, polizia, carabinieri, metronotte, Forza Italia: ormai è chiaro il disegno d’insieme che lega queste varie componenti e il ruolo che ognuna di esse svolge all’interno di questo progetto unitario, finalizzato a piegare il movimento comunista, antifascista e anarchico di Pistoia e rafforzare il tentativo condotto su scala nazionale dalla destra reazionaria ed eversiva di “usare il pugno di ferro” contro coloro che si oppongono all’eliminazione dei diritti e che lottano contro la classe di padroni, banchieri, mafiosi e alti prelati che governa il nostro paese.
L’impatto violento potrebbe produrre un’iniziale sensazione di smarrimento. In definitiva è questo l’obiettivo di questa manovra. Dobbiamo però analizzare gli eventi in modo scientifico, distinguendo la forma con cui appaiono (l’apparenza) dal loro reale contenuto (la reale essenza). Se è vero che la borghesia e i suoi scagnozzi a Pistoia sta “mostrando i denti”, è anche vero che questa sua offensiva poggia ed è prodotta dalla situazione di incertezza, di sbandamento e paura che attraversa la classe dominante. Il gigante ha i piedi d’argilla! “Paura? Sbandamento?” potrebbe chiederci qualcuno. Proprio così: la crisi economica che attraversa il sistema capitalista dalla metà degli anni ’70, in questi mesi è precipitata ed è ormai entrata nella sua fase acuta. Non ci sono più bolle speculative a cui far ricorso. La borghesia non sa che pesci prendere. E tra le masse popolari si sta sviluppando sempre di più il movimento di resistenza: dall’onda studentesca ai lavoratori dell’Alitalia, dallo sciopero dei sindacati di base del 17 ottobre allo sciopero generale del 12 dicembre, dalla lotta del movimento No dal Molin a quello del Movimento No TAV in Val Susa fino alla lotta delle masse popolari della Campania. La situazione per la borghesia peggiorerà nei prossimi mesi, quando migliaia di lavoratori verranno gettati nella strada a causa di licenziamenti e delocalizzazioni.
In questa situazione giocare d’attacco rafforza i comunisti, gli antifascisti, gli anarchici e i progressisti. La prateria è infiammabile. Bisogna accenderla! Nel caso specifico di Pistoia questo significa lottare per chiudere i covi di Forza Nuova e Casa Pound. Non bisogna cadere nell’errore del “meno peggio che apre le porte al peggio”: limitarsi a denunciare l’attacco subito. Bisogna trasformare questo attacco in una controffensiva e puntare a liberare la città dalla feccia fascista, promuovendo la mobilitazione popolare e sfruttando a nostro vantaggio le contraddizioni presenti nel “teatrino della politica borghese” locale. Bisogna costringere, attraverso la mobilitazione popolare, l’amministrazione comunale a chiudere le sedi di Forza Nuova e Casa Pound. Se continuerà a non farlo, lo faranno le masse popolari! Il fascismo non è un’opinione schifosa ma che in quanto opinione può essere espressa: non bisogna dare nessuna agibilità politica ai fascisti. Non solo perché è la Costituzione italiana a stabilirlo, grazie alla Resistenza partigiana, ma soprattutto perché il fascismo è un’operazione politica promossa dalla borghesia per cercare di contrastare la lotta delle masse popolari per difendere i loro diritti e costruire una società diretta dai lavoratori per i lavoratori. Anche se non fosse legale chiudere le sedi dei fascisti e impedire la loro agibilità politica, sarebbe comunque legittimo, giusto e necessario farlo lo stesso! Tutto quello che è conforme agli interessi e alle aspirazioni della masse popolari è legittimo, anche se non è legale!
A chi pensa che pretendere e lottare per la chiusura dei covi fascisti significherebbe “porgere il fianco” ai tentativi di chiudere gli spazi di aggregazione dei comunisti, antifascisti e progressisti, diciamo: le masse popolari sono il “tallone d’Achille” della classe dominante! Se la parola d’ordine “chiudiamo i covi fascisti” acquista sostegno e simpatia tra i lavoratori, studenti, casalinghe e pensionati, per la borghesia sarà molto difficile cercare di chiudere le sedi della sinistra. Per mantenere nelle proprie mani il potere, la classe di parassiti e sanguisughe che governa il nostro paese (dal Parlamento alle circoscrizioni) ha bisogno del loro consenso o della loro rassegnazione. Se le masse popolari iniziano a mobilitarsi e a lottare, la borghesia è costretta a cedere o a fare gesti inconsulti (ad esempio caricare i manifestanti, alzare il livello dello scontro) che però minano ancor di più il suo prestigio tra i lavoratori, studenti, pensionati e casalinghe e aumentano la loro rabbia, il loro odio di classe e la loro lotta. Le masse popolari di Pistoia stanno dimostrando già da qualche mese di non volere le sedi fasciste: un esempio è costituito dalle decine di lettere e telefonate ricevute dalla proprietaria di una delle due sedi fasciste. Dobbiamo alimentare questo sano slancio e rafforzarlo!
Giocare d’attacco e puntare a chiudere le sedi fasciste! Fare come a Pavia! Questa è la parola d’ordine che la manifestazione che si terrà domani pomeriggio a Pistoia deve sollevare con forza. La stessa cosa avverrà al presidio organizzato dalla Federazione Toscana del Partito dei CARC per lunedì 22 dicembre davanti al Consiglio Regionale (Firenze, via Cavour, ore 16:00): questo presidio porrà con forza le parole d’ordine “Non pagheremo noi la crisi dei padroni! No alla chiusura delle fabbriche! No all’attacco ai diritti e alle morti sul lavoro! Nessuna agibilità politica per i fascisti! Mandiamo a casa la banda Berlusconi!”. Lanciamo l’appello a tutti i comunisti, antifascisti, progressisti toscani a partecipare a queste due iniziative.
Chiudiamo i covi dei fascisti a Pistoia!
Nessuna agibilità politica per Forza Nuova e casa Pound!
Non pagheremo noi la crisi dei padroni e non ci piegheremo alle loro minacce!
Mandiamo a casa la banda Berlusconi!
Facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!
Fonte: CARC CN

COMMENTO ALL’ACCORDO SULLA SCUOLA (Per scaricare il testo ufficiale cliccare qui)
SCUOLA DELL’INFANZIA Ritorna l’orario a 40 ore con 2 insegnanti per sezione, ma rimane la possibilità di un’organizzazione oraria solo antimeridiana “a richiesta delle famiglie”. Norma ambigua, perché non si specifica con quali numeri venga attivato l’orario ridotto che, sebbene definito “residuale”, l’ufficio organici degli ex provveditorati tenderanno a preferire in un’ottica di mero risparmio.
Classi “primavera”. Restano, con un’obbligatorietà rafforzata rispetto al passato. Questo rappresenta un aumento dei carichi di lavoro non retribuito ed una dequalificazione evidente della funzione docente.
PRIMARIA Orario. L’orario di insegnamento viene allungato a 24 ore settimanali di frontale: spariscono contemporaneità e programmazione. Un aumento non retribuito dei carichi di lavoro.
Contemporaneità (e progetti relativi). Scompaiono. Così cade una delle risorse tipiche delle elementari in ordine alla questione della multiculturalità (e non solo).
Classi “ponte”. Restano, con tutto il loro bagaglio di separatezza, discriminazione e razzismo.
Prime del prossimo anno. Su richiesta delle famiglie, le prime del prossimo anno scolastico partiranno a 24 ore (con maestro unico).
Moduli. Le altre classi (se a modulo) con gli anni verranno ridotte a 24, 27 o a 30 ore. A regime, i moduli prevedono solo il maestro unico. Anche il tempo pieno, se non confermato, potrà venire ridotto con tali scansioni orarie. Un’organizzazione di tal tipo è paradossale. Basta pensare alle discrasie che produce. Ad esempio, in una classe il “maestro unico” può essere idoneo all’insegnamento della lingua straniera (o anche alla religione cattolica) ed in altra no. Succede così che il “maestro prevalente” che terrà lezioni di lingua straniera (e/o religione), potrà effettuare meno ore in altre materie, ore che non verranno compensate da nessun altro, essendo di sua esclusiva competenza. Avremo così classi a 24 ore con lingua straniera e religione ed altre a 27: quelle con 24 avranno meno ore per gli altri insegnamenti). Tenere presente che tale norma è costruita a mo’ di trappola: infatti più saranno i genitori a chiedere un orario a 24 o 27 ore e più risulterà “gradita” e vincente la posizione del Governo sul “maestro unico” (anche se verrà chiamato “prevalente”).
Tempo pieno. Ritorna a 40 ore con due insegnanti, però occorre che le richieste dei genitori siano esplicite e categoriche e che il numero degli alunni iscritti sia congruo alle normative vigenti per la formazione delle classi (tenere presente che gli Uffici organico degli ex provveditorati verranno sollecitati dal Ministero a contenere il più possibile l’istituzione delle classi a tempo pieno).
Anche qui avremo discrasie: essendo l’orario frontale da effettuarsi pari a 24 ore pro-capite per i due insegnanti del tempo pieno, ed essendo eliminate le contemporaneità, avanzeranno 8 ore che dovranno venire impiegate in altre classi (ulteriore aumento dei carichi di lavoro – vd. valutazioni plurime – e della flessibilità a costo zero). Visto che la Gelmini ha sostenuto pubblicamente che il tempo pieno “crescerà”, i genitori che lo vogliono devono pretenderlo al momento dell’iscrizione, rivendicando, se necessario, l’abbassamento del numero di alunni necessari per formare una classe.
Aumento dei carichi di lavoro. L’allargamento degli oneri di servizio (tutto frontale) difficilmente sarà impugnabile – come avrebbe potuto in assenza di un accordo con le OOSS sottoscrittrici – ai sensi del contratto nazionale, visto che CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda concorderanno a modifiche in linea con quanto pattuito con il Governo Berlusconi e con la Gelmini l’11 dicembre 08.
SCUOLA MEDIA Tempo scuola. Da 29 a 30 ore, a seconda del “POF”.
Tempo prolungato. Da un minimo di 36 ad un massimo di 40 ore. Per le 40 ore sarà necessario che le richieste dei genitori siano esplicite e categoriche e che il numero degli alunni iscritti sia congruo alle normative vigenti per la formazione delle classi (tenere presente che gli Uffici organico degli ex provveditorati verranno sollecitati dal Ministero a contenere il più possibile l’istituzione delle classi a tempo pieno).
Bilinguismo. Scompare: bella coerenza per il governo delle 3 “i”.
SCUOLA SUPERIORE I decreti attuativi per le superiori verranno redatti ad inizio 2009 ed andranno in vigore dall’a.s. 2010 / 2011. Il Governo non recede di un millimetro rispetto ai tagli previsti (ca 80000 cattedre e 30000 posti ATA), né rispetto agli strumenti immaginati. Del resto, tale rinvio era scontato. Meno scontata è, per un Paese civile, la riduzione a 4 anni di alcuni indirizzi liceali, la sparizione del greco dal liceo classico o del latino dallo scientifico (provvedimenti per i quali si staranno agitando nella tomba persino Gentile e Bottai, fautori della riforma scolastica fascista). La riduzione a non più di 32 ore del tempo scuola per Istituti Tecnici e Professionali ed il taglio generalizzato delle ore per materia (che colpirà soprattutto conoscenze e competenze che sviluppano il sapere critico come le lettere, le scienze, la matematica, la geografia e la storia) e l’impronta monoprofessionalistica, comportamentista e meccanicista che ne seguirà prefigurano – nonostante “l’accordo” – una scuola costruita ad immagine e somiglianza di quella statunitense, senza residui possibili confronti con la tradizione europea.
HANDICAP E SOSTEGNO Taglio drastico degli insegnanti di sostegno, il cui rapporto medio con i diversamente abili scende da 1 a 4 ad 1 a 2.
ACCORPAMENTI, FUSIONI E SOPPRESSIONE DI SCUOLE (“DIMENSIONAMENTO”) Verrà attuato dal prossimo anno scolastico e quindi disposto entro il presente a. s., con i disastrosi parametri previsti per le scuole di ogni ordine e grado.
NUMERO DI ALUNNI PER CLASSE Il previsto aumento di un punto percentuale del rapporto medio alunni-classe in ogni ordine e grado, viene solo congelato per un anno e solo a causa dell’impatto mediatico che le recenti disgrazie in ordine alla questione sicurezza hanno scaricato sul governo. In compenso non si stanzia un euro per mettere a norma quel 90% di scuole non in regola con dettami a suo tempo disposti con la L. 626 (rivista e sempre in regime di prorogatio in Italia, unico Paese della UE a non aver mandato a regime le norme relative). Né per mettere a norma quel 50% di scuole non a posto neppure dal punto di vista dell’impianto elettrico. Va segnalato che la mancata adozione del piano di aumento del numero di alunni per classe introduce un ulteriore taglio di spesa che graverà sul personale e sul funzionamento della scuola, come prevede il comma f) dell’accordo, che recita: “ferma restando l’adozione di misure compensative idonee a garantire i complessivi obiettivi di riduzione dell’art. 64 del Piano Programmatico...”.
TAGLI DI PERSONALE “L’accordo” sottoscritto da CGIL, CILS, UIL, SNALS e Gilda, non sfiora neppure il capitolo dei tagli: restano così disposte le riduzioni di 87500 docenti e 40000 ATA, concentrati soprattutto nella primaria, ma anche nella scuola dell’infanzia e nella media (sostegno, educazione tecnica e residua questione del tempo prolungato), nonché quelle “a venire” relativamente a 80000 cattedre di scuola superiore e ad altri 30000 posti ATA.
Fonte: unicobas_pu@infinito.it

Massima solidarietà a Cristian e ai compagni dello Spazio Liberato!
Ora e sempre Resistenza!
Per esprimere solidarietà spazioliberato@inventati.org - C.S. Spazio Liberato cristianb@freemail.it - Partito dei Carc sez Agliana
Comunicato della Segreteria Federale Toscana del 16.12.08 - AGGIORNATO
La Segreteria Federale del Partito dei Carc (Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo) esprime solidarietà militante ai compagni del centro sociale “Spazio Libero” e a tutti i presenti all’iniziativa antifascista di sabato scorso. Anche in toscana i fascisti si permettono di “rialzare la testa”, aggrediscono in gruppo compagni isolati, aprono sedi, organizzano dibattiti ed imbrattano i nostri muri con simbologie fasciste e naziste. Poco o nulla gli è vietato dalle amministrazioni e dalle cosiddette forze dell’ordine. L’aggressione con catene a danno del nostro compagno Cristian è l’ennesima aggressione che il movimento di resistenza popolare riceve negli ultimi anni. I compagni e le compagne di Pistoia stanno facendo un ottimo lavoro politico, quello che era nato come un attacco squadrista premeditato si è trasformato in atto di riscossa dei compagni antifascisti! La mobilitazione che i compagni hanno radunato attorno a se sta costringendo le istituzioni a mettere in discussione l’attività e la presenza di sedi ed di elementi riconducibili chiaramente al nazifascismo. Imporre alle istituzioni borghesi di difendere gli ideali della Resistenza non è facile ed è una buona strada, però, per impedire definitivamente che riavvengano episodi come quello di sabato oltre a mantenere alto il livello di vigilanza, è importante legare la lotta antifascista a quella per la difesa del posto di lavoro, alla lotta contro la precarietà e alla difesa dell’ambiente, dobbiamo mettere al centro l’appartenenza alla classe dei lavoratori, partire da questo fattore ed allacciarci a tutte le battaglie che coinvolgono il campo delle masse popolari separandolo e contrapponendolo a quello della borghesia imperialista. Siamo certi che la lotta contro il fascismo passi attraverso la lotta contro il capitalismo, contro i governanti di questo paese, contro i grandi elettori, gli industriali, i finanzieri, i generali, i mafiosi, i papi e i cardinali. Mentre scriviamo questo comunicato arrivano nuove notizie, i fascisti sono tornati nella notte al centro sociale ed hanno bruciato una bacheca, la madre di un compagno è stata minacciata di morte da un gruppuscolo di fascisti proprio per le vicende di sabato sera e stamani mattina a cinque compagni (e quattro fascisti) tra cui il nostro compagno, sono state perquisite le case dai Carabinieri su ordine del Sostituto Procuratore Antonio Bianco. Le perquisizioni contro i compagni sono un atto intimidatorio grave e non tollerabile, con questa azione la magistratura e le forze della repressione hanno cercato di nascondere il carattere politico della vicenda mettendo sul solito piano aggrediti e aggressori, inoltre stanno cercando di fare “terra bruciata” attorno ai compagni per ostacolare i fiumi di solidarietà che stanno arrivando da tutta Pistoia, da molte parti della toscana e non solo. Prima i fascisti e oggi anche Carabinieri e Magistratura, hanno alzato un masso gigante che ricadrà inevitabilmente sui loro piedi! Lottiamo insieme per cambiale il mondo come va bene a noi! Saremo presenti alle assemblee e ai dibattiti che ci porteranno a costruire una grande mobilitazione per i prossimi giorni.
Fonte: Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)

SULLA MANIFESTAZIONE ALLA THYSSEN DEL 6 DICEMBRE
A breve gireremo il comunicato pubblico del comitato organizzatore e la rassegna stampa sulla riuscita della manifestazione autoconvocata sulla sicurezza sul lavoro di sabato scorso a Torino. Nell'anniversario della strage dello scorso anno alla ThyssenKrupp più di 5.000 lavoratori e lavoratrici si sono ritrovati insieme, indipendentemente dalla propria collocazione politica e sindacale, per denunciare la strage continua in nome del profitto dei padroni in fabbriche, cantieri e altri luoghi di lavoro alimentata dai frutti avvelenati della concertazione politico-sindacale e degli arretramenti di diritti in termini di salario, contratti, orario, agibilità sindacali... In questo sistema di sfruttamento l'unica logica che domina è quella del profitto che, oltretutto, ti uccide anche in "differita" - magari dopo anni - con gli effetti della nocività sul lavoro e nei territori. E' un problema di classe che ci riguarda tutti. Come classe lavoratrice serviamo solo come manodopera che produce richezza e, al massimo, come "consumatori" delle briciole di questa stessa ricchezza. Per questo alla manifestazione - a fianco degli operai - c'erano rappresentanti di movimenti come il NO-TAV, il No-F35, gli esposti Amianto e del movimento degli studenti medi e universitari. E poi centri sociali e realtà come il Network Antagonista Piemontese, Askastasuna, Murazzi. Tifoserie ultras e comitati antifascisti, ecc...
Cerrto nella costruzione di questo fronte di mobilitazione, abbiamo registrato alcune titubanze iniziali da parte di molti dirigenti e aree politiche e sindacali. Con l'eccezione, a dire il vero, di Giorgio Cremaschi e Marco Rizzo che da subito hanno ritenuto valida la nostra iniziativa senza porci "condizionamenti". Solo dopo che si moltiplicavano le adesioni, anche molte delle indecisioni sono venute meno. Non ci soffermeremo sui tentativi di boicottaggio strisciante di chi vede come fumo agli occhi il fatto che settori di lavoratori si organizzino in maniera unitaria ma al di fuori e senza subalternità rispetto alle logiche di "parrocchia" o ai dettami di questa o quell'area politica.
Molti, dopo l'appello iniziale, hanno dato comunque un importante contributo e ringraziamo particolarmente - non solo le adesioni - ma anche il sostegno locale e nazionale di organismi sindacali come CUB, RdB, SdL, Cobas, Rete 28 Aprile, USI, ecc... e di partiti e organizzazioni come PdCI, PRC, l'Ernesto, Sinistra Critica, PCL, Rete dei Comunisti, PdAC, Comunisti Uniti, ecc...
Non ce ne vogliano tutti questi citati e quelli che stiamo dimenticando ma, ovviamente, noi gran parte del merito lo diamo però alle centinaia (500 circa) di delegati RSU/RLS, lavoratori e lavoratrici (molti dei queli della lista "assemblealavoratori") che, in maniera autonoma, hanno sostenuto da subito la manifestazione e allargato la sua partecipazione al di là delle proprie collocazioni sindacali.
Dobbiamo fare il modo che questo sia solo un passaggio per allrgare questo fronte e già delle prossime iniziative sono in cantiere e le faremo cricolare a breve.
Intanto, di seguito trovate i link per vedere alcuni video e foto girate alla manifestazione di sabato:
http://www.youreporter.it/view_video.php?viewkey=78646ae2546f3e896d066459e1638119
http://www.youreporter.it/view_video.php?viewkey=bb2856eb7521e22faa2f5c20c38d623f
http://www.youreporter.it/view_video.php?viewkey=58fcf5fa24f0d45c1bdc3172871f1e95
http://www.youreporter.it/view_video.php?viewkey=24a824e184c49424c8b450b50bb2b092
http://www.youreporter.it/search.php?q=Thyssen+Torino

Sciopero!
Lo sciopero generale del 12 dicembre indetto dalla CGIL rappresenta un fondamentale momento di lotta politica e sociale contro le scelte liberali, padronali ed autoritarie del governo La crisi economica nella quale si innesta l'attuale fase sociale e politica, lungi dall'essere una calamità naturale, rappresenta l'emergere delle contraddizioni strutturali del capitalismo che, senza un'adeguata risposta di massa a tutela dei diritti sociali e per un'alternativa di società, si rigenereranno e si rafforzeranno ancora una volta scaricando il costo economico ed il peso politico della loro insostenibilità sulle schiene e sulle tasche già disastrate delle classi subalterne: lavoratori salariati, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori ed artigiani, immigrati, docenti e studenti. In relazione alla difficile fase sindacale che vede Cisl e Uil ai piedi del governo, tale appuntamento rappresenta un passaggio fondamentale per contrastare i poteri forti, primo tra tutti quello di Confindustria, che sono riusciti a condizionare le politiche dei governi di centro-sinistra, per poi affondarli subito dopo il compimento del lavoro sporco, e che ora sostengono il regime berlusconiano, ormai divenuto ultra-berlusconiano. Da questo punto di vista è auspicabile una svolta politica, sociale e sindacale, caratterizzata dalla discesa in campo unitaria dei partiti e dei movimenti anticapitalisti, dalla generalizzazione della protesta a tutte le componenti sociali e produttive, dalla rinascita di un movimento sindacale antagonista agli interessi padronali ed anti-concertativo. La Federazione di Ancona del Partito della Rifondazione Comunista ed i Giovani Comunisti aderiscono attivamente allo sciopero generale ed alla manifestazione del 12 dicembre, promuovendone la partecipazione in tutti i circoli della provincia, organizzando volantinaggi nei luoghi di lavoro e di studio, incontrando i rappresentanti dei sindacati e dei movimenti studenteschi. Invitiamo tutti a spingere nella direzione di una generalizzazione della mobilitazione, coinvolgendo oltre ai lavoratori, anche gli immigrati e gli studenti, in quanto i nemici da combattere sono comuni e si chiamano sfruttamento e precarietà. Il Prc si impegna, inoltre, a coordinare con la protesta sindacale la vasta iniziativa contro il carovita nei territori, intervenendo nei prossimi giorni sia con iniziative sociali come quella della distribuzione del pane ad 1 euro al Kg, tramite la costituzione di gruppi di acquisto solidale, sia mediante atti concreti nelle istituzioni dove è presente con i propri rappresentanti al fine di abbassare, o perlomeno bloccare, le tariffe dei servizi pubblici.
Fabio PASQUINELLI Responsabile Lavoro e Immigrazione della Federazione del PRC di Ancona

PACCHETTO ANTICRISI? E' "PACCO" A ITALIANI (ANSA)
ROMA, 25 NOV
"Il pacchetto anti-crisi messo a punto dal
Governo Berlusconi e' un vero e proprio pacco per gli italiani. Arriva il blocco
delle tariffe per le bollette di elettricita' e gas e questa ennesima geniale
trovata del governo rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang a
caro prezzo per i cittadini". afferma Antonio Borghesi, vicepresidente del
Gruppo Italia dei valori alla Camera e Responsabile Economia. "Le tariffe
dell'energia, infatti, essendo strettamente connesse all'andamento del prezzo
del petrolio, che fino allo scorso anno era di 140 dollari al barile ed
attualmente e' sceso sotto i 50, diminuiranno da se', grazie a questo
automatismo". "Dunque, non solo si tratta dell'ennesimo bluff ma -
conclude - proprio in virtu' del blocco delle tariffe, i cittadini rischiano di
ritrovarsi a pagare bollette piu' care".
(ANSA).
COM-PAE 25-NOV-08 16:15

Le aziende italiane che commerciano con l'economia di guerra israeliana:
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/Aziendeitaliane/AziendeItaliane.htm

Genova per noi
La sentenza che ha portato all’assoluzione dei responsabili della catena di comando che pianificarono la “macelleria messicana” avvenuta alla Diaz in occasione del G8 di Genova ci dimostra ancora una volta che le tanto decantate libertà democratiche sono soltanto l’involucro formale di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo e sulla dittatura del denaro, ossia sui privilegi delle classi dominanti, le quali non esitano a sospendere il diritto vigente e le stesse regole costituzionali quando si sentono prese alla gola dal protagonismo delle masse popolari e dall’intensificarsi delle loro lotte.
Questo a noi non sorprende dal momento che siamo depositari di una memoria storica che ci rammenta continuamente quanto le lotte dei popoli, le conquiste dei lavoratori, l’affermazione dei diritti civili siano dovuti da sempre passare attraverso le forme di resistenza e di autodifesa opportune per non farsi schiacciare dalle forme autoritarie di dominio di coloro che non si rassegnano a perdere i loro privilegi, coloro che non hanno esitato a ricorrere al fascismo ed al nazismo, come forma reazionaria di mobilitazione delle masse e che oggi non esitano ad operare una forma di fascistizzazione palese degli spazi istituzionali bipartizan (gasparri-violante-cossiga), gettando la maschera della legalità borghese per prevenire, ogni volta che il sistema capitalista entra in crisi strutturali, le inevitabili rivolte di quanti non hanno più garantiti i livelli di sussistenza e di quanti si rendono finalmente conto dell’irrazionalità del sistema basato sul profitto, sulla concentrazione della proprietà, sull’esproprio della sovranità popolare.
Gli aguzzini, i loro mandanti e coloro che li hanno assolti sono della stessa pasta degli Scelba e dei Tambroni, dei Violante e dei Cossiga, di quelli che fecero addestrare i Nocs del commissario Genova dagli istruttori cileni che stavano pianificando il piano condor, di coloro che negli anni 70 si resero responsabili di torture ed esecuzioni extragiudiziali degni di Guantanamo ed Abu Ghraib (con la differenza che il “sottomarino” veniva praticato sui prigionieri considerati sovversivi con aggiunta di sale all’acqua).
Non sorprendono noi, che consideriamo anche ovvi i “paterni” consigli di Cossiga su come manganellare studenti e maestrine, lui che ha la responsabilità della morte di Giorgiana Masi, ma non sorprendono purtroppo neanche le tante Giorgiana Masi di oggi, i tanti ragazzi e ragazze, studenti o docenti genuinamente convinti che il sistema sia migliorabile con le lotte pacifiche e le loro sacrosante ragioni - non basta - serve la forza organizzata, perché nei momenti di crisi le classi dominanti non vanno troppo per il sottile, non possono permettersi le concessioni a denti stretti dei periodi di vacche grasse, e sono quindi pronti ad armare nuove forze reazionarie, anche a costo di perdere qualcosa per non perdere tutto.
Tanto è lo scarto di memoria tra generazioni, la sistematica distruzione ideologica, la rimozione delle ragioni strutturali e spirituali che sono alla radice dei conflitti particolari che ci impongono oggi più che mai l’abbattimento del capitalismo; questa spoliazione è stata portata avanti grazie alla complicità delle sinistre che oggi per questo si trovano in una specie di limbo; scaricate dai padroni e scaricate dalle masse.
I buoni consigli di Cossiga e la palese e tronfia dimostrazione di impunità ed onnipotenza delle strutture repressive (con tutti i dirigenti responsabili promossi anche dal governo Prodi), conseguente alle sentenze sui fatti di Genova, sono oggi un chiaro avvertimento per il futuro e non è casuale che le indicazioni di metodo su come infiltrarsi nei movimenti di protesta e colpire per primo i ventri molli (anche ideologici) venute dal picconatore abbiano preceduto la sentenza; poiché si trattava di giudicare proprio quei metodi: a Genova - ma anche prima l’abbiamo verificato con l’arrivo delle navi greche in Ancona- è stata perseguita una strategia che mirava principalmente a colpire i “buoni” per isolare i “cattivi”; in Ancona è stata rispedita indietro la nave degli equivalenti ai nostrani Ds, con l’attracco alla banchina difeso anche da noi, mentre è stata lasciata tranquillamente attraccare la nave dei nostri compagni antiimperialisti definita mediaticamente come “filo-terrorista”; a Genova sono stati sistematicamente attaccati dalle forze dell’ordine gli spezzoni pacifisti - ci ricordiamo le teste insanguinate degli attivisti di Mani Tese - dopo aver cercato il caso esemplare ed il morto con il povero Carlo Giuliani.
Anche l’irruzione alla Diaz e le torture di Bolzaneto sono avvenute su compagni lontani dalle posizioni considerate più estreme, mentre quando spezzoni organizzati e inquadrati difendevano o contrattaccavano i tutori dell’ordine generalmente desistevano: forse per noi fautori della necessità di un corteo difeso era in previsione l’attuazione di un secondo livello di intervento successivo, vedi le pratiche suddette degli anni 70.
Il verdetto sui fatti alla Diaz, come già prima per Bolzaneto è stato sostanzialmente: assolti promossi e continuate così… con la chiara intenzione di lanciare un segnale a quanti in questo regime del partito unico delle classi dominanti Pd-Pdl, non rinunciano a difendere i loro diritti, i loro territori ed il loro futuro; con l’idea di intimorire gli studenti in lotta, gli operai in sciopero, le popolazioni contrarie alla tav, al ponte sullo stretto, alla caserma di Vicenza ed all’avvelenamento dell’ambiente promettendo mano dura manganello ed impunità per le squadracce in divisa o in borghese.
La ferocia degli apparati repressivi e dei loro mandanti è destinata ad aumentare con l’avanzare della crisi, con la prossima disoccupazione di massa che si prospetta e questo avviene in un momento di estrema debolezza delle organizzazioni della sinistra e dei movimenti, occorre quindi uscire dalle ghettizzazioni, dal frazionismo quasi atomistico dei gruppetti e delle sette, dalle logiche particolariste dei comitati spontanei, occorre ridare corpo a forti organizzazioni politiche e sindacali di classe, senza farsi condizionare neanche dalle compatibilità istituzionali, da priorità elettoralistiche- parlamentari ormai quasi precluse nel breve periodo e sarà anche sul piano della capacità di autodifesa dal terreno legale da mutare in terreno politico di scontro rispetto alla legalità borghese, sul piano della disciplina e della capacità di autoorganizzazione delle nostre strutture difensive al livello sempre più aspro impostoci dall’arbitrio delle classi dominati, sulla capacità di trasmettere ed attualizzare le pratiche del conflitto passate, aprendosi alle nuove, alle dinamiche di ricomposizione del moderno proletariato multinazionale, sarà anche da questi percorsi che dovranno forgiarsi le organizzazioni capaci di resistere e vincere la fascistizzazione reazionaria di cui la sentenza sulla Diaz diviene paradigma; a Genova volevano spezzare un ampio movimento di resistenza, non ci sono riusciti ed ora ci provano per via giudiziaria legittimando le pratiche repressive che verranno ma ciò che non ci spezza ci rende più forti.
Lotta di unità proletaria osimo

LETTERA APERTA AL MINISTRO DEGLI ESTERI FRANCO FRATTINI - 29/10/08
http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1369
Mosca 29 Ottobre 2008
Signor Ministro, Le scrivo dopo una visita in Ossetia del Sud, effettuata nei giorni 25 e 26 di questo mese. Per segnalarle l'alto livello di pericolosità da me rilevato lungo la linea di demarcazione tra Ossetia del Sud e Georgia, risultante degli effetti prodotti dall'aggressione della Georgia contro l'Ossetia, scatenata nella notte tra il 7 e l'8 Agosto.
Il sopralluogo mi permette di rilevare:
• L'assenza (o non visibilità) degli osservatori europei in quel giorno, nel determinato punto di osservazione da me visitato, a sud est di Tzkhinval. • Assenza delle forze russe nelle immediate vicinanze della linea di demarcazione. • Come conseguenza le forze militari georgiane e sud-ossetine si trovano ora a diretto contatto, con possibilità, in ogni momento, della ripresa di scontri armati e di altre azioni di provocazione.
In effetti, secondo le testimonianze di fonte ossetina da me raccolte, duelli di arma da fuoco sono molto frequenti. Non solo: ho potuto raccogliere la documentazione di undici persone, tutti uomini, in gran parte giovani e giovanissimi, che risultano essere state rapite da gruppi armati non identificati e portati in territorio georgiano. Di questi undici sequestrati posso fornire, all'occorrenza, le generalità. Che comunque trasmetterò alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. E' da notare che tutto ciò sta avvenendo dopo il cessate il fuoco che ha fatto seguito al conflitto di Agosto e che è stato siglato a nome dell'Unione Europea dal presidente francese Sarkozy. Gli ultimi rapimenti risalgono alle ultime due settimane. Di queste persone non c'è più traccia. Il governo di Tzkhinval denuncia il ripetersi di azioni terroristiche sul suo territorio.
Sottolineo queste circostanze perché è evidente che l'Unione Europea ha ora la diretta responsabilità politica e morale di impedire che quella precaria frontiera sia penetrabile a piacimento da gruppi di provocatori, o semplicemente da criminali in cerca di ostaggi da vendere.
Rilevo che, nelle presenti circostanze, e nel formato attuale, l'Unione Europea non è in grado di garantire l'impenetrabilità di quella frontiera.
Rilevo che, dopo avere insistito per il ritiro delle forze russe all'interno dell'Ossetia del Sud (ed avendo la Russia rispettato i patti) , non sarà possibile riversare su di essa la responsabilità per ciò che è altamente probabile accada.
L'Italia ha inviato un gruppo di osservatori a far parte del contingente europeo e dunque condivide in toto questa responsabilità. Vorrei quindi sapere da lei qual è il mandato entro cui agiscono i nostri osservatori, quali le istruzioni impartite dal nostro governo, le modalità della loro selezione, e cosa intenda fare il governo italiano per fare fronte alla situazione sul campo. Situazione che, ripeto – anche alla luce delle gravi dichiarazioni del presidente Saakashvili, che annunciano la ripresa delle ostilità – minaccia un rapido peggioramento.
Distinti saluti Giulietto Chiesa, parlamentare europeo.
***
LETTERA DI GIULIETTO CHIESA ALLA COMMISSARIA EUROPEA PER LE RELAZIONI ESTERNE
http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1370
Bruxelles, 29 ottobre 2008
Gentile Benita Ferrero-Waldner, Rilevo da informazioni di stampa che la Commissione Europea ha stanziato 300 milioni di euro per la "ricostruzione della Georgia".
Rilevo che una conferenza dei donatori, con la partecipazione e promozione dell'Unione Europea, ha raccolto impegni per oltre 4,5 miliardi di euro per "ricostruire parti della Georgia che sono state danneggiate".(to rebulid parts of Georgia that were damaged in its war with Russia)
La mia domanda è: a chi andranno queste ingenti somme?
A quanto sembra di capire esse saranno consegnate al Governo di Tbilisi. Lo deduco dal fatto che l'Unione Europea (e gli altri donatori) considerano quello di Tbilisi l'unico governo legittimo della Georgia, intendendo per Georgia il territorio della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia, cioè anche i territori dell Ossetia del Sud e dell'Abkhazia.
Ciò significa che questo denaro non sarà usato per ricostruire le "parti della Georgia" che maggiormente hanno subito distruzioni. Avendo visitato Tzkhinval posso testimoniare che il livello delle distruzioni materiali in quell'area è enorme e richiederà grandi sforzi economici anche solo per un elementare ripristino della vita civile.
Faccio rilevare che, se questo fosse l'esito dell'iniziativa europea, non soltanto l'Europa premierebbe l'aggressione georgiana contro il piccolo popolo dell'Ossetia del Sud, ma - cosa davvero paradossale - l'Unione Europea, mentre dichiara di riconoscere l'integrità territoriale della Georgia, di fatto riconosce invece che la regione dell'Ossetia del Sud non ne fa più parte, proprio in quanto non è abilitata a ricevere fondi per la ricostruzione.
A quanto pare l'errore di valutazione, che ha impedito all'Unione Europea di condannare con chiarezza l'aggressione georgiana, continua a produrre frutti velenosi e paradossi a non finire.
Per evitare questa situazione sarebbe indispensabile che l'Unione Europea decidesse di erogare direttamente all'Ossetia del Sud, senza passare attraverso Tbilisi , una parte dei fondi europei e internazionali.
Meccanismi di questo genere sono stati già sperimentati altrove e ripetutamente. In questo caso, anche a difesa delle condizioni di vita di decine di migliaia di vittime della guerra, è indispensabile prendere atto che il governo georgiano non è in grado e non vorrà garantire la ricostruzione di quelle parti del territorio che considera proprie.
Questo è l'unico modo di soddisfare quello che il Presidente Barroso ha definito "l'imperativo morale di aiutare un vicino che ne ha bisogno" ( a moral imperative to help a neighbour in need). Altrimenti dovremmo concludere che l'Ossetia del Sud non è un nostro "vicino".
Distinti saluti Giulietto Chiesa, parlamentare europeo


COMUNICATO STAMPA
L’assemblea permanente NOCENTRALIAPI contro la
costruzione delle due nuove centrali api organizza presso il quartiere Palombina
Vecchia una passeggiata per la salute che si terrà venerdì 31 ottobre. Lo
scopo di questa, come della altre iniziative promosse, è di far conoscere ai
cittadini la pessima situazione ambientale e sanitaria, in cui versa la città e
i paesi limitrofi facenti parte dell’area A.E.R.C.A. (area ad elevato rischio
di crisi ambientale). Come emerge dallo studio di fattibilità condotto dal
dott. Andrea Micheli, Responsabile dell’Unità Funzionale di Epidemiologia
Descrittiva dell’Istituto per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano,
commissionato dall’ARS (Agenzia Sanitaria Regionale) per valutare la
possibilità di successo di uno studio epidemiologico nel Comune di Falconara
Marittima “… I dati analizzati mostrano come l’aumento nel periodo (n.d.r.
1980-2000) dei tassi di mortalità per tumori del sistema emolinfopoietico e
leucemie a Falconara Marittima possa essere un segnale di un rischio in eccesso
rispetto all’attesa….” Riteniamo pertanto indispensabile, non
incrementare il fattore di rischio per i cittadini residenti su questa area. Il
P.E.A.R. (piano energetico ambientale regionale) non prevede la realizzazione
delle 2 nuove centrali API, chiediamo che la Regione lo rispetti. Come
popolazione continueremo a tenere alta l’attenzione su questo tema. Infine in
merito all’attacco dell’Ing. Sartori dell’API nei confronti dell’Assemblea
Permanente, sottolineiamo che la società API non ha rispettato negli anni 2004
– 2005 – 2006 la prescrizione b-20 del Decreto di Concessione della Regione
Marche per quanto riguarda le emissioni di Ossidi di Azoto.
Il superamento dei limiti prescritti è stato di
NOx 2004 . + 105 tonn/anno
NOx 2005. + 92 tonn/anno
NOx 2006 . + 59 tonn/anno
Tutto nei polmoni dei falconaresi!
La sfrontatezza dell’Ing. Sartori è quella di chi è consapevole sia di aver
firmato un Protocollo di Intesa con chi ignora, come il Sindaco Brandoni, sia di
non essere oggetto di alcuna sanzione da parte di una Regione Marche imbelle di
fronte alle continue violazioni delle prescrizioni contenute nel suo stesso
Decreto di Concessione del 2003. L’Ing. Sartori solo con dei monologhi in
conferenza stampa con il Sindaco Brandoni può vendere fumo!
Assemblea Permanente No Centrali Api
nocentraliapi@inventati.org
www.nocentraliapi.noblogs.org

NO ALLA SCUOLA CLASSISTA
Anche per questa volta sarà la collettività a dover pagare le malefatte di governi corrotti e collusi con quella che, a tutti gli effetti, è un'organizzazione criminale legalizzata e che porta il nome di Capitalismo Finanziario. Da tempo, ormai sotto gli occhi di tutti quelli che non vogliono tenerli chiusi, l'imperativo su cui si basa il neoliberismo occidentale è: PRIVATIZZARE I PROFITTI E SOCIALIZZARE LE PERDITE. Il peso del crollo finanziario delle banche, e di quello che ne seguirà, deve essere sopportato dalla collettività. Ed è arrivata l'ora anche per la scuola pubblica che si vuole smantellare nelle sua fondamenta, a colpi di decreti legge, promuovendo inoltre un ritorno verso l'istruzione classista: i figli dei ricchi educati presso le prestigiose scuole private (alle quali non verranno diminuiti i finanziamenti), mentre i figli del popolo rinchiusi in mediocri contenitori pubblici, dove i MAESTRI UNICI saranno pochi e sottopagati ed, inoltre, le dotazioni di materiali e di attrezzature saranno insufficienti. Anche perché non serviranno, in fondo il figlio del popolo dovrà solo saper leggere, scrivere e far di conto! Circa 87 mila docenti precari non avranno più un lavoro, da aggiungersi ai circa 40 mila del personale ATA; 700 scuole verranno chiuse perché troppo dispendiose, in quanto si troverebbero dislocate in piccole comunità, lontane dai grandi centri (come a dire che i figli dei montanari dovranno sudarsela l'istruzione a forza di chilometri da dover percorrere ogni giorno, magari a piedi così tonificano il corpo per il loro futuro lavoro di boscaioli!!). Gli studenti stanno occupando le università, manifestando il loro deciso dissenso verso una politica che nega il diritto allo studio per ciascun individuo, diritto sancito dalla Costituzione e che questo governo piccolo piccolo vuole vietare attraverso l'istituto del Decreto legge, il decreto Tremonti-Brunetta-Gelmini (dove quest'ultima svolge una mera funzione di simulacro!). Alla tenacia degli studenti il primo ministro, il Piccoletto (epiteto che incarna la figura del "nostro", più che nei centimetri nella bassezza morale, tanto da poter essere utilizzato come nome proprio di persona!) risponde ordinando, per poi smentire, al proprio ministro Maroni di adunare le forze di polizia per sgomberare le aule da questi FANNULLONI, magari a forza di manganellate! Non si sta, dunque, parlando di riforma - che secondo un iter democratico dovrebbe prevedere una discussione sia parlamentare sia con le forze sociali - bensì di una vera e propria sottrazione di una sostanziosa parte di un capitolo di spesa pubblica da trasferire in soccorso verso le banche e la grande industria, i grandi elettori di questo governo (e non solo di questo!), che hanno accumulato negli ultimi anni enormi profitti (senza che ne sia seguita una redistribuzione sociale) e che nel momento in cui le loro scatole cinesi si sono rivelate vuote hanno preteso di essere aiutate! Alla faccia del tanto demonizzato ASSISTENZIALISMO!! A tutta questa arrogante mediocrità fascista che vuol negare il valore universale della conoscenza, frutto di una conquista storica, bisogna rispondere solo con la LOTTA!!
L.U.P.O. Lotta Unità Proletaria Osimo
www.luposimo.org

LA DISTRUZIONE DELLA SCUOLA
PUBBLICA E DELL'UNIVERSITÀ
LA FINE DEL DIRITTO ALLO STUDIO E DEL SAPERE
LA RIFORMA GELMINI:
Il Governo Berlusconi vuole distruggere
definitivamente il sistema di istruzione statale. Nei prossimi 3 anni la
scuola dovrà risparmiare 8 miliardi di euro (16mila miliardi di lire). Per
raggiungere questo obiettivo verranno licenziati 130mila dipendenti e per
questo motivo il sistema scolastico italiano dovrà riassorbire 800mila
alunni che rimarranno senza insegnanti. Per porre rimedio a questo
gigantesco "esubero" il ministro Gelmini ha deciso di aumentare il
numero di alunni per classe, diminuire il numero di ore di lezione e chiudere le
scuola più piccole: gli alunni saranno concentrati in grandi scuole, in cui
staranno stretti e per poco tempo al giorno. Tutto questo abbasserà la qualità
dell'insegnamento, forzerà i tempi di apprendimento e aumenterà in generale il
disagio degli alunni. In poche parole la scuola sarà solo più selettiva e non
più efficiente così come vuol far credere il ministro Gelmini.
PER LA SCUOLA ELEMENTARE: saranno previste 24 ore settimanali e il
maestro unico. Chi riuscirà ad imparare da solo e in fretta ce la farà, chi
invece farà fatica non potrà essere aiutato. In classe un solo insegnante in
poco tempo non sarà in grado di svolgere il lavoro svolto oggi da più
insegnanti contemporaneamente in tempi lunghi e distesi. La scuola sarà solo
quella del mattino, nel pomeriggio i bambini saranno semplicemente sorvegliati,
tornerà il doposcuola (gestito da cooperative che verranno pagate dai genitori)
e il Tempo Pieno sparirà.
PER LA SCUOLA MEDIA: accadrà la stessa cosa. Il prossimo anno scolastico
la riforma Moratti andrà a regime, le ore settimanali saranno 29 e assisteremo
così alla scomparsa del Tempo Prolungato. Che fine faranno allora tutti gli
esclusi da questa Scuola che si trasformerà sempre più in "un ospedale
che cura i sani e respinge i malati?" Per risolvere il problema il Min.
Gelmini ha deciso che l'obbligo di istruzione a 16 anni potrà essere
assolto, dopo la terza media, anche in un centro di formazione professionale e
non solo a scuola. Quindi "i malati" andranno a lavorare e "i
sani" continueranno a studiare. La scuola statale sarà sempre più povera
e sempre meno pubblica. I finanziamenti, oltre ad essere ridotti al minimo,
saranno trasferiti secondo il principio della "quota capitaria"cioè
in base al numero delle iscrizioni. Per sopravvivere una scuola dovrà
modificare la sua offerta in base alla domanda, oppure chiudere o trasformarmi
in fondazione per poter ricevere finanziamenti anche da privati. Chi però ci
metterà i soldi sceglierà in che direzione andare e quanto gli utenti stessi
dovranno "donare" alla scuola all'atto dell'iscrizione.
L'ISTRUZIONE DA DIRITTO SI TRASFORMERÀ IN UN SERVIZIO A DOMANDA NON +
GRATUITO. Il valore legale del titolo di studio verrà di fatto
abolito:licenze e diplomi non saranno + tutti uguali. Per passare da un ordine
di scuola a quello successivo, per trovare lavoro o per iscriversi
all'università quel che conterà sarà solo il buon nome della scuola di
provenienza, la sua posizione e non il titolo di studio.
IL DECRETO TREMONTI (Legge
n.133): FINANZIAMENTI:
I fondi recepiti dal mondo del Sapere sono
insufficienti e del tutto inadatti rispetto ai budget su cui possono contare le
Università Europee incentivando cosi la fuga dei cervelli e rendendo abissale
l'arretratezza della Ricerca Scientifica Italiana. Nel giro di 5 anni saranno
sottratti 2 miliardi di Euro (1,5 col Decreto-Tremonti + 500 mln con la
Finanziaria 2008), difatti le Università si troveranno di fronte alla scelta se
diventare enti privati o chiudere.
ENTE DI DIRITTO PUBBLICO/PRIVATO: Il
Sapere pubblico garantisce il diritto allo studio a tutti gli studenti e
permette uguali possibilità di accedere al sapere per ogni cittadino
indipendentemente dal reddito o dal "ruolo che ricopre nella scala
sociale". La privatizzazione delle Università, attraverso la
trasformazione in Fondazioni Private, porterà la creazione di Atenei di Serie
A, Serie B e Serie C che varieranno in base ai fondi che percepiranno dalle
aziende/privati che avranno deciso di investire nelle Università. Questo
sistema porterà ad un drammatico abbassamento del livello della Didattica e
all'istituzione di vari livelli di sapere che saranno accessibili solamente in
base al reddito e alla condizione economica della propria famiglia.
NUMERO CHIUSO: Attualmente l'accesso
programmato è previsto per alcuni corsi di Laurea tra cui Medicina e Chirurgia,
Odontoiatria, Edile-Architettura, ai sensi dell'art. 1 Legge n.264 del 1999. E'
possibile, tuttavia, che il Numero Chiuso venga applicato anche ad altri corsi.
E', infatti, necessario che i corsi di Laurea rispettino, per mantenere il
valore legale del titolo, i "Requisiti necessari", ovvero degli
standard minimi tra cui c'è anche il rapporto tra il n° di docenti e il n° di
studenti. A causa della limitazione delle assunzioni del personale docente al
20% dei pensionamenti (ovvero viene assunto un professore ogni 5 che ne vanno in
pensione), è probabile che i numeri chiusi vengano istituiti nella maggior
parte delle Facoltà per rispettare il rapporto docenti/studenti, e il Diritto
allo Studio, cosi come il rispetto dell'Art.33 della Costituzione Italiana,
diventerà un semplice optional. (Art.33: L'arte e la scienza sono libere e
libero ne è l'insegnamento).
FERMIAMO LA DISTRUZIONE
DELLA SCUOLA PUBBLICA e DELL' UNIVERSITÀ
PER UN SAPERE PUBBLICO E CONDIVISO CONTRO OGNI FORMA DI PRECARITA'
Per ulteriori informazioni sulla riforma Gelmini e sul decreto Tremonti e per
tenersi informati sui prossimi avvenimenti e mobilitazioni consultate:
www.retescuole.net
www.gulliver.univpm.it
www.udu.it
www.cobas-scuola.it
www.unionedeglistudenti.it
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OFFICINA SOCIALE REBELDE( F.I.P.)

Nuova Colombia: LETTERA APERTA AL CORRIERE DELLA SERA
Roma 01 ottobre 2008
Nell'articolo del 24 settembre apparso sul Vostro quotidiano e firmato da Coppola Alessandra, si enuncia che, nell'ambito di una presunta inchiesta aperta a Roma dal sostituto procuratore Angelantonio Racanelli e coordinata dal procuratore capo Giovanni Ferrara, in Italia vi sarebbero degli "amici" delle FARC. Siccome viene menzionata anche la nostra Associazione vorremmo fare alcune, quanto doverose, precisazioni. Tali affermazioni si basano interamente sulle ricostruzioni del governo colombiano, a loro volta costruite sulla base del materiale informatico "recuperato" nel notebook del comandante guerrigliero Raúl Reyes, assassinato in territorio ecuadoregno sotto le bombe sganciate dall'Esercito colombiano, mentre si adoperava per concretizzare uno scambio umanitario di prigionieri di guerra con il governo di Bogotà, ricevendo quegli emissari internazionali che fungevano da facilitatori tra le due parti belligeranti. Questi computer, "miracolosamente" riportati in salvo dopo che gli ordigni teleguidati hanno distrutto l'accampamento provvisorio, sono stati impiegati prima per colpire il Presidente del Venezuela Chávez, poi quello dell'Ecuador Correa, infine per continuare ad attaccare e criminalizzare coloro che da anni si adoperano per una soluzione politica, negoziata e pacifica del grave conflitto sociale e politico che affligge la Colombia da oltre cinquant'anni. Si fanno i nomi di due dirigenti di Rifondazione Comunista: Ramon Mantovani e Marco Consolo. In realtà erano stati proprio questi due esponenti politici italiani che si erano "auto-identificati" in una conferenza stampa, dopo che il quotidiano El Tiempo di Bogotà (di proprietà della famiglia del vice-presidente e del ministro della difesa Santos), annunciava che in Italia vi erano due "pedine" delle FARC e che usavano i nomi di battaglia "Ramon" e "Consolo". Ovviamente il tutto "acquisito" sempre dai computer in questione. "La Repubblica" fa un copia-incolla dell'articolo suddetto, nella disperata ricerca di uno scoop che non gli era riuscito nel passato recente, a seguito della pubblicazione di una lettera inviatagli da un mitomane che affermava di avere intervistato mezzo mondo. La storia sembra ripetersi: quel "non meglio identificato Max, dell'Associazione Nuova Colombia" (così c'è scritto nel Vostro articolo del 24/09) è lo stesso che il 22 maggio del 2007 inviò una lettera aperta al direttore del Vostro giornale in merito ad una epistola propagandistica inviataVi dal vice-presidente colombiano Francisco Santos, e pubblicata sul Vostro mezzo di comunicazione. Vogliamo ricordare ancora una volta che il governo colombiano è illegittimo ed illegale, colluso con il paramilitarismo ed il narcotraffico, che viola sistematicamente i Diritti Umani, le Convenzioni Internazionali e che utilizza il terrorismo di Stato per sopprimere ogni forma di dissenso politico. Dall'insediamento del Presidente Álvaro Uribe Vélez (indicato al n°82 in una lista dei cento più pericolosi narcotrafficanti stilata dalla DEA statunitense), sono 560 i sindacalisti assassinati dai gruppi paramilitari che lui stesso legalizzò nel passato, ed il numero degli omicidi di Stato aumenta ogni anno. Il Congresso colombiano è ora coinvolto nello scandalo della "para-politica", non riuscendo più ad insabbiare i legami organici di decine di senatori e deputati uribisti con gli squadroni della morte. I compari di Uribe qui in Italia sono ben conosciuti: Jorge Noguera, ex console colombiano a Milano ed ex direttore del DAS (la polizia politica) è stato arrestato con l'accusa di paramilitarismo: passava ai paramilitari liste nere di oppositori politici che puntualmente venivano trucidati. L'ex ambasciatore Fabio Valencia Cossio, attuale Ministro degli Interni, vede oggigiorno il fratello (che era a capo della Magistratura della seconda Regione più importante della Colombia) agli arresti domiciliari per collusione con la mafia narcotrafficante. Ancora un ex ambasciatore: Luis Camilo Osorio, dalla sede diplomatica di Roma venne trasferito a quella messicana: deve rispondere di favoreggiamento ai gruppi paramilitari quando ricopriva la carica di Procuratore Generale della Repubblica. Venne denunciato da un importante organizzazione di difesa dei Diritti Umani nel 2002 per aver favorito l'impunità di criminali ed allontanato forzosamente pubblici ministeri. L'attuale ambasciatore a Roma, Sabas Pretelt de La Vega, ex Ministro dell'Interno e noto persecutore di sindacalisti, è stato tirato in causa dalla ex- congressista Yidis Medina (attualmente in carcere per essersi fatta corrompere e aver permesso, col suo voto, la rielezione fraudolenta del presidente) che lo ha indicato come uno dei corruttori. E' accusato inoltre da due capi paramilitari di avergli promesso la non estradizione negli Stati Uniti, in cambio del loro appoggio alla rielezione del presidente nel 2006. E' stato l'ideatore della legge "Giustizia e Pace", che di fatto depenalizza i crimini e i massacri compiuti dai "paracos" e li "riabilita nella società civile". Questi personaggi sono il vero volto di un governo mafioso che ora tenta di zittire quelli che, come noi, denunciano i crimini di lesa umanità perpetrati da un'oligarchia escludente e sanguinaria, che ha precluso qualsiasi strada ad una soluzione politica che possa porre fine ad un conflitto le cui cause non sono ancora state rimosse. Lo hanno capito molto bene i magistrati danesi, che in un processo in corso, hanno invalidato qualsiasi materiale probatorio proveniente dal sistema giuridico colombiano, appurando che la tortura e la violenza sono parte integrante della Giustizia colombiana, per tanto nessun documento potrà essere presentato senza che si violi la legge danese e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Non abbiamo mai nascosto le nostre simpatie per le proposte politiche dell'insorgenza colombiana, le abbiamo sempre esternate alla luce del sole durante le innumerevoli iniziative e dibattiti organizzati nel nostro Paese, poiché siamo convinti che senza il dialogo con la guerriglia non si potrà mai giungere ad un accordo di Pace duraturo. Da anni diamo voce a coloro che credono e si battono per una Pace con giustizia Sociale, a quei contadini, sindacalisti, difensori dei Diritti Umani, che non fanno notizia sui grandi mass-media nazionali ed internazionali, ma che rappresentano la stragrande maggioranza della società oppressa. Non sarà la logica del governo colombiano, che addita come guerriglieri o fiancheggiatori tutti coloro che non si allineano alle sue politiche guerrafondaie, a farci retrocedere nella nostra attività di controinformazione e denuncia.
Attentamente.
Andrea Santoro Associazione Nuova Colombia

A PROPOSITO DELLA "VERTENZA IRPINA"
E' indubbio che esiste una vertenza oggettiva ed innegabile in Irpinia (più esattamente in Alta Irpinia), che si traduce in alcune drammatiche emergenze sociali e materiali: anzitutto l'emergenza demografica (lo spopolamento crescente ed inarrestabile di un'intera provincia, tranne poche isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie esclusivamente ai flussi di lavoratori, non residenti, provenienti principalmente dall'hinterland napoletano), l'emergenza ambientale (mi riferisco soprattutto, ma non solo, alla questione delle megadiscariche sul Formicoso e in altri siti), l'emergenza sanitaria (si pensi al rischio di chiusura degli ospedali di Sant'angelo dei Lombardi e Bisaccia), l'emergenza scolastica (rischio di soppressione ed accorpamento di numerose scuole di montagna e di piccoli Comuni: si tratta di Istituti che hanno una popolazione scolastica inferiore ai 500, se non addirittura ai 300 alunni), eccetera. Tali emergenze sono riconducibili in qualche misura ad un comune denominatore politico, vale a dire l'emergenza sociale e democratica che è ascrivibile principalmente alle responsabilità del governo (regime) in carica.
In tale contesto di involuzione politica e sociale in senso autoritario ed antidemocratico, interviene una tendenza storica non più virtuosa, bensì regressiva e recessiva (si pensi alla gravissima crisi strutturale, senza precedenti, che sta investendo il sistema economico-finanziario e produttivo del capitalismo su scala planetaria), una tendenza comune soprattutto alle aree più depresse ed interne del Mezzogiorno, compresa dunque l'Irpinia. Di fronte a simili problematiche francamente mi domando se esiste e quale sarebbe l'alternativa sociale e politica in Irpinia. Quali sarebbero le forze reali che potrebbero farsi artefici e protagoniste del rinnovamento politico e sociale in terra irpina? Di certo non i vari eredi del (post)demitismo, riciclati a destra, a manca, al centro, in alto e in basso. Ovvero gli epigoni locali del berlusconi-pensiero, dunque i vari esemplari del (cripto)fascismo e del leghismo di marca meridionale. D'altronde, è quello che già accade su scala nazionale. Da tempo, ormai, è in atto nel paese una profonda e devastante contro-rivoluzione di destra, mossa da spinte molteplici ed eterogenee, ma tutte eversive, animata da diverse correnti ideologiche palesemente di destra. In altri termini, è ciò che convenzionalmente s'intende e si definisce con la nozione di "berlusconismo": un fenomeno politico-culturale di stampo demagogico-populista e sovversivo (mi riferisco, ovviamente, al "sovversivismo delle classi dirigenti" di cui parlava Antonio Gramsci), che ormai è egemone in vasti settori del Paese.
Si tratta di una cultura politica ormai dominante, non tanto e non solo perché è al governo della nazione, quanto soprattutto perché essa (l'ideologia di destra) è diffusa e radicata nella mentalità corrente, in quella che elegantemente si chiama "opinione pubblica nazionale", è insita nei giudizi, negli stereotipi e nei luoghi comuni della gente. Una cultura intrisa di venature eversive, antioperaie ed antidemocratiche, ispirata da un populismo demagogico-autoritario e da uno sfrenato liberismo in campo economico. Un "liberismo" più di comodo e di facciata, nel senso che sono "liberisti" a corrente alternata, in base alle convenienze. Per cui, se e quando serve possono anche diventare "antiliberisti" e "protezionisti" (si pensi al Tremonti "no-global") e addirittura "statalisti" quando occorre "mungere" le ricche finanze dello Stato. Come sta accadendo nell'attuale fase di crisi sistemica del capitale finanziario globale. Dunque, tornando al quesito originario, quali sono (se ci sono) e dove sono i soggetti reali del cambiamento politico-sociale in Irpinia? Rammento che la storia insegna che le rivoluzioni sociali sono sempre state opera delle masse popolari, delle classi sociali subalterne, ossia delle forze produttive e materiali bene organizzate e guidate da giuste ragioni e convinzioni politiche. Io penso che questo compito rivoluzionario spetti ancora oggi al lavoro dipendente e produttivo, ossia alla classe degli operai salariati, a quel proletariato di fabbrica (composto in misura sempre crescente da lavoratori immigrati) che ancora oggi è sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato, totalmente emarginato dalla sfera del potere economico-politico-decisionale. Purtroppo, in Irpinia anche i lavoratori salariati, gli operai, sono endemicamente sudditi, estremamente indifesi e ricattabili, in quanto asserviti ai notabili locali, visto che le assunzioni nelle fabbriche sono decise in base a criteri di stampo politico-clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi potrebbe/dovrebbe spettare il ruolo della lotta e del cambiamento in una fase storica di passaggio e di transizione, segnata da possibili sconvolgimenti radicali pre-rivoluzionari e da disordini sociali crescenti. Intanto, consegno a voi l'ardua sentenza.
Lucio Garofalo

PENSIERO UNICO E MAESTRO UNICO
Per illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista critico sull'azione “terapeutica” esercitata dal ministro Gelmini potrei ricorrere ad una metafora molto semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come quel medico che per "rianimare" un paziente quasi agonizzante decide di sferrargli il colpo letale.
Oggi la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e tanto meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con interventi di mera amputazione chirurgica. Al massimo potranno far risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto sepolto per decenni, la figura (obsoleta) del "maestro unico".
Un anacronismo storico e metodologico-educativo che continua a sopravvivere nell’odierna società, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento da parte delle più aggiornate ed avanzate teorie nel campo psico-pedagogico e didattico.
Il “maestro unico” ha continuato ad esistere attraverso la televisione-spazzatura, nell’impero globale delle merci e dei consumi, nel pensiero unico dell’ideologia edonistica e consumistica trasmessa dalla pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’appiattimento culturale imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal “Grande Fratello” televisivo, un potere economico-ideologico asceso stabilmente al governo della nazione. Un dominio totalitario che include ed oltrepassa il fenomeno del berlusconismo, avendolo assimilato ed inglobato nella propria sfera di influenza.
Il pensiero unico, oggi dominante, si è dunque diffuso in modo subdolo e capzioso, come un virus pernicioso ed insidioso, frutto di un crescente degrado culturale della società italiana (ed occidentale in genere), un degrado antropologico di cui il berlusconismo è solo uno degli effetti (il più evidente e clamoroso, forse) ma non la causa.
Le radici storiche di tale degrado affondano in un’epoca relativamente recente.
Le origini del degrado vanno ricercate più indietro nel tempo rispetto all’avvento di Berlusconi e dei suoi network televisivi privati. Vanno indagate in quella fase storica di transizione che sono stati gli anni ’60, gli anni del “boom” economico-consumistico, gli anni della scolarizzazione e dell’acculturazione (e dell’omologazione) di massa.
Anni intensi e convulsi, segnati da grandi mutamenti socio-culturali, economici e strutturali, anni in cui il “Potere occulto” del mercato e dei falsi bisogni indotti, di cui parlava Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari”, si imponeva in modo profondo e duraturo, quasi definitivo, affossando la millenaria cultura contadina, una cultura statica ed immobile, in cui era rimasto chiuso ed immerso gran parte del popolo italiano.
Oggi questo degrado è come un’affezione tumorale causata da una contaminazione originaria risalente a diversi anni addietro, ma che esplode improvvisamente, degenerando in una metastasi cancerosa irreversibile e conducendo irrimediabilmente allo stadio terminale. L’ultimo stadio della società tardo-capitalista.
Lucio Garofalo
“I care” (dice Veltroni l’americano) “I
precare” (dice un lavoratore precario)
“L’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante
d'Europa”
“L’uomo medio è un pericoloso delinquente, un mostro.
Esso è razzista, colonialista, schiavista, qualunquista” (PIER PAOLO PASOLINI,
Mamma Roma, 1962)
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CONTRO IL DECRETO GELMINI
Con un semplice articolo, inserito all’ultimo istante con un vero e proprio blitz, l’art. 4 del decreto legge n. 137/2008 dal titolo “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università“, meglio noto come Decreto Gelmini, il governo ha gettato alle ortiche 30 anni di organizzazione e di buon funzionamento della scuola elementare. Un assetto organizzativo che, stando alle statistiche e alle valutazioni internazionali, ha sempre dimostrato di funzionare molto bene, collocando la scuola elementare italiana ai vertici delle graduatorie mondiali.
Il Decreto è, a tutti gli effetti, una legge dello Stato, essendo stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1° settembre 2008. A partire dal prossimo anno scolastico si annuncia una vera controrivoluzione nell’ordinamento didattico della scuola primaria, una controriforma imposta con una decisione verticistica e unilaterale, senza alcun confronto con i sindacati, senza consultare nemmeno il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, senza alcuna riflessione teorica, pedagogica o giuridica. Il ministro ha pensato di imporre dall’alto la resurrezione del maestro unico nella scuola elementare, nonostante siano trascorsi all’incirca vent’anni da quando, con l’istituzione dei moduli organizzativi, questa figura è stata definitivamente abolita, estendendo a tutta la scuola elementare le pratiche di collaborazione e condivisione di responsabilità tra docenti maturate nella sperimentazione del tempo pieno. L’ordinamento della scuola elementare, fondato sulla pluralità docente, ha permesso agli insegnanti di approfondire e affinare le proprie competenze didattico-disciplinari, ha favorito il rafforzamento di uno spirito di cooperazione, rendendo la scuola elementare una comunità dialogante, ricca di preziose risorse umane, di stimoli e conoscenze. La pluralità dei docenti, ossia dei modelli educativi, comportamentali e culturali, consente di offrire un arricchimento in termini di atteggiamenti positivi e di apprendimenti, maturando una crescente apertura e sensibilità verso la complessità multiculturale del mondo contemporaneo.
Ma non c’è solo la restaurazione del maestro unico a destare preoccupazione nel mondo della scuola. Il ritorno all’antico sembra essere una moda, uno stile di questo governo, non solo sul fronte della politica scolastica. Appare chiaro che la Gelmini è solo un “ministro ombra” e che la politica scolastica del governo la detta Tremonti, il vero ministro dell’Istruzione. In un articolo che Tremonti ha inviato al Corriere della Sera il 22 agosto scorso ("Il passato e il buon senso"), il ministro dell’economia anticipava i temi dei voti, dei libri di testo e del numero dei docenti per classe, indicando la linea da seguire alla Gelmini.
Sul versante strettamente occupazionale le conseguenze saranno devastanti, causando una vera e propria macelleria sociale. Nel complesso è stato calcolato che il taglio di insegnanti di scuola elementare per effetto della restaurazione a regime del maestro unico ammonterebbe a 83.114 posti, ma saranno i precari ad essere massacrati. Pertanto, il governo insegue semplicemente un ritorno al passato che gli permetta di fare cassa, riscuotendo nuovi introiti a scapito della già malconcia scuola pubblica, mentre le risorse finanziarie vengono dirottate a favore della scuola privata. E’ evidente l’obiettivo di mettere in crisi un settore della scuola pubblica a diretto vantaggio del mercato e delle scuole private. Scimmiottando con 30 anni di ritardo il modello anglo-americano, ossia le politiche neoliberiste che hanno ispirato il tatcherismo e il reaganismo, il disegno del governo è quello di subordinare la scuola pubblica e di porla al servizio del mercato e della competizione economica. La logica insita in tale piano è lo smantellamento della scuola pubblica, per riservare una formazione di eccellenza ad una platea sempre più ristretta ed elitaria e procurare manodopera crescente a basso costo proveniente dalle scuole pubbliche destinate alle masse popolari.
Questo è quello che senza mezzi termini il duo Tremonti/Gelmini intende fare del sistema di istruzione del nostro paese. Una scuola dove il binomio competenze/conoscenze viene cancellato e sostituito dalla voce abilità. Una scuola sempre più simile ad una sorta di supermercato dell'offerta educativa e sempre meno comunità educante. Una scuola che, in pratica, produce saperi-merci “usa e getta”.
Lucio Garofalo
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UNA SCUOLA DA ROTTAMARE?
La scuola (pubblica) è sempre più sconquassata e smantellata, deprivata e derubata di tutto, dei valori più preziosi: risorse umane, morali, intellettuali e finanziarie. I fondi economici ci sono, ma vengono sottratti alle scuole statali e dirottati altrove, per sovvenzionare le scuole private.
La scuola è ridotta ad un luogo inerte ed esanime, un ambiente di non-vita e non-cultura, un mondo alienato/alienante in cui il piacere della lettura e dello studio, la passione per l’arte e la creatività, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per l’autonomia di giudizio, per l’educazione (non quella formale e bigotta), per la convivenza e la partecipazione democratica, sono bisogni/diritti violati e calpestati.
La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe il covo dei “fannulloni”, dei “nullafacenti” e “pelandroni”, degli “assenteisti” e dei “disertori”…
La scuola è ormai un’istituzione abbandonata a se stessa, rinnegata, in cui si recita una commedia corale (dis)umana, una sorta di teatro permanente in cui si svolge un lungo tirocinio collettivo che prepara le giovani generazioni alla futura commedia sociale della vita (adulta?) piccolo-borghese, di cui scriveva il grande filosofo esistenzialista francese Jean Paul Sartre.
Ma senza la scuola (pubblica) il destino dei giovani potrebbe essere persino peggiore, ben più triste ed inquietante.
Si pensi al sistema (a)sociale statunitense, laddove decenni di neoliberismo selvaggio, di matrice reaganiana, hanno annientato a scardinato ogni più elementare diritto, a partire proprio dal diritto all’istruzione.
Quella nordamericana è una società in cui le classi sociali elitarie usufruiscono (a pagamento) di un sistema d’istruzione d’eccellenza, di un sistema sanitario d’eccellenza, e via discorrendo, mentre le masse popolari (diseredate) sono costrette a mandare i propri figli nelle scuole (pubbliche) misere e rottamate, a curarsi (anzi, ad ammalarsi e persino a morire) negli ospedali (pubblici) depauperati e devastati (invito a vedere il film-documentario Sicko di Michael Moore sull’assistenza sanitaria negli Usa).
E’ questo il modello (miserabile e classista) a cui si ispirano e a cui mirano gli attuali governanti italici? E’ questo che la coppia Tremonti/Gelmini intende fare del sistema di istruzione (già devastato) del nostro paese?
Una scuola-parcheggio per “bulli” e piccoli “gangster”, dove il binomio competenze/conoscenze viene cancellato e sostituito dalla voce abilità.
Una scuola dove i docenti sono, nella migliore delle ipotesi, allenatori-preparatori degli studenti per aiutarli a superare i quiz e i test a risposta multipla che vengono sottoposti alle valutazioni internazionali.
Una scuola sempre più omologante e somigliante ad una sorta di supermercato dell’offerta (non)formativa e sempre meno comunità educante e comunità democratica.
Una scuola-negazione-della-cultura-e-della-formazione che, in pratica, produce solo saperi-merci “usa e getta”.
Lucio Garofalo

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Dopo Torino prosegue la Campagna 2008 anno della Palestina Iniziative in solidarietà con la lotta del popolo palestinese - Delegazione nei campi profughi palestinesi in Libano - Testimonianza sulle navi Free Gaza che hanno rotto il blocco a Gaza - resoconto del campeggio di solidarietà con la Palestina a Viareggio. Il 29 novembre manifestazione nazionale a Roma per la Palestina ------------------------------------ Libano: Comitato ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’, Beirut - 12 – 19 settembre 2008 |
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Ricordiamo la Nakba con i profughi palestinesi in Libano Il 2008 è l’anno della Palestina In memoria di Stefano Chiarini |
Anche quest'anno il comitato "Per non
dimenticare Sabra e Chatila" organizza l'annuale viaggio in Libano in
occasione della commemorazione del massacro avvenuto nel 1982. Il viaggio,
fortemente voluto dal nostro compagno e giornalista de Il Manifesto
Stefano Chiarini, quest'anno assume un significato ancora più importante perchè
cade nei sessant'anni dalla Nakba, la catastrofe, che ha dato inizio alla
diaspora palestinese.
Il viaggio si svolgerà dal 12 al 19 settembre e toccherà i campi
profughi in cui i palestinesi vivono in condizioni disperate, scacciati dalla
loro terra e privati di tutti i più importanti diritti; sono previsti incontri
con autorità ed esponenti politici di alto livello, con esponenti della società
libanese, delle forze della resistenza, con tutte le rappresentanze dei
palestinesi, e, naturalmente, con la gente dei campi profughi.
Sessanta anni fa la creazione dello Stato di Israele significò l’inizio
della Nakba, la catastrofe, per il popolo palestinese. L’iniziativa di
solidarietà con i profughi palestinesi che vivono in Libano che anche quest’anno
organizza il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila è più che mai
importante e significativa: l’esistenza della diaspora palestinese (sulla
quale riportiamo in fondo alcuni significativi e recenti dati) dimostra
che al di là dei tavoli di trattativa, la questione palestinese ruota attorno
al Diritto al Ritorno, sancito dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 194 e mai
attuato.
Le delegazioni del Comitato, nate nel 2001 dall’intuizione del suo fondatore, il compianto giornalista de Il Manifesto Stefano Chiarini, hanno voluto sottolineare fin dall’inizio la necessità di non abbandonare i rifugiati palestinesi, che scompaiono regolarmente da ogni agenda internazionale; così come quest’anno molti tra coloro che hanno voluto celebrare la nascita della Stato di Israele hanno tentato di cancellare la Nakba palestinese, la conseguenza più devastante e tutt’ora non risolta di quell’evento storico.
La memoria della catastrofe, invece, viene tramandata tra i palestinesi di generazione in generazione, anche tra quelle più giovani e tra la gente che vive nei campi profughi dove la consapevolezza delle proprie origini e della propria identità è una condizione essenziale per la loro stessa sopravvivenza.
Le loro condizioni di vita sono durissime: in alcuni paesi come Egitto, Iraq, Arabia saudita, Yemen e Libia, i palestinesi vivono spesso senza documenti, assistenza né visibilità. In Giordania i profughi del '48 hanno la cittadinanza, quelli del '67 no. In Libano, la loro esistenza è molto drammatica e peggiorata nel corso degli ultimi anni in conseguenza delle difficili condizioni di vita di tutto il paese, aggredito e gravemente distrutto dalla potenza di fuoco del vicino Israele nell’agosto del 2006. (Di seguito trovate a proposito del Libano un articolo di Chiarini dal titolo Un voto diviso per etnie, non recente ma di grande attualità)
In Libano vivono oltre 400.000 persone ghettizzate in dodici campi profughi sostenuti solo dagli aiuti sempre più miseri della comunità internazionale. Quegli uomini e donne vivono senza diritti, neanche quello di guardare al futuro.
Per questo
abbiamo scelto di celebrare insieme a loro anche quest’anno l’anniversario
del massacro di Sabra e Shatila. In questo modo vogliamo esprimere la nostra
solidarietà al popolo palestinese e alla resistenza libanese ed il nostro
impegno per impedire che il silenzio e l’oblio vengano gettati
sull’esistenza di migliaia di uomini e donne.
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Gaza è aperta, per un giorno - Abbiamo voluto rompere l'assedio"
di Vittorio Arrigoni *
A momenti si ribaltava la nave: abbiamo saltato e
danzato di gioia, quando abbiamo sentito alla radio israeliana l'annuncio del
governo: avevano deciso di lasciarci andare, la marina militare di Israele non
avrebbe impedito il nostro passaggio. Ora siamo a 7 miglia dalla costa, ormai in
vista di Gaza, coi nostri vascelli Liberty e Free Gaza. Non è stata impresa
facile: eravamo salpati da Cipro contro ogni avaria, sabotaggio, minacce di
morte e conseguenti defezioni dei capitani, contro condizioni marittime avverse.
Ora sembra proprio che ce l'abbiamo fatta: abbiamo dimostrato che la storia
viene fatta dalla gente comune, e che la pace è possibile. A Gaza ci attendono
i rappresentati di una decina di Ong che ci hanno invitato. Oltre a questi,
sappiamo che decine di migliaia di palestinesi sono pronti a festeggiare
l'approdo delle prime barche internazionali sulle coste di questo territorio dal
1967. Navigando su acque internazionali, ed essendo invitati dai palestinesi,
non abbiamo ritenuto doveroso informare Israele. Il nostro obiettivo è rompere
l'assedio israeliano di Gaza, dimostrando tutta la nostra solidarietà alla
popolazione palestinese. Importando a Gaza, insieme a qualche genere di prima
necessità, anche noi stessi: insegnanti, medici, operatori umanitari e
attivisti per i diritti umani. Desideriamo andare ad aiutare nelle scuole, negli
ospedali, sulle ambulanze. Sebbene cittadini di 18 nazionalità diverse, ci
sentiamo tutti appartenere a un medesimo emisfero del mondo, che ripudia la
violenza che offende e opprime, quel totalitarismo mascherato da leggitima
difesa che reclude in una prigione a cielo aperto un milione e mezzo di persone,
come oggi è ridotta la popolazione di Gaza. Siamo stanchi dell'inerzia della
comunità internazionale, è ora che qualcuno si muova per cercare di frenare
questo lento genocidio di innocenti. Cercando di rompere l'assedio, vogliamo
restituire ai palestinesi una parte della loro libertà negata. Israele non ha
alcun diritto di ostacolarci, di impedire a persone pacifiche di raggiungere
Gaza navigando in acque internazionali e palestinesi, soprattutto dal momento
che Israele ha dichiarato che non c'è più occupazione in Gaza. Portiamo con
noi delle reti: sbarcati, per prima cosa porteremo al largo a pescare con noi i
pescatori palestinesi, oggi ridotti a bersagli galleggianti per i cecchini sulle
navi da guerra israeliane. Sulla via del ritorno verso Cipro, vogliamo portare
con noi tutti quei malati che necessitano di cure mediche urgenti e immediate.
Avvistando le coste di Gaza, ci siamo avvicinati alla più grande prigione che
sia mai stata edificata - dove i secondini, l'esercito israeliano che ne
presidia i confini, impongono la fame come punizione collettiva ai civili,
commettendo crimine contro l'umanità. Una occupazione che, come dice Jeff
Halper, ebreo israeliano imbarcato con noi, rappresenta un atteggiamento
all'opposto della vera essenza della religione, cultura e morale ebraica. Ad
alcuni di noi capita che trilli il telefono. Numero occultato, e sono minacce di
morte. «Ciao O., hai deciso come vuoi morire oggi?». Non solo i palestinesi
imbarcati con noi, ma anche la famiglia di Luaren Booth, cognata di Tony Blair,
è stata pesantemente minacciata. Per fugare ogni dubbio, abbiamo chiesto alle
autorità portuali cipriote di ispezionare minuziosamente le nostre barche, per
scongiurare possibili sabotaggi, e dimostrare che non trasportiamo armi o merce
di contrabbando.
* attivista italiano imbarcato sulle due navi della missione Free Gaza
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Bilancio, ringraziamento e prossimi appuntamenti dopo il campeggio per la Palestina di Viareggio
a cura del Direttivo dell'UDAP
Con questa lettera l'Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP) vuole ringraziare tutti i partecipanti al secondo campeggio internazionale di solidarietà con la Palestina che terminerà il 25 agosto a Viareggio. L'UDAP, attiva sul territorio italiano dal 2000, porta avanti le giuste istanze del popolo palestinese, ponendo democrazia e giustizia in Medio Oriente come diritto inviolabile per i popoli. Diritti che vengono negati laddovè il predominio di classe si manifesta come ingiustizia sociale per gli immigrati nel continente europeo.
L' edizione 2008 del campeggio di solidarietà con la Palestina è stata dedicata alla Nakba, che 60 anni fa segnò l'inizio dell'occupazione sionista della Palestina e diede il via alla diaspora dei palestinesi.
60 anni di guerra, di morti, di sopprusi, di stragi, di torture, di muri alzati nel sistematico tentativo di cancellare la memoria di un popolo che non ha mai cessato di resistere contro l'occupazione sionista ed i suoi fedeli alleati internazionali.
Siamo tutti consapevoli che, il tentativo della classe politica italiana di rimuovere questa parte della storia e promuovere invece questo anniversario come la fondazione dello stato di Israele con varie commemorazioni culminanti nella fiera del libro di Torino, è in parte fallito grazie alla grande mobilitazione dei compagni, i quali hanno saputo contro bilanciare questo tentativo di rilettura della storia e della cultura da parte dei potenti del pianeta.
La partecipazione numerosa al campeggio - il triplo delle presenze rispetto alla precedente edizione - e la presenza di delegazioni dal resto dell' Europa - Norvegia, Olanda, Germania e Spagna - e la migliorata organizzazione e condivisione dei compiti conferma la volontà di continuare a crescere e di diventare un punto di riferimento a livello europeo per la diaspora mantenendo sempre un forte legame con la Palestina.
Purtroppo quest'anno la presenza delle delegazioni dalla Palestina era molto esigua, grazie alle sempre più repressive condizioni di vita poste dagli israeliani, solo un compagno ha potuto raggiungere l'italia e partecipare al campeggio.
Forte, emozionante e determinante la partecipazione delle/ei ragazze/i giovani e giovanissimi, tutti con la voglia di incontrarsi, conoscersi, socializzare, divertirsi e parlare di storia, di memoria, del presente e del futuro.
Abbiamo danzato e cantato insieme tutte le sere grazie agli infaticabili componenti della band musicale Haneen, capaci di coinvolgere tutti con la loro musica, simpatia e impegno.
Siamo orgogliosi di constatare che l' UDAP ha confermato una importante capacità aggregativa su contenuti da tutti noi condivisi. Contenuti che che dovrebbero essere stimolo per le forze poliche istituzionali per una seria riflessione sulle posizioni politiche inadeguate che esprimono sulle tematiche medio-orientali.
I prossimi appuntamenti:
Ø 13 Settembre Venezia meeting internazionale i Palestinesi della diaspora e le realtà ed i movimenti di solidarietà con la Palestina.
Ø 29 novembre a Roma, manifestazione nazionale di solidarietà con la Palestina. Inviatiamo tutti alla mobilitazione in preparazione della manifestazione
altre informazioni su www.forumpalestina.org

GRAVE ATTO REPRESSIVO CONTRO FERROVIERI
Vittoria Oliva
Ricevo in questo momento messaggio da parte di un compagno ferroviere che Dante De Angelis, ferroviere RLS di Roma è stato licenziato dalla Azienda ferroviaria, per le sue dichiarazioni alla stampa in merito allo stato di pericolo e rischio con cui viene effettuato il trasporto, pericolo e rischio sia per gli utenti che per i ferrovieri. Queste le dichiarazioni rilasciate da Dante e per cui è stato punito con un licenziamento in tronco.
"FERROVIE: SI 'SPEZZÀ EUROSTAR, RSU-RLS SOLLECITA INCONTRO CON VERTICI DE ANGELIS, MANCANO CONTROLLI MANUTENZIONE ED EUROSTAR SONO TROPPO SFRUTTATI
Roma, 18 lug. - (Adnkronos) - «Non abbiamo ancora ricevuto alcuna chiamata dai vertici aziendali, ma confidiamo che nei prossimi giorni ci spieghino cosa sta succedendo a questi treni. Negli ultimi mesi, come delegati, abbiamo messo in evidenza e segnalato all'azienda, a tutti i livelli, dall'amministratore delegato ai dirigenti territoriali, problemi riguardanti gli Etr e relativi a manutenzione, controlli sulla manutenzione e usura. Si tratta di treni oltremodo sfruttati». Lo afferma il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Dante De Angelis, in merito alla vicenda dell'Eurostar 9427 Milano-Roma, spezzatosi in due tronconi la mattina del 14 luglio scorso pochi minuti prima di entrare in servizio. «C'è amarezza - continua il delegato Rsu/Rls - perchè si parla tanto di sicurezza e di anche di sicurezza sui treni e sul lavoro, ma abbiamo la sensazione che chi sui treni non ci lavora, non abbia la percezione ideale della reali condizioni in cui sono. Cerchiamo sempre prima un approccio collaborativo con l'azienda, ma quando i dirigenti non rispondono alle nostre richieste, siamo costretti a fare segnalazioni alla procura, come è avvenuto per le 'porte killer', e all'opinione pubblica. L'ultima volta che siamo riusciti a strappare con i denti una riunione con i dirigenti -ricorda De Angelis- si è finalmente deciso di rallentare la velocità dei pendolini. Sugli Etr 480, pendolini, infatti, si è verificata una serie di incidenti, con motori che prendevano fuoco». (Adnkronos) 18-LUG-08 15:55 "
"FERROVIE: EUROSTAR SI 'SPEZZÀ, PER RSU-RLS INACCETTABILE CHE FS PARLI DI ERRORE UMANO «GLI ETR 500 HANNO COMANDI COMPLETAMENTE ELETTRONICI»
Roma, 18 lug. - (Adnkronos) - «Non accettiamo che la responsabilità sia scaricata, come al solito, su un errore umano dell'ultimo operatore. Essa è solo della cabina di comando e di responsabilità. Gli Etr 500 possiedono comandi completamente elettronici ed è inaccettabile che, anche in presenza di un errore di manovra, possa accadere quello che è successo». Lo dice il delegato Rsu/Rls dell'Assemblea nazionale dei ferrovieri, Dante De Angelis, in merito alla vicenda dell'Eurostar 9427 Milano-Roma, spezzatosi in due tronconi la mattina del 14 luglio scorso, pochi minuti prima di entrare in servizio. «Lo affermo - precisa De Angelis - sulla base della mia conoscenza diretta della guida dei treni». (Fbe/Gs/Adnkronos) 18-LUG-08 18:30 ".
E' urgente una vasta e ampia mobilitazione non solo della categoria, ma dei lavoratori in genere. Non solo per tutelare il ferroviere Dante ma per tutelare tutti i lavoratori. Rispondere con la lotta all'attacco dei lavoratori in ferrovia e in ogni posto di lavoro. I luoghi di lavoro sono diventati luoghi di strage giornaliera e l'unica risposta, al di là della conta dei morti e degli infortuni e delle chiacchiere sulla sicurezza e' LA REPRESSIONE. Questo licenziamento avviene dopo il pretestuoso licenziamento in ferrovia di 8 lavorati che facevano timbrare il cartellino ad un collega per il motivo che dovevano conciliare le loro esigenze di pendolari con quelle di addetti al trasporto. Rendiamo omaggio al coraggio del ferroviere Dante che ha fatto le sue dichiarazioni in un momento, quello estivo, in cui i rischi per l'incuria nel trasporto ferroviario aumentano i rischi. Rendiamogli omaggio con la lotta.
Basta chiacchiere sulla sicurezza, basta criminalizzazione dei lavoratori. IN MARCIA E IN LOTTA!
vittoria oliva
L'Avamposto degli Incompatibili
www.controappunto.org

FUORI LA CHIESA DAL BUSINESS RIFIUTI DA PARTE DI ALFONSO NAVARRA - AD
ALEX ZANOTELLI E AI CATTOLICI DI BASE (18 luglio 2007)
Caro Alex (Zanotelli), bellissima la tua lettera (che sotto riporto). Bisognerebbe aggiungere un punto: la tua Chiesa dovrebbe tirarsi anch'essa fuori dal business dei rifiuti. La cava di Chiaiano, di proprietà dell'Arciconfraternita dei Padri Pellegrini, quindi della Curia napoletana, non deve essere messa a disposizione di Bertolaso perchè possa farci la sua discarica. Stiamo parlando di Chiaiano, oggi il luogo simbolo della resistenza per i "rifiuti-zero" e punto nevralgico in cui la logica repressiva tenta lo sfondamento nei confronti di quello che la stampa chiama il "Partito del NO", e che è in realtà l'alternativa civile dei movimenti di base. (Non è per nulla casuale Il riferimento al decreto che fa delle discariche "aree di interesse strategico" da presidiare con l'esercito e che prevede 5 anni di carcere per i promotori delle proteste: ad esempio un certo prete che gira sempre con la sciarpa arcobaleno intorno al collo). "Da qualche tempo il Duomo di Napoli sembra diventata la 'casa' di disoccupati, sfrattati e altri diseredati". Ti vedo ridere da sotto i baffi: magari fosse! La Chiesa non dovrebbe forse essere la "Casa degli ultimi?". Ed invece - per quanto ne so - usa il suo enorme patrimonio immobiliare (il 20% della "ricchezza" nel settore, pare) al pari degli altri protagonisti della speculazione edilizia e fondiaria. Il dato del 20% lo traggo da un'inchiesta del settimanale "Il Mondo" (11-5-2007), firmata da Sandro Orlando, ripresa in TV da "Annozero" di Santoro. Il Vaticano, inteso come "Palazzinaro", secondo la citata inchiesta possiederebbe "un quarto di Roma".
A Milano, dove vivo, circa la metà delle case sfitte (90-100.000) fanno capo a società controllate o satellizzate dalla Curia. Fossero date in locazione a prezzi equi (facciamo il 15% dello stipendio medio di un lavoratore?) il mercato degli affitti verrebbe rivoluzionato. Potrebbero essere sistemati tutti i 20.000 che nel 2007hanno fatto richiesta all'ALER di un alloggio popolare. Altri dati su Milano: 11.000 richieste di sfratti esecutivi, oltre il 50% per morosità. Alloggi pubblici disponibili per la risposta: circa 1000. Solo 600/700 gli alloggi di nuova costruzione programmati entro il 2010. I banchieri certo si scoccerebbero alquanto per gli "affitti sociali" perchè si vedrebbero ridotto il valore del loro patrimonio immobiliare, al momento più che gonfiato. Papa Benedetto XVI ha rivolto un appello ai "grandi" del G8: "Occupatevi dei poveri e dei deboli! Occorre rilanciare un equo processo di sviluppo integrale a tutela della dignità umana." Sante parole, è il caso di dirlo. Il Papa ha ammonito i leader del G8 ad adottare coraggiosamente "tutte le misure necessarie per vincere i flagelli della povertà estrema, della fame, delle malattie, dell'analfabetismo, che colpiscono ancora tanta parte dell'umanità. Mi unisco anch'io - ha detto Ratzinger - a questo pressante appello alla solidarietà". Ecco, caro Eminenz (direbbe la Littizzetto), una piccola "dritta" al tuo cardinale Sepe di Napoli sarebbe gradita. Del genere: "Figliolo, lascia perdere i trenta denari, e tuteliamo la salute delle nostre "pecorelle" di Chiaiano. Questa discarica non s'ha fare e, per quanto ci compete, non la lasceremo fare". LETTERA AGLI AMICI È AL COLMO LA FECCIA 17 luglio 2008 - Alex Zanotelli Carissimi, è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12 "Solo falsità l'uno all'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore.
Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia" Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori. Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà. È stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici. Infatti, esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli ) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni, leucemie... Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto. A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari.
Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti, scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. È sempre più chiaro, per me, l'intreccio fra politica, potentati economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti!. In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla: sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono né incenerire (la Campania è già un disastro ecologico!) né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re". E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico - lo dico con rabbia - ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro- come dice Guido Viale - Quanto più merda, tanto più oro!". Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n. 90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare.
Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno! È chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. È da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione. Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani. Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso" qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei campani". Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro l'aborto e l'eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani. Il decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani. Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo.
Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso." Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso parteciparvi !) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo oggi!). Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi certamente la A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti , si papperà anche l'acqua di Napoli. Che vergogna! È la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock! Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!). E per farci digerire questa pillola amara, O' Sistema ci invierà un migliaio di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l'operazione e trecento psicologi per oleare questa operazione!!
Ma a che punto siamo arrivati in questo paese!?! Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a questo popolo massacrato! "Padre Alex e i suoi fratelli " era scritto in una fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica). Sì, sono fiero di essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e sorelle) di Savignano Irpino, espropriati del loro terreno seminato a novembre, con i miei fratelli di Chiaiano, costretti ad accedere nelle proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare. Per questo, con i comitati come Allarme rifiuti tossici , con le reti come Lilliput e con tanti gruppi, continueremo a resistere in Campania. Non ci arrenderemo. Vi chiedo di condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema economico-finanziario che ammazza e uccide non solo i poveri del Sud del mondo, ma anche i poveri nel cuore dell'Impero. Trovo conforto nelle parole del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese, Kaj Munk ucciso dai nazisti nel 1944 . "Qual è dunque il compito del predicatore oggi ?Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma vorrei dire piuttosto :coraggio. Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l'intera verità... Il nostro compito oggi è la temerarietà Perchè ciò di cui come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera". Davanti alla menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini, ma anche nella mia chiesa. "I simboli della chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce-diceva sempre Kaj Munk-Ma mai il camaleonte". Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di Chiaiano, contro l'occupazione militare della cava. Invece di aspettare il giudizio dei tecnici sull'idoneità della cava, Bertolaso ha inviato l'esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata, abbandonata e tradita . Non abbandonateci. È questione di vita o di morte per tutti. È con tanta rabbia che ve lo scrivo. Resistiamo!
Alex Zanotelli
Napoli 12 luglio 2008

Sul dibattito con Giuliana Sgrena alla festa dei popoli di Ancona
Siamo rimasti sconcertati dalle analisi fatte dalla signora Sgrena in occasione dell'incontro alla festa dei popoli di Pietralacroce, tantopiù alla luce della sua drammatica esperienza personale e di una presumibile conoscenza del mondo arabo e delle contraddizioni che attraversano oggi le società islamiche, contraddizioni esasperate dalla guerra permanente portata dall'occidente. Pensiamo non sfugga alla signora che questa guerra ha molti aspetti, non solo militari ma anche ideologici, culturali oltre che, ovviamente, economici, ma nelle sue affermazioni si tende a criticare soltanto gli aspetti militari e legati all'appropriazione delle fonti energetiche ed a salvare gli aspetti ideologici, conseguenti all'assunzione di un imprecisato concetto di democrazia che sarebbe da imporre, preferibilmente con le buone, ai popoli arretrati che burqano le donne, ed afferma questo senza rendersi apparentemente conto che gli uni e gli altri aspetti sono legati come la forma e la sostanza della proiezione sul mondo globalizzato della potenza occidentale imperialista, potenza che, avvertendo come imminente la perdita della propria egemonia, si appoggia sempre più al pensiero forte ed al forte apparato militare Usa.
La democrazia che noi, anche anime belle e contrite della sinistra o della borghesia rossa, consideriamo auspicabile per popoli che hanno uno sviluppo storico diverso dal nostro, nei fatti non può essere che la democrazia reale modello Usa, quella da esportare con i bombardieri e le bombe al fosforo, quella che produce Abu Ghraib e Guantanamo, come regola e non eccezione di un sistema, gradualmente modulato, che si riproduce anche quando impone le impronte ai bambini rom di casa nostra o schierando gli eserciti nelle piazze. Alla democrazia non definita ovviamente, anche nelle equazioni della signora Sgrena, si contrappone un anche esso indefinito terrorismo ed ecco allora riproporsi la distinzione anche questa non ben definita tra resistenza e terrorismo e si intuisce che per terrorismo si dovrebbe intendere l'ideologia jihadista e la vocazione a colpire i civili mentre per resistenza si intenterebbe l'attacco ad obiettivi militari ma poi lei stessa, parlando dell'Iraq, sentenzia che non è possibile venire a capo di 150.000 uomini dotati della migliore tecnologia militare… ma come?
Un paese di 26 milioni di abitanti non viene a capo di un esercito di 150.000 uomini, tra l'altro preoccupati di portare a casa la pelle! E proprio qui sta il punto che non permette oggi di distinguere tra guerra, resistenza o terrorismo; dal momento che le guerre non vengono solo fatte per distruggere dei paesi e dei popoli ma per assoggettarli e derubarli, i territori occorre controllarli e dal momento che il concetto della vita, nei paesi imperialisti di elevato benessere, è molto alto i nostri soldati preferiscono premere bottoni invece di combattere strada per strada ed allora diventa indispensabile avere l'appoggio di una parte della popolazione, creare sacche di collaborazionisti soprattutto in realtà a formazione sociale tribale. Non sarebbe una novità, riesumiamo la sempre valida strategia del divide et impera, la novità è che in questa fase storica il ricorso a metodi "terroristici" è inevitabile ed il ricorso a forme di guerra convenzionale improponibile, per gli aggressori perché possono far fruttare una superiorità tecnologica che segna un gap forse unico nella storia nei confronti degli aggrediti e perché devono limitare le perdite per non alienarsi le opinioni pubbliche e gli arruolamenti; per gli aggrediti perché sarebbe suicida attaccare frontalmente un nemico militarmente molto più potente e perché per vincere la guerra o comunque impedire il consolidamento delle occupazioni diventa indispensabile colpire, terrorizzare, disarticolare il fronte collaborazionista, il solo fattore che possa garantire appoggio logistico in loco e controllo del territorio.
Non che il ritorno a forme convenzionali sia più auspicabile, basti pensare alle mattanze della 1° e 2° guerra mondiale, ma proprio quel ciclo si è concluso con il terrorismo dell'attacco atomico. La signora Sgrena dovrebbe conoscere la situazione dell'Iraq e quindi sapere benissimo che quando gli aerei americani vanno a bombardare un quartiere, senza rischiare gli uomini a terra si tratta, in genere, non di generici scudi umani ma di zone di influenza e di appoggio ai "terroristi" o resistenti e lo stesso accade nei villaggi afghani; allo stesso modo colpire strutture militari locali o infrastrutture civili in una zona a maggioranza collaborazionista diventa indispensabile per rompere la continuità nel controllo territoriale delle forze occupanti, per scoraggiare le tribù ed i clan dal sostenere l'occupazione. Un esercito molto più numeroso dei 150.000 in Iraq e dei 60.000 in Afghanistan, quello tedesco in Italia, non avrebbe mai potuto occupare il pae