QUESTIONI INTERNE

 

LA LOTTA NON SI ARRESTA

Il grande inquisitore Caselli ci ricasca.
Passato alla ribalta degli anni 80 per aver mandato in galera schiere di militanti comunisti, protagonisti di oltre un decennio di lotte - proprio mentre il suo partito di riferimento, il Pci, cambiava pelle involvendosi nel Pds ed accreditandosi come alfiere atlantico e forza della borghesia parassitaria di stato - il nostro non demorde dal suo ruolo, questa volta al servizio del Partito Unico che unisce governo ed opposizione nel governo Monti, quello dei poteri forti.
In questo rinnovato clima di emergenza e di unità nazionale (che rimanda a quello della “lotta al terrorismo”) agitato oggi in nome della crisi e della volontà di farla pagare alle classi popolari il procuratore, evidentemente, ci sguazza esaltando le sue doti normalizzatrici verso quei movimenti che rappresentano il vero ostacolo a questa oscena ammucchiata.
Il movimento No- Tav viene colpito perché rappresenta aspetti inconciliabili con i diktat della Bce e delle consorterie alla Goldman Sachs; si permette di rivendicare la sovranità delle popolazioni sulla propria terra, rigetta un modello di sviluppo che devasta ambiente e salute tagliando altre quote di lavoro, ostacola un percorso di un Europa che non vogliamo, imposta dalle banche e dai monopoli finanziari sulla pelle dei popoli.
26 arresti e 15 altri attivisti colpiti a vario titolo per dare un monito sia ai valligiani, al movimento nazionale che li sostiene e, soprattutto, ai tanti lavoratori autonomi e dipendenti che stanno attuando blocchi e dure quanto necessarie forme di lotta.
Tra gli arrestati anche Giorgio Rossetto, uno dei leader storici del centro sociale Askatasuna e tra i fondatori del movimento di resistenza in Val di Susa e Maurizio Ferrari, ex Br, passato per 30 anni tra le carceri del Belpaese senza che gli fossero addebitati fatti di sangue o violenze, se non di aver strapazzato un caporeparto crumiro (del Msi) che faceva la spia al padrone. Arrestato anche un consigliere comunale e tanti giovani compagni tra i quali un ragazzo di Civitanova.
La giustificazione di Caselli, di aver voluto colpire singoli individui ritenuti colpevoli di singoli reati farebbe quasi ridere se non tradisse la volontà di rimuovere il carattere di massa della mobilitazione contro l’alta velocità, così come i sostenitori di Monti cercano di negare il carattere di massa del movimento dei forconi, le manifestazioni di camionisti, pastori, agricoltori, cianciando di infiltrazioni mafiose o neofasciste.
Sarebbe da ridere ed invece sarà la reazione dell’Italia sana, quella che già sta esprimendo sostegno agli arrestati, quella che non solo disturberà ma farà deragliare il “manovratore”, l’alta velocità e gli strozzini di Bruxelles e di Roma, a far piangere questo governo illegittimo ed i suoi cani da guardia.

Lotta di Unità Proletaria Osimo


http://www.youtube.com/watch?v=t6Q4C-uq44U&feature=player_embedded#!


Un mese di mobilitazione per dire NO ai caccia F-35

Il mese di Febbraio 2012 sarà caratterizzato dalle azioni della campagna che culmineranno con una manifestazione a Roma di "consegna delle firme" al Governo


Dal 7 febbraio associazioni e gruppi locali si attiveranno a sostegno della campagna "Taglia le ali alle armi" promossa da Sbilanciamoci!, Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo con il sostegno di Unimondo, GrilloNews e Science for Peace per chiedere al nostro Governo di non procedere all'acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighter F-35.

La data di inizio di questa nuova fase della campagna, che è attiva del 2009 e già ha raccolto oltre 45.000 adesioni, non è scelta a caso: "In quello stesso giorno nel 2007 il sottosegretario Forcieri firmava l'accordo per la partecipazione alla seconda fase del programma - sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - in cui si mettevano le basi anche per il successivo acquisto. Ma senza prevedere, come recentemente è stato dimostrato, alcuna penale prima della firma di un nuovo contratto: qualcosa che non è mai avvenuto e che ci permetterebbe ancora un dietro-front".

Proprio quanto chiedono le realtà promotrici della campagna, che sottolineano gli enormi costi che avrebbe per il nostro paese una tale decisione (almeno 15 miliardi per l'acquisto e circa il triplo considerando anche il successivo mantenimento) in una fase di crisi economica che impone grossi sacrifici a tutti gli italiani.

"In un momento di grave crisi per tutto il Paese troviamo fuori luogo che il Ministro-Ammiraglio Di Paola nei suoi monologhi televisivi continui imperterrito a difendere l'F-35, promettendo al massimo qualche sforbiciata - precisa a riguardo Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo - Parlare di un programma di elevato valore operativo, tecnologico e industriale vuol dire non tenere in considerazione i rilievi negativi dello stesso Pentagono ed i ripensamenti di molti paesi partner nel progetto". Sono infatti diverse che denunciano il continuo lievitare dei costi a causa dei tempi di sviluppo e produzione che si allungano per mettere mano ai forti deficit qualitativi dell'aereo. Chi oggi dovesse firmare il contratto per l'acquisto dell'F-35 si assume la forte responsabilità di gettare al vento ingenti somme di denaro pubblico. "Che motivo abbiamo per farlo? Per la velleità di alcuni Generali di spacciare l'Italia per media potenza militare industriale, violando palesemente il dettato della nostra Costituzione", conclude Paolicelli.
La campagna "Taglia le ali alle armi" è disponibile in qualunque sede ad un confronto con il Ministro Di Paola e i funzionari del Ministero della Difesa sui dati e sulle prospettive del programma F-35.

Gli stessi soldi stanziati per i caccia potrebbero essere impiegati in mille altri modi più utili sia economicamente che socialmente. "Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45mila asili nido pubblici, creando oltre 200mila posti di lavoro - sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - oppure mettere in sicurezza le oltre 13mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio"; anche in questo caso il risultato sarebbe positivo anche sul fronte economico con nuove opportunità per moltissime imprese e decine di migliaia di posti di lavoro creati.

Le giornate di sostegno alla campagna (che si annunciano numerose e creative) culmineranno poi nella data del 25 febbraio, scelta come giornata delle "100 piazze d'Italia contro i caccia F-35".

"Il primo obiettivo di questa nuova mobilitazione è spingere il Parlamento e ogni singolo parlamentare a discutere in modo aperto e trasparente sugli F-35. L'appello lanciato dalla Marcia Perugia-Assisi dello scorso 25 settembre non deve cadere nel vuoto - ricorda Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace - Il Parlamento deve impedire innanzitutto che si crei il fatto compiuto. L'Italia non può permettersi oggi di impegnare ulteriori 15 miliardi di euro, oltre ai quasi 3 già spesi, per l'acquisto e il mantenimento di questi bombardieri, senza che ci sia un chiaro e onesto dibattito pubblico sulle esigenze e le priorità a cui dobbiamo rispondere".

In maniera simbolica l'avvio della mobilitazione è stato dato nel fine settimana a Verona, dal palco che ha ospitato la festa per il 50° anniversario del Movimento Nonviolento. "La costruzione di un avvenire di nonviolenza parte anche da scelte concrete di disarmo e riduzione delle spese militari - sottolinea Mao Valpiana presidente dell'associazione fondata da Aldo Capitini - ed è quindi naturale che chi lavora quotidianamente in questa prospettiva di costruzione della pace sia tra i primi a muoversi contro questo mastodontico progetto d'armamento costosissimo, contrario allo spirito della nostra Costituzione e forse anche inutile militarmente".

L'invito che la campagna lancia a tutti i gruppi locali impegnati su questi temi è quindi quello di organizzare momenti di informazione e raccolta firme, cercando anche di coinvolgere gli Enti Locali nell'approvazione di una mozione di sostegno alla mobilitazione.

Roma, 24 gennaio 2012


Tutte le informazioni sulla campagna si possono trovare sui siti delle organizzazioni promotrici:

www.perlapace.it (Tavola della Pace) - www.sbilanciamoci.org (Campagna Sbilanciamoci!) - www.disarmo.org (Rete Italiana per il Disarmo)

La petizione online (con i dettagli per la raccolta di firme cartacee) è invece raggiungibile all'indirizzo www.disarmo.org/nof35

 


Tremonti tardo no-global

“Una volta il pronunciamiento lo facevano i militari – così scrive Giulio Tremonti nel suo ultimo libro “Uscita di sicurezza” - Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro (…) lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti (…) Ed è la finanza a farlo, il pronunciamiento , imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all'economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon”.

Viviamo dunque in un periodo a rischio per la democrazia, che non è minacciata dai militari, bensì dai banchieri, tecnici e funzionari del capitale finanziario cosmopolita. Ma non è la prima volta che Tremonti elabora un’interpretazione, come dire, “tardo no-global” dei processi di crisi che investono il mondo capitalistico, cioè una versione critica (più da “destra” che da “sinistra”, con tutte le ambiguità e gli equivoci che ormai accompagnano tali categorie ideologiche) contro la globalizzazione ultra-liberista.

Dopo il fallimento di Lehman Brothers, Tremonti affermò che “un mondo era finito” con “la globalizzazione finanziata dal debito”. Ed aggiunse che bisognava “fare nuove regole e le regole devono farle i governi e le autorità vietando i paradisi fiscali e i bilanci falsi delle aziende. Le crisi finiscono prima o poi e alla fine di questa turbolenza l’Italia sarà più forte di prima e più forte degli altri”. Ma rammento altre sue dichiarazioni che avrebbero potuto incontrare i consensi di Casarini e compagni, comprese le mie simpatie, se non fosse stato per la conoscenza dell’autore, vale a dire il super ministro dell’economia del precedente governo Berlusconi. E visto che si tratta di un personaggio di alto profilo e di enorme potere, non sono mancate le occasioni politiche in cui a certi discorsi Tremonti avrebbe potuto far seguire almeno un gesto concreto di coerenza. Né avrebbe mai potuto farlo, come si può facilmente immaginare.

Tuttavia, ciò non muta la sostanza delle cose, né impedisce di concordare con Tremonti nel momento in cui analizza criticamente le dinamiche del capitalismo finanziario dall’interno, un mondo che ben conosce e frequenta. Ma più che un teorico del mercatismo selvaggio, di cui pure è stato in passato un promotore dichiarato, oggi Tremonti si professa (ed è) un appassionato e convinto fautore del protezionismo. Lo stesso mutuato dalla Lega, ma spiegato meglio. Il fatto è che per argomentarlo Tremonti deve ricorrere a fatti che svelano i contenuti delle manovre finanziarie e le tendenze autocratiche del capitalismo finanziario. Analizzata dall’interno tale realtà risulta molto più inquietante di quanto si possa supporre. E’ forse questa la chiave interpretativa per provare a comprendere le contraddizioni di Tremonti. Che sono esattamente le stesse che emergevano dalle pagine del suo precedente libro, “La paura e la speranza”.

Probabilmente si potrebbe apprezzare Tremonti come intellettuale se avesse avuto mano libera e non fosse stato un “burattino” come molti politici d’oggi. In tal senso Tremonti non si distanzia molto da una tradizione ideologica “di destra” che identifica nel mercato un fattore disgregante e che oggi, in netto (e colpevole) ritardo rispetto al movimento “no-global”, denuncia le promesse tradite dalla globalizzazione neoliberista.


Lucio Garofalo

 

 

Siamo vicini al dolore dei familiari di Massimo Crepaldi, rimasto investito ed ucciso ad Asti durante un blocco stradale.

Vogliamo inoltre esprimere solidarietà al Movimento dei forconi,  agli autotrasportatori, agli agricoltori che stanno attuando dure forme di lotta contro il Governo Monti, estesesi dalla Sicilia in tutto il Paese.

Il costo insostenibile dei carburanti, le liberalizzazioni ed i diktat europei che stanno mettendo in ginocchio categorie di lavoratori già in difficoltà per la crisi, come agricoltori, pastori, camionisti (mentre non toccano assicurazioni e banche) il ribasso dei contratti nei trasporti pubblici sono battute di un copione già visto in Grecia nel 2008: colpire prima più duramente i lavoratori pubblici e gli autonomi per poi affondare decisamente sul lavoro dipendente, rispetto al quale si va annunciando un giorno si e l’altro pure l’attacco all’art. 18 ed alla cassa integrazione straordinaria, ma dopo i blocchi di questi giorni sarà la volta delle mobilitazioni sindacali con lo sciopero dei sindacati di base il 27 gennaio e la manifestazione nazionale a Roma della Fiom l1 febbraio.

La mobilitazione di lavoratori autonomi e dipendenti dovrà dare le prime spallate a questo governo illegittimo, installato dai poteri forti con l’appoggio di maggioranza ed opposizione, passate dal famigerato PUA- partito unico dell’alternanza- a partito unico e basta; dovrà sopperire ai balbettii ed alle reticenze della sinistra ma la difficoltà che si incontra oggi a costruire una opposizione anticapitalista e popolare, in grado di porsi come alternativa politica di sistema, non da meno ce ne fa avvertire l’urgenza perché le sole lotte si rivelano insufficienti senza un progetto complessivo per uscire dalla crisi nel solo modo favorevole ai lavoratori ed alle classi popolari: verso un nuovo socialismo.

Le denunce di infiltrazioni mafiose neofasciste che si sprecano in questi giorni, verificate in maniera irrilevante per ingenuità ammesse dagli stessi leader del movimento siciliano, come dichiarato da Mariano Ferro, fanno parte del tentativo di criminalizzare i movimenti di lotta, per dare mano libera a prefetti e polizia e se non bastasse magari all’esercito, come già avvenuto per i movimenti antidiscarica.

Al di là di contraddizioni e limiti corporativi, in parte insiti nella natura di mobilitazioni come queste e nel composito corpo sociale che le anima, esse hanno un indubbio profilo popolare e godono della comprensione e dell’appoggio di ampi strati  di popolazione per le rivendicazioni che mettono in campo.

Lotta di Unità Proletaria Osimo

 

 

27 gennaio, sciopero difficile, ma giusto

di Giorgio Cremaschi (...)

Il 27 gennaio sciopera una parte rilevante del sindacalismo di base. E’ uno sciopero difficile, perché con questa crisi la perdita di una giornata di lavoro è sempre un costo pesantissimo per chi lavora. Ma è uno sciopero giusto perché il mondo del lavoro non può continuare ad accettare o a subire l’aggressione ai suoi diritti.
Le ragioni immediate dello sciopero, a mio parere, sono almeno tre.
La prima è il massacro sulle pensioni che, in nome dei giovani, ha portato l’età pensionabile, prima di tutto proprio per i giovani, alla soglia dei settanta anni.
In secondo luogo tutte le misure della manovra economica del governo stanno colpendo le condizioni sociali e di vita di chi lavora, che vede ridotti i propri redditi, mentre il futuro è ancor più minacciato dalla recessione in arrivo, causata anche dalle manovre restrittive dei governi Monti e Berlusconi. 
In terzo luogo, con l’ultimo decreto sulle liberalizzazioni, il governo Monti si è schierato armi e bagagli con Marchionne e la sua linea di distruzione del contratto nazionale. Lo ha fatto proprio per la materia di sua competenza, infatti ha stabilito per decreto che il trasporto pubblico non sarà più soggetto ai contratti nazionali, e quindi ha dato il via libera ai contratti low cost, sia nelle ferrovie, sia nel trasporto locale. Cosa questa che neppure il governo Berlusconi, autore dell’articolo 8 sulle deroghe contrattuali, si era sognato di fare.
Ora si apre il tavolo in cui, secondo Monti, il sindacato dovrebbe affrontare “senza tabù” la questione dell’articolo 18, cioè cominciare a rinunciarvi. Ci sono quindi molte ragioni immediatamente sindacali che portano alla necessità di uno sciopero generale contro le scelte di questo governo. Ma ce n’è anche una di significato più vasto, che è bene non trascurare. Il governo Monti, si dice, ha un grande consenso di opinione pubblica. Questa è una parziale verità e una sostanziale mistificazione. Infatti, chi afferma questo, dimentica di dire che il governo Monti ha il consenso di oltre il 90% del Parlamento, del Presidente della Repubblica, del 98% della carta stampata e del 100% delle grandi televisioni. Di fronte a questo consenso di regime enorme, il consenso reale nell’opinione pubblica del governo non raggiunge il 60%. C’è quindi una parte enorme del paese che non  condivide le scelte del governo, nonostante il sostegno istituzionale e mediatico enorme che esso raccoglie. 
Di fronte a tutto questo è compito di chiunque creda nei diritti, nella democrazia, nell’uguaglianza sociale, scendere in lotta per non lasciare campo libero a una protesta populista, reazionaria, xenofoba. Non parliamo affatto dei tassisti o degli autotrasportatori. La loro protesta ha sicuramente degli elementi di ambiguità, ma parte da un’indignazione comprensibile. Non si può sostenere realmente che la crisi economica si risolve aumentando le licenze per i taxi o per le farmacie. Questo è un vero e proprio depistaggio propagandistico, che fa parte di quella campagna ideologica che cancella le ragioni reali della crisi, il debito, l’usura della finanza internazionale, le politiche restrittive invece che quelle espansive di bilancio, la distruzione del pubblico. Invece si dà la colpa ai tassisti, come nel film Johnny Stecchino si spiegava al protagonista che il problema di Palermo era il traffico.
Ecco, contro questo depistaggio occorre che scenda in campo il movimento sindacale e democratico e lo sciopero del 27 è un primo segnale di una mobilitazione necessaria.
Poi seguirà la manifestazione della Fiom dell’11 febbraio e le iniziative proposte a tutti i movimenti di lotta per marzo dal movimento No Debito. Si tratta di scendere in piazza per affermare un’idea di uscita dalla crisi opposta, sia a quella del capitalismo delle multinazionali, di cui il governo è interprete, sia a quella del populismo reazionario, agitata in particolare dalla Lega Nord. Si tratta, cioè, di difendere il lavoro e la democrazia. Dovrebbero farlo anche Cgil, Cisl e Uil, invece che farsi imprigionare in una trattativa in perdita sul mercato del lavoro. Se però i grandi sindacati confederali non lo fanno non è per questo giusto rimanere a casa. Bene quindi lo sciopero del 27 e tutte le lotte che portano e porteranno i diritti del lavoro e la democrazia in piazza.

Roma, 23 gennaio 2012

 

 

Uno spettro s’aggira in Europa: la rivolta dei proletari


Il capitale internazionale ha individuato nella Germania il suo punto di forza e di riferimento, il bastione politico dietro cui si riparano gli interessi delle tecnocrazie e delle élite finanziarie mondiali. Se la Germania è l’interlocutore privilegiato del grande capitale all’interno dell’area dell’euro, la conseguenza è esattamente l’imposizione dall’alto di una linea politica di “germanizzazione” di tutti i Paesi che fanno parte dell’euro, perciò chi non si adegua agli “standard” richiesti dai vertici della BCE rischia di essere emarginato dall’euro, oppure di retrocedere in una “categoria” inferiore.

 

Per continuare a restare nell’euro si esige la condicio sine qua non di soddisfare subito il pagamento degli interessi sul debito pubblico e ridurre progressivamente tale debito fino alla solvibilità dei singoli Paesi. In nome di questo “totem” vengono sacrificate le conquiste che in passato l’Europa ha ottenuto in termini di progresso civile, diritti, democrazia e stato sociale, e si scatena l’ennesima offensiva capitalistica contro gli interessi della classe operaia, colpendo e tartassando puntualmente le masse proletarie.

 

I sacrifici imposti al popolo italiano dall’emissario della BCE, Mario Monti, al solo scopo di assicurare il pagamento degli interessi sul debito pubblico al grande capitale finanziario, possono garantire al massimo un breve periodo di ripresa dei titoli italiani.

 

Oltre il 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono pagamenti immediati, pena il tanto temuto default: sono gli usurai dell’economia globale, i signori del denaro e dell’alta finanza, i padroni delle grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Ecco a  chi  vanno i soldi estorti ai proletari italiani ed europei.

 

In questo contesto storico ha un peso enorme una variabile che è un elemento imponderabile anche per il grande capitale, ossia il punto oltre il quale rischia di venir meno e di esaurirsi la rassegnazione dei proletari, rendendo imprevedibile ed ingovernabile il corso della crisi. Il tenore di vita del proletariato europeo sta precipitando verso livelli di paurosa indigenza: solo in Italia sono 18 milioni le famiglie che versano in condizioni di pauperismo, ma negli altri Paesi che si trovano in bilico tra il permanere nell’area dell’euro e il default, la situazione risulta addirittura peggiore.

 

Le dimensioni sociali della disoccupazione raggiungono ormai cifre inquietanti, mentre il precariato è diventato uno status permanente per milioni di giovani in tutta Europa. Per i proletari indigenti non ha alcuna importanza la risalita degli indici di borsa: essi misurano la loro esistenza su ciò di cui hanno bisogno e di cui non riescono a privarsi.

 

Una prossima dichiarazione di insufficienza della bilancia dei pagamenti, con il relativo varo di nuove manovre estorsive che impongano ulteriori sacrifici alle masse popolari, potrebbe non incontrare più quello spirito di rassegnazione che si richiede ai proletari.

 

La repressione potrebbe non essere sufficiente, ma la preoccupazione principale del potere è che cominci a rompersi la catena dell’obbedienza al comando capitalistico.

 

Lucio Garofalo

 

 

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ‘68: stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del  lavoro, ecc.

Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.

Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse.

A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.

Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo.

Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale  finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio.

Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?

Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.

Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.

Al punto in cui siamo, urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo, non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.

Lucio Garofalo

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

Si parla ormai abitualmente (e impropriamente) di “debito sovrano”. Ma non c’è nulla di più errato e fuorviante del concetto di “debito sovrano”, coniato non a caso in un momento storico in cui gli Stati nazionali hanno ceduto totalmente la loro sovranità e autonomia decisionale di fronte all’arroganza e allo strapotere dei mercati finanziari.

In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo. 

Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.

Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.

Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.

Lucio Garofalo

Comunicato del 06.11.2011 (CARC)

 
Le stragi del maltempo non sono una fatalità, ma il frutto della criminale indifferenza delle Autorità pubbliche per la sicurezza e la salute delle masse popolari!
Usare soldi e risorse per mettere in sicurezza il territorio anziché per soddisfare la brama di soldi degli speculatori, delle banche e dei ricchi!  Questo deve fare un’autorità pubblica degna di questo nome!
 
Ogni volta che piove l’Italia si sgretola, il territorio frana, i fiumi esondano, le città diventano trappole mortali. Se piove più del solito, oltre ai danni, il maltempo si lascia alle spalle una scia di morti: sono 19 solo negli ultimi 20 giorni. A Genova, nelle Cinque terre, in Lunigiana, a Roma, a Napoli.
Non è vero, come sostengono oggi il sindaco di Genova e il Presidente della Regione che “ha piovuto così tanto che non c’è prevenzione che tenga”. Giocano allo scaricabarile!
“Gli enti locali non hanno i soldi per realizzare le opere di manutenzione e cura del territorio”. In Liguria come nel resto d’Italia di soldi ne vengono spesi a palate, ma per far ingrassare gli amici degli amici con opere inutili, con speculazioni, con piani regolatori fatti per garantire gli interessi dei privati contro l’interesse comune, con deroghe alle leggi sull’urbanizzazione e la tutela dell’ambiente e del territorio, con compensi d’oro ad assessori, consiglieri, collaboratori, dirigenti e manager vari. Anziché parlare di lana caprina, le Autorità locali dicano pubblicamente quanti soldi sono stati spesi per la cura del territorio, come sono stati spesi e quando.
“E’ colpa del governo centrale che ha tagliato i fondi”. Certo che il governo centrale ha precise responsabilità, tanto grandi ed evidenti che nessun esponente interviene apertamente sull’argomento, dopo che il Ministro Matteoli è scampato a un’aggressione da parte dei cittadini proprio in Lunigiana, a fine ottobre. Quindi è ora che le amministrazioni locali disobbediscano ai Patti di Stabilità, alle imposizioni, ai traffici, agli inciuci che il governo impone su come spendere i soldi (e magari anche sulle ditte a cui appaltare i lavori)!
I cittadini non hanno rispettato lo stato di allerta”.  Lo stato di allerta… ma le amministrazioni locali, oltre a dichiarare lo stato di allerta, possono ordinare la chiusura di scuole, uffici e negozi, interdire il traffico, organizzare e gestire piani di evacuazione, ecc. Perché hanno aspettato che sei persone fossero uccise per prendere misure adeguate alla situazione?
 
Il governo del paese è in mano a gruppi di potere che decidono secondo i loro interessi (a volte unitari, a volte contrastanti persino gli uni con gli altri). Hanno deciso di andare fino in fondo con la TAV (o almeno di provarci!) e hanno fatto diventare il cantiere di Chiomonte una zona di interesse strategico nazionale (una zona militare a tutti gli effetti, come se non bastassero le migliaia di poliziotti che occupano la Val di Susa). Stanno avviando i lavori per la realizzazione dell’Expo a Milano, nel 2015, un’altra opera della vergogna che costa centinaia di milioni di denaro pubblico che finisce nelle tasche di Comunione e Liberazione, della Compagnia delle Opere, del “partito del cemento” e dei palazzinari (Cabassi, Ligresti, ecc.), delle organizzazioni criminali. Tutto questo nello stesso momento in cui, per qualche giorno di pioggia, il paese è in ginocchio.
 
Crisi ambientale, crisi economica e crisi politica: le risposte che la borghesia riesce a dare sono una combinazione di misure antipopolari e fatalismo… “speriamo che la crisi finisca!”, “speriamo che non piova troppo”, “speriamo che le cose migliorino” e intanto governo e autorità finanziarie varano manovre di lacrime e sangue, che in nome del “risanamento dei conti pubblici” tagliano le spese per la manutenzione del territorio, cancellano diritti e tutele, eliminano servizi pubblici, spingono milioni di persone nella miseria e ne condannano centinaia di migliaia a morire.
Insieme alla solidarietà alle popolazioni colpite, insieme al cordoglio per le vittime innocenti, fra cui due bambine, la rabbia e la frustrazione devono e possono trasformarsi in mobilitazione costruttiva, in lotta, in lotta politica per togliere la direzione del paese a questa banda di criminali.
 
 
Le ingenti risorse pubbliche che la banda di affaristi, parassiti e corrotti che governa il paese ha destinato alle speculazioni, alle grandi opere inutili e dannose, alla cementificazione del territorio, a ingrassare gli amici degli amici devono essere destinate a un piano generale straordinario per il lavoro e la ricostruzione del paese.
Ci sono milioni di metri quadri di territori da risanare, da mettere in sicurezza, centinaia di chilometri di fiumi da bonificare e ripulire, argini da rafforzare, boschi da curare, montagne da riassestare, abitazioni ed edifici da ristrutturare, reti dei servizi da ammodernare e infrastrutture da potenziare.
 
Non vogliamo più piangere morti innocenti di stragi annunciate. I morti per il maltempo sono le vittime di una guerra non dichiarata che produce ogni anno altre decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di invalidi solo nel nostro paese: sono le vittime della malasanità, del lavoro, dell’incuria e del degrado, dell’inquinamento, della devastazione ambientale.
Chi può farlo? Le grandi organizzazioni operaie (la sinistra sindacale, la FIOM i sindacati di base), le organizzazioni popolari (la rete per l’acqua pubblica, i movimenti per i beni comuni, le associazioni democratiche e ambientaliste, quelle contro le nocività) hanno il seguito, le forze, le strutture e le intelligenze necessarie. Devono assumere il coraggio e la responsabilità di promuovere l’organizzazione e la mobilitazione necessarie a cacciare i politicanti, i mafiosi, i corrotti dalle stanze del potere, nazionale e locale, e formare un loro governo di emergenza.
 
Proprio in questi giorni cade il 94° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, la mobilitazione straordinaria che ha portato la classe operaia e le masse popolari della Russia a prendere il potere, a iniziare a scrivere un capitolo nuovo della storia dell’umanità.
Era in corso, 94 ani fa, la prima crisi generale del capitalismo, le condizioni generali erano simili a quelle attuali. Anche 94 anni fa il mondo era nel caos, alle prese con la guerra imperialista (lo sbocco e la soluzione “naturale” con cui la borghesia “esce dalla crisi”). I popoli del mondo erano di fronte a una grande occasione di cambiamento che le masse popolari della Russia, guidate dal partito bolscevico, hanno colto, avviando la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, il più ampio, esteso, generale salto in avanti, verso il futuro, compiuto in massa dall’umanità.
Oggi la crisi è la stessa, solo innumerevoli volte più grave e potenzialmente distruttiva in virtù dello sviluppo dei mezzi di produzione, della connessione di tutti i paesi del mondo tra loro, dell’inquinamento e del saccheggio dell’ambiente oramai giunti a un livello tale da mettere in pericolo la sopravvivenza della specie umana. E la soluzione è la medesima: uscire dalla crisi uscendo dal capitalismo e instaurando il socialismo, un nuovo e superiore sistema di relazioni tra gli uomini in cui l’intesa, la pianificazione e la decisione collettiva prendono il posto del denaro, del profitto, del mercato.  Questo è l’altro mondo possibile e necessario!

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Risolvere la crisi dal basso

Il premier greco George Papandreou ha abortito la sua idea. Non a caso, dopo aver dichiarato al mondo l’intenzione di indire un referendum, è stato immediatamente convocato in un incontro a margine del G20, a cui hanno partecipato il cancelliere tedesco Merkel, il presidente francese Sarkozy e i vertici del Fondo Monetario Internazionale. E’ assai probabile che sia stato indotto, se non costretto, a rinunciare alla sua proposta. Risultato: il referendum è annullato ancor prima d’essere proclamato.

Una vicenda surreale, quanto emblematica, che testimonia l’insofferenza dei mercati azionari e delle élite finanziarie verso le regole democratiche e la sovranità popolare.

L’illusione suscitata dalla proposta annunciata e poi ritirata dal premier greco, è svanita troppo presto, nemmeno il tempo sufficiente per godersela. E’ stata una meteora. Alla stregua di altre esperienze effimere che si consumano in un attimo, stile “usa e getta”, tipiche del tempo fugace e della società consumistica di massa in cui siamo cresciuti.

Viviamo un’epoca meschina in cui conviene essere cinici, opportunisti e disincantati? Se così fosse, sarebbe inaccettabile. Dissipare o negare il diritto più prezioso agognato dall’uomo, cioè la libertà di sognare e di pensare in grande, è un delitto imperdonabile.

Il nostro è davvero un mondo i cui “eroi” sono per lo più figure mediocri e disilluse, pavide e pusillanimi? Così pare, purtroppo. Serve allora una risposta rassicurante, non consolatoria, un anelito di speranza che si può respirare nelle parole visionarie, dunque intelligenti e realiste, di un grande narratore come Paulo Coelho: “Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni”.

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Sarà un caso, ma le proposte più concrete e sensate per reagire alla crisi del debito sovrano, provengono dalla società civile, mentre le ricette “lacrime e sangue” calate dall’alto, ossia le prescrizioni imposte dalle sedi politiche ufficiali, dai cosiddetti “Palazzi istituzionali” che fanno capo agli interessi delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie, sono del tutto inefficaci e controproducenti, oltre che inique e impopolari.

Ecco alcune idee di buon senso avanzate dal basso: 1) abolizione dei cosiddetti “paradisi fiscali”; 2) tassazione sulle rendite e sulle transazioni finanziarie internazionali; 3) ritiro delle missioni militari all’estero e abbattimento delle spese per gli armamenti; 4) contro-inchiesta per accertare le responsabilità sulla formazione del debito; 5) referendum per consultare i cittadini sulle manovre di “salvataggio”; 6) acquisto (volontario) di quote individuali dei titoli di Stato, quindi del debito pubblico, da parte dei cittadini che possono permetterselo (il debito pubblico italiano, mentre in passato era soprattutto interno, oggi è in gran parte esterno, cioè contratto con banche e altri soggetti finanziari internazionali, per cui l’idea di far comprare i titoli di Stato ai singoli cittadini avrebbe esattamente lo scopo di far rientrare il debito in Italia, nel senso che i creditori tornerebbero ad essere i cittadini); e via discorrendo con altre valide iniziative.

Sono solo alcune delle molteplici risposte alternative che semplici cittadini o ambienti della società civile stanno elaborando e promuovendo in questi giorni con ragionevole competenza e convinzione. Sono ipotesi assolutamente realistiche e praticabili, per nulla astratte o demagogiche, tantomeno ideologiche. Inoltre, sono soluzioni largamente condivise e realmente democratiche. Sfido chiunque a smentire questo dato di fatto.

Lucio Garofalo

 

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Indignarsi contro l’ingerenza della finanza non basta

Lo strapotere esercitato dalle cosiddette “agenzie di rating” è il sintomo più inquietante ed evidente di come il capitalismo sia ormai impazzito, ridotto alla mercé di una ristretta oligarchia di stampo mafioso, composta dai signori del denaro e della finanza.

Tali agenzie costituiscono un minaccioso e destabilizzante strumento di dominio e di ricatto, esercitato a livello mondiale, una specie di “arma atomica” di cui dispone una cerchia elitaria di banchieri, uomini d’affari ed esponenti della finanza globale. In altre parole, agenzie di rating come Moody’s e Standard & Poor’s incarnano la “voce del padrone”. Nell’assalto sferrato contro l’Italia, esse sono state le prime ad avvertire gli ambienti della speculazione internazionale che si poteva e si doveva aggredire l’Italia.

Esse si arrogano il diritto di emettere sentenze sullo “stato di salute” dei vari Paesi, formulando previsioni sinistre sul loro futuro economico, senza che abbiano mai ricevuto alcuna legittimità a svolgere un ruolo tanto decisivo da condizionare e determinare il destino dei popoli, mandando in rovina intere nazioni e addirittura interi continenti.

Il divario esistente tra il reddito prodotto dall’economia reale dell’intero pianeta e il reddito irreale, cioè le immani ricchezze generate da operazioni incentrate su colossali bolle affaristiche, è pari ad un rapporto di 1 a 8. In altri termini, il valore creato delle speculazioni finanziarie è otto volte superiore rispetto al valore prodotto dall’economia reale; dunque, il capitalismo dominante comporta sproporzioni a dir poco paradossali.

Il complesso finanziario internazionale, così come si è storicamente determinato, presuppone un aumento spropositato delle disuguaglianze, favorendo la concentrazione dei capitali nelle mani di minoranze sempre più ristrette, avide e corrotte, formate da speculatori internazionali che adottano metodi spregiudicati e criminali, alla stregua di associazioni di stampo mafioso, capaci di estorcere le risorse che appartengono alle nazioni, sottraendo con l’astuzia, l’inganno, il ricatto e la frode finanziaria, i risparmi di milioni di piccoli investitori e dei lavoratori del mondo intero, riducendoli sul lastrico.

In altri termini, il sistema si è strutturato in modo tale da estendere a dismisura le sperequazioni esistenti, creando un divario a forbice sempre più ampio tra élite finanziarie sempre più ricche, potenti e circoscritte, e moltitudini di lavoratori poveri destinati ad impoverirsi ulteriormente. Un processo che ingloba anche i ceti intermedi.

In sostanza, si è imposto un metodo di accumulazione e distribuzione delle risorse sempre più iniquo e intollerabile per la maggioranza degli esseri umani, con conseguenze inimmaginabili per gli equilibri degli assetti mondiali, specie se si considera l’andamento demografico che si sviluppa in modo abnorme e irrazionale in alcuni continenti come l’Asia e l’Africa, dove le contraddizioni del sistema sono più esplosive e destabilizzanti.

La crisi economica che minaccia l’integrità stessa del capitalismo, affonda le sue radici nel tempo e discende dalle incongruenze e dalle assurdità insite nell’assetto complessivo del capitalismo. Ovviamente, i fenomeni superficiali inducono a credere che l’origine della crisi sia da ricercare nell’orbita e nei meccanismi delle speculazioni affaristiche condotte dalle grandi banche, dalle borse mondiali e dall’alta finanza internazionale.

E’ innegabile che enormi responsabilità siano da ascrivere al cinismo del mercato borsistico e delle maggiori banche mondiali, in particolare alla spregiudicatezza delle istituzioni finanziarie internazionali. Non a caso, la rabbia e l’indignazione popolare si indirizzano contro alcuni soggetti individuati come capri espiatori, ossia i megadirigenti e i manager strapagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

Nondimeno, l’origine della crisi risiede nel sistema medesimo ed è l’esito di un processo storico scaturito dalla rottura innescata dalle disfunzioni intrinseche alla natura stessa dell’economia di mercato. Trattasi di una crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo.

Negli ultimi decenni si è compiuto un ciclo produttivo che ha favorito un’accumulazione smisurata di profitti grazie allo sfruttamento eccessivo degli operai salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento elevati, si sono notevolmente impoveriti. Ciò è accaduto a causa di uno sviluppo economico artefatto ed enfatizzato, che in realtà genera condizioni crescenti di miseria e precarietà ed esercita un’ingerenza imperialista tesa ad imporre livelli decrescenti del costo del lavoro su scala globale, malgrado i lavoratori del sistema produttivo facciano più del proprio dovere.

Di fronte alla crisi le persone sono impotenti, da un lato, inquiete e agitate, dall’altro.

L’indignazione (che sia pacifica o meno, importa poco: quello della “non-violenza” è un falso problema) da sola non basta, e nemmeno la rabbia irrazionale ed esasperata, la violenza esplosiva che genera una ribellione cieca e distruttiva, ancorché spontanea, ossia una sommossa di piazza priva di obiettivi politici rivoluzionari, frutto di una esacerbazione degli animi e una estremizzazione delle proteste e delle rivolte popolari.

La situazione del popolo greco fornisce un avanzato laboratorio di esperienze politiche, capace di impartire al proletariato mondiale una serie di lezioni e prospettive assai utili.

Occorre indubbiamente una mobilitazione più estesa e radicale sul piano sociale, ma questa deve essere ispirata e sostenuta da un’analisi intelligente e rigorosa, che sappia elaborare una piattaforma rivoluzionaria di trasformazione dell’ordine esistente. Serve una coscienza politica e progettuale capace di indicare e propugnare un’alternativa seria e convincente di organizzazione dei rapporti economici, un altro modello di formazione sociale, politica e culturale, che sia davvero credibile agli occhi della gente.

La crisi del capitalismo si è talmente acutizzata e radicalizzata da esigere soluzioni altrettanto drastiche e radicali, che non sono affatto possibili e praticabili all’interno dell’odierno quadro capitalistico. La risposta deve essere intelligente e deve partire dal mondo del lavoro produttivo e sociale, che rappresenta probabilmente l’unica forza materiale in grado di spazzare via le macerie create da un sistema marcio e putrefatto.


Lucio Garofalo

 

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Come volevasi dimostrare
 

Anche l’ultimo vertice europeo, quello in cui il “premier a tempo perso” è stato sottoposto ad una sorta di “esame di riparazione”, ha ribadito esplicitamente le ricette di austerità economica a senso unico, calate dall’alto dalla Banca Centrale Europea.

In altri termini, i summit non fanno che confermare e rafforzare i timori della “vigilia”, cioè l’idea che a pagare la crisi saranno sempre e solo coloro che non l’hanno provocata.

Si tratta di un’impostazione violenta e ricattatoria, che si traduce in una serie di provvedimenti draconiani prescritti in modo verticistico e coercitivo, ad esclusivo interesse del sistema bancario e finanziario europeo. La linea sposata dalla BCE, accolta in modo supino e subalterno dai governi europei, non è affatto risolutiva dei problemi che stanno per esplodere. Al contrario, è una visione autoritaria che rischia di peggiorare ulteriormente gli sviluppi drammatici e depressivi della crisi in atto, che potrebbe degenerare in una spaventosa recessione. Le cui conseguenze si abbatteranno ciecamente su chi finora ha scontato la gravità della situazione, vale a dire i lavoratori del sistema produttivo, i pensionati, i giovani (e meno giovani) precari, i ceti “medi”.

Una “soluzione” che non risolve nulla, anzi aggrava il problema che dice di voler debellare, è come una terapia errata che rischia di essere peggiore del male stesso. Le direttive imposte dalla BCE, a cui soggiacciono passivamente i capi di Stato europei, sono inaccettabili nella misura in cui esautorano, o comprimono drasticamente, la sovranità politica da cui discende l’autorità dei singoli governi e Parlamenti nazionali, ma sono soprattutto una spada di Damocle, una clava usata contro la civiltà dei popoli europei, per annichilire definitivamente i diritti democratici e le tutele sociali conquistate con grande spirito di sacrificio e con tenacia dalle generazioni precedenti.

Parimenti il cosiddetto “fondo salva-Stati” si iscrive in una logica ultraliberista e tecnocratica, muovendosi in una direzione a dir poco illegittima e controversa, che travalica i confini di ogni ragionevole buon senso. E’ una piattaforma economica di fatto criminale, nella misura in cui è propensa a varare e autorizzare una serie di manovre estremamente ingiuste e dolorose per chi versa già in condizioni di grave sofferenza.

Mentre si decide di salvare e consolidare i capitali delle banche, nel contempo si invocano e si prospettano misure impopolari tese ad inasprire le condizioni di vita dei lavoratori, facilitando la libertà di licenziare, che in tempi di crisi economica equivale ad una sorta di “licenza di uccidere”, imponendo aumenti brutali dell’età pensionabile, aggravando il livello già insopportabile di liberalizzazione (cioè precarizzazione) del mercato del lavoro, aggiungendo altri oneri e sacrifici alle fasce più deboli della società.

A tale riguardo i sindacati dei lavoratori sono già sul piede di guerra, e non poteva essere altrimenti. Per tali prese di posizione sono tacciati d’essere “antiquati” e “ottocenteschi”, ma è il capitale ad attestarsi su schemi o atteggiamenti da vecchi padroni delle ferriere. Il capitalismo è ancora l’unica forza materiale che nell’epoca contemporanea persevera nella lotta di classe, nella misura in cui prosegue con ottusa ostinazione ad applicare nella pratica i principi “ottocenteschi” della lotta di classe, conducendo una spietata guerra globale contro il mondo del lavoro produttivo e sociale.

Bisogna smascherare e denunciare la vera violenza, che è quella del capitalismo, un raffinato meccanismo di oppressione e di sfruttamento votato al collasso generale dell’economia, della società e della cultura. Un sistema di potere che, agitando lo spauracchio della crisi, intende costringere la gente, i lavoratori che stentano ad affrontare le difficoltà quotidiane, a rinchiudersi in uno stato di paura e rassegnazione.

Di fronte alla minaccia di una recessione non si può essere settari o succubi verso una fazione, in un teatrino schiacciato sul dualismo tra berlusconiani e antiberlusconiani. Occorre sottrarsi al ricatto imposto negli ultimi anni da una falsa dialettica democratica, ormai logora, che ha avvelenato il clima politico in Italia. Una pseudo contrapposizione che ha appiattito il livello del dibattito politico e culturale, alterando la percezione della realtà e delle sue priorità vere. Non è un caso che su temi di importanza cruciale per i centri del potere, si registri spesso e volentieri una sorta di complicità, una coincidenza di intenti tra “destra berlusconiana” e finta “sinistra antiberlusconiana”.

Si sa che il diavolo si annida sempre nei dettagli. Infatti, è da notare come su alcune questioni si formino ampie convergenze di posizione all’interno del Parlamento. Ad esempio, merita di essere letta e sottolineata questa “diabolica” concordanza tra “destra” e “sinistra”, nella fattispecie tra Berlusconi e Ichino, esponente del PD: “E se ora - ha scritto Berlusconi sul Foglio di Ferrara - il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione”.

Occorre demistificare i falsi stereotipi e i luoghi comuni che circolano in quanto diffusi dai media ufficiali che contribuiscono ad alimentare una propaganda ideologica capziosa e strumentale. Il fulcro che sta all’origine della crisi economica, che è sistemica e di portata globale, non è costituito dai licenziamenti più o meno facili, tantomeno dalla normativa vigente che regola i rapporti di lavoro, ma consiste nel fatto che, tanto per citare un esempio concreto, i magazzini sono pieni di merci invendute, dunque risiede nel crollo dei consumi di massa e nella sovrapproduzione accumulatasi negli ultimi anni.

Una politica economica ottusa e avventata, che comporta un ulteriore indebolimento dei redditi da lavoro, è inevitabilmente destinata a provocare un calo verticale dei consumi, innescando un circolo vizioso che rischia di alimentare e procrastinare la recessione.

I processi storici sono difficilmente reversibili. Dalla crisi in atto non è possibile uscire con soluzioni adottate all’interno del quadro capitalistico. Finora il capitalismo è caduto in crisi per causa propria, ma inizia ad affacciarsi tra la gente (non solo tra gli Indignati) l’ipotesi che esso possa non essere l’unico modo per organizzare i rapporti economici e sociali e possa esistere un’alternativa storica credibile e praticabile, oltre che urgente.

Lucio Garofalo

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Sulla battaglia di Roma

 

Più che gli scontri ampiamente annunciati della manifestazione del 15 ottobre  fa male alla mobilitazione popolare l’atteggiamento di molta sinistra, con i suoi reiterati appelli alla delazione di massa, fa male l’umorismo, quello si nero, di Draghi, l’ispiratore del papello con cui si decretava la fine di ciò che resta della sovranità nazionale, ponendo la Bce a commissariare l’attuale governo ed i futuri “governissimi da Vendola a Fini”.

Quegli scontri esprimono un livello senz’altro prematuro, per l’attuale consapevolezza della classe lavoratrice, per il composito corpo sociale della protesta che ha attraversato Roma, ma le dichiarazioni dissociatorie di politici che non rappresentano più niente, la campagna mediatica criminalizzatrice, in cui eccellono il Corriere Sionista e Repubblica, non cancelleranno in milioni di italiani, soprattutto in quanto milioni di futuri disoccupati, la solidarietà e la comprensione quantomeno emotiva per quelle migliaia di giovani e giovanissimi che hanno combattuto per ore in piazza san Giovanni, sottraendola alla prevista passerella elettorale dei soliti politicanti istituzionali e rispettivi fiancheggiatori presunti movimentasti, tutti pronti a metterci il cappello.

Prima della manifestazione si erano evidenziate divergenze  nel comitato organizzatore rispetto al percorso concesso dalla questura e non accettato da molte componenti, inoltre non esisteva una piattaforma unitaria ed era annunciata una partecipazione aperta, secondo contenuti e modalità differenti. Diverse anime dell’antagonismo di matrice anarchica ed autonoma, unitamente a sigle della galassia antimperialista ed anti-europea, organizzazioni del sindacalismo di classe avevano annunciato chiaramente l’intenzione di non voler trasformare San Giovanni nella parata elettorale del centrosinistra, in vista delle prossime elezioni anticipate. Per questo non crediamo che i fantomatici black blocks, fossero poliziotti infiltrati capaci di affrontare  per ore i loro colleghi in divisa. Crediamo invece che in continuità con gli avvenimenti della manifestazione del dicembre scorso degli studenti stia crescendo, a Roma e non solo, un’area del proletariato e precariato giovanile, comprendente i futuri disoccupati intellettuali, non più rappresentabili o gestibili da reti pseudomovimentiste, in realtà ampiamente ammanicate con il centro-sinistra e soggette a compatibilità governiste. Le migliaia di giovani entrati per primi a piazza san Giovanni erano sia travisati che a volto scoperto ma anche intruppati in simboli e slogan riconoscibili ed hanno dato seguito a quanto annunciato, subendo ripetute cariche con caroselli di gipponi ed idranti ma resistendo con coraggio e determinazione, mentre le componenti più concilianti del corteo contribuivano più o meno involontariamente a ostruire l’accesso della piazza con un tappo più ingombrante di quello delle forze dell’ordine. Purtroppo tra la determinazione dei ragazzi dentro la piazza ed il profilo confacente a gran parte del corteo si è registrato un evidente scarto, sul quale stanno soffiando i politicanti professionisti della dissociazione e della delazione, dimostrandosi ben lontani dalla maturità evidenziata invece dalla maggior parte degli studenti nel dicembre scorso; forse molti sinistri pensano ancora di raccattare qualche sgabellino sgangherato alla corte dei vari Monti o Profumo (di galera) o chi per loro. Adesso occorre assolutamente non permettere che passi questa specie di parola d’ordine della denuncia e della  desolidarizzazione, occorre lavorare affinché non si approfondisca dentro la composizione di classe la differenzazione tra chi lotta pensando di aver qualcosa da difendere e chi lotta sapendo che non ha da difendere e perdere niente. Occorre contrapporsi  alla campagna di criminalizzazione, da dovunque provenga, respingere il tentativo di reintrodurre la legge Reale e preparare le componenti più coscienti del nuovo proletariato e delle giovani generazioni ad una stagione di lotte e di dura repressione. Allora la battaglia di Roma non darà alibi a vecchi e nuovi reazionari ma sarà lo spartiacque che forgerà  nuovi quadri rivoluzionari come fu Valle Giulia.

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Atene chiama Roma

 

Il problema evidenziatosi a Roma ancora in fieri è esploso in Grecia in tutta la sua annunciata drammaticità, scontri durissimi dentro la piazza tra quanti volevano attaccare il parlamento e quanti, in prevalenza intruppati nel servizio d’ordine del sindacato Pame e del partito Comunista, volevano conservare alla giornata un impronta prevalentemente pacifica, contando sulle contraddizioni del governo nel varare la manovra eterodiretta dalla Bce e dal Fmi.. E difficile non pensare alla Grecia come il nostro specchio imminente; loro sono stati commissariati prima che lo fossimo noi con il famigerato papello di Trichet-Draghi, quello che appoggia le ragioni degli indignados pacifici; il popolo greco sta dando vita ad una stagione di lotte anche dure e violente rispetto a cui la giornata romana  può essere considerata un preambolo. Un esito altrettanto drammatico possiamo prevederlo qualora si approfondissero le contraddizioni evidenziate a Roma tra quanti hanno alzato lo scontro ad un livello prematuro per la gran parte del corpo sociale dei manifestanti e quanti hanno cercato di opporsi, o addirittura hanno avuto un vero e proprio processo di rigetto verso le espressioni di violenza. Più che un discorso astratto o ideologico sulla legittimità o meno della violenza  crediamo sia questo il vero problema che lascia la giornata del 15, dal momento che essendo stati ben interni a quella grande manifestazione e testimoni delle ore di resistenza in piazza san Giovanni non possiamo assumere semplificazioni di analisi ne tantomeno le scontate criminalizzazioni medianiche.

 

Non c’è stata una rilevanza di corpi estranei infiltrati (ed in una man infestazione con quelle premesse è difficile non pensare, per es., ad una presenza anche dei tifosi della città, che sono quello che sono) né si può spiegare tutto con la contrapposizione tra autorappresentazioni nichiliste rispetto ad assetti e sensibilità lavoriste, né cavarsela con la critica scontata alle rappresentazioni ideologiche ed autoreferenziali. Al di là dei gruppi o reti organizzati riconoscibili ed inquadrati che hanno rivendicato comportamenti, pratiche, slogan  critici od in contrapposizione ai compromessi del tavolo di coordinamento (che comunque non ha partorito una piattaforma comune condivisa), al di là dei cani sciolti o qualche deficiente che rompe madonnine o gli scappa l’accendino sull’utilitaria, la preoccupante contraddizione che abbiamo notato noi era tra forme di protesta, predominanti , proprie di chi pensa ancora da avere qualcosa da difendere - un lavoro ancora, qualche risparmio, qualche diritto cui aggrapparsi con le unghie - e forme di chi pensa, con ragioni fondate, di non aver nulla da difendere né da perdere.

 

Non si tratta di facile sociologia, si tratta di rilevare contraddizioni profonde che oggi hanno provocato una frattura nel corpo sociale di una manifestazione ma che possono corrodere in profondità il corpo della classe, già spaccato tra lavoratori immigrati ed autoctoni, con la prospettiva della disoccupazione di massa alle porte - ed oggi – spaccato anche tra poco garantiti e per niente garantiti, in una ulteriore frattura sociale e generazionale. E’ normale che sui media ci mostrino quel povero ragazzo, er pelliccia, o la ragazzina di buona famiglia, così come durante le rivolte inglesi ci mostravano per giorni il teppista che derubava l’handicappato; i media fanno già molto bene il loro lavoro e non c’è bisogno di portare acqua con interpretazioni criminalizzatrici o suggestioni tardo-pasoliniane.; la gran parte dei giovani arrabbiati che colpivano non solo i simboli ma pure le funzioni del sistema, banche, agenzie interinali, forze dell’ordine, erano roba nostra, in gran parte proletari precari, studenti disoccupati, magari con i padri più dietro a difendere gli spezzoni sindacali dalle gesta dei loro colleghi. Le dichiarazioni avventate che abbiamo sentito a caldo da molti politici di sinistra non ci sono piaciute perché si aggiungono e  potenziano quelle dei delatori di professione che spingono alla delazione di massa, perché si dissociano innanzitutto dalla propria funzione che dovrebbe essere quella di dare progetto alle istanze collettive di un corpo sociale che si fa sempre più complesso e contraddittorio al proprio interno fino al conflitto, e non può essere schematizzato tra i cattivi e chi va alle manifestazioni con il manuale delle buone maniere.

 

Fare i complimenti a Maroni, invocare leggi Reale, auspicare l’azione maggiormente repressiva della polizia, come hanno fatto autorevoli esponenti di quella sinistra istituzionale nella quale sono “infiltrati” e dalla quale sono “infiltrati” tanti movimenti, soprattutto quella sinistra interna a progetti governisti di larghe intese o riedizioni uliviste (pur senza rapporti di forza  per non soccombere ai diktat di BCE)… tutto questo ci spiega chiaramente perché aree importanti di movimento stanno riempiendo spazi politici  da costoro evidentemente lasciati vuoti, per quanti alcuni si sforzino di tenere  i piedi in più staffe. Ma soprattutto ci fa comprendere le ragioni di una rabbia e di un rifiuto delle forme di rappresentanza che possono portare ad una violenza ben più deleteria di quella mostrata a Roma verso simboli o funzioni; una violenza implosiva. Capiteranno sempre più spesso manifestazioni dove un tasso di violenza, diciamo fisiologica si manifesterà, quella del 15 ne aveva tutte le premesse e le ha mantenute, spontanee ed organizzate,  intenzionali e fuori dalle intenzioni.

 

Questo perché peggioreranno le condizioni delle classi popolari, anche di quei molti cittadini oggi ancora indignati per le violenze di alcuni “indignati” ma che smetteranno di esserlo con l’aumento esponenziale della disoccupazione, delle incertezze, delle povertà e riverseranno altrove la loro indignazione, forse in probabili forme reazionarie. A meno che non diamo corpo ad un progetto per l’abolizione del debito, per l’uscita da questa europa dell’euro e dei monopoli finanziari, su un nuovo quadro di alleanze con i popoli, come noi, maggiormente colpiti da questa crisi pilotata, per uscire dal capitalismo verso un ordine sociale ed economico funzionale ai bisogni collettivi anziché basato sul profitto che, per quanto ci riguarda, continuiamo a definire comunismo. Non ci sono governi a cui appoggiarsi oggi su questa alternativa di sistema, sono tutti al servizio dei grandi capitali transnazionali, degli speculatori e dei monopoli finanziari, ma ci sono le organizzazioni popolari, a cominciare da quelle dei popoli che stanno peggio, che stanno finora pagando i costi più alti. Noi il popolo greco, i popoli del sud europa, stiamo subendo i colpi più duri, siamo designati a diventare l’area di sottosviluppo necessaria alla competizione del sistema integrato dell’area Euro, ma le nostre classi popolari stanno sperimentando anche le forme della rivolta. La Grecia ha già scritto grandi pagine, ieri una pagina triste che può riprodursi; sta ai compagni lavorare con responsabilità perché queste contraddizioni si risolvano dentro la classe, analizzandole con rigore, senza false rappresentazioni, strumentali o consolatorie, non lasciando che implodano in forme reazionarie o autodistruttive ma affinché siano ricomposte e diventino fattore dinamico per attaccare chi ci impone la crisi, il nemico di classe.

 

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SENTENZA FORLEO
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