Questioni Internazionali

L'unica democrazia del Medio Oriente

http://www.youtube. com/watch? v=4he1vayLrfo


"Alla cortese attenzione del Ministro Frattini"

http://www.arabmonitor.info/news/dettaglio.php?idnews=29762&lang=it

Teheran, 14 febbraio - Qui di seguito il commento di Radio Italia, della Radiotelevisione iraniana, di mercoledì scorso, 10 Febbraio:

"C’era una volta in un mondo pieno di guerre, un paese che di queste non ne voleva sapere e si chiamava Italia; “gente tranquilla che lavorava” e “aveva il cuore d’oro” e per questo in Iran, un paese che nella sua storia era stato afflitto dall’ingiusto colonialismo di Stati Uniti e Inghilterra, l’Italia, pur essendo un paese occidentale, non appariva un nemico.

Ed i rapporti economici che andavano a gonfie vele, e l’Ansaldo, l’Eni, la Technimont e la Benetton a Teheran, e l’Italia che diventava il principale partner europeo dell’Iran rubando il primato alla Germania. Un giorno però in Italia, molto probabilmente per via delle pressioni asfissianti di Stati Uniti e Israele, si è costretti ad assumere politiche anti-iraniane in occasione dei disordini post-elettorali verificatisi in Iran.

Il presidente del Consiglio, molto probabilmente, è costretto poi ad usare una retorica molto dura nei confronti dell’Iran durante la sua visita in Israele. Alla fine gli studenti di Teheran, è successo ieri, che un tempo amavano la parola Roma e non sentivano ostilità nei confronti di quella bandiera tricolore che aveva gli stessi colori della bandiera iraniana, vanno a manifestare per dimostrare di non essere tonti e abbattono il cartello di via Roma a Teheran.

Il Ministro Frattini, che in questi ultimi giorni ha detto tante cose “decisamente discutibili”, dice che a manifestare davanti all’ambasciata d’Italia erano “Basiji travestiti da civili”. Come se i Basiji avessero paura di dichiarare quello che fanno: caro Ministro Frattini, gli studenti iraniani presero l’ambasciata USA a Teheran e mantennero prigionieri per 444 giorni i diplomatici americani; perchè si dovrebbero travestire, hanno paura di voi? Siete più forti degli americani?

E poi vediamo cosa sono i Basiji? Speriamo sappia che Basiji significa “volontari”; quando l’intero Occidente, compreso il Suo paese, sostenne Saddam nell’aggressione contro la nostra terra, non avevamo nemmeno un esercito e la gente semplice si fece volontaria per difendere i confini, dando vita al Basij; oggi in Iran, studenti, medici, operai, insegnanti, commercianti, calciatori, artisti sono membri del Basij e ciò vuol dire che sono disposti a difendere il paese se i Vostri alleati americani e israeliani, come minacciano di fare, decideranno di aggredire il nostro paese.

Pertanto anche se alla manifestazione ci saranno stati dei Basiji, ciò non vuol dire che non erano civili. Altro concetto da chiarire; la polizia iraniana ha impedito danni alla Vostra ambasciata ed ha solo acconsentito che gli studenti intonassero i loro slogan come è giusto che avvenga in una democrazia; vuole che impediamo le manifestazioni?

Dottor Frattini, com’è che quando quattro delinquenti distruggono le banche a Teheran e vengono arrestati, Lei definisce “repressione del regime” l’azione della nostra polizia, ma quando si rispetta la volontà degli studenti di manifestare, Lei si dichiara “preoccupato”? Lei e i media italiani fate inutilmente tanto chiasso per lo slogan “Morte a Berlusconi”.

Vogliamo scommettere che lo direbbero anche più della meta degli stessi italiani. “Morte all’Italia”, in più, non significa morte alla popolazione italiana ma morte a chi governa l’Italia e rovina i rapporti di questo paese con i suoi partner tradizionali. E sulle parole dette dal vostro ambasciatore; Alberto Bradanini, (chissà se le avrebbe dette lo stesso se fosse stato libero di parlare per suo conto), ha dovuto dire che le affermazioni di Berlusconi in Israele erano “di pace”; qual’era la parte di pace che evidentemente ci siamo persi? Quella in cui diceva che “la guerra a Gaza era giusta” o quella in cui invitava la comunità internazionale a “un’azione contro Teheran” o quella in cui ha detto di “non aver visto il muro” ?

Poi Voi dite che la sicurezza di Israele “non è negoziabile” e Berlusconi ha anche detto “che la guerra a Gaza era giusta”; allora ne deduciamo che secondo i vostri “valori”, è però negoziabile “la vita” dei palestinesi. Onorevole Frattini, non parteciperete alle celebrazioni della rivoluzione islamica perchè siete nostalgici della dittatura dello Sha, servo dei vostri amici americani? Per quale ragione altrimenti?

Caro onorevole Frattini, lei sostiene che è l’intera comunità internazionale ad avere problemi complessi con Teheran. A noi invece risulta che abbiamo ottimi scambi, soprattutto economici, persino con Germania, Francia, Spagna ed ecc… e che poi il mondo non è solo Europa e Stati Uniti. Ci sono anche Russia, Cina, India, Sudafrica, Brasile, Turchia, tutte potenze emergenti che guarda caso hanno ottimi rapporti sia politici che economici con l’Iran. Onorevole Frattini non è che le serve un ripasso di politica internazionale?

E approposito di ripassi, onorevole Frattini, La volevamo informare che in Iran la radiotelevisione(IRIB) è un’ente indipendente dal governo e che è diretta da un presidente scelto dalla guida suprema e che quindi non sottostà al potere del governo. Lei aveva definito le nostre critiche alle affermazioni di Berlusconi in Israele una dimostrazione della debolezza del governo iraniano, ma solo per informarla meglio su un paese che evidentemente non conosce, noi non sottostiamo al potere del governo. In altre parole, il Corriere della Sera in Italia non è portavoce ufficiale del governo e noi non lo siamo per il nostro.

Caro Ministro Frattini, forse Lei non comprenderà mai, ma noi siamo amici dell’Italia. A noi non piace vedere il Suo paese umiliato, costretto a mettere in atto i diktat di una potenza in declino e di un regime criminale, solo perchè nel 1945 avete perso la guerra. Non crediamo che rientri nella dignità del paese Italia il fatto che le decisioni vengano prese a Villa Taverna invece che a Montecitorio, al Quirinale, a Palazzo Madama, al Colle ed ecc… .

Non è bello vedere che Calipari muore solo perché “non ha ascoltato gli ordini dei padroni” e ha negoziato con i rapitori della Sgrena per poterla liberare. Non è bello che Vicenza venga svenduta contro la volontà della sua popolazione per allargare una delle 120 basi militari americane sul vostro territorio dove vi sono, dicono i media italiani, 90 bombe atomiche. Non è bello che le povere famiglie che hanno perso i loro cari durante la tragedia del Cermis siano rimaste senza giustizia.

L’Italia sta ricommettendo un errore storico: negli anni ’30 si mise con la potenza più forte del momento e sappiamo tutti come andò a finire; oggi si mette con la potenza più forte del momento e anche con Israele, ma vogliamo scommettere che finirà anche peggio? L’Italia non è la terra di nessuno e la colonia di questo o quel paese, speriamo che un giorno, almeno, Lei lo comprenda".

GAZA: ABORTI E CANCRO

14 gennaio 2010

Recenti analisi scientifiche hanno dimostrato come, nella Striscia di Gaza, la guerra sia direttamente collegata al crescente numero di difetti sui neonati, agli aborti, al cancro .

Il gruppo Conscience Organisation for Human Rights, in un rapporto in materia ambientale e sui pericoli per la salute come conseguenza dell'invasione e dei bombardamenti, ha rivelato che i casi di bambini nati con deformità sono aumentati sensibilmente nella Striscia di Gaza.

Il rapporto ha detto che nei tre mesi precedenti l'inizio della guerra nel dicembre 2008 solo ventisette bambini sono nati con deformità del genere. Durante lo stesso periodo nel 2009 il numero era di quarantanove anni, un incremento significativo. Il rapporto indica che il 50% dei casi confermati riguardano il sistema nervoso e organi collegati.

Ha inoltre sottolineato che il tasso di malformazioni è stato particolarmente elevato nei distretti di Jabaliya, Beit Hanoun e Beit Lahiya, che durante l'attacco hanno subito i bombardamenti più intensi. Il rapporto attribuisce questo aumento del numero di malformazioni all'utilizzo di armi contenenti elementi tossici e radioattivi.

Il cittadino Anwar Al-Abed Ghfor, che vive a Gaza, ha detto che sua moglie era al suo primo mese di gravidanza, quando l'attacco israeliano ha avuto inizio a Gaza. Le bombe al fosforo bianco hanno bersagliato il quartiere in cui vive. Dopo 9 mesi di gravidanza ha partorito un bambino deforme che è morto dopo soli 3 mesi!

Il dottor Muawiya Hassanin, portavoce del Ministero della Sanità a Gaza, ha detto che, a distanza di un anno dall'aggressione israeliana su Gaza, sono emersi risultati preoccupanti che segnalano l' utilizzo di armi proibite a livello internazionale. Come se non bastasse, sono stati utilizzati gas tossici e fosforo bianco, armi con le quali i medici non avevano mai avuto a che fare prima. I danni di queste armi sono comparsi ad un anno di distanza, tant'è che a Gaza vi sono 75 casi di feti deformi in neonati di entrambi i sessi. Questi neonati necessitano di particolare attenzione per la loro cura .

Dr. Hassanein, ha dichiarato: "in aggiunta alle deformità del feto, la sterilità in giovani uomini e donne è aumentato. Questo, in seguito a prelievi effettuati sui pazienti, è stato dimostrato anche da istituzioni accademiche internazionali in Italia, Svezia e negli Stati Uniti ".

Muawiya Hassanin ha aggiunto che i centri italiani di ricerca in cooperazione con le organizzazioni dei diritti umani hanno pubblicato i loro risultati e le relative prove. Ha inoltre sottolineato che esiste un altro grave segnale, anche il numero di pazienti con tumori del sangue è aumentato.

Fonte: http://www.paltelegraph.com/palestine/gaza-strip/3931-gaza-infants-deformity-increases-due-to-war-effects

 

Spezzeremo le reni all'Iran?

Due recenti interventi di Domenico Losurdo e Gianni Vattimo, sulla campagna in corso per assassinare Ahmadinejad ed effettuare "un’azione nucleare preventiva" contro l'Iran.

1) UNA MICIDIALE "GUIDA MORALE"

di Domenico Losurdo

(da Cronache dell’Impero - http://domenicolosurdo.blogspot.com/ )

Nei giorni e nelle settimane precedenti le elezioni del 2000, l’«International Herald Tribune» riferiva compiaciuto delle difficoltà incontrate da Milosevic nello svolgimento della campagna elettorale: «Timoroso di essere assassinato, il cinquantottenne presidente appare raramente in pubblico e solo per pronunciare dinanzi ai suoi seguaci brevi discorsi sui mali del fascismo». Circa una settimana dopo, sullo stesso quotidiano un altro giornalista statunitense scriveva: non ci sarà pace nei Balcani «sino a quando Milosevic non viene tratto in inganno e colpito o trascinato via dal potere in una bara». E ora spostiamoci in Medio Oriente. Sempre nel 2000 e sempre l’autorevole e distaccato «International Herald Tribune» annunciava giubilante: la Cia ha stanziato somme enormi «per trovare un generale o un colonnello che conficchi una pallottola nel cervello di Saddam» (cfr. D. Losurdo, Il linguaggio dell’Impero, pp. 4-5). Com’è noto, per conseguire l’obiettivo dell’eliminazione fisica di due capi di Stato non graditi o non più graditi, contro la Jugoslavia furono necessari una guerra e un colpo di Stato, contro l’Irak un embargo devastante e prolungato e poi una guerra. Veniamo all’oggi. Il «Corriere della Sera» del 10 febbraio riporta le dichiarazioni di Elie Wiesel: «Se il presidente iraniano Ahmadinejad fosse assassinato, non verserei una sola lacrima». Perché non ci fossero dubbi sul significato reale delle sue dichiarazioni, Wiesel si è preoccupato di rilasciarle alla «Radio militare israeliana». Ma è interessante leggere il commento della gionalista del «Corriere della Sera» (Alessandra Farkas), che riporta le dichiarazioni di Wiesel: «Mentre Teheran alza i toni dello scontro, minacciando direttamente i leader occidentali, lo scrittore e attivista sopravissuto alla Shoah non esita a proporsi come guida morale...»!

2) IRAN, UN APPELLO CHE ALIMENTA IL FUOCO DI GUERRA

di Domenico Losurdo e Gianni Vattimo, «il manifesto» del 9 febbraio, p. 10 (fonte: www.domenicolosurdo.it e www.materialismostorico.it )

«Il manifesto» di sabato 6 febbraio ha pubblicato un Appello «Per la libertà di espressione e la fine della violenza in Iran». A firmarlo, assieme a intellettuali inclini a legittimare o a giustificare tutte le guerre e gli atti di guerra (blocchi e embarghi) scatenate e messi in atto dagli Usa e da Israele, ce ne sono altri che in più occasioni, invece, hanno partecipato attivamente alla lotta per la pace e per la fine dell’interminabile martirio imposto al popolo palestinese. Purtroppo a dare il tono all’Appello sono i primi:

1) Sin dall’inizio si parla di «risultati falsificati dell’elezione presidenziale del 12 giugno 2009» e di «frode elettorale». A mettere in dubbio o a ridicolizzare questa accusa è stato fra gli altri il presidente brasiliano Lula. Perché mai dovremmo prestar fede a coloro che regolarmente, alla vigilia di ogni aggressione militare, fanno ricorso a falsificazioni e manipolazioni di ogni genere? Chi non ricorda le «prove» esibite da Colin Powell e Tony Blair sulle armi di distruzione di massa (chimiche e nucleari) possedute da Saddam Hussein?

2) L’Appello prosegue contrapponendo la violenza del regime iraniano alla «non-violenza» degli oppositori. In realtà vittime si annoverano anche tra le forze di polizia. Ma è soprattutto grave un’altra rimozione: da molti anni l’Iran è il bersaglio di attentati terroristici compiuti sia da certi movimenti di opposizione sia dai servizi segreti statunitensi e israeliani. Per quanto riguarda questi ultimi attentati, ecco cosa scriveva G. Olimpio sul «Corriere della Sera» già nel 2002 (7 giugno): «in perfetta identità di vedute con Washington», i servizi segreti israeliani hanno il compito di «eliminare», assieme ai «capi dei gruppi palestinesi ovunque si trovino», anche gli «scienziati iraniani impegnati nel progetto per la Bomba» e persino coloro che in altri Paesi sono «sospettati di collaborare con l’Iran».

3) L’Appello si sofferma con forza sulla brutalità della repressione in atto in Iran, ma non dice nulla sul fatto che questo paese è sotto la minaccia non solo di aggressione militare, ma di un’aggressione militare che è pronta ad assumere le forme più barbare: sul «Corriere della Sera» del 20 luglio 2008 un illustre storico israeliano (B. Morris) evocava tranquillamente la prospettiva di «un’azione nucleare preventiva da parte di Israele» contro l’Iran. In quale mondo vivono i firmatari dell’Appello: possibile che non abbiano letto negli stessi classici della tradizione liberale (Madison, Hamilton ecc.) che la guerra e la minaccia di guerra costituiscono il più grave ostacolo alla libertà?

Mentre non è stupefacente che a firmare (o a promuovere) l’Appello siano gli ideologi delle guerre scatenate da Washington e Tel Aviv, farebbero bene a riflettere i firmatari di diverso orientamento: l’etica della responsabilità impone a tutti di non contribuire ad alimentare il fuoco di una guerra che minaccia il popolo iraniano nel suo complesso e che, nelle intenzioni di certi suoi promotori, non deve esitare all’occorrenza a far ricorso all’arma nucleare.

 

Le facce di bronzo di Riace

Scritto da Patrizia Khadija Dal Monte Domenica 31 Gennaio 2010 21:02

Il fatto è avvenuto dieci giorni fa, ma la «grande» stampa nazionale lo ha volutamente ignorato. Fatima, una tredicenne palestinese arrivata a Riace da un campo profughi del Libano, avrebbe dovuto parlare in presenza di Napolitano, sceso in Calabria per un predicozzo buonista dopo aver chiuso gli occhi sui fatti di Rosarno. Il Quirinale aveva deciso di coinvolgere la sua scuola nella manifestazione, ma giunti al dunque a Fatima è stato impedito di parlare ...a meno che non si togliesse il velo! Non è dato neppure sapere chi si sia presa la responsabilità di questa decisione. Ecco cosa ha dichiarato in proposito il vicepreside della scuola: «Hanno cercato subito di nascondere tutto, ci hanno chiesto di non parlarne con nessuno. Non so chi ha imposto il divieto di far parlare Fatima. Di certo però si tratta di una decisione presa a Roma, non a Reggio Calabria. A Roma a qualcuno non piaceva l'idea che parlasse una ragazzina con il velo.» La decisione è stata certamente romana. Che sia stata del Quirinale, del Viminale o della ministra Gelmini poco importa, quel che è certo è che né Napolitano, né Maroni, né il Ministero dell’istruzione hanno sentito il bisogno di dissociarsi da quanto avvenuto. Queste facce di bronzo istituzionali hanno mostrato a Riace il loro vero volto. Non dimentichiamocene. Sulla vicenda riprendiamo un commento di Patrizia Khadija Dal Monte, pubblicato su Islam-online.

Fatima e le alte cariche

di Patrizia Khadija Dal Monte

“Un contrattempo, abbiamo assistito ad un contrattempo”, si ostina a dire il giornalista che intervista Domenico Lucano, sindaco di Riace, cittadina calabra in cui abita ed è bene inserita Fatima, che doveva fare un intervento il 21 gennaio a Reggio Calabria, nell’ambito di una manifestazione in risposta ai fatti di Rosarno… “E’ una cosa grave”, risponde quell’uomo perbene, che non ha annebbiato la sua coscienza per compiacere gli alti scranni…

A Fatima, immagine di quell’innocenza mista a consapevolezza dell’età acerba, bella davvero nel suo foulard rosa in pendant con la maglietta, è stato impedito di parlare perché porta il velo. All’ultimo momento la scaletta e’ stata modificata, “abbiamo capito che c’era qualche impedimento arrivato dall’alto. Il cellulare dell’insegnante è squillato almeno 5 volte… un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo. Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Parole striscianti, che celano alleanze strane, strane suscettibilità… Fatima palestinese di nazionalità libanese di chi può aver urtato la sensibilità? Forse non è solo velo…

Vergogna, e questa è la parola più mite che mi passa dal cuore alla mente, accompagnata, è vero da tutto quel repertorio di parole da non dire cadute ormai in disuso nel mio linguaggio. Vergogna a quelle alte cariche dello Stato che si sono permesse di fare una cosa simile sulla pelle di un’adolescente e poi coprire la verità dicendo che il fatto non esiste… Vergogna a quelli che chiamano un tale gesto ‘contrattempo’, ‘semplice accorgimento’ minimizzando la discriminazione che ne trasuda a pieni pori…

Fatima è lo sforzo immane delle seconde e terze generazioni di “sentirsi bene qui” conservando il proprio credo religioso, spesso in solitudine, spesso pochi gli appoggi familiari certi del loro già, proiettati i giovani invece nel non ancora… che si scontra con un mondo ormai vecchio, manipolatore, disinvoltura nel destreggiarsi da viveur, indifferente alle questioni morali.

Fatima è le nostre figlie, indifese e coraggiose, in una società dalla bocca deformata da troppe parole vuote e dal cuore strapieno di polenta… occhi maliziosi che ti guardano con malcelata sufficienza, detentori assoluti della democrazia e della libertà… Moderni, efficienti, semplificatori, mal sopportano la vera semplicità. «Allora mi hanno chiesto di toglierlo, ma io non ho voluto. Ho deciso così perché non possono esser loro a scegliere cosa posso o non posso fare. Anche perché io porto il velo per motivi religiosi. E poi è vergognoso che uno si tolga il velo così, davanti a tutti. Se chiedi alle mie compagne di togliersi la maglia non è vergognoso? Io penso che non è giusto e che ognuno è libero di fare come gli pare».

Vergognatevi e imparate, potreste vergognarvi davvero.

Fonte: CampoAntimperialista


IL TERREMOTO DI HAITI E LA QUESTIONE CUBANA

Il terrificante sisma che ha provocato una vera e propria ecatombe, devastando l’isola di Haiti, ha fatto riemergere l’immane tragedia della miseria endemica che affligge la popolazione haitiana, vittima della schiavitù, delle dittature militari, degli uragani, degli speculatori finanziari, ora vittima di una spaventosa sciagura e degli sciacalli che rovistano tra le macerie. Inoltre, pare che il cataclisma fosse ampiamente annunciato. Infatti, nel settembre del 2008 sul quotidiano haitiano Le matin Patrick Charles, professore presso l’Istituto geologico all’Havana, scriveva: ”Ci sono tutte le condizioni per un terremoto di primaria importanza a Port-au-Price. Gli abitanti della capitale Haitiana devono prepararsi per un evento che accadrà inevitabilmente”.

Haiti è la parte dannata dell’isola che fu la prima terra che Cristoforo Colombo scoprì del Nuovo Mondo. Ma questa parte dell’isola contrasta con l’opulenza dell’altra parte, la Repubblica Dominicana, dove il reddito annuo pro capite è di 8.600 dollari, mentre ad Haiti si sopravvive a stento con 600 dollari all’anno. Inoltre, gli abitanti di Haiti sono costretti a subire da anni regimi dittatoriali formati da criminali protetti dagli USA.

A pochi chilometri di distanza dalla disperazione di Haiti sorge l’isola di Cuba, l’isola di Fidel Castro e dell’eroe rivoluzionario Ernesto “Che” Guevara, l’isola più odiata e temuta dagli americani WASP (acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, tradotto in italiano con "Bianco Anglo-Sassone Protestante"). Al confronto con la miseria, il sottosviluppo e l’arretratezza di Haiti, la realtà cubana risulta eccellente, seppure con i suoi limiti e difetti, in quanto i suoi abitanti hanno lavoro, istruzione, cultura, dignità, assistenza medica, pensioni, i suoi bambini sono molto ben nutriti, curati ed istruiti.

A proposito delle vicende cubane, non si può non partire dalla storia controversa e sanguinosa degli ultimi anni, segnati da reiterati tentativi di ingerenza imperialista e destabilizzazione golpista a danno del governo castrista. Tentativi sostenuti da martellanti campagne di disinformazione condotte a livello propagandistico da parte di chi, in Occidente, ha tutto l’interesse a montare polemiche pretestuose in funzione eversiva e reazionaria, specie in un momento politico internazionale estremamente difficile come quello attuale, soprattutto in virtù della recessione economica globale.

E’ assolutamente lecito condannare Cuba quando sbaglia. Anzi, rincarando la dose formulerei una osservazione più drastica: che il governo castrista fosse illiberale e autoritario non è una notizia che apprendiamo oggi. Nondimeno, tenendo conto delle macabre e sanguinose vicende storiche del continente latino-americano, considerata la situazione di miseria e arretratezza della realtà cubana prima della rivoluzione, oserei affermare che il governo di Fidel Castro sia la “migliore” tra le dittature presenti nel mondo in quanto ha debellato le secolari piaghe dell’analfabetismo, delle malattie e della povertà che affliggevano la società cubana antecedente alla rivoluzione.

Inoltre, la Cuba castrista può giustamente vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche dell’intero continente latino-americano. Sfido chiunque a smentire tali dati che sono noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell’opinione pubblica mondiale. Il governo castrista è sempre stato assai equo, attento e sensibile verso i diritti e le tutele di ordine sociale: i diritti alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla sanità pubblica, garantiti a tutti i cittadini, rappresentano un successo e un innegabile merito da ascrivere alla rivoluzione cubana. Invece, sul versante dei diritti politici e delle libertà democratiche il governo di Fidel Castro si è sempre rivelato meno sensibile e garantista, nella misura in cui sono negati con durezza. In tal senso è corretto affermare che il governo cubano sia uno Stato di natura autoritaria ed oppressiva.

Tuttavia, questo è un punto di vista “occidentale”, nel senso che si tratta di una valutazione relativa ad un contesto storico che ama definirsi politicamente “progredito”, benché solo formalmente, ma non è un giudizio applicabile a realtà come le società latino-americane, arabe, africane, ecc. Probabilmente sotto tale profilo la realtà cubana costituisce un’esperienza all’avanguardia, malgrado i limiti prima denunciati, cioè il deficit di democrazia rispetto alle società occidentali, su cui pure occorrerebbe sollevare qualche legittimo dubbio e qualche riflessione critica.

Infatti, la visione occidentale della “democrazia” è deformata da un’ottica univoca e strumentale, derivante dall’ipocrisia insita nello spirito liberale borghese, fautore di uno “stato di diritto” puramente formale e a senso unico. A conferma basterebbe ricordare che negli USA, osannati come modello di “democrazia” e patria dei diritti civili, vige sistematicamente la pena capitale, applicata in funzione classista e razzista, cioè a danno dei soggetti più deboli e svantaggiati, appartenenti alle classi subalterne e alle minoranze etniche, nella fattispecie negri, ispanici e gli strati sociali meno abbienti.

Il ragionamento s’inquadra nel tema più ampio e complesso della repressione carceraria, dell’alienazione e della violenza esercitata all’interno delle democrazie occidentali contro le fasce oppresse e marginali della società. Infatti, le democrazie occidentali non sono immuni dall’azione di meccanismi antidemocratici e da centri di potere di natura occulta e criminale, da sistematiche violazioni e atroci delitti contro i diritti umani e civili, da misfatti perpetrati in funzione apertamente repressiva ed antiproletaria. La nostra storia più recente è piena di esempi “edificanti” ed “illuminanti” in tal senso.

In conclusione, è indiscutibile che i limiti e gli errori di Cuba debbano essere criticati con onestà e fermezza da parte di chiunque voglia progettare e propugnare l’idea di un comunismo più umano, che sia effettivamente compatibile con i diritti umani e con le libertà politiche che bisogna realizzare in termini di estensione della partecipazione dei cittadini ai canali di gestione della cosa pubblica e ai processi di decisione politica.

Lucio Garofalo

Avere una fidanzata nel democratico Israele

L'ingegnere nucleare israeliano, Mordechai Vanunu, è l'uomo grazie al quale dal 1986 si sa con certezza quel che più o meno tutti sospettavano già da allora: Israele è una potenza atomica, e non certo delle ultime. La notizia divenne ufficiale con la storica intervista, Israele non la smentì mai, che Vanunu rilasciò al Sunday Times di Londra. Da quell' intervista, si venne a sapere che l'impianto tessile di Dimona*, nell' Israele del Sud, produceva ben altro oltre ai tessuti. Le fotografie che Vanunu era riuscito a scattare di nascosto poco prima di andarsene da Dimona, dove lavorava come esperto nucleare, mostravano un impianto di arricchimento del plutonio che affondava di ben sei piani nel sottosuolo, ed i cui ingressi erano stati nascosti alla perfezione da un sistema di doppie pareti e finti ascensori. Vanunu denunciò che oltre duecento ordigni nucleari giacevano in quei sotterranei pronti ad essere usati, ed altrettanti ne sarebbero stati prodotti nell'arco di pochi anni.

Dal quel materiale, gli esperti conclusero che Israele era in possesso del sesto arsenale nucleare tra i più grandi del mondo. Vanunu fu rapito a Roma da agenti del Mossad ( con la complicità del governo e dei servizi italiani ), subito dopo aver preso contatto con i giornalisti britannici , fu processato a porte chiuse in Israele e condannato a 18 anni di prigione, che vennero scontati tutti. Dopo la sua liberazione l'Alta Corte israeliana gli ha intimato l'ordine, incredibile per un paese che ama dirsi democratico, di non lasciare Israele, infatti è privo di passaporto, non può comunicare con giornalisti stranieri, avvicinarsi ad ambasciate, possedere cellulari o usare computer. La polizia lo ha nuovamente arrestato lunedì per aver violato le consegne, in quanto si era incontrato con una cittadina norvegese. Il giorno dopo è stato prosciolto dal tribunale di Gerusalemme. Il Canale 10 News ha riportato che Vanunu è stato rilasciato dopo aver sostenuto durante un’udienza del tribunale che la relazione tra lui e la donna norvegese che aveva incontrato è di natura sentimentale.

L’avvocato di Vanunu, Avidgor Feldman, ha affermato che “ egli non è accusato di divulgazione di informazioni. e la fidanzata non s’interessa a questioni nucleari. Lei prova un sentimento di attrazione per Mordechai Vanunu, che, a sua volta, ricambia.”

Durante l’udienza Vanunu si è rivolto anche al Presidente degli U.S. Barak Obama, implorando il suo aiuto.

“Il Presidente Obama era un sostenitore di un mondo libero da armi nucleari e deve perciò intervenire a favore della mia libertà. Tutto ciò che io voglio è essere libero. Io non ho alcuna libertà di parola e nessuna libertà di movimento.”

Il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, ha dichiarato che Vanunu era stato incarcerato per il sospetto che egli avesse incontrato alcuni stranieri, violando le condizioni preposte al suo rilascio dal carcere del 2004. Queste restrizioni sarebbero dovute durare solo un anno, ma vengono regolarmente rinnovate. Quattro mesi fa, l’Alta Corte ha deciso che sarebbero rimaste in vigore per altri sei mesi. In quella circostanza Vanunu ha dichiarato: ” Io voglio e ho bisogno di libertà, solo di libertà. Venticinque anni sono sufficienti. Questo non è il mio governo. Voglio vedere il mondo, senza il controllo del Mossad e dello Shin Bet.”

Vanunu ha distribuito alla stampa una lettera che egli scrisse al Comitato per il Premio Nobel ancor prima di un anno fa, nella quale dichiarava di rifiutarsi di essere inserito nella lista dei candidati per il premio, in quanto il Presidente Shimon Peres, che egli ha affermato essere “dietro la politica atomica israeliana”, era insignito del titolo di Nobel.

 

*L’impianto di Dimona venne realizzato nel lontano 1956 grazie alla collaborazione franco-britannica. Gli USA hanno garantito successivamente il pluridecennale silenzio sulla produzione di armi nucleari da parte di Israele, che, non solo non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, ma che non è mai stato sottoposto ad alcun tipo di controllo da parte dell’AIEA, nonostante l’accresciuta pericolosità dell’arsenale nucleare israeliano stoccato nell’area, lo smaltimento delle scorie radioattive prodotte e il deterioramento delle sue strutture produttive, da ritenersi ormai obsolete.

E.A.

La bufala delle "elezioni rubate" James Petras

Fonte: www.globalresearch.ca Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14018 18 giugno 2009 traduzione italiana da www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

"Il cambiamento significa per i poveri pane e lavoro, non meno regole sul modo di vestirsi né ricreazioni miste per ragazzi e ragazze all'ora di intervallo... La politica in Iran ha molto più a che vedere con la lotta di classe che con la religione".

Financial Times, editoriale del 15 giugno 2009.

Accade di rado che le elezioni in cui la Casa Bianca ha un interesse e che vedono la sconfitta elettorale del candidato filostatunitense, non vengano denunciate come illegittime da parte di tutta l'elite politica e mediatica. Di recente, la Casa Bianca e il campo alleato hanno inveito contro le libere (e monitorate) elezioni in Venezuela e Gaza, mentre costruiscono bellamente il "successo elettorale" in Libano, nonostante la coalizione guidata da Hezbollah abbia conseguito oltre il 53% dei voti.

Le elezioni in Iran del 12 giugno 2009 costituiscono un esempio paradigmatico: il presidente uscente, il nazional-populista Mahmoud Ahmadinejad (MA) ha ricevuto il 63,3% dei consensi (24,5 milioni di voti), mentre il candidato dell'opposizione liberale sostenuto dall'occidente Hossein Mousavi (HM) ha ricevuto il 34,2% dei consensi (13,2 milioni di votimetà del 63%). Le elezioni presidenziali in Iran hanno registrato un record di affluenza alle urne superiore all'80% degli elettori, tra cui l'inedita partecipazione al voto di 234.812 iraniani all'estero, ripartiti tra 111.792 sostenitori di HM e 78.300 di MA. L'opposizione guidata da HM non ha accettato la sconfitta e ha organizzato una serie di dimostrazioni di massa che hanno assunto risvolti violenti: dall'incendio e la distruzione di automobili, banche, edifici pubblici e scontri armati con la polizia e altre autorità. Quasi l'intero spettro degli opinion makers occidentali, compresi tutti i principali media tradizionali ed elettronici, i principali siti web liberali, radicali, libertari e conservatori, sono stati portavoce della denuncia di brogli elettorali rivendicata dall'opposizione. Neo-conservatori, conservatori libertari e trotskisti si sono uniti ai sionisti nell'acclamare l'opposizione come avanguardia di una rivoluzione democratica. Democratici e repubblicani condannano l'attuale regime, rifiutano di riconoscere il risultato delle elezioni e apprezzano gli sforzi dei manifestanti per rovesciare il risultato elettorale. Il New York Times, la CNN, il Washington Post, il Ministero degli Esteri israeliano e l'intera leadership dei Presidents of the Major American Jewish Organizations chiedono sanzioni esemplari contro l'Iran e ravvisano "l'inutilità" della proposta di dialogo con l'Iran di Obama.

La bufala del broglio elettorale

I leader occidentali respingono i risultati perché "sapevano" che il loro candidato riformista non poteva perdere... Per mesi hanno pubblicato quotidianamente interviste, editoriali [articoli di fondo] e rapporti dal campo "documentando" i fallimenti dell'amministrazione Ahmadinejad: testimonianze di religiosi, ex funzionari, commercianti e soprattutto donne e giovani delle città con un inglese fluente, destinavano Mousavi a una schiacciante vittoria. La vittoria di Mousavi era descritta come il trionfo delle "voci moderate", almeno secondo il vacuo cliché della Casa Bianca. Personalità di spicco del mondo accademico liberale deducono che la conta dei voti sia stata manipolata perché Mousavi ha perso nella sua enclave etnica: tra gli azeri. Altri studiosi sostengono, sulla base di interviste agli studenti universitari appartenenti ai ceti medi e alti dei quartieri a nord di Teheran, che il "voto giovanile" era largamente favorevole al candidato "riformista".

La cosa più sorprendente nella condanna unanime dell'Occidente rispetto alla denuncia di brogli è che a distanza di una settimana dallo spoglio dei voti, non sia stato prodotto un solo straccio di prova, documentato o anche frutto di osservazioni. Durante tutta la campagna elettorale, non è stata sollevata alcuna accusa credibile (ma nemmeno dubbia) di manipolazione degli elettori. Fintanto che i media occidentali sono stati convinti, dalla loro stessa propaganda, di un imminente vittoria per il loro candidato, il processo elettorale è stato descritto come altamente competitivo, animato da diffusi dibattiti e da un'inedita attività pubblica che non ha incontrato ostacoli da parte del "proselitismo di stato". Era così ferma questa loro fede in uno svolgimento aperto e libero delle elezioni che i leader occidentali e i mezzi di comunicazione di massa erano convinti che il loro candidato avrebbe vinto.

I media occidentali si sono affidati ai propri giornalisti che davano ampia copertura alle manifestazioni di massa dei sostenitori dell'opposizione, mentre ignoravano o sminuivano l'enorme consenso per Ahmadinejad. Peggio ancora, i media occidentali hanno ignorato la composizione di classe delle due fazioni: il presidente uscente ha tratto sostegno dalla ben più numerosa classe povera operaia, contadina, artigiana e da settori del pubblico impiego, mentre la maggior parte dei manifestanti dell'opposizione provenivano dalla classe media e alta degli studenti, dell'impresa e del ceto professionale.

Inoltre, la maggior parte degli opinionisti e giornalisti occidentali di stanza a Teheran, estrapolavano le loro proiezioni dalle osservazioni nella capitale; pochi si sono avventurati nelle province, nelle città e nei villaggi di piccole e medie dimensioni dove Ahmadinejad ha la base del suo consenso di massa. Infine l'opposizione è costituita da una minoranza di studenti attivisti facili da mobilitare per le manifestazioni nelle piazze, mentre Ahmadinejad ha il sostegno della maggior parte dei giovani lavoratori e casalinghe, che esprime la propria posizione nell'urna e ha poco tempo o scarsa inclinazione per impegnarsi nella politica di piazza.

Un certo numero di giornalisti "esperti", compreso Gideon Rachman del Financial Times, rivendica come prova dei brogli elettorali il fatto che Ahmadinejad abbia ottenuto il 63% dei voti nella provincia di lingua azera, contro un avversario, Mousavi, di etnia azera. Il presupposto semplicistico è che l'identità etnica o l'appartenenza a un gruppo linguistico rappresenti l'unica possibile scelta di voto, piuttosto che altri interessi sociali o di classe. Una valutazione più attenta del voto della regione iraniana dell'Azerbaigian occidentale, rivela che Mousavi ha vinto solo nella città di Shabestar tra il ceto medio e superiore (peraltro con un margine contenuto) e che è stato sonoramente sconfitto nelle più ampie aree rurali dove le politiche di redistribuzione del governo Ahmadinejad hanno aiutato la popolazione di etnia azera a cancellare debiti, ottenere crediti a basso costo e facili prestiti per gli agricoltori. Utilizzando i suoi legami etnici, Mousavi ha conquistato nella regione dell'Azerbaigian occidentale solo il voto urbano. Nella provincia di Teheran densamente popolata, Mousavi ha battuto Ahmadinejad nei centri urbani di Teheran e Shemiranat ottenendo il voto della classe media e superiore, ma perdendo ampiamente tra la classe operaia delle periferie, delle piccole città e delle zone rurali.

Il paradigma superficiale e distorto del "voto etnico" adottato da scrittori del Financial Times e del New York Times per sostenere la tesi che la vittoria di Ahmadinejad fosse un "voto rubato" è abbinato al volontario e deliberato rifiuto dei media di riconoscere la validità di un rigoroso sondaggio d'opinione condotto da due esperti degli Stati Uniti solo tre settimane prima delle elezioni, che dimostrava il vantaggio di Ahmadinejad con un margine di 2 a 1, addirittura superiore a quello della vittoria elettorale del 12 giugno. Questo sondaggio ha rivelato che tra gli azeri, Ahmadinejad era favorito con un margine di 2 a 1 su Mousavi, dimostrando come gli interessi di classe rappresentati da un candidato possano superare l'identità etnica degli altri candidati (Washington Post, 15 giugno 2009). Il sondaggio ha anche dimostrato come le questioni di classe, in ogni fascia di età, sono più influenti nel plasmare le preferenze politiche degli "stili di vita generazionali". Secondo questo sondaggio, oltre i due terzi dei giovani iraniani sono troppo poveri per avere accesso a un computer e la fascia d'età compresa tra 18 e 24 anni "costituisce il blocco da cui Ahmadinejad ha tratto più voti" (Washington Post 15 giugno 2009). L'unico gruppo che ha sempre favorito Mousavi, è quello degli studenti universitari e laureati, titolari di imprese e la media e alta borghesia. Il "voto giovanile", che i media occidentali elogiavano come "riformista", costituisce una netta minoranza di meno del 30%, ma è di estrazione privilegiata; un gruppo che utilizza ampiamente la lingua inglese e ha relazioni in esclusiva con i media occidentali. La loro presenza rilevante tra i giornali occidentali ha creato la "sindrome di Teheran del Nord", in riferimento all'enclave in cui vivono gli studenti delle classi agiate. Fini oratori, ben vestiti e con un inglese fluente, sono stati sonoramente battuti nel segreto dell'urna.

In generale, Ahmadinejad ha ottenuto un ottimo risultato nelle province dedite alla produzione di petrolio e della chimica: qui potrebbe riflettersi l'opposizione degli operai dei settori al programma riformista che conteneva proposte di privatizzazione delle imprese pubbliche. Anche dalle province di confine è arrivato un ampio consenso conseguente all'enfasi posta da Ahmadinejad al rafforzamento della sicurezza nazionale per contrastare le minacce degli Stati Uniti e di Israele, alla luce di una escalation degli attacchi terroristici provenienti dal Pakistan finanziati dagli USA e delle incursioni dal Kurdistan iracheno sostenute da Israele, che ha determinato la morte di cittadini iraniani. Il sostegno e il massiccio finanziamento dei gruppi autori degli attacchi costituivano la politica ufficiale degli Stati Uniti di Bush. Essa non è stata ripudiata dal Presidente Obama e in effetti è andata intensificandosi in vista delle elezioni.

Quello che i commentatori occidentali e i loro protetti iraniani hanno ignorato è il forte impatto che le devastanti guerre degli Stati Uniti e l'occupazione in Iraq e in Afghanistan hanno sull'opinione pubblica iraniana: la forte posizione di Ahmadinejad sulle questioni della difesa contrasta le deboli posizioni in materia dell'opposizione filo-occidentale.

La grande maggioranza degli elettori hanno sostenuto il presidente uscente probabilmente perché ritengono che gli interessi di sicurezza nazionale, l'integrità del paese e il sistema di sicurezza sociale, con tutti i suoi difetti e gli eccessi, possano essere difesi e migliorati con Ahmadinejad anziché dai tecnocrati del ceto alto appoggiati dai giovani privilegiati che guardano all'Occidente e che premiano gli stili di vita individuali più che i valori di comunità e di solidarietà.

La demografia del voto rivela una vera e propria polarizzazione di classe che contrappone chi ha un reddito alto ed è favorevole al libero mercato, al capitalismo, ed è individualista e chi fa parte della classe operaia con ha un redito basso, è inserito nella sua comunità ed è favorevole a un'economia "morale" in cui l'usura e la speculazione sono limitate da precetti religiosi. Gli attacchi degli economisti di opposizione alla politica di spesa sociale del governo, di credito e sussidi per i prodotti alimentari di base hanno poca presa sulla maggioranza degli iraniani che beneficiano di tali programmi. Lo stato è visto da loro come protettore e benefattore dei lavoratori poveri contro il mercato, che rappresentano la ricchezza, il potere, il privilegio e la corruzione. L'attacco dell'opposizione all'intransigente politica estera del regime che "anela" l'Occidente riecheggia solo tra gli studenti universitari liberali e nei gruppi che lavorano nel settore del commercio con l'estero. Molti iraniani hanno percepito il potenziamento delle proprie forze armate da parte del regime come baluardo che ha impedito l'attacco americano o israeliano.

La misura della sconfitta dovrebbe dirci come l'opposizione sia lontana dalle preoccupazioni vitali della popolazione. Dovrebbe ricordare all'opposizione che spostandosi verso l'occidente, si è allontanata dalle questioni quotidiane di sicurezza, di abiatazione, dell'occupazione e di sussidi sui prezzi dei prodotti alimentari che rendono la vita sopportabile a coloro che vivono al di sotto della classe media e fuori dai cancelli privilegiati dell'Università di Teheran.

Il successo elettorale di Amhadinejad, visto in una prospettiva storica comparativa non dovrebbe sorprendere. In contesti elettorali simili dove i nazional-populisti si confrontano con i liberali filo-occidentali, hanno vinto i populisti. Un esempio è Peron in Argentina e, più di recente, Chavez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e anche Lula da Silva in Brasile, i quali hanno dimostrato la capacità di riscuotere un consenso attorno al 60% in libere elezioni. La maggioranza in questi paesi predilige la sicurezza sociale ai liberi mercati, la sicurezza nazionale all'allineamento con gli imperi militari.

Le conseguenze della vittoria elettorale di Ahmadinejad sono aperte al dibattito. Gli Stati Uniti potrebbero giungere alla conclusione che continuare a sostenere una vociferante, ma ampiamente sconfitta, minoranza ha poche prospettive per garantire concessioni in materia di arricchimento nucleare e l'abbandono dell'appoggio iraniano a Hezbollah e Hamas. Un approccio realistico potrebbe essere quello di aprire un ampio dibattito con l'Iran, riconoscendo, come ha rilevato di recente il Senatore Kerry, che l'arricchimento dell'uranio non è una minaccia esistenziale per chiunque. Questo approccio differisce nettamente da quello dei sionisti americani, radicati nel regime di Obama, che seguendo le indicazioni di Israele spingono per una guerra preventiva con l'Iran usando il pretesto che non è possibile negoziare con il governo "illegittimo" di Teheran che "rubato un'elezione".

Gli eventi recenti suggeriscono che i leader politici in Europa, e anche alcuni a Washington, non accettano la linea dei mezzi di comunicazione di massa sionisti secondo cui "il voto è stato rubato". La Casa Bianca non ha sospeso la sua offerta di negoziati con il nuovo governo rieletto ma si è concentrata sulla repressione della protesta (più che sul conteggio dei voti). Analogamente, le 27 nazioni dell'Unione Europea hanno espresso "profonda preoccupazione per la violenza" e ha invocato che le "aspirazioni del popolo iraniano siano raggiunte attraverso mezzi pacifici e che la libertà di espressione sia rispettata" (Financial Times 16 giugno 2009 p.4). Ad eccezione della Francia di Sarkozy, nessun leader UE ha messo in discussione l'esito del voto.

L'imprevisto è la reazione di Israele: Netanyahu ha indicato ai suoi seguaci sionisti statunitensi che dovrebbero usare la bufala dei "brogli elettorali" per esercitare la massima pressione sul regime di Obama per impedire che venga messo in atto qualsiasi programma che possa incontrare il rieletto regime di Ahmadinejad.

Paradossalmente, i commentatori USA (di sinistra, destra e centro) che hanno partecipato alla bufala della frode elettorale forniscono inavvertitamente a Netanyahu e ai suoi seguaci americani delle argomentazioni: dove loro vedono guerre di religione, noi vediamo lotta di classe, dove loro vedono la frode elettorale, noi vediamo la destabilizzazione imperialista.

Egitto: la polizia aggredisce i manifestanti della Gaza Freedom March al Cairo e si accanisce contro le donne. Numerosi feriti. Oggi manifestazioni a Roma, Londra e Parigi

Ore 11.15 - Dopo i divieti opposti dal regime egiziano e l'impossibilità quindi per i 1400 attivisti di raggiungere la striscia di Gaza per manifestare oggi insieme ai palestinesi in occasione del primo anniversario del massacro di Piombo Fuso, l'obiettivo delle 42 delegazioni internazionali era quella di manifestare al centro del Cairo: per chiedere la fine dell'assedio israeliano - sostenuto dai governi occidentali - alla popolazione di Gaza; per denunciare l'atteggiamento complice del regime egiziano con le politiche israeliane; per ricordare i 1400 cittadini palestinesi, per la maggior parte civili, massacrati sotto le bombe israeliane esattamente un anno fa. L'indicazione venuta dalla riunione plenaria della Gaza Freedom March era di radunarsi davanti al Museo Egizio, nel centro della capitale, per dare forte visibilità alla protesta approfittando della presenza di decine di migliaia di turisti. Ma verso le 9,30, quando i vari gruppi di manifestanti si sono concentrati nel piazzale antistante al Museo Egizio, sono stati immediatamente aggrediti da uno schieramento enorme di forze di sicurezza in assetto antisommossa che ha diviso i manifestanti in piccoli gruppi, spingendoli violentemente contro un muro. Gli agenti hanno per lungo tempo schiacciato col loro peso i manifestanti inermi contro i muri, in molti casi li hanno picchiati con i bastoni, presi a calci e a pugni. Secondo le testimonianze dei manifestanti i poliziotti egiziani si sono accaniti soprattutto contro le donne che aprivano la manifestazione, alla quale non è stato permesso neanche di iniziare a sfilare in corteo.

"I poliziotti egiziani si sono scagliati contro di noi con bastoni e picchiando alla cieca" ci ha riferito Mila Pernice, del Forum Palestina, con la voce rotta dall'emozione. "nonostante il nostro atteggiamento pacifico ci hanno violentemente impedito di manifestare. Ci hanno prese a calci, trascinato per i capelli, prese a pugni e bastonate con i manganelli. Ci sono diversi feriti e ora siamo chiusi in un angolo della piazza completamente circondati da cordoni fittissimi di poliziotti in assetto antisommossa"

"Per ora gli italiani feriti sono almeno due, per fortuna in modo non grave. Ho visto donne anziane picchiate senza pietà. Nella nostra delegazione ci sono diversi medici che ora stanno cercando di allestire una postazione di primo soccorso qui nella piazza, ma è molto difficile perché i poliziotti continuano a spingerci e non gli interessa che ci sia gente a terra. Mentre parlo cerchiamo di tenere i poliziotti ad almeno un metro di distanza da una donna sdraiata a terra che ha perso conoscenza durante la prima carica. Avevamo scelto di far aprire la manifestazione alle nostre compagne per tranquillizzare le forze di sicurezza sui nostri intenti pacifici ma non è servito a nulla." racconta in diretta su Radio Città Aperta Germano Monti del Forum Palestina.

Anche Maurizio Musolino del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila denuncia ai nostri microfoni la violentissima e ingiustificata repressione: "la situazione è difficilissima, stiamo cercando di raggruppare tutti gli italiani ma ècomplicato. Volevamo solo protestare affinché venga rimosso l'assedio a Gaza e per ricordare le responsabilità della comunità internazionale nel fatto che la Striscia da tre anni è diventato un immenso carcere a cielo aperto ma non ce lo stanno permettendo. Siamo circondati da una marea di agenti che continuano ad essere molto aggressivi."

Dai manifestanti italiani al Cairo arrivano in continuazione sms in cui si dice "siamo circondati dalla polizia egiziana al museo egizio temiamo nuove cariche. Fate sentire la nostra voce telefonate a tv, giornali, politici e mobilitatevi noi vogliamo raggiungere Gaza."

Dall'Italia i coordinatori del Forum Palestina stanno protestando veementemente con l'Unità di Crisi della Farnesina e chiedendo l'immediato intervento del nostro personale diplomatico in Egitto a tutela dei 140 cittadini italiani la cui incolumità è seriamente a rischio.

Oggi pomeriggio a Roma il Forum Palestina ed altre organizzazioni hanno convocato una manifestazione di protesta davanti all'ambasciata dell'Egitto in via Salaria 267 a partire dalle 16 e fino alle 18. Anche a Londra oggi si terrà una manifestazione nei pressi dell'ambasciata egiziana mentre in Francia, a Parigi, le organizzazioni internazionaliste e pacifiste protesteranno oggi pomeriggio davanti al Ministero degli Esteri. Secondo alcune informazioni non confermate alcuni attivisti francesi questa mattina presto sarebbero riusciti a calare una grande bandiera palestinese da una delle Piramidi. (fonte: Radio Città Aperta, Roma)

----------------------------------- Oltre un centinaio di compagni/e - la metà palestinesi e i loro familiari - oggi pomeriggio hanno dato vita ad una tempestiva protesta sotto l'ambasciata egiziana a Roma. Lo striscione " gaza libera, egitto vergogna" bene testimoniava i motivi dell'iniziativa tesa a rimuovere il blocco di entrata in Palestina -attraverso il valico di Rafah-imposto dal regime egiziano alla "freedom gaza march", i 1500 attivisti giunti da tutto il mondo , fermati,ostacolati, feriti dalla cariche poliziesche dentro Il Cairo. L'addetto all'ambasciata ,ricevendo una delegazione della protesta, ha avuto la spudoratezza di ritenere l'iniziativa inadeguata " perchè il loro governo è amico dei palestinesi.... e che ci sono motivi di sicurezza interna per vietare la marcia dei pacifisti....." , infine ribadendo che "non ci sarà alcun ripensamento nei 3 giorni di ulteriore permanenza dei " marciatori". Ben consci che un lacchè non può che ripetere quanto un governo losco e reazionario come quello di Mubarak realizza ogni giorno in Egitto - ai danni del proprio popolo e di quello palestinese - la manifestazione , alle 18, si è sciolta con il rinnovato impegno ad agire per l'anno nuovo a sostegno della Palestina e dei popoli oppressi. Già il 12 gennaio sotto l'ambasciata e il consolato turchi di Roma e Milano , si svolgeranno iniziative di protesta per fermare la feroce repressione che colpisce il popolo kurdo e le sue legittime espressioni sociali,amministrative e politiche, con centinaia di arresti,e morti. Vincenzo

 

Il governo egiziano vuole impedire l'entrata a Gaza della Freedom March

A tutti i partecipanti italiani alla Gaza Freedom March. A tutti i compagni e gli amici del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

Ho ricevuto dalla nostra ambasciata al Cairo la comunicazione che il governo egiziano, dopo aver convocato gli ambasciatori delle 42 nazioni cui appartengono i volontari della Gaza Freedom March, li ha avvertiti che la Marcia non è autorizzata. Di conseguenza, pur non potendo impedire l'arrivo in Egitto di cittadini stranieri, impedirà ogni violazione delle leggi e della sicurezza del Paese, se necessario anche procedendo ad arresti. La nostra ambasciata non ha potuto che prendere atto delle dichiarazioni egiziane, non potendo agire autonomamente, in quanto la dimensione del problema va molto oltre i rapporti bilaterali italo-egiziani. Di seguito, trovate la traduzione del comunicato emesso, a nome di tutte le organizzazioni della GFM, dal Comitato organizzatore e un testo suggerito da inviare via mail/fax/tel. alle ambasciate egiziane. La mail dell'ambasciata in Italia è ambegitto@yahoo.com .

Gaza Freedom March

AGGIORNAMENTO

21 dicembre 2009

Siamo determinati a rompere l'assedio Continueremo a fare tutto il possibile perché si realizzi Con il pretesto di un aumento delle tensioni sul confine tra Gaza ed Egitto, il Ministero degli Esteri egiziano ci ha informato ieri che il confine di Rafah sarà chiuso nelle prossime settimane. Abbiamo risposto che la tensione c'è sempre al confine a causa dell'assedio, che non ci sentiamo minacciati e che, se ci sono rischi, sono rischi che siamo disposti a correre. Abbiamo anche detto che ormai è troppo tardi per gli oltre 1.300 delegati provenienti da più di 42 paesi per cambiare i loro programmi. Abbiamo entrambi convenuto di proseguire i nostri scambi.

Anche se lo consideriamo un passo indietro, è comunque qualcosa che abbiamo incontrato - e superato - in passato. Nessuna delle delegazioni, grandi o piccole, che sono entrate a Gaza nel corso degli ultimi 12 mesi ha mai ricevuto un' autorizzazione finale prima di arrivare al confine di Rafah. La maggior parte delle delegazioni sono state scoraggiate persino da lasciare il Cairo per Rafah. Alcune hanno avuto i loro pullman bloccati lungo la strada. Ad alcune è stato detto chiaro e tondo che non potevano andare a Gaza. Ma a seguito di pressioni pubbliche e politiche, il governo egiziano ha cambiato la sua posizione e le ha lasciate passare.

I nostri sforzi e i nostri piani rimangono invariati, a questo punto. Abbiamo deciso di rompere l'assedio di Gaza e marciare il 31 dicembre contro l'assedio israeliano. Continuiamo nella stessa direzione.

Le ambasciate e missioni egiziane in tutto il mondo devono sentire la nostra voce e quella dei nostri sostenitori (per telefono, fax ed e-mail) nei prossimi decisivi giorni, con un messaggio chiaro: lasciate che la delegazione internazionale entri a Gaza e lasciate che la Gaza Freedom March faccia il suo cammino.

Avete aderito e vi sieti iscritti per partecipare alla Gaza Freedom March: è stato il primo passo. Adesso, chiamate e scrivete all'ambasciata egiziana a Roma e chiedete ai parlamentari da voi eletti di chiamare a vostro nome. Contattate i media locali per dire che state partendo per Gaza. Poi fate le valigie e venite al Cairo pronti a camminare insieme ai nostri fratelli e sorelle di Gaza.

Aspettiamo di vedervi tutti la settimana prossima.

Comitato organizzatore Gaza Freedom March

** Esempio di testo per le chiamate/fax/email all'ambasciata egiziana

Scrivo per esprimere il mio pieno sostegno alla Gaza Freedom March del 31 dicembre 2009. Chiedo al Governo egiziano di consentire ai/alle 1.300 delegati/e internazionali di entrare nella Striscia di Gaza attraverso l'Egitto.

Obiettivo della marcia è esigere da Israele la fine dell'assedio. La delegazione internazionale consegnerà anche aiuti medici di cui c'è grande scarsità, così come materiale scolastico e giacche invernali per i bambini di Gaza.

Per favore, lasciate che questa storica Marcia possa procedere.

Viaggio di solidarietà nel "Kosovo liberato"

Dopo molto tempo, avendo finalmente riavuto l'assegnazione della scorta militare il 23 ed il 24 novembre, sono potuto tornare nel Kosovo Meohija per continuare i Progetti di solidarietà, che la nostra Associazione "SOS Yugoslavia - SOS Kosovo Metohija" ha nella provincia serba da molti anni, provincia autoproclamatasi indipendente dallo scorso anno, sotto la protezione della NATO.

Nello specifico il viaggio doveva proseguire e rafforzare il Progetto con l'Associazione "Sclerosi Multipla del Kosovo", il Progetto "Decani Enclavi Metohija" ed un incontro all'enclave di Gorazdevac per riprendere una possibilità di solidarietà del Progetto "Gorazdevac"; oltre ad una visita ad una famiglia del Progetto "Figli dei rapiti".

Non tutto è andato come si era programmato e ne illustro i motivi, che sono strettamente legati alla situazione sul campo, di una realtà tra l'assurdo e l'incredibile, ma nella sostanza terribile per la minoranza serba che là vive e resiste, giorno per giorno, ma non si sa ancora per quanto.

Il viaggio era organizzato insieme all'Associazione Sclerosi Multipla del Kosmet, la delegazione era formata da Ilija Spiric, Presidente della stessa e nostro referente, da Jasmina, Presidente dell'Associazione per la Sumadia, da Rajka nostra referente dei Progetti in Serbia, oltre ad altri membri dell'Associazione di SM e KG, a cui si è aggiunto Alessandro di Roma.

Quanto successo è significativo della situazione e della vita dei serbi nel "nuovo Kosovo democratico".

La possibilità della scorta (che, per informazione, è decisa e stabilita dalle Forze Internazionali KFOR/EULEX), ci era stata data per i giorni 23 e 24 novembre, con orari e percorsi fissi e prestabiliti, come sempre forniti in anticipo e per iscritto. La novità delle ultime settimane è che le scorte sono ora affidate alla KPS (Kosovo Police Service, Forze Polizia del Kosovo), cioè a poliziotti albanesi kosovari, TUTTI ex guerriglieri dell'UCK, cioè come se ad un rapinatore fosse affidata la sicurezza di una banca e della gente all'interno. Questa nuova situazione è legata ai motivi di sganciamento dei vari paesi dell'UE dalla "missione Kosovo", a causa dei pesanti ed ormai decennali costi ed all'evidenza del suo sostanziale fallimento, seppur non ammissibile ufficialmente. Per poter perseguire questo, viene detto e sbandierato che ormai la situazione è normalizzata, gli "standard" democratici raggiunti e la coesistenza etnica, sia pure con qualche problema (!) è raggiunta.

In questo modo soprattutto Francia, Germania, Inghilterra, Italia, stanno man mano smobilitando e lasciando il campo totale agli uomini dell'ex UCK, come braccio armato e politico degli USA, che al contrario non ha nessuna intenzione di smobilitare, non per niente Camp Bondsteel, la base USA più grande dai tempi del Vietnam è stata concepita per 99 anni!

La mattina del 23/11 arriviamo a Mitrovica nord, dove inizia la protezione delle scorte e formiamo con gli amici di lì, la delegazione per il viaggio; neanche scesi dal furgone ci viene comunicato dalla scorta del KPS che abbiamo 5 minuti per fare benzina e ripartire, altrimenti loro se ne vanno.

Questo è un inizio che si replicherà per tutta la giornata; salta così l'incontro con i soci dell'ASM-KM e la consegna del sostegno economico per il Progetto Sclerosi Multipla Kosovo, che avevo con me, che decidiamo di rimandare al giorno dopo.

Da quel momento comincia per la nostra delegazione un itinerario non certo turistico per le strade del Kosovo Metohija, per fare 60 Km ci abbiamo messo 6 ore! Con continue discussioni, fermate lungo le strade, inversioni di marcia, richiami, cambi delle scorte, tensioni, velate minacce e sbeffeggiamenti (..."lasciamoli qui e chi se ne frega...", " decidiamo noi se ci sono o no problemi...", "...cosa avete da ridere, volete che vi facciamo ridere veramente...", e così via i toni). Il tutto con intorno un ambiente ostile e pericoloso se si fosse verificata una qualche situazione particolare.

Alle 17 arriviamo al Patriarcato di Pec, controllato dai militari italiani con check point ed autoblindo. Alle 18 arriviamo al Monastero di Decani (anch'esso protetto da militari italiani: check point, barriere protettive, autoblindo, ecc.), dove avremmo dovuto discutere del Progetto "Decani Enclavi Metohija" con il nostro referente Padre Petar. In realtà, appena arrivati ci danno 7 minuti e poi intendono andarsene. Vojkan dell'Associazione di Mitrovica cerca una mediazione ma i poliziotti non accettano discussioni; mi si chiede di far intervenire i Padri ortodossi o qualche ufficiale italiano. Corro a cercare i Padri con cui da anni abbiamo forti e fraterni legami nell'impegno per le genti abbandonate del Kosmet, i militari italiani con cortesia mi dicono che non possono far nulla... in 7 minuti, e soprattutto non hanno possibilità di darci una loro scorta e ancor più di notte, nel nuovo Kosovo per i non albanesi, non è consigliabile aggirarsi. Grazie alla mediazione dei Padri ed un lavoro prezioso "diplomatico" di Vojkan con i poliziotti albanesi, otteniamo 50 minuti e poi se andranno. Questo ci fa saltare tutti i programmi, infatti avremmo dovuto restare con la scorta fino al 24 sera, invece dobbiamo tagliare gli impegni che erano in programma e dopo avere frettolosamente consegnato il sostegno economico per la famiglia Milatovic all'interno del Progetto Figli dei rapiti (una madre con una figlia di 12 anni, due anziani genitori, il padre rapito ed assassinato nel 1999), che vivono in una stalla, senza acqua e possibilità di uscire, isolati in una zona abitata solo da albanesi, dobbiamo ripartire.

Avremmo dovuto andare a visitarli il giorno dopo e documentare la loro situazione, ma sarà Padre Petar, che li visita periodicamente e che è nostro referente del Progetto, a consegnarlo.

Alle 19 ripartiamo dopo una sosta all'interno del Monastero, un oasi di pace, spiritualità e profondità di emozioni, unici.

Rinunciamo con amarezza e rabbia al programma del 24/11, siamo nelle loro mani e... non sono mani amiche o fraterne... Arrivati alle 20 a cinque Km da Mitrovica nord, la scorta si ferma nella parte albanese e ci dice che loro hanno finito il servizio e che dobbiamo proseguire da soli; alle nostre rimostranze ridono e ci dicono di stare tranquilli che tutto andrà bene e se ne vanno. Quei 5 Km nel buio di Mitrovica sud, non sono stati del tutto rilassanti e sereni.

Il 24/11 nella stanza di un caseggiato dismesso, dove ha sede l'ASM-KM, senza acqua nè riscaldamento, c'è stata la consegna dei 5.000 euro ed il dono di una stampante; poi una visita al Monastero di Sokolica (anche questo bellissimo), che ha una storia particolare. Infatti è situato in una zona di montagna sopra Mitrovica, abitata interamente da albanesi, ma è uno dei pochissimi luoghi ortodossi non attaccato o distrutto dal terrorismo UCK. Il motivo è che da centinaia di anni le donne albanesi della zona e non solo, si recano lì a chiedere la grazia per la fertilità ad una statua di una Madonna che si trova nel Monastero; l'unica statua che c'è in un luogo di culto ortodosso di tutti i Balcani, in quanto la religione ortodossa non contempla la presenza di statue nei luoghi di preghiera.

Mi rendo conto in queste poche righe ed attraverso una sintetica cronaca di quarantott’ore, quanto sia difficile far comprendere la realtà di fatto di questo stato fantoccio, creatura ad uso di esclusivi interessi geostrategici degli USA.

Ma soprattutto è difficile dare l'idea di quale è la realtà della vita quotidiana della minoranza serbo kosovara, rimasta a cercare di sopravvivere, resistere e difendere la propria terra, le proprie case, la propria vita, i propri luoghi sacri, non solo espressione religiosa, ma anche storica, culturale ed identitaria di un popolo intero, non solo credente. Ed in ultima istanza il proprio diritto ad "esistere" in quanto popolo, in un Europa ed un occidente che blaterano, sproloquiano, filosofeggiano e vanno per il mondo a fare guerre "umanitarie", guerre "intelligenti", guerre "terapeutiche"; che "esportano" democrazie, progresso, presunte civiltà superiori; dalla Jugoslavia all'Iraq, dalla Somalia al Sudan, dalla Palestina all'Afghanistan.

Ma che soprattutto lasciano un infinita scia di sangue dei popoli, di morte, violenze, dolore, devastazioni umane e sociali; e seminano odio, rancori, sentimenti di ira reconditi.

Come nel caso di questo "Kosovo liberato" dove, con la presenza, la supervisione, il controllo, in questi 10 anni, di decine di migliaia di militari di 32 paesi, in una sempre più decadente, prona e corrotta Europa, una minoranza di un popolo, quello serbo kosovaro, vive una quotidianità di apartheid, senza i più elementari diritti umani sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite (di cui il popolo serbo, come popolo costituente della Jugoslavia, fu paese fondatore... tanto per ricordare agli smemorati).

Oggi nel 2009, qualsiasi persona onesta, indipendente, non asservita a qualche interesse politico, economico o personale, deve sapere che vi è un popolo, quello serbo kosovaro (... le altre minoranze sono tutte già scappate), che, in uno stato creato, finanziato, sostenuto dalle potenze occidentali, sta vivendo da dieci anni un agonia quotidiana. Umiliato, offeso, vessato, violentato in tutti i suoi aspetti: umani, politici, economici, sociali, culturali, religiosi e morali.

Ma questo, se non si vede, è sempre più difficile spiegarlo qui.

Eppure è ancora lì: piegato ma non ancora vinto, senza ormai più voce... e forse senza futuro, ma dignitoso e con animo e sguardi ancora fieri.

E noi, come SOS Kosovo Metohija, con i nostri modesti e piccoli Progetti di solidarietà, tenacemente e caparbiamente, gli siamo ancora al fianco da molti anni ormai; nutrendo così, grazie ad essi, le nostre coscienze e le nostre dignità di uomini e donne, che hanno scelto di non essere assoggettati alle politiche imperialiste e di profitti, costruite sull’oppressione e sullo sfruttamento dei popoli.

Con un' angoscia sempre più dolorosa e intensa, che ulula fortemente nell’anima e nella coscienza, ogni volta che si viene via e si lascia dietro di sé questo scenario reale di tristezza e desolazione, si ha la consapevolezza di un debito e di un profondo rispetto che si ha e si deve avere per questi... "dannati del Kosovo", rimossi, dimenticati, silenziati ma che resistono nonostante tutto e tutti, e ci danno una lezione di dignità, coraggio, di radici e di identità forgiate nella propria storia di popolo... ed anche di speranza e lotta per un futuro diverso e migliore... lungi da venire ma necessario per i popoli e gli uomini onesti ed operosi.

“...ora viviamo come in gabbia, prigionieri, ma gli stranieri dicono che siamo liberi...” (Jovan R., 10 anni, bambino dell’enclave di Orahovac, Kosovo Metohija)

2 Dicembre

Mentre terminavo questa relazione del viaggio, mi veniva comunicata dall’Ambasciatrice della Serbia in Italia, Signora Sanda Ivic Raskovic, la notizia ufficiosa ma che sarà ufficiale a giorni, del ritiro nei prossimi mesi del contingente italiano della KFOR dal Kosovo per spostarlo sul fronte dell’Afghanistan, lasciando qualche decina di militari con compiti speciali. Dato che gli ultimi Monasteri ortodossi della provincia sono presidiati dai militari italiani e, come ho avuto più volte modo di riportare in questi anni, con un rigore e rispetto del compito affidatogli altamente riconosciuti da tutti, questa notizia, che è una conseguenza della richiesta USA di aumentare lo sforzo bellico e militare in Afghanistan, se confermata rappresenterebbe per le ultime enclavi serbe (comprensive dei Monasteri rimasti, tra cui Decani e Pec, di cui scrivevo sopra ) una prospettiva tragica e drammatica: restare alla mercè della leadership albanese kosovara, che è la stessa ad aver guidato e diretto la pulizia etnica del Kosmet dal 1999 ad oggi. Con le campagne di rapimenti ed assassinii (1300 rapiti e scomparsi, ed oltre 3000 assassinati... dall’UCK), con i 148 monasteri e luoghi sacri distrutti e attaccati, le decine di migliaia di case serbe, rom e delle altre minoranze incendiate e distrutte, questa leadership è stata pianificatrice e responsabile della situazione in cui versano le minoranze non albanesi (comprese molte migliaia di famiglie albanesi kosovare, profughe in Serbia perché considerate lealiste e jugoslaviste), confinate nelle enclavi.

Penso che la descrizione fatta nella relazione sopra sia la fotografia di quale potrà essere il destino inesorabile a cui andrà incontro quella parte di popolo serbo kosovaro che, nelle condizioni quasi subumane di apartheid e oppressione, ancora resiste a sud del fiume Ibar.

Chi conosce la situazione sul campo direttamente, a qualsiasi livello, non può che prevedere ed immaginare un nuovo esodo, pena il rischio della vita, nel caso di restare soli; nelle telefonate di questi giorni, in cui mi è stato richiesto di fare un lavoro di pressione ai livelli più alti, politici istituzionali e culturali del nostro paese, anche le personalità contattate hanno confermato il timore concreto che questa prospettiva possa riaprire scenari di nuove violenze, se non proprio materiale (sarebbe stupido da parte loro) ma di sicuro psicologiche, fatte di minacce velate e pressioni dirette ed anonime, per terrorizzare ulteriormente i civili e indurli a scegliere la via dell’esodo finale. In una situazione di questo tipo, la stessa esistenza di questi patrimoni culturali dell’umanità che sono i Monasteri ortodossi, si troverebbe esposta a rischi di distruzione; tanto per dare un idea della situazione, il sindaco della cittadina di Decani (dove oltre al Monastero non vive neanche più un solo serbo) ed il capo della Polizia del KPS sono due ex comandanti guerriglieri secessionisti, che ripetutamente in pubbliche occasioni hanno ribadito l’impegno a cancellare la presenza dei luoghi sacri ortodossi come compimento della cosiddetta “liberazione” finale del Kosovo.

Dopo la “pulizia etnica” della gente, l’obiettivo sarà quello dell’epurazione della memoria storica. Cancellare le simbologie concernenti il passato. Via ciò che testimonia, soprattutto quello che è più profondo: chiese, monasteri, luoghi sacri, il resto è stato già distrutto, compresi i cimiteri non albanesi ed i monumenti jugoslavi. Fare piazza pulita per violentarne l’identità come popolo e togliere ogni pretesto di ritorno per i serbi.

Penso che tornino di estrema attualità le parole del sindaco di Venezia e professore universitario M. Cacciari, dette a marzo 2003:

“ Ma se i militari italiani si ritirano dai presidi, il rischio è elevatissimo:

M.C.: Sarebbe come se facessero saltare in aria San Marco a Venezia. E' una follia, bisogna tenere lì i militari, bisogna assolutamente impedire che un'eventualità del genere accada...

...Allora io dico: se nell'ambito delle operazioni che l'Italia deve fare, non tutela un patrimonio di questo genere che non ha confronti al mondo, si fa corresponsabile della distruzione. Siamo da fucilare. Non ho altre parole: siamo da fucilare. Saremmo noi i liberatori, quelli che sono andati a portare la pace, che hanno scelto la civiltà contro la barbarie? Sono cose dell'altro mondo...

...Finché non siamo assolutamente certi che nessuno può mettere in pericolo queste chiese, non bisogna assolutamente sguarnire i presidi militari. Questo patrimonio artistico è unico, non esistono altri esempi. E' come San Marco, ripeto: chiese uguali in Europa non ce ne sono, non perché San Marco sia la più bella, ma perché quel linguaggio artistico non esiste altrove. Purtroppo nessuno ne parla...”. Da: "La Nuova di Venezia e Mestre", “La Tribuna di Treviso”, 4 marzo, 2003 (*)

Il problema è comunque intricato: negli accordi di ritiro dell’esercito e della polizia serbi, interni alla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, sia l’UNMIK che la KFOR (anche se in realtà come tutti sanno, era la NATO a guidare l’operazione “Kosovo liberato”) avevano sottoscritto l’impegno alla preservazione dei siti storici e religiosi della provincia e a non lasciare questi punti finché non fossero state ristabilite le condizioni per una vita normale e sicura per tutti i cittadini del Kosovo, senza discriminazioni di nazionalità, etnia o di religione. Questa solfa viene ripetuta da oltre 10 anni, ma purtroppo finora è rimasta solo una promessa o, al peggio, una filastrocca. A giudicare dalle sofferenze e violenze a cui è stata esposta la minoranza serba, anche in presenza della Kfor e dell'Umnik, meglio non pensare a cosa succederebbe se andassero via, prima che sia stata raggiunta una soluzione che configuri un Kosovo multietnico e democratico realmente, che era l’obiettivo, RICORDIAMOLO, della cosiddetta guerra “umanitaria” o meglio dell’aggressione del 1999! Ma così era il Kosovo prima del giugno ’99!

Com’è oggi, dopo 10 anni di occupazione NATO, il “nuovo Kosovo” libero e democratico?

A cosa e a chi è servita questa guerra “umanitaria” ?!

Coscienti che, per chi conosce la realtà del Kosovo Metohija e del popolo serbo, la difesa di quei luoghi sacri è una battaglia che va la di là dell’aspetto religioso: è una battaglia di giustizia e di diritti sanciti ovunque, tranne che in questo protettorato creatura della NATO.

Significa difendere il diritto storico, in questo caso del popolo serbo kosovaro, di vivere, esistere, abitare dove, da centinaia di anni è stato, come dato e fatto storico. Significa denunciare il carattere arrogante, violento, prevaricante di questa entità fantoccio, creata ed edificata, tramite bombardieri che per 78 giorni, da diecimila metri, hanno sganciato decine di migliaia di bombe (comprese quelle all’uranio “impoverito”), devastando e distruggendo un paese per sottometterlo e strappargli, ad uso criminale, questo pezzo di terra.

Significa ancora una volta, per l’ennesima volta, stare dalla parte dei popoli e della gente comune, prevaricata e sopraffatta dai potenti della terra, costi quel che costi.

Significa stare dalla parte della verità e della giustizia, che giorno dopo giorno, come semi indistruttibili, faticosamente, stoicamente, emergono dall’oscurità e dalle catacombe in cui sono relegate dai “disinformatori strategici” e dai “servi stupidi”.

Significa stare dalle parte di chi non ha più voce o televisioni, ma ha la ragione della dignità della propria storia.

La nostra piccola Associazione in tutti questi anni ha fatto la sua modesta parte, si è schierata ed ha operato una Solidarietà che definimmo “concreta e consapevole”, senza timori e spesso in amara solitudine, insieme a poche altre realtà.

Ed è con profonda dignità e serietà legate agli eventi, che ribadiamo la nostra scelta di campo ed il nostro impegno, caparbiamente, a testa alta dalla parte dei... "dannati del Kosovo Metohija".

30 Novembre 2009 Enrico Vigna, Presidente di SOS Kosovo Metohija - SOS Yugoslavia

fonte: www.resistenze.org - popoli resistenti - serbia - 09-12-09 - n. 298

 

di James Petras

Agosto 2009

Introduzione

I sette anni di guerra statunitense e l'occupazione dell'Iraq sono stati condotti da diverse grandi forze politiche e ispirati da una varietà di interessi imperiali. Tuttavia, questi interessi da soli non spiegano la profondità e la portata delle prolungate, massicce e incessanti distruzioni di un’intera società e la sua riduzione ad uno stato di guerra permanente. Di seguito (in ordine di importanza), la serie delle forze politiche che hanno contribuito alla realizzazione della guerra e alla successiva occupazione statunitense:

La forza politica più importante è stata anche la meno apertamente considerata. La Configurazione di Potere Sionista (Zionist Power Configuration - ZPC), in cui spicca il ruolo fondamentale degli ebrei da sempre e incondizionatamente sostenitori della linea dura a favore dello Stato di Israele e nominati nelle posizioni di vertice del Pentagono di Bush (Douglas Feith e Paul Wolfowitz), nei punti operativi chiave presso l'Ufficio del Vicepresidente (Irving - Scooter - Libby), nel Dipartimento del Tesoro (Stuart Levey), nel Consiglio di Sicurezza Nazionale (Elliot Abrams), e una falange di consulenti, di scrittori dei discorsi presidenziali (David Frum), di funzionari subordinati e consiglieri politici al Dipartimento di Stato. Questi impegnati sionisti “interni” sono stati sostenuti da migliaia di funzionari del “prima Israele” a tempo pieno nelle 51 principali organizzazioni ebraiche americane, che costituiscono la Presidents of the Major American Jewish Organizations(PMAJO). Essi hanno apertamente dichiarato come loro priorità assoluta il portare avanti l'agenda di Israele, che, in questo caso, era una guerra degli Usa contro l'Iraq per rovesciare Saddam Hussein, occupare il paese, dividere fisicamente l'Iraq, distruggere la sua capacità militare e industriale ed imporre un regime fantoccio pro-Israele/Usa. Se l'Iraq fosse pulito etnicamente e diviso, come auspicato dal Primo ministro israeliano di estrema destra Benyamin Netanyahu e dal “liberale” Presidente emerito del Consiglio per le Relazioni Estere e militarista-sionista, Leslie Gelb, non ci sarebbero che vari “regimi clienti”.

I massimi politici sionisti che hanno promosso la guerra, pur non avendo inizialmente perseguito in modo diretto la politica di distruzione sistematica di ciò che, in effetti, era l'intera civiltà irachena, hanno fornito il loro sostegno e l’elaborazione di una politica di occupazione, che comprende lo smembramento totale dell'apparato dello Stato iracheno e il reclutamento di consulenti israeliani per il passaggio di “competenze” nelle tecniche di interrogatorio, di repressione della resistenza civile e di contro-insurrezione. L’esperienza israeliana ha certamente avuto un ruolo nel fomentare il conflitto etnico e religioso inter-iracheno, che Israele ha padroneggiato in Palestina. Il “modello” israeliano di guerra e occupazione coloniale - l'invasione del Libano nel 1982 - e la pratica della “distruzione totale” con l’uso delle divisioni settarie e di carattere etnico-religioso era già evidente nei famigerati massacri dei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, che si svolsero sotto la supervisione militare israeliana.

La seconda potente forza politica dietro la guerra in Iraq è rappresentata dai militaristi dell’amministrazione civile (come Donald Rumsfeld e il Vicepresidente Cheney) che hanno cercato di estendere la potenza imperiale degli Stati Uniti nel Golfo Persico e di rafforzarne la posizione geopolitica, eliminando un forte sostegno laico e nazionalista alle insorgenze arabe antimperialiste in Medio Oriente. Questi militaristi hanno cercato di estendere le base militari che accerchiano la Russia e controllano in modo deciso le riserve petrolifere irachene come punto di pressione contro la Cina. Essi erano mossi meno dai passati legami del Vicepresidente Cheney con l'industria del petrolio e più interessati al suo ruolo di amministratore delegato della Kellogg Brown and Root, società controllata della Halliburton, gigante nella fornitura alle basi militari, che andava consolidando l'impero degli Stati Uniti attraverso l'espansione in tutto il mondo delle basi militari. Le grandi compagnie petrolifere statunitensi, che temevano di essere tagliate fuori da concorrenti europei e asiatici, desideravano trattare con Saddam Hussein, e alcuni dei sostenitori di Bush nell’industria petrolifera erano già impegnati in traffici illegali con il regime iracheno sotto embargo. L’industria del petrolio non era incline a promuovere l'instabilità della regione con una guerra.

La strategia militarista di conquista e occupazione è stata concepita per stabilire una presenza coloniale militare di lungo termine sotto la forma di basi militari strategiche con un significativo e permanente contingente di consiglieri militari coloniali e unità di combattimento. La brutale occupazione coloniale di uno stato laico e indipendente con una forte storia nazionale e un’infrastruttura avanzata, con un sofisticato apparato militare e di polizia, estesi servizi pubblici e un ampio grado di alfabetizzazione ha naturalmente portato alla crescita di un’ampia serie di militanti e movimenti armati che si oppongono all’occupazione. In risposta, i funzionari coloniali statunitensi, la CIA e le Agenzie di Intelligence della Difesa hanno messo a punto la strategia del “divide et impera” (la cosiddetta “soluzione El Salvador” in collaborazione con l'ex ambasciatore e direttore della National Intelligence americana, John Negroponte) fomentando conflitti armati su base settaria e promovendo omicidi interreligiosi per indebolire ogni sforzo indirizzato verso un movimento nazionalista e antimperialista unificato. Lo smantellamento della burocrazia civile e militare è stata progettata dai sionisti dell’amministrazione Bush per consolidare il potere di Israele nella regione e per favorire il sorgere di gruppi islamici militanti, che erano stati repressi dal deposto regime baathista di Saddam Hussein. Israele aveva già padroneggiato questo tipo di strategia in quanto sponsorizzò e finanziò gruppi militanti islamici settari, come Hamas, in opposizione alla laica Organizzazione per la Liberazione della Palestina e preparò il terreno per la lotta settaria tra i palestinesi.

L’esito delle politiche coloniali degli Stati Uniti è il finanziamento e la moltiplicazione di una vasta gamma di conflitti interni in modo che mullah, capi tribù, gangster politici, signori della guerra, squadroni della morte e gli espatri proliferassero. La “guerra di tutti contro tutti” ha servito gli interessi delle forze di occupazione Usa. L'Iraq è diventato un bacino di giovani disoccupati armati fra i quali reclutare un nuovo esercito mercenario. La “guerra civile” e il “conflitto etnico” hanno fornito un pretesto agli Stati Uniti e ai loro fantocci iracheni per scaricare centinaia di migliaia di soldati, poliziotti e funzionari del precedente regime (soprattutto se di famiglie sunnite, miste o laiche) e minare le basi per un impiego di tipo civile. Sotto la copertura di una generalizzata “guerra contro il terrorismo”, le forze speciali statunitensi e la CIA hanno diretto squadroni della morte che hanno seminato terrore nella società civile irachena, colpendo chiunque venisse sospettato di criticare il governo fantoccio - in particolare tra le classi istruite e professionali, proprio quegli iracheni maggiormente in grado di ricostruire una repubblica laica e indipendente.

La guerra in Iraq è stata condotta da un influente gruppo di ideologi neo-conservatori e neo-liberali con forti legami con Israele. Hanno visto il successo della guerra in Iraq (per successo intendevano lo smembramento totale del paese) come il primo tassello in una serie di guerre per “ri-colonizzare” il Medio Oriente (con le loro parole: “per ridisegnare la mappa”). Hanno mascherato la loro ideologia imperiale con la sottile patina di retorica sulla “promozione della democrazia” in Medio Oriente (escludendo, ovviamente, le politiche non-democratiche della loro “patria” Israele nei confronti dei palestinesi sottomessi). Assimilando le ambizioni egemoniche regionali israeliane con gli interessi imperiali degli Stati Uniti, i neo-conservatori e i loro compagni di viaggio neo-liberali nel Partito Democratico prima sostenevano il Presidente Bush e dopo il Presidente Obama nella loro escalation delle guerre contro Afghanistan e Pakistan. Hanno unanimemente sostenuto la feroce campagna di bombardamenti di Israele contro il Libano, gli attacchi aerei e di terra e il massacro di migliaia di civili intrappolati a Gaza, i bombardamenti degli impianti siriani e la grande pressione (di Israele) per un attacco preventivo su vasta scala contro l’Iran.

I sostenitori statunitensi delle guerre multiple e in successione in Medio Oriente e in Asia meridionale hanno ritenuto di poter scatenare tutta la forza del loro potere distruttivo di massa soltanto dopo essersi assicurati il controllo totale della loro prima vittima, l'Iraq. Erano certi che la resistenza irachena sarebbe crollata rapidamente dopo 13 anni di sanzioni brutali e riducenti alla fame imposte alla Repubblica da parte degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite. Al fine di consolidare il controllo imperiale, i politici americani hanno deciso di ridurre al silenzio permanente tutti i civili iracheni dissidenti indipendenti. Si sono quindi indirizzati al finanziamento del clero sciita e degli assassini sunniti tribali, ingaggiando decine di migliaia di mercenari privati tra i signori della guerra peshmerga curdi per effettuare assassini selettivi di leader dei movimenti della società civile.

Gli Stati Uniti hanno creato e addestrato un esercito di 200.000 unità dell’esercito del fantoccio coloniale iracheno composto quasi interamente da sciiti, escludendo i militari esperti iracheni di estrazione laica sunnita o cristiana. Una conseguenza poco conosciuta della costituzione di questi squadroni della morte e dei fantocci iracheni addestrati e finanziati dagli americani è stata la virtuale distruzione dell’antica popolazione cristiana irachena che è stata deportata, le sue chiese bombardate e i suoi leader, vescovi e intellettuali, accademici e scienziati assassinati o costretti all'esilio. Gli Stati Uniti e i suoi consulenti israeliani sono stati ben consapevoli del fatto che i cristiani iracheni avevano svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo storico dei movimenti laici, nazionalisti, anti-britannici/anti-monarchici e la loro eliminazione, come forza influente durante i primi anni di occupazione, non è stata casuale. Il risultato delle politiche statunitensi è stata l’eliminazione della maggior parte dei dirigenti e dei movimenti laici, democratici e antimperialisti e la presentazione della loro rete omicida di collaboratori “etnico-religiosi” come indiscussi “partner” nel sostenere una presenza coloniale americana di lungo termine in Iraq. Con i loro fantocci al potere, l'Iraq potrebbe fungere da piattaforma di lancio per la ricerca strategica di altri “domini”(Siria, Iran, Repubbliche dell'Asia centrale...).

La costante e sanguinosa epurazione dell’Iraq sotto occupazione ha causato l'uccisione di 1,3 milioni di civili iracheni nel corso dei primi 7 anni dopo l’invasione decisa da Bush nel marzo 2003. Fino a metà del 2009, l’invasione e l'occupazione dell'Iraq è ufficialmente costata al Tesoro americano oltre 666 miliardi di dollari. Questa spesa enorme ne testimonia la centralità all’interno della più larga strategia imperiale americana per l'intero Medio Oriente e per la regione dell’Asia Centro-Meridionale. La politica di Washington di politicizzazione e di militarizzazione delle differenze etnico-religiose, di armare e incoraggiare le rivalità tra i leader tribali religiosi ed etnici affinché si impegnino in salassi reciproci è servita a distruggere l'unità e la resistenza nazionale. La tattica del “divide et impera” e l’affidarsi a organizzazioni sociali e religiose retrograde, è la più comune e più conosciuta pratica di conquista e sottomissione di uno Stato unificato, nazionalista e sviluppato. Annientare lo Stato nazionale, distruggere la coscienza nazionale e incoraggiare primitive fedeltà etnico-religiose, feudali e regionali, ha richiesto l'eliminazione sistematica delle principali fonti della coscienza nazionale, della memoria storica e del pensiero laico e scientifico. Provocare l'odio etnico-religioso ha portato alla distruzione di matrimoni misti, di comunità e istituzioni miste con le loro antiche amicizie personali e legami professionali nei diversi contesti. L'eliminazione fisica di docenti accademici, scrittori, insegnanti, intellettuali, scienziati e professionisti, soprattutto medici, ingegneri, avvocati, giuristi e giornalisti, è stata decisiva per imporre le regole etnico-religiose allo stato di occupazione. Per stabilire una posizione dominante di lungo periodo e sostenere i governi clienti etnico-religiosi, l’intero edificio culturale preesistente, che aveva sostenuto uno Stato indipendente nazionale laico, è stato fisicamente distrutto dagli Stati Uniti e dai loro fantocci iracheni. Ciò ha incluso la distruzione delle biblioteche, degli uffici per il censimento e degli archivi di tutti i documenti catastali e giudiziari, i servizi sanitari, i laboratori, le scuole, i centri culturali, le strutture mediche e, soprattutto, l'intera classe sociale dei professionisti scientifico-letterario-umanistici. Centinaia di migliaia di professionisti iracheni con le loro famiglie sono stati cacciati dal terrore verso un esilio interno ed esterno. Tutti i finanziamenti alle istituzioni nazionali, laiche, scientifiche ed educative sono stati tagliati. Gli squadroni della morte hanno praticato l'assassinio sistematico di migliaia di accademici e professionisti sospettati del minimo dissenso, del più lieve sentimento nazionale; chiunque possedesse le minime capacità di ricostruzione della repubblica venne bollato.

La distruzione di una civiltà araba moderna

L’Iraq indipendente e laico possedeva il più avanzato sistema scientifico-culturale del mondo arabo, nonostante il carattere repressivo e poliziesco del governo di Saddam Hussein. C’era un sistema di assistenza sanitaria nazionale, di istruzione pubblica universale e servizi di welfare generosi, combinati con livelli di parità tra i sessi senza precedenti. Questo ha contrassegnato il carattere avanzato della società civiltà irachena alla fine del XX secolo. La separazione tra Stato e Chiesa e la rigorosa tutela delle minoranze religiose (cristiani, assiri ed altri) in netto contrasto con quanto provocato dall'occupazione degli Stati Uniti e la loro distruzione delle strutture governative e civili irachene. Il duro dominio dittatoriale di Saddam Hussein ha pertanto diretto una civiltà evoluta moderna in cui il lavoro scientifico avanzato è andato di pari passo con una forte identità nazionale e antimperialista. Ciò si è espresso soprattutto nella solidarietà del popolo e del regime iracheno per le sofferenze del popolo palestinese sotto il dominio e l'occupazione israeliana.

Un mero “cambio di regime”non poteva estirpare questa cultura laica e repubblicana profondamente radicata e avanzata in Iraq. I pianificatori di guerra statunitensi ed i loro consulenti israeliani erano ben consapevoli del fatto che l’occupazione coloniale avrebbe fatto aumentare la coscienza nazionale irachena a meno che la nazione laica non fosse stata distrutta e, da qui, l' assunto imperiale di sradicare e distruggere i detentori della coscienza nazionale e di eliminare fisicamente gli istruiti, i dotati, gli scienziati, ovvero gli elementi maggiormente laici della società irachena. La regressione è diventata per gli Stati Uniti lo strumento principale per imporre i loro fantocci coloniali, con le loro primitive lealtà “pre-nazionali”, al potere in una Baghdad culturalmente purgata e spogliata dei suoi strati sociali più sofisticati e nazionalistici. Secondo il Centro studi Al-Ahram del Cairo, più di 310 scienziati iracheni sono stati eliminati nel corso dei primi 18 mesi di occupazione - una cifra che il Ministero per l'Educazione iracheno non ha contestato.

Un altro rapporto denuncia l'uccisione di oltre 340 intellettuali e scienziati tra il 2005 e il 2007. I bombardamenti degli istituti di istruzione superiore hanno spinto in basso le iscrizioni fino al 30% rispetto alle cifre pre-invasione. In un attentato nel gennaio 2007 alla Baghdad Mustansiriya University, 70 studenti sono stati uccisi con centinaia di feriti. Queste cifre hanno costretto l'UNESCO ad avvertire che il sistema universitario in Iraq era sull'orlo del collasso. Il numero di autorevoli scienziati e professionisti iracheni che hanno lasciato il paese si avvicina a 20.000. Dei 6.700 professori universitari iracheni fuggiti dal paese dal 2003, il Los Angeles Times ha riferito che all’ottobre 2008 solo in 150 erano tornati. Nonostante le assicurazioni statunitensi di un miglioramento della sicurezza, il 2008 è stato contrassegnato da numerosi omicidi, tra cui l'unico neurochirurgo di Bassora, la seconda più grande città irachena, il cui corpo è stato gettato nelle strade della città.

I dati approssimativi su accademici, scienziati e professionisti iracheni assassinati da Stati Uniti e forze di occupazione alleate, e dalle milizie e forze oscure che essi controllano, sono tratti da un elenco pubblicato dal Pakistan Daily News (www.daily.pk) il 26 novembre 2008. Questa lista costituisce una lettura molto scomoda della realtà dell’eliminazione sistematica degli intellettuali in Iraq sotto il tritacarne dell’occupazione statunitense.

Le uccisioni

L'eliminazione fisica di un individuo tramite l’assassinio è una forma estrema di terrorismo, che ha effetti di ampia portata in tutta la comunità da cui proviene l'individuo - in questo caso il mondo degli intellettuali iracheni, gli accademici, i professionisti e i leader creativi nel campo artistico e scientifico. Per ogni intellettuale iracheno ucciso, migliaia di iracheni istruiti sono fuggiti dal paese o hanno abbandonato il loro lavoro per un’attività più sicura e meno vulnerabile.

Baghdad era considerata la “Parigi” del mondo arabo, in termini di cultura e arte, di scienza e istruzione. Negli anni ‘70 e ‘80, le sue università erano l'invidia del mondo arabo. La campagna statunitense “shock and awe” [colpisci e terrorizza] piovuta su Baghdad ha suscitato emozioni simili ad un bombardamento aereo del Louvre, della Sorbona e delle biblioteche più grandi d'Europa. L’Università di Baghdad era fra le più prestigiose e produttive nel mondo arabo. Molti dei suoi accademici erano in possesso di un dottorato ed impegnati in studi post-dottorato all'estero presso prestigiose istituzioni. Ha formato e laureato molti dei migliori professionisti e scienziati del Medio Oriente.

Anche sotto la morsa mortale delle sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Nazioni Unite che hanno affamato l'Iraq nei 13 anni precedenti l'invasione del marzo 2003, migliaia di giovani laureati e professionisti vennero in Iraq per la formazione post-laurea. Giovani medici provenienti da tutto il mondo arabo hanno ricevuto una formazione medica avanzata nei suoi istituti. Molti dei suoi accademici hanno presentato lavori scientifici alle principali conferenze internazionali e pubblicato su riviste prestigiose. Più importante ancora, l’Università di Baghdad ha formato e mantenuto una cultura scientifica laica altamente rispettata, scevra da discriminazioni settarie - con docenti accademici di tutte le provenienze etniche e religiose.

Questo mondo è stato ridotto per sempre in frantumi: sotto l'occupazione americana, fino a novembre 2008, 83 docenti e ricercatori che insegnavano all'Università di Baghdad sono stati uccisi e diverse migliaia di loro colleghi, studenti e familiari sono stati costretti a fuggire.

La selezione in base alla disciplina insegnata dei docenti assassinati

Nel novembre 2008 un articolo pubblicato dal Pakistan Daily News elencava i nomi di un totale di 154 prestigiosi docenti accademici di Baghdad, rinomati nel loro campo, assassinati. Complessivamente, un totale di 281 ben noti intellettuali che insegnavano nelle università in Iraq sono caduti vittima degli “squadroni della morte” sotto l'occupazione statunitense.

Prima dell’occupazione, l’Università di Baghdad possedeva, per ricerca e insegnamento, la migliore Facoltà di medicina in tutto il Medio Oriente, che attraeva centinaia di giovani medici per la formazione avanzata.

Tale programma è stato devastato durante l'ascesa del regime degli squadroni della morte Usa, con poche prospettive di recupero. Di quelli uccisi, il 25% (21) erano i professori e docenti più anziani della Facoltà di medicina dell'Università di Baghdad, la percentuale più alta di qualsiasi facoltà. La seconda percentuale più alta per professori e ricercatori massacrati è la Facoltà di ingegneria (12), seguita dai migliori accademici delle discipline umanistiche (10), scienze fisiche e sociali (8 ciascuna), e quelle educative (5). I restanti migliori docenti assassinati all'Università di Baghdad sono suddivisi tra le facoltà di agraria, economia, scienze motorie, della comunicazione e degli studi religiosi.

In tre altre università di Baghdad, 53 docenti di alto livello sono stati massacrati, di cui 10 nella Facoltà delle scienze sociali, 7 in giurisprudenza, 6 ciascuno in quella di medicina e scienze umane, 9 in quella di fisica, 5 in ingegneria. Il Segretario della Difesa Rumsfeld, il 20 agosto 2002 in una battuta prima dell’invasione diceva "... si deve supporre che essi (i ricercatori) non stiano giocando al 'Gioco delle pulci' (un gioco da bambini)", affermazione che giustifica la sanguinosa purga degli scienziati iracheni nei campi della fisica e chimica. Un inquietante segnale del macello accademico che sarebbe seguito all’invasione.

Analoghe sanguinose purghe di accademici si sono verificate in tutte le università della provincia: 127 anziani accademici e ricercatori sono stati assassinati in diverse rinomate università a Mosul, Kirkuk, Bassora e altrove. Le università di provincia con il maggior numero di elementi di spicco uccisi sono state nelle città dove i militari statunitensi, britannici e i mercenari curdi loro alleati erano più attivi: a Bassora (35), Mosul (35), Diyala (15) e Al-Anbar (11).

L'esercito iracheno e gli squadroni della morte suoi alleati hanno effettuato la maggior parte delle uccisioni di accademici nelle città sotto controllo USA o degli “alleati”. L'uccisione sistematica di docenti accademici è avvenuta secondo un piano, su scala nazionale, interdisciplinare, per distruggere le basi culturali ed educative di una civiltà araba moderna. Gli squadroni della morte che hanno effettuano la maggior parte di questi omicidi erano gruppi etnico-religiosi primitivi, pre-moderni, “sciolti” o strumentalizzati dagli strateghi militari americani per spazzare via ogni intellettuale e specialista politicamente consapevole e con sentimenti nazionali, che avrebbero potuto perseguire un programma per la ricostruzione di una moderna, laica e indipendente repubblica unitaria.

Nel tentativo angoscioso di impedire l'invasione degli Stati Uniti, la Direzione nazionale irachena di controllo il 7 dicembre 2002 fornì un elenco alle Nazioni Unite che individuava oltre 500 fra i principali scienziati iracheni. Ci sono pochi dubbi che questo elenco sia diventato un elemento fondamentale nell’elenco predisposto dai militari americani per eliminare l’élite scientifica in Iraq. Nel suo famoso intervento alle Nazioni Unite che precedette l’invasione, il Segretario di Stato Colin Powell citò un elenco di oltre 3.500 scienziati e tecnici iracheni che avrebbero dovuto essere “accolti” per impedire che la loro esperienza venisse utilizzata da altri paesi. Gli Stati Uniti avevano addirittura predisposto uno stanziamento di centinaia di milioni di dollari, prelevati dal denaro iracheno di “Oil for Food” in possesso delle Nazioni Unite per promuovere programmi di “ri-educazione civile” per riqualificare gli scienziati e gli ingegneri iracheni. Questi programmi fortemente propagandati non sono mai stati attuati seriamente. Divennero evidenti modi meno costosi di contenimento di quello che un esperto di politica americana ha definito “eccesso di scienziati, ingegneri e tecnici” dell’Iraq (RANSAC Policy Update Aprile 2004). Gli Stati Uniti avevano deciso di adottare ed espandere su scala industriale un'operazione segreta del Mossad israeliano volta ad assassinare gli scienziati chiave iracheni selezionati.

Le campagne “Surge” e “Peak Assassination”: 2006-2007

L’ondata di terrore contro i docenti accademici coincide con il rinnovo dell’offensiva militare statunitense a Baghdad e nelle province. Del numero complessivo di omicidi fra gli accademici di Baghdad per i quali il dato è conosciuto (110 noti intellettuali trucidati), quasi l'80% (87) si è verificato nel 2006 e 2007. Una proporzione simile si ha per le province, con il 77% su un totale di 84 studiosi uccisi al di fuori della capitale durante lo stesso periodo. Lo schema è chiaro: il tasso di omicidi tra gli accademici cresce in concomitanza all’organizzazione da parte delle forze di occupazione di un esercito mercenario iracheno e delle forze di polizia e alla fornitura di denaro per la formazione e il reclutamento di uomini e milizie di tribù rivali sciite e sunnite come mezzo per ridurre le vittime americane e per liberarsi di potenziali dissidenti critici verso l’occupazione.

La campagna di terrore contro il mondo accademico ha registrato un’intensificazione a metà del 2005 ed ha raggiunto il suo picco nel biennio 2006-2007, causando una fuga di massa all'estero di decine di migliaia di studiosi, scienziati, professionisti iracheni e delle loro famiglie. L’intera facoltà di medicina si è rifugiata in Siria e altrove. Chi non poteva permettersi di abbandonare i genitori anziani o i parenti, rimanendo in Iraq, ha adottato misure straordinarie per celare la propria identità. Alcuni hanno scelto di collaborare con le forze di occupazione o con il regime fantoccio nella speranza di essere protetti o di ottenere il permesso di emigrare con la famiglia negli Stati Uniti o in Europa, anche se gli europei, soprattutto gli inglesi, sono poco inclini ad accettare studiosi iracheni. Dopo il 2008, c'è stato un netto calo degli omicidi nel mondo accademico - con soli 4 assassinati l'anno. Questo riflette la fuga in massa degli intellettuali iracheni che ora vivono all’estero o in clandestinità piuttosto che un cambiamento di politica da parte degli Stati Uniti e dei suoi fantocci mercenari. Di conseguenza, le strutture di ricerca irachene sono state devastate. Le vite di chi è rimasto fra il personale docente, compresi tecnici, bibliotecari e studenti sono state devastate, con poche prospettive di lavoro per il futuro.

La guerra e l'occupazione statunitense dell'Iraq, come i Presidenti Bush e Obama hanno dichiarato, è un “successo” - una nazione indipendente di 23 milioni di cittadini è stata occupata con la forza, un regime fantoccio vi è stato impiantato, truppe mercenarie coloniali obbediscono ad ufficiali americani ed i campi petroliferi sono stati messi in vendita. Tutte le leggi nazionali irachene che proteggevano il suo patrimonio, i suoi tesori culturali e risorse nazionali sono state annullate. Gli occupanti hanno imposto una “costituzione” favorevole all'impero degli Stati Uniti. Israele ed i suoi lacchè sionisti nelle amministrazioni di Bush e Obama celebrano la scomparsa di un avversario moderno... e la trasformazione dell'Iraq in un deserto politico-culturale. In linea con un presunto accordo presentato dal Dipartimento di Stato americano e dal Pentagono ai collezionisti influenti del Consiglio Americano per la Politica Culturale nel gennaio 2003, i tesori depredati dell’antica Mesopotamia hanno “trovato” la loro strada nelle collezioni delle élite di Londra, New York e altrove. I collezionisti possono ora anticipare il saccheggio dell’Iran.

Avvertimento per l'Iran

L'invasione, l'occupazione e la distruzione di una moderna civiltà scientifico-culturale, come esisteva in Iraq, è un preludio di ciò che il popolo iraniano può aspettarsi se e quando un attacco militare USA-Israele si verificasse. La minaccia imperiale alle basi culturali e scientifiche della nazione iraniana è stata del tutto assente dal resoconto sulle manifestazioni di protesta dei benestanti studenti iraniani e delle loro ONG di matrice americana nella “Rivoluzione dei rossetti” post elettorale. Essi dovrebbero tenere a mente che nel 2004, gli istruiti ed i sofisticati iracheni di Baghdad si consolavano con un fatalmente errato ottimismo dicendo “almeno non siamo come l'Afghanistan”. Le stesse élite sono ora negli squallidi campi profughi in Siria e in Giordania e il loro paese è quello più simile all’Afghanistan rispetto ad ogni altro in Medio Oriente. La raggelante promessa del presidente Bush nell’aprile 2003, di trasformare l'Iraq nell’immagine del “nostro appena liberato Afghanistan” è stata mantenuta. E le indicazioni che i consiglieri dell’amministrazione USA hanno riesaminato la politica del Mossad israeliano di assassinio selettivo degli scienziati iraniani, dovrebbe portare gli intellettuali liberali filo-occidentali di Teheran a riflettere seriamente sulla lezione impartita dalla campagna omicida che ha praticamente eliminato gli scienziati e i docenti accademici iracheni nel corso del 2006 - 2007.

Conclusione

Che cosa hanno da guadagnare gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna e Israele) nello stabilire in Iraq un regime retrogrado protetto, su basi etnico-clericali e strutture socio-politiche medievali? In primo luogo, l'Iraq è diventato un avamposto per l'impero. In secondo luogo, si tratta di una regime debole e incapace di impegnare Israele sul piano del predominio economico e militare nella regione e senza la volontà di mettere in discussione la pulizia etnica in corso degli arabi nativi palestinesi da Gerusalemme, Cisgiordania e Gaza. Terzo, la distruzione delle istituzioni scientifiche, accademiche, culturali e giuridiche di uno Stato indipendente significa accrescere la dipendenza dalle corporazioni multinazionali occidentale e le loro infrastrutture tecniche – favorendo la penetrazione economica imperiale e lo sfruttamento.

Alla metà del XIX secolo, dopo le rivoluzioni del 1848, il sociologo francese conservatore Emil Durkheim riconosceva che la borghesia europea si era confrontata con un conflitto di classe in aumento e una sempre più anticapitalista classe operaia. Durkheim osservava che, qualunque fossero i suoi dubbi filosofici circa la religione e il clericalismo, la borghesia avrebbe dovuto utilizzare i miti della religione tradizionale per “creare” coesione sociale e tagliare dal basso la polarizzazione di classe. Egli ha invitato l’istruita e sofisticata classe capitalista parigina a rinunciare al suo rifiuto del dogma religioso oscurantista a favore di una religione strumentale in funzione del mantenimento del suo predominio politico. Allo stesso modo, gli strateghi degli Stati Uniti, tra i quali i sionisti del Pentagono, hanno strumentalizzato i mullah tribali, le forze etnico-religiose per distruggere la leadership politica nazionale laica e la cultura avanzata dell’Iraq, al fine di consolidare il dominio imperiale - anche se questa strategia ha richiesto l’eliminazione delle classi scientifiche e professionali. Il regime imperiale contemporaneo degli Stati Uniti è basato sul sostegno ai settori socialmente e politicamente più arretrati della società e l’applicazione delle più avanzate tecnologie di guerra.

Consiglieri israeliani hanno svolto un ruolo importante nell’addestrare le forze di occupazione USA in Iraq sulle pratiche di contro-guerriglia urbana e di repressione dei civili, sfruttando i loro 60 anni di esperienza. Il massacro di centinaia di famiglie palestinesi a Deir Yasin, nel 1948, è stato l’emblema della eliminazione sionista di centinaia di villaggi agricoli produttivi, che erano stati abitati per secoli da un popolo nativo con la sua civiltà autoctona e suoi legami culturali con la terra, al fine di imporre un nuovo ordine coloniale. La politica di sradicamento totale dei palestinesi è un punto centrale nei consigli di Israele ai politici americani per l’Iraq. Il suo messaggio è stato fatto arrivare dai suoi accoliti sionisti nelle amministrazioni Bush e Obama, ordinando lo smembramento di tutta la moderna burocrazia civile e statale irachena e usando squadroni della morte pre-moderni e tribali composti da curdi ed estremisti sciiti per eliminare le moderne università e gli istituti di ricerca di questa nazione a pezzi.

La conquista imperiale degli Stati Uniti in Iraq è costruita sulla distruzione di una repubblica laica moderna. Il deserto culturale che rimane (un biblico “deserto spaventoso” intriso del sangue dei preziosi studiosi dell’Iraq) è controllato da mega-truffatori, mercenari criminali che si presentano come “funzionari iracheni”, personaggi tribali illetterati e figure religiose medievali. Essi operano sotto la guida e la direzione dei laureati di West Point che tracciano “schemi per l’impero”, formulati dai laureati di Princeton, Harvard, Johns Hopkins, Yale e Chicago, desiderosi di servire gli interessi delle corporazioni multinazionali americane ed europee.

Questo si chiama “sviluppo combinato e diseguale”: Il matrimonio dei mullah fondamentalisti con i sionisti della Ivy League [le otto più prestigiose università private degli USA, NdT] al servizio degli Stati Uniti.

 

 

L’ATTACCO A CORINTO (CAUCA) DELLE FARC-EP ALL’ESERCITO E’ UNO SCHIAFFONE ALLA “SICUREZZA DEMOCRATICA” DI URIBE 
Tratto dall’Agenzia di Notizie Nuova Colombia (http://anncol.eu) - 12/11/2009

Pur non conoscendo ancora il bollettino di guerra ufficiale dell’organizzazione insorgente (i media di regime parlano di 9 militari morti e svariati feriti, N.d.T), ci permettiamo di fare la seguente analisi per i nostri lettori.

L’Esercito ed il suo Dipartimento V, di propaganda, unitamente ai giornalisti di guerra che hanno fatto il corso della III Brigata sul giornalismo di guerra, veicolano tre versioni false dell’attacco affinché esso sia condannato dall’opinione pubblica, ma soprattutto al fine di non riconoscere che, senza dubbio, si è trattato di un forte schiaffone alla “Sicurezza Democratica”.

Il primo stratagemma è presentarlo come un attacco alla popolazione di Corinto e non, come invece è stato, un attacco ad un obiettivo militare incarnato dai soldati che facevano la guardia ad antenne di comunicazione, accompagnati da due battaglioni di alta montagna con personale altamente qualificato nella lotta controinsorgente.

Il secondo è presentare l’azione guerrigliera come una risposta alla presunta collaborazione della popolazione civile di Corinto con l’Esercito. Questa variante pretende di far credere che l’insorgenza si scagli contro la popolazione civile. La versione ufficiale veicolata dal Dipartimento V dell’Esercito, con la complicità dei media, presenta la popolazione come un insieme di delatori e fedeli ai soldati, e pertanto viola il principio di distinzione tra civili e militari.

Il terzo consiste nel presentare l’attacco come una risposta della guerriglia alla lotta contro il traffico di marijuana nella regione, quando a Corinto tutti sanno che a gestire e consentire la distribuzione della marijuana sono gli ufficiali dell’Esercito, i quali riscuotono la rispettiva tassa-estorsione per lasciar passare tale sostanza psicotropica. E poi simulano addirittura la bruciatura di capanne con erba per ottenere promozioni.

Con queste tre varianti l’Esercito persegue varie cose.

Uno: preservare l’immagine d’imbattibilità delle forze militari incaricate di propiziare la vittoria della “Sicurezza Democratica”.

Due: negare che un attacco a Corinto, a quindici minuti di elicottero da Cali, sia indubbiamente una dimostrazione della fallacia uribista secondo cui la guerriglia sarebbe sconfitta.

Tre: negare la capacità delle FARC-EP di muovere, quando un obiettivo lo richiede, una quantità importante di unità per realizzare un attacco.

Quattro: occultare lo storico conflitto per la terra che da secoli vede gli indigeni e i contadini del Cauca contrapporsi alle famiglie oligarchiche e terratenenti di questo dipartimento.

Cinque: occultare che tutti gli accordi firmati tra gli indigeni ed il governo narco-paramilitare sono stati disattesi dal governo, che non ha mantenuto la parola e non ha rispettato quanto sottoscritto con le riserve indigene ed i rappresentati della Minga (processo comunitario indigeno, N.d.T).

Sei: occultare la repressione ufficiale contro i popoli indigeni, che va dalla chiusura di radioemittenti agli arresti di massa, dall’obbligare gli indigeni a fare da guida ai militari al costringerli ad essere soldati contadini, passando per la persecuzione al recupero indigeno delle terre.

Sette: occultare l’impegno di classe dell’oligarchia mafiosa, rappresentata da Uribe e dai suoi seguaci, nei confronti degli Irragorri Hormaza, dei Valencia, dei Papamijas, dei Mosquera Chaux e di altre tre famiglie che ostentano la proprietà del 90% delle terre fertili del dipartimento del Cauca.

Tutti questi fatti dimostrano che il cammino della guerra si può evitare con la soluzione politica del conflitto sociale ed armato che vive il Paese, e che tale ricerca della pace non può essere la pax romana. La vera pace con giustizia sociale passa per la riforma agraria, in cui non si sussidino latifondisti e speculatori. La riforma agraria è la terra data ai popoli ancestrali affinché mantengano la loro cultura in autonomia, ed ai contadini colpiti dalla concorrenza sleale dell’agricoltura sussidiata dei paesi ricchi e delle sementi geneticamente modificate. E’ la lotta per la pluri-cultura e la sovranità alimentare.

Ogni combattimento di questo conflitto armato ci conduce al punto di partenza: alla sua origine sociale ed alla necessità di una soluzione politica.

 

 

Striscia di Gaza, effetto 'Piombo Fuso': la sofferenza dei senzatetto

 

Gaza - Infopal. La pioggia comincia a cadere copiosa, così si moltiplicano le sofferenze di migliaia di profughi palestinesi nella Striscia di Gaza che non riescono a trovare un riparo dall’acqua e dal freddo pungente. Durante un giro nella zona settentrionale della Striscia di Gaza, in particolare nel quartiere al-‘Atatira spazzato via dai carri armati e dagli aerei da guerra israeliani durante l'aggressione della fine dell'anno scorso, su entrambi i lati della strada troviamo centinaia di senzatetto che vivono all'aperto, con gli occhi pieni di angoscia e di dolore.

 

Vivere senzatetto

Husam Al-‘Attar, 45 anni, proprietario di una delle case distrutte durante l’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza, ora alloggia con la sua famiglia composta da 8 figli, 5 femmine e 3 maschi, in una tenda di stoffa che non protegge né dal caldo dell'estate né dal freddo dell'inverno, e non fornisce un luogo sicuro in cui vivere, vista la diffusione, nella zona, di malattie e di rettili velenosi.

"Persino la vita delle bestie è migliore della nostra - racconta Husam -. Di notte i miei figli piccoli si svegliano terrorizzati dalla pioggia che bagna sia loro sia i materassi. Sono due giorni che non dormiamo a causa delle forti piogge. A ciò si devono aggiungere i problemi di salute: i miei figli si ammalano perché sono costretti a stare sempre in strada e perché manca anche solo un minimo di condizioni igieniche. Inoltre, mosche e insetti sono dovunque".

E aggiunge: "I vestiti che indossiamo e la tenda in cui viviamo costituiscono la beneficienza di alcuni vicini e dell'agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Unrwa. Tutto ciò che avevamo, compresi i mobili, è stato distrutto insieme alla casa, fatta saltare dai carri armati israeliani, in otto giorni, durante la recente aggressione. E tutto questo accade perché siamo palestinesi che vogliono vivere in sicurezza…".

Dove sono i miliardi dei “Paesi donatori”?

Si chiede Husam: “Dove sono i miliardi di dollari di cui abbiamo sentito parlare pochi giorni dopo la guerra? Perché i ‘Paesi donatori’ che si sono incontrati alla Conferenza di Sharm El-Sheikh non rispettano i loro impegni per la ricostruzione della Striscia di Gaza?"

Hajja Zaynab al-Sultan", 62 anni, racconta: "Siamo stati cacciati via due volte e per due volte ci siamo rifugiati nelle tende: la prima, nel 1948, la seconda nel 2009, quando le forze di occupazione israeliane hanno demolito la nostra casa sulla testa di due miei nipoti piccoli, che non siamo riusciti a portare via durante la fuga dai bombardamenti degli F16 israeliani.

La signora Zaynab, ora senzatetto, si rivolge alle istituzioni internazionali affinché prendano in considerazione la sua situazione, in particolare con l'arrivo dell'inverno. Chiede loro di esercitare pressioni sugli occupanti affinché aprano i passaggi e facciano entrare i materiali da costruzione, e di premere sui ‘Paesi donatori’ che hanno promesso miliardi di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza ma che non hanno mantenuto la parola data.

Il vero ostacolo è l'occupazione

Per quanto riguarda i ritardi nella ricostruzione, il ministero dell’Edilizia nella Striscia di Gaza ha spiegato che il principale ostacolo è posto dall'occupazione israeliana, la quale impedisce l'introduzione di qualsiasi tipo di materiale edile nella Striscia, con il pretesto che cemento, ferro, e altro finirebbero nelle mani di Hamas, ma ciò è stato smentito da molte istituzioni sia locali che internazionali.

Il sottosegretario del ministero, l’ing. Ibrahim Radwan, in un'intervista concessa al corrispondente di Infopal a Gaza, ha sottolineato che "la rimozione delle macerie sta giungendo a termine - siamo all'80% circa -, ma ne rimangono ancora altre 600 mila tonnellate".

Egli ha aggiunto che l'intransigenza israeliana e l'ingiusto assedio imposto alla Striscia di Gaza sono il vero ostacolo all'arrivo dei materiali necessari per la ricostruzione. Appena essi entreranno a Gaza, il ministero inizierà la ricostruzione: la Striscia ha urgente bisogno di circa 60 mila unità abitative per ospitare gli sfollati dalla guerra, per una spesa di circa un miliardo di dollari.

Radwan ha inoltre confutato le illazioni degli occupanti israeliani circa le cause del divieto d'ingresso ai materiali da costruzione nella Striscia di Gaza: "I lavori di rimozione degli edifici distrutti sono stati effettuati mediante imprese locali che si sono aggiudicate gli appalti sotto il controllo del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) e in coordinamento con il ministero dei Lavori pubblici e dell’Edilizia, e così sarà anche quando entreranno i materiali da costruzione".

Da stime ufficiali, dopo il censimento dell'Unrwa, il numero delle case di Gaza completamente distrutte è di 3.500, con migliaia di sfollati che ora vivono senzatetto, per non parlare di migliaia di altre abitazioni danneggiate parzialmente.

Una tragedia senza fine.

fonte: infopal.it

 

Nel giorno del muro la parola ad Honecker 

http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=743:nel-giorno-del-muro-la-parola-ad-honecker&catid=12:unione-europea-cat&Itemid=20

Scritto da Erich Honecker Lunedì 09 Novembre 2009 12:15

Il 9 novembre 1989, di cui oggi ricorre il ventennale, è divenuta la data simbolo della dissoluzione del blocco sovietico. Per gli apologeti del capitalismo questa sarebbe anche la data della “morte del comunismo”, ma su questo ci permettiamo di consigliare loro maggior prudenza. Quello che oggi viene celebrato è un capitalismo sempre più oppressivo ed autoritario, altro che festa della libertà! Non è questione di nostalgia ma, in confronto alla disonestà intellettuale di chi oggi festeggerà, il discorso di autodifesa pronunciato da Erich Honecker * quasi vent’anni fa ci pare un utile documento storico oltre che una dignitosa argomentazione delle ragioni della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr).

Discorso-Autodifesa pronunciato davanti al Tribunale di Berlino

Erich Honecker

Difendendomi dall’accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo Tribunale e a questo procedimento penale l’apparenza della legalità. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perchè non vivrò abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. La condanna che evidentemente mi volete infliggere non mi potrà più raggiungere. Ora tutti lo sanno. Basterebbe questo a dimostrare che il processo e’ una farsa. E’ una messa in scena politica.

Nessuno nelle regioni occidentali della Germania, compresa la città di prima linea di Berlino Ovest, ha il diritto di portare sul banco degli accusati o addirittura condannare i miei compagni coimputati, me o qualsiasi altro cittadino della RDT, per azioni compiute nell’adempimento dei doveri emananti dallo Stato RDT.

Se parlo in questa sede, lo faccio solo per rendere testimonianza alle idee del socialismo e per un giudizio moralmente e politicamente corretto di quella Repubblica Democratica Tedesca che più di cento stati avevano riconosciuto in termini di diritto internazionale. Questa Repubblica, che ora la RFT chiama Stato illegale e ingiusto, è stata membro del Consiglio di Sicurezza dell’ O.N.U., che per qualche tempo ha anche presieduto, e ha presieduto per un periodo la stessa l’Assemblea generale. Non mi aspetto certo da questo processo e da questo Tribunale un giudizio politicamente e moralmente corretto della RDT, ma colgo l’occasione di questa messa in scena politica per far conoscere ai miei concittadini la mia posizione.

La situazione in cui mi trovo con questo processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha già perseguitato e condannato Karl Marx, August Bebel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di imputato. Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e dello Stato hitleriano, la RFT non ha avuto bisogno di cercarsi nuovi procuratori della repubblica e nuovi giudici per riprendere a perseguitare penalmente in massa i comunisti, togliendo loro il lavoro e il pane nei tribunali del lavoro, allontanandoli dagli impieghi pubblici tramite i tribunali amministrativi o perseguitandoli in altri modi. Ora capita a noi quello che ai nostri compagni della Germania occidentale era già capitato negli anni ‘50. Da circa 190 anni è sempre lo stesso arbitrio che si ripete. Lo Stato di diritto della Repubblica Federale Tedesca non è uno stato di diritto ma uno stato delle destre [gioco di parole in tedesco, N.d.T.].

Per questo processo, come per altri in cui altri cittadini della RDT vengono perseguitati per la loro contiguità col sistema di fronte ai tribunali penali o del lavoro, sociali o amministrativi, c’è un argomento principe che viene usato. Politici e giuristi sostengono: dobbiamo condannare i comunisti perchè non lo abbiamo fatto con i nazisti. Questa volta dobbiamo fare i conti con il nostro passato. A molti sembra un ragionamento ovvio, ma in realtà è totalmente falso. La verità è che la giustizia tedesco?occidentale non poteva punire i nazisti perchè i giudici e i procuratori della repubblica non potevano punire se stessi. La verità è che questa giustizia della Germania Federale deve il suo attuale livello, comunque lo si voglia giudicare, ai nazisti di cui ha assunto l’eredità. La verità è che i comunisti e i cittadini della RDT vengono perseguitati oggi per le stesse ragioni per cui sono sempre stati perseguitati in Germania. Solo nei 40 anni di esistenza della RDT le cose sono andate in senso opposto. E’ con questo spiacevole inconveniente che bisogna ora fare i conti. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto del diritto. La politica non c’entra assolutamente niente!

I giuristi più eminenti di questo paese, tanto dei partiti di maggioranza che della SPD, giurano che il nostro processo altro non è che un normale processo penale, non un processo politico, non una messa in scena. Vengono arrestati i membri di uno dei più alti organismi statali del paese confinante e si dice che però la politica non c’entra niente. Si contestano ai generali della contrapposta alleanza militare le decisioni prese, ma si sostiene che la politica non c’entra niente. Quelle stesse personalità che ieri venivano ricevute con tutti gli onori come ospiti di stato e interlocutori degli sforzi congiunti per impedire che potesse mai più scaturire una guerra dal suolo tedesco, vengono oggi etichettate come criminali. Ma anche questo non avrebbe niente a che fare con la politica.

Si mettono sotto accusa i comunisti, che da quando sono apparsi sulla scena politica sono sempre stati perseguitati, ma nella RFT oggi tutto ciò non avrebbe niente a che fare con la politica.

Per me e, credo, per chiunque non sia prevenuto, è evidente che questo processo è politico come solo può esserlo un processo contro la dirigenza politica e militare della RDT. Chi lo nega non sbaglia, chi lo nega mente. Mente per ingannare ancora una volta il popolo. Con questo processo si fa proprio ciò di cui noi veniamo accusati: ci si sbarazza degli avversari politici con i mezzi del diritto penale. Ma naturalmente tutto avviene secondo la legge.

Anche altre circostanze mostrano senza ombra di dubbio che con questo processo si perseguono fini politici. Come mai il cancelliere federale, come mai il signor Kinkel, già capo dei servizi segreti, poi ministro della giustizia e infine ministro degli esteri della RFT si sono tanto impegnati per riportarmi a qualsiasi costo in Germania e rinchiudermi nel carcere di Moabit dove sono già stato sotto Hitler? Come mai il cancelliere ha lasciato che io volassi a Mosca per poi far pressioni su Mosca e sul Cile perché mi consegnassero, contro ogni principio del diritto internazionale? Come mai i medici russi che avevano fatto la diagnosi giusta al primo esame l’hanno poi dovuta falsificare? Come mai io e i miei compagni, che di salute non stanno tanto meglio di me, veniamo trascinati di fronte al popolo come facevano anticamente gli imperatori romani con i loro avversari prigionieri?

Non so se tutto questo abbia una spiegazione razionale. Forse si conferma il detto antico che coloro che Dio vuole perdere prima li acceca. Una cosa comunque è chiara, ed è che tutti quegli uomini politici che un tempo mi chiedevano udienza ed erano felici di potermi a loro volta ricevere, non usciranno indenni da questo processo. Anche i bambini in Germania sapevano che degli uomini erano stati uccisi al muro e che tra i politici viventi il massimo responsabile del muro ero io, presidente del Consiglio Nazionale della Difesa (CND), segretario generale, presidente del Consiglio di Stato della RDT. Non ci sono perciò che due sole possibilità: la prima è che i signori politici della RFT abbiano coscientemente, liberamente e persino avidamente cercato di avere rapporti con un assassino. La seconda è che essi coscientemente e con soddisfazione lasciano adesso che un innocente venga incolpato di omicidio. Di queste due possibilità nessuna torna a loro onore. Una terza possibilità non c’è. Ma chi accetta un dilemma di questo genere e risulta perciò comunque, tanto in un caso come nell’altro, una persona priva di carattere, o è cieco oppure persegue altri fini che gli premono più del proprio onore.

Ammettiamo pure che nè’ il signor Kohl, nè il signor Kinkel, nè gli altri signori ministri e dirigenti di partito della Repubblica Federale Tedesca siano ciechi (cosa che non mi sento affatto di escludere). Rimane, come scopo politico di questo processo, la volontà di discreditare totalmente la RDT e con essa il socialismo in Germania. Il crollo della RDT e del socialismo in Germania e in Europa evidentemente ancora non gli basta. Devono eliminare tutto ciò che può far apparire questo periodo in cui gli operai e i contadini hanno governato in una luce diversa da quella della perversione e del delitto. La vittoria dell’economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e così la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto.

Questa finalità del processo, questa volontà di uccidere ancora una volta il socialismo già dato per morto, mostra quale sia il giudizio che il signor Kohl, il governo e anche l’opposizione della RFT danno della situazione. Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, cosi come aveva fatto Hitler vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine. Ma per i potenti della Repubblica Federale Tedesca il pericolo più grave è chiaramente il socialismo. E questo processo deve servire a prevenirlo, così come deve servire a prevenirlo tutta la campagna contro la ormai scomparsa RDT, che deve essere marchiata come stato ingiusto e illegale.

Tutti i casi di morte per ragioni non naturali nel nostro paese ci hanno sempre colpito. Le uccisioni al muro non solo ci hanno colpito umanamente, ma ci hanno anche danneggiati politicamente. Più di ogni altro io porto dal maggio 1971 il peso della responsabilità politica del fatto che si è sparato, in base alle disposizioni sull’uso delle armi da fuoco, contro chi cercava di attraversare senza autorizzazione il confine tra la RDT e la RFT, tra il Patto di Varsavia e la NATO. E’ una pesante responsabilità, certo. Dirò più avanti perché me la sono assunta. Ma ora, in sede di definizione di quella che è la finalità politica di questo processo, non posso fare a meno di sottolineare anche il tipo di mezzi che vengono utilizzati per cercare di raggiungere il fine di diffamare la RDT. I mezzi utilizzati sono i morti al muro. Questi morti devono servire e servono a rendere appetibile ai media questo processo, come altri in precedenza. Tra i morti mancano però le guardie di confine della RDT assassinate. Abbiamo già visto, e soprattutto voi avete già visto, come le immagini dei morti siano state oggetto di mercato, senza rispetto per la pietà e la decenza. Questi sono i mezzi con cui si fa politica e si crea il giusto clima. Così si usano, anzi cosi si abusa dei morti nella lotta che i padroni conducono per mantenere la proprietà capitalistica. Perchè di questo e niente altro si tratta nella lotta contro il socialismo. I morti servono a mostrare quanto la RDT e il socialismo fossero inumani e anche a sviare l’attenzione dalla miseria del presente e dalle vittime dell’economia di mercato. Tutto ciò viene fatto democraticamente, legalmente, cristianamente, umanamente e per il bene del popolo tedesco.

Povera Germania!

E ora entriamo nel merito. I procuratori della città di prima linea ci accusano di omicidio come criminali comuni. Dato che personalmente non abbiamo ammazzato nessuna delle 68 persone la cui morte ci viene contestata nell’accusa, e dato che evidentemente non abbiamo nemmeno ordinato in precedenza che fossero uccisi, ne abbiamo in qualche modo provocato la loro morte, ecco che l’accusa, a pagina 9, mi contesta letteralmente:

« è... di aver ordinato, in qualità di segretario del Consiglio Nazionale della Difesa e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED, di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».

Più avanti l’accusa mi contesta di aver partecipato in 17 sedute del CND dal 29/1l/1961 all’ 1/7/1983 alle decisioni di:

« costruire ulteriori sbarramenti di mine a strappo (dove la parola “ulteriori” fa capire che le forze armate sovietiche avevano già installato questi sbarramenti); migliorare il sistema di sicurezza del confine e l’addestramento all’uso delle armi da parte delle guardie confinarie; impedire gli sconfinamenti».

Mi si contesta inoltre di «aver dichiarato il 3/5 1974 che bisognava far ricorso senza scrupoli alle armi da fuoco» (cosa peraltro non vera) e infine di «aver votato a favore del progetto di legge confinaria entrato in vigore il 1° maggio l982».

Le accuse contro di me, o contro di noi, si riferiscono dunque a decreti del Consiglio Nazionale della Difesa, decreti di un organo costituzionale della RDT. Oggetto del procedimento è dunque la politica della RDT, sono le decisioni prese dal CND per difendere e preservare la RDT come Stato. Questo procedimento serve a criminalizzare questa politica. La RDT deve essere marchiata come Stato illegale e ingiusto e tutti coloro che l’hanno servita devono essere bollati come criminali. La persecuzione contro decine di migliaia ed eventualmente centinaia di migliaia di cittadini della RDT, di cui già parla la procura: questo è il vero scopo di questo procedimento, preparato da processi?pilota contro guardie di confine e accompagnato da innumerevoli altri procedimenti giudiziari discriminatori dei cittadini della RDT, condotti di fronte a tribunali civili, sociali, del lavoro o amministrativi, nonché da moltissimi atti amministrativi. Non è in gioco dunque solamente la mia persona o quella degli alai imputati di questo processo. E’ in gioco molto di più. E’ in gioco il futuro della Germania e dell’Europa, anzi del mondo che, con la fine della guerra fredda e con la nuova mentalità, sembrava dovesse entrare in una fase tanto positiva. Qui non solo si prosegue la guerra fredda, ma si vogliono gettare le fondamenta di un’Europa dei ricchi. L’idea della giustizia sociale deve essere soffocata una volta per tutte. Bollarci come assassini serve a questo.

Io sono l’ultimo a oppormi a norme morali e legali che servano a giudicare e anche condannare gli uomini politici. Ma tre condizioni devono essere soddisfatte:

Le norme devono essere formulate esattamente in precedenza. Esse devono valere allo stesso modo per tutti gli uomini politici. La sentenza deve essere pronunciata da un tribunale al di sopra delle parti, un tribunale dunque che non deve essere composto né da amici né da nemici degli accusati.

Mi sembra che si tratti di condizioni ovvie, eppure nel mondo attuale non mi sembra che possano ancora essere soddisfatte. Se voi oggi sedete in giudizio contro di noi, lo fate come tribunale dei vincitori contro i vinti. Questo fatto é espressione dei rapporti di forza reali, ma non può pretendere validità giuridica né costituire un atto di giustizia.

Basterebbero questi argomenti a dimostrare l’illegalità dell’accusa. Ma poiché non ci sottraiamo al confronto neanche nel particolare, voglio dire io quel che l’accusa, o per malafede o per cecità, non dice.

Abbiamo già citato le parole con cui l’accusa inizia l’enumerazione cronologica dei fatti che ci vengono contestati:

« I1 12 agosto 1961 l’imputato Honecker, in qualità di segretario del CND e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED ordinava di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».

Questo modo di vedere la storia è assai eloquente. Il responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED nel 1961 dava disposizioni su un fatto che poteva cambiare la storia del mondo! Qui si supera anche l’autoironia dei cittadini della RDT che chiamavano il loro paese «la più grande RDT del mondo». Va bene che oggi Enno von Löwenstein cerca di ingigantire la RDT per dare così più valore alla vittoria della RFT, ma neanche quest’ala destra del giornalismo politico tedesco riesce a fare della RDT una grande potenza mondiale. Questo rimane prerogativa dell’«autorità più obiettiva del mondo», la procura della repubblica. Ciascuno è padrone di rendersi ridicolo di fronte alla storia a proprio piacimento. Ma in ogni caso la costruzione del muro fu decisa a Mosca il 5/8/1961 in una riunione degli Stati del Patto di Varsavia. In quella alleanza tra i paesi socialisti la RDT era un membro importante, ma non la potenza guida. Questo il tribunale lo potrebbe dare per assodato senza bisogno di dimostrazione.

Dato che noi; come già ha detto Endash; di persona non abbiamo ammazzato nessuno, né abbiamo direttamente ordinato di ammazzare nessuno, l’azione omicida viene ravvisata nella costruzione del muro, nell’averlo tenuto in piedi e nell’imposizione del divieto di lasciare la RDT senza autorizzazione statale. E naturalmente questo non c’entrerebbe affatto con la politica. Così almeno sostiene la giurisprudenza tedesca. Ma non potrà sostenerlo di fronte alla storia o al raziocinio umano. Non farà altro che tradire ancora una volta le sue origini e mostrare di quale spirito sia figlia e dove stia andando la Germania.

Tutti noi che avevamo a quell’epoca responsabilità di governo nei paesi del Patto di Varsavia prendemmo quella decisione politica collettivamente. Non lo dico per scaricarmi dalle mie responsabilità attribuendole ad altri; lo dico soltanto perché così è stato e non altrimenti e io sono convinto che quella decisione di allora, del 1961, fosse giusta e tale sarebbe rimasta finché non fosse terminato lo scontro tra USA e URSS. Quella decisione politica e i convincimenti che la dettarono costituiscono appunto l’oggetto di questo processo. Bisogna essere ciechi o chiudere consapevolmente gli occhi davanti agli avvenimenti del passato per non riconoscere che questo è un processo politico dei vinti contro i vincitori, per non capire che esso significa deformare la storia per motivazioni di ordine politico. Voi ritenete che quella decisione politica fosse sbagliata e considerate me e i miei compagni responsabili penalmente per i morti ammazzati al muro. Ebbene io vi dico che la decisione che voi ritenete giusta avrebbe causato migliaia o milioni di morti. Di questo ero e sono tuttora convinto e credo ne siano convinti anche i miei compagni. è per questa convinzione politica che ci troviamo qui davanti a voi. E voi ci condannerete perché avete un’opinione politica diversa dalla nostra.

Come e perché si sia giunti alla costruzione del muro non sembra che interessi la pubblica accusa. Su questo l’accusa non spende una parola. Cause e circostanze vengono del tutto ignorate, la catena degli avvenimenti storici viene arbitrariamente spezzata. Erich Honecker ha costruito e tenuto in piedi il muro. Stop. Questa é la rappresentazione semplicistica che i giuristi tedeschi riescono a dare della storia. Quel che gli interessa é che i comunisti siano bollati da criminali e come tali condannati. I tedeschi in realtà sono perfettamente in grado di sapere come si è arrivati al muro e conoscere le ragioni per cui al muro si è sparato. Ma poiché l’accusa si comporta come se costruire muri e farvi ammazzare la gente fosse una caratteristica peculiare del socialismo e come se singoli «delinquenti» come me e i miei compagni ne portassero intera la responsabilità, mi vedo costretto, pur non essendo uno storico, a riassumere la storia che ha portato al muro.

Le sue origini si spingono lontano. Ci riportano alla formazione del capitalismo e del proletariato. Ma l’inizio immediato della tragedia dell’ultima fase della storia tedesca si situa nell’anno 1933. In quell’anno, com’è noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l’eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: «chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra». Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano già stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinità. Già allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.

Non appena Hitler fu messo a capo del governo, la Germania conobbe il suo primo miracolo economico. La disoccupazione era vinta; i titoli Volkswagen andavano bene e l’animo ardente del popolo portava a scacciare e assassinare gli ebrei. Il popolo tedesco in maggioranza era felice e contento.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale e le fanfare annunciavano le guerre lampo contro Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, l’entusiasmo non conobbe più confini. I cuori di quasi tutti i tedeschi battevano all’unisono con il loro cancelliere, il più grande duce di tutti i tempi. Nessuno immaginava che l’impero millenario sarebbe durato solo 12 anni.

Quando nel 1945 tutto fu ridotto in macerie, la Germania non si trovò padrona del mondo, come prediceva una ben nota canzone nazista, ma totalmente dominata dagli alleati. La Germania fu divisa in quattro zone. Non c’era assolutamente libertà di trasferirsi da una zona all’altra. Nemmeno per gli emigrati tedeschi che, come Gerhart Eisler, volevano ritornare in Germania dagli USA.

Negli USA c’erano piani (per esempio il piano Morgenthau) che prevedevano la divisione perpetua della Germania in vari stati. Proprio in risposta a questi piani Stalin pronunciò le famose parole: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono». Ma l’unità della Germania, che a quel tempo l’URSS voleva fosse mantenuta, non si realizzò. Per effetto della guerra fredda proclamata dagli USA nel 1947, la Germania; con l’accorpamento di due e poi di tre zone, con la riforma monetaria, infine con la costituzione nel maggio 1949 della RFT; fu divisa per un lungo periodo in due parti. Come si vede dalla successione temporale, questa divisione non fu opera dei comunisti, ma degli alleati occidentali e di Konrad Adenauer. La costituzione della RDT seguì in un secondo tempo e fu la conseguenza logica della costituzione della RFT. Ormai si erano formati due diversi Stati tedeschi. Ma la RFT non aveva nessuna intenzione di riconoscere la RDT e stabilire con essa rapporti pacifici. La RFT pretendeva anzi di essere l’unica rappresentante di tutta la Germania e di tutti i tedeschi. Con l’aiuto degli alleati proclamò un embargo economico e cercò per quella via di isolare la RDT economicamente e politicamente. Una politica di aggressione senza guerra: così si può definire la linea seguita dalla RFT nei confronti della RDT. Questa fu la forma che la guerra fredda assunse sul suolo tedesco.

Fu questa politica che portò al muro.

Dopo l’ingresso della RFT nella NATO, la RDT aderì al Patto di Varsavia. I due Stati tedeschi si fronteggiarono così come Stati membri di alleanze militari ostili.

La RFT era più forte della RDT sotto diversi aspetti: per numero di abitanti, potenza economica, legami politici ed economici. Grazie al piano Marshall e al pagamento di minori riparazioni dovette inoltre sopportare le conseguenze della guerra in misura ridotta. La RFT disponeva di maggiori ricchezze naturali e di un territorio più ampio. Essa sfruttò questa molteplice superiorità in tutti i modi, ma soprattutto promettendo ai cittadini della RDT vantaggi materiali se abbandonavano il loro paese. Molti cittadini della RDT non resistettero a questa tentazione e fecero quello che i politici della RFT si aspettavano che facessero: “votarono con i piedi”. Il successo economico esercitò un’attrazione fatale sui tedeschi dopo il 1945 non meno di quanto era accaduto dopo il 1933.

La RDT e gli Stati alleati del Patto di Varsavia vennero a trovarsi in una situazione difficile. La politica del roll back sembrava coronata da successo in Germania. La NATO si accingeva ad estendere la sua area di influenza fino all’Oder.

Questa politica produsse nel 1961 una situazione di tensione in Germania che metteva in pericolo la pace mondiale. L’umanità si trovò sull’orlo di una guerra atomica. Questa era la situazione quando gli Stati del Patto di Varsavia decisero la costruzione del muro. Nessuno prese quella decisione a cuor leggero. Perché divideva le famiglie, ma anche perché era il segno di una debolezza politica ed economica del Patto di Varsavia rispetto alla NATO che poteva essere compensata solo con mezzi militari.

Politici eminenti fuori della Germania, ma anche nella RFT, riconobbero dopo il 1961 che la costruzione del muro aveva diminuito la tensione nel mondo.

Franz Josef Strauss scrisse nelle sue memorie: «Con la costruzione del muro la crisi, in modo certo non positivo per i tedeschi, poteva però dirsi non solo sotto controllo ma effettivamente chiusa» (pag. 390). In precedenza Strauss aveva parlato dei piani di bombardamento atomico del territorio della RDT (pag. 388).

Io credo che non ci sarebbero stati nè il Trattato Fondamentale [trattato che regolava i rapporti tra le due Germanie concluso nel dicembre 1972, N.d.T.], nè Helsinki, ne l’unità della Germania se in quel momento non fosse stato costruito il muro o se esso fosse stato abbattuto prima della fine della guerra fredda. Penso perciò che approvando la costruzione del muro e mantenendo poi quella posizione nè io nè i miei compagni ci siamo macchiati di alcuna colpa, non solo dal punto di vista del diritto, ma neanche da un punto di vista morale e politico.

Rispetto alla storia della Germania è certo solo una nota marginale, ma è il caso di notare che adesso molti tedeschi sia dell’ovest che dell’est vedrebbero volentieri una riedizione del muro.

Ma ci si deve anche chiedere che cosa sarebbe successo se avessimo agito come l’accusa dà per scontato che avremmo dovuto fare. Cioè se non avessimo eretto il muro, se avessimo consentito a chiunque di lasciare la RDT, segnando così spontaneamente la resa della RDT già nel 1961. Non c’è bisogno di particolare fantasia per capire quali effetti avrebbe prodotto una politica siffatta. Basta considerare quel che è successo nel 1956 in Ungheria e nel 1968 nella Repubblica Socialista Cecoslovacca. Le truppe sovietiche, che tra l’altro erano già presenti, sarebbero intervenute anche nella RDT nel 1961, esattamente come avevano fatto negli altri paesi. Anche in Polonia Jaruzelski proclamò lo stato di emergenza nel 1981 per impedire un intervento di quel tipo.

L’acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l’accusa ritiene essere l’unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi è un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza. Ma questo importerebbe poco. Quel che più importa è che la vostra sentenza costituirà un segnale per riproporre le vecchie contrapposizioni anziché ricucirle. In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni ‘30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro.

Se ci condannerete per le nostre decisioni politiche del 1961; e io penso che lo farete; la vostra sentenza sarà non solo priva di ogni fondamento giuridico, non solo emessa da un tribunale di parte, ma anche una sentenza che ignora totalmente consuetudini politiche e comportamenti di quegli stessi paesi che godono del vostro massimo rispetto come Stati di diritto. In questo contesto non voglio certo, nè potrei elencare tutti i casi in cui negli ultimi 28 anni sono state prese decisioni politiche che hanno avuto un costo di vite umane, perché non voglio abusare del vostro tempo e della vostra sensibilità. E nemmeno potrei ricordarmeli tutti. Ne voglio menzionare soltanto alcuni:

Nel 1963 l’allora presidente degli Stati Uniti Kennedy decise di inviare truppe nel Vietnam per prendere il posto dei francesi sconfitti e far la guerra fino al 1975 contro i vietnamiti che combattevano per la loro libertà, indipendenza e autodeterminazione. Questa decisione del presidente degli USA, che comportava una violazione eclatante dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale, non ha mai ricevuto la minima critica da parte del governo della RFT. I presidenti degli USA Kennedy, Johnson e Nixon non sono mai stati portati davanti a un tribunale e il loro onore non ha subito la minima macchia, almeno non per quella guerra. E in questo caso nè i soldati americani ne quelli vietnamiti hanno potuto decidere liberamente se correre o meno il rischio di morire per una guerra ingiusta.

Nel 1981 l’Inghilterra fece intervenire le sue truppe contro l’Argentina per mantenere le isole Falkland come colonia per l’impero. La “lady di ferro” si assicurò in quel modo una vittoria elettorale e la sua immagine non ne fu minimamente offuscata, neanche dopo la fine delle sue fortune elettorali. Nessuno pensò di accusarla di omicidio.

Nel 1983 il presidente Reagan ordinò alle sue truppe di occupare Grenada. Non cè persona che goda di maggior rispetto in Germania di questo presidente americano. Evidentemente le vittime di questa impresa era giusto che fossero ammazzate.

Nel 1986 Reagan fece bombardare in un’azione punitiva le città di Tripoli e Bengasi, senza chiedersi se le sue bombe avrebbero colpito colpevoli o innocenti.

Nel 1989 il presidente Bush ordinò di portare via da Panama con la forza delle armi il generale Noriega. Migliaia di panamensi innocenti furono uccisi. Ma per il presidente americano ciò non ha comportato la minima macchia, figurarsi un’accusa di omicidio.

L’elenco potrebbe continuare a piacere. Anche solo menzionare la condotta inglese in Irlanda potrebbe sembrare ineducato.

Sugli effetti che le armi della Repubblica Federale Tedesca producono tra i Kurdi della Turchia o tra i neri del Sudafrica si pongono interrogativi retorici, ma nessuno fa la conta dei morti e nessuno chiama per nome i colpevoli.

Parlo solo di paesi che vengono considerati modelli di stato di diritto e ricordo solo alcune delle loro scelte politiche. Ognuno può agevolmente fare un confronto tra queste scelte e quella di erigere un muro al confine tra Patto di Varsavia e NATO.

Ma voi direte che non potete nè dovete decidere in merito alle azioni di altri paesi e che tutto questo non vi riguarda. Io non credo però che si possa dare un giudizio storico della RDT senza analizzare quel che è accaduto in altri paesi nel periodo in cui la RDT è esistita a motivo della contrapposizione tra i due blocchi. Credo anche che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che è successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta.

Ma anche se vi limitate alla Germania, mettendo a confronto le scelte politiche dei due Stati tedeschi, un bilancio onesto e obiettivo non può che andare a vantaggio della RDT. Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato. Anche scelte apparentemente cosi neutre dal punto di vista politico come i limiti di velocità sulle autostrade, sono il prodotto di un assetto statale in cui sono determinanti non i politici liberamente eletti ma i padroni che non sono stati eletti da nessuno. Se il dipartimento per i reati commessi nell’esercizio del potere presso la Corte suprema si curasse per una volta di questi aspetti, presto avrei nuovamente la possibilità di stringere la mano ai rappresentanti della Repubblica Federale Tedesca. Questa volta però a Moabit. Ma questo naturalmente non accadrà perchè alle vittime dell’economia di mercato era giusto che si togliesse la vita.

Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non è ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri.

Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non è stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento è fallito. Sicuramente ciò è accaduto anche perchè noi; voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei; abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente è fallito in Germania tra l’altro anche perchè i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si è impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT è lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.

Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: «Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato». Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP è solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perchè la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.

Il bilancio della storia quarantennale della RDT è diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente.

Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo è condannato al fallimento. Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo ne’ SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità. La RDT è stata un paese coerentemente antifascista che godeva di altissimo prestigio internazionale per il suo impegno in favore della pace.

Il processo contro di noi «pezzi grossi» della RDT deve servire di risposta a quanti dicono «se la prendono con i pesci piccoli, i grossi invece li lasciano scappare». La nostra condanna servirebbe dunque ad eliminare ogni ostacolo per poter perseguitare anche i «pesci piccoli». Finora comunque non è che si siano trattenuti più di tanto dal farlo.

II processo serve a costruire la base per bollare la RDT come Stato ingiusto e illegale. Uno Stato governato da «criminali» e «omicidi» del nostro calibro non può che essere illegale e ingiusto. Chi stava in stretto rapporto con questo Stato, chi ne era cittadino cosciente dei propri doveri deve essere marcato con il segno di Caino. Uno Stato contrario al diritto non può esser retto e governato che da «organizzazioni criminali» come il Ministero per la Sicurezza e la SED. Si invocano colpe e condanne collettive in luogo di responsabilità individuali perchè così si può mascherare la mancanza di prove dei crimini attribuiti. Ci sono pastori e parroci della RDT che vengono dati in pasto a una nuova inquisizione, una moderna caccia alle streghe. Milioni di persone vengono così emarginati e banditi dalla società. Molti si vedono ridurre fino all’estremo le possibilità di esistenza. Basta essere registrati come «collaboratori informali» per essere condannati alla morte civile. Il giornalista autore delle denuncie riceve elogi e laute ricompense. Delle sue vittime nessuno si cura. Il numero dei suicidi è un tabù. E tutto ciò ad opera di un governo che si vuole cristiano e liberale e con la tolleranza o addirittura l’appoggio di un’opposizione che non merita questo nome più di quanto meriti la qualifica «sociale». Il tutto con il marchio di qualità dello Stato di diritto che si sono autoattribuiti.

Questo processo rivela tutta la sua dimensione politica anche come processo agli antifascisti. Nel momento in cui la marmaglia neonazista impazza impunita per le strade e gli stranieri sono perseguitati e assassinati come a Mölln, ecco che lo stato di diritto mostra tutta la sua forza arrestando gli ebrei che protestano e perseguendo i comunisti. Per far questo non si lamentano carenze di funzionari e di fondi. Sono cose queste che abbiamo già visto in passato.

Questo processo, se ne vogliamo riassumere i contenuti politici, si pone in continuità con la guerra fredda e nega la nuova mentalità. Esso svela il vero carattere politico di questa Repubblica Federale. L’accusa, gli ordini di cattura e la sentenza del tribunale sull’ammissibilità dell’accusa portano l’impronta dello spirito della guerra fredda. Le sentenze si rifanno a precedenti del 1964. Da allora il mondo è cambiato, ma la giustizia tedesca imbastisce processi politici come al tempo di Guglielmo II. Ha superato ormai la momentanea «debolezza» politica liberale che l’aveva colpita dopo il 1968 e adesso ha recuperato la splendida forma anticomunista di un tempo.

Di noi si dice che siamo dei dinosauri incapaci di rinnovarci. Questo processo fa vedere dove stanno in realtà i dinosauri e chi è incapace di rinnovarsi. Verso l’esterno si fa mostra di grande flessibilità. A Gorbaciov viene attribuita la cittadinanza onoraria di Berlino e magnanimamente gli si perdona di aver elogiato i cosiddetti tiratori del muro iscrivendo il proprio nome nel loro registro d’onore. All’interno invece ci si mostra «duri come l’acciaio di Krupp» e il vecchio alleato di Gorbaciov viene messo sotto processo. Gorbaciov e io siamo stati entrambi esponenti del movimento comunista internazionale. E’ noto che su alcuni punti essenziali avevamo opinioni divergenti. In quella fase però io pensavo che gli elementi di divergenza fossero meno rilevanti di quello che avevamo in comune. Il cancelliere federale non mi ha paragonato a Goebbels, come ha fatto con altri, ne glielo avrei mai perdonato. Né per il cancelliere né per Gorbaciov il processo contro di me costituisce un ostacolo alla loro stretta amicizia. Anche questo è significativo.

Le mie considerazioni terminano qui. Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare.

 

* Erich Honecker è stato segretario della SED (Partito Socialista Unificato di Germania) dal 1971 al 1989. Militante comunista fin dalla gioventù, durante il regime nazista finì in carcere dal quale riuscì a fuggire poco prima della fine della guerra. Da leader della Ddr si oppose alla politica di Gorbaciov. Dopo le sue dimissioni, nell’ottobre 1989, si trasferì a Mosca e da lì venne successivamente estradato verso la Germania. Il processo a cui venne sottoposto si concluse con il proscioglimento per motivi di salute. Successivamente si trasferì in Cile, dove morì nel 1994.

Fonte: http://www.linearossage.it/ddr/autodifesa.htm

Lettera aperta a don Santoro, alla Comunità delle Piagge e alla comunità cattoliche di base

Il Partito dei CARC esprime la propria solidarietà a Don Alessandro Santoro e alla Comunità delle Piagge, colpiti dal provvedimento dell’arcivescovo di Firenze Betori. L’arcivescovo ha sospeso Don Santoro “dalla cura pastorale della nostra Comunità e gli ha imposto un periodo di riflessione e preghiera lontano dalle persone con le quali ha fatto nascere e vivere la Comunità.”

In pratica, l’arcivescovo mira a spezzare la Comunità delle Piagge, una delle esperienze di solidarietà più ricche non solo a livello cittadino, ma a livello nazionale.

La ragione del comportamento dell’arcivescovo starebbe nel fatto che Don Santoro ha unito in matrimonio due persone, una delle quali ha cambiato sesso. Fosse anche solo questa la ragione del provvedimento, starebbe a dimostrare l’intolleranza e il disprezzo della gerarchia ecclesiastica nei confronti delle persone che, in modo aperto, desiderano vivere la propria differenza sessuale. Cogliamo quindi l’occasione di dichiarare la nostra solidarietà nei confronti di tutti coloro che sono colpiti e perseguitati dall’omofobia da parte del Vaticano e che non a caso sono anche vittime delle aggressioni da parte della feccia fascista. Queste posizioni oscurantiste esprimono di fatto tolleranza, se non sostegno aperto, di quanti (fascisti e razzisti) in nome dei “valori cristiani” mettono in atto questi vili aggressioni.

Il provvedimento arcivescovile manifesta anche l’ipocrisia della Chiesa che consente anche al proprio interno comportamenti sessuali anche illeciti, prevaricatori e criminali, quando vengono praticati di nascosto o che essa stessa impone (quando può) di tenere nascosti. A volte non può nascondere questo marciume, come nel caso seguente, riportato nei giornali di tutta Europa (ma ben poco in Italia): “Una delle pagine più nere della storia d’Irlanda e della storia della Chiesa cattolica: l’abuso sessuale sistematico e ampiamente diffuso ai danni di migliaia di bambini e adolescenti di entrambi i sessi, in scuole, orfanotrofi, riformatori e altri istituti gestiti da ordini religiosi cattolici irlandesi. È scritta nel dettagliatissim rapporto della Child Abuse Commission, la commissione governativa istituita dall’allora primo ministro irlandese Bertie Ahern che ha concluso i suoi lavori dopo nove anni di inchieste. Una macchia vergognosa, di cui finora si conosceva l’esistenza attraverso documentari televisivi, film di denuncia come il pluripremiato “Magdalene” di qualche anno fa, inchieste dei giornali e indagini preliminari. Il risultato suscita orrore: un dossier con le testimonianze di 2500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ‘40 e gli anni ‘80, negli istituti gestiti da preti e suore in Irlanda. Racconti atroci, di uomini e donne oggi adulti che ricordano di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con le mani e con ogni tipo di oggetti, seviziati, stuprati, talvolta da più persone contemporaneamente. Uno scandalo avvenuto nel paese più cattolico d’Europa, dove la Chiesa ha per lungo tempo sovrastato con la sua influenza ogni aspetto della società civile. Le vittime erano spesso giovani “difficili”, orfani, disabili, abbandonati, che speravano di ricevere dalla Chiesa il conforto che non avevano mai conosciuto e si ritrovavano invece inghiottiti in un feroce cuore di tenebra. La pedofilia e l’abuso sessuale nei confronti dei bambini erano un fatto “endemico”, conclude il documento. La Chiesa cattolica irlandese non ha potuto far altro che ammettere le proprie colpe: il cardinale Sean Brady, si è detto “profondamente dispiaciuto”. Ma il comitato che tutela le vittime delle violenze ha chiesto l’intervento del Papa per punire i colpevoli.” (vedi memoriastorica.wordpress.com/.../pedofilia-endemica-nella-chiesa-irlandese/ -).

Sarà intervenuto il Papa? Interverrà per rispondere alla Comunità delle Piagge, che ha chiesto il suo intervento rispetto al comportamento dell’arcivescovo, il quale, tra l’altro, dice loro che su quel che lui decide “non ci possono essere momenti precedenti, e ancor meno successivi, di confronto assembleare”?

Dice giustamente la Comunità che sia il provvedimento che la risposta di Betori sono lesive della propria dignità. Sono lesive della nostra dignità, in effetti, di popolo che lotta da secoli per guadagnare una democrazia che si realizza grazie ai nostri sforzi, non certo grazie a concessioni dei potenti di turno. Non sono però strane, in una istituzione come il Vaticano, e anzi sono normali, perché il Vaticano è un’istituzione feudale, dove chi detiene il massimo potere non risponde in alcun modo al “suo popolo di fedeli” e dove tutto ciò che il “popolo” deve a chi detiene il massimo potere è l’assoluta obbedienza. Il “popolo”, per il Vaticano, è un gregge di pecore. Il comportamento di Betori ne è una chiara dimostrazione.

In un opuscolo della nostra casa editrice Rapporti Sociali, dal titolo Il futuro del Vaticano, abbiamo scritto:

È sbagliato confondere la Chiesa Cattolica con i seguaci della religione cristiana cattolica. È la Chiesa stessa che ha posto, mantiene e impone una netta distinzione tra i fedeli (che essa stessa chiama “il suo gregge”) e la Chiesa: gli ausiliari laici e le suore, i preti e i frati, i vescovi vincolati tutti ad eseguire gli ordini del Papa (“i pastori”). Il Papa è il sovrano assoluto, alla testa di tutti. I pastori non si pongono il compito di elevare le pecorelle del gregge al livello dei pastori. Al contrario ogni pastore ha il compito di tenere le pecorelle del gregge nella posizione che è loro assegnata dalla dottrina e dai regolamenti della Chiesa. Solo i pastori possiedono e amministrano la verità che “viene loro da Dio”. Quelli del gregge che non obbediscono, il Papa li scomunica (li esclude dai riti) a milioni e a decine di milioni. Pio XII scomunicò decine di milioni di fedeli che non si sottomettevano alle sue concezioni, opinioni e direttive anticomuniste. La Chiesa di Roma scomunica decine di milioni di fedeli perchè divorziano, convivono senza sposarsi, hanno rapporti omosessuali, abortiscono legalmente o collaborano ad aborti legali o in generale non si sottomettono alle sue direttive in campi che per la Chiesa hanno particolare interesse. Le pecorelle del gregge non hanno voce nella scelta dei vescovi e dei preti, dei loro pastori. Devono solo obbedirli. Finora perfino le richieste di essere consultati sono state respinte. È il Papa che sceglie a suo insindacabile giudizio i vescovi e li assegna a questo o a quel compito (nei Concordati il Papa ha dovuto accordare ai governi il potere di approvare le nomine papali). Sono i vescovi che selezionano, formano, consacrano e nominano i preti e li escludono se non obbediscono. La Chiesa Cattolica non è semplicemente in ogni paese una istituzione indipendente dallo Stato e anche dai cittadini del paese. Essa è una istituzione indipendente anche dai fedeli cittadini del paese. Essa proclama di essere al servizio della salvezza eterna della loro anima immortale e in nome di questo pretende comandarli nelle loro attività terrene. I fedeli locali la devono mantenere, subire e obbedire. Essa dirige o influenza lo Stato senza però portare alcuna responsabilità delle conseguenze della sua attività. Quando la Chiesa parla di libertà religiosa, essa intende libertà del Vaticano di formare, selezionare, controllare, nominare, rimuovere, escludere, dirigere i funzionari che comandano alle comunità locali di fedeli, senza interferenza delle comunità locali. Libertà religiosa è per la Chiesa libertà per il Vaticano ed esclusione di ogni libertà per i fedeli in materia di dottrina, di morale, di disciplina e di organizzazione.

Per noi comunisti le masse popolari cattoliche non sono affatto un gregge di pecore. I preti come Don Santoro e i tanti movimenti di base attivi nella promozione della solidarietà e del volontariato, nella difesa della pace, nella lotta contro le ingiustizie e i soprusi dei potenti sono parte del movimento popolare che non solo aspira ma cerca anche di costruire, qui in terra, un mondo migliore contro chi, per difendere i propri privilegi e il proprio potere, sta portando l’umanità alla guerra e la terra alla distruzione.

Voi, Don Santoro, Comunità delle Piagge e la rete di persone e di comunità come la vostra estese in tutta Italia, siete uniti a chi lotta per la pace, per la difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, per la difesa dell’ambiente, contro il razzismo, contro il fascismo, contro l’omofobia, contro le organizzazioni criminali. Per questo Betori e gli altri cardinali della sua risma, più che per il caso del matrimonio celebrato da don Santoro, tentano di spegnere e di tenere sotto controllo la vostra importante esperienza, cercano di riportavi nella schiera di quanti predicano bene e razzolano male, predicano la pace e fomentano la guerra, predicano la giustizia e sono sempre con i potenti e i prepotenti. Per questo le vostre sedi, pochi mesi fa, sono state devastate dai fascisti. Per questo i fascisti di Forza Nuova assediano la chiesa del prete pacifista Don Paolo Farinella di Genova.

Il nostro Partito è stato colpito di recente proprio perché promotore della mobilitazione contro quegli stessi fascisti e razzisti che, con il benestare e l’appoggio di un governo criminale e con la protezione delle forze dell’ordine, devastano le sedi dell’ANPI, i centri sociali e le radio di sinistra, aggrediscono immigrati, omosessuali, studenti e giovani di sinistra, assaltano le sedi delle comunità come le vostre, diffondono una cultura di sopraffazione, morte e guerra. L’11 ottobre, a Pistoia, mentre era in una riunione assieme ad altri organismi antifascisti, il Segretario Federale della Toscana del Partito dei CARC, è stato sequestrato assieme a tutti i partecipanti, tenuto in questura l’intera notte e quindi arrestato assieme ad altre 2 compagni. Oggi è ancora rinchiuso nel carcere di Pistoia con un’accusa inconsistente e falsa. Ci troviamo in una situazione per cui i fascisti e i razzisti che sono vietati dalla legge e dalla Costituzione scorazzano liberamente e compiono vari crimini sotto la protezione (o tolleranza) di governo, partiti, istituzioni locali e magistratura, mentre gli antifascisti vengono repressi e incarcerati.

 

C’è una diffusa propaganda, alimentata dalla destra, secondo cui i comunisti sarebbero, per loro natura, quelli che impediscono ai cattolici (e ai credenti) di organizzarsi e manifestare la propria fede. Questo è falso. La realtà concreta e vera mostra che chi vi impedisce di organizzarvi ed esprimervi, qui e ora, è Betori e gli apparati ecclesiastici che, fino a prova contraria, non lo contrastano e quindi lo sostengono. Noi vogliamo fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Siamo certi che quell’Italia sarà, per cattolici come voi, un paese dove avrete la più grande libertà di praticare quello che l’arcivescovo di Firenze vi impedisce, e sarete anzi invitati a farlo, e premiati perché lo fate. Sarà un Italia senza Vaticano, ma dove i cattolici saranno più liberi, liberi di credere ciò che credono e di metterlo in pratica.

Noi siamo per costruire un mondo nuovo. Un mondo senza sopraffazione, miseria morale e materiale e guerra. Un mondo che saprà raccogliere quello che nella vostra fede si chiama “speranza” e farla diventare certezza del domani migliore, saprà raccogliere quello che chiamate “carità” e farla diventare solidarietà come principio della convivenza sociale e delle relazioni tra i popoli e le nazioni. Questo è il futuro che noi comunisti siamo impegnati a costruire! Esso dipenderà anche da quanto il meglio di forze come le vostre capirà che il Vaticano (e la gerarchia ecclesiastica) è una struttura che con la fede ha poco a che fare (e ancora meno con la speranza e la carità).

 

Oggi, di fronte alla crisi economica, sociale e morale che si abbatte sulle masse popolari a partire dai ceti più deboli, forze come la vostra, che sono influenti e vaste, che sono riconosciute per i loro meriti in difesa degli ultimi, sperimenteranno che da chi detiene il potere non può venire alcuna risposta positiva ai problemi che le masse hanno. Nessuna risposta positiva potrà venire dal governo Berlusconi, o da un altro governo delle forze politiche oggi presenti in Parlamento, o dal Vaticano, che su ogni governo esercita una influenza decisiva e occulta. Non è più tempo di chiedere soluzioni a chi né vuole né può darne, a chi è stato ed è l’artefice dell’attuale marasma. E’ tempo di unirsi per mandare via un governo illegale e illegittimo, che scatena contro gli immigrati l’infamia del pacchetto sicurezza, dei respingimenti e dei CIE, che protegge e dà mano libera alle squadre di fascisti e razzisti, che calpesta la Costituzione, che elimina le libertà politiche e democratiche conquistate con la Resistenza, che manda i soldati italiani ad uccidere, torturare e terrorizzare in Afghanistan, in Iraq, in Libano e a fare da bersaglio della resistenza delle popolazioni di quei paesi contro gli occupanti. Unite la vostra voce a quella di chi, come Don Paolo Farinella a Genova, ha ripudiato questo governo razzista e illegale e promuovete l’obiezione di coscienza e la disobbedienza generale alle sue leggi e ai suoi ordini criminali. Levate la vostra voce contro il Vaticano che è complice di questo governo e della sua condotta criminale: perché chi pur avendo i mezzi e il seguito necessario per impedire da subito la guerra e la politica razzista e di arbitrio del governo Berlusconi non lo fa, perché chi ha chiamato all’obiezione di coscienza contro le leggi che tutelano l’interruzione di gravidanza e l’uso della pillola abortiva, ma non fa lo stesso contro l’invio di truppe di aggressione, contro il pacchetto sicurezza e le misure che negano la possibilità di una vita dignitosa alle masse italiane ha le mani sporche del sangue dei civili afgani uccisi, degli immigrati morti in mare, dei lavoratori che si suicidano perché senza lavoro non vedono più un futuro!

Mettete in campo il vostro meglio, il vostro attivismo, contro chi vi vuole passivi e divisi. Difendete la vostra unità, contro le decisioni di chi vorrebbe dividervi al vostro interno, e mandare Don Santoro a “riflettere” da un’altra parte. Unitevi alle altre forze che condividono i vostri obiettivi, alle forze sindacali, alle forze politiche e sociali. Unitevi a loro per costruire il nuovo governo del Paese. L’entrata della crisi generale nella fase acuta e terminale fa emergere sempre più nessuno gruppo o partito borghese (di destra o di sinistra) ha uno straccio di proposta concreta e praticabile per far fronte alla fase acuta della crisi garantendo alle masse popolari condizioni dignitose di vita e di lavoro. Per questo è urgente costruire un Governo di Blocco Popolare, un governo d’emergenza formato dalle organizzazioni operaie e dalle organizzazioni popolari veramente democratiche (partiti e organizzazioni politiche, sindacati, associazioni sociali e culturali, sinceri democratici). Un governo che ha il compito di far fronte agli effetti più gravi della crisi e così sbarrare la strada alla mobilitazione reazionaria. Un governo che dovrà prenderà provvedimenti più ovvi e più urgenti per far fronte alla situazione d’emergenza creata dal precipitare della crisi.

Questa è la strada dove confluiscono le forze migliori della società e dove ci ritroveremo a fianco, così come oggi ci troviamo al vostro fianco contro chi vuole spegnere la vostra esperienza.

Per questo il Partito dei CARC auspica che sia possibile incontrarsi per costruire momenti di conoscenza reciproca e iniziative comuni, a partire dalla solidarietà reciproca di fronte alla repressione che, anche se in modi diversi, colpisce quanti non solo stanno dalla parte degli oppressi, degli sfruttati e degli emarginati, ma operano per mettere fine all’oppressione, allo sfruttamento e all’emarginazione, organizzano la mobilitazione degli sfruttati, degli oppressi e degli emarginati per fare dell’Italia un paese libero, solidale e civile dove ci sia finalmente un posto e una vita dignitosa per ogni uomo, donna, giovane e anziano delle masse popolari.

 

Nuova task force USA per intervenire in America latina

di Antonio Mazzeo

 

Negli stessi giorni in cui è stata ufficializzata l’assegnazione del premio Nobel per la pace al presidente Barack Obama, l Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha annunciato la costituzione di una nuova e potentissima task force aeronavale destinata a presidiare i mari del contiente latinoamericano. Si tratta del Carrier Strike Group CSG 1 e il suo comando operativo sarà attivato a San Diego (California). Come dichiarato dal Comando della III Flotta dell’US Navy che ne coordinerà gli interventi, “il CSG 1 sosterrà la strategia marittima nazionale, aiuterà nella promozione delle partnership regionali, farà da detterente alle crisi, proietterà la potenza militare USA, promuoverà la sicurezza navale e fornirà assistenza in caso di disastri naturali all’interno di una vastissima area di operazioni dell’Oceano Pacifico”. La prima missione della forza aeronavale prenderà il via nella primavera del 2010 e si realizzerà “nelle acque del Sud America”. Imponente la potenza di fuoco del nuovo strumento di intervento militare statunitense.

Al Carrier Strike Group saranno assegnati una portaerei a propulsione nucleare, cinque fregate e due incrociatori lanciamissili, un centinaio tra cacciaintercettori, aerei a decollo verticale ed elicotteri, più alcune navi appoggio e di trasporto gasolio e munizioni. La nave ammiraglia sarà la USS Carl Vinson (CVN 70), portaerei della classe “Nimitz”, 103.000 tonnellate di stazza e una lunghezza di 332 metri, dotata di due reattori atomici della potenza di 194 Mw. Armata con sistemi missilistici Mk 57 “Sea Sparrow”, nel 2005 la Carl Vinson ha operato per sei mesi nel Golfo Persico appoggiando le operazioni di guerra in Iraq. Successivamente la portaerei è stata sottoposta a complessi lavori di manutenzione presso i cantieri navali di Newport (Virginia), di proprietà della Northrop Grumman, il gigante del complesso militare industriale USA che ha prodotto i velivoli senza pilota Global Hawk che stanno per giungere nella base siciliana di Sigonella. I lavori alla Carl Vinson, completati qualche mese, hanno permesso la “modernizzazione dei sistemi di combattimento e delle capacità operative dei velivoli trasportati” e il “rifornimento degli impianti di propulsione nucleare necessario a prolungarne il funzionamento per altri 25 anni”. 

Il gruppo aereo che sarà trasferito a bordo della porterei sarà il Carrier Air Wing Seventeen (CVW-17), con base a Oceana (Virginia), sino al giugno 2008 operativo dalla portaerei USS George Washington. Il CVW è composto da cinque squadroni dotati di caccia F/A-18E “Super Hornet” ed elicotteri per la guerra aeronavale ed elettronica, l’intercettazione e la distruzione di unità di superficie, sottomarini, aerei e sistemi missilistici nemici. Le capacità belliche del gruppo di volo sono state ripetutamente utilizzate dal Pentagono in occasione della prima e della seconda Guerra del Golfo e, più recentemente, nel novembre 2007, durante la sciagurata controffensiva alleata a Fallujah (Iraq), quando furono eseguite sino a quaranta missioni di bombardamento al giorno. Della nuova task force aeronavale faranno pure parte il Destroyer Squadron - DESRON 1, costituito da cinque fregate della classe “Oliver Hazard Perry” (tutte dotate di cannoni Oto Melara 76mm/62 e Phalanx CIWS, lanciatori per missili “SM-1MR” ed “Harpoon” ed elicotteri “SH-60 Seahawk Lamps III”) e dagli incrociatori USS Bunker Hill e Lake Champlian della classe “Ticonderoga”, equipaggiati con sistemi missilistici a lancio verticale “Mk. 41 VLS”, missili RGM-84 “Harpoon” e “BGM-109 Tomahawk”, quest’ultimi a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Il Bunker Hill ha partecipato nel gennaio 2007 alle operazioni di bombardamento USA in Somalia in contemporanea all’ invasione del paese da parte delle forze armate etiopi. 

La proiezione della forza aeronavale nell’intero continente esalterà ulteriormente il ruolo assunto dall’US Southern Command - SOUTHCOM (il Comando Sud delle forze armate USA con sede in Florida), nella pianificazione della strategia politica e militare degli Stati Uniti verso l’America latina. Il Comando, in particolare, ha pubblicato nel 2007 un documento dal significativo titolo “US Southern Command - Strategy 2016 Partnership for the America”, in cui si delineano le ragioni e gli obiettivi della presenza militare statunitense nell’area per il prossimo decennio. Come evidenziato da Gabriel Tokatlian, docente di Relazioni Internazionali dell’Università San Andrés di Buenos Aires, si tratta del “piano strategico più ambizioso per la regione che sia mai stato concepito da diversi anni a questa parte da un’agenzia ufficiale statunitense”. Nelle pagine del report, SOUTHCOM si erge ad organizzazione leader, tra quelle esistenti negli Stati Uniti d’America, per assicurare “la sicurezza, la stabilità e la prosperità di tutta l’America”. Ampio il ventaglio degli obiettivi strategici da conseguire entro il 2016: tra essi, una “migliore definizione del ruolo del Dipartimento della Difesa nei processi di sviluppo politico e socioeconomico del continente”; la “negoziazione di accordi di sicurezza in tutto l’emisfero”; l’ attribuzione a nuovi paesi della regione dello status di alleato extra- NATO” (oggi lo è la sola Argentina); la “creazione e l’appoggio di coalizioni per eseguire operazioni di pace a livello regionale e mondiale”; l’identificazione di “nazioni alternative disponibili ad accettare immigrati” e “stabilire relazioni per affrontare il problema delle migrazioni di massa”. 

L’US Southern Command punta inoltre a sviluppare programmi continentali di “addestramento nel campo della sicurezza interna”; sostenere l’iniziativa di un “battaglione congiunto delle forze armate centroamericane per realizzare operazioni di stabilizzazione”; incrementare il numero delle cosiddette “località di sicurezza cooperativa” (si tratta di basi di rapido dispiegamento come quelle recentemente concesse alle forze armate USA dal governo colombiano di Uribe). In vista della riaffermazione egemonica delle forze armate USA in quello che da sempre viene considerato il “cortile di casa”, l’1 luglio 2008 è tornata ad essere operativa la IV Flotta dell’US Navy, disattivata dal Pentagono nel 1950. l quartier generale della IV Flotta è stato emblematicamente stabilito presso la stazione navale di Mayport, Florida, sede dell’US Southern Command, e il comando diretto della flotta è stato attribuito al comandante in capo dell’US Naval Forces Southern Command (NAVSO), la componente navale di SOUTHCOM. “La IV Flotta opera di concerto con le componenti navali, sottomarine ed aree, le forze di coalizione e le Joint Task Forces di SOUTHCOM in una vastissima aerea geografica comprendente i Caraibi, il Centroamerica e il Sud America”, spiega Washington. “Con lo scopo di rafforzare l’amicizia e la partnership con i paesi della regione, la IV Flotta supporta direttamente la Strategia Marittima USA, conducendo principalmente le missioni di appoggio alle operazioni di peacekeeping, l’assistenza medica ed umanitaria, il pronto intervento in caso di disastri, la realizzazione di esercitazioni marittime d’interdizione e di addestramento militare bilaterale e multinazionale, l’azione anti-droga, la lotta al terrorismo internazionale e al traffico di persone”. A conferma dell’obiettivo di “militarizzare” ogni aspetto civile, sociale e di “cooperazione”, si puntualizza che per la pianificazione e l’esecuzione delle proprie missioni, la IV Flotta opererà “accanto alle organizzazioni non governative, alle agenzie che rappresentano le nazioni partner e alle organizzazioni internazionali”. 

La riproposizione della politica delle cannoniere in Sud America e nei Caraibi risponde alla necessità di rafforzare il presidio delle rotte commerciali regionali, fondamentali per l’economia statunitense, e di protezione dell’accesso e del controllo delle grandi corporation sulle incomparabili risorse energetiche, minerarie ed idriche del continente. Il Pentagono non nasconde inoltre che le task force navali siano state costituite come forma di pressione politico-militare contro i governi più o meno progressisti che guidano ormai buona parte dei paesi del continente americano. La IV Flotta è risorta nel momento in cui si sono consolidate istanze di coordinamento politico, sociale ed economico regionale come Unasur, il Mercosur e l’Alba, ed è stato costituito il Consiglio di Difesa sud-americano, un organo di cooperazione tra le Forze Armate del continente che, tra ambiguità di fondo e latenti divisioni interne, ha tuttavia escluso la presenza statunitense. Come successo in Africa con la costituzione del nuovo comando delle forze armate USA che sovrintende a tutte le operazioni nel continente (AFRICOM), i processi di militarizzazione dell’America latina sono stati accelerati per rispondere alla penetrazione economica e finanziaria della Cina. L’intercambio bilaterale del gigante asiatico con il continente ha raggiunto nel 2007 la ragguardevole cifra di 100 miliardi di dollari. Dall’aprile del 2009 la Cina è divenuta la principale partner commerciale del Brasile, il paese sudamericano con il tasso di crescita più rilevante, scavalcando nettamente gli USA. La Cina si sta affermando inoltre come il principale mercato di esportazione del Cile, il secondo di Argentina, Perù, Costa Rica e Cuba, il terzo di Venezuela e Uruguay. 

I settori d’intervento sono molteplici: innanzitutto quello petrolifero (Pechino ha assicurato un prestito per 10 miliardi di dollari all’impresa petrolifera brasiliana Petrobras ed ha investito diverse centinaia di milioni di dollari nei giacimenti di Caracoles e dell’Orinoco in Venezuela e di Talara in Perù); il minerario (zinco in Perù, ferro in Brasile, rame in Cile); l’industria agroalimentare (Argentina), meccanica ed elettronica (ancora Brasile, Perù, Uruguay e Cuba). Durante il primo anno di vita della Zona Franca di Nueva Palmira, sul Rio Uruguay, dove sono convogliate alcune produzioni agricole e forestali di Argentina, Brasile meridionale e Paraguay, la Cina compare come maggiore paese di destinazione finale delle merci (oltre 560.000 tonnellate, il 31% del totale, in buona parte soia e cellulosa). Tra i prodotti di alta tecnologia esportati al continente latinoamericano, ci sono pure i sistemi di tele-sorveglianza dei centri urbani. Il governo frenteamplista uruguaiano ha affidato alla ZTE Corporation di Pechino una commessa di 12 milioni di dollari per la fornitura di telecamere a circuito chiuso da installare in porti, aeroporti, piazze e strade del paese sudamericano. Tra coloro che manifestano maggiore preoccupazione per l’avanzata economico-finanziaria cinese in America latina ci sono i manager dell’industria bellica statunitense. 

Sulla nota rivista del settore Air & Space Power Journal, nel novembre del 2006 è apparso un lungo articolo dedicato alla presenza del colosso asiatico in America Latina, la cui pericolosa conseguenza sarà “la trasformazione dei porti del Pacifico” e il “cambiamento nella struttura economica con la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero”. Ergo, gli estensori ribadivano il “diritto e il dovere” degli Stati Uniti di “vigilare sulle modalità con cui questo intervento si ripercuote nella salute pubblica, sociale ed economica dell’emisfero occidentale”. Roger Noriega, ex segretario di Stato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, ha dichiarato di fronte al Congresso che “gli Stati Uniti continueranno ad osservare da vicino la strategia cinese di avvicinamento all’America latina, in modo da assicurare che essa sia compatibile con il progresso registrato nella regione nell’affermazione della democrazia rappresentativa. Un progresso duramente guadagnato…”. Ulteriore elemento di preoccupazione per Washington, gli accordi di cooperazione nel settore militare sottoscritti dalla Cina con paesi della regione, in particolare quello che ha visto l’invio di personale militare venezuelano in Asia per la formazione nella gestione dei satelliti di telecomunicazione. Motivo di allarme tra gli strateghi statunitensi anche la crescente presenza di società della Cina nei porti di Balboa e Cristobal, nel Canale di Panama. 

“Queste compagnie sono controllate da cinesi comunisti che hanno ottenuto un bastione nel Canale senza sparare un solo colpo, cosa che invece è costata lunghi sforzi al nostro paese”, ha dichiarato qualche tempo fa il portavoce del Comando SOUTHCOM. Attraverso il Canale di Panama transita attualmente il 5% del commercio globale e più dei due terzi delle imbarcazioni sono dirette a porti degli Stati Uniti. Un’importanza economica destinata a crescere ulteriormente adesso che hanno preso il via i lavori di ampliamento del sistema di chiuse per consentire il transito a navi fino a 366 metri di lunghezza e 50 di larghezza, capaci di trasportare fino a dodicimila container, o alle petroliere in grado di stivare sino ad un milione di barili di greggio. I lavori nel Canale di Panama saranno completati entro il 2014 e costeranno più di 5,25 miliardi di dollari. Ad aggiudicarsi una porta sostanziale delle commesse un consorzio guidato dall’italiana Impregilo. Proprio nel Canale di Panama, meno di un mese fa si è tenuta una mega-esercitazione aeronavale (PANAMAX 2009) promossa dall’US Southern Command. “Un’ esercitazione insostituibile per continuare ad assicurare la difesa di questo corridoio strategico e prevenire un ampio spettro di possibili minacce, inclusi gli atti terroristici”, ha dichiarato il colonnello Michael Feil, comandante di US Army South e direttore delle operazioni aereonavali nel Canale. “Le organizzazioni terroristiche transnazionali hanno come obiettivo quello di influenzare i paesi e convincerli ad opporsi alla partnership con gli Stati Uniti d’America. Attaccando il Canale di Panama essi colpiranno i beni che vi transitano e incoraggeranno i paesi ad ascoltarli”. 

“PANAMAX tiene insieme i paesi che sono d’accordo a sostenere lo sforzo per la sicurezza del Canale”, ha concluso il colonnello Feil. “I paesi partecipanti ne riconoscono il ruolo e l’importanza nel mantenere gli standard di vita e l’economia dei popoli della regione”. All’importante esercitazione hanno partecipato 4.500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di Stati Uniti e venti nazioni straniere (Argentina, Belize, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Olanda, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana ed Uruguay). PANAMAX è stata l’occasione perché la IV Flotta USA potenziasse sul campo capacità e funzioni, sperimentando tecniche d’intervento contro la pirateria navale e l’uso di velivoli senza pilota UAV. A conclusione di PANAMAX 2009, la IV Flotta ha ottenuto la pre-certificazione di Maritime Operations Center MOC), il “congiunto di flessibilità e prontezza operativa”, necessari secondo la US Navy, per il “controllo delle missioni navali a livello bellico, d’intelligence, logistico e del settore delle telecomunicazioni”. “La IV Flotta – spiega SOUTHCOM - può condurre da oggi l’intero spettro delle operazioni di sicurezza marittima in appoggio agli obiettivi USA di cooperazione che promuovono la costruzione di alleanze e impediscono i tentativi di aggressione”.

fonte: http://www.coordinamentobolivariano.org

 

Cordoglio ai lavoratori e soldati in difesa del territorio nazionale

Auguri di buon lavoro. intanto ci teniamo a dirti che i doverosi attestati di dolore e vicinanza alle famiglie dei soldati caduti in afghanistan dovrebbero ripetersi ogni qualvolta che altri caduti, ben più numerosi, in lavori che sulla carta dovrebbero essere meno pericolosi di quelli svolti da una truppa occupante, si aggiungono alle morti ed alle mutilazioni sui luoghi di lavoro. un soldato, oggi non più obbligato per leva ma spinto generalmente da motivi economici, mette in conto di poter morire mentre un padre di famiglia in un cantiere, un malato in lista di attesa, un disgraziato affogato da una carretta del mare muore vittima di un capitalismo selvaggio che promuove il darwinismo sociale, senza funerali di stato e bandiere a mezz'asta; ci aspettiamo che anche per costoro vengano proposti sobri atteggiamenti ed esternazioni di solidale vicinanza. noi non siamo tra quelli che gridano "1 100 1000 Nassirya" per il rispetto che meriterebbero i soldati se si attenessero all'art. 11 della costituzione e limitassero il loro intervento alla difesa dei confini nazionali in caso di attacco nemico e perchè siamo consapevoli che sono principalmente i politici e gli alti comandi i responsabili di queste guerre fatte per procura e volte a proteggere gli interessi imperiali degli stati uniti e dei grandi gruppi multinazionali, soprattutto quelli legati allo sfruttamento delle fonti energetiche ed all'industria bellica. non siamo tra quelli anche perchè comprendiamo come in condizioni particolari di stress e terrore si possano attuare rappresaglie inconsulte, come quelle praticate sparando a donne e bambini sui ponti di Nassirya o sui civili che si trovavano nei paraggi del luogo dell'attacco a Kabul, ma non giustifichiamo le balle raccontate sugli italiani brava genti in missione di pace o sui talebani che per mitragliare i nostri supersititi avrebbero colpito i civili, quei civili sono vittime, come migliaia di altri "danni collaterali", della vendetta isterica dei nostri bravi ragazzi intenti a reagire sparando nel mucchio. perchè non proponi bandiere a mezz'asta anche per quei civili innocenti o le loro vite non contano per gli esponenti del pd, fermi nel voler mantenere le truppe di occupazione in afghanistan, a differenza di bossi e di pietro, da cani fedeli alla corte di obama quali sono; le loro vite non valgono quelle di mercenari prezzolati per servire gli interessi di potenze straniere prima che dell'italia? I nostri soldati devono tornare a servire il paese nel rispetto della costituzione e porre fine a questa vergognosa occupazione prima di subire anche l'onta di essere battuti sul campo e scacciati dalla legittima resistenza nazionalitaria afghana; il tuo partito continuando con questa linea guerrafondaia si rende responsabile delle inutili morti dei militari e delle tante mostruose rappresaglie a cui si stanno abbandonato le truppe isaf, prossime alla capitolazione

Cui prodest?

L’attentato suicida che in Afghanistan ha provocato una strage, uccidendo anche sei militari italiani, è un’azione riconducibile ad una logica politica ben precisa, che mina e pregiudica il senso e le ragioni della spedizione militare, esaltata demagogicamente come una “missione di pace”, ma mette in discussione e in ridicolo pure la retorica militarista che in questi giorni ha raggiunto limiti allucinanti e parossistici.

Pertanto, conviene ragionare criticamente sulle cause e sugli effetti delle cose. Per comprendere tali fenomeni non servono indagini di ordine dietrologico o complottistico, ma occorre una valutazione lucida, serena ed obiettiva dei fatti e delle conseguenze, senza farsi influenzare dall’emotività. Occorre chiedersi: cui prodest, a chi giova ciò?

Uno degli effetti più evidenti è stato quello di stravolgere l’agenda politica nazionale, rilanciando ancora una volta il tema della sicurezza e della “guerra al terrorismo”, ridando fiato alla strategia ormai indebolita e screditata della “guerra preventiva” imposta negli anni scorsi dall’amministrazione Bush. Una strategia caduta in una grave crisi di consensi e che spera in un recupero di immagine e di risorse finanziarie. Il rischio che si corre è che la priorità più urgente della politica torni ad essere la cosiddetta “emergenza terrorismo”, a cui è doveroso subordinare tutte le altre questioni.

Tutto il resto non conta. Conta solo la questione della sicurezza, cioè la sicurezza dell’occidente, rispetto alle insidie provenienti dal terrorismo. Questa “emergenza” viene anteposta ad ogni altro problema nazionale e internazionale, alla crisi economica, alla tragedia della povertà estrema e del debito economico che affligge i popoli dell’Africa, ai pericoli derivanti dai mutamenti climatici. Tutto ciò passa in secondo piano. La circostanza che scaturisce dalla “minaccia terroristica” è la drastica riduzione delle libertà individuali, sacrificate sull’altare della “sicurezza”. Rinunciare alla libertà per ottenere in cambio maggiore sicurezza: questo sembra essere il dogma sposato in diversi settori politici in modo trasversale agli attuali schieramenti parlamentari.

Un altro effetto è ravvisabile nell’isolamento del movimento pacifista, già indebolito e disorientato da tempo, al fine di incrinare e svuotare di senso le lotte e le istanze anticapitaliste sorte negli ultimi anni. Uno degli effetti sembra essere proprio quello di intimidire ed emarginare il “movimento dei movimenti” che contesta la globalizzazione neoliberista e gli contrappone un modello antitetico di organizzazione politica a partire dal basso, ossia dai bisogni della gente, attraverso forme di democrazia diretta e partecipativa, rifiutando la logica autoritaria e verticista del summit, per optare a favore di una costruzione orizzontale, aperta e reticolare, della pratica politica.

E’ evidente che quando atti terroristici colpiscono New York, Londra, Madrid o, come in questo caso, i militari italiani, anziché Kabul, Baghdad o il popolo palestinese, la comunità occidentale reagisce in modo irrazionale e viscerale in preda agli effetti scioccanti della paura. Pertanto, chi decide di propagare sentimenti di panico ed umori isterici, fa esattamente il gioco dei terroristi. In buona sostanza, il terrorismo giova a chi prende a pretesto il sentimento di angoscia, inquietudine ed insicurezza diffuso tra la popolazione per invocare svolte politiche in senso antidemocratico e liberticida.

Se non si esce da questa pericolosa spirale autoritaria e guerrafondaia, difficilmente si potrà sperare in un avvenire di pace autentica e duratura, che è una condizione incompatibile con l’ingiustizia, in quanto il superamento delle controversie e delle tensioni internazionali esige l’eliminazione delle loro cause storiche, tra cui emergono le condizioni di povertà estrema che opprimono le popolazioni dell’Africa e del Sud del mondo. Ingiustizie orribili e indicibili che segnano il destino di miliardi di esseri umani.

Ahmad Sa’adat è stato trasferito nel carcere di Ramon

Scritto da Campagna per la Libertà di Ahmad Sa'adat   
Venerdì 21 Agosto 2009 09:06
 
Il leader nazionale palestinese imprigionato, Ahmad Sa’adat, Segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, l’11 agosto è stato trasferito dalla prigione di Asqelon, dove era stato tenuto per un certo numero di mesi, nella prigione di Ramon nel deserto del Negeb. Egli resta in regime di isolamento; nel periodo precedente il suo trasferimento da Asqelon, era stato tenuto dal 1° agosto in una minuscola cella di isolamento delle dimensioni di m.1,40 per m.2,40, dopo essere stato punito per aver comunicato con altri detenuti nell’unità di isolamento.
 
L’avvocato Buthaina Duqmaq, presidente dell’Associazione per i diritti dei prigionieri e delle persone in stato di arresto, ha riferito che questo trasferimento è un’ulteriore prosecuzione della politica di repressione e di isolamento orchestrata contro Sa’adat dall’amministrazione penitenziaria israeliana, finalizzata a compromettere la sua fermezza e a indebolire la sua salute e la sua leadership nel movimento dei prigionieri. Sa’adat è stato ripetutamente trasferito da un carcere all’altro e assoggettato a sanzioni, condizioni difficili, isolamento e regime di carcerazione solitaria e diniego di cure mediche. Altri rapporti hanno segnalato che gli sono state negate le visite dell’avvocato al momento del suo trasferimento a Ramon.
 
A giugno Sa’adat si era impegnato in uno sciopero della fame di 9 giorni per protestare contro il crescente uso dell’isolamento verso i detenuti palestinesi e contro la negazione dei diritti dei prigionieri, conquistati con una lunga e dura lotta. L’unità di isolamento del carcere di Ramon è segnalata per essere una delle peggiori del sistema carcerario israeliano in termini di condizioni e ripetute violazioni dei diritti dei detenuti.
 
Sa’adat sta scontando una condanna a 30 anni di reclusione nelle prigioni militari israeliane. E’ stato condannato il 25 dicembre 2008, dopo un lungo ed illegittimo processo militare fondato su accuse politiche, processo che egli ha boicottato. Fu sequestrato a forza durante un assedio militare ad una prigione dell’Autorità Palestinese a Gerico, dove era stato detenuto dal 2002 sotto il controllo degli stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Autorità Palestinese.
 
Sa’adat è affetto da vecchie ferite che necessitano di assistenza e trattamenti sanitari. In luogo delle cure mediche di cui ha bisogno, i funzionari del carcere israeliano gli stanno impedendo di accedere ai trattamenti specialistici e si stanno impegnando nella negazione degli interventi medici e nei maltrattamenti.
 
La Campagna per la Libertà di Ahmad Sa’adat chiede la fine di questo isolamento e fa appello a tutti a protestare presso le ambasciate e i consolati israeliani locali e a scrivere al Comitato Internazionale della Croce Rossa e alle altre organizzazioni per i diritti umani, affinché esercitino le loro responsabilità e agiscano rapidamente per pretendere che Israele assicuri che Ahmad Sa’adat e tutti i prigionieri palestinesi ricevano le cure mediche necessarie e che questo isolamento punitivo finisca. Mandate messaggi al Comitato Internazionale della Croce Rossa, la cui missione umanitaria ricomprende il controllo delle condizioni dei detenuti, all’indirizzo  jerusalem.jer@icrc.org, e dategli informazioni sulla situazione urgente di Ahmad Sa’adat!
 
Ahmad Sa’adat è stato trasferito ripetutamente nel tentativo di punirlo per la sua determinazione e la sua leadership e per indebolire proprio la sua leadership nel movimento dei prigionieri. Naturalmente queste tattiche non hanno avuto alcun risultato. I prigionieri palestinesi sono quotidianamente sulle linee del fronte, ad affrontare l’oppressione e i crimini israeliani. Oggi è urgente che noi stiamo con Ahmad Sa’adat e c                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              on tutti i prigionieri palestinesi contro questi abusi e per la libertà di tutti i prigionieri e di tutta la Palestina!
 
 Campagna per la Libertà di Ahmad Sa’adat

Iran: alla faccia dei "sinistri" e delle loro "analisi" filo- americane...

Hillary Clinton ammette che gli Stati Uniti hanno manipolato la "rivoluzione verde" in Iran

Gli articoli di James Petras e Thierry Meyssan pubblicati dalla Rete Voltaire, che denunciavano che la "rivoluzione verde" in Iran fosse una manipolazione degli Stati Uniti per destabilizzare il paese hanno fatto il giro del mondo ed hanno sollevato molte polemiche. Molti media si sono indignati definendo la loro analisi "anti-americanismo", e che non sapevano apprezzare la grandiosa rivolta degli iraniani che lottano per la libertà. Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato ha negato di sapere di alcuna interferenza di sorta (foto: Teheran, dimostranti sventolano cartelli in inglese...). Su questa base, l’opposizione repubblicana ha fortemente criticato la passività dell’amministrazione Obama.

Ma in un’intervista della CNN con Farred Zacharia, il 9 agosto 2009, la Segretaria di Stato USA, Hillary Clinton, ha confermato ciò che i suoi servizi in precedenza avevano negato: gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo molto importante nella pseudo "rivoluzione verde" in Iran e ha inviato falsi messaggi sul Twitter iraniano.

Ecco la trascrizione:

— Fareed Zakaria:A proposito dell’Iran, come lei sa, molte persone dicono che il Presidente e lei siete stati troppo lenti nel condannare ciò che sembravano essere state delle elezioni fraudolente e troppo lenti a offrire sostegno alle persone del popolo, perché si voleva preservare la possibilità di negoziare con l’Iran. Potete davvero negoziare con l’Iran in questa situazione? Capisco che, in generale, dobbiamo negoziare con tutti i tipi di regimi. Ma, in pratica, adesso, con Ahmadinejad nominato presidente in una atmosfera assai conflittuale, non lo legittimerete negoziando con lui? — Hillary Clinton: Permettetemi di rispondere alla prima parte della sua domanda sulla nostra reazione. Vi è stato un altro aspetto molto importante. Non ci volevamo trovare tra le proteste e le manifestazioni legittime del popolo iraniano e il potere. E sapevamo che se si interveniva troppo presto, e troppo decisamente, l’attenzione avrebbe potuto oscillare e il potere avrebbe cercato di utilizzarci per unificare il paese contro i manifestanti. E’ stata una decisione difficile, ma credo che, in retrospettiva, ne siamo usciti bene. Tuttavia, dietro le quinte, abbiamo fatto molto. Come sapete, i giovani ... uno dei nostri giovani del Dipartimento di Stato ha scritto a Twitter "Continuate", nonostante il fatto che avevano previsto una sosta tecnica. Così abbiamo fatto molto per rafforzare i manifestanti senza esporci. E continuiamo a parlare e a sostenere l’opposizione.

 

SEM TERRA

Ancora una vittima della prepotenza latifondista fra i contadini “Sem Terra”.

E’ costata la vita ad un militante del movimento che si batte per la redistribuzione delle terre in Brasile, l’occupazione della Fazenda Southall in Sao Gabriel, nello stato Rio Grande do Sul. Venerdì 21 agosto, durante le violente operazioni di sgombero della tenuta da parte di una brigada militar, Elton Brum, 44enne e padre di due figli nonché originario di Cangucu è stato ucciso con un colpo alla schiena. Le informazioni che raccontano l’azione di forza da parte dell’esercito federale parlano di un assassinio avvenuto quando la situazione sul posto sembrava ormai sotto controllo e la resistenza dei lavoratori era debole. Inoltre il movimento denuncia “decine di feriti, tra cui donne e bambini con lesioni da schegge, spade e morsi di cani, come conseguenza di un’operazione militare truculenta”.

L'occupazione della Fazenda era il 12 agosto durante le “Giornate di lotta per la riforma agraria” rivendicando la concessione di risorse per la sanità, l'educazione, le infrastrutture negli insediamenti della regione e la riappropriazione della parte della Fazenda Southall non ancora in mano ai trabalhadores (una parte fu conquistata nel 2008). Tra le richieste c'era anche la liberazione immediata, da parte della Giustizia, delle fazende Antoniazzi e 33 a São Gabriel, per l'insediamento delle famiglie accampate nello stato.

L’attacco alla governatrice del Rio Grande do Sul Yeda Crusius, che nella gerarchia federativa del Brasile risulta essere comandante dell’esercito, è frontale. “La Crusius – scrivono i Sem Terra – è responsabile di una politica di criminalizzazione dei movimenti sociali e della violenza contro i lavoratori urbani e rurali. Lo dimostrano l’uso di armi da fuoco nei confronti dell’opposizione popolare, mezzo necessario per la difesa di un governo antidemocratico”. La denuncia politica si estende anche al colonnello del plotone militare Lauro Binsfield, reo di precedenti operazioni di forza come quella dell’8 marzo 2008 perpetrata ai danni delle mulheres di Via Campesina, ed alla magistratura che ha negato l’espropriazione della fazenda in cui è caduto Elton Brum, perché “il potere giudiziario deve servire la “Constituçao federal” e non gli interessi oligarchici locali”. Inoltre il movimento denuncia il comportamento del procuratore di Stato di San Grabriel che ha negato la liberazione di risorse già da tempo disponibili per la costruzione di una scuola ad uso di 350 famiglie oltre ad elogiare le forze militari definendo la loro azione professionale. Dopo le interpellanze alla “Comissão de Direitos Humanos do Senado”, alla “Secretaria Especial de Direitos Humanos”, alla “Ouvidoria Agrária” e all’ “Organização dos Estados Americanos” circa la gestione autoritaria del potere da parte della governatrice Yeda Crusius, il Mst rilancia la battaglia per l’insediamento di tutte le famiglie accampate nel Rio Grande del Sud ed il raggiungimento di condizioni infrastrutturali necessarie per l’avviamento degli insediamento di São Gabriel. La settimana scorsa, sempre a São Gabriel, 250 militanti del MST che avevano occupato la Prefettura della città sono stati violentemente sgomberati e torturati dalla Brigata Militare. Membri del Movimento accusano la Brigata Militare di avere spinto l'ospedale locale a non curare adeguatamente i 50 senza terra che sono stati feriti

Solidarietà e indignazione sono state espresse dal “Centro de Estudos, Pesquisa e Direitos Humanos” e dal “Partido dos Trabalhadores do Rio Grand

FARSA ELETTORALE

Il voto in Afghanistan mentre la Resistenza avanza

Così come la Resistenza afghana ha dimostrato in questi giorni la propria forza militare, colpendo i centri nevralgici dell’occupazione fin nel cuore di Kabul, siamo altrettanto certi che l’esito delle elezioni presidenziali dimostrerà la grande debolezza degli occupanti e dei loro lacchè.

Oggi in Afghanistan si vota, ma tutti sanno già che si tratta di una farsa. Non sappiamo quali sforzi vorranno compiere i mass media occidentali, sempre pronti allo scopo, per trasformare davanti al grande pubblico la farsa in “esercizio democratico”, consentito dalla generosa presenza delle truppe della Nato. Si impegnarono molto già nel 2004, in occasione delle elezioni che confermarono alla presidenza Hamid Karzai, cioè l’uomo insediato al potere dagli americani subito dopo l’occupazione del paese avvenuta nell’autunno 2001. Ma, ormai, la propaganda sulla “democrazia” è una favola alla quale non crede più nessuno.

Saranno elezioni farsa non solo perché si svolgeranno in un paese in guerra, sotto occupazione straniera, ma anche per i giganteschi brogli annunciati. Brogli che Karzai metterà in atto, come ammesso anche da insospettabili osservatori occidentali, non solo per assicurarsi la vittoria, quanto per incrementare la percentuale dei votanti.

I principali sfidanti di Karzai saranno l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, ma nessuno dei due rappresenta una linea di cambiamento rispetto a quella impersonata dal presidente in carica. Abdullah sembra avere qualche chance in più, ma ha comunque lo svantaggio di appartenere alla minoranza tagika, un fattore che in caso di ballottaggio potrebbe rivelarsi decisivo. Ma queste considerazioni sono comunque del tutto secondarie rispetto alla capacità di manipolazione dei dati da parte di Karzai. E’ molto probabile dunque che da queste elezioni non emerga alcuna novità, neppure il semplice cambio del volto del presidente pur all’interno della stessa politica di asservimento agli Stati uniti.

Per Obama è un vero impasse. A 8 anni dalla guerra iniziata da Bush, l’aumento delle truppe messo in atto da alcuni mesi non ha dato risultati. La stessa operazione “Colpo di spada” che ha investito nelle ultime settimane la provincia di Helmand, con l’impiego di migliaia di marines non sembra aver raggiunto gli obiettivi prefissati. Al tempo stesso per le truppe di occupazione il 2009 sarà di gran lunga l’anno più sanguinoso. E mentre lo scorso luglio è stato il mese con il maggior numero di caduti dall’ottobre 2001, agosto risulterà probabilmente anche peggio per le truppe occidentali. Si tratta ancora di perdite relativamente contenute, ma la tendenza è chiara ed indicativa della situazione generale.

Ancora più significativo è il dato riportato dalla Bbc secondo cui la guerriglia – che, giova ripeterlo, non è costituita dai soli talebani – controlla ormai il 70% del territorio. Per gli occupanti si profila una vera debacle, ecco perché Obama cerca di correre ai ripari in tutti i modi, aumentando le truppe ed intensificando gli attacchi. La guerra criminale americana e Nato è destinata quindi a durare ed a moltiplicare la propria ferocia, ma la Resistenza ha già dimostrato di saper reggere il confronto. In questo quadro il boicottaggio delle elezioni farsa era una scelta logica quanto obbligata.

Ovviamente anche i dati sulla partecipazione al voto verranno truccati e se necessario gonfiati a dismisura, ma il boicottaggio impedirà qualunque legittimazione della farsa elettorale. E questo, unito agli attacchi nel cuore della capitale, manda un segnale piuttosto chiaro agli occupanti: devono andarsene fino all’ultimo soldato, e se invece decideranno di restare sappiano che dovranno pagare un prezzo sempre più alto.

Eravamo in pochi a credere nelle prospettive della resistenza, nell’ormai lontano 2001. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ed alla luce dei fatti il ruolo delle Resistenze (non solo quella afghana) risulta oggi assai più chiaro ed indiscutibile.

A volte il tempo è davvero galantuomo.

fonte: campoantimperialista

Testimonianza dall'inferno

Venti giorni nella Palestina occupata

di Edoardo Bottini

Sono tornato in Italia da poco, dopo 20 giorni trascorsi nel campo profughi di Askar, nei pressi di Nablus. Sono partito come volontario con l'associazione Zaatar (sul loro sito www.associazionezaatar.org si trovano tutte le informazioni sulle loro iniziative).

Continuo a pensare a chi in Palestina deve vivere ogni giorno con quello che io, da privilegiato internazionale, ho solo assaggiato.

Il popolo palestinese vive quotidianamente sotto la minaccia di un arbitrario potere militare di una potenza occupante straniera che si manifesta, prima di tutto, in una militarizzazione del territorio fatta di checkpoint fissi e mobili, tanto che i palestinesi sono abituati a informarsi più volte, durante qualunque viaggio, sulla situazione di questo o quel CP. Un'altra faccia della militarizzazione della Cisgiordania è il muro di separazione, che in realtà è il muro dell'appropriazione: 10 metri di altezza di cemento armato sormontato da filo spinato e controllato da torrette militari che espropria terreni ai villaggi palestinesi con il risultato, ad esempio, di impedire ai contadini di coltivare la propria terra. La lunghezza del muro è doppia rispetto a quella della Green Line del 1967.

Ho avuto la fortuna di trascorrere 20 giorni ad Askar e, quasi tutte le notti, l'esercito israeliano compiva incursioni nel campo per effettuare arresti o semplicemente per affermare il proprio arbitrario potere di sottoporre tutta la popolazione del campo ad un coprifuoco non dichiarato, ma di fatto vigente. Abbiamo chiesto ai volontari palestinesi se ci fosse qualcosa che noi, da internazionali, potevamo fare contro queste incursioni, come avvicinarci con un megafono dichiarando la nostra nazionalità . Ci è stato risposto che di notte i militari non hanno rispetto per nessuno, sparano a qualunque cosa si muova. Ci viene raccontato di come un abitante del campo sia stato ucciso perché si trovava sul tetto della propria casa durante una di queste incursioni: gli occhi indiscreti di un testimone non sono bene accetti nell'unica democrazia del Medio Oriente.

La stessa logica di soppressione del dissenso la trovi applicata sin dall'ingresso in Israele, al Ben Gurion, dove un volontario internazionale viene respinto perché ha partecipato a manifestazioni non violente contro l'occupazione con l'ISM. O a Bil'in, una delle città divenute simbolo della resistenza palestinese con la sua manifestazione settimanale contro il muro dell'apartheid: l'esercito israeliano accoglie i manifestanti pacifici con il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo.

La violenza militare viene poi usata da Israele anche, e soprattutto, per l'appropriazione indebita di territorio. Come a Hebron, la città della vergogna: una città fantasma, dalla quale i palestinesi sono costretti a fuggire a causa dei soprusi dei coloni protetti dai militari. Il 70-80% dei negozi che costituivano il vecchio suk del centro storico sono ormai chiusi: mentre attraversiamo questo anomalo mercato arabo, vediamo le reti metalliche sopra le nostre teste, messe là per proteggere le vie dal lancio di rifiuti, molotov e quant'altro da parte dei civilissimi coloni. Hebron, città costellata da CP, è l'esempio di quello che Israele intende quando parla di convivenza con i palestinesi: ghettizzazione degli arabi, soprusi quotidiani di coloni invasati protetti dai militari e, quindi, furto della terra palestinese.

La logica militare è quella che vige anche nella scelta della localizzazione degli insediamenti, sempre posti sulle cime delle alture, a controllare il territorio circostante. Gli insediamenti in Cisgiordania sono vere e proprie città circondate da muri e filo spinato, presidiate da militari: tutti violano la convenzione di Ginevra che vieta ad un esercito occupante di trasferire civili sul territorio occupato. Le strade che collegano tra loro i vari insediamenti sono proibite ai palestinesi che rischiano l'arresto o anche la vita nel malaugurato caso in cui decidessero di percorrere una di queste vie, interamente in territorio palestinese.

La violenta follia dei coloni non si riversa solo contro le persone ma anche contro il territorio: leggevo una statistica secondo la quale soltanto il 10% dei rifiuti prodotti dai coloni viene riciclato, mentre il restante 90% viene sversato in territorio palestinese.

Personalmente ho visto come i coloni si approprino di corsi d'acqua da utilizzare come discarica.

L'occupazione è nella parole di tutte le testimonianze dei palestinesi: ciascuno ha una storia di soprusi, torture, carcere, pallottole da raccontare.

Un professore universitario di Nablus, che abbiamo avuto il piacere di incontrare, ci racconta di quando, partecipando ad un congresso negli USA, continuava a sentire associare ad Israele la descrizione propagandistica "l'unica democrazia del Medio Oriente". Ci dice sorridendo: "Beh, io sono stato torturato dall'unica democrazia del Medio Oriente", mentre ci mostra le cicatrici delle pallottole.

Lo stesso professore ci racconta di una manifestazione, il 30 Marzo 2001, in cui 50000 manifestanti pacifici decidono simbolicamente di procedere verso il CP di Awara, alle porte di Nablus. Il presidio militare li accoglie coi soldati schierati e i fucili puntati, quindi inizia a sparare sulla folla pacifica. Si conteranno 6 morti e la fine della tradizionale marcia del 30 Marzo a Nablus. Se i militari israeliani sparano sulla folla disarmata è legittima difesa, se la folla reagisce lanciando pietre è perché gli arabi sono dei barbari.

Una delle domande che mi sono sentito rivolgere più spesso in questi giorni è stata: "Cosa faresti tu se il tuo paese fosse sottoposto a un'occupazione militare?". Per fortuna, non riesco nemmeno a immaginarlo, questa è la verità .

Ho sentito parlare di resistenza e ho visto come il popolo palestinese resiste quotidianamente alla violenza dell'occupazione e all'indifferenza del mondo: senza dimenticare e senza perdere la speranza nel futuro. Le declinazioni della parola resistenza in Palestina sono diverse ma tutte hanno a che fare con l'attenzione alla società civile: dai teatri ai centri di sviluppo socio culturale, dalla creazione di una rete di contatti tra chi vive i soprusi dell'occupazione all'organizzazione della società civile. Solidarietà e comunità sono due tra le parole che in Palestina non senti mai ma che respiri ogni giorno.

I palestinesi vogliono la pace e tutti ricordano la felicità provata all'indomani degli accordi di Oslo, che sembravano finalmente porre fine all'occupazione. La realtà dei fatti dimostra che Israele non aveva alcuna intenzione di restituire la Cisgiordania e Gaza ai palestinesi: in 5 anni sorsero più di cento nuovi insediamenti e il numero dei coloni raddoppia passando da 200 mila a 400 mila unità . Una crescita demografica miracolosa e una esplicita dichiarazione di intenti riguardo la restituzione della terra ai palestinesi.

La situazione oggi, per quello che ho potuto capire io, è sempre molto fluida ed oscilla tra chi predice una nuova Intifada se la situazione non cambierà , e chi invece è convinto che aspettare e costruire una società civile sia la soluzione migliore.

Tutti però sono d'accordo su una cosa: il primo punto è porre fine all'occupazione della Cisgiordania e di Gaza che dura da 60 anni. Qualunque autorità che proceda ad accordi con Israele in cui questo non sia il nodo cruciale non rappresenta il popolo palestinese.

Quando lasci Askar, l'unica cosa che i palestinesi ti chiedono è di parlare di ciò che hai visto. Esattamente quello che Israele non vuole. E non è questione di pietà , è in gioco l'affermazione di un principio per tutta l'umanità : nessuno ha il diritto di occupare con la forza una terra e cacciarne gli abitanti. Ecco perché credo che fare parte di un campo di lavoro nei territori occupati costituisca non solo l'occasione di vedere con i propri occhi quale violenza subiscano quotidianamente i palestinesi, ma anche, e soprattutto, la partecipazione ad una forma di resistenza civile nella quale siamo coinvolti tutti.

fonte: campoantimperialista

 

La grande menzogna dell'Afghanistan

La grande menzogna dell’Afghanistan http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=600:la-grande-menzogna-dellafghanistan&catid=7:afghanistan-cat&Itemid=14
Scritto da Alberto Signorini Mercoledì 29 Luglio 2009 09:03

Malalai Joya è stata la prima donna politica afghana eletta al nuovo Parlamento di Kabul nel 2005. Il 25 luglio scorso, il quotidiano londinese The Guardian ha pubblicato un suo articolo («The big lie of Afghanistan») che il ministro della Difesa italiano farebbe bene a leggere attentamente e che qui riportiamo.

«Donne come me, che concorrevano per una carica pubblica, sono state portate ad esempio di come la guerra in Afghanistan abbia liberato le donne. Ma questa democrazia era una finzione, e la cosiddetta liberazione una grande menzogna. A nome del popolo del mio paese, che soffre da tanto tempo, io porgo le mie più sentite condoglianze a tutti coloro i quali nel Regno Unito hanno perso i loro cari in terrra afghana.

Noi condividiamo il cordoglio delle madri, dei padri, delle vedove, dei figli e delle figlie dei caduti. Io penso che questi caduti britannici, come le tante migliaia di civili afghani morti, siano vittima di politiche ingiuste che i Paesi della Nato hanno condotto sotto la guida del governo USA. Quasi 8 anni dopo la caduta del regime talebano, le nostre speranze di una democrazia autentica e di un Afghanistan indipendente sono state tradite dalla perdurante dominazione dei fondamentalisti e dalla brutale occupazione che in ultima analisi serve soltanto gli interessi strategici degli USA nella regione. Voi dovete capire che il governo guidato da Hamid Karzai pullula di signori della guerra e di estremisti che sono fratelli di fede dei talebani. Molti di questi uomini hanno commesso dei crimini terribili contro il popolo afghano durante la guerra civile degli anni ’90. Per aver espresso le mie opinioni, io sono stata espulsa dal mio seggio parlamentare e sono sopravvissuta a numerosi tentativi di assassinarmi. Il fatto che io sia stata cacciata dalla mia carica, mentre i brutali signori della guerra godevano dell’immunità per i loro crimini, basta a dirvi tutto ciò che dovete sapere della “democrazia” sostenuta dalle truppe della Nato. La nostra Costituzione proibisce ai colpevoli di crimini di guerra di concorrere per le cariche più alte. Eppure Karzai ha nominato due noti signori della guerra – Fahim e Khalili – suoi collaboratori nella corsa alle imminenti elezioni. All’ombra del sistema fondato sui signori della guerra, sulla corruzione e sull’occupazione militare, questo voto non avrà alcuna legittimità, e ancora una volta sembra che la scelta vera sarà effettuata a porte chiuse all’interno della Casa Bianca. Come si dice in Afghanistan, è lo stesso asino con una sella diversa. Finora, infatti, Obama ha proseguito la stessa politica di Bush. Inviare più truppe ed estendere la guerra in Pakistan aggiungerà soltanto benzina sul fuoco. Come molti altri afghani, negli anni bui del governo talebano io ho rischiato la vita per insegnare alle ragazze nelle scuole clandestine. Oggi la situazione delle donne non potrebbe essere peggiore. Le vittime di abusi e di stupri non trovano giustizia perché il sistema giudiziario [la cui ricostruzione era stata affidata proprio a noi italiani, n.d.r.] è dominato dai fondamentalisti. Un numero crescente di donne, non vedendo via d’uscita alla sofferenza nelle loro vite, ha scelto il suicidio per auto-immolazione. Questa settimana, il vicepresidente USA Joe Biden ha affermato che in Afghanistan “è inevitabile la perdita di altre vite” e che l’attuale occupazione è “nell’interesse nazionale” sia degli USA che del Regno Unito. Io ho un messaggio diverso per il popolo britannico. Non credo sia nel vostro interesse veder partire in guerra altri giovani e impiegare altro denaro delle vostre tasse per sostenere un’occupazione che mantiene al potere a Kabul una banda di signori della guerra corrotti e di trafficanti di droga. Ma soprattutto non credo sia inevitabile che questo bagno di sangue prosegua per sempre. Alcuni sostengono che se le truppe straniere lasciassero l’Afghanistan, il Paese sprofonderebbe nella guerra civile: ma che dire della guerra civile e della catastrofe attuali? Più si protrae questa occupazione, peggiore sarà la guerra civile. Il popolo afghano vuole la pace, e la storia insegna che noi respingiamo sempre l’occupazione e la dominazione straniere. Noi vogliamo una mano che ci aiuti mediante la solidarietà internazionale, ma sappiamo che valori come i diritti umani devono essere oggetto di lotta e di conquista da parte degli afghani stessi. So che ci sono milioni di britannici che vogliono vedere la fine di questo conflitto il più presto possibile. Insieme possiamo far sentire le nostre voci per la pace e la giustizia».

Basterebbe sostituire “italiani” a “britannici”, e il messaggio di questa coraggiosa donna afghana calzerebbe a pennello anche per noi. Ma è bastato che Bossi, in uno sprazzo di lucido realismo, dichiarasse che lui le nostre truppe le farebbe rientrare oggi stesso, che quel monumento di retorica patriottarda che risponde al nome di Ignazio La Russa liquidasse la cosa come “il pensiero di un padre di famiglia”, inconciliabile con quello di un ministro della guerra. Già, perché di guerra si tratta, nonostante l’oscena menzogna che da 8 anni tutti i governi – di centrosinistra e di centrodestra – hanno ammannito agl’italiani. E allora ci si risparmino perlomeno le lacrime di coccodrillo ad ogni notizia di morti o feriti. Perché in guerra si uccide e si viene uccisi, e se si decide di andarci, si abbia il pudore di non chiamarla “missione di pace”. Quanto a La Russa e alle preoccupazioni paterne, è ovvio che fra “i nostri ragazzi” al fronte non ci sia suo figlio Geronimo. Un nome evidentemente datogli quando il padre si dichiarava ancora orgogliosamente fascista e gli americani li amava poco, visto che il guerriero Apache combatté fino alla morte contro l’esercito occupante dei berretti blu. Ma tu guarda com’è strana la vita...

 

Pirateria nel sud del Mediterraneo 

http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=572:pirateria-nel-sud-del-mediterraneo&catid=5:terra-di-palestina-cat&Itemid=13

Scritto da Vittorio Arrigoni Lunedì 06 Luglio 2009 11:27

C'è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, se vogliamo una minaccia più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D'africa. Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la "Spirit of Humanity", una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e attivisti diretta in soccorso all'estenuata popolazione palestinese.

Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 differenti paesi, fra di loro anche un premio nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali USA. A Circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza. Allora Derreck, irlandese memore dei suoi avi abili navigatori celtici, ha tirato fuori dal cassetto bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all'antica.

A 23 miglia da Gaza, ancora in piene acque internazionale, commandos, corpi speciali della marina israeliana hanno assaltato la Spirit saltando a bordo, impossessandosi del timone, di fatto sequestrando la barca e rapendo passeggeri ed equipaggio per condurli fuori dalla loro rotta verso Ashdod, un porto israeliano. In palese oltraggio ad ogni legge internazionale e marittima, è la terza volta che la marina israeliana attacca una imbarcazione del Free Gaza Movement in acque internazionali mentre sono reiterati gli assalti ai pescherecci palestinesi colpevoli di voler pescare nel loro legittimo mare. Il 29 dicembre la "Dignity" fu speronata più volte, e dovette attraccare a Tiro, in Libano, seriamente danneggiata.

Come accaduto per ogni altra missione, anche la "Spirit of Humanity" era stata accuratamente ispezionata dall'autorità portuale cipriota, che aveva certificato l'assenza di armi a bordo. Trasportavano infatti solo aiuti umanitari: tonnellate di medicinali, giocattoli, alberi d'ulivo e materiali per la ricostruzione. Di ricostruzione se ne parlo parecchio a Gaza, da mesi, ma i progetti sono rimasti tali, sulla carta. Israele con la complicità egiziana non permette l'entrata nella Striscia di cemento, ferro e vetro, quei materiali necessari per iniziare a rimettere in piedi parte dei 21 mila edifici distrutti e seriamente danneggiati dall'offensiva "Piombo Fuso". Mi immagino la scena dell'assalto della Spirit da parte dei commandos israeliani: armati di tutto punto e abituati a fronteggiare feroci guerriglieri si sono trovati dinnanzi delle arzille vecchiette che stringevano fra le braccia pastelli e giocattoli destinati a dei bambini infelici.

Mi chiedo quale timore nutra Israele verso una barca in navigazione umanitaria verso una popolazione che a sei mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti è ancora vittima della crescente povertà, senza riuscire a ricostruirsi una vita. Un milione e mezzo di palestinesi che secondo la Croce Rossa Internazionale "stanno scivolando nella più profonda disperazione":

I pirati somali assaltano per avidità, per i soldi, la marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite elezioni libere e democratiche.

Mi faccio portavoce dei miei compagni tutt'ora imprigionati in un carcere a Tel Aviv, promettendo ai palestinesi di Gaza di non abdicare nel tentativo di spezzare l'assedio che strangola Gaza. Per permettere a chi ha visto la propria casa distrutta la speranza di potersela ricostruire, e per quei cuccioli d'uomo che oggi non possono godere l'innocenza dell'infanzia come qualsiasi altro bambino del mondo.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

 

Guerra e assedio a Gaza: incontro con Fida Qishta 

Pesaro, giovedì 25 giugno ore 21 Sala Rossa del Municipio giornalista freelance e educatrice Un occasione unica per ascoltare chi vive a Rafah http://yabastamarche.blogspot.com/2009/06/guerra-e-assedio-gaza-incontro-con-fida.html 

Boicottaggio 45a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro Domenica 21 giugno, in occasione dell'inaugurazione della 45° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, apertura con contestazioni alla Mostra dedicata al cinema israeliano. 'La campagna Palestina Solidarietà" ha appeso uno striscione con la scritta 'Basta con l'occupazione della Palestina', davanti al cinema Sperimentale per protestare per la collaborazione dell'Israel Film Fund direttamente collegato con le istituzioni governative israeliane. L’appello della Campagna Palestina Solidarietà al boicottaggio del festival del cinema di Pesaro, ha raccolto decine e decine di adesioni di singoli e associazioni nazionali e locali che non vogliono limitarsi alle parole ma solidarizzano con il popolo palestinese in maniera concreta. Ci rivolgiamo a tutti gli spettatori del Festival del Cinema. Riconosciamo il ruolo svolto dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema nella storia della città di Pesaro ma, oggi, la situazione dei palestinesi è drammatica, come dimostrato dai 1400 morti dell’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza. Un centinaio di vittime nella sola Rafah, città gemellata con Pesaro. Le vuote enunciazioni contano poco o nulla e nella realtà i diritti dei palestinesi sono sistematicamente violati, come testimoniato da centinaia di rapporti, studi, denunce fatte da associazioni che lavorano per i diritti umani, da agenzie delle Nazioni Unite, da organizzazioni che lavorano per la solidarietà e la cooperazione internazionale, da intellettuali, artisti, uomini di alto spessore morale. Solo pressando il governo israeliano possiamo sperare di avere un futuro di pace e giustizia in Israele/Palestina. La Campagna Palestina Solidarietà, costituita da associazioni e singoli che da anni lavorano per una pace giusta in Medio Oriente e contro l’occupazione israeliana, accogliendo l’appello lanciato dalla Campagna Palestinese (PACBI), ha dato inizio al boicottaggio, manifestando la propria solidarietà al popolo palestinese, contro l'occupazione israeliana e per la libertà della Palestina. Coerentemente con le linee guida della Campagna Palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) il boicottaggio non è rivolto ai singoli film, ai loro registi o più in generale all'opera cinematografica ma alla presenza di un ente israeliano

"... L'appello al boicottaggio delle istituzioni culturali israeliane proviene da molti palestinesi: scrittori, artisti, iornalisti, giuristi, accademici, sindacalisti, insegnanti. Viene visto come "un contributo alla lotta per porre fine all'occupazione, alla colonizzazione e al sistema di apartheid israeliano nei Territori Palestinesi". Chi siamo noi per non prestare ascolto al loro appello?.... (KEN LOACH)

NELSON MANDELA PER LA PALESTINA *dalla lettera di Nelson Mandela al giornalista del New York Times, vincitore di tre premi Pulitzer, Thomas Friedman “… Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l’esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno “stato”, ma alla “separazione”.… Per quanto riguarda l’occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, vi è un fattore aggiuntivo. Le cosiddette “aree autonome palestinesi” sono bantustans. Sono entità ristrette entro la struttura di potere del sistema di apartheid israeliano. … non sarò più indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterrò. Se vuoi l’apartheid formale, non ti sosterrò. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te.Quando deciderai cosa fare, chiamami....” (Nelson Mandela)

Intervista all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger

http://www.nuovacolombia.net/Joomla/

 

La divisione della Palestina: un successo israeliano

La propaganda israeliana ama presentare la Striscia di Gaza come una "entità" autonoma e non più soggetta ad occupazione a seguito del "disengagement plan" di Sharon del 2005.

Per controbattere questa palese falsità si può facilmente osservare come Israele controlli ancora adesso le frontiere terrestri e marittime nonché lo spazio aereo di Gaza, imponendo un disumano e infame assedio a un milione e mezzo di Palestinesi, costretti a ricorrere agli aiuti umanitari per la loro stessa sopravvivenza. E' chiaro dunque che, a termini del diritto internazionale, nei confronti della Striscia Israele deve considerarsi come una potenza occupante, in quanto ne ha il pieno controllo.

Si dimentica spesso di ricordare, tuttavia, come un altro aspetto dell'occupazione consista nel controllo dei registri dello stato civile: come ricorda Amira Hass nell'articolo che segue – qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews – ai residenti di Gaza è proibito vivere, studiare e lavorare nella West Bank senza il permesso di Israele (permesso, naturalmente, concesso di rado). Degno di nota il fatto che i Palestinesi di Gaza non possano entrare in Cisgiordania nemmeno attraverso il confine con la Giordania.

Nel novembre del 2005 il Governo israeliano e l'Autorità palestinese siglarono in pompa magna il cosiddetto accordo AMA (Agreement on Movement and Access), sotto l'egida orgogliosa degli Usa e della Rice. Tale accordo – non è peregrino ricordarlo – prevedeva tra le altre cose che il collegamento tra la Striscia di Gaza e la West Bank fosse assicurato da convogli di bus per le persone (da attuarsi entro il 15 dicembre) e da convogli di camion per le merci (da attuarsi entro il 15 gennaio 2006). Si prevedeva, inoltre, che sarebbero iniziati subito i lavori per il porto di Gaza, e che si sarebbe predisposto un tavolo di discussione per il ripristino dell'aeroporto.

Che fine abbia fatto l'accordo AMA è sotto gli occhi di tutti, e questa vicenda dimostra, ancora una volta, quanto ci si possa fidare di Israele e degli accordi che sottoscrive.

Magari l'auspicato cambio di rotta dell'amministrazione Usa in Medio Oriente potrebbe cominciare proprio da qui, ponendo fine al criminale assedio di Gaza e ripristinando il quadro dell'accordo sull'accesso e il movimento da e per la Striscia.

UN SUCCESSO ISRAELIANO 20.4.2009

La totale separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza è una delle maggiori conquiste della politica israeliana, il cui principale obiettivo è prevenire una soluzione basata su decisioni e visioni internazionali, imponendo, al contrario, un compromesso basato sulla superiorità militare di Israele. Dinnanzi alla violenta rivalità tra i due movimenti in competizione per avere la meglio nel governo "farsa" palestinese, è semplice dimenticare lo sforzo che Israele ha profuso per separare famiglie, economie, culture e società tra le due parti dello stato palestinese in via di costruzione. Ai palestinesi, "aiutati" dalla geografia, non è rimasto altro che coronare questa divisione con il loro doppio regime.

Le restrizioni che Israele impose alla circolazione dei Palestinesi nel 1991 hanno invertito un processo che era stato avviato nel giugno del 1967. A quell'epoca, per la prima volta dal 1948, una cospicua porzione di Palestinesi viveva di nuovo nel territorio di un unico paese, senza dubbio un paese soggetto ad occupazione, ma per lo meno unitario. E' anche vero che presto emersero tre categorie di residenti palestinesi: cittadini di Israele di terza classe, residenti di Israele (a Gerusalemme) e residenti dei "territori amministrati". Eppure, il fatto di ripristinare vecchi legami sociali e familiari, e di creare nuove modalità di integrazione sociale, culturale ed economica si è rivelato più forte delle distinzioni amministrative. Il dinamismo, la creatività e l'ottimismo della prima Intifada (1987-1992) debbono molto alla realtà generata da questa libertà di movimento all'interno di un unico paese.

Israele ha posto un freno a questa libertà di movimento alla vigilia della prima guerra del Golfo. Dal gennaio del 1991, Israele ha solamente affinato la burocrazia e la logistica della scissione e della divisione: non solamente tra i Palestinesi dei Territori Occupati e i loro fratelli all'interno di Israele, ma anche tra i Palestinesi residenti a Gerusalemme e quelli residenti nel resto dei territori, e tra i residenti a Gaza e i residenti in Cisgiordania/Gerusalemme. Gli Ebrei vivono sullo stesso lembo di terra all'interno di un distinto e superiore sistema di privilegi, leggi, servizi, infrastrutture e libertà di movimento.

Un giorno, quando verranno aperti gli archivi, sapremo fino a che punto fu calcolato e pianificato questo processo. Nel frattempo, non possiamo ignorare il fatto che esso è iniziato nel momento in cui la Guerra Fredda e l'apartheid sudafricana stavano finendo, e mentre la comunità internazionale stava decidendo che era giunta l'ora di arrivare ad un accordo tra Palestinesi e Israeliani per la formazione di due stati sulla base dei confini del 4 giugno 1967.

Parallelamente al processo di Oslo, Israele ha intrapreso dei passi burocratici che vanificavano la clausola prevista dagli accordi di Oslo secondo la quale la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono un'unica unità territoriale. Ai residenti di Gaza è proibito vivere, studiare e lavorare in Cisgiordania senza il permesso di Israele (che è concesso raramente, e solamente a richiedenti favoriti). Ai residenti di Gaza è proibito entrare in Cisgiordania anche attraverso il confine con la Giordania. Amici e parenti vivono a soli 70 km di distanza, ma Israele non permette loro di incontrarsi. Oggi un Palestinese nato a Gaza che vive in Cisgiordania senza il permesso di Israele è considerato una "presenza clandestina".

L'ambiguo disimpegno unilaterale da Gaza, compiuto da Israele nel 2005, ha perpetuato un processo iniziato nel 1991: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania rientrano in tipi di amministrazione differenti, con Israele che abilmente presenta Gaza come un'entità indipendente non più soggetta ad una occupazione. Alle ultime elezioni palestinesi, Hamas si è dimostrato più convincente di Fatah nel momento in cui ha attribuito la "vittoria" palestinese e il ritiro israeliano a se stesso e alla propria lotta armata, e ha promesso che "Gerusalemme sarà la prossima conquista". A ciò è seguita la presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007, e la direttiva del presidente Mahmoud Abbas a decine di migliaia di impiegati dell'Autorità Palestinese di boicottare il loro posto di lavoro nella Striscia.

Negli ultimi colloqui per giungere ad un'unità palestinese, le domande sostanziali non sono state poste: l'opinione pubblica della Cisgiordania e di Gaza ha rinunciato al legame tra le due parti occupate nel 1967, fino alla remota realizzazione del sogno di un unico stato? I Palestinesi chiederanno conto alle loro due leadership dell'aiuto che esse hanno offerto a Israele nel separare i due territori? Per Hamas il legame con il mondo arabo e musulmano è più vitale del suo legame con la Cisgiordania? Il prestigio formale a livello internazionale, e i vantaggi di cui godono i loro burocrati, sono più cari all'ANP e all'OLP della popolazione di Gaza?

Le risposte devono provenire anche da parte israeliana, e soprattutto da coloro che affermano di appoggiare la pace. Prima della vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, la sede amministrativa dell'ANP si trovava a Gaza. Ciò non ha impedito che Israele perfezionasse le condizioni di separazione e divisione che hanno trasformato la Striscia nel campo di detenzione che è oggi, mentre la maggior parte dei pacifisti israeliani stava con le mani in mano. Anche se al Cairo avvenisse un miracolo e i Palestinesi ritrovassero la loro unità, il governo di Israele non rinuncerà di buon grado alla sua più grande conquista: separare Gaza dalla Cisgiordania. Questa conquista, che non farà che alimentare un sanguinoso conflitto, rappresenta un disastro per entrambi i popoli.

Amira Hass è una nota scrittrice e giornalista israeliana; è l'unica giornalista israeliana ad aver vissuto per anni con i palestinesi, a Gaza ed in Cisgiordania; scrive abitualmente sul quotidiano Haaretz

Titolo originale:An Israeli achievement

fonte: http://palestinanews.blogspot.com/2009/05/la-divisione-della-palestina-un.html

 

 

Intervista al Rabbino Yisroel Dovid Weiss (Naturei Karta) 

L'Associazione Islamica Imam Mahdi (aj) ha partecipato con una propria > delegazione alla conferenza sul razzismo e la discriminazione "Durban 2" > organizzata dalle Nazioni Unite, tenutasi tra il 20 e il 24 aprile scorso a > Ginevra. I nostri fratelli hanno avuto l'opportunità di incontrarsi con una > delegazione dell'Associazione ebraica anti-sionista "Neturei Karta" e, > approfittando di questa occasione, l'Associazione Islamica "Imam Mahdi (aj)" > ha intervistato il Rabbino Yisroel Dovid Weiss della comunità ebraica di New > York. > > Col Nome d'Iddio Clemente e Misericordioso Rabbino Yisroel Dovid Weiss, è un > piacere averla con noi. Potrebbe innanzitutto fornirci un'introduzione > generale riguardo alla vostra comunità? > L'espressione aramaica "Neturei Karta", dalla quale deriva il nome della > nostra comunità, significa letteralmente "Guardiani della Città". Tale > appellativo è stato attribuito agli ebrei più attivi contro il sionismo > dall'anno 1938. Infatti l'ebraismo e il sionismo sono due dottrine > incompatibili mentre, di fatto, la comunità ebraica è stata fortemente > minacciata dal sionismo. Il mio maestro, il Rabbino Yousef Izni Dushinsky, > si oppose veementemente contro il sionismo e si trasferì a New York per > dirigere il movimento ebraico anti-sionista. > > Quale è dunque la differenza tra l'ebraismo e il sionismo? > > L'ebraismo è una religione millenaria. Al contrario il sionismo è la > trasformazione, avvenuta in tempi recenti, di una religione in nazionalismo > e materialismo. Non a caso Theodor Herzl, uno dei massimi promotori del > sionismo internazionale, affermò di detestare la religione e addirittura > suggerì di risolvere il problema dell'anti-giudaismo cristianizzando gli > ebrei. Egli inoltre non si preoccupò neanche di far circoncidere suo figlio, > che è una pratica richiesta dalla religione ebraica. In realtà dopo la > distruzione del Tempio di Salomone, a noi ebrei ci è stato proibito di > ritornare in massa in Terra Santa per ivi stabilirvi uno Stato; infatti ci è > stato proibito di creare un qualsivoglia tipo di Stato. Il sionismo è un > crimine contro la Torah, esso non si basa su principi morali ma utilizza > l'ebraismo come uno strumento per ottenere i propri obiettivi politici, si > tratta di una vera e propria blasfemia contro Dio. > > Quale è la vostra opinione riguardo alla questione palestinese? > Noi preghiamo ogni giorno per la fine dello Stato di Israele affinché la > terra di Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani hanno vissuto insieme > e in pace per millenni, ritorni ai palestinesi. Quando organizziamo le > nostre manifestazioni a Gerusalemme, noi non chiediamo alcun permesso poiché > non ricosciamo il suddetto Stato. Inoltre ogni anno, in occasione del giorno > di Puram, bruciamo la bandiera israeliana in segno di protesta. Purtroppo i > sionisti fanno molta pressione su di noi attraverso intimidazioni, minaccie, > pestaggi e addirittura omicidi ma ciò non potrà certo mettere a tacere la > verità. > > Durante la conferenza "Durban 2" abbiamo notato alcune persone che, > nonostante abbiano parlato al microfono di pluralismo sociale e diritti > umani, sono poi passati vicino al Rabbino Aaron Cohen minacciandolo di > morte. > Il Rabbino Aaron Cohen è sotto attacco costante da parte dei sionisti e la > sua casa è stata attaccata da loro più volte. Rabbini in ogni parte del > mondo sono stati uccisi dai sionisti ma la gente ha troppa paura di parlare. > > Durante una seduta organizzata dai sionisti è stato fatto un minuto di > silenzio per ricordare le vittime del cosiddetto olocausto. I Rabbini della > comunità ebraica "Neturei Karta" non si sono alzati. Cosa vuol dire > questo?(1) Noi non neghiamo l'olocausto. I miei nonni sono morti ad > Aushwitz. Comunque il pretesto dell'olocausto è stato utilizzato e > manipolato per la creazione dello Stato di Israele e questo è inammissibile. > E' stato molto doloroso aver perso i miei nonni nei campi di concentramento > ma ancor più doloroso è stato vederli usati per la fondazione di un'entità > illeggittima e criminale come quella di Israele. A dire il vero esistono > documenti che provano la collaborazione dei sionisti con i nazisti a scapito > del martoriato popolo palestinese. Noi siamo pienamente d'accordo con quanto > detto dal presidente iraniano Ahmadinejad in questa conferenza riguardo a > questo argomento ossia ci chiediamo: perchè i palestinesi dovrebbero pagarne > il prezzo? > > Non avete mai pensato a una via politica e diplomatica per raggiungere un > accordo con Israele? > Noi siamo favorevoli allo smantellamento pacifico dello Stato di Israele. > Esso non ha alcun diritto di esistere e speriamo che la Terra Santa venga > finalmente ridata, nella sua interezza, ai palestinesi. Noi consideriamo > l'occupazione anche di un solo centimetro della terra di Israele come una > ribellione contro Dio. Alcune persone hanno creduto e credono tutt'ora che, > avendo voce all'interno dell'assetto politico di Israele, sia possibile > affrettarne la fine. Ciò è comunque sbagliato. Il mio maestro e Rabbino era > solito dire che il solo atto di ricevere soldi dai sionisti ci rende ciechi. > La religione ebraica è amore, essa ci dice che Dio è Compassionevole quindi > anche noi dobbiamo essere compassionevoli. Israele promuove invece il > razzismo, l'odio tra ebrei e arabi e l'odio contro i musulmani. > > Come considerate voi la comunità islamica? > Noi ebrei ringraziamo i musulmani di tutto il mondo per averci offerto aiuto > e ospitalità durante tutti questi anni di sionismo. Mi ricordo che a New > York furono gli ebrei a iniziare a manifestare contro il sionismo e i > musulmani si aggiunsero in un secondo momento. Oggi, ebrei e musulmani > lottano fianco a fianco contro il sionismo. > > Noi crediamo che un giorno la terra verrà colmata di pace e giustizia > attraverso la venuta dell'Imam Mahdi (aj), il quale sarà aiutato anche dal > Messia (as). Quale è la vostra posizione al riguardo? > Noi stiamo attendendo il Messia. Dopo la sua venuta il mondo subirà un > mutamento metafisico e Dio sarà percepito da tutti gli uomini senza > necessitare di parole, dibattiti o spiegazioni. Non vi sarà più nessun > confronto di religioni, né avversità come quelle che i sionisti stanno > cercando di diffondere, e tutti vivremo insieme in pace e armonia. Questo è > il vero insegnamento della Torah. > > > Note:(1) cfr. Si ricordi che, sempre durante la conferenza "Durban 2", > durante una seduta inerente all'islamofobia, i presenti hanno cercato di > fare un minuto di silenzio in ricordo delle vittime e dei bambini di Gaza, > cosa che però non è stata possibile a causa di alcuni sionisti tra i > presenti che hanno preso la parola al microfono, protestando e impedendo > volutamente il silenzio.

Fonte: http://www.islamshia.org/articolo.php?ids=238

Striscia di Gaza, l'assedio trasforma i bambini in mendicanti 

Infopal

http://www.uruknet.de/?s1=1&p=s9723&s2=26

23 aprile 2009

Gaza – Infopal. A pagare il prezzo delle dure condizioni di vita e della difficile situazione economica che sta vivendo la Striscia di Gaza sotto assedio sono anche i bambini, in particolare quelli di Gaza. Per poter sopravvivere insieme alle loro famiglie (per chi ha ancora una famiglia), i piccoli palestinesi sono costretti a fare i venditori per strada e nei mercati.

Il corrispondente di Infopal.it ha incontrato decine di loro: molti hanno accettato di farsi intervistare, altri hanno rifiutato per l’imbarazzo. Vediamo qui di seguito alcune testimonianze.

Ahmad, dieci anni, vende prezzemolo al mercato di az-Zawiyah. È un bambino come tutti gli altri della sua condizione: vestiti strappati, capelli spettinati, viso stanco. Ha dovuto lasciare la scuola, ma spera di poterci andare ancora, come i suoi coetanei; intanto, va a lavorare al mercato ogni mattina, per tornare a casa la sera. Ha riassunto la sua esperienza in poche parole: '"l-hayaa sa'ba!" ('La vita è difficile!’). I suoi sogni? Avere un vestito nuovo e un cellulare.

Baha, con il suo instancabile sorriso, vende invece mais, e a quasi tutte le domande risponde subito: "La a'rif" ('Non so’), come se volesse fuggire dalla realtà. Noi però abbiamo insistito nel chiedergli delle sue speranze in questa vita, e lui finalmente ha risposto: "Fare l’insegnante, perché l’insegnante non si stanca come noi, va a scuola la mattina e torna a mezzogiorno, mentre io vengo al mercato ogni giorno alle otto del mattino e torno a casa la sera: qualche volta mi lavo, altre dormo direttamente tanto sono stanco, senza nemmeno cenare".

Proseguendo il giro, assistiamo a una scena triste, per certi versi difficile da comprendere: un uomo, apparentemente di tutto rispetto, sta fermo a un lato della strada, mentre in un angolo, vicino a lui, scorgiamo un bambino dall’aspetto di mendicante, ma che vende le sigarette alle macchine di passaggio. Cosa c’entra l’uomo con il bambino? ci siamo chiesti. L’amara realtà è che l’uomo è il padre del bambino, e continuamente gli domanda: "Cosa hai venduto? Dammi i soldi! Cerca di vendere ancora di più!".

Ecco come il bisogno ha spinto un padre e un figlio a una misera vita, fatta solo di sopravvivenza.

 

IRAQ: LASCIATE CHE SIANO I NUMERI A PARLARE‏

25 aprile 2009

Cari amici,

sono orgogliosa di essere una scienziata e una ricercatrice. Ho costruito la mia carriera su teorie e numeri. Come docente insegno ai miei studenti che tutto si basa sulla scienza, tutto ha una ragione. Perciò mi sento sempre frustrata quando mi ritrovo soverchiata dai sentimenti su alcuni argomenti specifici.

Uno di questi argomenti è l'occupazione del mio paese, l'Iraq. Su questa materia trovo che non riesco a essere spassionata. Non riesco a essere la ricercatrice e l'osservatrice e discutere senza sentimento o emozione, come ci si aspetta da me a volte. Mi trovo a fare ricerca sui danni causati dalla guerra e dall'occupazione, e la mia mente freme di rabbia, i miei occhi bruciano di lacrime disperate per la situazione del mio paese.

Sei anni sono passati dall'attacco e il dolore è fresco e tagliente come lo era nel Marzo del 2003. Quest'anno ho deciso di guardare la cosa da scienziata. Non attacchero la questione con l'emozione. Lascerò che i numeri parlino da soli. Quest'anno mi rilasserò e farò la parte dell'analista, della ricercatrice, su questo argomento che è il più vicino al mio cuore.

Sei anni di occupazione:

- 72 mesi di distruzione.

- $607 miliardi spesi per la guerra.

- 2 milioni di barili di petrolio venduti ogni giorno.

- 2 milioni di iracheni profughi all'interno del paese.

- 3 milioni di iracheni costretti a lasciare il paese.

- 2615 professori, scienziati e dottori uccisi a sangue freddo.

- 338 giornalisti uccisi.

- $13 miliardi sprecati dall'attuale governo iracheno.

- $400 miliardi necessari per ricostruire le infrastrutture irachene.

- 3 ore di elettricità in media al giorno.

- 24 autobombe al mese.

- 7 grandi organizzazioni mafiose che gestiscono il paese.

- 4260 americani morti.

- 10000 casi di colera ogni anno.

- 50 amici miei uccisi.

- 22 miei parenti uccisi.

- 15 rapimenti di parenti stretti e di persone che conosco e amo.

- Almeno 1.3 milioni di iracheni morti dall'inizio del 2003.

Sei anni di occupazione e in qualche modo i numeri non migliorano. Anno dopo triste anno il numero dei morti e dei profughi cresce mentre continuiamo a raccogliere i frutti dell'occupazione americana del nostro paese.

Perciò i numeri parlano da soli. Sei. Sei mesi è ciò che è servito a gran parte degli iracheni per capire che nulla di buono poteva venire da questa guerra e occupazione. Sei anni è quanto è servito al resto del mondo. Sei anni, sei milioni di iracheni profughi dentro e fuori l'Iraq, ben più di un milione di iracheni morti o morenti all'interno del paese.

Come scienziata, come ricercatrice, è un disastro che non sarà mai documentato a sufficienza con numeri e parole. Come ricercatrice, i numeri sono così pazzeschi che ritorniamo sui nostri passi e li ricalcoliamo per assicurarci che siano veri. Come irachena, è qualcosa che fa ribollire di rabbia. I numeri e le statistiche mi riempiono di rabbia e vergogna che fanno palpitare il mio cuore e ribollire il mio sangue. E' una rabbia verso tutti coloro che sono silenziosi e incuranti, e vergogna per il poco che tutti stiamo facendo.

Souad N. Al-Azzawi Professore Associato, Baghdad, Iraq 26 Marzo 2009

La Dr.ssa Souad Naji Al-Azzawi è ex vice-presidente della Mamoun University of Scientific Affaires; ex professore di ingegneria ambientale alla Baghdad Univ., vincitrice nel 2003 del Nuclear-Free Future Award per il suo lavoro sulla contaminazione ambientale dopo la Guerra del Golfo in Iraq. Ha pubblicato 50 articoli sulla gestione di rifiuti pericolosi e sulla contaminazione radiologica causata in Iraq dalle armi all'uranio impoverito.

Fonte: http://www.brusselstribunal.org/

radiocane: approfondimento sul Mend e i pirati deldelta del Niger

Ascolta l'approfondimento audio su Radiocane:

http://radiocane.info/index.php/cronache-dal-fronte/oltrecortina/503-approfondimento-sul-mend-e-i-pirati-del-delta-del-niger.html

Il Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger (o anche MEND, dall'acronimo inglese Movement for the Emancipation of the Niger Delta) è un movimento militante composto da nativi della zona del delta del Niger, in Nigeria. Il MEND dichiara di essere impegnato in una lotta armata contro la degradazione e lo sfruttamento dell'ambiente naturale da parte di corporazioni e multinazionali straniere coinvolte nell'estrazione del petrolio dal sottosuolo della regione. L'organizzazione, nata nel contesto del conflitto del delta del Niger, è coinvolta in molti degli attacchi alle compagnie petrolifere che operano in Nigeria. Il 7 dicembre 2006 il MEND ha rivendicato il rapimento dei tre tecnici italiani e di un libanese (tutti successivamente liberati ed incolumi) avvenuto durante un attacco ad una stazione estrattiva gestita dall'Agip nello stato di Bayelsa.

Il fine ultimo dichiarato dal gruppo è il controllo del petrolio nigeriano per riparare gli effetti collaterali dell'estrazione petrolifera, tra cui l'inquinamento. In un'intervista con uno dei leader del gruppo (che per l'occasione ha usato il soprannome di Maggior-Generale Godswill Tamuno) la BBC ha dichiarato che "il MEND combatte per il controllo totale del petrolio in tutto il delta del Niger in quanto la popolazione locale non ha mai ottenuto alcun vantaggio dalle notevoli ricchezze del sottosuolo ". Il MEND ha inoltre chiesto al presidente nigeriano Olusegun Obasanjo di liberare due leader Ijaw trattenuti in carcere: Mujahid Dokubo-Asari e Diepreye Alamieyeseigha, un ex-governatore dello stato di Bayelsa arrestato perché accusato di corruzione.

Nel gennaio del 2006 una email spedita dal MEND alle compagnie petrolifere dichiarava: « Deve essere chiaro che il governo nigeriano non può proteggere i vostri dipendenti o le vostre attrezzature. Lasciate le nostre terre finché potete o morirete. Il nostro scopo è distruggere totalmente la capacità del governo nigeriano di esportare petrolio »

I militanti hanno poi bombardato due condutture, provocando un incremento internazionale del costo del petrolio. Oltre ai tre tecnici italiani e al libanese, recentemente il MEND è stato responsabile dei rapimenti di dipendenti di compagnie petrolifere di Bulgaria, Regno Unito, Honduras e Stati Uniti.


NuevaColombia: URIBE VUOL CONDANNARE A MORTE PABLO MONCAYO!

La senatrice Piedad Córdoba, coordinatrice del movimento "Colombianas y Colombianos por la Paz", ha denunciato che il governo colombiano sarebbe intenzionato a liberare manu militari il sottufficiale Pablo Moncayo, detenuto da undici anni dalla guerriglia belligerante delle FARC-EP in qualità di prigioniero di guerra: "Ci preoccupa molto, e per questo lo denuncio, abbiamo troppe informazioni, registrazioni che sono in nostro possesso, che rendono conto della dinamica che si sta generando, e che coinvolge anche ambasciate di vari paesi per fare una specie di `Operazione Scacco'."

Dopo che l'insorgenza delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia ha espresso, in un comunicato del Segretariato del loro Stato Maggiore Centrale del 16 aprile scorso, la volontà di liberare unilateralmente Moncayo e di consegnarlo ad una commissione capeggiata da Piedad Córdoba, questa si é rivolta al governo per sollecitare garanzie logistiche e di sicurezza indispensabili alla riuscita dell'operazione.

Nonostante il clamore generale ed il plauso a questa decisione delle FARC, tanto in Colombia come a livello internazionale, che evidenzia ancora una volta la loro volontà politica di arrivare ad un accordo umanitario di scambio di prigionieri di guerra in potere di entrambe le parti, il governo inizialmente non ha dato alcuna risposta.

Mentre Piedad, che ha ricevuto le coordinate del punto in cui dovrebbe darsi la liberazione da parte dell'esercito guerrigliero fariano, attendeva una mossa da parte del guerrafondaio Uribe, il padre di Moncayo ha rigettato "qualunque operativo militare che nelle sue diverse forme persegua la liberazione mediante la forza" di suo figlio.

Nelle ultime ore, Uribe ha dichiarato che non permetterà a Piedad ed ai Colombianos por la Paz di far parte della commissione che dovrebbe ricevere Pablo Moncayo nella selva, accusandoli di complicità con la guerriglia ed annunciando che ignorerà la pressione dell'opinione pubblica ed internazionale. Secondo l'esecutivo, soltanto la Chiesa cattolica e la Croce Rossa Internazionale potranno partecipare all'operazione. Indubbiamente, si tratta di una mossa con un altissimo contenuto di mala fede: la Chiesa ed il CICR già in passato hanno dato alle FARC motivi più che sufficienti per non fidarsi di loro, soprattutto quando ci sono di mezzo le vite di prigionieri e combattenti nel quadro di delicate e rischiose operazioni.

Il delirio di Uribe, in balia dei fumi rielezionisti, è incontenibile, e come un malato psichiatrico in preda ad attacchi d'ira e convulsioni, vomita minacce e promette carcere nei confronti dell'opposizione ed in particolar modo di Piedad Córdoba, "rea" di esser riuscita mediante il dialogo con le FARC laddove centinaia di tentativi di liberazione a ferro e fuoco hanno miseramente fallito. Ma Uribe dimentica che in galera dovrebbe stare (e prima o poi ci finirà) lui, quale narcotrafficante e paramilitare mandante di innumerevoli crimini di lesa umanità, e tutto il suo esecutivo; ed i suoi figli, arricchitisi illegalmente a colpi di corruzione e grazie ad una manovra del padre che, come per incanto, ha trasformato un loro terreno dal valore insignificante (30 milioni di pesos) in zona franca dal valore di 3 miliardi e dalla rendita potenziale invidiabile.

Al governo colombiano, sempre pronto a scatenare i suoi cani da guardia armati fino ai denti dalla Casa Bianca, non interessa minimamente la sorte dei militari in potere della guerriglia; preferisce metterne a rischio la vita, sabotando le operazioni di rilascio, che dover riconoscere la volontà politica delle FARC e la sensibilità umanitaria di Piedad Córdoba.

 

CARC CN: Messaggi di solidarietà

Questi sono i messaggi di solidarietà giunti dal Partito Comunista di Grecia (Marxista-Leninista) e dal Partito Comunista Marxista Leninista di Turchia e Nord Kurdistan, che sono giunti dopo quello ricevuto dall’Organizzazione Comunista di Grecia.

Cogliamo l’occasione per denunciare le minacce dei fascisti a uno dei compagni colpiti da questa operazione repressive, Fabrizio di Mauro, e ai suoi parenti. Questo modo di minacciare anche i parenti della gente che si vuole intimidire è tipico della mafia. Tutti sanno che mafia e fascismo sono nati proprio qui in Italia, e quindi noi comunisti italiani abbiamo una responsabilità particolare nell’eliminare questa feccia una volta per tutte.

Ringraziamo i compagni greci e turchi, che sanno bene quanto la solidarietà internazionale rafforza il movimento comunista internazionale, e che costantemente affrontano le minacce e gli attacchi dei fascisti e della polizia.

Esprimiamo la nostra solidarietà a Fabrizio di Mauro e a tutti i compagni colpiti dalla repressione, in Italia, in Grecia, in Turchia e ovunque.

La crescita della repressione è misura di quanto ci temono.

Il futuro è nostro.

Partito dei CARC – Settore delle Relazioni Internazionali

Messaggio dal Partito Comunista di Grecia (Marxista-Leninista)

Cari compagni,

A nome del Partito Comunista di Grecia (Marxista-Leninista) denunciamo il tentativo di intimidazione contro quattro attivisti, Vincenzo Cinque del Sindacato Lavoratori in Lotta (SLL), Rosalba Romano e Fabrizio Di Mauro dell’Associazione Solidarietà Proletaria (ASP) e Angelo D'Arcangeli del Partito dei CARC e la criminalizzazione della loro attività politica da parte del governo Berlusconi e della polizia politica.

Le masse lavoratrici sono sotto attacco dal sistema, che è tormentato dalla sua crisi generale. In questa situazione il sistema capitalista-imperialista è determinato a scaricare il peso della crisi sul popolo e neutralizzare ogni tentativo di resistenza contro la sua politica.

I reazionari sanno molto bene che i comunisti sono sempre stati i loro nemici più pericolosi, e per questo tentano di criminalizzare le loro attività politiche e i loro legami con le masse. Nonostante questo i comunisti e la classe operaia intensificheranno la loro lotta contro questo sistema a dispetto di ogni intimidazione e terrorismo di stato fino alla vittoria finale.

Viva la solidarietà internazionale.

Partito Comunista di Grecia (Marxista-Leninista)
Ufficio Internazionale

Messaggio dal Partito Comunista Marxista Leninista di Turchia e Nord Kurdistan

La borghesia attacca ovunque, ma la solidarietà internazionale è più forte!

Il nostro partito condanna con forza il nuovo attacco della borghesia italiana condotto tramite la Digos contro quattro compagni della carovana del (n)PCI il 10 aprile. Durante le perquisizioni nelle case di Vincenzo Cinque del Sindacato Lavoratori in Lotta (SLL), Rosalba Romano e Fabrizio Di Mauro dell’Associazione Solidarietà Proletaria (ASP) e Angelo D'Arcangeli del Partito dei CARC, la famigerata polizia politica ha mostrato ancora una volta la sua faccia brutale di cane da caccia del regime borghese, ma tutti questi tentativi di intimidazione finiscono a vuoto!

Come in Italia, anche in Turchia e Nord Kurdistan il nemico di classe non trova altra via se non quella di attaccare brutalmente ogni tipo di opposizione rivoluzionaria e progressista per difendere il suo sistema di schiavitù salariata. Dopo l’importante vittoria del DTP in Kurdistan, il regime fascista ha iniziato la mattina del 14 aprile 14 operazioni contro membri e dirigenti del DTP, durante le quali più di 70 persone sono state arrestate dalle unità antiterroriste. Così come fanno in Italia, agiscono in modo arbitrario non rispettando nemmeno e loro stesse leggi. Ma la risposta a tutti questi attacchi non è il silenzio morto, come sperano, ma clamori di resistenza anche più forti. In Turchia e Nord Kurdistan ci sono vaste proteste di massa contro queste nuove operazioni fino dal primo giorno, e sono proteste crescenti.

Una delle nostre armi più importanti contro ogni tipo di repressione è di innalzare la bandiera della solidarietà internazionale contro gli attacchi contro progressisti, rivoluzionari, comunisti che in ogni paese si sviluppano in modi molto simili. Con questo spirito esprimiamo la nostra piena solidarietà proletaria ai compagni della carovana del (n)PCI. Inoltre esprimiamo la nostra piena solidarietà ai compagni dell’ASP e al Segretario Nazionale del Partito dei CARC, accusati di “diffamare il PM Giovagnoli”, e tutti gli altri compagni italiani colpiti dalla repressione di stato. All’udienza del 17 aprile si deciderà se saranno o no mandati a giudizio – ma in ogni caso la repressione non raggiungerà l’obiettivo di indebolire la resistenza, anzi, servirà solo a renderci più forti.

Facciamo crescere la solidarietà internazionale dal Kurdistan all’Italia!

Viva l’internazionalismo proletario!

MLCP Turkey/Northern Kurdistan

International Bureau

16/04/2009

 

Sui pirati che vi stanno ingannando

Chi immaginava che nel 2009, i governi del mondo avrebbero dichiarato una nuova Guerra ai Pirati? Mentre leggete questo, la Marina Reale Britannica - appoggiata dalle navi di più di due dozzine di paesi, dagli USA alla Cina - sta navigando nelle acque somale per combattere degli uomini che ancora raffiguriamo come furfanti della pantomima del pappagallo sulla spalla. Presto combatteranno le navi somale ed anche inseguiranno i pirati sulla terraferma, in uno dei più disintegrati paesi sulla terra.

Ma dietro le stranezze da linguaggio dei pirati di questa storia, vi è uno scandalo non rivelato. La gente che i nostri governi etichettano come "una delle grandi minacce dei nostri tempi" hanno una storia straordinaria da raccontare - e qualche buon diritto dalla loro parte.

I pirati non sono mai stati affatto quel che pensiamo siano. Durante l'"età d'oro della pirateria" - dal 1650 al 1730 - l'idea del pirata come rapinatore insensato e selvaggio che oggi persiste è stata creata dal governo britannico in un grande sforzo di propaganda. Molte persone comuni la ritenevano falsa: i pirati erano spesso liberati con la forza dalla forca da folle sostenitrici. Perché? Cosa potevano capire che noi non possiamo?

Nel suo libro "Furfanti di tutti i paesi", lo storico Marcus Rediker studia attentamente le testimonianze per scoprirlo. Se allora diventavi un mercante o un marinaio - strappato dalle banchine dell'East End di Londra, giovane ed affamato - finivi in un inferno di legno galleggiante. Lavoravi tutte le ore su una nave ristretta e mezza affamata e se rallentavi il ritmo per un secondo, l'onnipotente capitano ti avrebbe frustato con il gatto a nove code. Se ti rilassavi regolarmente, potevi essere gettato in mare. Ed alla fine di mesi o anni di questo, eri spesso truffato sui tuoi salari.

I pirati sono state le prime persone a ribellarsi contro questo mondo. Si sono ammutinati contro i loro tirannici capitani - e hanno creato un modo diverso di operare sui mari. Una volta che avevano una nave, i pirati eleggevano i loro capitani e prendevano tutte le loro decisioni collettivamente. Suddividevano le loro ricompense in ciò che Rediker chiama "uno dei progetti più egualitari per la disposizione delle risorse che si trovi in qualsiasi luogo nel 18° secolo".

Comprendevano persino schiavi africani fuggiti e vivevano con loro come pari. I pirati dimostravano "piuttosto chiaramente" - e sovversivamente - che le navi non dovevano essere dirette nella maniera brutale ed oppressiva della marina mercantile e della marina reale". E' per questo che erano popolari, nonostante fossero dei ladri improduttivi.

Le parole di un pirata dell'età perduta - un giovane britannico di nome William Scott - dovrebbero risonare in questa nuova età della pirateria. Giusto prima di essere impiccato a Charleston, Sud Carolina, disse: "Quello che ho fatto è stato di impedire a me stesso di perire. Sono stato costretto ad entrare nella pirateria per vivere".

Nel 1991, il governo della Somalia - nel Corno d'Africa - crollò. Da allora i suoi 9 milioni di abitanti barcollano nell'inedia - e molte delle forze più ignobili del mondo occidentale hanno visto questo come una grande opportunità per rubare la riserva alimentare del paese e per scaricare i nostri residui radioattivi nei loro mari.

Si: residui radioattivi. Appena il governo era finito, delle misteriose navi europee cominciarono ad apparire al largo delle coste della Somalia, a scaricare grandi serbatoi nell'oceano. La popolazione costiera ad ammalarsi. Al principio soffrivano di strane infiammazioni della pelle, nausea e bambini deformi. Quindi, dopo lo tsunami del 2005, centinaia dei barili scaricati e sgocciolanti si depositarono sulla spiaggia. La gente cominciò a soffrire di malattie causate dall'irradiamento e più di 300 morirono.

Ahmedou Ould-Abdallah, l'inviato dell'ONU in Somalia, mi racconta: "Qualcuno sta scaricando qui materiale nucleare. Vi sono anche piombo e metalli pesanti come cadmio e mercurio - dite voi". Molto di questo è rintracciabile agli ospedali ed alle fabbriche europee, che pare lo passino alla mafia italiana perché lo "sistemi" a buon prezzo. Quando ho chiesto a Ould-Abdallah cosa stessero facendo su questo i governi europei, ha affermato con un sospiro: "Nulla. Non vi sono state nessuna rimozione, nessun risarcimento e nessuna prevenzione".

Allo stesso tempo, altre navi europee depredano i mari della Somalia della loro maggiore risorsa: il pesce. Abbiamo distrutto le nostre riserve di pesce con il sovrasfruttamento - ed ora siamo passati alle loro. Oltre $300 milioni di valore di tonno, gamberetti, aragoste ed altri animali marini vengono rubati ogni anno da grandi pescherecci che assalgono illegalmente i non protetti mari della Somalia.

I pescatori locali hanno perduto improvvisamente i loro mezzi di sussistenza e stanno soffrendo la fame. Mohammed Hussein, un pescatore della città di Marka, 100 km a sud di Mogadiscio, ha raccontato alla Reuters: "Se non si fa niente, presto non vi sarà molto pesce rimasto nelle nostre acque costiere".

Questo è il contesto del quale sono emersi gli uomini che chiamiamo "pirati". Tutti concordano che erano dei comuni pescatori somali che al principio hanno preso i motoscafi per cercare di dissuadere i trasportatori ed i pescherecci, o almeno levare su di essi una "tassa". Chiamano se stessi la Guardia Costiera Volontaria della Somalia - e non è difficile capire perché.

In una surreale intervista telefonica, uno dei leader dei pirati, Sugule Ali, ha dichiarato che il loro motivo era "fermare la pesca e lo scarico illegali nelle nostre acque ... Non ci consideriamo banditi del mare. Consideriamo che i banditi del mare siano quelli che pescano e scaricano illegalmente nei nostri mari e gettano immondizia nei nostri mari e portano armi nei nostri mari". William Scott comprenderebbe queste parole.

Non, questo non rende giustificabile la presa di ostaggi e, si, alcuni sono chiaramente soltanto dei banditi - specialmente quelli che hanno ritardato il traffico delle vettovaglie del Programma Mondiale Alimentare. Ma i "pirati" hanno l'appoggio schiacciante della popolazione locale per una ragione. Il sito di notizie somalo indipendente WardherNews ha condotto la migliore ricerca che abbiamo su quello che pensano i somali comuni - e ha scoperto che il 70% "appoggiava fortemente la pirateria come una forma di difesa nazionale delle acque territoriali del paese".

In America, durante la guerra rivoluzionaria, George Washington ed i padri fondatori dell'America pagavano dei pirati per proteggere le acque territoriali americane, perché non avevano nessuna marina o guardia costiera proprie. La maggior parte degli americani li appoggiava. E' così differente?

Ci aspettavamo che i somali affamati stessero fermi passivamente sulle loro spiagge, a remare con la pagaia nei nostri rifiuti nucleari e a guardarci portar via il loro pesce da mangiare nei ristoranti di Londra, Parigi e Roma? Non abbiamo agito per quei crimini - ma quando alcuni dei pescatori hanno reagito scompigliando il corridoio di transito per il 20% del rifornimento petrolifero mondiale, abbiamo cominciato a strillare dei "cattivi". Se vogliamo veramente occuparci della pirateria, dobbiamo fermarne la causa alla radice - i nostri crimini - prima di mandare le cannoniere ad estirpare i criminali della Somalia.

La storia della guerra alla pirateria del 2009 è stata riassunta nel modo migliore da un altro pirata, che visse e morì nel quarto secolo A.C. Fu catturato e portato da Alessandro Magno, che chiese di sapere "cosa intendesse prendendo possesso del mare". Il pirata sorrise e rispose: "Quel che tu intendi prendendo l'intera terra: ma poiché io lo compio con una piccola nave, vengo chiamato un ladro, mentre tu, che lo fai con una grande flotta, sei chiamato un imperatore".

Ancora una volta, oggi entrano in porto le nostre grandi flotte imperiali - ma chi è il rapinatore?

Johann Hari

Johann Hari è scrittore per il quotidiano Independent. Ha riportato da Iraq, Israele, Palestina, Congo, Repubblica Centroafricana, Venezuela, Perù e USA ed il suo giornalismo è apparso in pubblicazioni di tutto il mondo. Per contattarlo, scrivete a johann@johannhari.com o visitate il suo sito web a JohannHari.com. Questo articolo in precedenza è comparso sull'Independent e sull'Huffington Post, dove è stato aggiunto il seguente poscritto:

Poscritto: Alcuni commentatori sembrano stupefatti dal fatto che entrambe lo scarico di rifiuti tossici ed il furto del pesce stiano avvenendo nello stesso luogo - non renderebbe questo contaminato il pesce? Di fatto, la linea costiera della Somalia è estesa, si allunga per 3.300 km (più di 2.000 miglia). Immaginate quanto sarebbe facile - senza nessuna guardia costiera o esercito - rubare pesce dalla Florida e scaricare rifiuti nucleari in California e vi farete un'idea. Questi fatti stanno avvenendo in posti diversi ma con lo stesso spaventoso effetto: morte per i locali e stimolo alla pirateria. Non vi è nessuna contraddizione.

fonte:
http://www.uruknet.de/?s1=1&p=s9667&s2=17

 

Crisi in Darfur: il sangue, la fame e il petrolio

ntervista a Mohamed Hassan di Gregory Lalieu e Michel Collon

Il primo genocidio del 21° secolo si sta svolgendo nel Darfur? Questa regione del Sudan è teatro di un conflitto che sensibilizza l'opinione pubblica internazionale. Da qui ci raggiungono le stesse immagini di miseria tipiche di ogni conflitto consumato sul suolo africano: gli uomini laceri, i bambini piangono e il sangue scorre. L'Africa è tuttavia il continente più ricco del mondo. In questo nuovo capitolo del viaggio che abbiamo intrapreso per "comprendere il mondo musulmano", Mohamed Hassan ci rivela le origini del paradosso africano e ci ricorda che il Sudan oltre a ospitare diverse etnie e religioni, abbonda sopratutto di petrolio.

Quali sono le origini della crisi in Darfur? L'attore americano George Clooney in qualità di testimonial per "Save Darfur" ha denunciato l'assassinio degli africani per mano delle milizie arabe. Per contro il filosofo Bernard-Henry Levy, che ugualmente cerca di mobilitare l'opinione pubblica internazionale, sostiene che si tratta di un conflitto tra l'islam radicale e l'islam moderato. La crisi nel Darfur è etnica o religiosa?

La vasta regione africana ricca di risorse poteva essere unita e sviluppata…

Chi sostiene che la crisi in Darfur derivi da un problema etnico o religioso, non ha una buona conoscenza dell'area. Questa guerra è economica. Le potenze coloniali del passato e quelle imperialiste di oggi sono responsabili delle sventure dell'Africa. L'intera regione, dal Sudan al Senegal, in passato condivideva le stesse origini culturali e traboccava di ricchezza. Se il colonialismo del 19° secolo, non fosse intervenuto a creare forzatamente dei confini, questa regione poteva essere unita e sviluppata. Io sostengo che questi confini sono artificiosi perché sono stati creati in base ai rapporti di forza tra le potenze coloniali, senza prendere in considerazione la realtà del territorio e ancor meno la volontà del popolo africano. In Sudan, sono stati i coloni inglesi che applicando la politica divide et impera hanno gettato le basi per i conflitti che dilaniano il paese.

Il Sudan era una colonia britannica. Quali interessi aveva l'Inghilterra in questo paese?

Nel 19° secolo, la competizione imperversava in Europa. Nella corsa per l'egemonia, le potenze europee avevano bisogno di risorse umane, finanziarie e materiali: l'espansione del colonialismo consentiva di reperire queste risorse. La Gran Bretagna fino ad allora contava sulla colonia più prospera, l'India, ma una situazione del tutto nuova induceva l'Inghilterra a volgere lo sguardo in Africa: nel 1805, Mohamed Ali, governatore dell'impero ottomano, aveva iniziato a fare dell'Egitto uno stato moderno, i cui confini erano in costante espansione, raggiungendo la costa somala e inglobando il Sudan. Il grado di sviluppo raggiunto da colui che oggi è considerato come il padre dell'Egitto moderno, preoccupò seriamente la Gran Bretagna che vedeva emergere un nuovo concorrente. L'impero britannico invade così l'Egitto, e ne fa una colonia. Per estensione, il Sudan diviene colonia anglo-egiziana nel 1898.

Quali sono state le conseguenze del colonialismo britannico in Sudan?

Come in ogni colonia africana, la Gran Bretagna ha applicato la politica del divide et impera. Il Sudan è stato quindi diviso in due parti: al nord, si salvaguarda l'arabo come lingua ufficiale e l'Islam come religione, al Sud viene imposto l'inglese e i missionari iniziano la conversione al protestantesimo. Nessuno scambio era ammesso tra le due regioni di nuova costituzione. I britannici hanno introdotto anche delle minoranze greche e armene per creare una zona cuscinetto tra il Nord e il Sud!

Inoltre, la Gran Bretagna ha introdotto un moderno sistema economico in Sudan, che potremo chiamare capitalismo. Furono costruite due linee ferroviarie. La prima collegava la colonia all'Egitto, l'altra partiva da Khartoum per raggiungere Port Sudan sulla costa del Mar Rosso. Questa seconda linea costituisce l'asse attorno al quale si è consumato il saccheggio del Sudan: da qui partiva tutta la ricchezza verso la Gran Bretagna o i mercati internazionali. Khartoum divenne una città estremamente dinamica dal punto di vista economico, da cui emerse una borghesia. La divisione operata dalla Gran Bretagna tra Nord e Sud e la scelta di fare di Khartoum un centro dell'attività coloniale avrà un impatto disastroso sulla storia del Sudan. Questi due fattori sono alla base della prima guerra civile del paese.

Quali sono i motivi di questa prima guerra civile?

Quando il Sudan raggiunse l'indipendenza nel 1956, non vi erano relazioni tra le due parti del paese. Il Nord, arabo e musulmano, aveva beneficiato delle attività economiche durante il dominio britannico vista la centralità di Khartoum, snodo di potere e ricchezza. Il Sud, invece, è protestante ed è una comunità africana tradizionale. Nel corso della prima guerra civile, che durerà fino al 1972, il Sud chiede una equa distribuzione della ricchezza. L'accordo di pace raggiunto fa del Sudan uno stato federale.

Ma la pace avrà un breve respiro. Sul finire degli anni Settanta, la compagnia petrolifera americana Chevron scopre importanti giacimenti di petrolio in Sudan. L'allora presidente, Numeri, intende allora modificare i confini dello stato federale per consentire all'autorità centrale il controllo delle risorse petrolifere. Questa violazione dell'accordo di pace rilancia la guerra tra Nord e Sud del paese nel 1980. Questa guerra durerà oltre 25 anni.

Il Sudan è attraversato dal Nilo, a occidente si trova la provincia del Darfur.

In poco più di 50 anni, il Sudan ha vissuto due guerre civili. E oggi, la crisi del Darfur si estende a tutto l'occidente del paese. La situazione etnica sembra ancora esplosiva in Sudan. Cerchiamo di capire perché alcuni media ne parlano come di una polveriera.

E non lo è. La maggior parte dei gruppi etnici che vivono nel nord del paese sono musulmani, fisicamente assomigliano agli egiziani e molti parlano un loro dialetto, tutti conoscono l'arabo che è la lingua ufficiale. Le comunità nel sud sono più tipiche della regione del Nilo. La loro pelle è scura e le religioni dominanti sono il cristianesimo e l'animismo. Ma le guerre civili che hanno opposto le due parti del paese non sono né di origine etnica, né religiosa. Esse, infatti, ruotano attorno alla redistribuzione equa della ricchezza.

Guardate all'attuale situazione in Darfur. Nella provincia vive un'amalgama di etnie: le tribù nomadi arabo-musulmane, come quelle Janjawid e Takawira, accanto ad agricoltori sedentari. Nei periodi di siccità, le tribù nomadi migrano verso gli insediamenti degli agricoltori sedentari e scoppiano i conflitti. L'idea che gli africani siano massacrati dagli arabi è costruita sull'osservazione, erronea, che gli Janjawid siano arabi. Ma in queste tribù, che rivendicherebbero ipotetiche origini arabe, non c'è nulla in realtà che richiami agli arabi di oggi.

Vi è un altro elemento importante di questa crisi di cui si parla molto poco: gli interessi della borghesia locale. Con la scoperta del petrolio, la globalizzazione e lo sviluppo delle reti di informazioni, tutti vogliono una fetta della torta. Allo stesso modo delle élite del Sud, la borghesia del Darfur reclama ora una parte delle ricchezze contro il governo centrale che monopolizza il potere e le risorse. Ciò che rende specifica la crisi nel Darfur è che queste contraddizioni sono state amplificate e politicizzate per via dell'impegno della Cina in Sudan.

Qual è il ruolo della Cina in Sudan?

Dopo la scoperta di importanti giacimenti petroliferi, Chevron ha dovuto lasciare il Sudan per due motivi. In primo luogo, il paese era diventato instabile a causa della seconda guerra civile. In secondo luogo, se gli Stati Uniti avevano goduto fino ad allora ottimi rapporti con il Sudan, il nuovo regime islamico istituito dalla Omar al-Bashir nel 1989 era decisamente ostile. Il petrolio sudanese sfuggiva quindi agli interessi statunitensi. La Cina è approdata in Sudan con il seguente messaggio: "Veniamo a comprare materie prime al prezzo in vigore sul mercato internazionale". Questa situazione presenta un vantaggio comparato per la Cina e il Sudan: la prima può disporre delle risorse necessarie per il suo sviluppo, mentre la seconda non è più costretta a chiedere denaro in prestito alle istituzioni internazionali. Ma il coinvolgimento cinese in Africa costituisce una novità storica che spaventa gli interessi imperialisti europei e statunitensi.

Che cosa è un vantaggio comparato?

David Ricardo, il più importante degli economisti borghesi dopo Adam Smith, ha sviluppato la teoria chiamata del vantaggio comparato. Questo concetto è stato applicato dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca Mondiale nei paesi del Terzo Mondo nel corso degli ultimi cinquanta anni. Immaginiamo ch'io sia un paese che produce banane. Il FMI viene da me e dice: "Voi producete banane, avete una certa competenza su come farlo e avete dedicato delle risorse umane alla produzione: siete quindi specializzati! Più vi specializzerete nel settore delle banane, tanto più si ridurranno i costi di produzione e sarete maggiormente efficienti. Se seguirete questo metodo, avrete un vantaggio comparato sul mercato e potrete sviluppare il vostro paese". Io aumento quindi la produzione di banane, ma il mio vicino fa la stessa cosa. Il risultato è che ci sono troppe banane sul mercato! Il consumatore non può mangiarne giorno e notte. Pertanto i prezzi crollano. E' come se un medico con tantissimi pazienti, prescrivesse a tutti la stessa medicina, indipendentemente dalla malattia.

Quando l'Unione Sovietica e il blocco orientale sono crollati nel 1990, l'imperialismo occidentale ha pensato di poter dominare il mondo. Ma la Cina ha iniziato a diventare più forte economicamente. Oggi, ha bisogno di tutto dalle banane alle noccioline, passando per il petrolio e i minerali. Questo nuovo gigante si presenta ai paesi ricchi di risorse, con il desiderio di comprare le loro materie prime ai prezzi di mercato. Ovviamente, tutti i paesi africani ricchi di risorse volgono lo sguardo alla Cina. Qualsiasi imprenditore che volesse massimizzare i propri profitti lo farebbe! Il capitalismo ha raggiunto l'Asia e l'Africa deve adattarsi a questa nuova situazione.

L'Africa è sempre stata riserva di caccia dell'Occidente. Si tratta di un grande cambiamento.

Questo è il cuore del problema. L'Occidente è molto ambiguo a riguardo. Da un lato, ricava enormi vantaggi economici dal partenariato economico con la Cina. D'altro canto, non accetta che l'Africa tratti con il gigante asiatico. In realtà, le potenze imperialiste non vogliono perdere la loro posizione dominante sul ricco continente africano. Di fronte a questo dilemma, l'Occidente ha un atteggiamento assolutamente vergognoso: invece di affrontare apertamente la Cina, mette sotto pressione i governi africani che sfuggono al suo controllo e sfrutta le crisi umanitarie per i propri interessi.

Come fa l'Occidente a impedire al Sudan di negoziare con la Cina?

Cercando di destabilizzare il regime. Per fare ciò, applica la regola d'oro del colonialismo: divide et impera. Durante la seconda guerra civile, gli Stati Uniti hanno sostenuto finanziariamente l'Esercito di Liberazione Popolare del Sudan, un movimento ribelle del Sud. Mentre il Movimento quindi riceveva denaro e armi, il governo modernizzava il suo esercito grazie alle entrate derivanti dal petrolio: così il conflitto è durato più di venti anni. La seconda guerra civile si è conclusa nel 2005 proprio quando iniziava la crisi nel Darfur.

E' vero che le contraddizioni tra le tribù nomadi e gli agricoltori sedentari da un lato, e la borghesia locale e l'autorità centrale, dall'altro, hanno condotto a scontri mortali in Darfur. E' anche vero che su questo fronte, il governo sudanese ha adottato un atteggiamento militarista invece di battere la via del dialogo. Ma le potenze imperialiste ingigantiscono il problema, al fine di mobilitare l'opinione pubblica internazionale e di destabilizzare il regime sudanese. Deve essere chiaro che se domani, Khartoum annunciasse che smetterà di fare affari con la Cina, nessuno parlerà più del Darfur.

Le grandi potenze occidentali possono continuare ad evitare uno scontro diretto con la Cina e mantenere il controllo sulle risorse del continente africano?

L'atteggiamento delle potenze occidentali è vergognoso. Questi paesi imperialisti sono razzisti. Dopo la colonizzazione nel 19° secolo, hanno sempre impedito lo sviluppo dell'Africa con l'obiettivo di mantenere il controllo delle risorse. Ma perché il continente non dovrebbe intrattenere rapporti commerciali con la Cina e l'Occidente si? Perché i bambini in Africa, non devono avere buone scarpe, delle tavole imbandite e delle buone scuole? Le potenze neocoloniali costringono il continente più ricco del mondo in una condizione di sottosviluppo per mantenere il controllo della sua ricchezza.

La mobilitazione per il Darfur è importante negli Stati Uniti. Molte organizzazioni ebraiche hanno aderito a questa campagna. Perché?

I motivi di questo coinvolgimento sono principalmente di ordine storico. Nel lungo conflitto che ha opposto Israele all'Egitto, il Sudan occupa una posizione strategica. Infatti, il Nilo passa attraverso il paese prima di raggiungere l'Egitto. Oggi, Tel Aviv e il Cairo sono in ottimi rapporti, ma vista la simpatia del popolo egiziano per la causa palestinese, l'accordo potrebbe deteriorarsi. In una prospettiva a lungo termine, Israele sa che i suoi interessi strategici in Sudan sono importanti. Infatti, se Israele controlla l'acqua del Nilo, controlla anche l'Egitto. Durante la prima guerra civile sudanese, Israele ha già sostenuto il movimento ribelle Anyanya nel Sud, per indebolire il Presidente egiziano Nasser. Oggi, quando due movimenti del Darfur hanno già firmato un accordo di pace con Khartoum, Israele sostiene l'ultimo gruppo che continua a combattere. E' per questo motivo che il leader libico Gheddafi ha detto che la crisi del Darfur non è più un problema sudanese ma israeliano!

Bisogna inoltre sapere che le organizzazioni sioniste che sono coinvolte nella campagna di mobilitazione per il Darfur negli Stati Uniti hanno inizialmente manifestato la volontà di creare un fronte comune con le associazioni afro-americane. Una delegazione di Nation of Islam, guidata dal suo leader Louis Farrakhan, è andata così in Sudan, ha analizzato la situazione e ha avuto una discussione con il governo e il Presidente Omar al-Bashir. L'organizzazione ha espresso la sua decisione: il problema in Darfur non ha nulla a che fare con i Neri e con gli Arabi. Pertanto, il progetto di alleanza voluto dalle organizzazioni sioniste è naufragato.

Le reazioni a seguito della sentenza della Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato d'arresto nei confronti del Presidente Omar al-Bashir, non sono state omogenee. Gli Stati Uniti e la Francia hanno dichiarato che il Presidente sudanese deve essere giudicato. La Cina e i paesi arabi ritengono invece che ciò potrebbe destabilizzare ulteriormente il paese.

Io credo che una Corte che ascolta solo una campana, non è una Corte. Permettetemi di fare alcuni esempi. Il popolo della Somalia, è da sempre dilaniato dalla guerra. Ma nei primi mesi del 2006, un'intifada condotta sotto la guida del Consiglio Islamico, è riuscita in maniera pacifica a sopraffare i Signori della guerra. Hanno restaurato la pace in molte parti del paese. Il commercio ha ripreso, gli agricoltori sono tornati a lavorare e la comunicazione nella società è cresciuta. La speranza era tornata! Sei mesi più tardi, il regime fantoccio di Etiopia, manipolato dalla CIA e dai neocons statunitensi, ha invaso la Somalia. Il conflitto ha prodotto due milioni di profughi somali, sono morti 60.000, alcuni sono annegati nell'Oceano Indiano nel tentativo di raggiungere lo Yemen. L'Etiopia ha usato bombe napalm contro i civili a Mogadiscio e ha distrutto quasi tutta la città! Perché i media non hanno allertato l'opinione pubblica su questa tragedia? Perché non c'è una Corte Internazionale contro gli autori di questa tragedia?

L'Uganda ha distrutto il Congo equatoriale e depredato il suo oro. Per giustificare la sua legittimità, la Corte ha preso Jean-Pierre Bemba, un pesce piccolo. Ma l'autore di questo piano disastroso, il governo ugandese, è libero. Attualmente, le sue truppe uccidono i civili in Somalia. Perché non c'è una Corte contro di loro?

Nel 1998, l'Etiopia ha avviato una guerra in Eritrea. In stile pienamente nazista, ha spogliato dei beni gli etiopi di origine eritrea. Diverse migliaia di eritrei sono stati inviati in campi di concentramento dove molti sono morti di malaria e di altre infezioni. Perché non c'è nessuna Corte Internazionale che agisca nei confronti di questi criminali?

Un milione di iracheni sono stati uccisi. Quattro milioni sono profughi. Uno Stato moderno è stato distrutto illegalmente. Perché non c'è nessun giudice contro Cheney, Rumsfeld e Bush?

L'industria diamantifera del Sud Africa ha devastato la Sierra Leone. Questa e nessun'altro ha portato l'ex presidente liberiano Charles Taylor dinanzi al Tribunale Internazionale sulla base di false accuse che lasciano perplessi circa l'integrità di questa Corte.

Dei crimini sono comunque stati commessi in Darfur. Anche se la Corte Penale Internazionale non è imparziale, Omar al-Bashir non dovrebbe essere giudicato?

Non nego che siano state uccise delle persone in Darfur. Ma parlare di genocidio è un'esagerazione di una Corte imperialista che non è neutrale. Tutti i partiti politici in Sudan, sono concordi che questo mandato d'arresto viola la sovranità del paese. Il giudizio su Omar al-Bashir deve essere lasciato agli africani. La Corte Internazionale risponde all'obiettivo di fare pressione sul Presidente in modo che si arresti il commercio con la Cina e si torni a "fare affari" con l'Occidente. Probabilmente non funzionerà con il Sudan, ma è comunque un segnale per gli altri paesi che ne volessero seguire l'esempio.

Gli agricoltori sudanesi devono affrontare gravi problemi di siccità. Il governo non può utilizzare le entrate del petrolio per costruire strutture di irrigazione? In generale, perché un paese, che alcuni paragonano all'Arabia Saudita per risorse petrolifere, è così povero?

In Europa, vi sono paesi poveri con gente ricca. Al contrario, il Sudan è un paese ricco con povera gente. E' vero che il governo sudanese avrebbe potuto stanziare le entrate del petrolio in modo efficace, ma il fatto è che non ha soluzioni progressiste per l'intero paese. Da parte sua, la borghesia locale è gravemente colpita dalla corruzione (1). Dopo l'accordo di Naivasha, che ha segnato la fine della seconda guerra civile, il Sud ha ricevuto sei miliardi di dollari a titolo equa redistribuzione della ricchezza. Ma con tutto questo denaro, non è stata ancora costruita una scuola! Il Sudan ha quindi bisogno di una vera e propria risposta, che però non può venire da noi, quanto dal popolo sudanese stesso.

La soluzione potrebbe essere il confederalismo o il federalismo?

Questa soluzione è stata sostenuta dagli Stati Uniti per porre fine al conflitto con il Sud ed è oggi ventilata per risolvere la crisi nel Darfur. Un referendum dovrebbe presto determinare lo status di queste due regioni. L'interesse delle potenze occidentali sono elevati: se non possono negoziare lo sfruttamento di petrolio con Khartoum, lo potranno fare con le regioni autonome.

Ma il federalismo non è la panacea di tutti i problemi politici del mondo. In Belgio, coesistono tre comunità linguistiche: quelle di lingua olandese, francese e tedesca. Il federalismo è stato istituito su base linguistica, con la conseguenza di creare delle frontiere. Il Belgio ha un piccolo territorio, ma ha sei governi, 550 deputati e 55 ministri: il rapporto pro-capite più elevato al mondo! Nonostante questo esercito di politici, il paese attraversa regolarmente dei problemi federali. In Svizzera, per contro, il federalismo si basa sui cantoni, che rende il sistema molto più efficiente. Mentre il 75% della popolazione parla il tedesco, il Parlamento svizzero si esprime in francese, senza problemi. Ed ecco dove ci troviamo: la borghesia sudanese vuole un federalismo sul modello belga.

Come possiamo superare la crisi in Sudan?

Il Sudan è un paese ricco, che ha ricevuto tutto ciò che la natura può dare. Ma per sua sfortuna, non vi è alcun movimento che possa unire la popolazione attorno alla costruzione di una società democratica, unita e egualitaria; un Sudan senza sciovinismo e discriminazione; un Sudan che utilizzi tutte le sue risorse per costruire un solido futuro al suo popolo. I partiti esistenti, compreso il regime militare, raccomandano qualsiasi slogan: socialismo soudanese, arabo o islamico, nazionalizzazioni o privatizzazioni …... ma non sono in grado di integrare e portare il paese sulla via della democrazia moderna e progressista. La borghesia

E che la guerra del Caucaso del 2008 l'abbiano iniziata i russi.

E che il genocidio di Gaza sia una "risposta" ai razzi della resistenza.

fonte: http://www.islam-online.it/crisi_darfur.htm

 

Sudan - Difendiamo la verità

Domenica scorsa pubblicavamo un primo breve resoconto dell’incontro internazionale contro il mandato di cattura per il Presidente sudanese al-Bashir, incontro promosso dal Forum Internazionale della Gioventù in Solidarietà col Sudan. Esso si è concluso con l’approvazione di una risoluzione e, quel che più conta, con la decisione di formare un coordinamento permanente tra tutte le delegazioni presenti allo scopo di dare continuità al Forum medesimo. E’ infatti unanime la considerazione che il mandato di cattura, spiccato su pressione degli Stati Uniti e dei suoi alleati, sia l’ennesimo segnale di un’escalation aggressiva verso il Sudan, e che dunque la solidarietà verso questo paese debba essere estesa e rafforzata.

Com’è noto il pretesto con cui il TPI ha spiccato l’inaudito mandato di cattura poggia su tre assunti: che sarebbero in atto in Darfur un genocidio e una pulizia etnica (ricompare il casus belli utilizzato per spappolare la Jugoslavia), di cui il Presidente al-Bashir porterebbe la diretta responsabilità. Le autorità sudanesi smentiscono decisamente che il conflitto armato nel Darfur sia sfociato in crimini di massa, oppongono dati e fatti che mostrano l’assurdità delle cifre sparse ai quattro venti dalla centrale imperialista della disinformazione. Dati e fatti che indicano come questo conflitto, che resta tuttavia a bassa intensità, sia fomentato proprio dalle potenze imperialistiche, che finanziano con ingenti somme e armano minuscoli gruppi guerriglieri allo scopo di destabilizzare la regione e indebolire e alla fine rovesciare il governo e lo Stato del Sudan. Le autorità di Khartoum possono provare queste accuse, così come possono provare che questi gruppi ascari di guerriglia, oltre ad essere addestrati da istruttori israeliani e occidentali, usufruiscono del sostegno logistico degli Stati Uniti i quali, con la loro potente rete satellitare di spionaggio, indicano con una impressionante precisione dove essi debbano colpire ed eventualmente dove trovare rifugio in caso di ritirata. Il Ciad di Idriss Déby, da sempre pedina di americani e francesi e che nel dicembre 2005 ha dichiarato lo stato di guerra contro il Sudan, gioca un ruolo chiave nella vicenda darfurina poiché è il paese che assicura alla guerriglia antisudanese sicure retrovie.

E’ chiara la strategia che gli Stati Uniti di Obama, di concerto con la Francia di Sarkozy, stanno applicando in Sudan, è quella che gli USA di Reagan applicarono negli anni ‘80 nei confronti del Nicaragua sandinista, basata sull’appoggio alla sanguinaria contro guerriglia dei Contras. Il Ciad è, rispetto al Sudan quello che l’Honduras era rispetto al Nicaragua: santuario e retroterra dei controrivoluzionari. E’ un fatto che Obama non ha compiuto alcuna apertura verso il Sudan, continuando così la politica aggressiva dell’amministrazione di Cheney-Bush-Rumsfeld che dichiararono il Sudan “stato canaglia” e apertamente chiamarono al rovesciamento del governo presieduto da al-Bashir.

Il Forum di Khartoum voleva servire anzitutto a questo, a proclamare la verità, a smentire le menzogne occidentali rispetto alla natura del conflitto in Darfur, e a chi ne porta le responsabilità. Sono proprio i negoziati di pace tra il governo e i ribelli che si stanno impantanando nella capitale nigeriana Abuja a confermare come stanno le cose. Forti dell’appoggio politico degli imperialisti i cosiddetti “ribelli” dello SLA, del JEM e del MNRD, rifiutano ogni ipotesi di accordo poiché essi non riflettono interessi e aspirazioni legittime della popolaziona darfurina, quanto appunto le mire neocolonialistiche occidentali, americane e francesi anzitutto.

Discutendo coi fratelli sudanesi è anche emerso chiaramente come sia profondamente errato concepire l’attuale conflitto come uno scontro per procura tra americani e cinesi. Vero è che il governo del Sudan, rispetto ai predatori occidentali, ha preferito instaurare solidi rapporti commerciali con Pechino, ma esso autodetermina la sua politica e rifiuta decisamente di fungere da pedina della Cina. Per gli USA, questa fiera politica patriottica non è certo un’attenuante, è anzi un’aggravante. Washington preferirebbe di sicuro a Khartoum un governo eterodiretto dai cinesi, coi quali, business is business, un accordo si potrebbe certamente trovare

Chi poi volesse guardare al Sudan con occhi imparziali, può infine verificare come sia falsa l’accusa che in Sudan ci sia una dittatura militare, o anche solo che i militari facciano il bello e il cattivo tempo. Il governo, deciso dal Parlamento liberamente eletto, è infatti composto da una coalizione di forze, con al suo interno esponenti islamisti, non certo fondamentalisti, altri riferibili alla sinistra patriottica, rappresentanti cristiani, non solo della vecchia guerriglia sud-sudanese. Vi è ovviamente uno schieramento d’opposizione, alquanto composito anch’esso, con alcuni esponenti che non nascondono di ubbidire agli occidentali, per finire con il notissimo al-Turabi che ha addirittura difeso il mandato ci cattura contro al-Bashir.

L’ultima bugia diffusa dalla centrale imperialista della disinformazione, allo scopo di mettere in cattiva luce le autorità sudanesi, sarebbe quella per cui in Sudan vige la Sharia. Nulla di più falso. Chi abbia viaggiato in Medio oriente può facilmente stabilire un paragone col Sudan e affermare, senza possibilità di smentita, che l’islam sudanese è di sicuro uno i più tolleranti e aperti.

Per concludere. La nostra partecipazione al Forum di Khartoum è stata senz’altro positiva. Ora si tratta di dare seguito agli impegni presi con tutte le forze presenti e tra questi, il più importante, è quello di animare una sistematica campagna di informazione allo scopo di disintossicare l’opinione pubblica mondiale, in specie quella europea, affinché la verità venga a galla e sia revocato il mandato di cattura contro al-Bashir.

La delegazione del Campo antimperialista al Forum di Khartoum


FARC: "SIAMO PRONTI ALLO SCAMBIO DI PRIGIONIERI"

LETTERA AI COLOMBIANI PER LA PACE

Colombiane e Colombiani per la Pace

Senatrice Piedad Córdoba

Bogotá

 

Vi giunga un cordiale saluto dalle guerrigliere e dai guerriglieri delle FARC-EP.

Il dialogo epistolare sul problema della guerra e della pace, riunisce ogni giorno di più tanti e tanti colombiani, e suscita l'adesione delle più svariate organizzazioni e personalità del mondo, con la certezza nel carattere politico che riveste il conflitto.

 Siamo sicuri che la recente liberazione unilaterale di sei prigionieri, su istanza della vostra importante iniziativa, stimola lo sforzo collettivo che persegue una soluzione all'immenso dramma che vive la Colombia. Le "Colombiane ed i Colombiani per la Pace" stanno facendo rinascere la speranza di un Paese che sente, nel profondo della propria essenza nazionale, che il nostro destino storico non può essere la guerra civile e nemmeno la sottomissione indefinita ad un regime corrotto ed ingiusto, eminentemente militarista, guardiano degli interessi politici ed economici di una minoranza oligarchica e di un'élite privilegiata, antidemocratica, socialmente escludente, sorda di fronte alle angosce delle maggioranze nazionali ed insensibile ai reclami e bisogni degli umili. Nelle FARC-EP siamo convinti che un'altra Colombia sia possibile e che, tra tutti, si possano forgiare alternative politiche indirizzate all'elaborazione del progetto di una nuova società più equilibrata, includente e giusta.

Vorremmo reiterarvi che siamo pronti allo scambio di prigionieri di guerra, e disposti a non fare del luogo di dialogo un ostacolo insormontabile, privilegiando la libertà dei prigionieri in potere delle parti contendenti.

 Per i nostri portavoce Pablo Catatumbo, Carlos Antonio Lozada e Fabián Ramírez reclamiamo garanzie effettive, stabilite in protocolli concordati con noi che definiscano condizioni di modo, tempo e luogo, resi pubblici con sufficiente anticipo. E' necessaria, oltre all'accompagnamento dei "Colombiani per la Pace", anche una supervisione della comunità internazionale.

Tali esigenze non sono un capriccio. Voi ed il Paese tutto siete stati testimoni delle provocazioni e del rischio reale che hanno circondato e quasi frustrato la liberazione unilaterale dei quattro membri della forza pubblica, di Alan Jara e di Sigifredo López, e che ci esimono dal riferirvi innumerevoli situazioni antecedenti dalle identiche fattura e concezione.

Nella vostra lettera ci chiedete di tornare sul tema delle detenzioni economiche, sul quale abbiamo già riflettuto precedentemente con tutta franchezza. Succede che il governo, a fini della propria guerra controinsorgente, promuove una matrice di opinione artificiale e menzognera, alla ricerca di un effetto sulla popolazione deliberatamente fallace e manipolatorio.

Le cifre ufficiali insistono, attraverso una campagna martellante, che le FARC avrebbero in loro potere oltre 3800 detenuti per ragioni economiche. Abbiamo consultato tutte le nostre strutture politico-militari dispiegate sul territorio nazionale, e possiamo informare che, ad oggi, sulla base della Legge 002 si trovano sotto la responsabilità delle FARC-EP solo 9 detenuti.

Il militarismo oltranzista e la disinformazione che caratterizzano questo governo hanno intossicato la questione con la loro ben nota perfidia. Ricordiamo che, nella lettera anteriore, abbiamo enumerato l'universo degli attori che praticano questa modalità in Colombia.

Vogliamo insistere sull'importanza di mantenere vigente la bandiera della libertà per i prigionieri politici, la maggior parte dei quali é vittima di montature non estranee alla strategia governativa di dissuasione di qualsiasi tentativo di progetto di alternativa e scelta politica; al contempo, chiediamo di non lasciar spegnere la battaglia contro quei crimini ufficiali e sistematici conosciuti come "falsi positivi", contro le sparizioni forzate e contro gli sfollamenti che oggi scuotono l'opinione mondiale.

Stiamo analizzando le proposte della senatrice Piedad Córdoba, indirizzate a dinamizzare il cammino verso la pace con giustizia sociale, ed in questo ambito annunciamo l'impegno d'inviare, non appena vi siano condizioni propizie, le prove di sopravvivenza dei 20 militari e poliziotti prigionieri ai loro familiari.

Rispondendo alla medesima sollecitudine, le spoglie del maggiore Guevara saranno consegnate a sua madre in data e luogo che indicheremo più avanti, quando la situazione di ordine pubblico lo permetta. Allo stesso tempo, sollecitiamo le "Colombiane ed i Colombiani per la Pace" ad esigere al governo nazionale la consegna dei cadaveri dei Comandanti Raúl Reyes ed Ivan Ríos ai rispettivi familiari.

Attentamente,

 

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

 Montagne della Colombia, 28 marzo 2009

 

IL TERRORISMO DI STATO ASSASSINA MILITANTI DEL POLO DEMOCRATICO

Il Polo Democratico Alternativo (PDA), eterogenea coalizione di diversi partiti e movimenti democratici, progressisti e di centro-sinistra, ha denunciato una nuova escalation di attacchi e persecuzioni ai danni di propri militanti in diverse regioni del Paese. Nella serata dello scorso lunedì 9 marzo, individui a bordo di una motocicletta hanno esploso diversi colpi di arma da fuoco che hanno ferito mortalmente José Pinzón Nuñez, dirigente locale del PDA. Questo brutale assassinio é avvenuto nel quartiere San Felipe di Barranquilla, importante città portuaria della costa caraibica colombiana, e fa di sua moglie l'ennesima vedova e delle sue due figlie le ennesime orfane. Tre giorni prima, il 6 marzo, era stato ucciso brutalmente a Cali Alvaro Miguel Rivera, difensore dei diritti umani e dirigente del Polo. Rivera era stato in passato minacciato già a Villavicencio, cosa che lo aveva obbligato a scappare da quella città.

Dopo i tentativi di loschi personaggi interni al Polo capeggiati da Gustavo Petro e Lucho Garzón, nel suo recente congresso, di dividerlo e di indurlo a stringere un alleanza elettorale coi liberali in vista delle elezioni presidenziali del 2010, ora s'intensificano le minacce e gli attentati contro i suoi esponenti più coerenti. Il terrorismo di Stato contro il PDA, certamente non definibile come un'organizzazione rivoluzionaria, dimostra che il regime colombiano non tollera soggetto alcuno che si pronunci in favore della soluzione politica del conflitto, di riforme democratiche e di rispetto integrale dei più elementari diritti umani.

TRUPPE COLOMBIANE IN AFGHANISTAN

Il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, ha ricevuto la scorsa settimana il capo dello Stato Maggiore Congiunto degli USA, Michael Mullen, che aveva appena concluso un tour in America Latina, proprio alcuni giorni prima dell'istituzione del Consiglio di Difesa Sudamericano.

Il militare statunitense, dalla Colombia, ha annunciato che questo paese invierà truppe in Afghanistan. La notizia non è stata pubblicata da alcun quotidiano colombiano, ma viene riportata da "La Jornada" (Messico), e da "El nuevo Diario" (Nicaragua): a quanto pare i colombiani non hanno il diritto di essere informati sui movimenti delle truppe del proprio paese, e sulla collaborazione coi piani imperialisti statunitensi. Di fatto la decisione è stata presa dai vertici militari USA e assunta immediatamente dal governo colombiano, la cui politica estera si riduce al ratificare scelte altrui, alla faccia della sovranità e dell'indipendenza.

Mentre il ministro della difesa ed il presidente continuano nella reciproca delegittimazione (Santos vorrebbe candidarsi alle prossime presidenziali), gli Stati Uniti mantengono il proprio avamposto in Latinoamerica; il Presidente sarà stato informato di questa nuova missione?

GRAVE IMPATTO DELLA CRISI ECONOMICA IN COLOMBIA

Contrariamente a quanto dichiarato dal governo Uribe a cavallo tra l'anno scorso ed il 2009, l'economia colombiana non é assolutamente blindata rispetto alla crisi strutturale e sistemica che attraversa il mondo. Trattandosi di un paese dall'economia essenzialmente dipendente ed esportatrice, la rigida contrazione della domanda internazionale dei suoi prodotti (materie prime, manufatti e prodotti agricoli su tutti), combinata con il calo dei prezzi degli stessi sul mercato mondiale, ha generato diversi fenomeni i cui effetti disastrosi, come sempre, l'oligarchia vuol scaricare sul popolo. Come riconosce l'ANDI (la confindustria colombiana), nel solo gennaio 2009 la produzione industriale é calata del 4,3%, le vendite totali del 5,9% e le vendite sul mercato interno del 4% (a causa del sempre più eroso potere d'acquisto dei colombiani), relativamente ai dati analoghi del gennaio 2008. Solo il 25% degli industriali interpellati dall'ANDI, nell'ambito di un recente sondaggio, ha aspettative di miglioramento in futuro prossimo.

Se nell'ultimo trimestre dell'anno scorso la produzione manifatturiera era calata del 10% rispetto allo stesso periodo del 2007, nel primo bimestre 2009 la produzione del settore del caffè (tradizionalmente molto importante per il PIL nazionale) é diminuita notevolmente (-30%), così come la sua esportazione (-20%). Parimenti, é in calo anche il valore complessivo delle rimesse (una delle principali fonti di entrate per l'economia nazionale) inviate dagli emigrati colombiani (-11,6% totale, e -13,8% solo dagli USA). Inoltre, come lo stesso Uribe ha dovuto -suo malgrado- riconoscere nel corso dell'ultima assemblea dei Governatori del Paese, l'indebitamento vertiginoso dello Stato, a causa della diminuzione del gettito tributario, ha elevato il deficit fiscale all'esorbitante cifra di 5 bilioni di pesos. Ciò invalida, implacabilmente, le promesse demagogiche dell'esecutivo uribista-paramilitare di mantenere l'economia attraverso un'espansione degli investimenti pubblici. E mentre le alte sfere della Banca della Repubblica prevedono che il PIL crescerà nel 2009 soltanto di un punto percentuale (a fronte del 7,7% del 2007), il regime narco-terrorista colombiano perde anche l'ultimo dei risultati "positivi" (per i ricchi, non certamente per la stragrande maggioranza della popolazione) di cui si vantava, ossia quello di una sostenuta crescita macroeconomica.

LAVORATORI DELLA MULTINAZIONALE DRUMMOND IN SCIOPERO PER LA MORTE DI UN LORO COMPAGNO

Oltre 7000 lavoratori e lavoratrici della multinazionale statunitense del carbone Drummond, già tristemente nota per il finanziamento agli squadroni paramilitari in funzione antisindacale, sono scesi in sciopero per la morte di un loro giovane compagno, Dagoberto Clavijo, in quello che é stato l'ennesimo "incidente" sul lavoro. Dagoberto, che aveva iniziato a lavorare in miniera appena un mese fa, era stato messo a guidare i camion che "irrigano" le vie interne della miniera, grossi automezzi che richiedono una certa esperienza ed una certa formazione, che la Drummond non gli aveva dato.

Il sindacato Sintramienergética ha denunciato che la multinazionale non adotta le più basilari misure di sicurezza, cosa che espone i lavoratori a permanenti rischi e pericoli di incidenti, spesso letali. Inoltre, esige una pronta risposta del Ministero della Protezione Sociale, che si mostra indolente rispetto ai reclami dei lavoratori e supino di fronte ai diktat delle multinazionali, che saccheggiano le risorse strategiche del Paese e sfruttano la forza lavoro ed i territori colombiani a proprio piacimento. I lavoratori della Drummond, nonostante le persistenti minacce e le politiche di terrorismo di Stato contro il movimento operaio, mantengono bloccato il carico, scarico e trasporto del carbone nei porti di Loma, dipartimento del Cesar, e Ciénaga, dipartimento del Magdalena.

INAUGURATA A CARACAS LA SCUOLA CONTINENTALE DI FORMAZIONE "MANUEL MARULANDA VELEZ"

Nell'ambito della Giornata Internazionale della Resistenza Armata, con la presenza di riconosciuti intellettuali e dirigenti della sinistra latinoamericana, é stata inaugurata a Caracas la Scuola Continentale di Formazione intitolata al leggendario comandante guerrigliero delle FARC-EP, scomparso per cause naturali il 26 marzo del 2008. L'economista e scrittore argentino Nestor Kohan, fondatore della "Cattedra Che Guevara", ha sottolineato l'importanza di inaugurare una scuola che rivendichi il carattere militante del pensiero marxista. Secondo Kohan, principale relatore del primo laboratorio sul tema "Materialismo, dialettica e filosofia della prassi", cui hanno partecipato oltre 250 persone venezuelane e non, una scuola intitolata a Marulanda rappresenta una nuova spinta del marxismo militante ed il superamento delle posizioni di Marx come oggetto del consumo universitario. Carlos Casanueva, segretario internazionale della Coordinadora Continental Bolivariana, ha aperto i lavori salutando la vittoria del FMLN in Salvador ed evidenziando che la Scuola "Marulanda" costituisce uno spazio di discussione su come appoggiare e difendere le conquiste dei popoli latinoamericani, posto che l'imperialismo non sta con le mani in mano e cerca di smantellare la loro lotta. Questo primo ciclo di lavori, laboratori e conferenze della Scuola "Manuel Marulanda Vélez", con analisi ed approfondimenti collettivi sul marxismo e sui temi attualmente centrali per i rivoluzionari, proseguirà fino al 25 marzo con la partecipazione di diversi leaders di consigli comunali ed organizzazioni popolari venezuelane, nonché esponenti di vari paesi latinoamericani. Oltre a Nestor Kohan, sono presenti anche lo storico dirigente rivoluzionario dominicano, Narciso Isa Conde, l'ecuadoriano Dax Toscano, il membro venezuelano del Parlatino, Amilcar Figueroa, e Luís Millán, sempre venezuelano, tra gli altri.

SCONFITTA L'AMBASCIATA COLOMBIANA IN SVIZZERA!

Nei giorni scorsi, l'ambasciata colombiana a Berna ha ricevuto un contundente schiaffone dalla giustizia svizzera. La sede diplo-paramilitare di Uribe nella Confederazione Elvetica aveva denunciato diversi rifugiati colombiani che avevano "osato" criticare, il 22 ottobre 2008, il vice-presidente Francisco Santos. Questi, in visita a Berna, era stato contestato da diversi colombiani e svizzeri durante una conferenza in cui aveva raccontato di una Colombia democratica e prospera, vincente nella "lotta al terrorismo" ed affidabile per gli investimenti stranieri. I presenti, fatta eccezione per una sparuta clac portata nell'occasione dall'ambasciata stessa, non avevano creduto ad una sola parola (leggi menzogna) proferita dal vice di Uribe. Un gruppo di oppositori aveva distribuito un video di sette minuti che, in modo coinciso ed al contempo argomentato, evidenzia le atrocità commesse dalla cosca della Casa de Nariño ai danni del popolo colombiano. Come sempre, la verità ferisce gli imbonitori-difensori del regime colombiano, che ha provato a far condannare chi coraggiosamente aveva distribuito e diffuso il video. Il processo, costato ai contribuenti colombiani oltre 100 milioni di pesos, é stato un flop su tutta la linea; il Pubblico Ministero Federale, infatti, ha rigettato l'istanza riconoscendo che le denuncie ed i fatti contenuti nel video corrispondono al vero, e sono inconfutabili poiché poggiano su fonti serie. L'accusa d'ingiuria, pertanto, è caduta immediatamente. Anche questa volta, il tentativo extraterritoriale di Uribe di perseguitare gli oppositori é fallito. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia perché questo bieco tentativo non é il primo e non sarà certamente l'ultimo.

ORDINATO L'ARRESTO DI UN GOVERNATORE PER LEGAMI CON PARAMILITARI.

La magistratura colombiana ha ordinato la detenzione del governatore del dipartimento del Guaviare, Óscar López, per presunti legami con i paramilitari. Secondo l'agenzia tedesca Dpa il capo dell'ente accusatore, Mario Iguarán, ha spiegato che "poiché si tratta di un governatore in carica, lo stesso Procuratore Generale ha sollecitato il presidente Álvaro Uribe Vélez affinché procedesse alla sospensione dell'incarico". Il funzionario ha richiesto che si indaghino le connessioni del mandatario dipartimentale con la società di Esplorazione ed Esportazione Mineraria del Llano, della quale è azionista Pedro Guerrero, alias "Cuchillo", un noto narcotrafficante. "Il governatore è indagato per associazione a delinquere aggravata", secondo quanto afferma un comunicato della Procura, che precisa che contro López è stato emesso un ordine di detenzione preventiva senza il beneficio di scarcerazione. López è accusato di aver avuto legami col paramilitare Vicente Castaño, alias "El Profe" e con "Cuchillo", uno dei quattro signori della droga più ricercati in Colombia. Ancora una volta si dimostra incontenibile lo scandalo della para-politica, e si palesano i vincoli tra i politici di tutti i livelli ed il paramilitarismo. Questa macabra simbiosi, tutt'altro che all'epilogo, rende ancor più illegittimo ed illegale il mafioso regime colombiano, e tutte le sue articolazioni di governo e di potere locali.

MINACCE PARAMILITARI AL CANALE EUROPEO "ARTE" ED ALLA TELEVISIONE SVIZZERA.

Un articolo pubblicato sul giornale svizzero Le Courrier e firmato dal giornalista Benito Pérez, il 3 marzo scorso, ha reso noto che giornalisti europei sono stati vittime di minacce in Colombia da parte dei paramilitari. Alcuni giornalisti svizzeri, che si trovavano in Colombia per realizzare un documentario sull'impunità, sono stati minacciati di morte da un gruppo autodenominato "i veri colombiani", un chiaro riferimento alla concezione uribista secondo cui chi denuncia i crimini del terrorismo di Stato, starebbe in realtà "parlando male della Colombia" all'estero, diventando così un "traditore della patria". Il giornalista Juan Lozano (vincitore del premio al miglior documentario svizzero al festival 2008 "Visione del reale" di Nyon), ha denunciato che la troupe congiunta del canale ARTE e della TSR svizzera, da lui diretta, ha dovuto interrompere le riprese ed abbandonare precipitosamente la Colombia a causa delle minacce. I giornalisti europei, che hanno sperimentato sulla propria pelle il clima di caccia alle streghe nei confronti di chi informa in modo critico sulla realtà colombiana, hanno presentato una denuncia presso un tribunale di Ginevra, che ha aperto un'inchiesta. Diversi comunicatori sociali, giornalisti indipendenti e non allineati al regime (come William Parra, Freddy Muñoz, Carlos Lozano, Hollman Morris, Jorge Enrique Botero ed Alfredo Molano, tra gli altri) hanno sofferto e subiscono attualmente la persecuzione da parte dello Stato colombiano; a differenza dei pennivendoli dei grandi media dell'oligarchia come RCN, Caracol, El Tiempo, La W Radio, ecc., che si autocensurano o partecipano alla patetica stesura dei metaracconti sulla Colombia virtuale, fatta di "democrazia" (che non esiste) e di "vittorie sensazionali" sul cosiddetto "terrorismo" (che sono solo pirriche), tanto per citare alcuni dei deliri onirici del guerrafondaio Uribe.

LE CIFRE RACCAPRICCIANTI DEL TERRORISMO DI STATO IN COLOMBIA.

In base a dati recenti di diverse organizzazioni di difesa dei diritti umani e dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato, nonché della stessa Fiscalia (la magistratura colombiana), i casi di "falso positivo" finora conclamati sono 1200. Migliaia di parenti, amici e vedovi/e piangono questa pratica assassina delle forze repressive del regime colombiano, che, dopo aver sequestrato con l'inganno o con la forza giovani di tutto il Paese, averli portati altrove ed averli ammazzati a sangue freddo, li hanno vestiti con uniformi militari per poi presentarli come "guerriglieri abbattuti in combattimento" (sic!)

Mentre il ministro della guerra JM Santos ed il presidente paramilitare Uribe si affannano a dire che i "falsi positivi" sono semplicemente casi isolati di poche mele marce all'interno delle forze armate, addirittura lo stesso ex presidente Andrés Pastrana ha riconosciuto che i "falsi positivi" non potrebbero non essere definiti come "crimini di Stato".Sempre in base ai suddetti dati, negli ultimi dieci anni sono stati fatti sparire oltre 1500 sindacalisti, la maggior parte dei quali risulta desaparecida a partire dal 7 agosto 2002 (data dell'insediamento alla presidenza di Uribe Vélez). Come se non bastasse, sono stati sequestrati dal terrorismo di Stato anche 22 leaders dei familiari delle vittime del paramilitarismo (politica dell'oligarchia ai interrotta, checché ne dica il governo che blatera di una fantomatica "smobilitazione" dei suoi squadroni della morte). La strategia di colpire in diversi modi i familiari delle vittime (che lo diventano a loro volta), al fine di zittirli e di mettere una museruola di piombo alle denunce contro il terrorismo di Stato, é diretta dalla cupola narco-mafiosa che é al governo e dalle sue forze militari, carnefici del popolo colombiano.

Obama e l'Iran: una "mano tesa" poco amichevole‏

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in questi giorni è salito agli onori della cronaca dopo aver spedito, in occasione del capodanno persiano, un “messaggio d’auguri” alle diverse popolazioni interessate da questa ricorrenza. In tale messaggio, egli si è rivolto soprattutto alla popolazione iraniana con parole che hanno fatto il giro del mondo e sono state riprese da tutti i media; in un breve intervento di tre minuti, agli abitanti della Repubblica Islamica ha detto di scegliere bene quale sarà il loro futuro, poiché gli Stati Uniti sono disponibili a “tendere la mano” all’Iran.

Ora, la cosa incredibile della questione, è che tali parole siano state accolte come una “grande novità” e considerate espressione dalla smisurata “bontà” che il presidente Obama pare promanare.

In realtà, per chi riflette e non si ferma alle impressioni diffuse dai media, è evidente che considerare una “novità” questa posizione degli Stati Uniti, utilizzare parole di giubilo e tutta la glorificazione messa in campo questi giorni siano l’ennesima costruzione propagandistica per camuffare i veri intenti degli Stati Uniti.

Infatti, quello che il presidente Obama dice nella dichiarazione è che nel caso l’Iran rinunci ad investire sull’energia nucleare, nel caso si pieghi alle direttive degli Stati Uniti, allora questi ultimi sarebbero disposti a guardare alla Repubblica Islamica “amichevolmente”. Tutto questo nella lingua americanista è tradotto: “E quel posto (nella “comunità delle nazioni”) non può essere raggiunto con il terrore e con le armi, ma con genuine azioni di pace”.

Ora cosa c’è di nuovo in tutto questo? Gli Stati Uniti continuano a voler proibire all’Iran di sviluppare l’energia nucleare (alla quale ha sacrosanto diritto), continuano a tenere l’Iran sotto la morsa delle sanzioni, continuano a tenere i capitali iraniani bloccati ecc. L’unica vera novità che si riscontra è l’aumento della pressione propagandistica, al servizio di quella geopolitica. Infatti chi oggi nell’analisi geopolitica si ferma a considerare soltanto gli elementi militari, economici e politici (che sono pur sempre importantissimi), commette un grandissimo errore di sottovalutazione di tutti quegli aspetti immateriali che assumono un eguale livello di importanza; infatti nell’analisi degli elementi della geopolitica oggi si distingue giustamente “hard power” (gli aspetti più materiali) e “soft power”, che riguarda soprattutto il potere di controllo dei mezzi di comunicazione di massa con l’obiettivo di elevare se stessi nella considerazione internazionale, attraverso “la conquista dei cuori e dell’anima delle popolazioni”. Com’è facilmente immaginabile, oggi gli elementi di “soft power” sono quasi esclusivamente monopolio americano, e l’Amministrazione Obama si è distinta proprio per l’utilizzazione efficiente di tutti questi metodi. Vendere se stessi, creare aspettative, rendere appetibile il modello americano (che prelude al controllo americano) è l’imperativo dell’amministrazione democratica (1).

Ma in realtà non dovrebbe essere così difficile capire quali sono gli obiettivi americani se, addirittura in un’intervista fatta dal quotidiano ‘obamista’ “L’Unità” allo scrittore iraniano (che vive in Italia) Hamid Ziarati, quest’ultimo dice: “Se il regime stringerà la mano che Obama porge, finirà in frantumi!”. Ovviamente costoro considerano lo Stato sovrano della Rep. Islamica dell’Iran un pericolo (per screditarlo lo chiamano “regime”), e guardano agli Stati Uniti con speranza ed alle parole di Obama con gioia, in quanto vi riconoscono giustamente una astuta mossa per colpire Teheran. È tutto qui il fulcro della questione: se si ritiene positivo che l’Iran debba continuare ad essere uno Stato sovrano e debba continuare a prendere liberamente le proprie scelte, allora le parole di Obama dovrebbero almeno spaventare; se invece consideriamo positivo il controllo statunitense sull’Iran (e per estensione su tutto il globo come vorrebbero) allora gioiamo pure per le parole dell’Amministrazione americana! L’importante è la chiarezza delle idee.

Barack Obama, oltre a mandare questo tipo di messaggi, ha fatto anche di più: parlando direttamente alla popolazione iraniana, infatti, è entrato ufficialmente nella campagna elettorale di quel Paese, dicendo agli iraniani che se dovessero scegliere qualcosa di contrario agli interessi americani se ne potrebbero presto pentire…

In definitiva possiamo dire che, Obama o no, non è cambiato nulla a livello di interessi geopolitici dell’America, ma con questa Amministrazione si è attuato un cambio di strategia, più rivolta al lato “soft power” e alla demonizzazione del nemico, facendolo passare per colui che “proprio non vuole scendere a patti”, che “vuole la guerra ed il terrore”, quando invece è proprio chi, pur essendo aldilà dell’Oceano, vuole dominare l’area mediorientale ed eurasiatica!

Senza contare che dietro l’elaborazione geopolitica della nuova Amministrazione c’è niente di meno che Zbigniew Brzezinski, del quale pare che Obama sia una creazione (2), il quale da sempre, in linea con gli scopi secolari della geopolitica americana, vede come obiettivo degli interessi Usa quello di indebolire la Russia e i collegamenti fra gli spazi eurasiatici, creando delle aree perno controllate dagli Stati Uniti e delle quali la più importante sarebbe proprio l’Iran. Non è il caso di delineare l’elaborazione geostrategica di Brzezinski, che si può trovare nei suoi numerosi saggi ed articoli (3). Quello che ci preme mettere in luce è come l’Iran rivesta una grandissima importanza per gli interessi di dominio statunitensi nel continente eurasiatico e che quindi ogni mossa americana va letta in questo contesto. Il fatto che l’unico commento da parte israeliana alla questione sia stato “Non ci interessa, sono questioni di politica interna degli Stati Uniti”, fa capire che non c’è stato nessun di cambiamento di sorta e che il progetto yankee di un “Grande Medio Oriente”, che ha come paladino nella regione il Sionismo, è ancora all’ordine del giorno.

Chi giubila per le parole di Obama, o considera positiva l’intromissione degli Usa in ogni angolo del mondo, oppure sta prendendo un grosso abbaglio, dal quale speriamo si possa ravvedere presto.

di Matteo Pistilli. Il significato delle parole rivolte all'Iran da Barack Obama.

Darfur, lo zampino di Israele

Scritto da Enrico Piovesana Martedì 24 Marzo 2009 12:48

http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=409:darfur-lo-zampino-di-israele&catid=29:africa-cat&Itemid=41

Da peacereporter.net riprendiamo un articolo molto utile a chiarire le vere ragioni del mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale a carico del presidente sudanese al Bashir.

 

Il Mossad dietro ai ribelli darfurini. E agli indipendentisti sudsudanesi di Enrico Piovesana

Il mandato di arresto per crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur emanato il 4 marzo dalla Corte penale internazionale dell'Aja nei confronti del presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha riportato l'attenzione mediatica mondiale sul Paese africano, ricchissimo di petrolio ma ostile all'Occidente. Un'attenzione che però sembra non riguardare i legami tra i ribelli sudanesi del Darfur (anch'essi accusati di crimini di guerra dalla Cpi) e Israele.

Abdel Wahid al-Nur e il Mossad. Poche settimane prima del clamoroso annuncio della Cpi, Abdel Wahid al-Nur, leader del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm) - uno dei due principali gruppi ribelli darfurini - era in Israele per partecipare all'annuale Conferenza di Herzliya sulla sicurezza d'Israele e per incontrare due alti ufficiali del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico. Oggetto della riunione riservata, secondo il Jerusalem Post, sarebbe stato il contributo dell'Slm alla lotta al contrabbando di armi verso la Striscia di Gaza che, a detta del Mossad, passerebbe proprio dal Sudan. Secondo quotidiano Haaretz, invece, le autorità israeliane si sono rifiutate di rivelare il contenuto della discussione.

Ufficio Slm a Tel Aviv da un anno. Abdel Wahid al-Nur, che dal 2007 vive in esilio a Parigi, era già venuto in Israele esattamente un anno fa, nel marzo 2008, per inaugurare un ufficio di rappresentanza del suo movimento ribelle a Tel Aviv per aiutare le centinaia di rifugiati politici che hanno trovato protezione in Israele. "Dobbiamo forgiare nuove alleanze, non più basate sulla razza o la religione, bensì sui valori condivisi di libertà e democrazia", dichiarò in quell'occasione Al-Nour. "Il Sudan che sognamo consentirà l'apertura di un'ambasciata d'Israele a Khartoum".

Armi israeliane al Jem via Francia-Ciad? Negli stessi giorni di febbraio in cui il leader dell'Slm era a colloquio con il Mossad, l'altro gruppo ribelle del Darfur, il Movimento per la Giustizia e l'Eguaglianza (Jem), veniva accusato dal governo sudanese di aver ricevuto ingenti quantitivi di armi da Israele attraverso il governo di Parigi e il contingente militare francese schierato in Ciad (Eufor). Secondo Khartoum, solo grazie alle armi israeliane i ribelli del Jem sono stati in grado di conquistare a gennaio la città di Muhageriya. L'altro fronte caldo: il Sud Sudan. Ma la guerra in Darfur, che dal 2003 ha provocato quasi mezzo milione di morti, non è l'unico problema interno del Sudan. Sotto la cenere cova anche il conflitto in Sud Sudan, finito nel 2005 dopo ventidue anni e quasi due milioni di morti, ma che rischia di riesplodere in occasione del referendum indipendentista del 2011. In vista di questa eventualità, gli ex ribelli cristiani dell'Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla) che oggi governano la regione di Juba ma non i suoi giacimenti petroliferi (l'85 percento di quelli sudanesi), si stanno riarmando.

Armi della 'Faina' agli indipendentisti. A loro, secondo la Bbc, era destinato il carico d'armi (33 carri armati, 150 lanciarazzi e 6 sistemi missilistici antiaerei) che il 12 febbraio la nave cargo ‘MV Faina' ha scaricato al porto di Mombasa, in Kenya, dopo essere stata sotto sequestro da parte dei pirati somali per quattro mesi. Il carico era stato riscattato con il pagamento di 3,2 milioni di dollari da parte del proprietario della nave: l'imprenditore ucraino-israeliano Vadim Alperin, sospettato di essere un ex agente del Mossad. Attraverso questo stesso canale, il Governo del Sud Sudan (Goss) avrebbe ricevuto altri rifornimenti bellici negli ultimi mesi. Il che non costituisce una novità rispetto al passato: durante la guerra civile lo Spla, oltre ad essere assistito dalle forze speciali Usa, veniva rifornito di armi da Israele, via Etiopia e Uganda.

La corsa all'oro nero del Sudan. Non è un mistero che l'Occidente punti a un cambio di regime a Khartoum per avere un governo sudanese ‘amico' che riveda i contratti petroliferi con la Cina firmati dal presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir. Le leve che Stati Uniti, Europa e Israele stanno usando per rovesciare il suo regime sono il Darfur e il Sud Sudan, le regioni dove si concentrano i principali giacimenti petrolferi.

 

Di ritorno da Gaza, ANGELI E DEMONI IN PALESTINA.

Di Fulvio Grimaldi.

Un arabo frustrato di nome Raja Shemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra lungo 40 km e largo all’incirca 5. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e 400mila abitanti. Dopodichè circondatelo con il mare a ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e a est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiarate guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di decollo per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, navi da guerra, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate, 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo “Israele che si difende”. Adesso fermatevi un momento e dichiarate che “evitate di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in atto… Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di persone disarmate (l’85% dei 1.455 ammazzati nel massacro delle tre settimane erano civili, il 30% bambini. N. d. A) perché è stato proprio Israele a metterle lì (due terzi della popolazione di Gaza sono profughi del 1948 e loro discendenti. N.d.A.). E’ allora chiamatelo genocidio, è più credibile… Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri al giornale “Haaretz”: “Uccidiamo i loro bambini oggi, per salvarne tanti domani”.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni, volontario in Palestina, chiudeva così quei pezzi da Gaza che, sul solo “manifesto”, davano voce ai senzavoce di Gaza nel corso dell’aggressione 27 dicembe 2008 – 18 gennaio 2009 e seguenti. Gli italiani perbene e da lui disintossicati gli hanno già fatto un monumento nel loro cuore. Era tornato a Gaza qualche giorno prima dell’assalto sui battelli del “Free Gaza Movement”. Uscito su pescherecci nel mare proibito ai pescatori di Gaza, era stato intercettato e sequestrato dalle motovedette israeliane. Sbattuto in una fetida prigione, aveva imposto il suo rilascio con uno sciopero della fame. Non ci ha pensato su due volte a riprendere la nave di Cipro e tornare tra i “suoi”. Gli hanno sparato e risparato, anche dopo la “tregua”, un sito sionista ha invitato a ucciderlo, ha visto sventrare le ambulanze e cadere gli infermieri con cui correva in soccorso ai feriti, le rare volte che le belve con la Stella di Davide lo consentivano. Ha disintegrato la panna montata delle menzogne politiche e mediatiche con cui un’armata di ascari dei due Stati Canaglia, Usa e Israele, soffocava lucidi neuroni e impediva giusti moti del cuore. Due mesi dopo una “tregua” che è costata altri undici morti ammazzati, bombardamenti quasi giornalieri, il terrorismo dei tiri al bersaglio a contadini senza più campi e pescatori senza più mare, Vittorio è sempre lì. Non è andato a casa, a tirarsi fuori dall’inferno, a ritemprarsi dai suoi, dalla ragazza. E’ ancora lì, tra quei contadini, quei pescatori, quei resistenti, quei mutilati e quei bimbetti ai quali gli scherzi con Vittorio sanano ferite e recuperano la risata. Ho incontrato Vittorio Arrigoni a Gaza, siamo diventati amici. Un italiano che ti riconcilia con ‘sto paese sbrindellato e malfamato. Diceva Fabrizio De André: “Dalla melma nascono i fiori”.

Siamo seduti accanto, Zenab ed io, su una branda nell’edificio mezzo sventrato e riempito di graffiti dispregiativi dai militari invasori, tipo “Ammazza gli arabi”, “Torneremo”, “Israele è stato qui”, “Vi uccideremo tutti se non vi togliete dalle palle”. Poi ci sono le decorazioni: una serie infinita di stelle di Davide, merda spalmata sulle pareti, tutto quello che c’era in casa scagliato dalle finestre a schiacciare sotto una confusione di colori ormai stinti - panni, quadri, libri, pentole, coperte, materassi, mobilia - quello che era un giardino. Siamo a Zeitun, quartiere della periferia est di Gaza City disintegrato dalla colonna di tank israeliana che qui è stata fermata dalla guerriglia. Quando i prodi soldati di Tsahal, polverizzate con i cannoni, gli F16, gli Apache, le costruzioni che si trovavano davanti, perlopiù con tutta la gente dentro, venivano affrontati nel corpo a corpo dalla Resistenza, l’avanzata finiva. Nel combattimento casa per casa, di cui sono testimonianza le migliaia di fori sulle case subito dietro l’area spianata da bombe e proiettili, questi eroi dell’ “autodifesa”, abituati da anni a infierire sui ragazzi e sulle donne delle pietre e delle manifestazioni, poi duramente bastonati dagli Hezbollah in Libano, se la facevano sotto e invocavano la mamma. Lo conferma una confessione scritta sulle pareti tra le ingiurie alle vittime: “Mamma, fammi tornare a casa”.

Zenab ha tredici anni, bionda, occhi bruni chiari, le mani serrate in grembo. Sorride solo quando una turba di bimbetti dai due ai cinque anni, fratelli, cugini, salta sul materasso come fosse un piano elastico, facendo ballare la mia telecamera. Fuori dalla finestra, chiusa da teli di plastica, si dilata a perdita d’occhio un mare di macerie fino ai campi che coprono le poche centinaia di metri prima delle torrette di guardia israeliane. Quelle dalle quali, sparandogli addosso, i cecchini si divertono a far saltare le cervella ai contadini affamati che si peritano di affacciarsi sulle loro colture in rovina. Si chiama “tregua” ed è costata la vita a 13 civili già nelle prime due settimane dopo il 18 gennaio, data dalla quale l’onesta informazione italiana fa partire il cessate il fuoco israeliano. Nello stesso periodo qualche decina di minirazzi si sono persi tra gli sterpi oltre confine. Di quelli si parla, senza peraltro citare le ripetute dichiarazioni di Hamas che ne smentiscono la paternità. Gli israeliani sono i migliori al mondo nelle provocazioni. Bisogna pur offrire ai media voraci di vittimismo israeliano un alibi per i quotidiani bombardamenti da “tregua” su Rafah e su quel protocollo salvavita che sono i tunnel verso l’Egitto.

Quella distesa di rovine, tra le quali spunta, spaccata a metà, la cupola d’oro della moschea, una delle trenta rase al suolo, erano le case della grande famiglia Samudi. Zenab è una Samudi. Le sono stati ammazzati 29 parenti, tra cui la mamma, il papà, tre sorelline, una cuginetta. Di questi ha vissuto la fine. E me la racconta. La mamma e le bambine erano state bersagliate dai proiettili dei carri mentre se ne stavano rintanate in quella che gli era sembrata la stanza più sicura. All’avvicinarsi notturno dell’aggressore avevano voluto fuggire verso il centro città, ma gli israeliani li avevano costretti a rinchiudersi in quella casa. Poi avevano aperto il fuoco. Così in tante altre occasioni, ovunque, a Jabalia, Abed Rabbo, Khan Yunis, Rafah… Un loro capo di Stato maggiore non aveva prefigurato i palestinesi come “scarafaggi impazziti in fuga da una bottiglia”? Con la differenza che qui, agli scarafaggi, era anche stata tappata la bottiglia.

La mamma era piena di schegge, ma aveva gli occhi aperti e respirava, respirava. Io la chiamavo lei mi guardava fissa, poi non respirava più. La chiamavamo, la chiamavamo. Anche alcune delle mie sorelle non si muovevano più. Guardando in giù, vedevamo i nostri piedi strisciare nel sangue. Mio padre, allora, ci ha detto meglio morire insieme alle nostre case là fuori, andiamo. Prendemmo degli stracci bianchi e ci affacciammo. C’erano tutt’intorno le sagome dei carri con i cannoni puntati su di noi. Nessuno ci disse niente e noi, col papà avanti, ci avviammo. Eravamo una lunga fila, tutti con gli stracci bianchi”. Poi Zenab passa inconsapevolmente al presente: “Facciamo il giro della casa, camminiamo tra calcinacci e spuntoni di ferro, quando parte un colpo, poi altri, sibili dopo sibili e schegge che schizzano dai muri. Papà cade per primo, poi altri, nel buio non capisco chi.

Da dietro arriva d’improvviso la sirena di un’ambulanza, ma gli spari aumentano e vanno anche in quella direzione. Si sente come una grossa martellata sul metallo, uno schianto come quando si scontrano due automobili. E la sirena non suona più. Ci mettiamo a correre, sempre con le pezze bianche in alto. Ancora spari…

Zenab è salva. Oggi parla come una donna adulta. Mi guarda con il viso immobile. Solo le labbra si muovono. E’ una grazia che intorno le razzolino tutti quei fantolini vispissimi, impegnati a spintonarsi davanti all’obiettivo – “sura! sura!, foto! foto! – o a giocare alla guerra con dei legnetti. La guerra vera a uno di loro, scarsi due anni, ha maciullato una mano: mancano quattro dita, mezzo palmo, resta un mozzicone di pollice. Me la mostra, quella manina massacrata, e me ne cerca l’effetto negli occhi. O una spiegazione, chissà. Non c’è migliore infanticida di Israele. Di Zenab, della sua cuginetta di dieci anni, Duna, con gli occhi neri tagliati obliqui, la coda castana sulla nuca e sulla faccia il miracolo della gravità mescolata alla gentilezza, ce ne sono tante quanti sono i fratelli e le sorelle dei 400 bambini scannati in tre settimane. Un centinaio subito il primo giorno, quando le orde volanti israeliane arrivarono intorno alle 11.30, a colpire nel mucchio scolaretti e studenti che a quell’ora sciamavano per le strade nel cambi di turno. Non si fa forse così un genocidio, ai termini della definizione datane dall’ONU? Chissà se a tutti questi sarà di beneficio quello che il gruppo di generosi medici liguri, al quale mi sono accompagnato nel viaggio d’andata, riporterà in Italia, tra un’opinione pubblica rinserrata nella menzogna mediatica, ma forse ancora aperta alle lacrime e alla mano da offrire ai più dannati dei dannati bambini della Terra.

Ci avevano bloccati al valico egiziano di Rafah, noi, volontari solidali da mezzo mondo. italiani del Forum Palestina con le somme raccolte per l'ospedale "Al Awda" di Jabalia, statunitensi, francesi, inglesi, irlandesi, tedeschi… Una turba un po’ stracciona che si accalcava sui cancelli presidiati da poliziotti in nero, gentili, inflessibili: non si passa. Si erano accampati sul pavimento di cemento della bottega di Mohammed, a fianco dei cancelli. Avevano resistito tre giorni e due notti, con conciliaboli tra “capogita” e funzionari doganali, ossessive telefonate alle rispettive ambasciate a invocare quel pezzo di carta che, secondo i guardiani del confine, ancora mancava, i chai caldi, tè, e i cahua, caffè turco, con merendine, del giovialone dai sorrisi sdentati Mohammed, sempre guardati a vista da poliziotti, che invano avevano tentato di spintonarli via, a volte assordati dalle bombe che gli energumeni sugli F16 lanciavano a ridosso del confine, sui tunnel. Magari anche sull’apprensività degli “internazionali”, che si spaventassero e rinunciassero a sostenere gli “scarafaggi” riportando al mondo l’evidenza che Israele è uno Stato fuorilegge, primatista mondiale di razzismo (come sentenzia il documento ONU per la convenzione “Durban 2”), criminale. D’improvviso, al tramonto, i cancelli si socchiudono. Proprio quando ormai si stava diffondendo il timore che non si sarebbe mai passati e che ci saremmo dovuti rassegnare a raccontare a casa quanto infame fosse la subalternità del despota gerontocrate Mubarak allo Stato sionista e quanto cinica la sua collaborazione nel tirare il cappio intorno a un popolo di insanguinati e affamati che, con le belve alle calcagne, premevano disperati su quei cancelli e su quella muraglia che l’Egitto ha copiato dal muro di Sharon.

Il blocco israelo-egiziano (non c’è foglia che si muova al Cairo che Israele non voglia) s’infrange al terzo giorno. Di colpo, senza spiegazioni. E passiamo col cuore in gola, anzi col cervello nel cuore che ha messo la quarta. Non è che si sia compiuta un’impresa epocale, come alcuni avrebbero subito strombettato. Prima di noi qualcuno aveva già disfatto la tela della collusione israelo-egiziana. Ce l’avevano fatta Angela Lano di Infopal, un’altra grande voce per la Palestina, quelli semigovernativi di Crocevia, la troupe Rai di Jacona… Noi avevamo semplicemente contribuito a svelare la strategia israelo-italo-egiziana di rendere il blocco impenetrabile o, almeno, eccessivamente faticoso da superare. Ma dopo di noi la crepa diventa subito voragine, in fondo al quale il regime del satrapo si nasconde davanti allo scandalo internazionale e tra le proprie masse della sua miserabile correità. Appeso ai muri della monumentale porta resta lo striscione “Palestina Libera”. Ci segue la carovana delle 60 infuriatissime donne Usa dell’associazione “Code Pink” , Codice Rosa, tra le quali scorgo le facce sorridenti e tenere dei genitori di Rachel Corrie, la martire della brigata internazionale di resistenti passivi, schiacciata a Gaza da una ruspa israeliana, davanti alla casa che voleva preservare dall’annientamento. Mi diranno che la morte di Rachel ha dato nuova vita a loro e a tantissimi negli Stati Uniti, una vita che da allora si mescola con quella che scorre nelle vene di coloro che stanno tornando per l’ennesima volta ad abbracciare. Due giorni dopo entra anche l’incredibile colonna del deputato britannico George Galloway, segretario del partito “Respect” . Lui e la sua gente è come se confermassero la sentenza capitale per ignavia ai partiti di sinistra italiani. Sono 150 tra camion zeppi di rifornimenti vitali, ambulanze nuove di pacca, pescherecci, furgoni. Impossibile sia per i macellai di Tel Aviv, sia per il loro magazziniere egiziano stoppare quel convoglio, anche perché viene dal Regno Unito e Galloway è, dopotutto, un parlamentare di Sua Maestà. Lo zimbello successore dei faraoni si consola bloccando nello stadio di El Arish, a due passi dal confine, qualche centinaio di tonnellate di generi di prima necessità portate da organizzazioni umanitarie varie, roba ormai da macero. Per passare, un centinaio di robusti figli di Albione hanno dovuto fare a botte con una specie di Celere egiziana. I cardini dei portali di Rafah sono dunque stati mossi anche dell’imbarazzo spurgato da giornali che urlavano “scontri tra volontari britannici e polizia egiziana comandata a impedire l’arrivo di cibo a farmaci a Gaza”.

Le terre, i centri abitati che risalgo verso Gaza City, dopo averli frequentati sotto lo stivale dell’occupante, allora impegnato nelle distruzioni selettive e negli assassini in serie mirati con corredo di civili trucidati dall’effetto collaterale, danno corpo alla cifre accertate dalle agenzie ONU, dalla Croce Rossa e da altre organizzazioni come “Amnesty International” o la rivista medica “Lancet”. Cifre che rivelano quanto bravo sia Israele a polverizzare case, devastare ambienti, colture, infrastrutture, punire collettivamente sterminando inermi, preferibilmente di genere femminile (procreano!) e di precoce età (crescono!), sperimentare per la seconda volta, dopo il Libano, le armi antipersona che feriscono e uccidono tra spasimi prolungati, mutilano per sempre, avvelenano per generazioni. Tutte cose che, secondo il diritto internazionale e la Quarta Convenzione di Ginevra fanno di un occupante, di un regime, l’imputato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma, intanto, imputato è Omar el Bashir, presidente di un paese che non si piega ai ricatti e alle minacce sioniste ed imperialiste e contro la cui sovranità e indipendenza quelle forze hanno scatenato una sanguinosa secessione in Darfur. Al riottoso Sudan, un paese sul quale il colonialismo britannico ha infierito nel solito modo barbarico e che alla Corona ha inflitto sconfitte memorabili, deve essere insegnato che a comportarsi così si finisce come l’Iraq, l’Afghanistan, la Palestina, la Jugoslavia, si finisce preda dei cannibali. Ha il torto di stare con i palestinesi e i liberi iracheni, El Bashir, di privilegiare per opere e petrolio una Cina assai più equa nei rapporti degli avvoltoi occidentali, di aver respinto tutti i tentativi di destabilizzazione orditi da Usa, UE, Israele, Vaticano, fin dai tempi in cui il Sudan veniva azzannato da Sud. Apprendiamo dalla tv di Hamas a Gaza che il presidente sudanese è stato incriminato dal Tribunale Penale dell’Aja e che ne è stato chiesto l’arresto. All’Aja hanno processato e fatto morire il difensore della Jugoslavia unita e socialista, Slobodan Milosevic. I giudici dell’Aja, non si sognano di incriminare Olmert, o Bush, o il fantoccio iracheno Al Maliki, trapanatore di crani, o l’Uribe colombiano delle stragi di Stato di contadini e sindacalisti, o il comatoso Sharon, o il serial killer kosovaro Hashim Thaci, oggi premier di un narcostato Nato. Ma Omar El Bashir è un arabo e gli arabi vanno dispersi, è un musulmano e serve allo “scontro di civiltà” e, come questi qua di Gaza, tiene la schiena dritta.

I terreni squarciati dai cingoli dei tank e dalle ruspe, gli uliveti, frutteti, campi di carciofi, fragole, cavoli, melanzane, grano, sradicati e sconvolti, un rosario di costruzioni abbattute, le acque stagnanti e putride attorno alle centrali elettriche colpite e ai pozzi sfondati, le moschee violate e disintegrate, le scuole e gli ospedali tolti di mezzo per impedire la vita della mente e del corpo.

Il milione e mezzo di tonnellate di esplosivo, cinque bombe di Hiroshima, scagliate, dopo decenni di ammazzamenti e angherie e tre mesi di embargo strangolatore (285 assassinati, 800 feriti), da quel Mazinga feroce e imbelle su un milione e mezzo di brave persone civili raggrumate nel formicaio dei 360 km quadrati, oltre ai 1.455 morti, con altri che continuano a cedere alle loro ferite e intossicazioni, e ai 5.500 feriti, perlopiù irrimediabili, hanno guadagnato a Israele il seguente bottino: 600mila tonnellate di detriti da 14mila case, per centomila sfollati ridotti in tende, tuguri, caverne sotto i lastroni delle macerie e da 68 strutture di governo e amministrazione, 48 centri sanitari, 179 scuole pubbliche, 153 moschee tra distrutte e danneggiate, 11 milioni e centomila metri quadrati di terre coltivate, 141mila ulivi, 137mila alberi di agrumi, 10mila palme, animali da allevamento per 20 milioni di dollari, 115 ettari di serre, 75 km di strade agricole cancellate, 48 km di acquedotti, 415 pozzi e stagni di raccolta sfondati, il 93% delle strutture commerciali e industriali, per un danno complessivo di due miliardi e 734 milioni di dollari, e una perdita del 48% di un PIL espresso dall’80% di disoccupati e dal 70% di indigenti da embargo sotto il livello di povertà.

Al passivo del bilancio, Hamas in piedi e in ascesa verticale di consensi. Due mesi dopo il massacro un sondaggio in tutti i territori occupati dà al primo ministro Haniyeh, di Hamas, il 47% delle preferenza per presidente della Palestina, contro il 44% del titolare in proroga, il rinnegato Abu Mazen. Tre mesi prima l’ominicchio che si protegge dalla rabbia popolare con le truppe occupanti e i pretoriani armati e addestrati da generali Usa in Giordania, stava al 47%. Ma poi aveva dichiarato che l’olocausto di Gaza era colpa dei razzi Kassam di Hamas. Nell’attivo dell’umanità, poi, va registrata la resistenza vincente di un popolo che, percosso e stremato, ha sollevato ancora più in alto le bandiera della libertà e della dignità: “Restiamo umani “, invocava dal mare di sangue Vittorio Arrigoni. Quelli di Gaza lo hanno ascoltato. Invece va nettamente collocato nella colonna del passivo umano quel 96% di cittadini israeliani che, gasati dalle atrocità dei propri miliziani, ha sostenuto il massacro, il 61% che vuole cacciare i palestinesi cittadini di Israele (il 24% nel 1991), l’80% che non accetta arabi nel quadro dello Stato (nel 2000 era il 67%). A costoro la voce di Arrigoni non è arrivata.

La sedicente “comunità internazionale”, che compatta aveva sostenuto l’ignominia dell’ “autodifesa” al fosforo e all’uranio di Israele, riunita a Sharm El Sheik a marzo, ha stanziato circa 4 miliardi di dollari per ricostruire quanto l’assalitore aveva demolito. C’era da far guadagnare le proprie ditte e far guadagnare un Abu Mazen rimesso in sella. Ma a Gaza non si ricostruisce un bel nulla, mentre ruba dai fiumi e dalle cave di Cisgordania, per la superfetazione delle sue colonie illegali, il materiale edile che non possiede, Israele mantiene su cemento, mattoni, ferro e tutto il resto il blocco più assoluto. Se non sono scappati dalle bombe, se ne andranno pure per non vivere in eterno sotto cartoni e nelle tende. O, quanto meno, vi si estingueranno. Dimenticano, i pulitori etnici sionisti, che quel popolo nelle tende ha vissuto e resistito, chiavi di casa in mano, per decenni.

Uscito dalla casa che ora accoglie i sopravvissuti della famiglia Al Samuni, tra dune di calcinacci e ferraglie, vedo baracchette di plastica dai due, tre metri quadrati. In una trovo una famiglia di padre, madre e sette bambini a negare l’impenetrabilità dei corpi. Con i teli schiaffeggiati dal vento gelido, quei ricoveri paiono vele in un mare dove la spuma delle onde sono le polveri dei mattoni disfatti. I ragazzi più grandi rovistano tra i frantumi alla ricerca della coperta, del tegame, del quaderno. La madre, vedendomi arrivare, si precipita all’interno a rassettare le quattro miserie recuperate. Nell’angolo c’è un fornellino improvvisato con due mattoni e una griglia. Sopra, due pannocchie di granturco e sei pomodori. E’ il pranzo. Dopo, andranno ai tendoni dell’Unicef e dell’Unrwa a ritirare il pacco settimanale: riso, zucchero, sapone, fave. Coloro che stanno meglio si sono riuniti, in affollamenti disumani, a congiunti e amici in città. Chi sta peggio sono quelli come Mahmud, sepolto nell’oceano di macerie dell’area periferica Abed Rabbo. Lo trovo sotto la minaccia incombente del primo piano della sua casa che, spaccato in tre pezzi, si è in parte piegato a fare da tettoia al pianoterra. Tra i ferri del calcestruzzo si intravvede il cielo e si percepisce il fischio del vento. Mahmud ha cinquant’anni e quella casa l’aveva costruita per una famiglia di 26. Sei sono stati annullati dai serial killer della Grande Israele, gli altri sono sparsi per ogni dove lungo la Striscia, due in ospedale a continuare farsi divorare dal fosforo, uno in Egitto dopo che amputazioni successive, determinate dalla necrosi inarrestabile indotta dalle armi proibite, ne avevano ridotto la dimensione di un terzo, una figlia all’ospedale Shifa di Gaza, il più grande, gestito da Hamas. Quando lo abbiamo visitato i medici non capivano perché la giovane donna sia intatta fuori e tutta devastata negli organi. Uno di quei sanitari che per 22 giorni hanno lavorato giorno e notte, senza posa, ad accogliere fino a 400 feriti al giorno, mi indica un poster alla parete. C’è un ragazzo, forse ventenne, sprizzante allegria, “Era il mio collega di ambulanza, lo hanno ucciso mentre stava raccogliendo un groviglio di feriti a Jabalia. Gli volevo molto bene”, dice battendo la mano destra sul cuore. Mi sorride e piange. Lo ritroveremo nel mio filmato.

Mahmud ha cinquant’anni, è grande e grosso e fuma sigarette da ammazzarsi, come tutti gli arabi che scontano la propria tensione facendo fare ricchi conti agli avvelenatori della Big Tobacco statunitense che qui smerciano quelle sigarette al fulmicotone che nell’Occidente ipocritamente salutista sono addomesticate. Ha costruito la sua grande casa per dieci anni e ora sta sdraiato su una stuoia sotto quel soffitto pericolante. Gli tengono compagnia una montagna di stracci colorati, arredi frantumati, blocchi di calcestruzzo, un amico e, fuori, un somaro col carretto. Non so se in psichiatria esiste la categoria degli incazzati sereni e affettuosi. Semmai Mahmud l’ha inventata. Anche lui ha un fornellino di massi e la teiera del chai. Me ne offre un bicchiere rovente. “Ci ho messo una vita a costruire la mia casa. Allunga lo sguardo oltre i cumuli di rottami, punteggiati da altre baracchette e solcati da asinelli con carretti che portano anziane donne in nero con le loro fascine di legna raccolta tra le macerie, legno che era mobilio, porte, infissi, quadri dei cari, spesso dei martiri. Lo allunga oltre, Mahmud, fino al vicinissimo orizzonte dove finisce la sua terra martoriata, ma libera e inizia la sua terra predata e occupata: “Se quelli tornano mi troveranno ancora qua. Questo posto è mio, oggi e fra cent’anni ”. Pare che parli della Palestina. Pochi metri più in là, oltre un impianto di potabilizzazione distrutto, rimpiazzato da quattro bidoni di Medicins Sans Frontieres, si eleva una strana pergola, fatta di un telo blù in alto che sbatte nella tramontana, già strappato in parte dai quattro stecchi che lo sorreggono. Sotto c’è un tavolino e una bambina fissa su fogli di carta. La “pergoletta” glie l’ha costruita il papà che ora si sta adoperando con altri uomini intorno a tubi tipo Innocenti, tutti contorti e da raddrizzare, innalzare, infilare gli uni negli altri. Una ricostruzione “dal basso”, di iniziativa diretta, in attesa che la famigerata “comunità internazionale” imponga alla manica di sadici assedianti di far passare materiali edili. Chiedo cosa stanno mettendo in piedi. “Un centro culturale giovanile” , rispondono. Quando si dice le priorità. A fianco un bell’uomo anziano, barbuto, cotto dal sole, con i figlioli che gli portano avanzi di distruzioni, tira su una casetta. I pezzi di risulta li incolla con terra e acqua, fango, come duemila anni fa. “No cement, grida, Israel no cement” . E la bambina sotto la “pergola” che pare da prima media? Mi avvicino e vedo che studia. C’è un libro dalle pagine sfrangiate, ci sono due quaderni laceri, bianchi di povere, pieni di sinuosi caratteri arabi tracciati con una biro smozzicata (non fanno entrare matite e penne, “potrebbero servire ad armare Hamas”). Alza lo sguardo sullo sconosciuto che le punta un tubo di metallo e vetro e subito sorride, come tutti qua. Qua e dal Marocco all’Iraq, quando si tratta di popolo arabo, non delle sua fetida borghesia occidentalizzata. Studi da che cosa? “Da insegnante di arabo, perché è la lingua di tanto tempo fa e di tanti bei libri… o forse da professoressa di matematica, la scienza è importante per noi…”.

Le grandi periferie dei campi profughi viste dall’alto sembrano una fungaia di champignon. Dalle distese di macerie spuntano tendopoli, piccole tende di vecchio modello in cui le famiglie stanno compresse come gambe nella calza. E’ gente che viene dal ’48, dalla Nakba, la catastrofe dei villaggi bruciati spesso con gli abitanti dentro e delle espulsioni di massa. Quelli e i loro figli e nipoti. Hanno triplicato la popolazione di Gaza, un po’ per volta sono usciti dalle tende che un’ONU bastarda, sancitrice della spartizione iniqua imposta dai colonialisti di ritorno, si sono accasati raccattando mattoni e mettendolì su con la lentezza di chi si doveva dividere tra l’intifada e il lavoro sui campi o nelle botteghe. Oggi si ritrovano sotto una tenda e da una tenda più grande aspettano il pasto che non si possono più permettere: “Quel cumulo di detriti era casa mia, tenevo qualche risparmio sotto il materasso, per ogni evenienza. Il materasso è bruciato, forse sotto quei muri rotti c’è ancora qualche soldo”, mi dice una signora che districa rametti per il fuoco.

Dallo striminzito entroterra al mare è una successione di montagne o distese di sacchi della spazzatura, dilagano come macchie d’olio. Hanno bombardato anche le caserme e i mezzi dei vigili del fuoco, in modo che la gente ardesse meglio, e i depositi dei mezzi per il trasporto e il trattamento dei rifiuti solidi. E’ così che si semina Il rischio sanitario, complemento alla denutrizione. All’ospedale Al Shifa, il più grande ed efficiente di Gaza City, sono ricoverati bambini con problemi di respirazione determinati dal fetore e dai roghi di immondizia. Proliferano insetti e ratti, roba tossica si infila nel suolo e nelle falde.

Lo sconforto impotente del visitatore si placa all’attraversamento del centro città. Qui rifulge una capacità addirittura eroica di mantenere in piedi la normalità. Merito indubbiamente della natura di questa popolazione, provata e mai domata da ininterrotte apocalissi, ma merito anche di questi governanti di Hamas, cui nessuno riesce a disconoscere onestà – quale abisso rispetto ai trafficoni e traffichini Fatah della Cisgiordania – della loro efficienza nell’allestire reti di sostegno ai bisognosi, nel non far venire mai a mancare l’organizzazione della vita sociale, sanitaria, educativa. Ci sono i sapientoni della correttezza politica che lamentano “la mancanza di un progetto socialista” di questi politici religiosi. Esternino la loro supponenza alla gente comune di Gaza, quella che ha avuto subito un primo indennizzo per sopravvivere, quella i cui bambini non hanno perso un giorno di scuola, neanche quando Israele ne ammazzava cinquanta al giorno, quella che non ha mai mancato di trovare l’impiegato dietro allo sportello della pensione, della registrazione anagrafica, della contesa giudiziaria, del banchetto di internet.

Nei negozi c’è di tutto, osservatori disinvolti e veloci si sono detti “ma quale blocco !”. No si sono accorti che mancano i clienti, Ci sono fondi di magazzino accuratamente gestiti e, soprattutto, i prodotti di quell’industria dei miracoli che sono i tunnel tra Rafah e l’Egitto. Ci passa di tutto e, dal loro lato, gli egiziani chiudono un occhio perché quel traffico è una flebo all’economia nazionale dissanguata e la gente è già abbastanza incazzata col regime. Lo scenario è fantastico. Dove qualche anno fa avevo visto case, per quanto squarciate e sforacchiate dai continui bombardamenti, ora c’è una distesa desertica, con tanto di dune. I palazzi di Rafah sono stati polverizzati da Israele, puro genocidio nascosto dietro l’accusa che da lì sparavano i cecchini dell’Intifada. Contro chi avrebbero sparato se dall’altro lato del muro c’era l’Egitto? Un chilometro quadrato di case non c’è più, ma le dune sono montagnole di terriccio di risulta, tirato fuori da una megalopoli di talpe. Tra duna e duna, a perdita d’occhio, si ergono tettoie di tela blù, piccoli cieli che coprono buchi ben foderati da sostegni, muniti di carrucole e scale verso lo sprofondo, con uno in cima che radioparla con quello là sotto, a trenta e più metri, all’imbocco di un percorso viscerale di chilometri. I ragazzi che scavano rischiano ogni secondo del giorno e della notte la vita, un giorno su due gli F16 si accaniscono, a volte il soffitto crolla solo per le vibrazioni. Nei pochi giorni della nostra presenza ne sono stati sepolti vivi otto mentre tentavano di procurare da mangiare alla loro gente. Erano 1.400, si mormora e i killer impuniti ne avrebbero sfasciato 700, subito riscavati e moltiplicati. Alcuni sono gestiti da Hamas e per quelli passano i generi di prima necessità, quelli della sopravvivenza accessibile a tutti. Gli altri sono di occhiuti imprenditori che con gli “spalloni” ricavano profitti non indifferenti. Sono per il passaggio di beni durevoli, elettrodomestici, vestiario, computer, telefonini, mobili, carburante, il ben di dio che straripa dai negozi, ma che nei negozi perlopiù rimane perché i soldi non ci sono. Il premier Haniyeh, fatto un giro per le capitali arabe e musulmane, dal senso di colpa di sceicchi, emiri e despoti aveva saputo spremere un paio di milioni di dollari. Gli egiziani a Rafah glieli hanno sequestrati e congelati nelle loro banche.

La sicurezza viene sopraffatta dall’orgoglio per quell’impresa prometeica e una talpa mi invita a entrare sotto il telone e ammirare il buco col compagno in fondo rivelato dalla torcia e che mi grida “Welcome, chefelhal”, come stai? Ma subito interviene un capo-vigilanza di Hamas e mi intima qualcosa. Per fortuna c’è Majid, giovanissimo giornalista che, grazie a Arrigoni ho conosciuto e che è stato il mio intelligente, affettuoso e competente Virgilio nel percorso lungo i gironi dell’inferno Gaza. Spiega all’ufficiale che ci si può fidare, che sto dalla loro parte e tutto si risolve in un abbraccio. Del resto non c’è nulla che io abbia visto che non possano vedere gli strumenti su quel dirigibile israeliano che troneggia nel cielo su tutta Gaza. A una cinquantina di metri dalla lunghissima barriera di cemento che, lungo sette chilometri, separa il mondo concentrazionario di Gaza dal resto del mondo, occhieggiano binocoli egiziani.

Gaza è sdraiata sulla costa di un Mediterraneo che al popolo carcerato dovrebbe offrire qualche ora d’aria. Ne ricaverebbero un dieci per cento della loro dieta. Niente ora d’aria. Gli accordi truffaldini della famigerata Oslo avevano assicurato ai pescatori di Gaza venti miglia nautiche. Israele le aveva subito ristretto a 12, poi a 6, ora a tre. Fondali impervi ai pescherecci più grandi, micragnosi di minuta raccolta per le barche minori. Giriamo il porto tra moli scaraventati per aria e nel mare dalle bombe e naviglio stracciato dai proiettili del mare. Uscendo in mare con i pescatori, lo stesso Arrigoni s’è visto sparare e poi catturare. Decine i pescatori feriti. Nel 2000 c’erano 10mila pescatori, oggi sono entrati nell’80% di senzalavoro. Ne restano 3.500, ma pochi scendono fin qui a contemplare le reti lacerate e il naviglio spaccato in due. Del resto, dov’è la nafta per far andare i motori? Qualcuno ha provato con l’olio vegetale, dopo un po’ i motori si sono fermati, prima che gli sparassero addosso. Non arriva pesce e la proteina da pollame o ovini l’abbiamo vista maciullata negli allevamenti disintegrati. Gaza abbisogna di 20mila tonnellate di pesce che si ottengono da un’ottantina di uscite al mese. Nel 2008, col blocco appena attenuato, le uscite, a rischio di fucilazione, si erano ridotte a dieci e il pescato a 3.000 tonnellate. In compenso le acque territoriali di Gaza vengono invase e saccheggiate da pescherecci israeliani ed egiziani. Si calcola in 10 milioni di dollari il danno inflitto dall’aggressione al’industria della pesca. Mettiamoci un 20% dei terreni agricoli distrutto, il 18% degli orti e delle serre, è arriviamo a una carenza di alimenti del 30% e passa. La morte per fame ha cominciato a mordere.

Il dott. Ahmed dell’ospedale Al Shifa, zeppo di madri in nero, mogli, sorelle, figlie che frusciano per corridoi e corsie ad assistere i divorati dai licantropi del fosforo e delle “Dime”, mi conferma quanto già aveva rivelato la rivista medica “Lancet”: “Dopo una laparotomia primaria per ferite che parevano relativamente piccole e poco contaminate, un secondo intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di tre giorni. Poi la salute si deteriora e entro dieci giorni necessita un terzo intervento che mette in luce una massiccia necrosi del fegato o di altri organi. Il fenomeno è accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte”. Ho potuto vedere, tra ospedali della Mezzaluna rossa palestinese al Cairo, Al Shifa e l’ospedale Al Awda di Gaza gestito dal Fronte Popolare, vittime delle bombe al fosforo, delle bombe ad altissimo potenziale, bombe a implosione che bruciano l’aria e carbonizzano i polmoni, bombe a grappolo per bambini, bombe a freccette per destinatari da trafiggere. Ho visto corpi che parevano i quarti di bue un tempo appesi alle nostre macellerie. Ho visto la pallida Dima di tre anni, bianchissima, con gli occhi chiusi e metà calotta cranica rubata da un israeliano. Alla seconda speranzosa visita, il giorno dopo, era finita tra i nomi mai scritti nel sacrario inesistente dei milioni dell’olocausto arabo.

Sono con Majid, uno che di Gaza conosce tutti gli orrori, dolori, onori, a casa del Dr. Ezzedine Abu Laish. Ezzedine stava al telefono con la televisione israeliana, perché raccontasse ciò che gli veniva sbranato attorno. Sono stati proprio gli israeliani a chiedergli una diretta. Ma quel racconto non doveva passare. Probabilmente era una trappola: la misura della mostruosità. Un missile gli si è infilato in casa e ha squarciato, sotto i suoi occhi e nel mezzo della trasmissione, tre figlie, bambinette tra i due e i sette anni. Mi fa visitare la stanza il fratello Risik, cui nello stesso momento avevano ammazzato la quarta bambina. Materia cerebrale e macchie di sangue di Bisan, Majar, Eia e Nur sono finite sui pavimenti e sulle pareti, traffite anche da cento buchi da mitraglia: l’infanticidio, pratica corrente di Israele, doveva essere assicurato: “Il mondo, Israele vorrebbero che gli dicessimo “grazie” per aver sterminato la nostra famiglia, che chiedessimo scusa per essere ancora qui, su un pezzo della nostra terra. Ma, se mai avessi pensato in passato di scappare da qui, ora che questa terra accoglie le mie sorelle, non me ne andrò mai, a costo di finire accanto a loro”. Così parlò Rafah, la figlia maggiore di Ezzedine.

Mentre sto per affrontare il ritorno dall’inferno e dall’orgoglio, dalla gentilezza e dal “restiamo umani” sparato da Vittorio in faccia ai disumani, giunge la notizia che al Cairo le formazioni rivali, Fatah e Hamas, stanno discutendo una riconciliazione nazionale e un governo di unità. Lo impone il ricatto di quella criminalità organizzata che si fregia del titolo di “comunità internazionale”. I miliardi donati andranno solo al quisling Abu Mazen e Hamas e gli altri potranno partecipare se si piegano all’egemonia dei collaborazionisti vendipatria. La vedo difficile, demoni e acqua santa.

Ma il portavoce del governo Hamas, Taher An-Nunu, negli uffici del ministero dell’informazione, si mostra fiducioso. E’ un omino sottile e affabile, dal naso puntuto e con una barbetta risparmiosa. Parla un inglese da Foreign Office: “Il popolo vuole questa riconciliazione, ce lo chiedono le masse, e nessuno s’illuda, noi abbiamo vinto e gli altri hanno perso, oggi più che nel 2006 quando stravincemmo le elezioni in tutti i territori occupati. Ci chiedono di riconoscere Israele? Israele ha mai riconosciuto uno Stato a coloro cui hanno rubato tutto, violando ogni singola norma del diritto? Il processo di pace per Israele non è mai cominciato, come può proporcelo ora il gruppo dirigente dell’ANP mentre a Gerusalemme e in Cisgiordania si moltiplicano gli espropri, le espulsioni e gli insediamenti dei coloni? L’unità si potrà fare nei termini come lo ha sempre voluto il nostro popolo, un popolo che ci ha premiato perché resistiamo e perchè la resistenza è l’anima stessa della nostra gente. Ricostruiremo questa terra, ma alle condizioni di chi non si è mai arreso. C’è un intero mondo arabo e islamico, tutto il sud del mondo, là fuori, che sta con noi nei sentimenti e negli obiettivi”. Non menziona l’Iran, Anunu, forse consapevole che l’appoggio, più che altro diplomatico, di Tehran è a tempo, fin quando agli ayatollah converrà giocare anche su questo tavolo. Forse Hamas ha intuito che di un sostenitore che in Iraq si adopera in connubio con gli occupanti a impadronirsi di un popolo c’è poco da fidarsi strategicamente. Forse intravvede quella tenaglia che Iran, Israele ed Egitto, stanno stringendo intorno alla nazione araba e che è sulle masse di quella nazione che conviene contare. Incombe il pericolo che l’Iran, accomodatosi una volta di più con gli Usa di Obama, dopo l’Iraq anche per l’Afghanistan, abbandoni i suoi amici in Libano e Palestina al loro destino. Ma si può essere sicuri che questo non minerà la determinazione di Hamas e del popolo che le formazioni islamiche e i loro alleati laici hanno guidato alla resistenza. Abu Mazen è un morto politico che cammina, come i fantocci Karzai e Al Maliki, mentre all’orizzonte lumeggia una rabbia araba che custodisce ancora in seno il seme della grande lotta vittoriosa di decolonizzazione, la consapevolezza e la volontà di un destino dettato dalla storia e dalla giustizia.

Uscendo dall’ufficio del portavoce Hamas m’imbatto in un bizzarro e saggio personaggio, tutto avvolto in bandiere multicolori, quelle delle varie fazioni che, dalla nascita della Resistenza in poi, dagli anni ’60, esprimono il creativo pluralismo culturale, sociale, ideologico della società palestinese, ma anche una rivalità spesso astiosa e violenta che non ha per niente avanzato la causa della liberazione. E’ attorniato da una folla di persone che lo applaudono, il suo nome è Yasser Meheissen, ma lo chiamano “Sceicco dell’unità nazionale”. Ha raccolto in una settimana nella sola Gaza ben 270mila firme sotto un appello che chiede, esige, dalle forze politiche una riconciliazione, una grande unità di movimento per la liberazione. Ovviamente senza la cricca dei manutengoli di Israele a Ramallah. E’ la punta di un iceberg, questo “sceicco”. Ci sono gruppi politici italiani che, per deformazione ideologica, snobbano Hamas e in Palestina si rivolgono rigorosamente solo alle formazioni considerate affini. Dovrebbero ascoltare Abu Ala, un tempo combattente di Fatah e ora, a sostituire uno stipendio che è svaporato, l’autista che, instancabile, mi accompagna da un capo all’altro di Gaza. La cricca dei collaborazionisti corrotti che in Cisgiordania fanno il lavoro sporco di Israele gli fa schifo, non la considererà mai più la sua dirigenza. Ma mi assicura che la base di Fatah la pensa come lui e come lui ha partecipato alla resistenza contro il nemico insieme a Hamas, alla Jihad, ai Comitati Popolari, al Fronte Popolare e al Fronte Democratico. E’ certo che il redde rationem verrà per Abu Mazen come per Israele. I realizzatori dell’unità saranno tutti gli Abu Ala di Palestina. Le sinistre palestinesi devono contemplare il proprio fallimento, non dissimile da quello in Italia, la spossatezza di chi e rimasto troppo a lungo sotto l’ombrello lacero dell’ANP. E a Gaza ne sono consapevoli più che in Cisgiordania, dove si vive sotto la ferula del Grande Venduto. Se si realizza la speranza del rilascio dai suoi sei ergastoli di Marwan Barghuti, leader della seconda Intifada per Fatah, duro critico delle degenerazioni in alto della sua organizzazione e autore dal carcere della piattaforma per l’unità, la strada per il coordinamento operativo e politico si accorcerà di molto. Con effetti dirompenti anche sulle motivazioni delle masse arabe, in rivolta ai tempi del massacro. Sono perciò sgradevoli gli incontri con chi, in Egitto, pretende di rappresentare, con risentimento e spirito di rivalsa, quelle forze di sinistra, magari nel nome della laicità e del marxismo. Lenin ha insegnato cose diverse quando si tratta della lotta di un popolo per la sua di liberazione, tanto più se è vero, come è vero, che Hamas è il proletariato e il sottoproletariato in Palestina, Fatah di Abu Mazen è tenuta in piedi dalla borghesia compradora e asservita, parte dell’intellettualità si rifugia nelle sinistre. E quando questi interlocutori, al Cairo o a El Arish, ci hanno tempestato di insulti e calunnie virulenti e sospette contro Hamas, spesso di pretto stampo israeliano, se ne può comprendere la frustrazione, ma se ne deve respingere lo squallido solipsismo. E’ nel contesto della lotta araba, di tutto il sud del pianeta, che vanno inserite Gaza e la Palestina, non nelle sterili e autoreferenziali affinità ideologiche. Lo sapeva bene George Habbash, fondatore e segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. C’è poi la crisi dell’intero mondo capitalista e imperialista e non sarà facile per gli Usa, scossi da una popolazione che deve rinunciare a casa, cure e beni per finanziare la voracità predatoria della sua elite, mantenere quella munificenza nei confronti di Israele senza la quale quel paese non reggerebbe un giorno.

Gaza ha segnato l’inizio della fine per Israele. Respinto e umiliato dalla resistenza in Libano, ci ha provato con la sua quarta potenza militare mondiale a spazzare via la striscia di terra più popolata del mondo, con la scusa di fermare quattro razzi alimentati da fertilizzanti, di incerta mira sulla terra rubata ai palestinesi. Non sono riusciti nel’intento, hanno rafforzato un avversario che non è che l’articolazione della rivolta universale degli oppressi e perseguitati. Le orrende nefandezze compiute hanno colmato la misura, fatto cadere la maschera del grottesco vittimismo, rivelato l’oscena nudità del re. E con la frantumazione dell’icona Israele se ne va anche il Grande Inganno di Oslo, la oslozzazione delle prospettive palestinesi e delle coscienze che quelle prospettive formulavano, sia in Palestina che tra i suoi sostenitori all’estero. Gaza ha vinto anche perché ha spazzato via la nebbia obnubilante di questa oslozzazione ideologica, la gigantesca truffa dei “due Stati per due popoli”, uno slogan sotto al quale veniva occultata una pulizia etnica storica e la costante strategia israeliana di creare fatti irreversibili sul terreno cianciando ai gonzi di “Stato palestinese accanto a quello ebraico”, a conferma che ai “due Stati per due popoli” i sionisti della “Grande Israele” non hanno creduto mai. Le sinistre, i democratici, i progressisti nel mondo vi si cono accucciati a copertura della propria impotenza e ignavia, come se il fallimento dei bantustan in Sudafrica non avesse insegnato nulla. I segni della svolta sono infiniti e si moltiplicano, dal comune sentire di un’opinione pubblica non più integralmente manipolabile, alla rivolta dei correligionari in tanti paesi contro lo Stato sionista, dalla condanna di istituzioni universali come l’Assemblea generale dell’ONU, o la Commissione ONU per i diritti umani, ai tanti tribunali che si aprono sui crimini dello Stato Canaglia, all’ incondizionata solidarietà di tutti i Sud del mondo. Oggi si parla di “liberazione”, non più di Stato nei territori occupati, o quanto ne resta dopo le ultime abbuffate israeliane. L’esito non può che essere lo Stato Unico di chi ci vuole vivere. 9 milioni di palestinesi di sicuro.

Mentre mi avvio, con un po’ di morte e un po’ di nuova forza nel cuore e con un paio di curiosi ed entusiastici compagni di un centro sociale romano al Prenestino, a riaffrontare l’ottusità scaltra della dogana egiziana (ma il solito Majid li ingarbuglierà di chiacchiere ancora più scaltre e ci farà passare a razzo), incrociamo il lunghissimo serpente della colonna di George Galloway. E’ come l’ingresso di Cesare a Roma, di ritorno dalle Gallie. O, piuttosto, come il corteo dei partigiani del CLN, guidati da Cadorna, Longo e Parri, per le vie di Milano liberata. Attorno alla carovana del coraggioso deputato britannico si affolla una mare di gente festante, tumultuante, barbuta e non barbuta, senza distinzione di fazione, l’autentica, unitaria massa resistente palestinese. La hubris israeliana, l’ignoranza dei limiti da psicopatico impunito, si metamorfizza in nemesi. Dopo il fallimento dell’invasione genocida che doveva farla finita con Hamas e ne ha invece imposto il riconoscimento anche a gran parte del mondo ufficiale, lo spappolamento del blocco genocida. Una fine dell’embargo per ora solo politica, ma è quella più importante perché non può non preludere alla fine dello strangolamento economico. Su un grande piazzale al centro di Gaza City, Galloway e i suoi rompighiaccio umani sono festeggiati dai dirigenti del legittimo governo palestinese. La sensazione di non essere più soli e vituperati, al massimo compianti, ha l’effetto di una tracannata di champagne. Anche su di noi, che palestinesi cerchiamo di essere. Nella Camera dei Comuni a Londra alcune dozzine di deputati formano una coalizione contro l’assedio e per la Palestina. Il treno della pulizia etnica mascherata da “processo di pace” è arrivato al capolinea. Signori si cambia.

I palestinesi, gli arabi, i popoli del sud restano umani. L’odio, la prevaricazione non fanno parte del loro bagaglio etico e politico. Il nemico lo combattono, diversamente da lui capaci di morire nel nome della comunità. A tutti gli altri sorridono. Il sorriso, compreso quello dei nerovestiti e barbuti militanti di Hamas che si fanno fotografare a te abbracciati agli angoli delle strade, ti circonda come l’aria nella Gaza delle rovine, dei forni crematori al fosforo, delle camere a gas al tungsteno e all’uranio, delle famiglie dimezzate, delle talpe della vita. Welcome ti gridano gli scolaretti in ansia di foto che ne confermi l’esistenza, welcome, benvenuto, ti arriva a pioggia dai frequentatori dell’Internet Point alla ricerca di comunicazione con il mondo precluso e dall’addetto alla gestione che ti fa bere dalla sua tazza di caffè, dal pescatore che ricuce per la millesima volta la rete strappatagli dalle cannonate, dal mutilato senza gambe di Al Shifa, dalla signora velata che raccatta rametti nella foschia della polvere che le sue mani suscitano dalle macerie. Ma anche dal poliziotto egiziano a Rafah che, al tuo ritorno, si compiace con te per essere riuscito a raggiungere i fratelli che il suo tiranno gli nega. Che altro possiamo rispondere se non welcome Gaza, welcome Palestina, welcome arabi, da Baghdad a Gerusalemme. La lotta dei palestinesi è la lotta dell’essere umano per la dignità, per la continuità della specie su questo pianeta, per la civiltà contro le barbarie, per l’uomo come lo concepiva il Che Guevara.

I cananiti, primi abitanti di Gaza e antenati dei palestinesi, hanno dato a questa terra di congiunzione tra Africa e Asia, fucina e ponte di culture nei millenni, un nome che significa “forza”. I persiani la chiamavano Hazatote, che vuol dire “tesoro”. Il simbolo di Gaza è la fenice che risorge dalle sue ceneri. A Gaza abbiamo capito perché.

fonte: www.fulviogrimaldicontroblog.info

 

 

CLAMORI DALLA COLOMBIA

 

SECONDO NOEL SAEZ INGRID BETANCOURT E' STATA "INGRATA"

Il diplomatico francese Noel Saez, che era stato incaricato dal governo del suo paese per partecipare alle mediazione che avrebbe dovuto portare alla liberazione della franco-colombiana, ha affermato che la donna, una volta in

libertà, non lo ha chiamato per ringraziarlo dei suoi sforzi, né tantomeno ha chiamato il suo omologo svizzero Jean-Pierre Gontard. "Ho rischiato la vita per Ingrid Betancourt. Lei ha fatto il giro del mondo per ringraziare i grandi del pianeta, il papa, il presidente e altri, ma si è dimenticata di qualcuno, dei più piccoli, i più esposti, quelli che si sono assunti i rischi maggiori", ha dichiarato il diplomatico in occasione della conferenza stampa per la presentazione del suo ultimo libro. Le negoziazioni erano avvenute in nome della Francia, la Spagna e la Svizzera, con l'obiettivo di ottenere un accordo umanitario per lo scambio dei prigionieri politici contro circa cinquecento guerriglieri incarcerati. Bogotà aveva messo fine alla missione dopo la liberazione della Betancourt, affermando che non aveva fiducia proprio nei mediatori. Le parole di Saez dimostrano ancora una volta la natura opportunista di Ingrid Betancourt che, per nulla interessata alla soluzione del conflitto, ha intrapreso dopo la liberazione un tour mediatico per rilanciare una campagna politica che avrà, probabilmente, esiti molto deludenti.

FAMILIARI DELLE VITTIME: "I FALSI POSITIVI SONO CRIMINI DI STATO!"

Negli ultimi giorni diverse iniziative e mobilitazioni hanno avuto luogo in Colombia, specialmente a Bogotá, per denunciare l'impunità che avvolge la totalità dei casi di esecuzioni sommarie ed extragiudiziarie ai danni delle vittime

del terrorismo di Stato. Questi crimini, commessi da effettivi delle forze armate e di polizia, colpiscono principalmente giovani minori di 35 anni appartenenti a settori popolari o marginali del devastato tessuto sociale colombiano. Come denunciato da diverse organizzazioni di difesa dei diritti umani, dal primo insediamento alla presidenza di Alvaro Uribe i casi di esecuzioni extragiudiziarie sono aumentati, e almeno 1122 persone sono state assassinate, mentre erano indifese e disarmate, per poi essere presentate come "terroristi abbattuti nel corso di scontri a fuoco". Nonostante le dichiarazioni del guerrafondaio ministro della Difesa Juan Manuel Santos, secondo cui i "falsi positivi" sarebbero cessati alla fine del 2008, i familiari delle vittime -riunitisi a Bogotá il 5 e 6 marzo scorsi, e protagonisti di una manifestazione partecipata da migliaia di persone- affermano che questa modalità del terrorismo di Stato é più praticata che mai. Il regime antidemocratico e fascista di Uribe non solo occulta la verità circa la reale gravità di questo fenomeno, certamente di vecchia data, ma si beffa anche dei parenti delle vittime negando la responsabilità dello Stato quale artefice di questa drammatica carneficina, tentando senza successo di presentarla come un insieme sconnesso di "eccessi" o "errori" di pochi membri delle forze militari.

AUMENTA L'INTERVENTO MILITARE USA IN COLOMBIA

Dopo la recente visita del ministro della Difesa Juan Manuel Santos negli Stati Uniti, dove si é riunito con il Capo dello Stato Maggiore congiunto yankee, l'ammiraglio Michael Glenn Mullen, prendono forma gli accordi che segnano

un incremento ulteriore dell'intervento militare USA in Colombia. Da una parte, infatti, essi sanciscono la legalizzazione della possibilità per gli aerei militari statunitensi di usare le basi aeree colombiane senza limiti né richieste di autorizzazione; dall'altra, i due guerrafondai di professione (e vocazione) hanno concordato l'insediamento in Colombia di un numero non precisato di basi contro-insorgenti, definite pretestuosamente "basi antidroga", in cui si addestrerebbero anche militari di altri paesi come il Messico, in cui l'imperialismo statunitense sta sviluppano un piano militare interventista clonato dal Plan Colombia (il "Plan México"). Questo ulteriore passaggio fa seguito alle recenti dichiarazioni dell'amministrazione Obama secondo le quali, nell'ambito del Plan Colombia, lo stanziamento previsto per il 2009 in termini di aiuti militari al regime narco-mafioso colombiano (oltre 500 milioni di $), sarà regolarmente erogato. La Colombia diventerebbe, in questo modo, una vera e propria portaerei USA nella regione, nonché un centro d'addestramento e pratica controinsorgente per militari di altri paesi (come Messico, Peru, ecc.) impegnati a reprimere a ferro e fuoco le proteste sociali e le aspirazioni popolari di cambiamento e giustizia sociale.

LA "SICUREZZA DEMOCRATICA" DI URIBE E' UN FIASCO!

Secondo quanto denunciato da Marleny Orjuela, presidentessa dell'Associazione dei Familiari dei membri della Forza Pubblica Detenuti e Liberati dai Gruppi Guerriglieri, ASFAMIPAZ, attualmente ci sarebbero circa 300 soldati e

poliziotti scomparsi nella selva, di cui i parenti non hanno notizie. A differenza di quanto afferma il governo Uribe, secondo cui l'insorgenza sarebbe alle corde nelle profondità della selva amazzonica colombiana, quotidianamente si presentano scontri tra le truppe del regime fascista di Bogotá e i guerriglieri. E contrariamente alle cifre ufficiali diffuse dal ministero della Difesa colombiano e riportate diligentemente ed acriticamente dai media dell'oligarchia, tutti i giorni muoiono o vengono gravemente feriti diversi effettivi del Plan Colombia/Plan Patriota. La denuncia di Marleny Orjuela, non la prima in questo senso, conferma quella che é ben più di una semplice supposizione: fosse comuni nella selva con i cadaveri sepolti di militari morti in combattimento, scavate dai loro commilitoni su ordine degli alti comandi per non dover rendere conto delle clamorose perdite in una guerra che lo Stato colombiano é sempre più lungi dal vincere.

DIRITTI SINDACALI IN COLOMBIA: GLI USA ED URIBE MENTONO!

 

Secondo il recente rapporto del Dipartimento di Stato USA, in Colombia vi sarebbero maggiori garanzie di rispetto dei diritti umani e sindacali in comparazione con gli anni scorsi. Basandosi principalmente sui dati diffusi dal

governo colombiano, il rapporto afferma che nel 2008 le uccisioni di sindacalisti sarebbero diminuite del 6,2%. La CUT (Centrale Unitaria dei Lavoratori colombiani), smentisce categoricamente queste cifre, denunciando che nel 2008 i sindacalisti assassinati sono stati ben 49, a fronte dei 39 uccisi dalla repressione nel 2007, e dunque con un incremento del 25%. Inoltre, la più importante confederazione dei lavoratori di questo paese andino-amazzonico sottolinea che i casi di tortura, detenzione arbitraria, sparizione e sfollamento forzato ai danni di militanti e dirigenti sindacali nel 2008 sono stati addirittura 564, ossia un 20% in più rispetto all'anno precedente. Il governo Uribe, intrinsecamente bugiardo e manipolatore, ha avuto anche la sfacciataggine di asserire che dall'inizio del 2009 non un solo sindacalista era stato assassinato. La CUT, ancora una volta, lo smaschera denunciando che ad oggi le vittime sono già quattro. Per quanto vergognoso, non stupisce che l'imperialismo statunitense cerchi con tutti i mezzi di sdoganare il terrorismo dello Stato colombiano, organizzato e finanziato dagli USA stessi. E non é un caso che questo rapporto del Dipartimento di Stato, pieno di falsità sulla reale situazione di sterminio che vive da tempi non sospetti il movimento sindacale colombiano, sia diffuso in un momento in cui il regime uribista cerca disperatamente di convincere la nuova amministrazione nordamericana ad approvare il Trattato di Libero Commercio con la Colombia, bloccato a più riprese da decine e decine di congressisti democratici anche a causa della violazione sistematica dei diritti umani e sindacali in Colombia.

QUARANTACINQUE CONGRESSISTI DEMOCRATICI DEGLI STATI UNITI CHIEDONO CHE CONTINUI IL BLOCCO DEL TLC CON LA COLOMBIA

 

La richiesta è stata presentata in una lettera diretta al Presidente Barack Obama, nella quale i legislatori dicono che continueranno ad opporsi al trattato di libero commercio fino a che non cesseranno le violenze contro i

sindacati, le comunità afroamericane ed i gruppi indigeni. Avvertono inoltre che continuano "le rivelazioni che vincolano il governo di Álvaro Uribe con i gruppi paramilitari" responsabili dell'assassinio di sindacalisti. Secondo loro, è fondamentale inviare al mondo il messaggio che gli Stati Uniti non tollereranno l'assassinio di persone che lavorano per i diritti umani basilari. "Ci opporremo a qualunque accordo di commercio con la Colombia finché non vedremo un considerevole periodo di tempo privo dell'estrema violenza contro i diritti umani di sindacalisti, afroamericani e indigeni"; i firmatari della lettera evidenziano anche che durante il 2008 sono state assassinate nel paese 43 lavoratori sindacalizzati, a riprova del fatto che il problema persiste ancora. La lettera è stata scritta in un momento cruciale, poiché si ritiene che Obama presenterà la settimana prossima l'agenda e la visione commerciale della sua amministrazione, e si oppone anche all'approvazione del TLC con Panamá, per via della pratica, nel suo sistema finanziario, del riciclaggio di dollari. Così, a dispetto delle affermazioni del governo e dei media dell'oligarchia, che sbandierano risultati inesistenti, la realtà colombiana è osteggiata persino da alcuni congressisti statunitensi.

A GENNAIO, NEL SUD-EST DELLA COLOMBIA OLTRE CENTO MILITARI FUORI COMBATTIMENTO IN SOLI 15 GIORNI

Un bollettino di guerra del Blocco Orientale delle FARC-EP, fatto pervenire dal Network Radio Bolivariano "Voz de la Resistencia" all'Agenzia di Stampa Bolivariana (www.abpnoticias.com), rende noto che in aspri combattimenti

tra unità guerrigliere e militari del regime mafioso colombiano, avvenuti tra il 2 ed il 18 gennaio 2009, oltre cento soldati (tra morti e feriti gravi) sono stati messi fuori combattimento. In diversi punti della geografia sud-orientale della Colombia, parte centrale del famigerato e fallito Plan Patriota del Comando Sud del Pentagono, hanno avuto luogo 6 scontri, 9 combattimenti con compagnie intere e 35 attacchi da parte delle forze insorgenti, che hanno anche fatto detonare ben 83 campi minati. Il comunicato dello Stato Maggiore del Blocco Orientale, oltre a riconoscere 5 morti ed 8 feriti tra le proprie fila, informa anche che le truppe del regime uribista, in grande difficoltà, hanno ricevuto pesanti rinforzi, si sono trincerate in basi fortificate e sono state coadiuvate con massicci bombardamenti da parte dell'aviazione militare e di unità d'artiglieria. Mentre i combattimenti continuano quotidianamente in tutto il Paese, per il regime narco-paramilitare di Uribe é sempre più insostenibile affermare che in Colombia non esiste un conflitto sociale ed armato e sbarrare ogni porta alla soluzione politica dello stesso.

GIORNATA CONTINENTALE DI PROTESTA PER LE VITTIME DI SUCUMBÍOS (ECUADOR)

 

Preceduta da una sostenuta campagna di denuncia in tutta l'America Latina ed in altre latitudini del mondo, e dal saluto dell'Associazione dei Genitori e Parenti delle Vittime di Sucumbíos (Ecuador), questa giornata di

solidarietà é stata caratterizzata da diverse e multiformi iniziative e mobilitazioni in diversi stati del Messico, come Chiapas, Guadalajara, Guerrero, Morelos, Oaxaca y Puebla, ed in Argentina, Australia, Canada, Cile, Ecuador, Stati Uniti, Francia, Italia, Uruguay e Venezuela. Per tutto il 2008, l'Associazione si é battuta per denunciare il crimine di guerra commesso dal regime uribista e dagli USA in territorio ecuadoregno il primo marzo dello scorso anno, col bombardamento di un accampamento di pace delle FARC in cui morirono il Comandante Raúl Reyes, diversi guerriglieri e quattro studenti messicani, lí presenti per ricerche accademiche. I genitori, parenti e compagni di Fernando Franco, Verónica Velásquez, Soren Avilés, Juan Gonzáles e Lucia Morett (studentessa messicana sopravvissuta), hanno smascherato i tentativi del fascismo colombiano di bollare i caduti come "terroristi" e di calunniare e screditare Lucia Morett, che é una testimone oculare di quello che fu un vero e proprio massacro. Appoggiata da diverse organizzazioni e personalitá del mondo intero, questa battaglia non si fermerá finché Uribe e la sua cosca di governo non saranno processati come criminali di guerra.

CRESCE LA DISOCCUPAZIONE IN COLOMBIA

 

Secondo fonti ufficiali, nella fattispecie del Dipartimento Nazionale di Statistica colombiano (DANE), in gennaio il tasso di disoccupazione é salito al 14,2%, a fronte del 13,1% nello stesso mese del 2008. Sempre secondo il

DANE, nelle tredici più importanti capitali di dipartimento (compresa Bogotá) il tasso di disoccupazione sarebbe ancora più elevato: 14,9%. Pur essendo sempre sottodimensionate le cifre del DANE, a capo del quale Uribe aveva tempo addietro piazzato un proprio accolito di fiducia (obbligando l'ex direttore a dimettersi in quanto reticente ad accettare che i suoi rapporti passassero il vaglio dell'esecutivo prima di essere pubblicati), lo Stato colombiano non può negare l'evidenza: non solo l'economia colombiana non e' "blindata" di fronte alla crisi strutturale planetaria, come invece i "guru" della finanza nazionale e dell'FMI avevano pomposamente dichiarato, ma il modello economico-sociale imposto a ferro e fuoco in Colombia, dall'oligarchia mafiosa che la governa, é insostenibile.

 

 

Il documento di costituzione della Rete Internazionale Ebraica Antisionista

Siamo una rete internazionale di Ebrei che si dedica senza riserve alle lotte di emancipazione degli esseri umani, di cui la liberazione del popolo Palestinese e della sua terra è una parte indispensabile. Il nostro obiettivo è la distruzione dell’ ’apartheid israeliano, il ritorno dei rifugiati Palestinesi e la fine della colonizzazione israeliana della Palestina storica.

Dalla Polonia all’Iraq, dall’Argentina al Sud Africa, da Brooklyn al Mississippi, molti Ebrei hanno fatto propria questa richiesta di giustizia e il desiderio di un mondo più giusto, unendosi ad altri in lotte collettive. Gli Ebrei hanno partecipato in maniera determinante alla lotta dei lavoratori durante il periodo della depressione, al movimento per i diritti civili, alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, alla lotta contro il fascismo in Europa e a molti altri movimenti di cambiamento sociale e politico. La storica e costante pulizia etnica portata avanti dallo Stato di Israele nei confronti del popolo Palestinese per cacciarlo dalle proprie terre contraddice e tradisce questa lunga storia della partecipazione ebraica alle varie lotte di liberazione.

Il Sionismo – la moderna ideologia fondante che si è incarnata nello Stato di Israele – affonda le sue radici nel periodo del colonialismo europeo e si è diffuso immediatamente dopo il genocidio nazista. Il Sionismo si è nutrito dei più violenti ed oppressivi avvenimenti del diciannovesimo secolo, a spese dei molti sforzi e dell’impegno degli Ebrei per la liberazione. Per rivendicare questi sforzi, e un posto nei vibranti movimenti popolari del nostro tempo, il Sionismo, in tutte le sue forme, deve essere fermato.

Questo è cruciale, soprattutto per via dell’impatto del Sionismo sul popolo Palestinese e sulla regione circostante. Il Sionismo disonora anche la persecuzione e il genocidio degli Ebrei d’Europa utilizzando la loro memoria per giustificare e perpetuare il razzismo e il colonialismo europei. È responsabile del massiccio allontanamento e alienazione degli Ebrei Mizrahi (Ebrei di discendenza africana e asiatica) dalle loro diverse origini, lingue, tradizioni e culture. Gli Ebrei Mizrahi sono presenti in questa regione da più di duemila anni. Quando il Sionismo ha preso piede, le storie di questi Ebrei sono state sviate dal loro corso e messe al servizio della segregazione degli Ebrei imposta dallo Stato di Israele.

In quanto tale, il Sionismo ci coinvolge nell’oppressione del popolo Palestinese e nello svilimento delle nostre stesse eredità, lotte per la giustizia e alleanze con gli esseri umani nostri fratelli.

Ci impegniamo a: Opporci al Sionismo e allo Stato di Israele

Il Sionismo è razzista. Si prefigge il dominio politico, giuridico ed economico degli Ebrei e dei popoli e delle culture europei sui popoli e le culture indigene. Il Sionismo non è solo razzista, è anche antisemita. Appoggia l’immaginario europeo sessista e antisemita dell’effeminato e debole “Ebreo della diaspora” e contrappone ad essa un “nuovo Ebreo” violento e militarista, perpetratore piuttosto che vittima di violenza razziale.

Il Sionismo quindi cerca di rendere bianchi gli Ebrei con l’adozione del razzismo bianco nei confronti del popolo Palestinese. Nonostante il bisogno di Israele di integrare i Mizrahi per poter mantenere una maggioranza ebraica, questo razzismo si traduce anche nell’emarginazione e nello sfruttamento economico della popolazione Mizrahi socialmente indigente. Questa violenza razziale comprende anche lo sfruttamento dei lavoratori immigrati.

I Sionisti propagano il mito che Israele è una democrazia. In realtà, Israele ha istituito e sostiene politiche e prassi interne che discriminano gli Ebrei di origine Mizrahi ed esclude e ghettizza il popolo Palestinese. Inoltre Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, mina alla base qualsiasi movimento arabo che lotta per la sua liberazione e un cambiamento a livello sociale.

Il Sionismo perpetua il senso di eccezionalità degli Ebrei. Per difendere i propri crimini, il Sionismo racconta una versione della storia ebraica totalmente separata dalla storia e dalle esperienze di altri popoli. Diffonde l’idea che l’olocausto nazista sia un’eccezione nella storia dell’umanità – nonostante sia uno dei tanti olocausti, da quelli dei nativi del Nord e del Sud America a quelli in Armenia e Rwanda. Separa gli Ebrei dalle vittime e dai sopravvissuti di altri genocidi invece di accomunarci ad essi.

Attraverso una condivisa islamofobia e desiderio di controllo del Medio Oriente e dell’Asia occidentale, Israele fa fronte comune con i fondamentalisti cristiani ed altri che chiedono la distruzione degli Ebrei. Insieme chiedono la persecuzione dei Musulmani. Questa promozione comune dell’Islamofobia serve a demonizzare la resistenza al dominio economico e militare dell’Occidente. Porta avanti una lunga storia di collusione sionista con regimi repressivi e violenti, dalla Germania nazista al Sud Africa dell’apartheid alle dittature reazionarie in tutta l’America Latina.

Il Sionismo afferma che la sicurezza degli Ebrei dipende da uno stato ebraico militarizzato. Ma Israele non garantisce la sicurezza degli Ebrei. La sua violenza porta instabilità e paura per coloro che rientrano nella sua sfera di influenza e mette a rischio la sicurezza di tutti i popoli, incluso quello ebraico, ben oltre i suoi confini. Il Sionismo ha contribuito volutamente a creare le condizioni che hanno portato alla violenza contro gli Ebrei nelle nazioni arabe. L’odio nei confronti degli Ebrei che vivono in Israele e altrove, provocato dalla violenza e dal dominio militare di Israele, viene usato per giustificare ulteriore violenza da parte sionista.

Ci impegniamo a: Respingere il retaggio coloniale e la continua espansione coloniale

Il momento in cui il movimento sionista ha deciso di fondare uno Stato Ebraico in Palestina, è diventato un movimento di conquista. Alla stregua della conquista imperiale e delle ideologie genocide nelle Americhe e in Africa, il Sionismo si basa sulla segregazione dei popoli e sulla confisca della terra che produce pulizia etnica e dipende da un’implacabile violenza militare.

I Sionisti hanno lavorato a stretto contatto con l’amministrazione coloniale Britannica contro le popolazioni autoctone della regione e le loro legittime speranze di libertà e autodeterminazione. L’immaginario Sionista di una Palestina “vuota” e desolata ha giustificato la distruzione della vita dei Palestinesi così come lo stesso tipo di razzismo ha giustificato lo sterminio dei Nativi Americani, la tratta atlantica degli schiavi e molte altre atrocità.

Dagli insediamenti in continua espansione al Muro dell’Apartheid, l’impegno di Israele al dominio coloniale lascia il suo segno danneggiando l’ambiente e distruggendo la morfologia fisica della Palestina. Il fallimento delle politiche per porre fine alla resistenza Palestinese spinge Israele verso una violenza sempre crescente e politiche che, se portate al loro estremo, terminano nel genocidio. A Gaza, lo stato israeliano rifiuta l’accesso a cibo, acqua, elettricità, aiuti umanitari e forniture mediche come arma per minare le fondamenta della vita umana.

Israele, un tempo complice dell’assalto britannico e francese all’unità e all’indipendenza arabe, è ora un socio subalterno nella strategia delle forze alleate statunitensi per il controllo militare, economico e politico del mondo, in particolare nel dominio della strategica regione del Medio

Oriente e del Sud Ovest asiatico. Il pericolo di una guerra nucleare causata da un attacco israelo-statunitense dell’Iran ci ricorda che Israele è una bomba atomica che deve essere urgentemente smantellata per salvare le vite di tutte le sue vittime attuali e potenziali.

Ci impegniamo a: Contrastare le organizzazioni sioniste

Oltre ad aver ideato la creazione di Israele, il Sionismo ne ha determinato le politiche internazionali di dominio militare e antagonismo verso i suoi vicini e ha istituito una complessa rete globale di organizzazioni, gruppi di pressione politica, società di pubbliche relazioni, circoli nelle università e nelle scuole per sostenere e promuovere le idee sioniste nelle comunità ebraiche e nella società in generale.

Miliardi di dollari USA vengono versati annualmente ad Israele per sostenere l’occupazione e il sofisticato e brutale esercito israeliano. La macchina da guerra che finanziano è una dei leader nell’industria globale delle armi, che prosciuga risorse indispensabili ad un mondo che ha un disperato bisogno di acqua, cibo, cure mediche, alloggi ed istruzione. Nel frattempo, l’Europa, il Canada e le Nazioni Unite sostengono l’infrastruttura dell’occupazione mascherandola da aiuti umanitari al popolo Palestinese. Insieme, gli USA e i loro alleati collaborano all’allargamento del dominio della regione e alla eliminazione dei movimenti popolari.

Una rete internazionale di istituzioni e organizzazioni sioniste sostiene l’esercito israeliano e gli insediamenti ebraici militanti con finanziamenti diretti. Questa rete fornisce anche il sostegno politico necessario a legittimare e promuovere politiche e invii di aiuti. Nei singoli paesi, questa rete censura le critiche a Israele e prende di mira singoli individui e organizzazioni tramite schedature, violenza, reclusioni, deportazioni, disoccupazione e altri ricatti economici.

La rete sionista favorisce la diffusione dell’islamofobia. Suona i suoi tamburi di guerra all’estero e spinge per una legislazione repressiva in casa. Negli USA e in Canada, le organizzazioni sioniste hanno sostenuto l’approvazione della legislazione “antiterrorismo” che prevede che chi si organizza per promuovere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele e sostenere organizzazioni palestinesi, iraniane, irachene, libanesi e musulmane debba essere messo sotto processo in quanto sostenitore del terrorismo e colpevole di tradimento. Sia in Europa che negli USA, fantomatiche organizzazioni “ebraiche” sono attualmente in prima linea nel chiedere una guerra contro l‘Iran.

Stanno comparendo crepe sia nelle fondamenta del sionismo che nello stesso dominio mondiale statunitense. Nella regione, continua una straordinaria resistenza della Palestina e del sud del Libano all’aggressione e occupazione israeliana e statunitense nonostante le risorse limitate e i molti tradimenti. Nel mondo, il movimento di solidarietà con il popolo Palestinese e contro la politica statunitense e israeliana sta acquistando slancio. In Israele, questo slancio si può vedere nel crescente dissenso che permette di reclamare due eredità degli anni ’60: Matzpen, una organizzazione israelo-palestinese ed ebraica antisionista, e il Partito Mizrahi delle Pantere Nere. In Israele c’è anche un crescente rifiuto dei giovani ad accettare la leva obbligatoria nell’esercito.

In seno ai governi e all’opinione pubblica negli USA e in Europa, i costi del sostegno incondizionato a Israele vengono sempre più messi in discussione. Israele e gli USA cercano nel sud globale nuovi alleati che si uniscano alle loro conquiste economiche e militari. Il crescente rapporto tra Israele e India è un tipico esempio di questo. Condividendo l’interesse al controllo politico e al guadagno dei pochi a spese dei molti, l’élite Indiana e di altri paesi del Medio Oriente e dell’Asia occidentale collude con i piani economici e militari dell’occidente nella regione.

La propaganda della Guerra Globale al Terrore da parte dell’Occidente risuona dell'islamofobia che è richiesta e promossa dall’élite indiana e ha fornito la scusa per una dura repressione del dissenso da parte di vari regimi del Medio Oriente e del sud-ovest asiatico. Nonostante questo, stanno nascendo movimenti popolari che hanno alle spalle una ricca storia di lotte anticoloniali che sfidano e finiranno per sconfiggere questa alleanza.

Insieme ai nostri alleati, vogliamo contribuire ad allargare quelle crepe, finché il muro non cada e Israele non resti isolata come era isolato il Sud Africa dell’apartheid. Ci impegniamo a portare avanti la battaglia contro quelle organizzazioni che pretendono di parlare per noi, e a sconfiggerle.

Ci impegniamo a: Dare la nostra solidarietà e a lavorare per la giustizia

Mettiamo i nostri cuori, menti e impegno politico a sostegno del variegato e dinamico movimento di resistenza del popolo Palestinese e della lotta alle ingiustizie di cui le nazioni in cui viviamo sono responsabili.

Sosteniamo senza riserve il Diritto al Ritorno dei Palestinesi. Chiediamo l’abrogazione della razzista legge israeliana sul ritorno che privilegia i diritti di qualsiasi persona che venga ritenuta Ebrea dallo Stato di Israele a stabilirsi in Palestina escludendo così i Palestinesi e trasformandoli in rifugiati.

Rispondiamo con tutto il cuore all’appello dei Palestinesi a sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele.

Sosteniamo la richiesta di rilascio dei prigionieri politici palestinesi e di porre fine alla reclusione di leader politici palestinesi, donne, bambini e uomini, come metodo di controllo e terrore.

Non sta a noi decidere quale strada debba prendere il popolo Palestinese nella costruzione del proprio futuro. Non pretendiamo di sostituire la nostra voce alla sua. Le nostre strategie e azioni deriveranno dal nostro attivo contatto con coloro che sono impegnati nelle varie lotte di liberazione in Palestina e nella regione circostante. Sosterremo la loro lotta per la sopravvivenza, per difendere le proprie posizioni e per far progredire il loro movimento come meglio possono, secondo le loro modalità.

Siamo a fianco dei vibranti movimenti di resistenza popolari del nostro tempo che difendono e hanno a cuore le vite di qualsiasi persona e dello stesso pianeta. Siamo a fianco dei movimenti guidati da coloro che più risentono delle conquiste, occupazioni, razzismo imperiali e del controllo e sfruttamento globale di popoli e risorse. Difendiamo la protezione del mondo della natura. Difendiamo i diritti delle popolazioni locali alla loro terra e sovranità. Difendiamo i diritti dei migranti e dei rifugiati a varcare liberamente e in tutta sicurezza i vari confini. Difendiamo i diritti dei lavoratori – inclusi i lavoratori immigrati fatti arrivare in Israele per sostituire sia la mano d’opera palestinese che quella Mizrahi – alla giustizia economica e all’autodeterminazione. Difendiamo i diritti di eguaglianza razziale e di identità culturale. Difendiamo i diritti di donne e bambini e di tutti i gruppi discriminati ad essere liberi dal giogo. E ci battiamo per il diritto universale di avere acqua, cibo, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria e libertà dalla violenza -- le uniche basi sulle quali la società umana può sopravvivere e prosperare.

Ci impegniamo a sostenere la giustizia in modo che le ferite si possano iniziare a cicatrizzare. C’è molto da sanare: le ferite inflitte dall’imposizione e dalla gestione del regime coloniale in Palestina e nella regione confinante; i traumi dell’oppressione europea degli Ebrei sfruttata dal progetto sionista; le paure e le privazioni sofferte in anni di spargimenti di sangue; le manipolazioni della

cultura e delle risorse utilizzate per sfruttare gli Ebrei Mizrahi e separarli dai Palestinesi; e i continui massacri, stupri e spoliazioni del popolo Palestinese.

La giustizia che vogliamo ottenere deve essere costruita da coloro che in tutta la Palestina, incluso Israele, e i rifugiati Palestinesi, la cui lotta per l’autodeterminazione può portare eguaglianza e libertà a quanti ci vivono e nelle terre circostanti.

Vi chiediamo di unirvi a noi.

Questi obiettivi richiedono la costruzione di un compatto movimento ebraico internazionale che sfidi il Sionismo e le sue pretese di parlare a nome di tutti gli Ebrei. Di fronte ad un avversario internazionale non basta lavorare a livello locale o nazionale. Dobbiamo trovare modi di lavorare insieme scavalcando confini, distanze, settori e lingue. C’è spazio per molte iniziative e organizzazioni, già esistenti e future, che lavorino in maniera indipendente e congiunta, collaborando e appoggiandosi l’un l’altra.

Siete contro il razzismo in tutte le sue forme? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per mettere fine all’apartheid israeliano.

Riconoscete la sovranità e i diritti sul territorio delle popolazioni locali? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per difendere la sovranità e i diritti sul territorio dei Palestinesi.

Ritenete che tutte le nostre vite dipendano dalla sostenibilità economica e ambientale? Siete furiosi per il furto e la distruzione delle risorse mondiali? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per fermare la distruzione dell’agricoltura e della terra palestinese da parte di Israele, il furto di terra e acqua e la distruzione di villaggi e coltivazioni.

Auspicate la fine delle interminabili guerre per il petrolio e il dominio militare degli USA e dei loro alleati? Volete porre fine alle culture militarizzate, all’arruolamento dei nostri giovani e al saccheggio delle risorse che finanziano eserciti invece delle necessità della vita? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per smantellare un fattore critico della macchina da guerra globale.

Vi volete dissociare dalla pulizia etnica perpetrata da Israele in Palestina e dalla distruzione di storia, cultura e autogoverno? Ritenete che non c’è pace senza giustizia? Vi sentite furiosi e amareggiati per il fatto che l’olocausto contro gli Ebrei venga usato per perpetrare altre atrocità? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per porre fine al colonialismo sionista.

Per far sì che le persone di questo pianeta possano vivere in un mondo sicuro, giusto e in pace, bisogna mettere fine al progetto coloniale israeliano. Ci assumiamo con gioia questo dovere collettivo di minare un sistema di conquista e saccheggio che tormenta il nostro mondo da troppo tempo.

Fonte: http://www.ijsn.net/atranslation/236/

Da Haaretz, di seguito troverete un'analisi dettagliata dei risultati elettorali di tutti i partiti, raccolti in gruppi in base alle loro posizioni nei confronti delle leggi internazionali e del rispetto dei più basilari diritti umani. Perché crediamo che solamente questi criteri universali dovrebbero essere utilizzati, in Israele come nel resto del mondo, per stabilire chi si possa definire di 'destra', di 'sinistra', di 'estrema destra' ecc. Le modalità usate comunemente in Israele per definire la "sinistra", la "destra" e il "centro" e il loro utilizzo per descrivere rispettivamente Labor, Likud e Kadima, sono totalmente inesatte e volutamente fuorvianti dal momento che non si basano su alcun criterio oggettivo per definire cosa si intenda per "destra" e per "sinistra". Purtroppo, però, queste etichette tipicamente israeliane senza alcun vero significato vengono ancora scimmiottiate, parola per parola, dai cronisti, compresi quelli più progressisti, senza che venga mai fatta alcuna riflessione sulla loro esattezza o pertinenza.

Su qualunque parametro oggettivo si scelga di basarsi, i risultati elettorali israeliani non possono che portare a mostrare le seguenti categorie:

Estrema Destra: (partiti che adottano apertamente piattaforme politiche razziste o fasciste basate sull'espulsione forzata o sulla pulizia etnica dei cittadini palestinesi in Israele, in base alle più svariate condizioni che dipendono dal partito specifico in questione; che giustificano e/o commettono crimini di guerra e gravi violazioni delle leggi internazionali; che non riconoscono le risoluzioni ONU e le leggi internazionali come LE basi per il raggiungimento di una giusta pace; che non riconoscono i tre principali diritti sanciti per i Palestinesi dalle leggi internazionali: (1) diritto alla fine dell'occupazione e al ritiro degli israeliani ai confini stabiliti nel 1967, come da UNSC Res. 242, ivi compreso il ritiro da Gerusalemme Est occupata; (2) diritto riconosciuto ai profughi dall'ONU ad un risarcimento e a poter ritornare alle proprie abitazioni originarie; (3) diritto di completa eguaglianza all'interno di Israele e fine del razzismo istituzionale esercitato nei confronti di tutti i cittadini "non ebrei"):

Yisrael Beitenu: 15 seggi della Knesset (Parlamento)

National Union: 4

Shas: 11

Jewish Home: 3

Likud: 27

Kadima: 28

------------ --------- ------

TOTALE (Estrema Destra): 88 seggi (73% del numero totale dei seggi della Knesset oppure 80% del numero dei seggi ebraici della Knesset)

Destra: (partiti totalmente in linea con i principi su cui si basa l'Estrema Destra con l'unica differenza di non rifarsi apertamente alla pulizia etnica come piattaforma politica. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, in base a cui parecchi importanti leader dei Labor hanno a volte fatto riferimento alla pulizia etnica, ma mai come vera e propria parte del proprio programma politico, a differenza dei partiti dell'estrema destra):

Labor: 13

United Torah Judaism: 5

Meretz: 3

------------ --------- -------

TOTALE (Destra): 21 seggi (16% del totale oppure 19% dei seggi ebraici)

Centro: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, ma si oppongono al diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e al diritto al ritorno. Può sembrare generoso definirli di "centro", ma.):

NESSUN SEGGIO

Sinistra: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, il diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e il diritto al ritorno. Si impegnano per una soluzione basata sulla creazione di due stati in pace tra loro, in accordo con le leggi internazionali e i principi dei diritti universali dell'uomo):

United Arab List: 4 (partito completamente palestinese - politicamente di sinistra, ma con politiche sociali di destra)

Hadash (comunisti) : 4 (da notare che meno dell'1% degli ebrei israeliani ha votato per loro e può essere, perciò, statisticamente considerato come un partito palestinese)

Balad (democratici nazionali): 3 (partito completamente palestinese) ------------ --------- --------

TOTALE (Sinistra): 11 seggi (9% del totale)

E' molto importante notare che, in base alle prime informazioni fornite dai media, metà della popolazione palestinese in Israele sembra abbia boicottato le elezioni e che si sia trattato del più grande boicottaggio della storia. Se questo fosse vero, significherebbe che i partiti palestinesi sopra citati rappresenterebbero meno della metà dei palestinesi aventi diritto al voto in Israele!

Conclusioni principali:

(1) La stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana ha votato per l'estrema destra (considerando anche un notevole aumento del sostegno alla destra fascista)

(2) La sinistra israeliana (sionista) non esiste, come prevedibile, come forza politica in Israele

(3) Gli UNICI partiti di sinistra in Israele sono partiti completamente palestinesi

(4) In Israele c'è un forte consenso ebraico (le uniche eccezioni sono rappresentate da alcuni singoli coraggiosi e moralmente integri e da minuscoli gruppi anti-sionisti) che si muove CONTRO ogni basilare requisito necessario per il raggiungimento di una pace giusta, così come esposto nelle risoluzioni dell'ONU e sostenuto dalla maggior parte dei governi del mondo.

(5) Per la prima volta nella storia delle elezioni parlamentari in Israele, gli elettori palestinesi hanno rifiutato di votare per i partiti sionisti come mai era successo in passato, scegliendo invece di votare per i partiti palestinesi.

Cosa si può fare?

E' fondamentale, in questo momento più che mai, abbandonare la soluzione del doppio stato, morta, immorale e ormai impossibile, per abbracciare quella di un unico stato. Solo col rifiuto di ogni forma di razzismo, di apartheid, di etnocentrismo, di fondamentalismo religioso e di colonialismo e accettando pienamente l'uguaglianza totale e la democrazia, compreso il diritto al ritorno dei profughi, potremo dare vita ad una pace giusta e sostenibile.

La richiesta di una soluzione basata sul doppio stato è diventata ormai una vera cortina di fumo usata per coprire e legittimare la continua occupazione e l'apartheid sionista.

Omar Barghouti

 

Come è possibile spiegare il successo di Hamas ?

10 febbraio 2009

Intervista di Grégoire Lalieu e Michel Collon a Mohamed Hassan, co-autore di "Iraq, Eye-to-eye with the occupation" e uno dei più profondi conoscitori di questioni Mediorientali.

(Traduzione dall'inglese a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Per molti mezzi di informazione, la questione si presenta chiara: Hamas è una organizzazione terrorista, fondamentalista e fanatica. Eppure, questo movimento ha vinto le ultime elezioni e la sua popolarità fra i Palestinesi è in aumento. Come mai? Abbiamo rivolto la domanda a Mohamed Hassan, co-autore di "Iraq, Eye-to-eye with the occupation", [Iraq, occhi puntati sull'occupazione], ed uno dei migliori specialisti di questioni Mediorientali.

Cos'è realmente Hamas? Hamas è un movimento politico che vede le sue origini dai Fratelli Musulmani, uno dei più vecchi movimenti politici di Egitto. Il termine "hamas" significa "risveglio", "entusiasmo"…Si tratta di un movimento nazionalista Islamico, che potrebbe essere comparato con il movimento nazionalista cattolico Irlandese. Nel 1916, l'Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) si opponeva all'occupazione coloniale Britannica. Dato che gli Irlandesi erano Cattolici e gli occupanti Britannici erano Protestanti, costoro cercarono di ridurre questo conflitto ad un contrasto per motivi religiosi. La religione può essere utilizzata per mobilitare la gente per una causa.

Qual'è il contesto storico che può spiegare l'ascesa di Hamas? Per comprendere questo, dobbiamo prendere in considerazione diversi avvenimenti. Innanzitutto, la "guerra dei sei giorni", che nel 1967 aveva screditato il Nasserismo. Nasser era il presidente Egiziano che aveva incoraggiato una rivoluzione Araba per l'indipendenza e lo sviluppo. Quando Israele gli impartì una severa sconfitta, l'ideologia Nasseriana vide esaurirsi la sua propulsione energetica. Dopo la sua morte, Egitto ed Israele si affrontarono nuovamente in un conflitto durante la "guerra di ottobre" del 1973. Egitto e Siria desideravano riprendersi i territori sotto occupazione Israeliana. Alla fine, Egitto ed Israele sottoscrivevano un accordo, ma questo creava una divisione nel mondo Arabo, tra i paesi che erano disposti ad accettare le condizioni di Israele e quelli che volevano resistere, come la Siria, Algeria, ed Iraq...Naturalmente, la questione Palestinese era al centro di questi conflitti e la resistenza ad Israele aveva portato alla formazione dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa organizzazione era stata creata in modo da riunire i diversi movimenti di resistenza, per coordinare al meglio i loro sforzi nella lotta contro Israele. Prima dei negoziati che hanno prodotto gli Accordi di Oslo, Israele considerava l'OLP come un'organizzazione terrorista e le ha inflitto molte batoste, e questo può spiegare l'ascesa di Hamas. La prima e più importante fra queste sconfitte è stata nel 1970 con "Settembre Nero". L'OLP aveva il suo quartier generale in Giordania, e il Re Hussein di Giordania aveva trattato con Israele per schiantare con brutalità il risorgimento dei Palestinesi. Quindi, l'OLP era stata costretta a spostarsi a Beirut. La seconda importante sconfitta arriva nel 1982. Israele aveva aggredito il Libano e molti dei combattenti dell'OLP venivano costretti ad allontanarsi dalle zone Palestinesi e il quartier generale dell'organizzazione veniva insediato a Tunisi. In questo contesto particolare, arriva la prima Intifada, nel 1987. Una insurrezione popolare in reazione all'occupazione Israeliana, rivolta che partiva da Gaza e che si estendeva all'intera Palestina. Come ho detto prima, l'OLP si trovava ben lontana. Al contrario, Hamas stava all'interno della Palestina e ha preso parte all'Intifada. Questo evento segna il sorgere di Hamas, che ha visto il suo avvio nelle prigioni! Prigioni usate per essere considerate come posti di punizione e di maltrattamenti. Dopo che i resistenti dell'Intifada venivano messi in prigione, le cose subirono un cambiamento…È nelle prigioni che Hamas ha dato inizio al reclutamento e al suo sviluppo come organizzazione. Con l'Intifada, Hamas si esponeva all'opinione Palestinese, all'opinione Israeliana e all'opinione internazionale.

Come aveva reagito l'OLP all'Intifada? Con l'Intifada, l'OLP si era divisa in due fazioni: quella più forte desiderava continuare la resistenza, ma era insediata a Tunisi, e quella dei Palestinesi che desideravano elaborare un accordo. Questi ultimi si tenevano nell'ombra, e però non avevano il coraggio di difendere la loro opinione, questo fino agli Accordi di Oslo, e allora si presentarono e divennero più forti. Arafat era un dirigente abile, un tattico, e dopo la fine dell'Intifada si servì delle differenti linee di reazione Palestinesi per trasferire l'OLP in Palestina.

In cosa si configuravano queste linee? Primo, ci sono questi che vogliono continuare la lotta contro Israele senza concessioni. Per ottenere qualche risultato, Arafat doveva marginalizzarli. D'altro canto, ci sono quelli che desiderano venire a patti, e sono loro che attualmente guidano il governo Palestinese. Inoltre, esiste la piccola borghesia che non vede l'ora di negoziare per il suo stretto profitto. Arafat li ha usati per conseguire quello che si riprometteva, e così siamo arrivati agli Accordi di Oslo del 1993. Questi accordi hanno permesso all'OLP di ritornare in Palestina, ma, a parte ciò, hanno rappresentato una grande sconfitta. I Palestinesi accettavano di ottenere solo il 22% della totalità della loro terra! Nella storia, non è mai esistito un trattato che assegnava a qualcuno solo il 22% di quello che legittimamente domandava e gli spettava! L'OLP non era più considerata una organizzazione terrorista e conquistava il riconoscimento di Israele, ma non riusciva a migliorare effettivamente la situazione a Gaza e in Cisgiordania. Nulla negli accordi veniva menzionato per arrestare la colonizzazione Israeliana. Questo fatto gettava il discredito sull'autorità Palestinese agli occhi della popolazione e quindi spianava il successo di Hamas come movimento resistenziale. Un altro punto importante è che l'autorità Palestinese, che aveva ricevuto finanziamenti dall'Occidente, diventava preda della corruzione. Al contrario, Hamas non presentava questo problema. Questa organizzazione riceve denaro principalmente da un sistema di aiuti umanitari. E non vi sono indicazioni di sorta che quelli di Hamas si mettano i soldi nelle loro tasche. E visto che loro criticano l'autorità per la sua corruzione, stanno ben prudenti rispetto alla questione di come maneggiano il denaro.

Come è possibile spiegare il successo di Hamas? Tre sono i fattori che giustificano il successo di Hamas. Primo, il mantenimento e il sostegno della resistenza, rifiutando soluzioni imposte, fattore che corrisponde alla volontà del popolo. Il secondo punto è che Hamas esige il ritorno dei profughi del 1948 e del 1967. Nel 1948, dopo la creazione dello stato di Israele, molti Palestinesi vennero buttati fuori dal territorio. Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, circa trecentomila profughi fuggirono verso la Giordania. Attualmente, vi sono più di sei milioni di rifugiati che non hanno il diritto di ritornare nella loro terra! D'altra parte, come stato degli Ebrei, Israele accoglie qualsiasi Ebreo, quale che sia la sua provenienza: dalla Spagna, dalla Russia, dall'Etiopia…Gente che non ha mai visto la Palestina! La questione dei rifugiati è un importante elemento delle richieste Palestinesi, che Hamas ha sempre rivendicato. L'ultimo punto che ha contribuito al successo di Hamas è l'eliminazione all'interno della comunità Palestinese di elementi utilizzati da Israele, gente corrotta che forniva informazioni, spie. Alcuni di costoro sono stati eliminati fisicamente, ma molti di loro - delinquenti comuni, alcolizzati o spacciatori di droga - sono stati reintegrati mediante programmi sociali di Hamas. Così le informazioni spionistiche non possono più circolare. Questo è decisamente importante. Israele aveva prodotto una società di corrotti, dove tutti erano contro tutti, ed ha sfruttato questo per creare una rete di spionaggio e così esercitare il controllo sulla resistenza Palestinese. Questa è una tipica mentalità colonialista, e si era già assistito ad una applicazione di questi metodi nell'Irlanda del Nord da parte dei Britannici. Nulla di nuovo. Ma Hamas ha ridotti in pezzi questa rete spionistica e ha conseguito con ciò un grande successo su Israele.

Molti affermano che Israele ha deliberatamente favorito il successo di Hamas. Questo corrisponde a verità? Assolutamente no! Non esistono testimonianze e prove di questo. Sicuramente, Israele ha tollerato Hamas, confidando sui conflitti fra Palestinesi. Israele desiderava indebolire l'OLP e Fatah. Ma non si aspettava certo che si sviluppassero in questo modo il grado di eccellenza, l'abilità e l'organizzazione di Hamas. È successo sempre che la potenza coloniale abbia considerato i suoi assoggettati come bambini sempliciotti.

Come un movimento Islamista ha potuto diventare tanto popolare in Palestina? Nelle zone di Gaza e della Palestina sotto occupazione, non esiste alcuna possibilità per il popolo Palestinese di dibattiti in luoghi pubblici, per discutere o assumere una visione sul loro futuro, eccezion fatta per le moschee o per le università. Naturalmente, Hamas era attiva nei luoghi del culto. Ma, come gruppo politico, ha cominciato a diventare egemonico anche all'interno delle organizzazioni studentesche. La piazza è aperta per qualsiasi partito! Quindi, Hamas ha iniziato a reclutare giovani e brillanti studenti che erano ben considerati nella società, data la loro dedizione e la loro onestà. Era facile per l'organizzazione convincerli, visto che da entrambe le parti si desiderava la resistenza. Su questo, non esistono grandi segreti! Hamas esprimeva apertamente quello che stava nel cuore della popolazione. Con gli elementi della società i più combattivi, i più intelligenti e i più altamente istruiti, Hamas è divenuta una grande organizzazione.

Come hanno reagito le autorità Palestinesi all'evoluzione di Hamas? I dirigenti dell'autorità erano stati coinvolti nella corruzione e in tanti scandali. Perfino i giornalisti Palestinesi li avevano condannati per questo. Arafat era come un arbitro fra le diverse fazioni e quando egli morì, le contraddizioni fra Hamas e Fatah provocarono situazioni di ostilità. Israele sfruttò queste gravi divergenze e pensò di utilizzare Fatah per ridurre la popolarità di Hamas agli occhi dell'opinione pubblica. Fatah pensava che Hamas non avrebbe acconsentito a partecipare alle elezioni, che erano state organizzate in tutta fretta. Tutti si dimostrarono sorpresi che Hamas partecipasse alla competizione elettorale, ma nessuno realmente si preoccupò, visto che Hamas si sarebbe presentata con una linea di pensiero decisamente ristretta e dogmatica, e quindi sarebbe stata battuta dal partito più importante. Contro tutte le aspettative, Hamas costruì una coalizione e presentò una immagine flessibile, ben lontana da quella di una organizzazione fondamentalista. Di fatto, loro si augurano uno stato Islamico, ma la realtà è ben differente.

Però, Hamas vuole, o no, imporre un regime Islamico alla Palestina? Sicuro, un regime Islamico è il programma di massima di Hamas, ma non lo possono applicare per il motivo che l'organizzazione si fonda su un movimento patriottico. Noi dobbiamo considerare il fatto che, durante la guerra brutale di Israele contro Gaza, non ha combattuto solo Hamas, ma hanno lottato sul terreno anche tutte le forze patriottiche, compresa Fatah. Questa aggressione ha unificato il popolo Palestinese. Hamas, può trasformarsi in un movimento più progressista in alleanza con gli altri movimenti? Sì, lo può fare, per merito dell'aggressione Israeliana. L'idea che Hamas possa creare una società basata su un modello Islamico di produzione è illusoria. Anzi, è impossibile! In ogni caso, Hamas guarda ad Hezbollah, che afferma: "Il Libano è un paese con grandi diversità. Noi stiamo solo rappresentando una frazione del paese e il nostro intendimento è di costruire con tutti gli altri progressisti Libanesi un sistema economico nazionale indipendente." Infine, vorrei portare la vostra attenzione sul fatto che nessuno si pone la questione dello stato Islamico, quando si tratta di certi paesi come l'Arabia Saudita, per esempio!

Qual'è il programma economico sociale di Hamas? Il loro progetto si basa su una economia capitalista associata ad interventi statali importanti. Fatemi sottolineare che attualmente anche i conservatori Europei desiderano interventi statali. Se guardiamo all'Iran, questo è uno stato Islamico dove si verifica l'intervento statale. Ma gli Iraniani rifiutano il dominio straniero e vogliono distribuire i proventi derivati dal petrolio. Rispetto ad Hamas, vi dovete rendere conto che per lo più non è stato il suo programma sociale ad allettare i Palestinesi, ma il fatto che questo movimento ha incarnato la resistenza. Ed oggi, la resistenza è il primo pensiero per i Palestinesi.

Qual'è il ruolo della donna, secondo l'ideologia di Hamas? La loro visione della donna sulla carta e nella realtà è divergente. Devo spiegarmi. In Palestina, la situazione è veramente difficile. Le donne devono darsi da fare per conquistarsi il pane e allevare i figli. Hamas non dovrebbe mai proibire alle donne di lavorare e costringerle a rinchiudersi in casa. A parte qualche ricco paese petrolifero, nessuno pensa così nel mondo Arabo. Come potrebbe Hamas tagliare fuori dalla società più del 50% degli elementi più attivi nella comunità Palestinese? Comunque, molta gente anche in Occidente pensa che le donne dovrebbe essere controllate come soggetti passivi, perché ritenute di scarsa intelligenza! Naturalmente, esistono differenze culturali fra il mondo Arabo e l'Occidente. Queste differenze non sono ben comprese a causa di luoghi comuni. Vi faccio qualche esempio. Nelle librerie occidentali vi sono centinaia di riviste con donne nude, bionde con grosse tette…Nessuno alza la voce per dire che ciò è disgustoso e che le donne sulle copertine non dovrebbero essere considerate in questa maniera. Ma quando qualcuno vede una donna con il capo velato, si parla immediatamente di oppressione! In Occidente vi è una certa dose di ipocrisia. Altro esempio, in Indonesia, si è instaurato un regime dal 1965, dopo un golpe militare che ha segnato il massacro di un milione di comunisti. Quasi tutte le donne attualmente indossano il velo. Ma nessuno parla di questo paese, dato che è un importante produttore di petrolio ed è allineato con l'Occidente.

Perché Hamas in Europa viene rifiutato? L'Islam non è ben visto in Europa, in quanto questa si identifica con la Cristianità. Esiste un effettivo rigetto del contributo che l'Islam ha apportato allo sviluppo della civiltà occidentale. Quindi, in quanto organizzazione Islamica, Hamas non è ben considerata. Però, perché ci sono alcuni che sono contro il Sionismo, ma hanno problemi con Hamas? Ed invece perché quelli che appoggiano la causa Irlandese non hanno problemi con le organizzazioni cattoliche? Questo viene spiegato dalle differenze culturali e questo fenomeno è sotto ai nostri occhi. Sono giusto di ritorno dall'Egitto, e posso osservare che quando si attraversa il Mar Mediterraneo si cambia di mondo, si cambia il modo di pensare. Io non muovo rimproveri agli Europei. Essi sono segnati dalla loro educazione e dai mezzi di propaganda mediatica. Noi viviamo in un sistema in cui sempre dobbiamo individuare qualche nemico per giustificare la nostra esistenza. Io penso che dobbiamo porre le cose nella giusta prospettiva. Per me, che sono un marxista che vive in un paese occidentale, esistono certamente motivi di contrasto con Hamas e Hezbollah. Non sono contento che la resistenza sia guidata da un movimento che prende ispirazione dall'Islam, ma è così. E per il momento, queste contraddizioni diventano secondarie. D'altro canto, io sono totalmente contrario a gente come Abbas o Moubarak, che sono dei laici al servizio degli Stati Uniti. Sto leggendo articoli nella stampa Araba, conosco la situazione attraverso questi, e vedo le contraddizioni da un punto di vista differente rispetto alla sinistra Europea.

Perché la sinistra Europea non appoggia (apertamente) la resistenza Palestinese? Il problema della sinistra Europea sta nel fatto che rifugge dal costruire una grande alleanza contro l'imperialismo, con la scusa di Hamas, delle donne con il velo e di tante altre pretestuose motivazioni. Di fatto, viene accettato di farsi coinvolgere nella grande alleanza dei Cristiani contro l'Islam. La sinistra va alla "guerra per la civiltà", che è stata scatenata dagli ideologi Americani. La sinistra è stata al riguardo influenzata più di quello che pensa. Perché la sinistra Europea non si è tanto agitata quando i Falangisti Cristiani hanno fatto dei massacri in Libano? Per parte mia, da laico, ho appoggiato la resistenza Irlandese contro l'occupazione Britannica, e che questi Irlandesi siano Cattolici non mi disturba. Effettivamente, il problema per gli Europei è che sono stati educati secondo un modello culturale e sociale che ha pregiudizi contro gli Ebrei e contro i Musulmani.

Perché la questione Palestinese è così cruciale per gli USA? La Palestina è davvero una regione molto piccola, ma tuttavia ora rappresenta una delle più scottanti scommesse al mondo per due ragioni. Primo, creato lo stato colonialista di Israele, questo deve essere difeso dalle potenze imperialiste, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, come elemento e strumento di maggior dominio nel Medio Oriente. Questo è un modo per stroncare i movimenti rivoluzionari democratici nella regione. Se si schiaccia l'istanza Palestinese, si impedisce l'alleanza nel mondo Arabo fra tutte le linee di resistenza, in Iraq, Libano, ... Al tempo dello Scià, era l'Iran a recitare il ruolo di poliziotto nella regione. Gli Stati Uniti vi avevano installato una dittatura militare al servizio dei loro interessi nell'area. Dopo l'Iran, è toccato ad Israele! Uno degli esempi più emblematici di questa pratica è la rivoluzione nello Yemen del Nord negli anni Sessanta. Alcuni ufficiali attuarono un colpo di stato per imporre nello Yemen del Nord una repubblica democratica, appoggiati dall'Egitto. Lo sceicco che al momento comandava nello Yemen si rifugiò in Arabia Saudita. I Britannici organizzarono truppe contro la repubblica per stroncare il movimento nazionalista Arabo e soldati, addestrati da Israele, vennero impegnati per combattere contro le forze di liberazione. Israele ha partecipato e sta ancora partecipando con suoi gruppi armati in Salvador, Sri-Lanka, Colombia,... Di fatto, dove sono coinvolti gli Stati Uniti, lì è coinvolto Israele. La seconda ragione è data dall'importanza di Gerusalemme come città santa. Per l'Islam, si tratta del secondo luogo santo per importanza. E quindi questo sito ha sempre mobilitato tutti i Musulmani del mondo. Inoltre, Gerusalemme riveste tanta importanza anche per i Palestinesi Cristiani. Israele non vuole abbandonare tutto questo. Il fatto verrebbe considerato come una vittoria dei Palestinesi e dell'Islam. E naturalmente, Gerusalemme ricopre un ruolo strategico, trovandosi situata sul confine fra Israele e la Cisgiordania. Allora, il problema di questa città è un elemento importante da considerare rispetto alla costante espansione di Israele. Infatti, questo Stato non ha confini ben definiti. Israele non possiede ancora una netta costituzione, e quindi ha sempre la possibilità di procedere ad eventuali espansioni.

Con il massacro di Gaza, qual'è il messaggio che Israele desidera mandare? Il messaggio è questo: "Israele starà qui per sempre, anche se dovesse usare l'arma nucleare. Noi possiamo imporre a voi tutto ciò che vogliamo!"

Questo raggiungerà lo scopo? Non credo, perché dall'altra parte ci sono combattenti con una propensione al sacrificio, quello che Israele ha perso. Con questa aggressione, Israele non ha ottenuto nulla di rilevante. Invece, Hamas ne è uscito rinforzato. Anche in Cisgiordania, dove la gente sta dichiarando che se ci fossero le elezioni, voterebbe per questo partito. In definitiva, coloro che resistono, sempre risultano vincitori!

www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-11%2019:14:54&log=invites

***

INTERVISTA AD HAMAS (Seconda Parte)

Mohamed Hassan risponde alle vostre domande su Hamas: "Gaza è un posto normale con gente normale". Intervista (II parte) a cura di Grégoire Lalieu & Michel Collon a http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-23%2017:40:02&log=invites

(Traduzione dall'inglese a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Molti lettori hanno reagito positivamente alla nostra intervista a Mohamed Hassan su Hamas. Infatti, un certo numero di persone hanno espresso un loro bisogno di informazione chiara, precisa e contestuale. Proprio per questo, abbiamo realizzato una serie di interviste con questo nostro specialista su questioni del Medio Oriente, raggruppate nella cartella "Comprendere il mondo Musulmano". Il nostro obiettivo è di fornirvi le chiavi per capire le problematiche specifiche di questa regione, ricca di risorse e concupita dalle grandi potenze. Il successivo capitolo di questa cartella riguarderà la crisi nel Darfur e verrà pubblicato nel mese prossimo. Alcuni lettori hanno posto domande conseguenti alla precedente intervista, sintetizzate di seguito. Mohamed Hassan risponde attraverso questo secondo incontro, che chiude il primo capitolo dedicato ad Hamas.

Hamas viene presentato come un movimento terrorista e fondamentalista. Ma dal punto di vista sociologico, qual'è la natura dei dirigenti e degli attivisti militanti che compongono Hamas? Mohamed Hassan. Prima di tutto, quello che dovete sapere è che Gaza è un posto normale con gente normale. Ma, in una situazione neo-colonialista, Israele non consente lo sviluppo dell'economia Palestinese, in quanto questo costituisce un effettivo pericolo per Israele. Gaza ha una buona base concreta di artigianato tradizionale. È per questa ragione che Arafat si è espresso in questi termini al Parlamento Europeo: "Se voi ci aiutate, trasformeremo la nostra regione in una nuova Singapore. Se non lo farete, diverremo la Somalia!" Israele ha paura di tutto ciò. Questa è la ragione per cui soffoca l'economia della Palestina, per conservare il monopolio, non avere concorrenza. A Gaza esiste una società urbana con persone decisamente attive: intellettuali, impiegati, piccoli borghesi, associazioni femminili, uomini di affari che operano nell'import-export... Tutte queste categorie contribuiscono alla composizione di Hamas come movimento nazionalista. Potrete trovarvi anche contadini, ma in percentuale veramente piccola. Infatti, Gaza è una delle zone più densamente popolate al mondo, e questo comporta che non vi è molta da terra da sfruttare nelle coltivazioni.

Quindi, Hamas è composta da tutte le classi della società Palestinese. Questo, non produce contraddizioni all'interno del movimento? Mohamed Hassan. Naturalmente, non si tratta di un movimento omogeneo, ma, al presente, è Hamas che sta unificando tutte queste persone in un'azione di resistenza. E il principale motivo di controversia all'interno del movimento è quello di essere più o meno radicali in questa battaglia. Io so che molti Europei si augurano che la resistenza possa essere guidata da un movimento maggiormente progressista, ma la Storia non è una scienza esatta. Permettetemi un confronto con l'Indonesia. Il primo movimento anticolonialista è stato Sarakat al Islam, un movimento nazionalista Islamico creato nel 1920 per lottare contro l'occupazione Olandese. In questa situazione, Lenin inviava in Indonesia un comunista Olandese, Henk Sneevliet. Quando questo è arrivato in Indonesia, vi ha trovato quel giovane movimento Islamico nazionalista. Cosa avreste fatto in quella situazione? Henk Sneevliet decise di lavorare con quelli. Egli era veramente saggio e paziente e trasformò il movimento in un movimento comunista, che diverrà in seguito il Partito Comunista d'Indonesia, il partito comunista secondo per importanza di tutta l'Asia. In politica, la pazienza è l'essenziale!

Ci sono comunisti in Palestina? È possibile con Hamas un'alleanza come quella che Hezbollah ha realizzato con i comunisti del Libano nel 2006? Mohamed Hassan. In Palestina e negli altri paesi Musulmani, si ha la necessità di determinati comunisti come quell'Olandese; comunisti che con la pazienza, la visione, l'indipendenza delle loro idee sviluppino la loro tattica "sul campo". Non si ha alcun bisogno di quelli che io definisco come "comunisti del fax", comunisti che danno ordini e disposizioni dall'esterno. Tutte le rivoluzioni che hanno avuto successo, sono state realizzate da forze interne. Invece, molti comunisti Arabi sono come il pepe piccante, rossi all'esterno e bianchi di dentro! Ogni comunista Arabo deve impegnarsi con la base specifica della sua zona. In Palestina, potrebbero trovare sul terreno molti elementi democratici che vogliono contrastare l'occupazione. Se questi elementi sono rappresentati da Hamas, i comunisti devono stringersi a loro e con loro collaborare. Si sa, io posso avere punti di vista diversi con mia moglie, con mio figlio, con mia figlia, con il mio cane e il mio gatto! Ma tutti questi contrasti stanno all'interno della mia famiglia, e io devo risolverli con la discussione e il negoziato. Invece, se qualcuno mi punta contro un'arma, questo diverrà il più importante momento di dissidio! I comunisti Palestinesi hanno da fare chiarezza su chi sono i loro alleati e chi sono i loro nemici. Loro possono avere contrasti con Hamas e gli altri partiti. Devono necessariamente chiarirsi con costoro, in famiglia, dato che questi contrasti sono di secondaria importanza rispetto al problema che hanno con Israele.

Lei ha fatto riferimento ad una somiglianza tra Hamas e l'IRA, il movimento Cattolico Irlandese che si sta battendo per la totale indipendenza dell'Irlanda. Ma l'IRA non ha mai cercato di instaurare uno stato religioso. Non è forse questo punto che blocca i progressisti Europei nel fornire appoggio ad Hamas? Mohamed Hassan. Prima vi ho parlato del movimento Islamico in Indonesia. Il loro programma di massima era di cacciare dall'Indonesia gli Olandesi e di instaurare un regime Islamico. Ma questo movimento cambiò in modo autonomo e si trasformò in seguito nel Partito Comunista di Indonesia. Che evoluzione avrà Hamas? Noi non abbiamo la sfera di cristallo. Come ho già detto, la Storia non è una scienza esatta. Hamas ha un suo programma di massima, ma attualmente il suo compito principale è la resistenza contro lo Stato Sionista. Domani, ci potrebbe essere una combinazione di fattori diversi, come una nuova dirigenza e nuove idee che potrebbero indurre Hamas a scegliere un percorso rivoluzionariamente democratico. Il fatto è che i progressisti che vogliono partecipare alla lotta per i Palestinesi vogliono anche avere assicurazioni complete che ogni cosa andrà a buon fine. Ma non sono mai possibili garanzie complete. Chi avrebbe potuto profetizzare la degenerazione del partito comunista sovietico, che aveva fatto la prima rivoluzione socialista in un paese e aveva appoggiato tutti i movimenti contro il colonialismo nel mondo? Nessuno si sarebbe aspettato che Arafat avrebbe negoziato gli Accordi di Oslo con quelle particolari modalità. Adesso siamo a questo punto: Hamas è la resistenza! Non assegno loro il mio favore quando si tratta della loro posizione nei confronti delle donne, rispetto al loro programma economico o alle loro idee fatalistiche. Io sostengo Hamas su un punto, il più importante: loro sono resistenti nazionalisti che lottano sul campo. E chi potrebbe prevedere quello che avverrà domani? Voi potete riscontrare anche movimenti Islamici che sono diventati agenti filo-imperialisti, come in Afghanistan o nell'Arabia Saudita. Perché questa gente, che mette sotto lente di ingrandimento Hamas, non rivolge la propria attenzione anche verso questi paesi?

Amnesty condanna Hamas per l'eliminazione dopo la guerra di qualche oppositore all'interno della società Palestinese. Cosa può dirci su questo? Mohamed Hassan. Certamente, durante ogni conflitto, si possono registrare accidenti o eccessi. Ma anche un problema ben più grave: quello degli infiltrati. Una guerra non consiste solo nello spararsi con le armi, è anche un evento politico. Israele non aggredisce i Palestinesi solamente con le bombe, ma li attacca anche dall'interno, creando nemici interni. Con l'Egitto e la Giordania, Israele ha messo in atto un sistema veramente sofisticato di servizi di spionaggio. Con l'aiuto di questi paesi, Israele vuole stroncare la resistenza Palestinese ed Hamas. Con tutti i denari che hanno per le mani, gli Israeliani possono pagare i traditori. Questi infiltrati fanno uso di cellulari e si mettono in contatto con l'Egitto o la Giordania. Quindi, le informazioni passano ad Israele. Israele vuole tagliare la testa, la dirigenza, di Hamas per stroncare il movimento. Per fare questo, devono sapere dove abitano coloro che devono bombardare. Dovete tenere ben presente qualcosa di importante: il primo attacco di Israele è stato contro una stazione di polizia di Gaza in un momento ben specifico, l'approntamento delle squadre. Esattamente questo è stato il momento particolare in cui si realizzava il massimo della concentrazione di poliziotti nella stazione. Come faceva Israele a saperlo? Mediante i suoi informatori. Questa è una guerra, non un ricevimento in salotto! Hamas si sta difendendo.

Perchè Hamas di recente si è appropriato degli aiuti dell'ONU? Mohamed Hassan. Io penso che Hamas sia stato intelligente ed abile quando ha fatto questo. Fatemi spiegare. Dall'UNRWA (Ente delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente), e solo da questa Agenzia, potevano arrivare a Gaza alimenti ed aiuti, ed Israele poteva da questo ottenere informazioni di natura tattica. Un importante punto in questione è che la guerra è stata accesa da Israele il 27 dicembre sulla base di informazioni di intelligence che a Gaza vi era assoluta penuria di cibo. Questo è come Israele ha proceduto: primo, hanno chiuso ermeticamente i confini per essere sicuri che non arrivasse cibo; poi, hanno attaccato, sapendo che i Palestinesi non avrebbero potuto resistere più di dieci giorni. Tsahal (l'esercito di Israele) bombardava i depositi dell'ONU pensando che senza cibo la popolazione si sarebbe rivoltata contro Hamas. Invece, dopo dodici giorni, la resistenza stava continuando ed Israele fermava i bombardamenti sui depositi dell'ONU. Ritengo che, in futuro, Hamas non permetterà che il cibo venga bruciato ancora dalle bombe Israeliane. Questa è la ragione per cui hanno voluto provvedere in modo autonomo alla distribuzione degli aiuti.

Perché Hamas lancia ancora razzi, quando Israele usa questo fatto per la sua guerra di propaganda, ed inoltre ciò provoca repressioni sulla popolazione Palestinese? Sono proprio utili questi "Qassam"? Mohamed Hassan. Per il topo, l'animale più pericoloso è il gatto. Lui, non teme il leone o l'ippopotamo. E per il gatto, il cibo più delizioso è un ratto. Questo è il livello in cui si colloca la logica dei Qassam. I Qassam dimostrano la violazione dell'embargo e lanciano il segnale del rifiuto della concentrazione del popolo Palestinese a vivere in un ghetto. È un messaggio lanciato da un popolo oppresso: "Noi siamo ancora vivi e noi continueremo la resistenza". È anche un messaggio ai cittadini Israeliani che pensano che l'esercito e il governo possano assicurare loro la sicurezza. Ma dopo sessanta anni, la sicurezza della loro nazione non è ancora garantita. Esiste un certo numero di persone che stanno andandosene da Israele, tanto che il governo ha un problema con una crisi demografica. Questo, perché hanno scatenato una guerra crudele per stroncare Hamas. E per avere ancora Ebrei bastanti a tentare di risolvere la crisi demografica, alcuni dirigenti Israeliani sono andati ad arrampicarsi sulle montagne del Perù! Hanno convertito Indios all'Ebraismo (***), li hanno portati sui confini di Israele, a far fronte contro il nemico. Questi Indios hanno ricevuto case ed armi. Costoro sono i nuovi coloni. Resta il fatto che all'interno di Israele possono vivere tutti, Tranne che i Palestinesi!

Precedente intervista: Mohamed Hassan - Come è possibile spiegare il successo di Hamas?

(***)Nota del traduttore. Sulla questione di questi convertiti consultare ad esempio 
www.spazioforum.net/forum/index.php?act=Print&client=wordr&f=15&t=5975

Le ferite di Gaza e le nuove armi 

Dr. Ghassan Abu Sittah e Dr. Swee Ang – «The Lancet»* - Traduzione di Megachip

http://www.uruknet.de/?s1=1&p=s9297&s2=25

Il dottor Ghassan Abu Sittah ed il dottor Swee Ang, due chirurghi inglesi, sono riusciti a raggiungere Gaza durante l’invasione israeliana. In questo articolo descrivono le loro esperienze, condividono le loro opinioni e ne traggono le inevitabili conseguenze: la popolazione di Gaza è estremamente vulnerabile e totalmente inerme davanti ad un eventuale attacco israeliano.

Le ferite di Gaza sono profonde e stratificate. Intendiamo parlare del massacro di Khan Younis del 1956, in cui 5mila persone persero la vita? Oppure dell’esecuzione di 35mila prigionieri di guerra da parte dell’esercito israeliano nel 1967? E la prima Intifada, in cui alla disobbedienza civile di un popolo sotto occupazione si rispose con un incredibile numero di feriti e centinaia di morti? Ancor di più, non possiamo non tener conto dei 5.420 feriti nel sud di Gaza durante le ostilità del 2000. Ma, nonostante tutto ciò, in questo articolo ci occuperemo esclusivamente dell’invasione che ha avuto luogo dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.

Si stima che, in quei 23 giorni, siano state riversate sulla Striscia di Gaza un milione e mezzo di tonnellate di esplosivo. [1] Per dare un’idea approssimativa di ciò di cui si sta parlando, è bene specificare che il territorio in questione copre una superficie di 360 kilometri quadrati ed è la casa di 1,5 milioni di persone: è l’area più densamente popolata del mondo. Prima dell’invasione, è stata affamata per 50 giorni da un embargo commerciale ma, in realtà, fin dall’elezione dell’attuale governo è stata posta sotto vincoli commerciali. Negli anni, l’embargo è stato parziale o totale, ma mai assente.

L’occupazione si è aperta con 250 vittime in un solo giorno. Ogni questura è stata bombardata, causando ingenti perdite tra le forze dell’ordine. Dopo aver spazzato via la polizia, l’esercit