Questioni
Internazionali
Guerra di disinformazione sulla Siria
Dopo la
Libia un nuovo intervento militare
dell’imperialismo occidentale incombe sulla Siria. Come allora si approfitta
e si fomenta una ribellione interna per giustificare l’intervento esterno;
si creano e si diffondono notizie di terribili
stragi di civili e si invoca l’intervento urgente per proteggerli; si intima
al governo sgradito e dipinto a fosche tinte di quel paese di farsi da parte
e lasciare il posto a governanti più graditi, violando il diritto di
ogni popolo a scegliersi il governo senza ingerenze e imposizioni di altri
paesi. Al fondo c’è la crisi economica, la competizione per il controllo di
materie prime e zone strategiche, l’interesse del complesso industriale
militare per mantenere alta la spesa militare. Una volta che il meccanismo è
decollato e l’intervento è cominciato, nessuno più si cura delle vittime
civili dei bombardamenti, delle attività dei “consiglieri”
servizi segreti e truppe speciali prontamente inviati, della credibilità e
legittimità dei nuovi governanti, del rapporto
subordinato entro nuove forme di colonialismo. Non è facile reggere la
potenza di fuoco della propaganda di guerra, che travolge, confonde e
paralizza, per cui la recente guerra di Libia si è
potuta consumare nel consenso o comunque nell’indifferenza e nel silenzio in
Italia di tanti “pacifisti” e “democratici”. Di
fronte alla disinformazione già all’opera anche per la Siria
riteniamo utile proporre un equilibrato e
documentato articolo di Marinella Correggia, su:
http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/6548-guerra-di-disinformazione-sui-morti-in-siria
Proponiamo anche due brevi filmati, rivelazioni di una strategia che viene
da lontano e come funziona il meccanismo:
http://www.youtube.com/watch?v=3a_x1pTGEtc&feature=player_embedded
http://www.youtube.com/watch?v=fW8mLDtq9Ls&NR=1
Sono
gradite osservazioni e commenti
LE
LEGIONI ISLAMICHE DELLA NATO
Milano, novembre - L’asse della fermezza in Medio Oriente è sotto assedio.
L’assedio non è solo israelo-americano, ma in questo momento è soprattutto
arabo-islamico-sunnita. L’Occidente sta raccogliendo le sue truppe islamiche
per combattere i componenti dell’asse delle forze indipendenti che resistono
alle ingerenze, alle aggressioni, all’occupazione. Le schiera su base
settaria-religiosa: i collaborazionisti di sempre, sunniti, contro i Paesi e
i movimenti di resistenza, che guarda caso sono sciiti.
Alla battaglia l’Occidente intende solo assistere, assecondando i propri
fedeli servitori, che siano essi la Turchia o i monarchi arabi. Siamo di
fronte a uno scenario già visto in qualche modo.
Quello che avviene ricorda gli anni Ottanta. Allora
truppe islamiche, mercenari della fede, vennero convogliate verso
l’Afghanistan per combattere l’Armata Rossa e i suoi alleati locali. Il
progetto e la copertura politica furono statunitensi. Come pure le armi e il
supporto mediatico. I soldi per il piano affluivano dalle casse dell’Arabia
Saudita. Gli addestratori erano membri dei servizi di sicurezza militari
pachistani. Reclutarono così decine di migliaia di giovani islamici,
divenuti ben presto l’avanguardia dell’estremismo sunnita, che il mondo
imparò a conoscere come i seguaci di Osama bin Laden, i talebani, i
miliziani di al Qaeda, usandoli sino all’11 settembre 2001.
Oggi, troviamo sempre lo stesso regista: gli Stati Uniti. E scopriamo anche
gli stessi finanziatori: le Monarchie del Golfo, Qatar per primo. Tra gli
addestratori ci sono agenti islamici di varie nazionalità, mentre le armi
vengono dagli emiri del Golfo.
Inutili, sembrano gli appelli rivolti da personalità
islamiche eminenti a guardarsi dalle divisioni, dalle discordie tra sunniti
e sciiti che fanno solo gli interessi delle forze coloniali, di Paesi e
nazioni estranei al Medio Oriente. La componente sunnita, aizzata da una
lobby estremamente forte sul piano finanziario e mediatico, vedi al Jazeera
o al Arabiya, non vuole ascoltare ragioni.
Così le rivolte popolari arabe, dalla Tunisia, attraverso l’Egitto, sino in
Libia e nella Penisola arabica, si trasformano nella grande palestra delle
forze islamiche della Nato che avanzano sicure tra vittorie elettorali, in
certi Paesi, e massacri, in altri, verso l’obiettivo finale della resa dei
conti, la notte dei lunghi coltelli con la componente sciita del mondo
islamico.
Persino il ramo palestinese dei Fratelli musulmani, che è sopravvissuto a
incredibili pressioni solo grazie al sostegno del fronte della fermezza, sta
strizzando l’occhio al Cairo e a Doha, dimenticando coloro che gli sono
stati davvero accanto nei momenti difficili. Come valutare lo scambio di
prigionieri con Tel Aviv se non come un premio per il voltafaccia?
La Lega araba, la cui autorità è tramontata con il ridimensionamento del
potere egiziano, diventa una filiale del Consiglio della cooperazione del
Golfo, la bottega di emiri, sultani e re che regnano su Paesi che sono la
vergogna del mondo arabo per molteplici ragioni, dall’assenza dei diritti
civili elementari al tradimento quotidiano dei principi arabi-islamici.
Avviene così che la Lega araba aderisce al
rovesciamento del regime libico, folle, ma laico, ad opera della Nato e di
milizie islamiche salafite, e lo fa dopo la liquidazione dei regimi laici di
Ben Ali e di Hosni Mubarak. Gli aguzzini egiziani, tunisini, libici che
hanno assecondato la Cia e i servizi britannici nelle pratiche delle
consegne straordinarie, torturando militanti islamici rapiti in giro per il
mondo dagli stessi americani e inglesi, non si rendono conto che i loro
padroni a Washington e a Londra li hanno scaricati a favore di coloro che
sino a ieri venivano appesi ai muri, in quanto più utili alla futura causa.
Avviene così che la stessa Lega araba mette in castigo
la Siria, che per decenni ne ha costituito l’anima e la dignità, pur di
abbattere il potere politico alawita-sciita-cristiano a Damasco.
Se l’anello siriano dell’asse della fermezza viene
minacciato attraverso il supporto a gruppi armati che ricorrono
quotidianamente alla pratica del terrorismo, l’anello libanese (Hezbollah)
viene preso di mira tramite il Tribunale speciale per il Libano, che chiama
in causa il gruppo della Resistenza in relazione all’attentato a Rafic
Hariri, senza aver mai indagato sulle eventuali responsabilità israeliane in
quell’attentato, con l’intenzione di fare il vuoto a livello di opinione
pubblica libanese attorno all’organizzazione.
L’Iran, invece, che nell’asse costituisce la principale preoccupazione sia
per la Casa Bianca, sia per governanti di Tel Aviv come pure per gli emiri
sunniti del Golfo, è oggetto di costante pressione per il suo programma
nucleare, tra minacce di sanzioni e aggressioni militari straniere senza che
esista la benché minima prova che Teheran punti davvero all’arma nucleare.
Si delinea così il progetto del Grande Medio Oriente in
una versione aggiornata rispetto a quella originale di George W. Bush. Il
piano dell’amministrazione Obama è più sofisticato, più perfido, più
pericoloso, perché punta a far scatenare la guerra interna all’Islam, pur di
piegare quella parte del mondo musulmano che non vuole ascoltare le ragioni
israelo-americane e per farlo utilizza le legioni islamiche della Nato a cui
dà la copertura mediatica, politica, diplomatica, giudiziaria e, se
necessario, quella aerea, senza rischiare, per adesso, la vita di un solo
proprio soldato.
Ma la storia recente insegna che le pedine utilizzate
dagli Stati Uniti presto o tardi diventano autonome. Gli apprendisti
stregoni fanno presto a crescere. I Saddam Hussein, gli Slobodan Milosevic,
gli Osama bin Laden, i talebani - alleati degli Stati Uniti in origine -,
non si accontentano del ruolo di gregari.
Senza dimenticare, poi, che l’asse della fermezza è tutt’altro che vinto!
La redazione di Arabmonitor

CON
L’UCCISIONE DEL COMANDANTE ALFONSO CANO, IL REGIME COLOMBIANO CONFERMA LA
PROPRIA ESSENZA GUARRAFONDAIA
Di Darko Ramírez: "Politologo
ed analista ecuadoregno"
Nelle ultime ore i media
colombiani e internazionali, per bocca dei propri direttori, “opinionisti” e
pennivendoli vari, stanno celebrando l’uccisione in combattimento del
Comandante in Capo delle FARC-EP, Alfonso Cano, avvenuta ieri nel
dipartimento meridionale del Cauca.
Il trionfalismo della iena
Santos, del ministro della Difesa Pinzón e degli altri carnefici del popolo
colombiano al governo è pari soltanto a quello registrato quando un
bombardamento in territorio ecuadoregno dell’aviazione statunitense,
supportata da truppe colombiane, mise fine alla parabola resistente del
Comandante Raúl Reyes il 1 marzo 2008, o quando il Comandante Jorge Briceño
venne seppellito da tonnellate di bombe scagliate sul suo accampamento
insorgente da oltre una sessantina fra aerei ed elicotteri da guerra, nel
settembre del 2010.
Come allora, anche oggi
i corifei del regime, i lustrascarpe dell’imperialismo ed i complici di ogni
sorta del terrorismo di Stato gridano “vittoria!”, promettono (da Santos in
giù) ai guerriglieri “carcere o tomba”, e annunciano con squilli di trombe
la “fine definitiva delle FARC e del conflitto”. Riferendosi
all’organizzazione guerrigliera più antica e poderosa delle Americhe,
vomitano termini quali “decapitata”, “allo sbando”, “in preda ad una crisi
di leadership”, e via discorrendo, per poi lanciarsi in squallide
elucubrazioni su chi sarà il successore di Alfonso Cano, ovviamente non
senza assicurare che la “successione sarà piena di tensioni e lotte
intestine”.
Lorsignori dimenticano che
le FARC, con quasi mezzo secolo di lotta rivoluzionaria alle spalle, hanno
accumulato esperienza, capacità combattente e solidità organica che, sommate
ad una compattezza ideologica e a una chiarezza politica fuori dal comune,
le predispongono strutturalmente ad assorbire i colpi, seppur duri come
questo, a rendere immediatamente esecutiva la sostituzione dei compagni
morti (già prevista con abbondante anticipo) e a dare continuità politica e
militare ai piani di lavoro di tutte le unità combattenti e militanti.
Con la morte di un
quadro politico-militare storico del calibro del Comandante Alfonso Cano,
che dalla Gioventù e dal Partito Comunista era passato alle file
guerrigliere per evitare di essere trucidato dal terrorismo di Stato al pari
degli oltre 5000 dirigenti e militanti dell’Unión Patriótica,
il popolo colombiano perde uno dei suoi migliori figli, un rivoluzionario
che ha lottato senza cedimenti per la pace con giustizia sociale e che si è
sacrificato per un futuro migliore per il suo popolo.
Il regime
oligarchico-mafioso capeggiato da Santos, che alcuni sprovveduti e miopi
affermano erroneamente essere diverso da quello uribista, sguazza nell’orgia
di sangue succhiato al popolo colombiano e conferma la propria essenza
guerrafondaia.
Un regime putrefatto, infinitamente
pluriomicida e cronicamente affetto dal morbo della menzogna, che lo porta a
ripetere come un grammofono inceppato che uccidendo qualche comandante
insorgente si potrà sterminare il progetto rivoluzionario; e ad ignorare
che, fino a quando impereranno la fame, la miseria, lo sfruttamento,
l’ingiustizia e la disuguaglianza sociali, il latifondo, il
narcoparamilitarismo, la dittatura del gran capitale, le privatizzazioni, la
svendita della sovranità nazionale e il terrorismo di Stato, compendiati dal
rifiuto di dialogare con l’insorgenza per arrivare ad una soluzione politica
del conflitto, le ragioni storiche, politiche, economiche e sociali che
hanno partorito la guerriglia saranno più attuali che mai, e questa
continuerà a nutrirsi con sempre maggior intensità della linfa vitale che
alimenta ogni progetto di trasformazione radicale dell’esistente, vale a
dire le masse popolari.
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