Questioni Internazionali

Tbilisi: «Anche Israele ci ha tradito» 

Maurizio Blondet 17 agosto 2008

http://www.effedieffe.com/content/view/4177/166/

Temur Yakobashvili è il cittadino israeliano che in Georgia è diventato ministro per la reintegrazione territoriale, ossia con il compito di riprendere le provincie separatiste filo-russe. E’ quello che il giorno dell’attacco georgiano, parlando alla radio dell’armata israeliana, disse che «Israele deve essere fiero della preparazione che ha dato alle nostre truppe».

Ora che Saakashvili è stato costretto a firmare il cessate-il fuoco dettato da Sarkozy (i media avevano detto che l’aveva firmato per primo, ma non era vero), Yakobashvili ha cambiato registro: «Israele ci ha tradito come gli europei e gli Stati Uniti». Secondo lui, «le truppe NATO dovevano difendere le infrastrutture vitali georgiane»; invece persino Israele «ha fatto come volevano i russi. Ha aiutato i terroristi. Non so cosa abbia ottenuto in cambio, io vedo che Hezbollah continua a ricevere armi russe, e tante» (1).

«Israele deve proteggere gli interessi che ha qui», ha continuato Yakob: «Ci sono molti uomini d’affari israeliani che hanno investito denaro, e un Paese deve proteggere gli investimenti dei suoi cittadini». Ha aggiunto che loro, i georgiani, avevano avvertito Washington che i russi si preparavano a contrattaccare, «ma ci hanno detto che i georgiani stavano di nuovo esagerando».

La tendenza ad esagerare perdura, percjhé Yakobashvili ha proclamato che le truppe di Tbilisi avevano «distrutto la 58ma armata russa» e abbattuto 17 aerei e tre elicotteri. Ma poi la meravigliosa armata georgiana ha dovuto ritirarsi, «perchè la Russia ha dispiegato 30 mila uomini e migliaia di carri armati. il nostro non è un popolo suicida».

Oggi a Gori, ha aggiunto, «è in corso un progrom cosacco contro la popolazione locale (i giornalisti sul posto smentiscono, ndr). Come ebreo, questo mi dà i brividi».

Se non altro, queste recriminazioni dimostrano che il regime georgiano sta cominciando a sentirsi in difficoltà, e teme di pagare per i suoi errori. «Abbandonato» dal cosiddetto Occidente e «tradito» persino da Israele, Saakashvili teme di non sopravvivere politicamente. Probabilmente, giorno dopo giorno, anche gli altri Paesi dell’Est che hanno fidato negli Stati Uniti, mettendosi al loro servizio per regolare i loro vecchi conti con Mosca, trarranno le conseguenze di questi «tradimenti».

Se il potente Occidente non è intervenuto a salvare la Georgia, interverrà per salvare Polonia e Ucraina? Un generale russo ha appena comunicato alla Polonia, corsa ad accettare i missili antimissile americani sul suo territorio, che è diventata un bersaglio atomico. Conviene? Gli americani si batteranno nella guerra nucleare per salvare Varsavia, loro che non hanno salvato Tbilisi?

Questi ripensamenti indeboliranno fortemente le ambizioni espansionistiche geopolitiche di Washington nell’ex area di influenza sovietica.

Un primo segno di questo indebolimento è già in atto: mentre gli USA si sono ritirati dall’esercitazione navale «Furkus 2008», programmata prima del conflitto georgiano, perchè vi partecipava anche la Russia, la Francia vi sta prendendo parte (l’esercitazione è cominciata il 15 agosto e durerà fino al 23; qui la notizia). Un’esercitazione russo-francese senza gli USA! Interessante precedente.

Qualche ripensamento su questo nuovo smacco dell’espansionismo di Bush sta avvenendo anche in USA. Patrick Buchanan, il giornalista che è stato candidato presidenziale conservatore, ha giudicato in questo modo l’accusa di Bush, secondo cui la risposta russa è stata «sproporzionata»: «Ma noi non abbiamo autorizzato Israele a bombardare il Libano per 35 giorni in risposta ad una scaramuccia di frontiera in cui erano stati catturati due soldati israeliani? Questo non è stato molto più ‘sproporzionato’? La Russia ha invaso un Paese sovrano, ha lamentato Bush. Ma gli USA non hanno bombardato la Serbia per 78 giorni e non l’hanno invasa per obbligarla a cedere il Kossovo, su cui la Serbia aveva pretese storiche più giustificate di quelle della Georgia sull’Abkhazia e il Sud-Ossezia, popoli etnicamente separati dai georgiani? Non è stupefacente l’ipocrisia dell’Occidente?» (2).

Mosca, scrive Buchanan, «ha ritirato l’Armata Rossa dall’Europa, ha chiuso le sue basi a Cuba, ha disciolto ‘l’impero del male’ e lasciato che l’Unione Sovietica si frazionasse in 15 Stati, ed ha cercato l’alleanza e l’amicizia degli Stati Uniti. E noi, cosa abbiamo fatto? Trafficanti americani in combutta con mascalzoni moscoviti hanno saccheggiato la nazione russa. Rompendo una promessa fatta a Gorbaciov, abbiamo esteso la nostra alleanza militare in Est Europa, fino alla porta della Russia. Sei Paesi del Patto di Varsavia e tre ex-repubbliche dell’URSS sono oggi membri della NATO».

Bush e Cheney spingono per portare nella NATO anche Ucraina e Georgia, rincara Buchanan. Ciò significa che «saremo obbligati ad entrare in guerra con la Russia per difendere la città di nascita di Stalin (Gori) e la sovranità (ucraina) sulla Crimea e Sebastopoli, tradizionale sede della flotta russa del Mar Nero».

Immaginate se fosse accaduto l’inverso, suggerisce ai suoi lettori. Se fosse stata Mosca a inglobare l’Europa occidentale nel Patto di Varsavia. Se, per di più «avesse stabilito basi in Messico e Panama, piazzato missili e radar a Cuba, e si fosse unita alla Cina a costruire oleodotti per trasferire il greggio venezuelano e messicano nel Pacifico per imbarcarlo verso i porti asiatici. Se ci fossero consiglieri russi e cinesi ad addestrare gli eserciti latino-americani, come noi facciamo nelle repubbliche ex-sovietiche: Come avremmo reagito?».

Una lezione di geopolitica molto ragionevole. E le voci critiche contro la politica russo-asiatica di Bush si infittiscono, naturalmernte non sui media italiani, ma su quelli del fidato alleato britannico (3). Mentre le truppe russe restano ancora sul territorio «sovrano» della Georgia (con calma, stanno meticolosamente distruggendo o impadronendosi di tutto l’armamento), le vociferazioni minacciose della Casa Bianca e dei suoi neocon non fanno che antagonizzare Mosca, senza alcuna efficacia nella realtà.

«La Russia sta perdendo la guerra di propaganda», si consola la BBC: ma appunto, tutto ciò che si dice e si dirà nei prosismi giorni (l’UNHCR, che sta soccorrendo solo i profughi georgiani e non ha mandato uno spillo ai sud-osseti, sta già raccogliendo le accuse di «atrocità» russe, come oro colato, dalla bocca dei georgiani fuggiti) non è altro che propaganda.

L’espansionismo americano ha subito una battuta d’arresto nel mondo reale. La stessa BBC deve ammettere che «c’è una certa simpatia per la posizione russa in Europa».

Una frattura intra-europea: ecco un altro risultato dell’avventurismo e unilateralismo di Bush. Salvo una catastrofica «october surprise» che mantenga al potere Bush indefinitamente, il prossimo presidente dovrà riparare molti e gravissimi danni, nel mondo reale.

GEORGIA: FUORI L'EUROPA DALLA NATO

Dall'inizio della grande crisi generale, cioè dalla crisi "petrolifera" del 1975 gli effetti geopolitici, le crisi aperte si infittiscono, si irradiano, si approfondiscono. Non è esaminando, analizzando al microscopio le singole guerre, le singole crisi ,i singoli paesi le pagliacciate delle singole soggettività,che si può trovare il bandolo della matassa ma vedendo, osservando, analizzando il quadro generale.

La globalizzazione, la ricerca spasmodica del profitto, l'estensione geografica globale dell'accumulazione primaria, il coinvolgimento pieno dei paesi "socialisti" in questo processo nel tentativo di frenare - coll'aumento quantitativo della forza lavoro sfruttata - la caduta del saggio di profitto, il coinvolgimento di grandi masse di lavoratori del primo mondo, tramite i fondi pensione, la corruzione delle elites sindacali e politiche socialdemocratiche, il consumismo, i media, le religioni tutto ciò non basta allo scopo. La crisi corre ineluttabilmente verso il suo sbocco "naturale" : la guerra, unico mezzo efficace per distruggere grandi stock di capitale e fattrice, madre delle nuove istituzioni, dei nuovi rapporti economici, politici, giuridici.

Ciò spiega in particolare l'azione del principale coacervo degli interessi imperialisti, gli USA. Ad ogni gradino, ad ogni fase di acutizzazione della crisi essi rispondono innescando una guerra. E lo fanno - per ora- su due fronti, i due forni della loro politica di potenza: l'Europa e il Medio Oriente. Dalla prima aggressione all'Iraq, alla crisi, guerra e dissoluzione della Jugoslavia. Dalla seconda guerra di aggressione all'Iraq all'invasione dell'Afghanistan etc alla attuale crisi in Georgia e Ucraina. Alternativamente ma con costanza essi premono sui due fronti. E' evidente che nella loro strategia di uscita dalla crisi generale le spese militari, la guerra e il suo bottino sono centrali.Ma crescenti sono le resistenze a questa loro azione. Si è oramai formato un insieme economico e politico Russia, Cina, Iran capace di dar battaglia davvero. Putin non è Milosevic a quanto pare e neanche Hu Gin Tao. Il pericolo dunque di una conflagrazione aumenta. Significativamente tutte le forze pacifiste democratiche, cattoliche e via enumerando, tacciono. Tace il movimento operaio egemonizzato dai sindacalisti venduti e corrotti e tace il movimento borghese della Pace. Le masse sono lasciate preda dei media menzogneri, di preti reazionari, di demagoghi razzisti e nazionalisti. L'orizzonte non potrebbe essere più nero

E così la criminale azione del nostro agente in Georgiano Sakasvili, il Karzai della Georgia, è da ritenersi un effetto diretto della crisi dei mutui statunitensi.

L'Europa oggi a Bruxelles è chiamata ad accodarsi alla provocazione sangunosa americana, al pretesto di guerra che migliaia di istruttori americani supervisionati da ultimo ( nei giorni precedenti il massacro) da Condoleeza, le loro armi, hanno costruito: l'invasione e la strage dell'Ossezia. Non era infatti una pazzia di un uomo giovane ed inesperto che ama leggere libri di guerra, ma una azione deliberata, pianificata, una necessità statunitense di uscire dalla crisi dei mutui con un altro step, un altro scalino che coinvolgesse la UE, l'Europa.

Oggi a Bruxelles l'Europa è chiamata ad accogliere nella Nato la Georgia di Sakasvili e l'Ucraina di Yushenko, a coprire le nuove due torri, ad affiancarsi agli usa. come per la Jugoslavia, peggio che per la Jugoslavia perchè oggi la Russia è al muro: o combatte o anch'essa finirà disgregata. Ecco qual'era l'attacco di agosto allo "Iran".

Che fare? Seguire la sinistra attuale, il pd, che giudica troppo debole la politica della destra nel senso che occorre essere più vicini agli USA? La parabola che ha portato dalla fermezza di Berlinguer nei confronti di Moro all'accettazione del Dal Molin base americana importante nella guerra alla Russia e nel controllo della Jugoslavia è quasi arrivata al termine. Niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo al comportamento delle socialdemocrazie nella prima guerra mondiale. Un altra sola strada resta e non è quella stupida delle liste e listine elettorali, della ventina e più di partitucoli gruppuscoli: ideologici, inoffensivi, decotti. L'unica strada possibile è quella aperta dalle enormi contraddizioni che la guerra imperialista apre anche nel nostro paese, dal peggioramento delle condizioni di vita che potrebbe anche bruscamente precipitare, dalla follia di rompere con la Russia che ha in mano le chiavi dell'energia, del gas ( TRASCURANDO VICEVERSA L'ENORME CONVENIENZA ECONOMICA, SOCIALE, STORICA DELL'EURUSSIA DI UNO SPAZIO DI COLLABORAZIONE, INTEGRAZIONE TRA EUROPA E RUSSIA CHE HA PROFONDISSIME MOTIVAZIONI RADICI STORICHE ) PRECIPITARE NEL BARATRO DI UNA NUOVA GUERRA COMBATTUTA IN EUROPA PER SALVARE GLI USA, IL LORO CONSUMISTICO, MORALMENTE INSOPPORTABILE E INSOSTENIBILE MODELLO? Moltissimi europei non sono d'accordo. Occorre che si organizzino e si facciano sentire partendo da basso, da una miriade di comitati sul modello da ultimo degli irlandesi che hanno respinto il trattato di Lisbona.

NON LA GEORGIA E L'UCRAINA NELLA NATO MA L'EUROPA FUORI DALLA NATO! NO ALLA GUERRA! QUESTE DEVONO ESSERE LE RISPOSTE DI MASSA CHE BISOGNA SAPER COSTRUIRE CONTRO LE DECISIONI CHE OGGI VERRANNO PRESE A BRUXELLES. Ttutti gli altri aspetti, gli altri lati, gli altri comitati debbono capire che questa è la contraddizione maggiore da sviluppare.


Ignominia e furto israeliani

Di Michel Warschawski

Ancora una volta la giudice Dorner. La giudice Dorner, presidente della commissione d’inchiesta governativa sulla vicenda degli aiuti ai sopravvissuti all’Olocausto e il Primo ministro si trovano contrapposti sulla questione dell’etica. Mentre la commissione Dorner ha concluso che era necessario fissare le indennità per i sopravvissuti al 75% di quella versata dalla Germania a Israele per ogni sopravvissuto, e che questa raccomandazione doveva essere applicata immediatamente, il Primo ministro tenta ancora una volta di guadagnare tempo. La controversia sui tempi è molto più importante di quella sulle somme perché il tempo gioca contro i sopravvissuti, essendo la stragrande maggioranza di essi giunti ad un’età avanzata.

Ogni giorno che passa riduce il debito di Israele nei confronti dei sopravvissuti dell’Olocausto. La decisione del governo di rinviare al 2009 il dibattito sulle raccomandazioni della commissione significa che la loro applicazione è rinviata di un anno e che, di nuovo, migliaia di altri sopravvissuti saranno privati dei diritti acquisiti, quando già, oggi, non restano molti sopravvissuti. Non si tratta solo di un furto manifesto, ma anche di una scioccante profanazione della memoria dell’Olocausto e dei sopravvissuti ad esso. Lo Stato di Israele non esiste che grazie all’Olocausto degli ebrei d’Europa, per due motivi: innanzitutto, senza l’annientamento degli ebrei europei e l’esistenza di centinaia di migliaia di profughi sopravvissuti, che nessuno Stato voleva, non è così certo che la comunità internazionale avrebbe accordato il proprio sostegno alla fondazione dello Stato di Israele, in un’epoca in cui il mondo iniziava un processo di decolonizzazione. In secondo luogo, la maggior parte degli indennizzi sono stati versati dalla Germania a Israele e non ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime. Sotto la pressione del Comitato ebraico internazionale e della Histadrut, organizzazione sionista, la Germania ha deciso di indennizzare gli ebrei collettivamente, attraverso lo Stato di Israele che si presentava, in assoluto senza alcuna giustificazione, come l’organismo rappresentativo del mondo ebraico in tutte le epoche! L’infrastruttura iniziale di Israele è stata realizzata con le centinaia di milioni di dollari versati dalla Germania-Ovest come compensazione dell’Olocausto degli ebrei europei.

Occorre osservare che trasformare Israele nel rappresentante delle comunità annientate in Europa era assolutamente di cattivo gusto, è il meno che si possa dire. Come è noto, la direzione sionista non si è data molto da fare per salvare gli ebrei europei, né prima né durante la guerra anche se bisogna notare, è vero, che le sue capacità erano limitate. Anche per ciò che riguarda il grado di empatia con le vittime e i sopravvissuti, Israele non riceve un buon voto – anche in questo caso, è il meno che si possa dire. Il settimo milione di Tom Segev ci consegna delle testimonianze interminabili sull’assenza di sensibilità della direzione sionista verso le vittime dell’Olocausto.

Questo per la storia. Intanto, il comportamento dell’epoca sembrava molto scialbo paragonato a quello dei dirigenti attuali. Il loro indugiare nel rispondere alle raccomandazioni della Commissione Dorner fa di questi dirigenti dei veri ladri, è molto semplice. Rubano a coloro che nulla hanno, alla luce del sole e senza alcuno scrupolo. In mancanza di empatia e di senso dell’onore, allora che almeno il debito di Israele verso i sopravvissuti all’Olocausto lo obblighi, e obblighi i suoi dirigenti, a garantire loro una vecchiaia rispettabile e tranquilla. Tuttavia, ciò non succede! In Israele, migliaia di sopravvissuti sopravvivono sulla soglia della fame in condizioni di vita difficili da descrivere.

È facile immaginare cosa avverrebbe se qualunque Stato nel mondo trattasse i sopravvissuti all’Olocausto ebraico anche solo con un decimo del cinismo di cui Israele da prova nei loro riguardi: Israele e i suoi portavoce della stampa occidentale lancerebbero un’immensa campagna internazionale contro lo Stato antisemita che profana le vittime dell’Olocausto. Semplicemente, ciò che è vietato ai Paesi Bassi, alla Francia e ovviamente alla Germania, è permesso allo Stato degli ebrei. E se è così che i dirigenti agiscono verso i loro genitori sopravvissuti, carne della loro carne, a ciò che resta degli ebrei europei come ci si può aspettare che diano prova di empatia e giustizia verso la popolazione palestinese locale?

La violazione dei diritti dei palestinesi è naturale conseguenza dell’impresa sionista. Il modo in cui vengono trattate le migliaia di sopravvissuti ebrei molto anziani getta un’altra luce sulla sua crudeltà verso i palestinesi: i dirigenti sionisti sono cattivi, glaciali e insensibili.

Solo una nota personale: venti anni fa, la giudice Dorner faceva parte del tribunale che mi ha condannato al carcere e lei suggerì di aumentarmi la pena che gli altri giudici mi infliggevano. Alla luce del buon lavoro che ha fatto per i diritti dei sopravvissuti dell’Olocausto, e della posizione risoluta contro il governo per il suo grave furto, la perdono dal fondo del cuore.


Ossezia, muore anche le verità

MOSCA. I russi? Bugiardi, criminali e aggressori. Cannoni, tank e cacciabombardieri in azione nel Caucaso georgiano? Sono tutti dei russi. Chi ha messo in atto il colpo di mano in Georgia? Putin e Medvedev. Le forze russe di pace inviate in Ossezia? Sono degli orsi che si stanno svegliando dal letargo. Le vittime ossete sarebbero circa 2000? E’ un dato assolutamente falso che dimostra, tra l’altro, la mancanza di obiettività dei russi. La distruzione totale della città di Tskhinvali, capitale sudosseta ed epicentro degli scontri? Una invenzione della propaganda russa per creare confusione. Le notizie che giungono dal fronte parlano di una capitale dove le infrastrutture urbane sono state annientate mentre l’ospedale è stato raso al suolo dalle bombe georgiane? Tutte falsità. Ma ci sono le testimonianze dirette presentate dalle televisioni? Nulla di tutto questo: i reporter di guerra russi sono tutti embedded. Eppure la Croce Rossa internazionale parla già di 40.000 profughi che corrono a ripararsi nelle zone controllate dai russi? Non è vero, è una montatura mediatica.

Mosca denuncia che le truppe georgiane hanno decapitato prigionieri nei dintorni di Tskhinvali, sulle tombe di commilitoni caduti, o spazzato a colpi di granate cantine affollate di poveri rifugiati? Bugie su bugie. Ma è vero che i georgiani hanno lanciato missili Grad contro i quartieri Nord di Tskhinvali, colpendo la strada lungo la quale i profughi fuggono in Nord Ossezia? No, i georgiani non attaccherebbero mai la popolazione civile. Sul fronte prettamente militare i russi ammettono di aver avuto sino a questo momento 18 morti, 52 feriti e 14 dispersi? Sono fatti loro perchè questa è la loro guerra. E ancora: il responsabile dei servizi di sicurezza della Russia, Aleksandr Bortnikov, annuncia l’arresto di dieci agenti dei servizi georgiani infiltrati in Russia per “preparare atti terroristici” soprattutto contro obiettivi militari? Anche questo non è vero. La Georgia non si serve dello spionaggio e non compie atti di terrorismo.

Ma allora perchè a Tbilisi si trovano impegnati gli agenti del Mossad israeliano in funzione di istruttori presso le forze del ministero degli Interni? E’ una bugia e comunque non ci sarebbe niente di particolare. E’ vero che gli Usa - con l’obiettivo di ostacolare le operazioni militari di Mosca nel Caucaso - hanno riportato a casa, a Tbilissi, 2000 soldati georgiani che erano di stanza in Iraq per impegnarli in Ossezia? E’ vero ed è un fatto normale. Ma allora è vero che l’America di Bush è dalla parte della attuale dirigenza georgiana? Si e ne siamo orgogliosi. Il presidente Saakasvili è amico di Bush e dell’America. Opera per fare della Georgia una terra occidentale, atlantica e sempre più filoamericana. Quindi anche anti-russa? Se l’essere anti-russi vuol dire battersi per la propria nazione allora il termine di “anti-russi” è appropriato. Ma allora perchè Tbilisi è contro l’indipendenza dell’Ossezia del Sud? Perchè quella terra è terra georgiana e nessun discorso sull’indipendenza potrà mai essere fatto.

E’ vero che la marina da guerra russa ha colpito una nave della flotta militare georgiana a Poti, sul Mar Nero. E’ vero, ma era un battello da turismo. Sin qui botte e risposte di quello che in condizioni normali potrebbe essere un dibattito a più voci e a tutto campo. Ma oggi come oggi siamo in presenza di una emergenza umanitaria nel pieno di una vicenda destinata a sconvolgere gli equilibri del Caucaso, dell’Europa e della normalità mondiale. Le polemiche e le accuse restano sui tavoli delle diplomazie mentre nel teatro di guerra continua la routine della morte e del terrore. Gli accenti, purtroppo, sono a senso unico. I georgiani di Saakasvili soffiano sul fuoco annunciando un imminente attacco russo alla capitale. Invitano la stampa a visitare la città di Gori dove sono cadute alcune bombe russe. Tutto questo perchè dietro le quinte si cerca di lasciare l’altro e grande aspetto della guerra.

Fuori campo restano le scene dell’aggressione georgiana e della distruzione dell’Ossezia del Sud. E così sembra che questo sia il dettato di una grande operazione messa in atto dal Cremlino: la distruzione dell’Ossezia filorussa e l’uccisione di una popolazione inerme per dimostrare la cattiveria della dirigenza georgiana. Comincia il gioco perverso di una “sovietologia” di ritorno. Si cerca di presentare il tutto come un grande gioco che si volge nelle sale di un Cremlino dove Putin e Medvedev starebbero combattendo una lotta per la sopravvivenza politica. I media americani cercano, appunto, di sostenere che la contesa è tra falchi e colombe. Medvedev da un lato - occidentale e timoroso di perdere la partita con gli Usa - Putin dall’altro, grande russo ed orso pronto sempre a presentare gli artigli sul tavolo della diplomazia.

Poche parole, invece, dall’ovest. Si cerca di mettere il silenziatore sulle manovre della marionetta Saakasvili e sui suoi rapporti diretti con Bush e con Israele. E si cerca di non parlare in concreto di quella proposta russa di istituire un tribunale internazionale dove condurre i responsabili del genocidio contro l’Ossezia. E a sedere sul banco degli imputati - come avvenuto recentemente per Milosevic e per Karadzic - sarebbe sicuramente lo stesso “Presidente georgiano Saakasvili”. A meno che in Georgia non accada quello che è avvenuto a suo tempo in Romania con Ceaucescu o in Iraq con Hussein. Mosca - è chiaro - non prende in considerazione questi scenari apocalittici. Tanto più che proprio in questi momenti il presidente Medvedev ordina la sospensione delle operazioni militari russe avviate in Georgia "per costringere Tbilisi alla pace" perché "il risultato è stato raggiunto" come confermano il ministro della Difesa Anatoli Serdiukov e il capo di stato maggiore Nikolai Makarov. "La sicurezza dei nostri peacekeeper e della popolazione civile è stata ripristinata aggiunge Medvedev: l'aggressore è stato punito e ha subìto perdite considerevoli. Le sue forze armate sono disorganizzate". Medvedev pone però due condizioni per la conclusione del conflitto: "Innanzi tutto, le truppe georgiane debbono tornare alle loro posizioni iniziali e essere in parte smilitarizzate. In secondo luogo, occorre sottoscrivere un accordo vincolante, che obblighi a non ricorrere alla forza".

Il presidente russo conferma poi la decisione prima in un colloquio telefonico con l'Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea, Javier Solana, e poi in un incontro con il presidente francese e presidente di turno dell'Unione europea, Nicolas Sarkozy. Questi è a Mosca per una missione di mediazione che lo condurrà poi a Tbilisi. Sarkozy parla di "una buona notizia" riguardo all'annuncio di Medvedev e sottolinea l'importanza di raggiungere e di consolidare un cessate il fuoco e definisce "assolutamente normale che la Russia voglia difendere gli interessi dei suoi compatrioti nel suo Paese e dei russofoni fuori dalla Russia".

Alle questioni ossetine, intanto, si aggiungono quelle della regione dell’Abchasia. Qui Sergei Bagapsh, presidente di questa repubblica georgiana filorussa del Caucaso, rende noto che le sue truppe hanno conquistato la maggior parte della valle del Kodori, fino a pochi giorni fa controllata dalle truppe georgiane, in particolare le cittadine di Ashara e di Tchalta, e che "avanzano verso il confine con la Georgia". Nello stesso tempo si apprende che in Abchasia la Russia ha quadruplicato le proprie truppe, dispiegate nell'ambito della missione della Comunità di Stati Indipendenti (Csi), portandole a 12.000 uomini, appoggiati da 350 mezzi blindati.

Ora mentre le truppe georgiane continuano a infierire contro l’Ossezia del Sud e a preparare attacchi alla piccola Abchasia - da sempre in odore di separatismo - la mobilitazione propagandistica della Georgia si fa sempre più forte. Entrano in campo i capitali del miliardario Soros e gli assegni americani inviati alle varie rappresentanze diplomatiche della Georgia. L’ordine di scuderia è quello di fare chiasso. Come quello che si registra a Roma dove scende in campo l’ambasciatrice della Georgia presso la Santa Sede, principessa Bagration de Moukhrani Khetevane. “La Georgia – dice tranquilla – ha già cessato il fuoco e imposto il silenzio delle armi; non vogliamo altro spargimento di sangue». Parole sante visto il pulpito dal quale vengono. Il problema consiste però nel vedere se la preghiera della principessa georgiana sarà esaudita dal suo presidente Saakasvili e dai suoi padroni d’oltreoceano.

Carlo Benedetti

tratto da www.altrenotizie.org

 

 

Cosa vuole Putin

Maurizio Blondet

http://www.effedieffe.com/content/view/4141/166/

12 agosto 2008

La stampa occidentale vive la disfatta georgiana come propria: oddio, quando si fermeranno i cingolati russi? Mosca vuole annettersi la Georgia? Torna l'impero sovietico? Dove vuole arrivare Putin? L'angoscia servile, a quanto pare, rende sordi. Cosa vuole Mosca, l'ha detto chiaro Sergei Lavrov a Condy Rice: "Saakasvili must go", se ne deve andare. Anche Kouchner se lo dev'essere sentito ripetere.
La mediazione francese, se non si limitasse a servire Usrael, potrebbe fare molto. Perchè ha sottomano l'uomo giusto, che vive a Parigi dove ha ottenuto l'asilo politico: Irakli Okruashvili.

E chi è?

Okruashvili è stato ministro della Difesa di Saakasvili. Fino al novembre scorso, quando un forte movimento d'opposizione è sceso in piazza a reclamare "Saakashvili must go", e il Gran Kartulo ha risposto imponendo a Tbilisi la legge marziale (tale è la "democrazia" georgiana); Okruashvili, passato all'opposizione, lo ha accusato pubblicamente di corruzione e di assassinii vari, ed ha dovuto scappare all'estero. Saakashvili ne ha chiesto l'estradizione, rifiutata il giugno scorso da un tribunale francese.

Come si vede, c'è una potenziale convergenza fra la popolazione georgiana e Mosca: Saakashvili se ne vada, l'avevano già chiesto i georgiani l'autunno passato. La gente lo accusa di aver scandalosamente arricchito se stesso e la sua famiglia, a cominciare da suo zio (fratello di suo madre, il capoclan) Timur Alasaniya, accaparrandosi le concessioni commerciali, petrolifere e portuali del Paese, nonchè grasse tangenti sull'acquisto delle armi da USA e Israele.

Se non fossero russe le bombe che piovono loro sul capo, oggi una maggioranza di georgiani potrebbero sottoscrivere le parole di Vladimir Vasiliyev, presidente della Commissione Sicurezza della Duma di Mosca: "Gli anni della presidenza Saakashvili potevano essere impiegati in tutt'altro modo, rafforzando l'economia, sviluppando infrastrutture, risolvendo i problemi sociali nel Paese e anche in Sud-Ossezia ed Abkhazia. Invece, Saakashvili ha impiegato le risorse del Paese per accrescere la spesa militare da 30 milioni di dollari a un miliardo: tutto per prepararsi all'azione militare". Il lato comico è che il Gran Kartulo, non contento di arricchire lo zio Alasaniya, lo ha piazzato (con il placet di Washington) alla Commissione ONU per... il disarmo.

Se i media occidentali, anzichè piangere sulla "piccola fragile democrazia minacciata" ascoltassero l'opposizione georgiana, vedrebbero che la soluzione del caso georgiano è più semplice di quanto sembra.

Irakli Karabadze, per esempio, che è riuscito a riparare a New York, dopo essere stato messo in galera dalle teste di cuoio di Saakashvili per aver guidato una manifestazione di piazza anti-Kartulo la primavera scorsa: "Quando le bombe taceranno, credo che Saakashvili non sopravviverà alla sua avventura in Ossezia" (1). E' lo stesso parere di Shalva Natelashvili, che dirige il Partito del Lavoro georgiano, e che tace solo per non farsi accusare, in questo momento, si essere anti-patriottica.

Ovviamente, più a lungo le operazioni russe proseguono, più Saakashvili diventa la vittima e più il suo popolo si compatta per un'ovvia reazione psicologica. Ma oltre a militare in spirito per il "democratico", i giornali europei dovrebbero almeno riportare la posizione russa, che rende difficile un cessate-il-fuoco se prima non avviene in Georgia un cambio di regime (o di fantoccio).

Mosca ha visto nel massacro di osseti operato dai georgiani una replica della "pulizia etnica" che USA ed UE hanno giudicato crimine contro l'umanità, quando a commetterlo era il loro protetto Slobodan Milosevic. Se hanno trascinato al Tribunale dell'Aja Milosevic, bisogna che processino anche Saakashvili, dicono in Russia.

Ovviamente, non ci credono. Sanno che Saakashvili è stato messo lì dagli americani per garantire l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che sottrae il greggio del Caspio alla sfera d'influenza russa per darlo in mano ad Israele (la quale punta, caricando il petrolio ad Eilat su petroliere e inoltrandolo all'estremo oriente asiatico, a neutralizzare completamente l'importanza strategica del Golfo Persico come transito dell'oro nero: che diventa così campo libero per le ulteriori guerre anti-islamiche). A Mosca hanno tutte le prove che Washington punta a balcanizzare il Caucaso, a farne una ex-Jugoslavia piena di basi americane.

Gli USA hanno armato il secessionista ceceno Dudayev; hanno finanziato il terrorismo ceceno nei suoi crimini più atroci (la strage alla scuola di Beslan, qualche giornale la ricorda?); ed ora, da anni, armano Saakashvili e ne addestrano i corpo speciali colpevoli dei massacri in Ossezia. Per di più, gli americani vogliono coprire il loro fantoccio mettendolo sotto il manto della NATO.

Se ciò sia bene per l'America, è una domanda sospesa. Ma almeno l'Europa dovrebbe considerare - con un brivido - che se oggi Saakashvili fosse già membro della NATO come caldamente vogliono e premono i neocon, saremmo già in guerra contro la Russia, nei rifugi a Milano e Berlino sotto il rombo dei Sukhoi, per nessun motivo decente.

Per fortuna - non certo per merito europeo - non siamo a questo punto, e Saakashvili deve sorbirsi i Sukhoi per conto proprio. Ma fino a quando?

Secondo una fonte insospettabile, l'israeliano Maariv, USA ed Israele continuano anche in queste ore a rifornire di armi il Gran Kartulo (2). Lo fanno, come sanno bene a Mosca, usando una compagnia privata, la UTI WorldWide Inc., che fa decollare i suoi aerei da trasporto (ironicamente, di origine sovietica) dalla base giordana di Akaba, che il Pentagono usa di solito per inoltrare i rifornimenti in Iraq.

Dunque i russi non possono smettere le operazioni, e la "mediazione" europea non ha possibilità. Berlusconi, dopo una telefonata all'"amico Putin", ha rilasciato una dichiarazione che addossa la responsabilità dei fatti a Saakashvili.

Benino, ma c'è ancora un passo da fare: riconoscere che la NATO è diventata non solo controproducente agli interessi italiani ed europei, ma un pericolo immediato per l'Europa; che dunque, come minimo, occorre opporre un veto assoluto all'ammissione nell'Alleanza di Paesi-satelliti con capetti che hanno conti da regolare con Mosca, o che eseguono gli ordini americani. Poi, premendo sull'"amico Bush" perchè accetti il cambio di fantoccio in Kartulia, che è la sola e vera soluzione al problema.

Pensate che lo farà? Che qualcuno in Europa lo farà? Per togliersi l'illusione, basta vedere come i media italiani ed europei in genere siano schierati tutti sulla posizione americana.

Si arriva a questo: che mentre le stesse fonti israeliane, da Debka File a YNET ad Israel Today, ammettono la "Israeli connection" nel conflitto in Sud-Ossezia, i media europei e i giornali italiani - a cominciare da l'Unità - non ne dicono una parola (3). Eppure, lo so, i nostri colleghi leggono avidamente Debka File, se non altro per sapere cosa ordina il padrone, e quale disinformazione diffondere per far carriera. Come accade a tutti i servi e maggiordomi, siamo più realisti del re David.

Può darsi che in questo servilismo ci sian una parte di vera paura della Russia, e la convinzione che l'America, la NATO, ci difendono. Anche qui, le notizie - se avessero il coraggio di leggerle - dicono un'altra verità.

In Georgia, bloccati dal contrattacco russo che non avevano previsto, sono ancora mille soldati americani che hanno partecipato all'esercitazione "Immediate Response" conclusa il 31 luglio. Per la precisione, ci sono gli uomini della Southern European Task Force (Airborne) che normalmente stanno a Vicenza, il 21mo Comando di Teatro partito dalla germanica Kaiserslautern, il 3° Battaglione Marines, e il 25moMarines venuto dall'Ohio (4).

Come si vede, noi europei siamo già coinvolti, se non altro come passivi ospiti delle basi USA, adoperate oggi per le aggressioni in Caucaso ed Asia centrale. Nel servaggio c'è la viltà: forse la convinzione che gli americani sono comunque "i più forti", dunque ci conviene stare con loro. Ma è proprio così?

Il Pentagono comincia ad ammettere di essere stato sopreso dalla "velocità e tempestività" della risposta bellica russa (5). Più precisamente, il Pentagono non ha visto il "build-up", l'ammassamento di truppe e mezzi ai confini che segnalasse l'intenzione di contrattaccare in forze. Tra 10 e 25 mila uomini (la cifra superiore è la valutazione georgiana) e 500 carri russi armati sono comparsi di colpo ed hanno preso la via dell'avanzata, appoggiati dal cielo da SU-25, SU-24, SU-27 e da bombardieri TU-22. Con tanti saluti ai satelliti-spia americani che possono identificare un pallone da football in ogni parte del pianeta e, secondo la "revolution in military affairs", sostituiscono con l'alta tecnologia la vecchia "intelligence" affidata a spie sul terreno.

Un bello smacco per la rinomata intelligence elettronica che gli israeliani si son fatti pagare da Saakashvili. Soprattutto, uno scacco per la convinzione strategica americana, che la guerra si possa vincere dal cielo, guardando giù coi satelliti e bombardando a distanza, senza stivali sul terreno. La convinzione che i computer e le comunicazioni sostituiscano inutile l'intelligenza tattica e la pura e semplice audacia. I russi hanno un'altra scuola, che viene da un'altra storia, da Stalingrado, dalla lezione appresa nel sangue dal nemico tedesco. La loro forza è proprio nella rapidità e nell'audacia tattica sul terreno.

M'è capitato di apprezzarla personalmente - sia consentito un ricordo personale - in Kossovo. Mentre la NATO occupava la ragione secondo le (sue) regole americaniste ossia prevedibili, un corpo russo - qualche Omon, qualche paracadutista, alcuni mezzi corazzati portatruppe - s'impadronì dell'aeroporto di Pristina. I generali inglesi e americani erano verdi di bile, per atterrare e decollare dovevano chiedere il permesso ai russi.

Mosca, specialmente allora, non poteva fare molto per la Serbia; ma con quell'azione avevano dato prova di una fantasia geniale, di una capacità di sfida quasi inaudita, che evidentemente veniva da una perfetta valutazione politico-militare della situazione e da un freddo calcolo del rischio. Tutto ciò che ho visto sempre mancare alla superpotenza USA.

Me li ricordo ancora, quei soldati russi. Sedevano a cavalcioni sui loro carri armati coi loro copricapi da carristi della seconda guerra mondiale, fumavano papiroske e ci guardavano con sfida. Molto sicuri di sè.

1) John Helmer, "Russia bids to rid Georgia of its folly", Asia Times, 12 agosto 2008.

2) "US sends more arms to Georgia - Israeli media", Russia Today, 11 agosto 2008. "The United States is sending fresh supplies of weapons to Georgia from its base in the Jordanian port of Aqabah. That's according to the Israeli newspaper - Maariv".

3) John Vandiver, "US troops still in Georgia", Star & Stripes, 12 agosto 2008. Anche 12 mila fra ebrei residenti ed israeliani sono bloccati in Georgia, e gridano perchè vogliono essere salvati; il governo di Olmert sta cercando di portarli via.

4) "Media disinformation: BBC distorts the news from the Georgia region", GlobalResearch, 10 agosto 2008.

5) "US military surprised by speed, timing of Russia military action", AFP, 11 agosto 2008. "… the official said there was no obvious buildup of Russian forces along the border that signaled an intention to invade. 'Once it did happen they were able to get the forces quickly and it was just a matter of taking the roads in. So it's not as though they were building up forces on the border, waiting', the official said. 'What are their future intentions, I don't know. Obviously they could throw more troops at this if they wanted to', he said".

Gaza è, o non è sotto occupazione? Le imbarcazioni di Free Gaza Movement stanno per scoprirne qualcosa in più.

Anis Hamadeh, July 28, 2008

Per oltre due anni i confini che portavano a Gaza sono stati chiusi dalle forze militari israeliane. Da allora il milione e mezzo di palestinesi è sottoposto ad uno stato di assedio che da giugno è stato ulteriormente rafforzato. Israele ha dichiarato che le ragioni che giustificano questo assedio sono fondamentalmente i missili artigianali che vengono lanciati sul territorio israeliano dalla striscia di Gaza oltre che la presunta intenzione del governo di Hamas di distruggere Israele. Allo stesso tempo però i funzionari del governo israeliano sottolineano che l’occupazione della striscia di Gaza è in realtà terminata a settembre del 2005 con il ritiro degli insediamenti e dell’esercito israeliano e che la striscia di Gaza non dovrebbe essere considerata un territorio straniero. Ma i fatti alla luce del sole dimostrano un’altra realtà.

L’assedio ha un effetto disastroso sulla situazione umanitaria di Gaza dal momento che non rispetta i diritti umani, economici e sociali della popolazione. Più di 200 abitanti tra la popolazione civile sono morti a causa di queste restrizioni. Inoltre l’assedio a cui sono sottoposti ha fortemente limitato il rifornimento di cibo, medicinali ed altri beni necessari come il carburante, i materiali da costruzione o le materie prime necessari a sostenere vari settori economici. Le fabbriche sono state costrette a chiudere. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite il tasso di disoccupazione è il più alto del mondo. La UNWRA dichiara che il 60% della popolazione sopravvive grazie agli aiuti umanitari e chiede con urgenza che Israele riapra i confini. Inoltre l’attuale scontro tra Hamas e Fatah peggiora ulteriormente la situazione.

Recentemente la Commissione Europea ha stanziato 6.3 milioni di dollari da distribuire entro la fine dell’anno come aiuti diretti alla popolazione più povera. Allo stesso tempo, però, l’Unione Europea sostiene sia lo stato di soffocamento in cui la popolazione si trova sia il boicottaggio del governo palestinese eletto democraticamente causando danni che purtroppo vanno molto oltre ai 6.3 milioni di dollari stanziati. Nel tentativo di alleviare questo stato di dolore alcune settimane fa una coppia palestino-scozzese è partita dalla Scozia con un camion carico di una tonnellata e mezzo di medicinali da portare nella striscia di Gaza. Ad oggi Khalil Al Niss and Linda Willis stanno aspettando da giorni bloccati al confine egiziano dalla parte del muro a Rafah e non hanno ancora ricevuto il permesso di attraversare il confine. L’Egitto glielo impedisce.

Perciò, ci chiediamo, Gaza è o no sotto occupazione? In cosa consiste esattamente il cosiddetto ‘ritiro’ dei militari israeliani? Per cercare di chiarire meglio questo punto due imbarcazioni partiranno da Cipro alla volta di Gaza intorno al 7 Agosto. Quaranta membri del Free Gaza Movement stanno per incontrarsi a Cipro per preparare le barche. Sono stati invitati a Gaza per rompere questo assedio dal Palestinian Medical Relief Society, il Gaza Community Mental Health Programme, il Palestinian Centre for Human Rights, il Palestinian Ministry of Youth and Sport e dalla popolazione civile. Legalmente Israele non dovrebbe inteferire con questa impresa dal momento che le imbarcazioni non entreranno nelle acque a sovranità israeliana né toccheranno porti israeliani. Navigheranno direttamente verso il porto di Gaza solo attraverso acque internazionali.

Alcuni si aspettano che le forze militari israeliane cercheranno di fermare le barche in modo da dimostrare ulteriormente che la popolazione di Gaza è prigioniera e senza alcun diritto umano né legale fatta eccezione per i diritti che Israele decide di concederle, dimostrando così ancora una volta al mondo come le concezioni legali di Israele per gli israeliani valgano molto di più delle leggi internazionali e sui diritti umani. Ad esempio, secondo l’agenzia di stampa Maan, nella mattinata del 20 luglio alcune navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco contro imbarcazioni di pescatori palestinesi che si trovavano a nord e a ovest di Gaza City. La tipica giustificazione per azioni di questo genere è che Israele dichiara di temere che in tali aree ci possa essere contrabbando d’armi. Perfino il cessate-il-fuoco che Hamas e di altri dodici gruppi affiliati hanno rispttato dal 19 giugno non sembra aver fatto alcuna differenza per Israele, fatta eccezione che ad oggi le incursioni israeliane si sono concentrate su Nablus e la West Bank. Nessuna di queste azioni militari si basa su fondamenti legali.

Il Free Gaza Movement è costituito da più di cinquanta persone provenienti da ogni parte del mondo che hanno scelto di agire secondo la propria coscienza per cercare di alleviare la crisi di Gaza portando ai suoi abitanti aiuti sociali e medici. Solo alcuni tra loro saranno a bordo della Free Gaza e della Liberty in attesa di essere accolti da circa una decina di imbarcazioni locali nei pressi della costa di Gaza. Alcuni dei partecipanti alla missione resteranno sulla terraferma a Cipro essendo parte dei gruppi organizzativi e degli addetti alla comunicazione con i media. Questa azione sarà un vero e proprio test che potrebbe aprire in futuro un ponte percorribile da altre barche.

I passeggeri a bordo delle due imbarcazioni, secondo le liste attuali, provengono dall’Australia, Canada, Cipro, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Israele, Italia, Libano, Pakistan, Palestina, Scozia, Tunisia, Regno Unito e Stati Uniti. Complessivamente tra loro si parleranno più di dodici lingue.

Tra I partecipanti ci sono marinai, giornalisti, avvocati, ingegneri, operai, infermieri, insegnanti, medici, professori, fotografi, religiosi, sommozzatori e attivisti non violenti. Ci sono musulmani, ebrei, cristiani e umanisti. Il più giovane ha 22 anni e la più anziana, Hedy Epstein, festeggerà il suo 84imo compleanno a bordo.

Hedy Epstein, dopo essere sopravvisuta al genocidio nazista, è diventata un avvocato per i diritti umani. Ha pubblicato le sue memorie in tedesco. L’avvocato ed esperto di comunicazione Huwaida Arraf sta pianificando di partecipare così come Anne Montgomery, una suora americana che ha lavorato con il Christian Peacekeeper Team nei territori occupati. Anche Jeff Halper dell’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD) sarà a bordo. Dalla California giunge, tra gli altri, la nonna 74enne Mary Hughes-Thompson, questo sarà il suo settimo viaggio in palestina dal 2002. Ken O'Keefe, un marine e veterano della prima Guerra del golfo sarà tra i partecipanti. Il regista e musicista pakistano Aki Nawaz fa parte del team documentaristico che sarà a bordo e il dottore William "Bill" Dienst è il medico esparto che ha lavorato nelle cliniche di Gaza e vuole ritornare a lavorarci. Angela Godfrey-Goldstein che lavora con l’ICAHD e Machsom Watch sarà nel team a terra insieme a Uri Davis, un noto autore israeliano.

Molte organizzazioni internazionali e molti cittadini danno il loro supporto al progetto Free Gaza e riconoscono pienamente l’importanza della missione, tra questi ricordiamo Noam Chomsky e Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo. L’emerito arcivescovo Desmond Tutu ha scritto: "la pace e la sicurezza che noi abbiamo scoperto in Sud Africa non possono nascere dalla canna di una pistola ... Do tutto il mio supporto a questo gruppo e al suo progetto." Il premio Nobel Mairead Maguire aggiunge: "Portate con voi le speranze e i desideri di moltissime persone in tutto il mondo." La lista di coloro che hanno espresso il loro sostegno su www.freegaza.org attualmente viene aggiornata ogni giorno dal momento che la data si avvicina e l’attenzione del pubblico si concentra sempre più sull’iniziativa Free Gaza.

Il Free Gaza Movement è un progetto democratico, pacifista, non violento, umanitario e partecipato dalla società civile e non affiliato ad alcun partito politico. Alcune voci pubbliche hanno provato ad associarlo ad interessi di gruppi pro o anti qualcosa, dichiarazione che il gruppo smentisce con forza. In un email di uno dei partecipanti, Monir Deeb, si ritrova lo spirito dell’indimenticato conte Folke Bernadotte: "Il gruppo del Free Gaza sta investendo il suo tempo, denaro e sicurezza personale per alzare la voce contro l’ingiustizia. Sono le stesse persone che sono state accanto alla popoloazione ebraica durante I tempi difficili della persecuzione nazista”. E in effetti suo padre, di Gaza, dice Deeb, ha incontrato il diplomatico e mediatore svedese delle Nazioni Unite Bernadotte durante i negoziati in Sinai nel 1948.

http://www.anis-online.de/1/ton/49.htm

 

OBAMA E' UN FALCO

JOHN PILGER, Traduzione di Comedonchsciotte

<http://www.uruknet.info/pic.php?f=obama1_249739_1_2.jpg>

23 luglio 2008

"Continuo a dire che Gerusalemme sarà la capitale di Israele". Lo ha affermato il candidato democratico Barack Obama a Sderot, nel sud di Israele, dove ha tenuto una conferenza stampa con il ministro degli Esteri, Tzipi Livni. [Repubblica del 23 Luglio <http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/obama-afghanistan/obama-sderot/obama-sderot.html> ]

Nel 1941 l'editore Edward Dowling scrisse: "I due più grandi ostacoli alla democrazia negli Stati Uniti sono, in primo luogo la diffusa illusione tra i poveri che abbiamo una democrazia e, in secondo luogo, il terrore cronico tra i ricchi che la potremmo ottenere". Che cosa è cambiato? Il terrore del ricco è più grande che mai, e i poveri sono passati dalla loro illusione a quella di coloro che credono che quando George W. Bush finalmente, il prossimo gennaio, lascerà la carica, le sue numerose minacce al resto dell'umanità diminuiranno.

La inevitabile nomination di Barack Obama che, secondo un commentatore rimasto senza fiato, "segna un momento storico e veramente eccitante nella storia degli Usa", è il prodotto della nuova illusione. In realtà sembra solamente nuova. Momenti storici e veramente eccitanti sono stati fabbricati in tutte le campagne presidenziali USA da che io mi ricordi, generando quella che può solo essere descritta come una stronzata su grande scala. Razza, genere, aspetto, linguaggio corporeo, spose e figli smorfiosi, persino scoppi di tragica grandeur sono tutti stati cooptati dal marketing e dalla "creazione dell'immagine", ora magnificata dalla tecnologia "virtuale".

Grazie a un sistema di collegi elettorali non democratico (o, nel caso di Bush, grazie a macchine per il voto manomesse) possono vincere solo coloro che tanto controllano quanto obbediscono al sistema. E' stato così dalla autenticamente storica ed eccitante vittoria di Harry Truman, il democratico liberale definito come un umile uomo del popolo, che si spinse a mostrare quanto era duro cancellando due città con la bomba atomica.

Non è possibile vedere Obama come un probabile presidente degli Stati Uniti senza comprendere le richieste in un sistema di potere essenzialmente immutato: di fatto un grande gioco dei media. Per esempio, da quando ho paragonato Obama con Robert Kennedy su queste stesse pagine, egli ha fatto due importanti affermazioni, le cui implicazioni non viene permesso si intromettano con le celebrazioni. La prima è stata alla conferenza della American Israel Public Affairs Committee (Aipac), la lobby sionista, che, come ha fatto notare Ian Williams "vi accuserà di antisemitismo se citate il suo stesso sito Web per quanto riguarda il suo potere". Obama aveva già offerto la sua genuflessione, ma il quattro giugno si è spinto oltre. Egli ha promesso di appoggiare una "indivisa Gerusalemme" come capitale di Israele. Non un solo governo sulla terra appoggia l'annessione israeliana di tutta Gerusalemme, nemmeno il regime Bush, che riconosce la risoluzione Onu che designa Gerusalemme come città internazionale.

 

La sua seconda affermazione, largamente ignorata, è stata fatta a Miami il 23 maggio. Parlando alla comunità degli espatriati cubani - che nel corso degli anni ha prodotto fedeli terroristi, assassini e trafficanti di droga per conto delle amministrazioni Usa - Obama ha promesso di continuare contro Cuba un soffocante embargo che dura da 47 anni e che è stato dichiarato illegale dall'Onu anno dopo anno.

Ancora una volta Obama si è spinto più in là di Bush. Egli ha detto che gli Stati Uniti hanno "perso l'America Latina". Egli ha descritto i governi democraticamente eletti di Venezuela, Bolivia e Nicaragua come dei "vuoti" da riempire. Ha sollevato il non senso dell'influenza iraniana in America Latina ed ha appoggiato "il diritto della Colombia di colpire terroristi che cercano rifugio oltre i suoi confini". Tradotto ciò significa il "diritto" di un regime, il cui presidente e i cui maggiori politici sono legati agli squadroni della morte, di invadere i suoi vicini per conto di Washington. Egli ha anche appoggiato la cosiddetta "Iniziativa Merida" che Amnesty International e altri hanno condannato come il tentativo di portare la "soluzione colombiana" in Messico. Non si è fermato qui. "Dobbiamo anche fare ulteriori pressioni sul sud" ha detto. Nemmeno Bush ha detto ciò.

È tempo che coloro che si nutrono di illusioni crescano politicamente e discutano il mondo del grande potere per quello che è, non per ciò che sperano che sarà. Come tutti i candidati presidenziali seri, presenti e passati, Obama è un falco e un espansionista. Egli proviene da un'ininterrotta tradizione democratica, come dimostrano i presidenti Truman, Kennedy, Johnson, Carter e Clinton con le loro guerre. La differenza di Obama potrebbe essere che egli sente un bisogno persino maggiore di mostrare quanto sia inflessibile. Per quanto il colore della sua pelle faccia venir fuori tanto razzisti quanto sostenitori esso è irrilevante per il grande gioco del potere. Il "momento storico e veramente eccitante nella storia degli Usa" arriverà solo quando verrà sfidato il gioco stesso.

Titolo originale: "In the great tradition, Obama is a hawk"

 

Il Pentagono a Israele: "Niente false-flag, d'accordo?"

Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/content/view/360/207/ 30 luglio 2008

 

La scorsa prima settimana di luglio, l'ammiraglio Mike Mullen, da poco nominato capo degli Stati Maggiori riuniti dopo le dimissioni dell'ammiraglio Fallon, si è precipitato in visita ad Israele attorniato da una nutrita delegazione di gallonati USA. Ed ha incontrato i pari-grado delle forze armate israeliane. Che cosa si siano detti, non si sa.

Ma ora Mark Glenn, giornalista dell'American Free Press con agganci nel mondo dell'intelligence, ritiene di poterne dare un'idea (1). E la sua conclusione è esplosiva.

Uno dei temi trattati nell'incontro, asserisce Glenn, è stato l'attacco dell'aviazione israeliana alla nave-spia USS Liberty, avvenuto ben 41 anni fa, e su come sia "importante" che "la storia non si ripeta" data la tensione esistente con l'Iran. L'affondamento della Liberty è una delle vicende più insabbiate in America.

La nave, che osservava le operazioni al largo del Mediterraneo (era la guerra dei sei giorni) fu attaccata dal cielo da caccia senza insegne; morirono 34 marinai. Israele ha sempre protestato che fu un errore di riconoscimento, in pieno conflitto; la nave-spia era per sè sospetta, poteva essere egiziana. In USA, alcuni ambienti hanno sempre sospettato che si fosse trattato di un tentativo di accollare l'attacco omicida agli egiziani, onde indurre l'America - a quel tempo non così filo-sionista - a passare dalla parte di Israele. In ogni caso, sulla vicenda lo stesso Pentagono, e tutte le successive presidenze USA, hanno steso una spessissima coltre di silenzio, nonostante le richieste instancabili dei sopravvisssuti dell'equipaggio perchè fosse fatta piena luce. La stessa opinione pubblica americana, in enorme maggioranza, non è informata nemmeno che il fatto avvenne (2).

Come mai ora il più alto in grado del Pentagono va a rivangare la vecchia vicenda (ufficialmente nemmeno avvenuta), raccomandando che "la storia non si ripeta", in collegamento con le tensioni attualissime con l'Iran?

Per Glenn è chiaro: Mullen è andato ad avvertire gli israeliani - freneticamente occupati da settimane a minacciare un proprio attacco preventivo alle installazioni di Teheran, e a premere sugli americani per un aiutino in questo senso - a non inscenare un false flag. Ossia, più esplicitamente, Mullen teme un attacco ad una delle tante navi americane presenti nel Golfo, con forti perdite di vite americane, allo scopo di trascinare l'opinione pubblica ad esigere (a dirla come Hillary) "l'obliterazione" dell'Iran.

Forse persino i comandi USA sapevano che un tale attacco false flag era in preparazione. Così, Mullen è andato a ricordare la tragedia della Liberty per significare: nessuna Liberty-bis, ci siamo capiti?

American Free Press è un gruppo editoriale dell'estrema destra americana, ancorchè di solito benissimo informato su certi retroscena (ha molti simpatizzanti militari). Ma la sua ipotesi, apparentemente arrischiata, ha solide pezze d'appoggio.

Philip Giraldi, un famoso ex alto funzionario della CIA, e notoriamente ancora molto rispettato fra i colleghi, ha scritto sull'American Conservative Magazine un articolo dal titolo chiaro: "If Iran is Attacking, It Might Really Be Israel", ossia: "Se l'Iran ci attacca, potrebbe invece essere Israele". Ed ecco la spiegazione di Giraldi: "... Certi ragazzi dell'intelligence stanno esprimendo allarme che gli israeliani possano far qualcosa di completamente folle per ottenere il coinvolgimento degli USA. Girano diversi scenario di possibili 'false flag' in cui gli israeliani possono creare un incidente che faranno apparire come iraniano, magari usando armamento iraniano o lasciando qualche 'traccia' di comunicazioni che punterebbero a Teheran come colpevole. Coloro che replicano: Israele non farebbe mai una cosa simile, è bene che ci ripensino... Ricordate l'attacco alla USS Liberty e l'attentato al Consolato USA ad Alessandria d'Egitto negli anni '50. Se ora essi sono convinti che l'Iran è una minaccia che deve essere eliminata, non è assurdo assumere che non si fermeranno davanti a nulla per ottenere che siano gli Stati Uniti a farlo per loro, dato specialmente che la loro forza aerea (israeliana) ha la capacità solo di danneggiare il programma nucleare iraniano, non di distruggerlo..." (3).

Difficile essere più espliciti. Ma non basta. Un altro vecchio e importante appartenente alla "intelligence community" americana, Ray McGovern, analista della CIA dagli anni '60 fino alla prima presidenza Bush jr. (e poi dimessosi in aspra polemica con Rumsfeld e Wolfowitz sulle "prove" che giustificarono l'attacco all'Iraq), ha suonato lo stesso motivo.

Un suo recente articolo - McGovern pubblica su diverse riviste e siti - ha come titolo: "Israel Planning a September/October Surprise?", e nel trattare della possibilità che gli USA, sotto la futura presidenza, comincino un disimpegno dall'Iraq, dice: "I capi israeliani sono come pazzi (a questa prospettiva)... un così drammatico cambiamento, o anche solo lo spettro di esso, aumenta fortemente l'incentivo per Israele di assicurare nell'area un coinvolgimento degli USA durevole, e per anni. Gli israeliani hanno bisogno di creare un 'fatto compiuto', qualcosa che garantisca che Washington resterà a fianco del 'nostro alleato' (...). Il punto è che l'aggravata percezione del rischio percepito dagli israeliani li spingerà probabilmente a trovare un modo di coinvolgere gli USA nelle ostilità con l'Iran. Tutto ciò che Israele deve fare è 'apparire' come aggredita. Non è un problema. Ci sono infinite possibilità tra cui Israele può scegliere per far precipitare un conflitto. Vista da Tel Aviv, la situazione è di minaccia crescente, e perciò di più urgente necessità di 'incastrare' gli Stati uniti più profondamente nella regione, in un conflitto che metta i due Paesi contro l'Iran. E' probabile che Israele prepari una 'september-october surprise' progettata allo scopo di inchiodare gli USA in Iraq e nella più ampia area regionale, provocando le ostilità con l'Iran. Anzi non mi sorprenderebbe se ciò cominciasse prima, ad agosto" (4).

Dunque la "comunità d'intelligence in servizio" (CIA e le altre 17 agenzie d'informazione tenute alla disciplina), attraverso due loro autorevoli membri "a riposo" che possono parlare e perciò sono come dei suoi portavoce non-ufficiali, sta dicendo proprio questo: forse ci sarà un attacco sanguinoso a interessi americani; se avviene, sarà un false-flag. Fatto da Israele.

La visita dell'ammiraglio Mullen - grande "amico" di Sion - può indicare che i militari in servizio hanno preso molto sul serio questo messaggio, ed è andato ad avvertire gli "amici" di non provarci. Ma c'è un altro indizio in appoggio a questa tesi, ed arriva dal più alto livello ufficiale: da Robert Gates, ministro della Difesa, capo politico del Pentagono.

Nel giugno scorso, Gates ha messo la firma definitiva sull'importante documento dal titolo "US National Defense Strategy 2008 ". Questo documento non è ancora pubblico - lo sarà ufficialmente fra pochi giorni - ma il sito InsideDefense.com gestito dai militari ne ha già diffuso il contenuto (5). Ebbene: in questo documento, Gates omette Israele dall'elenco dei "nostri alleati". Eppure Gates li cita tutti, gli alleati degli USA, con pignoleria burocratica. Dai "più vicini alleati, Gran Bretagna, Australia e Canada", alle "altre alleanze di lunga durata, NATO, Giappone e Corea del Sud. Noi lavoreremo per espandere e rafforzare altre relazioni, compresa quella con l'India". In questa lista Israele non c'è.

Che si tratti di una svista è escluso, anche perchè il documento firmato da Gates sostituisce il documento precedente dallo stesso titolo "Us National Defense Strategy 2005" che fu firmato da Rumsfeld, e dove Israele è nominato come "our closest ally"; come in altri infiniti documenti pubblici e ufficiali, dove sempre Israele è "il nostro più vicino", o addirittura "il nostro solo alleato in Medio Oriente".

Il profilo di Robert Gates è quello del "realista" messo dai vecchi realisti della precedente gestione imperiale a controllare Bush figlio; è inoltre stato capo della CIA, e ha tutta una vita di carriera nella burocrazia al potere, di cui conosce i gerghi. Venuta da un simile personaggio, questa omissione tacita è molto eloquente: se Israele farà una "USS Liberty-bis", non sarà più considerata un "alleato che sbaglia". Nè l'America è disposta a bersi un altro "false flag". A questo punto avanziamo anche un'ipotesi nostra, che non esclude ma rafforza quella di Glenn. La recrudescenza degli attentati di non identificati sunniti (o "Al Qaeda", fate voi) contro masse sciite in pellegrinaggio, dopo mesi di violenza in diminuzione, non sembrano servire alla perfezione allo scopo di "inchiodare" gli USA nella palude irachena e nell'area in generale? Proprio dopo che Barak Obama è andato in Iraq impegnandosi, se sarà eletto, ad un rapido alleggerimento delle presenza americana, che cosa fanno "i terroristi islamici"?

Mostrano che no, che gli USA devono restare, che c'è ancora tanto bisogno di loro. Una volta di più, c'è da chiedersi per quale squadra giochino questi "terroristi islamici". Lo stesso si può dire per i sanguinosi e misteriosi attentati in Turchia. Vero è che le tensioni interne - la Corte Suprema che può, con sentenza, mettere fuorilegge il partito di governo - potrebbero indurre ad una spiegazione tutta domestica. Ma si deve tener conto che la Turchia, proprio sotto il governo islamista di Erdogan, è diventata l'interlocutore-mediatore informale con cui Teheran cerca di comunicare con Washington; una novità che certo rende "apoplectic" i capi israeliani, e i loro alleati neocon in USA. Il governo turco ha accusato degli attentati i curdi del PKK - che ha rigettato l'accusa. Ma il giornale Zaman, vicino ad Erdogan, ventila la responsabilità di un più oscuro "asse maligno del terrore": e specificamente della organizzazione Ergenekon, di cui 47 membri sono ora in prigione in attesa di processo (il 20 ottobre) per tentato colpo di Stato, per banda armata e come colpevole di attentati (spesso attribuiti ad islamici) nel corso degli ultimi 20 anni (6).

Che cosa è Ergenekon? La Gladio turca. Una delle organizzazioni stay-behind che hanno operato nelle nazioni della NATO. Che in un regime militare come quello "laico e repubblicano" di Ankara prima di Erdogan, era ben più che questo. Enrgenekon "sta sopra anche allo Stato Maggiore, al MIT (il servizio segreto turco), sopra all'ufficio del primo ministro", scrisse nel 1997 l'analista strategico Erol Mutercimler. Insomma il governo segreto dei militari "laici" (dunmeh) che hanno governato la Turchia fino alla vittoria elettorale di Erdogan. Infatti tra gli arrestati ci sono generali, riciclatori di denaro, uomini d'affari loschi, avvocati d'estrema destra… insomma par di leggere la lista dei seguaci del nostro Edgardo Sogno, il "partigiano bianco" decorato.

La Gladio turca era stata ufficialmente disciolta. Invece continuava ad agire, come si è visto dopo gli arresti dell'inverno scorso, appena in tempo per sventare un colpo di Stato contro il governo islamista così sgradito ai militari. E' significativo che al momento degli arresti il capo di Stato Maggiore delle forze turche, il generale Buyukanit (indicato dalla vox populi come un dunmeh, ossia un cripto-ebreo) abbia dichiarato: "In ogni ambiente ci sono persone che infrangono la legge... C'è chi cerca di stabilire un legame tra questi fatti e le forze armate".

Questi imputati eccellenti e intoccabili hanno tutto da guadagnare da una sentenza della Corte che obbligasse il governo Erdogan a lasciare il potere, come fuorilegge (anche in Turchia, come nell'Italia massonica, a decidere chi vince politicamente tende ad essere la magistratura). Il processo che li attende potrebbe allora essere rimandato, insabbiato, manipolato… Una opportuna "strategia della tensione", con attentati indiscriminati come quelli esplosi, è nelle corde della Ergenekon da sempre.

Ma chissà cos'è la nuova Ergenekon clandestina; chissà chi la infiltra, chissà a quali nuovi o vecchi padroni obbedisce? Sicuramente, hanno bisogno anche loro che gli USA non si disimpegnino dall'area, che restino "inchiodati" lì.

 

La parola a Radovan Karadžic'

Per gentile concessione dell'autrice, Jean Toschi Marazzani Visconti, sono disponibili sul nostro sito internet - alla pagina http://www.cnj.it/documentazione/karadzic.htm - alcuni estratti dal suo libro "Il corridoio". Si tratta di brani di interviste a Radovan Karadžic', effettuate tra il 1993 ed il 1996, che consentono al lettore di farsi un'idea della personalità e della ideologia del leader politico dei serbi di Bosnia senza dover passare attraverso i filtri e i veri e propri insulti usati in queste ore dai mass-media nostrani in occasione della cattura di Karadžic' a Belgrado. Dalle parole di Karadžic' emerge un quadro sicuramente sorprendente, tanto nella scoperta di ciò su cui si può essere d'accordo, quanto nei punti di disaccordo che ciascuno di noi può avere rispetto a certi aspetti delle posizioni di Karadžic'. Un quadro comunque profondamente diverso, e per certi versi persino ribaltato, rispetto a quello dipinto dal giornalismo di guerra dei paesi della NATO. (a cura di AM per il CNJ)

Sugli schieramenti internazionali:

... Molte volte siamo stati sorpresi dal comportamento degli americani. Prima di tutto, quando hanno riconosciuto la dissoluzione della Jugoslavia e hanno sostenuto la secessione unilaterale di Slovenia e Croazia. Avevamo sperato che gli Stati Uniti rispondessero negativamente alle secessioni unilaterali. Ora Washington sta aiutando i musulmani a continuare la guerra con la promessa che i risultati saranno riconosciuti. Anche i serbi hanno diritto agli stessi riconoscimenti. Siamo con le spalle al muro, non abbiamo altra scelta che difenderci.

... Per la prima volta il nazismo croato ha avuto più alleati di noi. Noi serbi, non la mia gente o il mio partito, noi serbi in generale siamo stati accusati di essere un paese bolscevico, comunista, nazionalista, le etichette sono state cambiate continuamente. La verità è che ci troviamo sul cammino della Germania verso l’Est. Abbiamo protetto l’Europa dall’Islam come nel Medioevo e proteggiamo i paesi dell’Est dalla Germania. Il nostro destino è quello di trovarci in una posizione geopolitica molto difficile.

Su chi ha incominciato la guerra e perchè:

... durante la Conferenza di Lisbona prima della guerra (1991). C'eravamo accordati su una confederazione in Bosnia-Erzegovina. Tutte le tre parti avevano accettato. Poi l'Ambasciatore statunitense Zimmermann consigliò Alija Izetbegovic' di rifiutare. Ecco perchè abbiamo avuto la guerra. Due anni di tragico conflitto per ritrovarci nella stessa condizione: tre repubbliche. Tutto poteva essere raggiunto senza guerra, ma i musulmani sono stati consigliati di rifiutare la soluzione politica. L'Ambasciatore Zimmermann ne ha tutta la responsabilità. Come anche i Signori Genscher e Mock, insieme ad altri politici europei.

... Questo è esattamente quello a cui mira Alija Izetbegovic': che due milioni di serbi si rifugino in Serbia. Questi due milioni di abitanti in più creerebbero gravi problemi sociali per la differenza di abitudini, mentalità e per la loro rabbia e povertà. Sarebbe una catastrofe per la Serbia. E' stupefacente che la dirigenza jugoslava non realizzi che è la Jugoslavia che vogliono distruggere, non la Repubblica Srpska o la Krajina.

... Se gli Stati Uniti fossero favorevoli alla pace, potrebbe realizzarsi in poche settimane. Siamo stati spesso molto vicini alla soluzione, poi qualcuno suggeriva ai musulmani di abbandonare le trattative. Tutto dipende dall'America. ... La Bosnia poteva sussistere solo come parte della Federazione Jugoslava.

... Prevedo la presenza della NATO per molto tempo. Noi siamo le vittime di questo tipo di gioco politico. La guerra nella ex Jugoslavia, non è scoppiata contro la volontà della Comunità Internazionale, ma per sua decisione. Questo è molto grave per noi. Comunque posso affermare che, durante i quattro, cinque anni di guerra, i generali delle Nazioni Unite arrivavano con pesanti pregiudizi nei nostri confronti, ma nel giro di un mese comprendevano chi è chi in questa guerra. Molti di loro sono stati rimpiazzati, perchè acquisivano troppe informazioni e diventavano favorevoli alla nostra causa.

... la Repubblica Srpska non è il risultato dei nostri atti. Ci era stato offerto di costituire la nostra unità etnica in Bosnia tre settimane prima dello scoppio della guerra. Il 18 marzo 1991, durante la Conferenza di Lisbona avevamo accettato di firmare l’accordo sulla Bosnia composta da tre Stati etnici. Il trattato era stato accettato dai musulmani, dai croati e dai serbi. Poco più tardi i musulmani rinunciarono all’accordo e iniziarono la guerra, la sera del 4 aprile, qui a Sarajevo. Sebbene prima avessimo subito alcuni arresti a Bijeljina e attacchi da parte dell’esercito musulmano regolare a Kupres e Bosanski Brod, loro diedero inizio al conflitto in Sarajevo nella notte fra il quattro e il cinque, alla fine del Ramadam, il mese sacro.

Sui retroterra ideologici dei diversi nazionalismi:

... Il signor Izetbegovic' vestiva l’uniforme nazi-tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale. Esistono delle foto, articoli di giornali e sappiamo che è stato giudicato colpevole da un tribunale per aver fatto parte del gruppo dei giovani nazisti musulmani, Handžar, il cui modello spirituale era il Muftì di Gerusalemme, Mohamed Amin al-Husseini. Nel 1991 ha pubblicato a Sarajevo una “Dichiarazione Islamica“ nella quale auspicava che l’Islam si estendesse dall’Indonesia all’Europa. Noi serbi conoscevamo anche il signor Tudjman e le sue insegne ustascia e la stessa retorica della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, noi proteggiamo la democrazia dal nazismo croato e l’Europa dal fondamentalismo islamico incombente, ma siamo i “criminali”.

Sul Kosovo:

... Sappiamo che appena la pace avverrà, gli Stati Uniti inizieranno a creare fastidi in Kosovo. ... Chiunque abbia interesse a destabilizzare i Balcani e l’Europa inizierà con il Kosovo.

Leggi tutto: http://www.cnj.it/documentazione/karadzic.htm

 

LE FARC PROPONGONO UN INCONTRO A DANIEL ORTEGA, CHE ACCETTA!

Recentemente, la televisione multi-statale latinoamericana Telesur ha diffuso una lettera aperta delle FARC-EP al Presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ringraziandolo per la solidarietà espressa negli ultimi mesi e chiedendogli un incontro per trattare tematiche inerenti alla guerra ed alla pace in Colombia. Ortega, coraggiosamente e coerentemente, ha rapidamente risposto in modo positivo, dichiarando la propria disponibilità ad incontrarsi personalmente con rappresentanti della guerriglia. “Ai fratelli delle FARC rispondiamo di sì, che siamo disposti a conversare, siamo disposti a dialogare per contribuire alla pace in Colombia”, ha detto durante un’iniziativa nel dipartimento di Estelí, a nord di Managua.

Il governo narco-mafioso di Uribe Vélez, come era prevedibile, ha reagito infuriato con una protesta diplomatica ufficiale, disprezzando in questo modo il sincero contributo che il Presidente sandinista potrebbe dare allo sforzo di ricerca di una soluzione politica del conflitto sociale ed armato colombiano.

Se la politica uribista di “Seguridad Democrática”, trasposizione in versione moderna della tenebrosa Dottrina della Sicurezza Nazionale di statunitense matrice, è un concentrato di misure repressive, antipopolari e filo-imperialiste con gravi ripercussioni e minacce per i processi progressisti nel continente, la politica internazionale delle FARC, diametralmente opposta, continua ad essere la stessa: lotta per l’unità bolivariana e la Patria Grande latinoamericana, rispetto dei paesi limitrofi aderente alla “Politica di Frontiere” fariana, e sforzo per coinvolgere in modo costruttivo e serio i paesi dell’area (ma non solo) nell’arduo tentativo di trovare una soluzione politica al conflitto.

Questa partecipazione, ovviamente, non può prescindere da una neutralità costruttiva dei paesi facilitatori o amici di un eventuale futuro processo di dialoghi, impraticabile con un governo guerrafondaio come quello capitanato dal binomio terrorista Uribe-Santos.

Ortega, conscio di questa condicio sine qua non, si è guardato bene dal fare dichiarazioni avventate e strumentali alla campagna di demonizzazione del movimento guerrigliero colombiano, evitando dignitosamente di lanciare appelli scapestrati alle FARC, la cui legittima e necessaria lotta risiede non solo nel diritto universale alla ribellione quando a governare un popolo è un regime oppressore, ma anche nel quasi mezzo secolo di resistenza eroica e nell’assenza totale di una reale agibilità politica per fare opposizione in modo legale, come l’ennesimo e recentissimo assassinio di un sindacalista colombiano per mano degli apparati statali, Guillermo Rivera Fúquene, dimostra.

Commissione Informazione dell’Associazione nazionale Nuova Colombia

www.nuovacolombia.net

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LETTERA DELLE FARC-EP A DANIEL ORTEGA

26 giugno 2008

Comandante DANIEL ORTEGA, Presidente del Nicaragua

Managua

“Io sono figlio di Bolívar”

Augusto César Sandino

Da queste montagne, dove lottiamo per la Nuova Colombia, la Patria Grande ed il Socialismo, Le giungano il nostro saluto fraterno e l’abbraccio di migliaia di guerriglieri delle FARC, trasfigurato nell’abbraccio eterno tra Bolívar e Sandino. Estendiamo questo sentimento alla militanza rivoluzionaria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale ed al popolo eroico del Comandante Carlos Fonseca Amador.

Grazie per la Sua inamovibile solidarietà.

In questi tempi, in cui si pretende di relegare a piani insignificanti questo principio distintivo dei rivoluzionari, abbiamo sentito con forza la Sua vicinanza e voce di incoraggiamento. Grazie, Comandante Daniel, per la Sua compagnia in momenti così difficili per la nostra organizzazione quali l’assassinio di Raúl Reyes ed Iván Ríos e la morte del nostro Comandante in Capo Manuel Marulanda Vélez, di fronte al quale abbiamo giurato di vincere, e vinceremo.

In un momento in cui l’ipocrita politica antiterrorista dell’impero cerca di ricattare il decoro di governi indipendenti e satanizzare le lotte dei popoli, è molto coraggiosa la Sua decisione di concedere asilo politico alle guerrigliere Susana e Diana, sopravvissute al vile attacco di Bogotá e Washington all’accampamento transitorio di Raúl.

La nostra sollevazione armata è tutelata dal diritto universale e pienamente giustificata come legittima risposta alla violenza dello Stato. Il Libertador Simón Bolívar ci ha insegnato che “l’insurrezione si annuncia con lo spirito di pace, resiste contro il dispotismo perché questo distrugge la pace e non prende le armi se non per obbligare i suoi nemici alla pace”.

I nostri fratelli sandinisti, che hanno combattuto la barbarie di Somoza, sanno bene che i rivoluzionari non scelgono la forma di lotta, ma che questa è imposta dal nemico. Lo Stato colombiano è figlio di Santander, falso eroe nazionale che, confabulando con la Segreteria di Stato degli Stati Uniti, uccise Bolívar e distrusse il suo progetto di costruzione di una gran nazione di repubbliche in quest’emisfero. Da Santander proviene l’attuale regime delle oligarchie, che nel 1928 massacrò oltre 1500 lavoratori delle banane in difesa degli interessi economici della United Fruit Company. Questa oligarchia liberal-conservatrice scatenò, negli anni ’50, la violenza partitica che portò distruzione nelle campagne e città, causando la morte di 300.000 colombiani, ed annichilì un’intera generazione di rivoluzionari spazzando via col piombo l’Unión Patriótica, movimento politico alternativo cui furono assassinati circa 5000 dirigenti e militanti negli anni ’80. E’ l’oligarchia che ha sparato sistematicamente a dirigenti sindacali e popolari, e che ha adottato il paramilitarismo come strategia controinsorgente di Stato, realizzando spaventosi massacri di cittadini e provocando col terrore lo sfollamento forzato di oltre 4 milioni di colombiani.

Le FARC, nate dall’attacco militare a Marquetalia nel 1964, sono una risposta popolare legittima a tutte le violenze dello Stato. Fino a quando continueranno ad esistere le cause politiche, economiche e sociali che l’hanno generata, la lotta armata non perderà mai vigenza. Ci siamo sollevati in armi per la pace con giustizia sociale, e trionferemo. Ci sarà un nuovo potere, una Nuova Colombia, la Patria Grande ed il Socialismo.

Abbiamo sempre concepito la concretizzazione dell’accordo di scambio umanitario come un passo iniziale verso la generazione di un clima propizio a parlare di pace, ma è stato dimostrato fino alla sazietà che Uribe non è programmato dai gringos né per lo scambio né per la pace. Solo un nuovo governo veramente democratico, sorto da un Gran Accordo Nazionale, potrebbe riprendere il cammino della ricerca di una soluzione politica al conflitto sociale ed armato che vive la Colombia.

Su questi temi della guerra e della pace vorremmo parlare personalmente con Lei, o con un Suo delegato.

Con sentimenti di considerazione ed apprezzamento, da compatrioti.

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

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FARC-EP: SULLA FUGA DEI 15 PRIGIONIERI DI GUERRA

 

1. La fuga dei 15 prigionieri di guerra, avvenuta lo scorso 2 luglio, è stata conseguenza diretta dello spregevole comportamento di César ed Enrique, che hanno tradito il loro impegno rivoluzionario e la fiducia che era stata riposta in entrambi.

2. Indipendentemente da un episodio come quello successo, che può darsi in qualunque conflitto politico e militare in cui si presentano vittorie e sconfitte, manteniamo vigente la nostra politica di materializzare accordi umanitari che portino all’interscambio e che proteggano inoltre la popolazione civile dagli effetti del conflitto. Persistendo nella liberazione militare come unica via, il governo dovrà accettare tutte le conseguenze della propria temeraria ed avventuristica decisione.

3. La lotta per liberare i nostri e gli altri combattenti politici incarcerati sarà sempre all’ordine del giorno nell’insieme delle unità fariane, e specialmente nella loro dirigenza. Portiamo tutti loro nella mente e nel cuore.

4. In nessuna parte del mondo e in nessun momento della storia è stato facile il cammino per conquistare trasformazioni rivoluzionarie, anzi, e perciò il nostro impegno si accresce di fronte ad ogni nuova sfida o difficoltà.

5. La pace di cui ha bisogno la Colombia dev’essere il risultato di accordi che beneficino le maggioranze, e non sarà la pace dei sepolcri basata sulla corruzione, il terrore dello Stato, la fellonia ed il tradimento. Le cause per le quali lottano le FARC-EP continuano ad essere vive, e il presente è di lotta ma il futuro è nostro.

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

Montagne della Colombia, 5 luglio del 2008

 

 

Inoltro a tutti gli interessati e, in particolare, alle associazioni che si occupano di Latinoamerica, questo autentico "grido di dolore" di una eminente personalità della cultura boliviana e internazionale che denuncia i pogrom degli scagnozzi dell'oligarchia filoimperialista contro i contadini, i sostenitori del processo di cambio boliviano e gli intellettuali che non si allineano ai rigurgiti fascisti dei latifondisti e industriali secessionisti. Chiunque abbia modo di diffondere queste informazioni e renderle pubbliche contribuirà a ostacolare la reasturazione reazionaria e il sabotaggio dell'emancipazione di un paese che esce da secoli di emarginazione e oppressione coloniale e oligarchica. 
Fulvio Grimaldi

PERSECUZIONI IN BOLIVIA

Caro sig. Fulvio Grimaldi:

Mi chiamo César Brie. Le scrivo per indicazione di Giancarlo Gentilucci. Sono regista teatrale, autore di opere teatrali, attore, un po' musico, ecc. Vivo in Bolivia da 17 anni e dirggo il Teatro de los Andes. Se clicca il mio nome in INTERNET troverà insieme al formaggio Brie alcune notizie al mio riguardo che ovviamente non ho messo io. (Non è la clacque) Ma se cerca in Youtube e clicca youtube.com/sucretino oppure Sucre Capital del racismo, appariranno 4 piccoli video di pessima qualità che ho messo nella rete quando i fatti che adesso descrivo sono successi. Il 24 maggio 2008, degli indigeni che arrivavano a Sucre per ricevere il Presidente della Repubblica sono stati aggredditi, umiliati, vessati, picchiati, costretti a bruciare le loro bandiere, a baciare la bandiera della Capitalia (di quelli che vogliono Sucre Capitale e sede di governo della Bolivia) e gridare slogans contrari alle loro idee. Sono stati costretti a inginocchiarsi, denudati dalla cintola in su e chiedere perdono a Sucre. 

Questo l' ho visto e filmato nella piazza principale. L' indignazione mi ha portato a intervistare dopo i campesinos e raccogliere le loro testimonianze. I dirigenti di questo oprobio razzista e fascista, sono stati le autorità civiche di Sucre da tempo in rotta contro il governo di Evo Morales. La sindachessa di Sucre, membri del Comitè Interinstitucional (una sorta di associazione di organizzazioni civiche che di fatto governa la cittá anche se non è stata scelta e nominata da nessuno. Sono i vecchi politici sconfitti nelle urne che si sono riciclati in questo modo) Il giorno dopo queste persone hanno prima chiesto scusa, poi hanno accusato il governo di averlo fatto con degli infiltrati e finalmente hanno deviato la colpa ad un sacerdote cattolico, il padre Rafael García Mora, che dirige una radio che ha molto ascolto nelle zone rurali e che si esprime spesso in quechua (la lingua degli indigeni in questa regione) L' unica radio a mio avviso che ancora è obiettiva e da la parola agli esclusi.Senza toglierla agli altri. Insomma, questo mi ha indignato ancora di più, così a tempo record ho fatto con due persone (uno è il mio nipote e l' altro un regista cinematografico) un documentario sui fatti del 24 di maggio, che questi politici avevano finamente presentato come scontri provocati dal governo. 

Questo documentario ha sollevato un putiferio immenso a Sucre, città che nelle elezioni di una settimana fa ha visto vincere a costoro con il 72 % dei voti. (le zone rurali hanno visto la vittoria del partito di Morales con il 75 % dei voti) hanno detto che offendevo Sucre, mi hanno minacciato, diffamato, annunciato querelle che non hanno presentato perchè il video è oggettivo e loro dicono lì delle cose che in qualsiasi altro paes li avrebbe portati in prigione per sedizione. I membri dell' Alto commissariato per i diritti umani dell ONU mi hanno consigliato di avere qualche credenziale internazionale che potesse proteggermi legalmente anche come gornalista. per quello Giancarlo mi ha detto di scrivergli. Cerco qualche credenziale che mi permetta di investigare e mostrare il documentario con un minimo di garanzie. A cambio posso spedire articoli che possano servire a capire la situazione boliviana. Giancarlo tornerà dalla Bolivia col mio documentario. Mi trovo in una situazione ancora più difficile perchè la mianazionalitá è argentina e quindi ho scatenato, malgrado viva da 18 anni qui, una specie di furore xenfobo. Se lei vede il materiale in You tube si accorgerà di qualcosa. Il documentario è molto più ellaborato e curato e cerca di analizzare perché si è arrivati a questa violenza razzista. La abbraccio e rimango a sua disposizione per dei chiarimenti I miei telefoni: 00591 4 64 30232 / 00591 4 64 30470 / 00591 4 64 30525 / e un cellulare in Bolivia 00591 77115630

César Brie

briecesar@gmail.com 
cesarbrie1@mac.com 
www.teatrodelosandes.com 
cesar brie Teatro de los Andes casilla 685 Sucre Tel: 00591 4 64 30232

 

 

Un giornalista tedesco, collaboratore della Réseau Voltaire (VoltaireNet), ha scoperto gli altarini della CIA dietro l’assassinio di Hariri in Libano (ciò che i c.d. “complottisti” sospettavano e andavano dicendo da tempo) e ha pubblicato i risultati della sua inchiesta in un libro (Il Dossier Hariri). Ora lo stesso giornalista è stato arrestato per un cavillo.

Ecco l’articolo da ComeDonChisciotte, che descrive in dettaglio la vicenda.

Repressione politica

La repressione contro il Réseau Voltaire continua. Jürgen Cain Külbel è stato incarcerato a Berlino. Le sottigliezze giuridiche impiegate per condannarlo non riescono a mascherare l’intenzione politica di questa decisione: il nostro collaboratore aveva dimostrato che il capo della Commissione d’inchiesta ONU sull’omicidio di Rafic Hariri aveva legami finanziari con gli assassini e che il suo principale assistente è un agente della CIA implicato in rapimenti in Europa.

Nella foto la prigione berlinese dove è stato incarcerato il giornalista Jürgen Cain Külbel, colpevole di aver rivelato l’azione della CIA nell’omicidio di Rafic Hariri, l’organizzazione della falsa pista siriana e la manipolazione della Commissione d’inchiesta dell’ONU.

Jürgen Cain Külbel, collaboratore del Réseau Voltaire, è stato imprigionato a Berlino. Viene accusato di aver violato una decisione del Tribunale avendo mantenuto sul proprio sito internet un link attivo verso un articolo di Voltairenet.org [1].

Questa storia rocambolesca è una macchinazione in più della CIA per intimidire Jürgen Cain Külbel e i collaboratori del Réseau Voltaire. Ecco il meccanismo dell’operazione:

Ex agente investigativo della polizia della Germania dell’Est, Jürgen Cain Külbel ha condotto, come giornalista, un’inchiesta indipendente sull’assassinio del Primo ministro libanese Rafic Hariri. Ha pubblicato le sue conclusioni in un libro edito in tedesco e in arabo: Il Dossier Hariri [2]. In esso riprende e approfondisce alcuni elementi già presentati dal Réseau Voltaire [3]. Thierry Meyssan aveva dimostrato che un’associazione di oppositori libanesi in esilio, l’U.S. Committee for a Free Lebanon (USCFL), era a conoscenza in anticipo del delitto e responsabile di una campagna di comunicazione tendente a indirizzare i sospetti verso la Siria [4]. L’USCFL, che la CIA destinava a formare un governo fantoccio in Libano in caso di intervento militare USA, è dunque complice, almeno passivamente, dell’omicidio. Talaat Ramih aveva dimostrato che l’ex procuratore tedesco Detlev Mehlis, diventato capo della missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, era stato impiegato del Washington Intitute for Near East Policy (WINEP) [5]. Riscontrando che l’USCFL è un’emanazione del WINEP, Jürgen Cain Külbel ha dimostrato che il capo della missione ONU era un ex impiegato di persone implicate nell’omicidio sul quale era incaricato di indagare. Inoltre, ha stabilito il ruolo dell’assistente principale di Detlev Mehlis, il commissario capo Gerhard Lehmann, nei sequestri perpetrati dalla CIA in Europa a partire dal 2001. Lehmann è stato quindi riconosciuto da una delle vittime, Khaled El-Masri [6]. Molti elementi fanno pensare che Gerhard Lehmann potrebbe anche essere implicato nella “sparizione” a Parigi del testimone-chiave del delitto Hariri, Zuhair As-Siddik, il 13 marzo scorso [7].

Dopo la pubblicazione del suo libro in tedesco, Jürgen Cain Külbel è stato avvicinato da un noto militante palestinese residente in Germania, Said Dudin, che si è proposto di pubblicare l’opera in arabo e di assicurarne la promozione. Ma quando Külbel si è recato a Damasco, per tenere una conferenza alla Biblioteca nazionale siriana, su invito di Syria Alghad (istituto di ricerca politica membro di Réseau Voltaire), il signor Dudin ha fatto tutto il possibile per screditare l’autore. L’editore [Dudin] ha esortato ad attaccare le ambasciate occidentali e moltiplicato le dichiarazioni incendiarie per spostare l’attenzione dei media.

Conferenza di Jürgen Cain Külbel, l’8 maggio 2006, alla Biblioteca nazionale siriana (Damasco)

Tornato i Germania, Jürgen Cain Külbel ha cercato di saperne di più su questo sabotatore. Ha quindi scoperto che il presunto militante della causa palestinese era il figlio di Mustafa Dudin, un agente segreto israeliano posto direttamente sotto il comando del generale Ariel Sharon. Continuando le sue ricerche, Jürgen Cain Külbel ha scoperto nell’archivio della Stasi, la polizia politica della Germania orientale, dei documenti attestanti che lo stesso Said Dudin era da lunga data un agente della CIA infiltrato nella sinistra radicale tedesca. Questi documenti sono stati pubblicati su Voltairenet.org [8].

Promuovendo un’azione giudiziaria per direttissima, Said Dudin ha ottenuto che il Tribunale di Berlino ingiungesse al signor Külbel di non fare più in nessun modo menzione dell’incidente avvenuto a Damasco, delle funzioni del padre [di Dudin] nei servizi israeliani e delle sue personali funzioni nella CIA. Obbedendo alla Ragion di Stato, il Tribunale ha accolto solo le testimonianze prodotte da Said Dudin ed ha rigettato quelle prodotte da Külbel, compresa quella del principe Issa El-Ayoubi, vice-presidente del Réseau Voltaire e nipote del fondatore della Repubblica araba siriana, che aveva assistito all’incidente di Damasco dove si era scontrato con Dudin. Inoltre, il Tribunale ha scartato i documenti della Stasi in virtù di una legge tedesca di amnistia che ne vieta l’utilizzo.

Adesso, avendo Jürgen Cain Külbel, mantenuto sul suo sito internet personale un link attivo verso quello del Réseau Voltaire che contiene i documenti della Stasi illegalmente resi pubblici, il Tribunale lo ha condannato a 10 giorni di prigione per violazione della precedente ingiunzione.

 

IN COLOMBIA NON CI SARA’ RESA, E ANCOR MENO PACE DEI SEPOLCRI!

Prendendo decisamente le distanze da se stesso, ossia da mesi e mesi di una politica di riconoscimento dell’insorgenza colombiana come forza belligerante il cui agire armato è legittimo, e di apprezzabile vigore nella denuncia del regime narco-mafioso colombiano, il Presidente Chávez ha recentemente rilasciato alcune dichiarazioni sulla questione colombiana che hanno generato, rispettivamente, costernazione nel campo rivoluzionario e compiacenza nelle fila imperialiste ed oligarchiche.

Nel corso del programma “Aló Presidente” di domenica 8 giugno, Chávez si è rivolto alle FARC ed in particolare al nuovo Comandante del loro Stato Maggiore Centrale, Alfonso Cano, esternando alcune richieste e prese di posizione a dir poco sconcertanti.

Per maggiori chiarezza e precisione, ne enucleiamo il contenuto e ne dimostriamo l’infondatezza e l’erroneità, alla luce della storia, del presente e delle prospettive del processo rivoluzionario colombiano.

DICHIARAZIONI VERSUS REALTA’

1. Chávez ha chiesto di liberare unilateralmente tutti i politici e militari detenuti in modo incondizionato, e senza alcuna contropartita: “E’ arrivato il momento che le FARC liberino tutti quelli che tengono sulle montagne…”, aggiungendo che “sarebbe un gran gesto, in cambio di niente”. Secondo il Presidente venezuelano, per il quale stare in prigionia nella selva sarebbe molto peggio che trovarsi in un carcere “vero e proprio”, questa liberazione potrebbe essere il primo passo verso la fine della guerra.

· Tale richiesta è inaccettabile nella misura in cui sollecita all’insorgenza un gesto unilaterale ed incondizionato. Quando le FARC, sovranamente, hanno deciso nei mesi scorsi di effettuare liberazioni unilaterali di prigionieri (come Clara Rojas), hanno poi ricevuto dal governo Uribe ulteriori ed ennesime dimostrazioni di intransigenza guerrafondaia: solo per citarne alcune, l’arresto dei messaggeri umanitari che si stavano recando a consegnare al governo venezuelano prove di sopravvivenza di altri prigionieri, l’illegale bombardamento in territorio ecuadoriano dell’accampamento diplomatico di Raúl Reyes (responsabile dei contatti per una trattativa), con l’assassinio a sangue freddo dello stesso Comandante fariano e di diversi combattenti e civili, e l’estradizione negli USA del guerrigliero Iván Vargas (che si aggiunge a quelle precedenti di Simón Trinidad e Sonia).

Non si dimentichi che in Colombia sono rinchiusi nelle prigioni del regime circa 500 guerriglieri delle FARC, e che la loro libertà è per la guerriglia un imperativo morale irrinunciabile. Fare come se non esistessero, non solo non aiuta a trovare una soluzione al problema, ma allontana drasticamente ogni possibilità che i detenuti che si trovano nella selva recuperino la libertà. Chávez, che fino a poche settimane fa era un paladino dell’accordo umanitario tra le parti, dovrebbe saperlo bene.

Come complemento su questo tema specifico rammentiamo che i prigionieri in potere delle FARC, seppur nelle condizioni dure e spesso insalubri proprie delle foreste tropicali umide, ricevono una discreta alimentazione, le cure mediche possibili e soprattutto un trattamento decoroso. Nelle galere dello Stato colombiano, in cui il sovraffollamento è cronico, i prigionieri insorgenti e politici sono spesso torturati, vessati e maltrattati: sono frequenti i casi in cui vengono gettati in pasto nei bracci dominati dai paramilitari, o perseguitati senza ricevere alimentazione o assistenza sanitaria di base.

2. Secondo Chávez, l’attuale situazione in America Latina e negli Stati Uniti “sembrerebbe creare condizioni favorevoli ad un processo di pace in Colombia”. Il Presidente venezuelano ritiene che un gruppo di paesi ed organismi internazionali potrebbe dare garanzie reali ad un accordo di pace tra governo colombiano e guerriglia, “come avvenne in Centramerica”.

· La possibilità che in Colombia si giunga ad una soluzione politica del conflitto sociale ed armato dipende essenzialmente da due fattori: il primo, la volontà o meno dell’oligarchia (e quindi del governo di turno, che ne è espressione istituzionale) di accettare una serie di riforme che modifichino segmenti sostanziali della struttura socio-economica; secondo, la maturazione di determinati rapporti di forza sul terreno politico e militare tra il movimento popolare ed insorgente e le classi dominanti. Inutile dire che il primo fattore ha, come condicio sine qua non, la maturazione del secondo in senso favorevole al campo rivoluzionario e democratico.

Inoltre, pur avendo un’importanza di primo piano la congiuntura mondiale (e principalmente continentale) e il ruolo che potrebbe giocare una non meglio precisata “comunità internazionale”, tali fattori non bastano -da soli- a garantire ipotetici accordi. Che poi la situazione negli USA possa essere propizia ad un accordo di pace in Colombia, è tutto da dimostrare; ricordiamo, a chi si facesse illusioni su Obama, che il candidato democratico alla Casa Bianca ha già assicurato che il Plan Colombia verrà mantenuto e rafforzato senza soluzione di continuità. Per di più, non possiamo ignorare la differenza tra poteri “transitori” o delle sovrastrutture (come capi di stato, ministri, parlamentari, governatori, ecc.) e poteri “permanenti” o delle strutture (come complesso militare-industriale, lobby del petrolio, banche, gruppi finanziari, ecc.): non sono i primi a dettare la linea, e non sono i secondi a subordinarsi agli umori di un presidente di turno, tanto più se di gringolandia parliamo.

Tra l’altro, non si capisce come l’America Centrale possa rappresentare un esempio, o peggio ancora un modello cui ispirarsi. In paesi come El Salvador o Guatemala, la smobilitazione dei movimenti guerriglieri contestualmente ad accordi di pace coi rispettivi governi non ha prodotto un’ascesa irresistibile verso una vera pace con giustizia sociale, ma solo alcuni ricami di facciata ad un tessuto socio-economico e politico che è sempre più a brandelli. O forse si ha l’ardire di affermare che la “riforma agraria” pattata tra governo e FMLN sia stata applicata davvero nel piccolo Salvador? O che la “comunità internazionale” avrebbe garantito il rispetto della stessa in particolare e degli accordi in generale? La verità è che oggi in quei paesi continuano ad aumentare degrado sociale, violenza sistemica e putrefazione politica, così come sperequazione, concentrazione delle ricchezze, asservimento all’imperialismo e miseria.

Di belle promesse di pacificazione e rispetto dell’opposizione è lastricata la storia contemporanea colombiana, ma le uniche prove provanti irrefutabili evidenziano un susseguirsi macabro di innumerevoli stermini per mano dello Stato colombiano: l’omicidio del leader popolare liberale Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, eliminazione di migliaia di guerriglieri liberali smobilitatisi con l’amnistia di Rojas Pinilla nel 1953, l’uccisione di centinaia di combattenti di diversi gruppi insorgenti (come EPL, M19, Quintin Lame, ecc.) disarmati da dirigenze disfattiste e/o opportuniste e da accordi-truffa, nonché il genocidio di un intero partito politico di opposizione, l’Unione Patriottica, a partire dal 1985. E già, proprio l’UP, che le FARC avevano lanciato per tentare di canalizzare l’opposizione al regime liberal-conservatore su un piano legale e democratico-elettorale.

3. Il Presidente Chávez ha anche affermato che “a questo punto è fuori luogo un movimento guerrigliero armato”, e che “questo bisogna dirlo alle FARC, ed era quello che volevo dire a Marulanda”.

· E’ contraddittorio sostenere che un movimento guerrigliero sia “fuori luogo” in un paese in cui ogni forma di opposizione aperta e legale al regime narco-paramilitare colombiano viene perseguitata, censurata, minacciata, repressa ed annichilita. Ed è sbagliato anche alla luce della fase attuale nel continente, in cui le conquiste ottenute previ successi elettorali progressisti sono minacciate o scardinate da tentativi golpisti (Venezuela 2002, Bolivia 2008), da piani e manovre militari interventisti e da martellanti tamburi di guerra (il ripristino della IV Flotta della Marina militare statunitense).

Affermare tout court che una forma di lotta come quella guerrigliera è passata alla storia, o non è più attuale, è tanto semplicistico e meccanico quanto dire che tale forma di lotta è applicabile in qualunque contesto o latitudine, indipendentemente dalle condizioni oggettive e soggettive che li permeano.

Oltre a tener presenti i precedenti storici propri della Colombia, ed enunciati nel punto 2, va anche rammentato che la storia delle FARC in Colombia è la storia della creativa e tenace combinazione di tutte le forme di lotta possibili, nel quadro di un processo di accumulazione di forze in funzione dell’obiettivo strategico. La lotta guerrigliera è e dev’essere complementata da altre forme di lotta come gli scioperi, i blocchi stradali, le occupazioni di terre ed università, la costruzione di potere popolare locale, ecc., che però a loro volta non hanno sbocco senza la garanzia (questa sì!) di uno strumento in grado di sorreggerle, farle avanzare e coordinarle quando lo scontro diventerà generalizzato e l’oligarchia parassita difenderà disperatamente (come già sta facendo) i propri privilegi di classe.

4. Chávez ha assicurato che la guerriglia in Colombia fornisce il pretesto all’imperialismo di “minacciare tutti noi”. “Il giorno in cui si faccia la pace in Colombia la scusa dell’impero avrà fine, la principale che hanno che è il terrorismo”.

· Come diversi intellettuali ed esponenti della sinistra antimperialista -latinoamericani e non- hanno scritto negli ultimi giorni, gli USA ed i loro alleati non hanno bisogno di pretesti in particolare per aggredire, occupare e saccheggiare un paese o un popolo. Se non ce li hanno, li creano ad arte. Sostenere il contrario, equivale a dimenticare le miriadi di montature ed accuse che l’imperialismo ha rivolto ai propri bersagli, non ultimo il Venezuela. Dire che le FARC devono smobilitarsi perché altrimenti Washington può legittimare un eventuale attacco al Venezuela, è un po’ come pensare che se Chávez fosse compiacente con il governo Uribe, questi cesserebbe di agire come rampa di lancio delle continue provocazioni, infiltrazioni di paramilitari e destabilizzazioni varie nei confronti del popolo venezuelano.

Secondo il Pentagono, se il Venezuela non “appoggia il terrorismo” stringe comunque “legami tenebrosi con i paesi dell’asse del male”, e se Chávez non è un “dittatore che chiude arbitrariamente i mezzi di comunicazione democratici” (come RCTV) è comunque deprecabile perché vuole “imporre al proprio popolo un modello castro-comunista”. Ogni pretesto è buono quando si tratta di bloccare le nazionalizzazioni, le politiche favorevoli al recupero della sovranità nazionale e popolare, le riforme che mettono in discussione gli interessi voraci delle transnazionali e i passaggi d’integrazione latinoamericana, come l’ALBA ad esempio.

IN CONCLUSIONE

Nessuno, nemmeno un leader indiscusso del processo bolivariano in America Latina e del riscatto dei popoli oppressi dal capitalismo come il Presidente Chávez, ha il diritto di chiedere all’insorgenza colombiana di fare gesti incondizionati e sedersi a firmare accordi a qualunque costo. Un’insorgenza che, come le FARC, sperimenta una crescita costante tanto sul piano militare come su quello del lavoro di massa, checché ne dicano i mal informati o i media dell’oligarchia, e che ha come obiettivo strategico non qualche poltrona in parlamento (lo stesso Congresso colombiano paramilitarizzato), ma la trasformazione del paese in senso socialista.

Si illude chi sogna che la guerriglia di Manuel Marulanda si smobiliterà presto a causa di una pressione militare nemica che produce soltanto vittorie pirriche, ad uso e consumo della guerra psicologica dell’uribismo. La scomparsa fisica di tre storici dirigenti fariani come Raúl Reyes, Iván Ríos e Manuel Marulanda, non intacca la volontà di lotta, la grande capacità logistica, l’articolata struttura organizzativa e la crescita qualitativa e quantitativa di un esercito guerrigliero che non lavora in base ad improvvisazioni ma piani, non delega le sorti della lotta al singolo comandante (per quanto di altissima importanza sia), e non si è mai allontanato dall’imprescindibile principio leninista della direzione collettiva a tutti i livelli ed istanze.

E poi diciamola tutta: se in Colombia le FARC cessassero di combattere senza quartiere -come fanno quotidianamente e con tenacia- il regime fascista e paramilitare dei Santos e degli Uribe, questo avrebbe mano libera per concentrare forze, energie ed aiuti militari del Plan Colombia nella guerra a morte contro la Rivoluzione Bolivariana. Altro che pace duratura…

Le cause che hanno storicamente generato la sollevazione armata del popolo colombiano, plasmata in decenni di battaglie nell’esercito guerrigliero fariano, non solo non sono scomparse, ma si sono addirittura accentuate. Senza la loro dialettica e materiale rimozione, l’unica pace che è scritta nel vocabolario delle FARC, e cioè quella che ha come gemella siamese la giustizia sociale, non è possibile. Ma chi ha a cuore le sorti del popolo colombiano e della lotta antimperialista su scala mondiale, può star tranquillo: in Colombia non ci sarà pax romana, e ancor meno la resa di chi legittimamente combatte uno Stato terrorista ed un regime mafioso.

Associazione nazionale Nuova Colombia

www.nuovacolombia.net

 

 

Un collaboratore del Reseau Voltaire incarcerato a Berlino - 28/6/08

di Reseau Voltaire

La repressione contro il Réseau Voltaire continua. Jürgen Cain Külbel è stato incarcerato a Berlino. Le sottigliezze giuridiche impiegate per condannarlo non riescono a mascherare l'intenzione politica di questa decisione: il nostro collaboratore aveva dimostrato che il capo della Commissione d'inchiesta ONU sull'omicidio di Rafic Hariri aveva legami finanziari con gli assassini e che il suo principale assistente è un agente della CIA implicato in rapimenti in Europa.

foto prigione

Nella foto la prigione berlinese dove è stato incarcerato il giornalista Jürgen Cain Külbel, colpevole di aver rivelato l'azione della CIA nell'omicidio di Rafic Hariri, l'organizzazione della falsa pista siriana e la manipolazione della Commissione d'inchiesta dell'ONU. Jürgen Cain Külbel, collaboratore del Réseau Voltaire, è stato imprigionato a Berlino. Viene accusato di aver violato una decisione del Tribunale, avendo mantenuto sul proprio sito internet un link attivo verso un articolo di Voltairenet.org [1]. Questa storia rocambolesca è una macchinazione in più della CIA per intimidire Jürgen Cain Külbel e i collaboratori del Réseau Voltaire. Ecco il meccanismo dell'operazione: Ex agente investigativo della polizia della Germania dell'Est, Jürgen Cain Külbel ha condotto, come giornalista, un'inchiesta indipendente sull'assassinio del Primo ministro libanese Rafic Hariri. Ha pubblicato le sue conclusioni in un libro edito in tedesco e in arabo: Il Dossier Hariri [2]. In esso riprende e approfondisce alcuni elementi già presentati dal Réseau Voltaire [3]. Thierry Meyssan aveva dimostrato che un'associazione di oppositori libanesi in esilio, l'U.S. Committee for a Free Lebanon (USCFL), era a conoscenza in anticipo del delitto e responsabile di una campagna di comunicazione tendente a indirizzare i sospetti verso la Siria [4]. L'USCFL, che la CIA destinava a formare un governo fantoccio in Libano in caso di intervento militare USA, è dunque complice, almeno passivamente, dell'omicidio. Talaat Ramih aveva dimostrato che l'ex procuratore tedesco Detlev Mehlis, diventato capo della missione d'inchiesta delle Nazioni Unite, era stato impiegato del Washington Intitute for Near East Policy (WINEP) [5]. Riscontrando che l'USCFL è un'emanazione del WINEP, Jürgen Cain Külbel ha dimostrato che il capo della missione ONU era un ex impiegato di persone implicate nell'omicidio sul quale era incaricato di indagare. Inoltre, ha stabilito il ruolo dell'assistente principale di Detlev Mehlis, il commissario capo Gerhard Lehmann, nei sequestri perpetrati dalla CIA in Europa a partire dal 2001. Lehmann è stato quindi riconosciuto da una delle vittime, Khaled El-Masri [6]. Molti elementi fanno pensare che Gerhard Lehmann potrebbe anche essere implicato nella "sparizione" a Parigi del testimone-chiave del delitto Hariri, Zuhair As-Siddik, il 13 marzo scorso [7]. Dopo la pubblicazione del suo libro in tedesco, Jürgen Cain Külbel è stato avvicinato da un noto militante palestinese residente in Germania, Said Dudin, che si è proposto di pubblicare l'opera in arabo e di assicurarne la promozione. Ma quando Külbel si è recato a Damasco, per tenere una conferenza alla Biblioteca nazionale siriana, su invito di Syria Alghad (istituto di ricerca politica membro di Réseau Voltaire), il signor Dudin ha fatto tutto il possibile per screditare l'autore. L'editore [Dudin] ha esortato ad attaccare le ambasciate occidentali e moltiplicato le dichiarazioni incendiarie per spostare l'attenzione dei media. foto Kulbel

Conferenza di Jürgen Cain Külbel, l'8 maggio 2006, alla Biblioteca nazionale siriana (Damasco) Tornato in Germania, Jürgen Cain Külbel ha cercato di saperne di più su questo sabotatore. Ha quindi scoperto che il presunto militante della causa palestinese era il figlio di Mustafa Dudin, un agente segreto israeliano posto direttamente sotto il comando del generale Ariel Sharon. Continuando le sue ricerche, Jürgen Cain Külbel ha scoperto nell'archivio della Stasi, la polizia politica della Germania orientale, dei documenti attestanti che lo stesso Said Dudin era da lunga data un agente della CIA infiltrato nella sinistra radicale tedesca. Questi documenti sono stati pubblicati su Voltairenet.org [8]. Promuovendo un'azione giudiziaria per direttissima, Said Dudin ha ottenuto che il Tribunale di Berlino ingiungesse al signor Külbel di non fare più in nessun modo menzione dell'incidente avvenuto a Damasco, delle funzioni del padre [di Dudin] nei servizi israeliani e delle sue personali funzioni nella CIA. Obbedendo alla Ragion di Stato, il Tribunale ha accolto solo le testimonianze prodotte da Said Dudin ed ha rigettato quelle prodotte da Külbel, compresa quella del principe Issa El-Ayoubi, vice-presidente del Réseau Voltaire e nipote del fondatore della Repubblica araba siriana, che aveva assistito all'incidente di Damasco dove si era scontrato con Dudin. Inoltre, il Tribunale ha scartato i documenti della Stasi in virtù di una legge tedesca di amnistia che ne vieta l'utilizzo. 

Adesso, avendo Jürgen Cain Külbel, mantenuto sul suo sito internet personale un link attivo verso quello del Réseau Voltaire che contiene i documenti della Stasi illegalmente resi pubblici, il Tribunale lo ha condannato a 10 giorni di prigione per violazione della precedente ingiunzione. NOTE [1] Pagina incriminata: « Le journaliste d'investigation face aux manipulations des services secrets » [Il giornalista investigativo di fronte alle manipolazioni dei servizi segreti], intervista di Jürgen Cain Külbel con Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 30 luglio 2007. [2] Mordakte Hariri, Unterdrückte Spuren im Libanon di Jügen Cain Külbel, edizioni Zeitgeschichte Band 34, 2006 (ISBN 3-89706-860-5). [3] « Attentat contre Rafic Hariri : Une enquête biaisée ? » [Attentato contro Rafic Hariri : un'inchiesta manipolata ?], di Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 15 settembre 2006. [4] « Les plans de l'US Committee for a Free Lebanon » [I piani dell'U.S. Committee for a Free Lebanon], di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 8marzo 2005. [5] « La commission Mehlis discréditée » [La commissione Mehlis screditata], di Talaat Ramih, Réseau Voltaire, 9 dicembre 2005. [6] Allégations de détentions secrètes et de transferts illégaux de détenus concernant des États membres du Conseil de l'Europe> [Dichiarazioni su detenzioni segrete e trasferimenti illegali di detenuti riguardanti gli Stati membri del Consiglio d'Europa], rapporto di Dick Marty al Consiglio d'Europa, 12 giugno 2006, § 99 et 130. [7] « Kouchner a "perdu" le témoin-clé de l'enquête Hariri » [Kouchner ha perso il testimone-chiave dell'inchiesta Hariri], di Jürgen Cain Külbel, Réseau Voltaire, 21 aprile 2008. [8] Ibid. Titolo originale: Un collaborateur du Réseau Voltaire incarcéré à Berlin Fonte: Voltairenet.org Link: http://www.voltairenet.org/article157402.html Tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS


 

I CRIMINI USA dal «Sentiero di Ho Chi Minh» ai bambini di Fallujah

IRAQ: I bambini vittime delle “armi speciali”

Ali al-Fadhily e Dahr Jamail*

FALLUJAH, 13 giugno 2008 (IPS) - I bimbi nati a Fallujah presentano malattie e malformazioni di una gravità senza precedenti.

I nuovi casi, e il numero di morti tra i bambini, sono aumentati dopo l’utilizzo delle “armi speciali” in due massicci bombardamenti contro Fallujah nel 2004.

Dopo averlo inizialmente negato, nel novembre 2005 il Pentagono ha ammesso che l’anno prima a Fallujah era stato effettivamente utilizzato fosforo bianco, un’arma incendiaria il cui uso è vietato dalla Convenzione di Ginevra.

E sempre a Fallujah è stato fatto anche ampio uso di munizioni all’uranio impoverito (DU), che contengono scorie a basso livello di radioattività. Il Pentagono ha ammesso di aver impiegato 1.200 tonnellate di DU in Iraq fino ad oggi.

Molti medici ritengono che il DU sia la causa di un grave aumento nell’incidenza di cancro in Iraq, e anche tra i veterani Usa che hanno prestato servizio nella guerra del Golfo del 1991 e nella recente occupazione.

”Abbiamo visto tutti i colori dell’arcobaleno sprigionati dall’esplosione delle granate e dei missili americani”, ha raccontato all’IPS Ali Sarhan, un insegnante di 50 anni che ha vissuto entrambi gli assedi Usa del 2004. “Ho visto i corpi diventare ossa e carbonizzarsi all’istante, subito dopo l’esposizione alle bombe che poi abbiamo scoperto essere al fosforo”.

”La cosa più preoccupante è che molte delle nostre donne hanno perso i loro figli appena nati, e molti bambini presentavano malformazioni alla nascita”.

”Avevo due figli con danni al cervello dalla nascita”, ha detto all’IPS Hayfa' Shukur, 28 anni. “Mio marito è stato preso dagli americani a novembre 2004, e così ho dovuto occuparmi dei figli da sola, portandoli in ospedali e cliniche private. Poi sono morti. Ho speso tutti i nostri risparmi e ho chiesto in prestito notevoli somme di denaro”.

Shuku racconta che secondo i medici è stato l’uso di armi vietate ad aver provocato i danni cerebrali dei suoi e poi la loro morte, “ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di metterlo per iscritto”.

”Molti bambini sono nati con malformazioni congenite”, ha spiegato all’IPS un pediatra che ha preferito restare anonimo.”Può trattarsi di difetti al cuore, labbro leporino (cheiloschisi), palato spaccato (palatoschisi), sindrome di down, e difetti agli arti”.

Inoltre, ha aggiunto, “Posso dire che dopo il massacro del novembre 2004 a Fallujah si sono presentati problemi di ogni tipo legati all’inquinamento tossico”.

Molti medici riferiscono di casi e di esempi analoghi, ma le indicazioni sono incerte, in mancanza di uno studio o di un qualsiasi dato ufficiale disponibile.

L’amministrazione del Policlinico di Fallujah non ha voluto fornire statistiche sui bambini malformi, ma un medico si è offerto di parlare in condizioni di anonimato - per timori di ritorsioni in caso di critiche verso l’amministrazione.

”L’esposizione della madre a sostanze tossiche o a materiale radioattivo può portare all’aborto spontaneo o all’aborto dopo il quinto mese, e a malformazioni congenite”, ha spiegato il medico all’IPS. Ci sono stati molti di questi casi, e il governo “non fa niente per contenere il danno, o per offrire una qualsiasi assistenza all’ospedale”.

“Questi episodi richiedono un forte impegno internazionale per fornire le più alte e le più recenti tecnologie che noi non potremo avere per i prossimi cento anni”, ha aggiunto.

Il 31 marzo scorso, il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha espresso preoccupazione per la mancanza