In Primo Piano
Apriamo una nuova rubrica scritta da Zeno
Leoni, che potrete seguire anche su youtube, presto inseriremo anche il link.
Si toccheranno diversi argomenti e qualunque commento all'articolo o al video è
ben accetto.
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PRIMA PUNTATA, LUNEDì 30 GIUGNO 2008 Marco Travaglio. Requisito di ogni Stato che si ritiene democratico o apparente Don Chisciotte dell'informazione e di fatto disinformatore? Dopo aver ascoltato per l'ennesima volta le sue invettive da paladino della giustizia, il dubbio può anche venire. Travaglio la prima volta ti shocka e ti fa arrabbiare. La seconda t'incanta. E la terza? Scopri che tutto quello che continua a ripetere lo aveva già detto la prima volta. E' così da anni. Soprattutto nelle ultime due stagioni televisive, quelle in cui è stato trasmesso il salotto "Annozzero" ma anche in qualsiasi piazza o palasport si sia presentato, il giornalista torinese non ha fatto altro che parlar male del tanto amato presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Certo, da una parte la cosa non può che far piacere. Berlusconi incarna l'archetipo più egoista dì umanità, ovvero tutti quegli uomini che pur di tirare acqua al proprio mulino sono disposti a ogni cosa, anche mettendo i piedi in testa a chi invece non centra niente. Come ci dice il "giustiziere del giovedì sera", il Cavaliere ha spesso dei comportamenti che fanno fortemente dubitare circa la sua idoneità a amministrare la cosa pubblica. S.B. ha rubato, censurato, epurato. Non solo. Ha messo in ridicolo la nazione con le sue pagliacciate in giro per l'Europa: trattasi di mitragliatrici, corna, kapò, stallieri eroi, bandane, lifting. E ancora. Decine di processi a suo carico, dei dirigenti di Forza italia e delle sue aziende, dalla quali ha scelto il fior fiore dei dipendenti da spedire in parlamento. Et dulcis in fundo, le leggi ad personam, che al solo pensiero non si saprebbe se ridere o piangere. Di questo ci parla Travaglio. Di un facile bersaglio. Una persona tanto discussa e con troppe peculiarità, atteggiamenti, problemi con la giustizia, battute fuori posto, gaffe e gestione personalistica del potere che fanno di lui una personaggio che può essere (ed è giusto che sia così) attaccato su ogni fronte, da quando si sveglia al mattino fino a prima di coricarsi. Un personaggio che continuerà a far discutere dopo la sua morte. Ma la domanda è, il Signor Marco Travaglio, cos'ha di nuovo da raccontarci? Come probabilmente gli dissero le prime volte che collaborava con un giornale, "quali notizie porta"? Che far governare a S.B. un paese con così poca cultura civica come l'Italia sia sintomo di scelleratezza lo si sapeva già da molti anni e il quotidiano "La Repubblica" (peraltro sputtanatosi già da tempo) fin dal primo giorno in cui il Cav irruppe in politica lo ha sempre attaccato, e anche molto bene, addirittura meglio della sua forza politica di riferimento, che ha sempre finto di volerlo sconfiggere una volta per tutte (vedi il conflitto d'interesse). Anche un bambino di cinque anni sarebbe in grado di tenere testa in un dibattito a B. Sarebbe troppo facile. Come sarebbe un gioco da ragazzi (e Travaglio stesso lo ha dimostrato) massacrare un giullare come Mastella. O dire che il processo Andreotti si è concluso con una triste prescrizione. O che i socialisti hanno rubato. Insomma, non basta cucire la bocca a un De Mita o a un Martelli per assurgersi a difensore del sacrosanto diritto d'informazione. Sono cose che sappiamo già. E da tanto tempo. Ora vorremmo sentir parlare
anche di altro, poiché non possiamo credere che l'unico problema, cancro,
nemico della democrazia italiana sia Berlusconi. Che senza di lui vivremmo
con una vita politica felice, trasparente e onesta verso cittadini e
consumatori. Esistono troppi radical-chic di centro-sinistra che si fanno
abbindolare come ebeti quando sentono criticare B. da Marco
Travaglio. Antonio Di Pietro ha più volte detto dalla formazione dell'ultimo parlamento di rappresentare l'unica opposizione a questo governo. Ma forze non si rende conto che con i suoi 43 parlamentari per l'attuale composizione del parlamento non ha alcuna rilevanza e soprattutto alcuna forza per ostacolare il Cavaliere. Sicuramente ebbe nelle sue mani un potere molto più grande quando a poco tempo dall'interrogatorio a Silvio Berlusconi si dimise dalla magistratura. Le ragioni di quel gesto ancora oggi non sono mai state chiarite. Ma di sicuro Tonino aveva una chance importante della quale lui non ha preferito approfittare. Poco astuto o disonesto? Non sappiamo e non sapremo. Conosciamo però molte più cose sul Di Pietro politico grazie ad un'inchiesta di Fabrizzio Colonna pubblicata su "La voce della Campania". Il giornalista non solo descrive la gestione dittatoriale e personalistica che l'ex ministro attua, cosa peraltro neanche così tanto eclatante visto che è risaputo delle gestioni dispotiche che i leader di piccoli partiti adottano. Ma racconta anche dell'inciucio di Venrafro e del sindaco eletto con Pd e Fi. Delle consulenze offerte a persone a lui vicine e degli intrallazzi per spartire con Iorio le poltrone del neonato cda di autostrade Molise e per inserire al suo interno il fondatore di Fi nella piccola regione. E a proposito di esponenti di Fi, non è una novita che diversi dirigenti Idv abbiano un trascorso in Fi o nell'Udeur di Mastella. Il dubbio su Travaglio è dunque questo. Tutti i su detti particolari riguardo Di Pietro (e tutti quelli che potrebbero essere scovati non solo nelle vicende dell'Idv ma ance di altri partiti) a Marco Travaglio sono sfuggiti? Nel contesto di lottizzazione del servizio radio televisivo pubblico, la Rai, il centro-destra la fa da padrone sul primo canale da cinquant'anni orsono. Il centro-sinistra su rai tre. E rai due a chi spetta? All'Udc o all'Idv, oppure metà a Berlusconi e Metà a Veltroni? Difficile da dire. Ma l'Idv uno spazietto è riuscita a lottizzarlo. Due ore a settimana con Annozzero e soprattutto con uno spazio notevole a Travaglio, che diventa così quello che "Il Giornale" è per Fi, l' "Unità" è per il Pd, "Liberazione" è per Rc: un giornale di partito. Nel suo caso dell'idv. Di Pietro in Parlamento si arrocca sull'Aventino, Travaglio in tv spara a zero su Silvio raccontando abilmente particolari delle vicende giuridiche del premier. Forse Marco Don Chisciotte Travaglio (quasi fosse brasiliano) non è poi così bipartisan come molti credono... Di sicuro qualche mulino a vento se l'è perso strada facendo, o ha finto di non vederlo.
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FACCIAMO VEDERE LA REALTA' DELLO STATO FASCISTA, DI POLIZIA IN CUI VIVIAMO.
questa è la lettera che ho inviato oggi a Liberazione (che ha pubblicato oggi lo scritto di Roberto Mapelli, detenuto e torturato a Bolzaneto) e al Manifesto. Mi pare molto, molto difficile che la pubblichino. Ma comunque la farò circolare nelle liste di movimento. Fate altrettanto, se avete tempo e se condividete (e leggetevi anche, se non lo avete già fatto, la lettera di Roberto, che trovate di seguito). Abbracci, Piero
Roberto Mapelli a Bolzaneto
In effetti a Roberto Mapelli andò, si fa per dire, relativamente bene, come a tutti i primi arrivati, prima dell'ondata successiva all'uccisione di Carlo. Ma anche la sua testimonianza, che io non conoscevo o che finora, forse, non aveva mai fatto in pubblico (magari per quel pudore che si ha a dover dire di essere stati torturati/e o seviziati in qualsiasi forma), serve a completare il quadro di quello che accadde a Bolzaneto. Avrei solo da aggiungere che Roberto se la prende con Veltroni (giustamente) ma dimentica Bertinotti e tanti dirigenti del PRC, del PdCI e dei Verdi che io ritengo almeno altrettanto gravemente responsabili della cancellazione, nei due anni di governo del centro sinistra, delle torture a Bolzaneto e addirittura della promozione di De Gennaro, principale responsabile "operativo" delle violenze a Genova. Altro che commissione di inchiesta!! C'era quanto meno da introdurre in una settimana il reato di tortura, con pene di decine di anni, tenendo accesi i riflettori su Bolzaneto; il resto, incredibilmente, lo avrebbero fatto i magistrati e oggi questi e , purtroppo, anche queste (come ad Abu Ghraib anche varie donne hanno goduto a torturare) bastardi/e torturatori/trici avrebbero potuto essere messi/e in galera per decenni come meritano (altro che non punire!! questa è gente che farebbe come in Argentina, paro paro, ci butterebbero in mare dagli aerei); e poi ci sono le migliaia che sapevano, che hanno visto e hanno taciuto. E oggi mi tocca leggere addirittura l'intervista su Repubblica di Amato (non il Berty o il dolce Veltroni o il giulivo Pecoraro o l'ultra-falceemartello Diliberto) che dice che i politici hanno fatto finta di non vedere in questi anni e non hanno denunciato la tortura di Bolzaneto, per ingraziarsi le forze dell'ordine o perchè ne hanno paura; e non l'hanno detto quei leader del PRC, del PdCi o Verdi che su Genova e su quel disgraziato e sfortunato e massacrato movimento hanno costruito le proprie (effimere, oggi sono alla frutta non a caso, visto che neanche le ferite più profonde di quell'esperienza hanno voluto/saputo provare a cicatrizzare) fortune elettorali e politiche. Da quel cazzo di scranno che tanto ha voluto, Bertinotti avrebbe dovuto tuonare ogni giorno fino a quando gli apparati statali non avessero ammesso l'orrenda realtà: per la prima volta nel dopoguerra in Italia, un migliaio di delinquenti in divisa ha effettuato torture (o ha lasciato torturare) di massa, su centinaia di poveri/e disgraziati/e colpevoli di niente, e rilasciati poi, umiliati e distrutti nel fisico e nell'animo. E non c'era la guerra civile, non c'era Al Qaeda, non c'era niente, solo manifestazioni che a petto di quelle degli anni '70 erano passaggiate innocue. E invece silenzio tombale: e oggi devono essere i D'Avanzo a richiamare all'ordine i nostri sinistri di governo, ricordando loro che i torturatori non faranno manco un giorno di galera e resteranno in divisa, mentre i nostri compagni fiorentini si sono beccati 7 anni di galera per "resistenza" in una manifestazione contro la guerra e a Genova c'è chi si è preso 11 anni per aver rotto un po' di vetrine. Vergogna massima su di voi!!. Ne avete combinate tante questi due anni, una peggio dell'altra. Ma questa vi accompagnerà fino alla tomba come una nera impronta indelebile, l'ignominia di aver finto di dimenticare le torture, lasciando che torme di nazisti (avete presente il boia medico torturatore, il Menghele dei nostri giorni?) continuassero a impestare le "forze del disordine", le caserme, i commissariati, le carceri, le strade.
Piero Bernocchi
----- Original Message ----- From: brunoa01@aleph.it To: veritagiustiziagenova@yahoogroups.com ; forumsociale-ponge@yahoogroups.com Cc: fori-sociali@yahoogroups.com ; forumgenova@inventati.org Sent: Friday, March 21, 2008 5:09 PM Subject: [fori-sociali] Al Pd, a Veltroni: Dove eravate quandoci torturavano a Bolzaneto?
liberazione 21 marzo 2008
Al Pd, a Veltroni: che i colpevoli non vestano più la divisa Dove eravate quando ci torturavano a Bolzaneto?
Roberto Mapelli Sono stato il primo a entrare a
Bolzaneto. E mi è andata meglio di chi mi ha seguito. Genova, venerdì 20
luglio 2001, attorno alle 14 vengo fermato in via Alessi mentre la polizia
carica lo spezzone inglese di Globalise Resistance. Ero sceso da Piazza Dante
dove per Attac coordinavo le attività sulla piazza (palloncini per un'invasione
aerea della zona rossa e protesta davanti alle reti). Ho visto due ragazze
trascinate in malo modo da un gruppo di celerini. Mi sono messo in mezzo. Le ho
prese anche io. Mi hanno sbattuto su una camionetta con un giovane inglese con
il naso fratturato, la testa aperta e un dente rotto. Era una maschera di
sangue, non riusciva a respirare. Ci portano in Questura, in una stanza vuota a
piano terra, siamo una decina, c'è uno svizzero, un paio d'italiani, degli
inglesi e le due ragazze, una neozelandese e una tedesca. I quattro poliziotti
che ci prendono in consegna - nessun graduato - le lasciano stare, ma vogliono
che guardino mentre ci riempiono di botte. Calci, schiaffi, una testa pestata
più volte contro il muro, in ginocchio e poi in piedi, ogni parole erano botte.
Ci fanno uscire, saliamo su una volante, ammanettati. Fa un caldo pazzesco.
Harrison (l'inglese) sta sempre peggio, rantola. I finestrini sono chiusi, busso
al plexiglass per chiedere di aprire o accendere l'aria condizionata. Mi
risponde una poliziotta che non avrà avuto 25 anni: «Non voglio mica sentire
la vostra puzza di merda». Resta tutto chiuso. Dopo 10 minuti di tangenziale ed
autostrade deserte siamo a Bolzaneto. La macchina entra nel cortile ed è già
aria di lager. Uno con la divisa verde, che in seguito saprò volesse dire
polizia penitenziaria, insegue la volante a piedi gridando: «Quando scendi ti
cambio la faccia, frocio di merda, comunista bastardo...». Scendiamo e veniamo
accolti dal corridoio da galera: le divise, da una parte e dall'altra, con
bastoni di legno (non manganelli, bastoni) alzati sopra di noi, sputi e calci.
Ho fatto i tre gradini con la paura fino al midollo. E sono finito dritto in
cella. Era grande e man mano arrivavano gli altri. Una dozzina. Le ragazze
altrove, le sentivamo. Una veniva trascinata per il corridoio e urlava in
francese. Dalle sbarre un poliziotto ci diceva: «Avete ammazzato uno di noi, ma
noi ve ne abbiamo ammazzati tre». E giù insulti. Eravamo terrorizzati. Il
clima stava palesemente degenerando. Chiunque entrava era portato a calci e
sberle, trascinato per terra. Urla di chi le prendeva e più forti di chi le
dava. Mi sono foderato le orecchie. Mi portano in una stanza per
l'identificazione, trovo un paio di poliziotti che mi sembrano Digos, in
borghese. Dico che tutto questo è illegale, è una pazzia. Uno mi dice di stare
zitto. L'altro scuote la testa. Entra un Gom in divisa e mi riporta via,
l'identificazione si fa in un'altra palazzina. Impronte digitali e della mano,
foto. Vicino c'è la ragazza tedesca presa con me. Scioccata, non riusciva a
rispondere alle domande in italiano - ovviamente. Sembrava paralizzata. Le dico
di non preoccuparsi che saremo usciti vivi. Mi arriva un pugnone sulla testa, mi
sono accasciato. L'unica donna poliziotto presente all'identificazione, in
camice bianco, forse una tecnica, mi dice sottovoce che non lontano dalla
caserma c'è un centro sociale a cui chiedere aiuto, una volta uscito. Mi
riportano in cella. Stava arrivando un sacco di gente. Nei corridoi menavano.
Gente sempre messa peggio. Ci fanno stare in piedi, faccia al muro. Per ore.
Ogni tanto ci sediamo, perché non ce la facciamo. Orecchio all'erta per
rialzarsi in piedi. Altrimenti son altre botte. Mi chiamano per il rilascio, mi
sottopongono una dichiarazione da sottoscrivere: ero senza documenti e venivo
fermato per essere identificato... non ho subito alcuna violenza fisica durante
il fermo. Era prestampata. Mi sono opposto. Mi rispondono che era mio diritto
contestare la dichiarazione ma non sarei stato rilasciato. Ho firmato. Sul
portone chiedo come tornare in città, mi rispondono: «Prendi il primo treno e
vai il più lontano possibile, ti conviene». Sono uscito per primo. Poco prima
delle 20. Aspetto fuori la neozelandese e la tedesca. Erano senza parole.
Stralunate. Piangevano. Volevano prendere il treno che le avevano consigliato.
Davano un po' di matto. Le ho convinte e seguirmi. Ci siamo incamminati. Abbiamo
trovato il centro sociale Immensa che prima non conoscevamo. Abbiamo saputo di
Carlo. E poi ora dopo ora e nelle settimane successive abbiamo saputo che a
quelli dopo di noi è andata molto peggio. Dentro e fuori. Nel corpo e nell'idelebile
ferita della tortura. Oggi. Dopo sette anni. Dopo il libro bianco, la
controinformazione, i processi, posso dire che a me non frega niente che il
bastardo che menava me, che spezzava altre dita, che strappava piercing, che
minacciava stupri e così via, finisca in galera. Non è quello che voglio.
Almeno io. Ma vorrei sapere, invece, perché fa ancora il suo mestiere. Perché
è "forza dell'ordine". Quegli uomini dello Stato italiano non devono
più operare in nome della Costituzione. E' il minimo che si possa chiedere a
quel che si chiama Stato di diritto (se c'è). Le condanne ci saranno, forse. I
reati saranno prescritti, l'unica certezza. E la tortura non è un reato
specifico nel nostro paese. Per carità, ratifichiamo al più presto la
convenzione internazionale e facciomo una legge. Visto che ce n'è bisogno. Come
ben venga la Commissione d'inchiesta abortita in questi anni grazie a chi oggi
si scandalizza. Ma dopo sette anni, a chi non c'era. A chi si è tirato indietro
lasciandoci più soli. A chi non ha alzato voce ed ha aspettato mesi se non anni
per scoprire quello che abbiamo vissuto e ora vuole anche parlare per tutti, a
loro, al Pd, a Walter Veltroni dico di fare l'unico passo possibile: impegnatevi
perché non possano più nuocere i nazisti che abbiamo incontrato a Bolzaneto,
in Questura e per le strade di Genova. Noi li abbiamo incontrati. Abbiamo
respirato il loro fiato. Godevano a umiliare e picchiare donne e uomini. Non lo
pensavamo possibile. Ma l'abbiamo vissuto. Voi che non ci avete creduto per
tutti questi anni. Adesso chiedete almeno che questi "uomini di Stato"
non possano più commettere soprusi in suo nome, che vengano giudicati
politicamente indegni della Costituzione. E con loro, i loro superiori. Perché
ci fu chi picchiò. E chi ordinò. E pure chi si girò dall'altra parte. E'
così difficile dirlo?
21/03/2008
nota: Ricordo solo a bernocchi che le torture sono una costante nel nostro paese, quando le classi dominanti si sentono prese alla gola reagiscono mostrando il vero volto della dittatura democratica, ricordate i nocs del commissario genova addestrati dagli istruttori cileni, le torture, le esecuzioni extragiudiziali durante i cosiddetti anni di piombo ... ed i somali con gli elettrodi ai testicoli, ben prima di Abu Grahib, applicati dai nostri bravi caporali in ossequio agli ordini del governo di centrosinistra?

QUESTA VOLTA NO - votare e' una cosa seria - astieniti?
FIRMA L'APPELLO! # SCRIVI A: <mi-astengo@tiscali.it>
Assemblea nazionale autoconvocata - Domenica 30 marzo, ore 10,00 ROMA - CSIOA VILLAGGIO GLOBALE (lungotevere Testaccio)
premessa
Le ragioni dell'astensione
Il 13 aprile non voteremo, non ci piegheremo ad alcun ricatto, diremo no ad elezioni truffa che preparano la legislatura dell'americanizzazione integrale del sistema politico italiano. Una legislatura i cui contenuti essenziali sono già tracciati dall'intesa Veltroni-Berlusconi, un'intesa coperta a sinistra dall'arlecchinesco arcobaleno di Bertinotti. Come ben si capisce dal testo dell'appello il nostro non è un astensionismo ideologico, astorico e decontestualizzato. Al contrario, quel che proponiamo è un astensionismo politico che trova le sue ragioni fondanti nell'attuale tornante della storia del nostro paese. Per quanto la casta di regime - sia essa di "centro", di "sinistra" oppure di "destra" - si sforzi per dare dignità ad un finto dibattito politico, ampi settori popolari hanno già capito l'essenziale: queste elezioni sono una truffa. Un imbroglio antidemocratico che impedisce ogni vera scelta, perché le vere scelte sono state già fatte e verranno imposte al paese qualunque sia il risultato. Il rapporto di sudditanza con gli Usa si rinsalderà, insieme alla disponibilità a nuove avventure militari se Washington lo chiederà. Gli interessi delle oligarchie finanziarie saranno la preoccupazione condivisa del nuovo mostro bipartitico, mentre i privilegi del ceto politico saranno ancor più tutelati. La costituzione che prenderà forma sarà apertamente fondata sull'impresa, non più sul lavoro; mentre il sistema istituzionale (legge elettorale inclusa) verrà sempre più piegato alle esigenze delle classi dominanti, verso nuove forme di totalitarismo che includono ma non si esauriscono nel presidenzialismo. Questa è la Terza repubblica di cui già parlano, frutto velenoso dell'imbarbarimento sociale, prodotto garantito di queste elezioni truffa.
Come rispondere a questo scenario? In teoria ci sono tre possibilità: il menopeggismo, l'identitarismo, il rifiuto. Il menopeggismo (rifondarolo e non solo) è l'ideologia che più ha prodotto danni, dato che il meno peggio prepara sempre il peggio. L'identitarismo di chi pensa che basti avere una falce e martello sulla scheda elettorale (Sinistra Critica, Pcl, ecc.) è comprensibile ma del tutto inefficace. Resta il rifiuto ed è questa la scelta che proponiamo. Una scelta etica e politica. Ma il rifiuto, cioè l'astensione, non è fuga. Al contrario, esso vuol essere la premessa di una lotta più ampia che potrà svilupparsi solo a condizione di una rottura totale con l'indecente casta che chiederà il voto il 13 aprile. A volte il voto più forte è quello non dato. A noi sembra che questa volta sia proprio così.
QUESTA VOLTA NO
Quelle del 13 aprile non saranno elezioni di ordinaria amministrazione. Esse potrebbero avere conseguenze di portata storica. Le stesse oligarchie che seppellirono la prima Repubblica, sprofondata la seconda nei miasmi delle loro meschine lotte di potere, hanno deciso di fondarne una terza.
I due partiti di plastica, quello di Veltroni e quello di Berlusconi (forti dell'inopinato sostegno del neonato ectoplasma di Bertinotti che ha assunto il ruolo di garante di questo imbroglio) chiedono di cambiare le "regole del gioco", nascondendo ai cittadini quali siano il gioco e la posta in palio. Il gioco consiste nell'adottare un modello istituzionale di tipo americano, ovvero una monarchia elettiva fondata su di un bipartitismo coatto più o meno perfetto. La posta in palio, già deciso quali siano i due monarchi, è a chi dei due debba spettare il trono.
Chiunque si piazzerà per primo ricorrerà infatti all'appoggio del secondo classificato (e all'avallo delle due forze di complemento, quella di Bertinotti per il PD e quella di Casini per il PdL),per fare a pezzi la Costituzione, atto obbligato per passare dalla democrazia parlamentare ad un regime presidenzialista autoritario. Da un sistema in cui la sovranità, almeno legalmente, spetta al popolo, vogliono condurci ad un altro in cui essa sarà appannaggio di ristrette oligarchie che trasformeranno i governi in docili comitati d'affari dei grandi oligopoli capitalistici, e le assemblee elettive in bivacchi schiacciati dagli stivali dell'Esecutivo.
Un sistema oligarchico che farà della democrazia una finzione procedurale, trasformando i cittadini in sudditi, non può essere altrimenti considerato che una dittatura mascherata.
Sappiamo bene che questa tendenza non riguarda solo l'Italia, che essa riguarda tutta l'Europa. Le classi dominanti europee, da sempre prigioniere della supremazia nordamericana, hanno infatti abbracciato il disegno imperialistico di Washington, disegno che fa dell'Alleanza atlantica la punta di lancia della "guerra permanente e infinita" con la quale imporre al mondo le proprie ambizioni imperiali. Alla guerra permanente contro ogni popolo e nazione recalcitranti corrisponde, entro i confini del blocco imperiale, la necessità di una pace interna cimiteriale, la prevenzione e la soppressione d'ogni conflitto sociale e politico, la violazione dei diritti fondamentali delle persone. La maniacale ricerca di leggi elettorali truffa, la sacralizzazione del principio della governabilità, vanno infatti di pari passo con l'adozione di leggi lesive delle libertà individuali e collettive, il tutto accompagnato da accanite campagne securitarie razziste e xenofobe. Non si tratta solo del presidenzialismo, ma del passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di Polizia.
Quando la società italiana pulsava, quando la democrazia viveva della partecipazione diretta dei cittadini, questo mutamento sarebbe potuto avvenire solo con un "colpo di stato" -minaccia che è infatti gravata sul nostro paese, dal Piano Solo del 1964, a quello della P2 di Licio Gelli negli anni '70-'80.
Oggigiorno, già disarticolate le istituzioni repubblicane, neutralizzate le forze antagonistiche, trasformati i cittadini in tele-spettatori/consumatori inebetiti, questo golpe può essere perpetrato in maniera incruenta, grazie ad una competizione elettorale manipolata con ciniche strategie di marketing dai padroni delle TV e dei mass media.
In questo contesto, davanti ad elezioni il cui risultato è già sancito in anticipo, l'astensionismo di massa è la sola risposta che abbia valore etico e senso politico.
Questa volta no, non ci "tureremo il naso", non accetteremo il ricatto di chi, dopo aver scelto il ruolo di comprimario e di complice di un crimine, vorrebbe il nostro voto accreditandosi come innocente. Né riteniamo abbia senso politico presentare liste alternative. Esse, oltre a non aver alcuna possibilità di successo, svolgerebbero, loro malgrado, la funzione di comparsa della messa in scena elettorale.
Chiamiamo quanti condividono quest'appello non solo a sottoscriverlo, non solo a diffonderlo, ma ad attivarsi in una campagna astensionista di massa allo scopo di contrastare la nascita di quella che chiamano "Terza Repubblica". Una campagna che sola può gettare le premesse per un'opposizione politica futura, intransigente e a tutto campo, non solo contro la svolta autoritaria e per salvare lo Stato di diritto, ma anche per rilanciare la lotta per affermare i principi di eguaglianza sociale, libertà politica e fratellanza umana, principi che restano i soli per costruire un'alternativa di sistema.
Ci impegniamo altresì a convocare una grande assemblea unitaria nazionale affinché l'opzione astensionista e antagonista abbia una dimensione di massa.
Se sottoscrivi questo appello scrivi a: <mi-astengo@tiscali.it>
Primi firmatari:
Franco Alunni - Roma Adolfo Amoroso - Roma Maria Grazia Ardizzone - Perugia Rosario Attanasio - Lecce Anna Paola Azzi - Lucca Marino Badiale - Genova Giorgio Becchetti - Assisi Graziano Bianchi - Lucca Giulio Bonali - Piacenza Bono Luciano - Milano Paola Bonoconto - Roma Massimo Bontempelli - Pisa Luciano Bronzi - Potenza Roberto Bugliani - La Spezia Francesco Cardinali - Foligno Daniela Ceccaroni - Perugia Ino Cecchinelli - La Spezia Giovanni Cenci - Perugia Angela Cocco - Roma Maria Grazia Da Costa - Lucca Laura Dalle Molle - Vicenza Tusio De Iulis - Pescara Riccardo Di Vito - Roma Franco Ferro - Firenze Nadia Ferro - Firenze Maurizio Fratta - Perugia Ugo Giannangeli - Milano Alessandro Giornalista - Roma Andrea Giulietti - Roma Maria Ingrosso - Lecce Silvia Irti - Roma Gianfranco La Grassa - Treviso Gianluigi Maddalena - Vicenza Luca Maddalena - Vicenza Michela Maffezzoni - Cremona Miguel Martinez - Firenze Daniela Marzi - Siena Enrico Mascelloni - Spoleto Leonardo Mazzei - Lucca Patrizia Mazzei - Lucca Luca Minghinelli - Lucca Miozzi Erika - Bologna Rodolfo Monacelli - Roma Fabio Montagnani - Siena Massimiliano Montesi - Foligno Alessia Monteverdi - Foligno Ramona Monti - Lucca Virginio Monti - Lucca Mauro Moretti - Lucca Maurizio Neri - Roma Alice Paccagnella - Padova Vittorio Paiotta - Pisa Moreno Pasquinelli - Foligno Giuseppe Pelazza - Milano Anika Persiani - Firenze Gianni Petrosillo - Potenza Paolo Pioppi - Amelia Fabio Polichetti - Roma Costanzo Preve - Torino Valeria Proia - Roma Mary Rizzo - Ascoli Piceno Gabriele Roberto - Roma Antonio Savini - Roma Daniele Sello - Perugia Enrico Sodacci - Perugia Sergio Spina - Imperia Sergio Starace - Lecce Federico Stella - Roma Giovanni Teti - Perugia Marcello Teti - Perugia Mauro Tozzato - Treviso Luca Travaglini - Chieti Giuseppe Vaccaro - Perugia Irma Vari - Roma

Il Decreto "Milleproroghe di guerra" Rete nazionale Disarmiamoli!
Legge prepensionamento per i familiari dei
disabili gravissimi?
Inammissibile
Finanziamenti per la sicurezza nei posti dei
lavoro?
Inammissibile
Riqualificazione dei salari?
Inammissibile
Tesoretto?
Desaparecido!
Di seguito ciò che è stato considerato "AMMISSIBILE" dal defunto (?) governo Prodi, delegato a ratificare provvedimenti indigesti per la "nuova classe politica" impegnata in campagna elettorale.
http://www.camera.it/_dati/leg15/lavori/stampati/pdf/15PDL0037710.pdf
E` autorizzata, a decorrere dal 1° gennaio 2008 e fino al 30 settembre 2008, la spesa di euro 279.099.588 per la proroga della partecipazione del contingente militare italiano alla missione delle Nazioni Unite in Libano, denominata United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), di cui all'articolo 3, comma 1, del decreto-legge 31gennaio 2007, n.4, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 marzo 2007, n. 38, e di euro 18.107.529 per l'impiego del gruppo navale European Maritime Force (EUROMARFOR) nella componente navale della missione UNIFIL.
2. E` autorizzata, a decorrere dal 1° gennaio 2008 e fino al 31 dicembre 2008, la spesa di euro 337.695.621 per la proroga della partecipazione di personale militare alle missioni in Afghanistan, denominate International Security Assistance Force (ISAF),
10. E` autorizzata, a decorrere dal 1° gennaio 2008 e fino al 31 dicembre 2008, la spesa di euro 8.157.721 per la proroga della partecipazione di personale militare impiegato in Iraq in attivita` di consulenza, formazione e addestramento delle Forze armate e di polizia irachene.
A pagina 21 (Atti Parlamentari - 313 - Camera dei Deputati - 3395 XV LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI – DOCUMENTI) si parla di una copertura di oltre un miliardo http://www.camera.it/_dati/leg15/lavori/stampati/pdf/15PDL0037710.pdf per la realizzazione di interventi di cooperazione in Afghanistan, Iraq, Libano, Sudan e Somalia, destinati ad assicurare il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e il sostegno alla ricostruzione civile, e` autorizzata, per l'anno 2008, la spesa di euro 94.000.000
Le ultime risorse solo per le famose politiche di "peacekeeping", rodate dall'Italia nel 1999 in Yugoslavia. I miglioramenti per le popolazioni civili emergono ora, con la secessione del Kosovo e l'apertura di un nuovo, pericolosissimo fronte di tensione.
La Rete nazionale Disarmiamoli!
www.disarmiamoli.org info@disarmiamoli.org <mailto:info%40disarmiamoli.org>
3381028120 3384014989

Boicottaggio della Fiera del Libro di Torino
Questo intervento in merito al boicottaggio della Fiera del Libro di Torino è stato richiesto nella prima metà del mese di febbraio da "La Stampa" a Tariq Ramadan, per dargli modo di esprimere compiutamente le sue posizioni e rispondere alle violente accuse che gli erano state rivolte distorcendo le sue posizioni e il senso del suo appello.
Dopo un'attesa di quasi due settimane il quotidiano torinese ha proposto a Ramadan la pubblicazione di una versione pesantemente tagliata e in sostanza non consona all'articolazione del suo discorso.Il professor Ramadan ha respinto tale riduzione e diffuso il testo integrale del suo intervento.
Basta alle strumentalizzazioni, apriamo il vero dibattito.
Da giorni e settimane i media si sono mobilitati, e talvolta scatenati, intorno alla questione del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino che celebra Israele in occasione del suo sessantesimo anniversario. Abbiamo ascoltato di tutto, controverità, falsità e dichiarazioni che hanno seminato la confusione sui termini del dibattito e sulle rispettive posizioni. E' importante incominciare a chiarire che cosa ho davvero detto e le posizioni che ho preso nelle ultime settimane.Non sono stato io a lanciare l'appello al boicottaggio della Fiera e quando sono stato interpellato da un giornalista dell'agenzia ATIC, ho effettivamente appoggiato l'iniziativa affermando che questa celebrazione era inopportuna e provocatoria, che il silenzio della comunità internazionale di fronte alle sofferenze dei palestinesi era insopportabile e che non si poteva accettare qualsiasi cosa dallo stato di Israele (non ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo stato di Israele": è stata una cattiva traduzione dall'arabo compiuta dall'agenzia ATIC che ha riconosciuto l'errore).
Boicottare non significa assolutamente negare l'esistenza di Israele : io non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla politica d'occupazione e alle campagne repressive e disumane messe in atto dai vari governi israeliani. Ho combattuto e continuerò a combattere l'antisemitismo e ogni forma di razzismo, non mi stanco mai di partecipare ai circoli di riflessione su queste questioni e ai dibattiti ebraico-musulmani, ma non accetto il ricatto al quale ci sottomettono politici, intellettuali e alcuni media. Confondere la critica allo stato di Israele e alla sua politica con l'antisemitismo è un'impostura intellettualmente disonesta. E' un'offesa alla coscienza umana e alla dignità dei palestinesi: significa mettersi ciecamente e con arroganza dalla parte dei più forti considerando che la vita dei più deboli non vale nulla e può essere sacrificata in nome del calcolo politico.
La celebrazione di uno Stato e del suo sessantesimo anniversario – a meno che non ci consideriate degli imbecilli – è un gesto eminentemente politico ed è questo che noi boicottiamo. Non si tratta di negare la libertà d'espressione o la cultura degli scrittori e degli artisti. Gli inviti che sono stati loro rivolti sono benvenuti e io stesso ho sempre partecipato a questi dibattiti (anche se è interessante interrogarsi su questa strana dimenticanza: l'assenza di inviti agli autori israeliani arabi, cristiani o musulmani: che idea hanno gli organizzatori della Fiera della composizione della cittadinanza nella società israeliana?)
E infine è stato detto che il mio appoggio al boicottaggio aveva il valore di una fatwa ! Non contenti di aver deformato la mia posizione e le mie dichiarazioni sono andati oltre con l'intenzione di spaventare utilizzando la parola "FATWA" che ricorda la triste storia del tentativo di far tacere Salman Rushdie. A parte il fatto che io ho condannato fin dall'inizio la fatwa contro Rushdie, bisogna dire con chiarezza che il mio appoggio al boicottaggio non è assolutamente un pronunciamento religioso né un provvedimento della legge islamica. Che ignoranza, che strumentalizzazione! Essendo privi di argomenti, i miei avversari mi vogliono demonizzare: "Tariq Ramadan è antisemita e ha lanciato una fatwa!". Un'affermazione del genere è vergognosa e falsa, indegna di persone che dicono di voler rispettare la cultura e il dialogo. E su questo non voglio aggiungere altro.
Se gli organizzatori della Fiera di Torino volevano aprire un dialogo e dei veri dibattiti tra gli autori e gli scrittori israeliani, palestinesi o più apertamente ancora arabi, non avrebbero dovuto imporre un quadro che altera la natura stessa di questi incontri. E invece tutto quanto non può che essere preso per una provocazione, ragione per la quale io penso che la scelta di Israele come invitato d'onore e del quale si celebra l'anniversario nel momento in cui il popolo palestinese muore a Gaza a causa della politica israeliana è come minimo una gaffe e nei fatti un errore. Questa scelta che si definisce "culturale" riflette esattamente la posizione politica di oggi dell'Europa e dell'occidente: si celebra Israele, si continua ad attizzare la confusione tra critica politica e antisemitismo e soprattutto si tace sull'indegna sofferenza dei palestinesi. Questa scelta "culturale" fa l'eco al "silenzio politico" contribuendo a deviare la questione come sanno fare bene i ciechi sostenitori dello Stato di Israele: lanciamo dei dibattiti "culturali" e facciamo finta di non accorgerci che in questo modo giustifichiamo il "silenzio politico"! Questo uso della cultura è politico e, lo ripeto, bisogna che smettano di prenderci per degli imbecilli.E allora, voglio porre una semplice domanda, nel momento in cui l'Iran è lo spauracchio della scena politica internazionale e il bersaglio preferito della bellicosa amministrazione Bush. Gli organizzatori della Fiera sarebbero arrivati fino al punto di invitare l'Iran affermando che si trattava di un incontro strettamente culturale e che i veri invitati sono gli autori e non lo Stato? No, è evidente. Con questo non intendiamo proporre agli organizzatori di invitare l'Iran, ma soltanto a riconoscere il carattere politico del loro invito! Noi opponiamo loro lo strumento del boicottaggio che manifesta chiaramente il rifiuto della violenza ed è – in realtà – l'accettazione del dialogo! Che altri mezzi abbiamo noi? Ho detto e ripetuto che è il nostro silenzio sulla scena internazionale una delle cause della violenza in Medio Oriente: il boicottaggio è uno degli strumenti pacifici per rompere il silenzio, eppure ecco che subito ci viene risposto con una incredibile violenza verbale e moltiplicando le menzogne. Gli intransigenti chiusi al dialogo non sono quelli che si pensa.
Ho molto apprezzato che il direttore della Fiera Ernesto Ferrero e il presidente Rolando Picchioni mi abbiano indirizzato un appello al dialogo in una lettera aperta. Noi siamo in disaccordo sul senso da dare a questa celebrazione e sulla sua portata politica. Mi viene chiesto di riconoscere la sua dimensione culturale: la mia posizione, secondo loro, equivarrebbe a impedire la libertà di espressione degli scrittori e degli autori israeliani. I due firmatari della lettera mi ricordano che io stesso sono stato invitato alla Fiera e che dunque la mia posizione sarebbe paradossale. Effettivamente io sono stato invitato alla Fiera e ne ho apprezzato l'apertura di spirito e lo spazio del dibattito. L'ho riconosciuto e lo riconosco ancora oggi con forza e con rispetto. Ma ora voglio precisare che avrei partecipato senza alcuna esitazione a dei panels di discussione e di dibattito con autori israeliani su questioni letterarie o filosofiche o ancora, per esempio, sul senso e il diritto di criticare Israele. Sarei stato il primo a rispondere a questo invito e a incoraggiare gli autori arabi, palestinesi, cristiani e musulmani a parteciparvi. Ma una cosa è la libertà di espressione e il dibattito intellettuale in uno spazio libero (come dovrebbe essere la Fiera di Torino) e altra cosa è organizzarlo mentre si festeggia l'anniversario di uno Stato che non rispetta le risoluzioni dell'Onu, pratica gli assassini politici mirati e affama un intero popolo. Mi impegnerei con tutto il cuore in liberi dibattiti, critici e aperti, alla Fiera di Torino o altrove, ma con tutta la forza della mia intelligenza e della mia coscienza mi opporrò alla strumentalizzazione e ai silenzi politici quando alcuni festeggiano e altri muoiono in silenzio e senza dignità.
Tariq Ramadan
Professore presso l'Università di Oxford e la Erasmus University

INDIANI D’AMERICA E BRIGANTI MERIDIONALI
Premessa
Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni e delle valutazioni storiche, a maggior ragione nell’ambito dell’insegnamento della storia, sarebbe opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, enfatici e dogmatici, per adottare un approccio possibilmente critico e problematico verso le questioni, i personaggi e i processi storici sottoposti allo studio e all’attenzione degli alunni.
Faccio tale puntualizzazione per far comprendere chiaramente il mio punto di vista rispetto alla materia. In classe non bisogna mai cercare di plagiare o manipolare le fragili menti (sempre aperte e ricettive) dei ragazzi, ma occorre assumere una posizione il più possibile lucida, serena e distaccata, per abituare le nuove generazioni ad esercitare l’arte benefica del dubbio e della critica. Una dote che in genere manca alle menti già formate, quindi chiuse e poco ricettive, degli adulti.
Questo è il compito precipuo delle istituzioni educative che concorrono alla formazione del libero cittadino, per mettere l’individuo in condizione di esprimere autonomamente i propri giudizi e compiere le proprie scelte. La scuola assume un ruolo che è ancora centrale e privilegiato in questa opera educativa, malgrado le enormi pressioni e la spietata concorrenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa, a cominciare dalla televisione e da Internet. Le cui potenzialità espressive, comunicative ed informative devono essere abilmente e sapientemente sfruttate dagli insegnanti.
Il Giorno della Memoria
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che in tal modo ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come data per la commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e dell'Olocausto. La scelta del giorno intende rievocare il 27 gennaio 1945 quando le truppe dell'Armata Rossa giunsero ad Auschwitz, scoprendo il famigerato campo di concentramento, rivelando al mondo intero l'orrore del genocidio nazista. Il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo Ebreo, è celebrato il 27 gennaio anche da altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005. Il termine olocausto (dal greco holos "completo" e kaustos "rogo" come nelle offerte sacrificali) venne introdotto alla fine del XX secolo per indicare il tentativo compiuto dalla Germania nazista di sterminare tutti quei gruppi di persone ritenuti "indesiderabili": Ebrei ed altre etnie come Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, disabili e malati di mente, Testimoni di Geova, russi, polacchi ed altre popolazioni slave. Il termine Shoah, che in lingua ebraica significa "distruzione" (o "desolazione", o "calamità", con il senso di una sciagura improvvisa e inaspettata), è un altro vocabolo usato per definire l'Olocausto. Molti Rom adoperano la parola Porajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») per designare lo sterminio nazista. Aggiungendo agli Ebrei questi gruppi di persone il numero di vittime causate dal regime nazista è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni di prigionieri di guerra. Oggi il termine “olocausto” viene impiegato anche per indicare altri casi di genocidio, avvenuti prima e dopo la seconda guerra mondiale, o più in generale, per designare qualsiasi strage volontaria e pianificata di vite umane, come quella che potrebbe risultare da un conflitto atomico, da cui deriva l'espressione "olocausto nucleare". Il termine olocausto viene talvolta adoperato per descrivere altri esempi di genocidio, specialmente quello armeno e quello ellenico che portò all'uccisione di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923.
Pellerossa e Meridionali
Con questo articolo vorrei rievocare la memoria di altre terribili esperienze storiche in cui sono stati consumati veri e propri eccidi di massa, troppo spesso dimenticati o ignorati dalla storiografia e dai mass-media ufficiali. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e ai massacri perpetrati a danno dei “Pellerossa” del Sud Italia, vale a dire i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo nel 1492, quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù e in circa 300 famiglie linguistiche. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, praticarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente e drasticamente rischiando l’estinzione totale. I cacciatori bianchi contribuirono così allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce ed altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu operata soprattutto dall’esercito statunitense che pur di espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi i Pellerossa non formano più una nazione, sono stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.
Un destino simile, anche se in momenti e con dinamiche diverse , accomuna i Pellerossa d'America e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, vennero trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini e anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi ad asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa. Nessuno venne in nostro soccorso. Soltanto alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all'ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che invece era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe così inizio la rivolta dei Briganti Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a scapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false e ingannevoli promesse concesse dal pirata massone e mercenario Giuseppe Garibaldi. Contrariamente ad altre interpretazioni storico-meridionaliste, non intendo equiparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale alla Resistenza partigiana del 1943-45.
Per vari motivi, anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una guerra di conquista violenta e sanguinosa (come è stata del resto anche la guerra tra fascisti e antifascisti), ma che ha avuto una durata molto più lunga (un intero decennio) dal 1860 al 1870. Una guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi, massacri di massa in cui sono stati trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra che si è conclusa tragicamente dando inizio al fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali. Un esodo di proporzioni bibliche, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi e presenti nel mondo ad ogni latitudine, in ogni angolo del pianeta, hanno messo radici ovunque, facendo la fortuna di numerose nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Australia, eccetera. Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e della brutale repressione subita dal popolo meridionale, con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto da suggerire sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute proprio nello stesso periodo storico, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre feroci e sanguinose che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi nordamericani. Un genocidio troppo spesso ignorato e dimenticato, come quello a danno delle popolazioni dell’Italia meridionale.
Nel contempo condivido in parte il giudizio (forse troppo perentorio) rispetto al carattere anacronistico, retrivo e antiprogressista, delle ragioni politiche, storiche, sociali, che stanno alla base della strenua lotta combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è (quasi) sempre reazionario. Tuttavia, inviterei ad approfondire meglio le motivazioni e le spinte ideali che hanno animato la resistenza e la lotta di numerosi briganti contro i Piemontesi invasori. Non voglio annoiare i lettori con le cifre relative ai numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due Sicilie in vasti ambiti dell’economia, della sanità, dell’istruzione eccetera, né intendo in tal modo esternare sciocchi sentimenti di inutile nostalgia rispetto ad una società arcaica, di stampo dispotico e aristocratico-feudale, ossia ad un passato che fu prevalentemente di barbarie e oscurantismo, di ingiustizia ed oppressione, di sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Meridione. Ma un dato è certo e inoppugnabile: la monarchia sabauda era molto più retriva, molto più rozza, ignorante e dispotica, meno illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era indubbiamente molto più ricco, avanzato e sviluppato del Regno dei Savoia, tant’è vero che esso rappresentava un boccone assai invitante ed appetibile per tutte le maggiori potenze europee, Inghilterra e Francia in testa. Tuttavia, questo è un argomento vasto e complesso che richiederebbe un approfondimento adeguato.
Infine, concludo con una breve chiosa a proposito della tesi circa le presunte spinte progressiste incarnate dai processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi abbiano garantito un reale, autentico progresso sociale, morale e civile, ma hanno favorito e generato quasi esclusivamente uno sviluppo prettamente economico. Voglio dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o addirittura globale, non coincide affatto con l’unificazione e con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali.
Ovviamente, le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare a raggiungere il secondo traguardo.
Lucio Garofalo
***
Ricordate il DODECALOGO?
In un triste giorno di Quaresima dell'anno Duemilasette, sul monte Citorio, dio (alias la Curia vaticana) dettò a Mosè (alias Prodi bis-chero) i 12 comandamenti da impartire agli it-alieni. Vediamo quali erano nel dettaglio i 12 precetti neodemocristiani.
Io sono il tuo governo sovrano:
1) Non avrai altro governo al di fuori del bis-chero (tranne un esecutivo di coalizione neocentrista-piduista, vale a dire all’insegna della “Grande abbuffata moderata” o “Grande ammucchiata” di stampo massonico-mafioso).
2) Non nominare invano i DI.CO o i Pacs (ma neanche i fax, né i Thugs, i Flinstones, gli Adams e tanto meno i Simpson).
3) Ricordati di santificare le Ceneri (e di bruciare gli eretici e le streghe).
4) Onora Andreotti, Cossiga e Pininfarina (i veri padri della Patria democristiana).
5) Non uccidere i ricchi, ma soltanto i poveracci (vedi le stragi e gli stillicidi sul lavoro).
6) Non fornicare con Mastella e Formigoni (ma nemmeno con Bindi, Moratti e Binetti).
7) Non derubare i padroni, ma soltanto gli operai (come la Democrazia Cristiana e i suoi degni eredi insegnano).
8) Non dire falsa testimonianza, ma nemmeno la verità (Andreotti docet).
9) Non desiderare la nostra poltrona.
10) Non desiderare il nostro stipendio.
11) Non desiderare la nostra pensione.
12) Non desiderare soprattutto la nostra caduta anticipata (altrimenti perdiamo il diritto alla pensione).
Amen (una montagna di risate li seppellirà!)
I NUOVI DEMO(ni)CRISTIANI
I nostri ineffabili governanti, non solo ci mancano continuamente di rispetto offendendo la nostra intelligenza, ma violano il mandato elettorale che gli abbiamo conferito (ma quando ci toglieremo il brutto vizio di andare a votare?) contravvenendo ad un patto siglato con chi li ha deputati in Parlamento. Ormai è fin troppo chiaro che questi nuovi democristiani ci hanno elegantemente raggirato, sfruttando il nostro voto solo per scalare il potere, facendoci credere di salvare l'Italia e la povera democrazia italica dall'insidia costituita dal "cavaliere nero", che non è Zorro, il giustiziere dei poveri, bensì un bandito mascherato che vive ad Arcore e fa il giustiziere dei ricchi, ma soprattutto difende e persegue i propri interessi di arci-multimiliardario. Non certo in funzione antiberlusconiana, ma in chiave antioperaia ed anticomunista va interpretata la caduta e la (finta) crisi del governo Prodi, avvenuta il giorno delle Ceneri, data di inizio della Quaresima, nell’anno del Signore Duemilasette. Per avere totalmente mano libera si sono inventati una grottesca crisi governativa, servita in realtà a camuffare e propiziare un golpe istituzionale (una sorta di blando e piccolo Termidoro italico), un "dolce regalo" che ha consentito di rapinare (ancora una volta) i lavoratori italiani: il Dodecalogo neodemocristiano che ha causato altri lutti e altre sciagure, altri scippi ed espropri di massa legalizzati, altre "missioni di pace", altre nefandezze ed infamie, altre imboscate e altri inganni a scapito della classe operaia it-aliena, in barba alla tanto amata e bistrattata Carta costituzionale. Diamo definitivamente addio agli articoli 1, 2, 3, 4, 7, 11, … della nostra Costituzione. Basta leggerli con un minimo di attenzione per capire quanto sia inapplicata e disattesa (da sempre, cioè da quando fu promulgata) la Costituzione repubblicana del 1948. Infatti, nei 12 punti della "svolta neodemocristiana" non si faceva più menzione dei DI.CO., quei ridicoli ed innocui (eppure assai invisi alle gerarchie vaticane) surrogati dei PACS, non si ravvisava più alcuna attenzione e sensibilità verso le gravi emergenze sociali che affliggono il Paese, in primis la precarietà del lavoro, ma venivano formulate poche enunciazioni assai vaghe e generiche, facilmente rinnegabili, nel senso che non significavano nulla di concreto, ma soprattutto nulla di sinistra! Infine, gli ultimi due punti (11 e 12) del suddetto Dodecalogo, erano invece più netti e precisi, perciò più pericolosi, in quanto sancivano l’istituzione, in forma surrettizia ed anticostituzionale, di quel super-premierato che il bandito Berlusconi ha cercato invano di costruire in Italia. Ci voleva un governo sedicente di centro-“sinistro” per riuscire nell’impresa, che aveva il sapore di un vero "golpe istituzionale", seppure attuato in maniera soffice e, apparentemente, indolore. Purtroppo per noi, per la fragile e incompiuta democrazia italiota. Nemmeno il bandito di Arcore era riuscito a fare tanto, cioè a realizzare una simile porcata anticostituzionale. In seguito venne il V-DAY AFTER e tutti i potenti vissero felici e contenti. Infine, giunse Madre Mastella da Ceppaloni a rovesciare il governo e sancire un'ulteriore svolta a destra...
Lucio Garofalo

UN MONDO IN FASE DI TRANSIZIONE
Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di trapasso caotico verso un mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o peggiore di quello esistente. Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti e isolati del pianeta, provengono segnali che inducono a pensare che stiamo vivendo una fase storica di transizione verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti categorie politiche, filosofiche, etiche e spirituali, potrebbero essere rovesciate, quantomeno di senso. Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di carattere (ottusamente) protestatario rischia di invertirsi nel suo valore opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si rovescia nel suo termine contrario, l’obbedienza. Il (falso) progresso nasconde in realtà un pericoloso regresso.
La verità copre la menzogna. E via discorrendo. A me pare che in questo discorso risuoni l’eco di “vecchie”, ma sempre attuali, riflessioni pasoliniane come quelle contenute negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”, pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita (nel 1975) Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia del suo tempo, “distrutta esattamente come l’Italia del 1945?, che per certi versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana. Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un inarrestabile degrado: “la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere; le distruzioni operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa “ansia di conformismo”; le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti.”
A conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società possono (purtroppo) regredire. Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (e non mi riferisco solo alle attuali vicende, ossia alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una ben peggiore spazzatura, di natura morale e politica? Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale (in Campania) e nazionale. Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come quello suggerito e proposto da Pasolini nelle “Lettere luterane”.
Il grande Processo (la maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo” ), e rivolto contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne…”.
Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo imperniato su tutto il mondo degli italiani del 1975 (e del 2008!). Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale e disumanizzante, insomma distruttiva. Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano — ossia simbolico, allegorico, letterario e immaginario — ad un Palazzo kafkiano (il Castello: un simbolo allegorico, letterario e immaginario). L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta-scandalo e in uno stile da poeta (iterazioni, anafore, iperboli), che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”
Mi domando cosa scriverebbe oggi lo “scandaloso” Pasolini contro gli scandali del nostro tempo, contro lo scandalo di un territorio sommerso ed infestato dagli scarti e dai veleni d’ogni genere, ma ancor più contro lo scandalo di un’immondizia ben più fetida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta e criminale d’Europa. Riflettendo sulle possibili tecniche da adottare per risolvere l’angosciante problema che turba un pò tutti (chi per un motivo chi per un altro, chi perché inquisito e sotto inchiesta, chi perché sepolto da cumuli di pattume, e via discorrendo) ho pensato che, se la raccolta differenziata è il metodo più intelligente, facile, ecologico ed economico per smaltire i rifiuti, la vera rivoluzione da compiere in futuro investe il modo stesso di produrre beni di consumo, ridimensionando il tenore di vita materiale vigente nelle società occidentali, eccessivamente consumistiche e distruttive. Ovvero attuando una drastica riduzione dell'opulenza e della produzione di immondizia, che in tal modo è più facile da recuperare e valorizzare in termini di materiale riciclabile.
Lucio Garofalo

Petizione popolare: Una Firma per Salvare la Casa del Popolo
La Casa del Popolo di Osimo "Riccardo Giulietti" è un monumento della classe operaia, un bene culturale e storico che, in quanto tale, deve essere tutelato e preservato dalla speculazione edilizia. Tale monumento non testimonia solamente la presenza di una classe sociale progressivamente organizzata e capace di costruire fondamentali spazi e percorsi di partecipazione e democrazia, ma rappresenta anche un simbolo di resistenza ed opposizione agli elementi di degrado che mettono in pericolo l'equilibrio politico e la vita stessa di tutta la comunità osimana e non solo. La politica del cemento ha profondamente trasformato la città di Osimo, modificando la territoriale costellazione delle frazioni, importanti e caratteristici nuclei residenziali e sociali immersi nella campagna osimana, e provocando un arrogante allargamento della città dormitorio, che ha causato una periferizzazione urbanistica, sociale e culturale. Alla scomparsa di estese zone verdi ed a destinazione agricola si è accompagnata una cementificazione selvaggia, caratterizzata da un lato da carenza strutturale di servizi e problemi di viabilità, dall'altro dalla precarizzazione della sicurezza del territorio. Ancor più grave è, tuttavia, il degrado morale che ha causato questa politica opportunistica, la quale ha associato allo sfruttamento insostenibile del territorio una corruzione diffusa delle relazioni politiche, economiche e sociali. La Casa del Popolo non può e non deve essere integrata in questa dinamica ma, al contrario, ne deve rappresentare l'opposizione, la resistenza e l'alternativa, rivivendo di nuovo la sua radicale ed originaria vocazione partigiana. Per questo ci opponiamo con forza alla sua demolizione ed al progetto di costruire, nel cuore del Parco della Rimembranza, l'ennesimo complesso residenziale, di cui la nostra comunità non ha alcun bisogno. Contestiamo la legittimità politica e la moralità di questa operazione, in quanto riteniamo che chi beneficia dell'onore della proprietà, del possesso e della gestione di un bene che è per sua natura "comune", deve assumere su di sé anche l'onere di garantirne la funzione, la fruibilità e, condizione necessaria a tutte le altre, l'esistenza. Chiediamo una svolta a partire da questo luogo, in questo preciso momento, da qui proponiamo la costruzione partecipata e responsabile di un progetto che ripensi il ruolo della Casa del Popolo nella nostra società, come luogo di ricomposizione di ciò che il capitalismo e l'opportunismo politico che genera tende a dividere. Da qui salviamo una casa dalla speculazione e poniamo un mattone per una città nuova. Giù le mani dalla Casa del Popolo, giù le mani da Osimo!
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Costituzione Comitato cittadino per la Casa del Popolo
In seguito all'occupazione simbolica della Casa del Popolo "Riccardo Giulietti" di Osimo del 26 dicembre 2007 e dell'immediata raccolta di centinaia di firme in sostegno dell'appello presentato nella stessa occasione si è costituito il Comitato per la difesa della Casa del Popolo la cui adesione è aperta a tutti i cittadini della zona sud di Ancona e non solo. Il suddetto Comitato si oppone alla demolizione di ciò che deve essere considerato un monumento storico della classe operaia osimana e non solo, ma coerentemente si affianca anche a tutte le altre realtà di movimento che si battono contro la speculazione edilizia che ha investito nel corso degli anni il nostro territorio, compreso il nuovo piano regolatore che prevede edificazioni per 40.000 residenti ed ha registrato le osservazioni contrarie della Provincia, ma è stato approvato grazie all'astensione di esponenti del Partito Democratico gravati da conflitto di interessi. Il Comitato propone di salvare la Casa del Popolo dalla speculazione edilizia e di inserire l'immobile all'interno di un nuovo progetto che ne rilanci l'originaria ragione sociale. Come sottolineato dall'Appello sul quale si costituisce il Comitato stesso il ruolo di uno "spazio comune" è quello di ricomporre le fratture che il capitale determina nel tessuto sociale, in primis le divisioni che gli interessi strettamente privati ed egoistici agiscono impedendo la formazione di coscienze e identità collettive, capaci di ripensare coerentemente ed efficacemente il ruolo sociale e politico delle donne e degli uomini, di agire le loro capacità progettuali e solidali, di recuperare i loro diritti ed i loro doveri. Non si può trasformare un luogo che incarna la vocazione a questo processo in un complesso di mini appartamenti, in ulteriore luogo di divisione anziché di comunione. Non è la sola materia che verrebbe demolita in questo caso, bensì lo spirito della Casa del Popolo, e ciò non può essere permesso. Quindi le fasi del percorso che il Comitato si dà sono due: prima di tutto impedire l'abbattimento dell'immobile, contemporaneamente lanciare un progetto di rilancio della Casa del Popolo come struttura viva di partecipazione democratica, sociale e culturale. Per rendere possibile questo progetto, in seguito alla costituzione del Comitato, ne proponiamo da subito l'allargamento a singoli, associazioni, professionisti, imprese ed artigiani che sono interessati alla sopravvivenza della struttura in continuità con la sua storica ragione sociale. Il Comitato è disponibile a raccogliere e coordinare, assumendosene la responsabilità nelle dovute forme, i contributi economici ed in natura, le donazioni e le prestazioni d'opera, volontarie e non, per gli indispensabili lavori di ristrutturazione dell'immobile e per la messa in sicurezza strutturale ed igienica del sito. A tal fine il Comitato è disponibile a costituire un'associazione ONLUS esclusivamente impegnata a dar vita a questo progetto, nell'interresse della difesa ambientale di un pezzo di Parco della Rimembranza e della tutela di un bene storico e culturale della città di Osimo, per l'esistenza e la resistenza dell'ultimo degli spazi sociali autonomi e senza scopo di lucro rimasti sul territorio. In questo modo si avrebbe un ente che trasparentemente potrebbe seguire ed indirizzare i necessari passaggi amministrativi, gestire i fondi necessari, organizzare il lavoro volontario e garantire la fruibilità della struttura ai cittadini ed alle associazioni interessate al progetto. Tale proposta ci sembra interessante in quanto, da un lato, garantirebbe la sopravvivenza e la fruizione sociale della Casa del Popolo, nonché la realizzazione di un progetto estremamente interessante, che andrebbe a beneficio di tutta la collettività; dall'altro, non metterebbe in discussione la legittima proprietà dell'immobile, che giuridicamente resterebbe della fondazione preposta alla gestione dei beni immobili degli ex Democratici di Sinistra. Mentre la fruibilità della struttura sarà garantita a tutte le realtà che ne avranno bisogno, l'usufrutto dell'immobile dovrà essere gestito, senza lucro privato, da quanti con denaro, tempo e lavoro saranno impegnati a dare continuità alla storia del movimento operaio, delle lotte sociali e politiche che hanno segnato il progresso della nostra società e che hanno attraversato anche mezzo secolo di vita della nostra città, storie e vite che non possono essere ridotte a speculazione edilizia a favore di chi, quelle storie e quelle vite, ha oggi tutto l'interesse ad archiviare.

PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO AMBIENTALE, STORICO E CULTURALE! CONTRO LA SPECULAZIONE DI QUALSIASI COLORE! DIFENDIAMO LA CASA DEL POPOLO, CONTRASTIAMO IL PIANO REGOLATORE!
La Casa del Popolo "Riccardo Giulietti", storica sede del Partito Comunista Italiano e monumento della classe operaia osimana, rappresenta un bene storico, sociale e culturale per tutta la città di Osimo e la sua svendita, la sua demolizione, a vantaggio dell'ennesima speculazione edilizia sul nostro territorio, rappresentano un danno grave al patrimonio politico, culturale e storico osimano e l'ennesima scelta antipopolare del neonato Partito democratico. Da più di cinquant'anni la Casa del Popolo è il luogo della militanza operaia e della partecipazione popolare, nel quale tutte le generazioni osimane che si sono riconosciute nella lotta per il progresso democratico, sociale e civile sono cresciute attraverso lo studio, il dialogo e l'impegno politico e militante.
Ha rappresentato molto di più della sede di un partito politico, è stato il luogo privilegiato dell'incontro sociale e della progettazione di un'alternativa politica possibile e necessaria. La Casa del Popolo ha dato asilo ai sogni dei giovani, alle prospettive dei lavoratori ed alle memorie dei pensionati osimani e non solo. Ha rappresentato la scena nella quale la storia degli operai e dei partigiani si è incontrata con quella delle giovani generazioni. La scelta di demolire un pezzo di storia condivisa a vantaggio di una speculazione edilizia privata, è grave e muove una preoccupazione di tipo urbanistico, contrasta con una ragione laicamente politica e, soprattutto, solleva una fondamentale questione morale. In primo luogo il piano di recupero approvato dal Consiglio Comunale di Osimo, che prevede la costruzione dell'ennesima palazzina privata ai danni di un luogo che ha assunto una rilevanza ed una funzione pubblica, ha significato l'elargizione di un favore tra ceti politici formalmente contrapposti.
In Consiglio Comunale nessuno, salvo Rifondazione Comunista, ha messo in dubbio l'opportunità urbanistica di procedere ad una cementificazione selvaggia di una zona verde del centro storico, adiacente al Parco della Rimembranza e circondata da altre case. Inoltre non sono state sufficienti le precauzioni in relazione alla sostenibilità strutturale dell'eventuale nuova opera, tenute in considerazioni le preoccupazioni sollevate a riguardo di una presunta instabilità geologica del territorio adiacente. Un colpaccio per il Partito democratico, che incassa subito un bel po' di soldi, e per l'Amministrazione Comunale, che riceve una legittimazione alla politica del cemento direttamente dall'opposizione.
A questo punto pensiamo che sarebbe giusta e necessaria la trasparente e pubblica comunicazione del costo dell'immobile e dell'identità degli acquirenti; se non altro, per evitare una nuova ed inopportuna cementificazione e studiare soluzioni alternative per la riqualificazione architettonica e sociale della struttura. Conseguenza di questa prima circostanza è la dubbia coerenza che gli ex Democratici di Sinistra manifestano nel loro concreto agire politico. Come si possono agire battaglie esemplari e condivisibili - ad esempio per quanto riguarda la permanenza della scuola elementare Bruno da Osimo e lo stadio comunale Diana - da un lato, e procedere, dall'altro, alla svendita ed allo smantellamento di un pezzo di storia condivisa della comunità osimana e della classe operaia in generale, con l'aggravante dell'esclusiva finalità di interesse privato?
Che senso ha, in un momento in cui l'Amministrazione Comunale sta sottraendo alla cittadinanza spazi fisici e politici di espressione democratica, luoghi usufruibili da parte di associazioni indipendenti dalla gabbia di potere delle liste del sindaco, demolire l'ultimo spazio sociale indipendente rimasto? Dove va a finire l'onestà di chi critica la speculazione edilizia solamente quando è frutto di guadagno altrui? Su tutte queste questioni è lo stesso elettorato del centro-sinistra che esigerà delle risposte adeguate. Infine, ciò che più ci indigna, è l'emergere di una gravissima ed irrisolta questione morale.
La Casa del Popolo è stata costruita volontariamente e gratuitamente dai lavoratori osimani e dai militanti comunisti, è grave che oggi, una fazione politica che a suo tempo se n'è assunta l'onore, ma anche l'onere, della proprietà e della gestione, si permetta di lucrare su ciò che non può essere impiegato a tale scopo. La storia del movimento operaio e comunista italiano è stata già troppe volte infangata da coloro che, passando attraverso le svolte politiche che dal Pds hanno portato al Pd, hanno accompagnato le abiure ideologiche con condotte disinvolte in materia di rapporti ambigui tra interessi pubblici ed interessi privati - basti citare la degenerazione delle cooperative rosse ed il caso Unipol, comprese le banche di Fassino e i sogni di D'Alema -.
La tendenza alla demolizione di elementi simbolici e storici del movimento operaio ha sempre, ed inevitabilmente, costituito la premessa necessaria di trasformazioni politiche e degenerazioni ideologiche che hanno inquinato la stessa etica dell'agire politico. Quindi ci appelliamo a tutte le Compagne ed a tutti i Compagni, alle cittadine ed ai cittadini osimani che, anche se non di sinistra, considerano la scomparsa della Casa del Popolo una profonda ferita inferta al patrimonio storico e culturale della nostra comunità, affinché facciano sentire la loro voce contro il provvedimento irresponsabile emanato a larga maggioranza dal Consiglio comunale.
Ci appelliamo all'Amministrazione Comunale, affinché dia un segno inequivocabile di svolta nella politica urbanistica della città a cominciare dal ritiro della variante al Prg ed alle forze di opposizione, affinché conducano coerentemente la battaglia per il rispetto dei beni ambientali e culturali, anche quando sono in ballo questioni relative ai loro interessi economici. Noi firmatari del presente appello, solidali con i lavoratori che hanno prestato la loro opera per ciò che consideriamo un monumento storico ed intoccabile, coerenti con la nostra storia ed il nostro progetto politico, ci opponiamo con forza alla svendita ed alla demolizione della Casa del Popolo di Via Cialdini intitolata al Compagno Riccardo Giulietti.
Partito della RIFONDAZIONE COMUNISTA Partito dei COMUNISTI ITALIANI Lotta di Unità Proletaria Osimo - LUPO Giovani Comuniste/i - GC Federazione Giovanile Comunisti Italiani - FGCI Comitato Spazi Sociali Autogestiti - CSSA

In questi giorni amari tutti tacciono, nessuno osa dirlo, ma dopo la disfatta del voto sul WELFARE, moltissimi operai e militanti iscritti ai diversi gruppi della cosiddetta "sinistra radicale" stanno abbandonando... DIMISSIONARI!
Lo Stato, la MaFiat e le lotte operaie
Io faccio l'insegnante in una scuola elementare, per cui appartengo economicamente e socialmente alla piccola borghesia cosiddetta "intellettuale". Tuttavia, malgrado non sia esattamente un operaio (lo sono stato in passato, avendo lavorato per qualche mese in alcune industrie locali prima di entrare nel mondo della scuola, per cui ho sperimentato personalmente gli effetti dello sfruttamento materiale e del sistema alienante e repressivo imposto in fabbrica), mi reputo una sorta di "proletario" del sistema aziendalizzato dell'istruzione, cioè di un bene immateriale ridotto sempre più a "merce". Da (s)vendere e consumare, ossia da alienare e mortificare. In ogni caso, anche se fossi stato un impiegato di banca, un medico, un avvocato o un qualsiasi altro professionista, avrei sicuramente espresso la mia totale solidarietà morale e politica verso le tenaci iniziative di lotta e di resistenza intraprese negli ultimi tempi da gruppi di operai ribelli (e perciò perseguiti e perseguitati) in numerose fabbriche del paese, in modo particolare del gruppo Fiat. Si pensi ad esempio ai lavoratori licenziati dalla Fiat di Melfi, a tutti quei lavoratori che si sono autonomamente organizzati, e per questo sono stati sottoposti all'ennesimo tentativo di criminalizzazione e ad un duro attacco repressivo portato dal sistema mafioso della Fiat e dallo Stato italiano suo complice da sempre. Così come ho sempre manifestato la mia simpatia e la mia vicinanza politico-ideologica e morale nei confronti delle lotte condotte dalla classe operaia in ogni tempo e in ogni angolo del pianeta. Da sincero e convinto operaista, dichiaro dunque la mia piena vicinanza morale e politica nei riguardi degli operai e dei lavoratori vittime dell'ennesimo inganno, dell'ennesima menzogna e mistificazione perpetrata dal cosiddetto "governo amico" e dai suoi "pretoriani rossi" sul cosiddetto "accordo sul Welfare". Su tale argomento esprimo un solo, secco ed esplicito commento: VERGOGNA!
Lucio Garofalo
SOLIDARIETA' OPERAIA
La solidarietà degli operai ribelli agli operai
licenziati dalla Fiat può essere il primo passo per collegare gli operai delle
fabbriche. Non saranno i proclami roboanti dei vari sindacatini alternativi che
serviranno a difendere gli operai. Gli operai solo organizzandosi come classe
potranno spezzare l'attacco dei padroni. Per questo invitiamo altri operai a
sottoscrivere il comunicato per organizzare un incontro tra i firmatari.
Inviate l’adesione della vostra fabbrica a: solidarietaoperaia@gmail.com
Visitate il sito www.operaicontro.it

AMBIENTE E SALUTE
Impianti per la produzione di conglomerato bituminoso e calcestruzzo vengono considerati dalla legge “impianti insalubri di prima classe” i quali, quindi, devono essere costruiti in aree agricole. Per aree agricole si intendono aree isolate, possibilmente vegetate, che, per le loro caratteristiche, riescono ad ottimizzare l’abbattimento degli inquinanti. Purtroppo però, come è noto a tutti, l’amministrazione comunale di Osimo è laureata in giurisprudenza e non in scienze ambientali, e per questo va capita, e ha, quindi, pensato bene di far costruire questi impianti in un fazzolettino di area solo burocraticamente agricola ma che di fatto risulta densamente popolata da un lato e ricca di insediamenti produttivi dall’altro, quindi, oltretutto, con impatti già esistenti, con centinaia di lavoratori che ogni giorno per svariate ore frequentano la zona. Ma c’è di più; il sito è alla base di una collina abitata e le estremità dei camini, alti 20 metri o giù di lì, si troveranno proprio a pochi metri in linea d’aria dalle case!
Come si suol dire “una boccata d’aria buona!”. Ancora utilizzando la parola purtroppo, l’amministrazione comunale, forse nostalgica, sembra essere tornata indietro di decine di anni; infatti è ormai riconosciuto a livello internazionale il “principio di precauzione” (Summit sulla Terra, Rio de Janeiro 1992) per il quale finchè non viene dimostrata la NON nocività di una sostanza , di un prodotto, di un impianto, ecc, questo non viene utilizzato o diffuso. In passato invece , e più da vicino negli anni ’60 e ’70, finchè non veniva dimostrata la nocività nulla veniva vietato. L’amministrazione sembra aver scelto questa strada. Tecnici, dirigenti e amministratori, inoltre, hanno provato a rassicurarci sostenendo che le autorizzazioni sono state rilasciate ma dal canto nostro ribadiamo il fatto che niente e nessuno ha preso in considerazione il “fattore uomo” e gli impatti sul territorio. A supporto di questa nostra convinzione può essere emblematico l’esempio storico dell’amianto, largamente utilizzato e, come direbbe il Signor Sindaco, “nei limiti di legge”, che ha provocato numerose vittime perché altamente cancerogeno. Sbirciando in siti specifici e in testi scientifici, infatti, emerge chiaramente che il bitume non è proprio cioccolato al latte.
L’INAIL, per esempio, a proposito dei bitumi scrive: “…la cancerogenicità dei bitumi è legata alla presenza nei fumi di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), alcuni dei quali sono classificati dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come possibili cancerogeni per l’uomo gruppo 2A, o probabili cancerogeni, gruppo 2B…” Anche leggendo alcuni passaggi del testo universitario “Chimica Ambientale” di Colin Baird (Zanichelli, Bologna) si evince che le nostre preoccupazioni hanno un solido fondamento; riguardo agli ossidi di zolfo e di azoto si legge: “…in un periodo variabile da ore a giorni, alcuni di questi inquinanti primari vengono trasformati negli inquinanti secondari acido solforico, H2SO4, e nitrico, HNO3, acidi forti molto solubili in acqua. In effetti, la presenza di questi 2 acidi è responsabile di quasi tutta l’acidità contenuta nelle piogge acide… ….come ci si può aspettare i principali effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute dell’uomo si manifestano a livello dei polmoni.
Per esempio, gli asmatici sono soggetti agli episodi più gravi di insufficienza respiratoria quando nell’aria che respirano risultano aumentati i livelli di biossido di zolfo… … recenti ricerche effettuate nel sud dell’Ontario hanno mostrato l’esistenza di una correlazione positiva fra concentrazione atmosferiche di ozono e zolfo ossidato e ricoveri ospedalieri per problemi respiratori…” Ovviamente, poi, nelle relazioni tecniche non viene nemmeno sfiorato il problema delle emissioni e degli impatti indiretti derivanti, ad esempio, dai 120 camion al giorno; in effetti oltre alle 54 tonnellate di ossido di zolfo all’anno dovute all’impianto occorre considerare gli ossidi di zolfo e gli altri inquinanti (IPA, idrocarburi incombusti, particolato fine, ecc…) derivanti dal traffico veicolare o altre sostanze e problematiche sempre di natura indiretta, legate anche all’impianto come ad esempio ossidi di azoto (NOx), ozono troposferico (O3), ecc…
Ancora sul traffico non può essere da meno il problema del rumore ma soprattutto degli aumentati rischi di incidenti stradali (un camion ogni 4 minuti!!!). In ogni caso noi siamo dalla parte del progresso, quindi chiederemo al Signor Sindaco di aumentare i limiti di velocità nella zona, magari portandoli da 50 a 80/90 Km/h, di modo che il conglomerato bituminoso e il calcestruzzo arrivino più velocemente in cantiere senza che corrano il rischio di solidificarsi durante il tragitto. Sempre a livello internazionale è riconosciuto il principio della “partecipazione pubblica” all’iter decisionale (Convenzione di Aarhus 25 Giugno 1998) cosa che puntualmente non è avvenuta in questo caso; a dire la verità la prassi di tenere all’oscuro i cittadini è cosa ricorrente ad Osimo, si veda, ad esempio, il caso del maxi-canile.
Il Signor Sindaco risponderà a questo appunto che il progetto era già stato illustrato durante i consigli di quartiere; cosa vera se non fosse che i consigli andarono deserti a causa della poca e cattiva pubblicità e che la convocazione di ulteriori consigli, a problema ormai noto a tutti, venne fatto tramite pochi cartelli (vista la vocazione ambientalistica dell’amministrazione comunale ritennero opportuno risparmiare carta) riportanti la scritta: “problematiche inerenti alla frazione – varie ed eventuali”. Bel titolo e bel modo di informare i propri concittadini e di convocare un consiglio in cui discutere di un impianto che produrrà solamente 54 tonnellate all’anno di ossidi di zolfo e attiverà un camion ogni 4 minuti! Ovviamente non diciamo no a tutto e, inoltre, non siamo neanche della politica del Nimby (“Not In My Back-Yard”, non nel mio cortile).
E’ già noto, infatti, che nella zona nasceranno, oltre a quelli già esistenti, altri impianti e non abbiamo mai detto nulla; il fatto è che esistono fabbriche e fabbriche e non a caso solo per poche è prevista la delocalizzazione in zona agricola. Ditte già presenti prevedono pochi camion al giorno e l’attività viene svolta entro fabbricati chiusi e non a cielo aperto offrendo, per di più, anche svariati posti di lavoro mentre l’impianto in questione ne creerà solo 18 alcuni dei quali già assegnati a persone che già lavorano nell’azienda. Ma la questione principale è che l’impianto in questione creerà impatti diffusi che interesseranno tutta Osimo, le frazioni ed anche diversi comuni limitrofi. Ma facendo un ulteriore passo indietro, era proprio necessario un impianto così ad Osimo alla luce della selvaggia urbanizzazione, dei ben noti problemi ambientali e di traffico ed anche alla luce della devastante alluvione di qualche mese fa? In definitiva, non è ora di cambiare strada? Forse, purtroppo, qualcuno non ha ancora capito che la salute e l’ambiente non si comprano con il denaro.