In Primo Piano

 

 

 

Cristo si è fermato a ...Rosarno

Dalla parte della rivolta dei braccianti neri senza se e senza ma

Incazzati neri... «Momenti di tensione a Rosarno (Rc) nella serata del 7 gennaio. Scene di guerriglia urbana da parte di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata. A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni cittadini extracomunitari con un’arma ad aria compressa». (Il quotidiano della Calabria)

... contro-incazzati bianchi «Oggi 8 gennaio gli abitanti di Rosarno hanno occupato il municipio e bloccato la statale 18 in segno di protesta contro gli immigrati che da ieri si sono resi autori di danneggiamenti e atti di vandalismo. Intanto questa mattina il Ministro Maroni ha convocato una riunione al Viminale al termine della quale è stato deciso di costituire oggi stesso presso la Prefettura una task force». (Il quotidiano della Calabria)

La "guerra tra poveri", lungamente evocata, è quindi ufficialmente cominciata.

Tutto è partito dall'ennesima aggressione di alcuni teppisti bianchi contro alcuni indifesi proletari neri. Tutto è partito in una cittadina calabrese, ovvero in una regione che è la più povera e devastata del paese. Una regione dove capitalismo, politica e cosiddetta criminalità organizzata cono intrecciati in maniera indistricabile. Un'area dove l'agricoltura sopravvive grazie ad un sistema neo-schiavistico di sfruttamento. Un paese, Rosarno, dove mille e cinquecento immigrati di colore, oltre ad accettare paghe orarie da fame, vengono reclusi come bestie in tuguri fetidi.

Smettiamola di fare gli scongiuri contro l'intolleranza e il fascismo. Smettiamola per favore di parlare di razzismo! E smettiamola di usare il paravento della 'ndrangheta.

Qui siamo in presenza di un fenomeno terribile quanto completamente nuovo, che obbliga a riadeguare analisi sociale, paradigmi interpretativi, nonché il nostro stesso vocabolario sociale e politico.

I giovani (bianchi) che a intermittenza aggredivano i braccianti (neri), quelli che strutturati per bande, sin da ieri notte hanno tentato di rispondere alla legittima rivolta (gli è stato impedito dalla polizia), gli stessi che da stamattina hanno ripreso il controllo della cittadina, bloccando la statale e occupando il comune, non sono degli "sgherri fascisti", non sono aguzzini al servizio del capitale e degli agrari locali, né scagnozzi manovrati dalla questura. Né sono giannizzeri aizzati dalla 'ndrangheta, che ha invece interesse, proprio come la morigerata borghesia padana, alla pace sociale e al buon rendimento dei suoi soldi "sporchi" riciclati nell'agricoltura (non confondete la 'ndrangheta con quell'accozzaglia che va sotto il nome di "camorra", o i fatti in corso a Rosarno con l'eccidio di Castel Volturno).

Chi vuole consolarsi con queste categorie faccia pure, ma non tirerà un ragno fuori dal buco. La stessa accusa di razzismo è ormai niente di più che una floscia convenzione semantica. Qui non siamo più in presenza del classico clichè per cui dei bianchi "per bene", più o meno in alto sulla scala sociale, guardano dall'alto verso il basso l'immigrato e ne chiedono la ghettizzazione. Qui l'odio xenofobo per il colore della pelle si accoppia col disprezzo più viscerale verso i proletari immigrati, ovvero i deportati dall'imperialismo. Un'odio raddoppiato, esplosivo, carico di violenza. Qui si esprime la rabbia dei bianchi morti di fame, la barbarie purulenta e morbosa dei parvenu falliti, di una generazione che sognava di essere fuoriuscita dal proletariato e che si ritrova invece emarginata, spappolata, senza futuro.

Ma questo alibi non è sufficiente ad assolvere la marmaglia bianca. Prendersela con chi, oltre che più povero, vive in condizioni spaventose e, lontano dai suoi affetti e dalla sua terra natia, si guadagna il pane col sudore della fronte, merita non solo il più deciso diprezzo, merita un sacco di legnate. Poiché le legnate, contrariamente a quanto pensano certi pacifisti, hanno e come! un indiscutibile valore pedagogico. Nessuna rivoluzione in questo paese sarà possibile senza domare e contrastare le pulsioni di morte, senza ricordare ai proletari bianchi chi essi fossero e da dove vengono, senza un risveglio delle coscienze, che non avverrà coi libri o con gli appelli, ma nel fuoco di uno scontro sociale furibondo.

E la sinistra e i cristiani decidano, se vogliono stare con gli schiavi in rivolta, o se, paolinamente, vogliono legittimare lo schiavismo, il rispetto di Cesare, e inculcare l'obbligo della sottomissione al padrone e alle sue leggi.

Vi saranno i dotti che ci suggeriranno, nello scontro tra due disperazioni, nella guerra tra poveri, di prendere una posizione equidistante, neutrale, equivicina, indifferentista. Impossibile! Ce lo impedisce non solo la nostra coscienza, ce lo impedisce la ragione politica. Una battaglia di strada non è un alterco da bar, o un'oziosa contesa parlamentare. E' il terreno in cui cittadini di norma assopiti, piegati da lavoro o rimbambiti dalle tv, annunciano il loro risveglio, agiscono collettivamente, costruiscono solidarietà e organizzazione, sondano la propria forza e quella dei nemici. In poche parole le battaglie di strada non hanno solo un altissimo valore simbolico, sono una vera e propria scuola, una palestra politica e di vita nella quale pochi giorni possono avere il valore di molti anni di quiete.

E' dalla parte dei braccianti neri che occorre stare, senza se e senza ma. Essi si sono autorganizzati per dare una lezione a gente che è stata silente davanti alle aggressioni subite, a gente che li emargina e li calpesta come esseri umani, che li tratta come cani randagi. Bene hanno fatto a ribellarsi, dimostrando che se essi sono esseri umani gli altri sono solo dei maiali.

Sono dalla loro parte la giustizia, la dignità e pure il diritto. La loro rivolta ha quindi un significato enorme. Chi non ha venduto l'anima al diavolo ha capito, ha capito che se si ribellano gli ultimi, i più deboli e indifesi, allora insorgere contro l'oppressione non solo è sacrosanto ma anche possibile. Una loro sconfitta, una loro umiliazione, il loro isolamento come appestati, avrebbe un significato altrettanto nefasto: che non si riuscirebbe a scalfire il putrido blocco sociale che va da Berlusconi fino all'ultimo morto di fame che sogna di diventare come lui, passando per quello sterminato e smidollato ceto medio abbarbicato ai suoi comfort miserabili come un cane al suo osso rinsecchito.

Ci volevano uomini della Sierra Leone, del Ghana o della Nigeria a ricordarci che questa società è uno schifo, che il sistema è fradicio, che il capitalismo è criminogeno, che le istituzioni sono allo sbando e che la legge è pur sempre quella del più forte. Ci volevano loro a ricordarci che esistono la schiavitù malamente salariata e la lotta di classe. Non possiamo che dire loro grazie! Grazie per la vostra lezione politica e morale.

fonte: http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=822:cristo-si-e-fermato-a-rosarno&catid=13:italia-cat&Itemid=21

Scritto da Moreno Pasquinelli Venerdì 08 Gennaio 2010 20:44


 

PRECARI SCUOLA: QUANDO LO STATO LICENZIA COME LE IMPRESE.

Come promesso sin dal suo insediamento, questo governo, come il mitologico Cerbero, sta divorando la nostra scuola pubblica attraverso i pesanti ed irragionevoli tagli ai finanziamenti, sotto l'ègida di un'opposizione parlamentare compiacente che permette uno stillicidio del corpo docente di tale portata, per non parlare del vuoto educativo che il ridimensionamento dell'organico provoca e provocherà. In questi giorni di nomine del personale scolastico docente e non docente si è assistito ad una vera e propria decimazione (solo nella provincia di Ancona e solo per la classe di concorso riguardante la scuola primaria, esclusa quella per il sostegno, degli oltre quattrocento insegnanti convocati solo novantatre hanno ottenuto il posto); riguardo all'assegnazione delle cattedre per gli insegnanti di sostegno quest'anno vi erano ottantanove posti a disposizione contro gli oltre centoventi dello scorso anno. 

Si parla di oltre ventimila docenti precari rimasti a casa, che aspetteranno davanti al telefono un'improbabile chiamata dei dirigenti scolastici per qualche eventuale supplenza, eventualità sempre meno frequente a causa delle aride risorse finanziarie degli istituti comprensivi che, per tale evenienza, preferiscono utilizzare il personale docente in carica. Grazie ad un martellamento massmediatico nel quale i protagonisti-boia - intellettuali a pagamento (poco intellettuali e molto a pagamento), "Mary Star" Gelmini, Giulio Tremonti, Renato Brunetta e tanti tanti altri che erano stati chiamati a ricordare l'atmosfera bucolica creata dalla autorevole, un po' ottocentesca, figura del maestro unico, negli ultimi periodi si era diffuso lo stereotipo dell'insegnante fannullone che lavora solo venti ore a settimana, si fa due mesi di ferie d'estate, e via discorrendo. 

Tale figura viene fatta ancor più odiare dai tele-cittadini grazie al periodo di crisi come quello che stiamo affrontando (crisi che, ricordiamolo, è stata causata dalle banche e dalla grande industria e non dagli insegnanti!), amplificando in questi ultimi il livore verso una figura in fondo vicina, e appunto per questo più concreta e più attaccabile, considerata privilegiata. Tuttavia la nostra ministra "Mary Star" Gelmini, che afferma continuamente di avere a cuore le sorti della scuola italiana, degli alunni e degli insegnati, non ricorda mai ai tele-cittadini che gli insegnanti italiani sono quelli che ricevono una retribuzione bassissima rispetto ai colleghi di altri paesi europei, non ricorda mai che ci sono insegnanti che sono precari da più di vent'anni. Ma al peggio non c'è mai fine! La "soluzione finale" per la scuola pubblica si chiama "Aprea", prendendo il nome dalla parlamentare che ha presentato il disegno di legge, la quale si prefigge lo scopo di trasformare le scuole pubbliche in fondazioni con rispettivi consigli di amministrazione. Ma ciò che caratterizza in tutta la sua gravità tale proposta è la volontà di trasformare la natura giuridica dell'insegnante, in maniera tale che debba essere assunto esclusivamente dal dirigente scolastico, a differenza delle attuali nomine che rispettano le graduatorie provinciali. 

Questo modello porterebbe ad una ulteriore precarizzazione e sottomissione degli insegnanti che diventerebbero i servi di un sistema aziendalistico e, quindi, sempre più finalizzato al raggiungimento del profitto, colpendo la natura pubblica della scuola. L'assenza di regole che causerebbe quest'impianto provocherebbe la creazione di una scuola classista, dove i dirigenti scolastici hanno il potere assoluto di decidere quali insegnanti chiamare solo sulla base dei curricula. A noi di "Osimo in Comune" ci ricorda molto la prassi utilizzata dalle società partecipate osimane! Anche ad Osimo la "bufera Gelmini" ha mietuto le sue prime vittime, sia tra gli insegnanti sia tra i genitori di quei bambini delle scuole dell'infanzia che in questo periodo stanno lottando contro un'amministrazione che non rispetta i suoi obblighi in materia di edilizia scolastica, facendo confluire centinaia di bambini in strutture non adeguate per capienza e rispetto delle norme di sicurezza. "Osimo in Comune" prefiggeva tale scenario e nel suo programma prevedeva un'attenzione particolare alle tematiche della scuola, tra cui anche un maggior sostegno verso le famiglie con minori disabili. 

Ma questo comune è troppo impegnato a vendere le scuole per ricavare denaro dalla speculazione immobiliare, costruire fantomatici campus che provocherebbero la chiusura dei plessi scolastici situati in zone più periferiche. Spopolare il centro e rendere le frazioni quartieri dormitorio, togliendo così spazi pubblici indispensabili all'integrazione e coesione sociale, per non parlare delle conseguenze drammatiche cui andranno incontro le famiglie con minori disabili che si vedranno diminuite le ore di sostegno scolastico ma, crediamo, non usufruiranno di un maggior numero di ore di assistenza educativa, servizio erogato dalla società partecipata Asso (con totale capitale pubblico, tanto per ricordarlo!). Questa è la strategia dell'amministrazione comunale che, in linea con lo spirito della "riforma Gelmini", cerca di accorpare i plessi scolastici (dall'asilo alle scuole medie) creando delle cattedrali nel deserto come i campus. L'accorpamento non riguarderebbe esclusivamente il concentramento degli edifici scolastici in un'unica "cittadella educativa", bensì comporterebbe l'accorpamento delle classi che diverrebbero sempre più numerose sino raggiungere il numero di trenta alunni per classe, relegando la figura dell'insegnante a mero baby-sitter. 

In questo senso l'operato del comune si pone in linea con la volontà governativa di investire sempre meno risorse nella scuola pubblica dequalificandola, a favore della scuola privata che, al contrario, non ha subito tagli nell'ultima legge finanziaria, con grande soddisfazione del Pd che si è pronunciato a favore ufficialmente. Tuttavia ci rincuorano le parole del ministro Tremonti che, durante il meeting di Comunione e Liberazione, ha dichiarato di provare rispetto verso le forme di lotta come quelle messe in atto dagli operai della INNSE di Milano, come pure della Manuli di Ascoli Piceno e di tanti altri lavoratori precarizzati. Oggi, come gli operai-lavoratori precari lottano contro i padroni occupando le fabbriche, gli insegnanti-lavoratori precari lottano contro lo sfascio della scuola pubblica occupando i provveditorati.

Osimo in Comune

 

FERNANDA ONDE ROAD SEMPRE!

Fernanda Pivano: giovane fino alla fine,giovane sempre!bella, vitale, eversiva, tenera e forte

Ha fatto conoscere la cultura dell'America contro, questo lo riconoscono tutti: la cultura scomoda, lei ha scoperto i talenti veri dell'America onde road, ed è stata lei che ha aperto nuove prospettive a tanti talenti artistici di un Italia chiusa nel suo provincialismo di parrocchia.

FERNANDA UNA DONNA ONDE ROAD SEMPRE!

Muore, ma non ci lascia, le persone come lei lasciano tanto! non ci lasciano!. Muore in un tempo in cui la strada è negata, è ripulita da quelli che sono considerati i rifiuti umani.

Onde road questo è il significato vero della cultura e della vita per Fernanda e per quelli che lei chiamava i miei eroi: l'eroismo vero è quello di mettersi sulla strada della ricerca continua. Onde road verso un mondo altro che su la strada trovi, un viaggio senza cartelli stradali, un viaggio di scelta, dove conosci le anime e i corpi, senza PAURA dello sconosciuto che incontri, senza paura se è ubriaco o altro, l'importante è conoscersi e riconoscersi. Un viaggio che porta all'incontro reciproco, all'accettazione , alla condivisione, e alla ricchezza interiore.

Era nata a Genova in riva al mare che amava tanto e come il mare era profonda nella sua apparente, semplicità, disarmata e disarmante, amante soltanto.

FERNANDA UNA DONNA ONDE ROAD SEMPRE!

che ha avuto la capacità di restare con il piacere della scoperta fino alla fine della sua vita terrena.

un giorno disse, nel settembre 2001.

"Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche' ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue."

No. Fernanda non è stata sconfitta, perdente forse, ma sconfitta mai! e poi sconfitta veramente è questa società che ha paura del viaggio e dei viaggiatori.

Grazie Fernanda per quello che ci lasci per gli autori che ci hai insegnato ad amare, per la fiducia nella vita che ci hai regalato, ragazzi eravamo, ragazzi eravamo fra le macerie di un mondo che ci era ostile, che ci era nemico e ci aveva ferito, e tu venisti con i tuoi libri a ridarci la speranza. Dormono sulle colline leggemmo e capimmo che la vita non doveva essere sonno.

fonte: L'avamposto degli Incompatibili

 

A Milano in solidarietà con la Innse

Una nostra delegazione è partita per Milano per dare manforte agli operai dell'Innse. 
Nei prossimi giorni pubblicheremo il loro resoconto.

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L.U.P.O - "Lotta di Unità Proletaria Osimo" e la lista "Osimo in Comune" , esprimono tutta la propria solidarietà nei confronti dei lavoratori della INNSE che si battono contro il padrone che cerca di smantellare da una anno la loro fabbrica. Le forze di polizia in assetto anti-sommossa sono presenti per soffocare il movimento operaio ed i cittadini che cercano solo di difendere i propri diritti e l'aspirazione ad una vita dignitosa. Al posto del dialogo e del riconoscimento delle legittime istanze dei lavoratori si è fatto avanti "il manganello" tanto caro a chi oggi governa il paese. Una delegazione del "L.U.P.O" e di "Osimo in Comune" è presente da sabato 8 AGOSTO fino a lunedì presso il presidio "INNSE PRESSE" a Milano per portare direttamente in loco la solidarietà dei cittadini di Osimo e degli operai marchigiani a chi è già in lotta da tempo contro il sistema corrotto e mafioso che governa le imprese ed il paese. Anche nei nostri territori i distretti produttivi sono in crisi e si cerca di scaricarne i costi unicamente sugli operai e sulle loro famiglie pensiamo al fabrianese, all'ascolano ed alla situazione sempre più critica di casa nostra dove un sistema basato prevalentemente sull'indotto e su piccole e medie imprese è prossimo al collasso, mentre i poteri pubblici, di destra o sinistra, come dimostra il caso di Milano continuano a garantire soltanto gli speculatori immobiliari o industriali, tra i principali responsabili della crisi, concedendo aiuti ed incentivi per poi permettergli di delocalizzare dove il lavoro costa meno. La lotta dei lavoratori di Milano costituisce un esempio anche per far acquisire coscienza della propria forza, quando ci si organizza per il diritto alla dignità del lavoro ed in difesa del reddito, ai lavoratori di casa nostra vessati, posti in cassa integrazione e spesso licenziati al dì fuori dei pur fallimentari accordi stipulati dai sindacati concertativi.

GIU' LE MANI DAGLI OPERAI! 

GIU' LE MANI DAI CITTADINI! 

LIBERTA' PER I FERMATI! 

DIFENDIAMO LA COSTITUZIONE!

L.U.P.O. - Osimo in Comune

 

LA CLASSE OPERAIA NON VA IN PARADISO

In base alle stime ufficiali, fornite dall’Inail, il triste bilancio delle vittime sul lavoro in Italia nel 2008 si è fermato per la prima volta sotto la soglia dei 1200. Un dato apparentemente confortante, che viene vantato dal governo come se fosse un successo. Comunque, l’anno scorso il numero dei morti sul lavoro è sceso a 1.120, cioè al livello più basso dal lontano 1951. Nel Rapporto 2008, l’Inail segnala 874.940 incidenti sul lavoro e 1.120 infortuni mortali, la metà dei quali si è verificata sulle strade. Quindi, nel 2008 i morti sul lavoro sono calati del 7,2 per cento. In realtà, in questo calcolo percentuale, già di per sé inquietante, affiora un ulteriore motivo di preoccupazione: i lavoratori stranieri che si sono infortunati sul lavoro, essendo notevolmente più esposti al rischio infortunistico, sono aumentati del 2 per cento. Dunque, si riducono gli infortuni per i lavoratori in generale, ma tendono a risalire per i lavoratori stranieri. Inoltre, nonostante la lieve flessione registrata nel 2008, tuttavia il nostro Paese continua ad accusare un numero di morti sul lavoro più elevato rispetto alle altre nazioni europee in termini sia assoluti che relativi. E questo solo per attenerci alle cifre ufficiali. Infatti, non dimentichiamo che l’Italia è il paese del lavoro nero, del record di evasione fiscale, dell’economia sommersa, della mafia e dell’illegalità diffusa.

A proposito di decessi sul lavoro non sarebbe fuori luogo sollecitare un’opportuna riflessione, ossia un’operazione di aggiornamento linguistico. Anziché parlare di “morti bianche” (un’espressione che designava le morti in culla, ovvero le morti prive di colpa, che implicano un richiamo al destino, al fato, un riferimento più o meno esplicito a circostanze casuali e a tragiche fatalità) è senza dubbio più corretto e appropriato usare la definizione di “omicidi bianchi”, dal momento che le responsabilità esistono sempre e sono sempre individuabili e perseguibili, almeno dovrebbero esserlo. Così come sono sempre individuabili ed eliminabili i motivi che sono all’origine di quelle morti.

Dunque, in Italia le stragi sul lavoro costituiscono una vera e propria emergenza, malgrado ci si ostini a sottovalutarne l’effettiva portata e la drammaticità, sebbene le priorità nell’agenda del governo siano altre, come pure quelle dell’opposizione, nonostante vengano artatamente falsificate le statistiche a scopo di mera propaganda, benché i mass-media ufficiali continuino ad omettere i dati reali di un bollettino quotidiano che assomiglia sempre più ad un bollettino di guerra. Infatti, dall’inizio del corrente anno il macabro bilancio degli omicidi bianchi ha raggiunto quota 500. La media quotidiana di 3/4 vittime provocate dallo sfruttamento capitalistico, segnala l'idea della "severità" delle norme vigenti e dell'"inflessibilità" della loro applicazione e dei controlli ispettivi. Se non si fosse capito, stavo facendo dell’ironia. Intanto, gli operai continuano a crepare nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri edili, negli ambienti di lavoro, nei luoghi (malsani e insicuri) dello sfruttamento economico, mentre nessun governo, nessun partito, nessun sindacato può assolutamente intervenire, ammettendo la propria impotenza e dichiarando il proprio fallimento.

A questo punto apro una breve parentesi per ricordare un celebre film d’autore del 1971, “La classe operaia va in paradiso”. Si tratta di uno straordinario capolavoro del cinema militante e politicamente impegnato, diretto dal regista Elio Petri ed interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté, nei panni dell’operaio milanese Lulù Massa. Il quale si presenta inizialmente come un fenomenale campione del cottimo, un vero stakanovista della catena di montaggio, ma improvvisamente subisce un incidente che gli procura la netta amputazione di un dito. Sarà in seguito a questo infortunio sul lavoro che l’operaio Massa ritroverà la sua coscienza di classe, acquisendo la consapevolezza della sua condizione di proletario sfruttato ed inizia a lottare con rabbia e determinazione contro il sistema alienante ed oppressivo della fabbrica.

Ebbene, negli ultimi mesi, sia all’estero (soprattutto in Francia) che in Italia, gli effetti destabilizzanti della recessione economica internazionale hanno spinto molti operai, esposti all’incombente minaccia dei licenziamenti, a ribellarsi e ad intraprendere forme estreme di protesta, prima impensabili e sconosciute. C’è l’operaio che tenta drammaticamente il suicidio perché non riesce più ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla metà del mese, ma ci sono anche numerosi casi di lavoratori che scelgono di resistere e lottano strenuamente contro i licenziamenti, contro la disoccupazione e contro la crisi, che i padroni tentano di far pagare alla classe operaia, come sempre.

Detto ciò, espongo in breve un ragionamento di ordine personale, quasi intimistico. Io faccio l’insegnante, per cui appartengo economicamente e socialmente alla piccola borghesia cosiddetta "intellettuale" (si fa per dire). Ora, sebbene io non sia un operaio (lo sono stato, avendo lavorato per qualche mese in alcune industrie prima di entrare nella scuola, per cui ho sperimentato di persona gli effetti dello sfruttamento materiale e del sistema alienante e repressivo imposto in fabbrica), tuttavia mi considero una sorta di "proletario" del sistema aziendale dell'istruzione, un bene immateriale ridotto a merce. Da svendere e consumare, ossia alienare e mortificare.

In ogni caso, anche se fossi stato un impiegato di banca, un medico, un avvocato o un altro professionista, avrei sicuramente espresso la mia solidarietà morale e politica verso le iniziative di lotta e resistenza intraprese negli ultimi tempi da gruppi di operai ribelli, perciò perseguitati, in molte fabbriche, soprattutto del gruppo Fiat. Si pensi ad esempio agli operai in lotta a Pomigliano D’Arco, ai lavoratori licenziati dalla Fiat Sata di Melfi, ai lavoratori che si sono autonomamente organizzati e per questo sono sottoposti all'ennesimo tentativo di criminalizzazione e a un duro attacco repressivo portato dal sistema mafioso della Fiat e dallo Stato italiano suo complice da sempre. Io ho sempre manifestato la mia simpatia e vicinanza ideologica nei confronti delle lotte condotte dalla classe operaia in ogni tempo e ogni angolo del pianeta. Da sincero e convinto operaista, ribadisco la mia piena solidarietà morale e politica nei riguardi degli operai vittime sul lavoro, vittime dell’ennesimo inganno, dell'ennesima menzogna e dell’ennesima mistificazione perpetrata da governo e sindacati.

Lucio Garofalo

 

Il meglio è nemico del bene. E il peggio?

Estate calda. Cosa di meglio di un bel tormentone clericale, per distrarre gli animi da problemi più seri e infiammare le coscienze? Dopo anni di ingerenze clericali, tra gli ultimi paesi in Europa, l’AIFA finalmente ha dato il via libera in Italia alla RU 486 (l’OMS lo ha fatto nel 2003). Che la diga vaticana abbia ceduto ha gettato nello sgomento persino l’onorevole Cuffaro, improvvisamente preoccupato per la salute delle donne: 29 morte nel mondo dal 1986, per quanto riconducibili a un protocollo differente da quello ora adottato, dovrebbero far riflettere! Se si fanno i paragoni con le centinaia di migliaia che ogni anno nel mondo muoiono per aborti clandestini o in mancanza di sicurezza igienica, o con le donne che muoiono di parto o dopo aver partorito perché sottoposte a operazioni di mutilazione genitale…di certo i conti non tornano. A noi ad esempio preoccupano di più le oltre 80 donne uccise, sul territorio italiano e nel solo 2008, da maschi più o meno nostrani, mariti, ex, fidanzati e conviventi, in uno stillicidio su cui leggi fintamente repressive non possono incidere finché si mantiene un modello sessista di società e di vita.

In effetti nel merito appare evidente come la polemica innescata sulla RU486 è del tutto strumentale e non riguarda di certo la salute fisica delle donne. Dopo decenni di utilizzo i dati del farmaco sono assolutamente chiari: riduce il rischio di salute per la donna evitando l’intervento chirurgico, riduce la possibilità di portare la decisione e quindi l’intervento alle ultime settimane consentite dalla Legge, quindi favorisce una interruzione di gravidanza che avviene nei primissimi stadi di divisione cellulare dell’ovulo fecondato. Anche chi fa notare l’aspetto commerciale dietro l’immissione in commercio della RU486 tace, evidentemente per eccesso di carità, di fronte allo scandalo del vaccino contro l’influenza suina, appaltato a suon di milioni di euro e, quello sì, non sappiamo quanto inutile e quanto dannoso, visto la fase più importante della sperimentazione clinica avverrà direttamente sulla popolazione dopo la commercializzazione.

Tornando alla RU486, il secondo problema sembra la salute psicologica delle donne, e infatti la più seria controindicazione appare già nella Genesi 3.16 (Tu donna partorirai- dunque abortirai- nel dolore). Una pasticca no, è troppo semplice, si dice, quasi si parlasse di un farmaco da banco e non di uno che va utilizzato sotto stretta vigilanza per le sue caratteristiche particolari . Pochi rischi, poco dolore? Tanto giustifica una minaccia di scomunica, tutta italiana, allargata a chi venderà, prescriverà, utilizzerà l’RU 486. Minaccia che probabilmente non fermerà nessuno, visto che persino tanti legislatori, strenui difensori della Chiesa e dei valori cristiani, tecnicamente sono fuori dal consesso cattolico da tempo, amando di solito tanto la famiglia da averne almeno un paio.

Poche voci di buonsenso ricordano che in Italia è in vigore una Legge che regola l’interruzione di gravidanza, che la pillola permette di evitare un aborto prima delle fasi di costituzione dell’embrione, rimarcano la ragionevolezza di una decisione semmai tardiva, che va nella direzione di evitare il peggio, e, anche, di risparmiare in termini di interventi chirurgici e quindi anche razionalizzare la spesa sanitaria.

Noi abbiamo smesso da tempo di chiederci perché la Chiesa Cattolica non se la prende per la mancata ricerca su farmaci mirati contro le malattie che nel sud del mondo uccidono milioni di persone, perché non interviene con vigore sulla carenza di farmaci per i neonati e i bambini piccoli, che sono sottoposti a cure troppo spesso sperimentate e quindi validate solo su adulti: sappiamo che le interessa salvare più le anime dei corpi. Non ci fa nemmeno strano che politici di varie levature usino le donne e la loro salute come offerte sacrificali nella speranza di aumentare il proprio peso su una bilancia politica sempre più squilibrata. Ci basta, ci serve, che queste polemiche sterili e, perché no, un po’ offensive restino nei talkshow e nel circuito mediatico delle chiacchiere, e non ricadano nella vita reale, non si trasformino nella negazione dei servizi sanitari a chi li richiede, nella penalizzazione degli operatori e operatrici sanitarie che hanno a cuore la salute . Ci basta, ci serve, che gli uomini e le donne di questo paese rispondano e si conservino spazi di libertà.

4 Agosto 2009 Federazione dei Comunisti Anarchici - Commissione di genere

 

I compagni Alessandro e Samuele sono stati scarcerati!

I compagni Alessandro e Samuele sono stati scarcerati!

La mobilitazione e la solidarietà hanno costretto le autorità a fare un passo indietro!

L’intensa mobilitazione condotta a partire da sabato notte (blocchi ferroviari, presidi, ecc.) e l’ampia solidarietà ricevuta da varie parti d’Italia (dalle prese di posizione pubbliche alle telefonate di protesta in questura) hanno costretto le autorità e il giudice E. De Mattia a non rinnovare gli arresti cautelari nei confronti dei due compagni, Alessandro del P. dei CARC e Samuele dell’ASP. A conferma del carattere repressivo e persecutorio di questo procedimento, il giudice ha stabilito l’obbligo di firma giornaliero fino al 9 ottobre (data del processo) cosa che limita di molto i movimenti dei compagni.

Davanti al Tribunale di Massa si è tenuto un presidio rosso e combattivo. C’erano circa 70 compagni del P-CARC, dell’ASP, PRC, Verdi, ANPI Carrara e Massa, ANPI giovani Massa, PCL, Sinistra Critica, Collettivo autonomo Senza Tregua, rappresentanti FIOM CGIL.
Era presenta anche Serpi, responsabile provinciale del sindacato CGIL della polizia, il quale ha ribadito la sua non condivisione delle ronde in quanto elemento che turba l’ordine pubblico.

In contemporanea a Napoli, davanti alla prefettura, si è tenuto un presidio in solidarietà con i compagni inquisiti organizzato dal P-CARC, ASP e Sindacato Lavoratori in Lotta-per il sindacato di classe. Hanno partecipato circa 50 persona tra cui i compagni di Unità Comunista e i compagni turchi dell’ATIK presenti con una delegazione di 20 persone. Sono stati lanciati slogan, fatte canzoni e megafonaggi in italiano e turco. Inoltre, è stato lanciato l’appello alla costruzione di una ronda popolare antirazzista e antifascista anche a Napoli che a partire dai prossimi giorni inizierà a controllare le strade della città (per avere maggiori informazioni recarsi alla Festa Centro-Sud di Resistenza che si terrà questa sera al parco Robinson a Fuorigrotta, Napoli oppure scrivere a resistenza@carc.it).

Nel frattempo al Centro Nazionale del P-CARC arrivavano nuovi comunicati di solidarietà di singoli, organismi e sindacati (in allegato): la presa di posizione del Comitato Politico Nazionale del PRC a firma di Alessandro Leoni e quella del circolo aziendale ferrovieri del PRC “Spartaco Lavagnini” di Firenze, il comunicato dei Cobas, la solidarietà dell’ANPI di Viterbo, la solidarietà del collettivo operai ThyssenKrupp, dei partigiani Miriam Pellegrini e Spartaco Ferri.

Quando dalle aule del Tribunale di Massa è giunta la notizia della liberazione dei due compagni, dal presidio si è alzata fiera e determinata Bella Ciao. Alcuni degli sbirri in assetto antisommossa schierati davanti al Tribunale sono subito scattati contro i compagni e ci sono stati alcuni momenti di tensione. Questi cani da guardia in divisa sono però stati richiamati all’ordine dai loro capi quando è diventato evidente che i nostri compagni non avevano intenzione di indietreggiare.

Ringraziamo tutti coloro che si sono mobilitati e che hanno espresso la loro solidarietà, contribuendo così alla lotta per la liberazione dei compagni, per la difesa dell’agibilità politica degli antifascisti e comunisti, contro la riabilitazione del fascismo, lo sdoganamento dei gruppi fascisti e razzisti, contro il pacchetto sicurezza. La lotta contro il fascismo e la repressione è parte integrante della lotta per non pagare la crisi dei padroni e costruire un governo composto e sostenuto dalla organizzazioni operaie e popolari, un Governo di Blocco Popolare, che adotti le misure necessarie per far fronte agli effetti più devastanti della crisi e rafforzi la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista. I padroni senza i lavoratori non possono nulla, i lavoratori senza i padroni possono fare tutto e meglio!

Oggi a Pistoia alle 17,30 in Piazza Globo si terrà un presidio promosso dal P. dei CARC in solidarietà con i compagni, contro il fascismo e il razzismo!

Mandiamo a casa la banda Berlusconi e il suo stuolo di fascisti, mafiosi, alti prelati!
10, 100, 1000 ronde popolari contro i fascisti e i razzisti!
Non pagheremo noi la crisi dei padroni: autorganizziamoci, costruiamo un governo di Blocco Popolare!
Facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!

 

CHI E’ MATTEO SALVINI

E’ ancora polemica sul caso Salvini, l’europarlamentare della Lega Nord beccato da una telecamera mentre partecipa a cori da stadio

Matteo Salvini, deputato alla Camera, eletto al Parlamento europeo e capogruppo della Lega Nord al Comune di Milano, viene colto in flagrante mentre intona cori antimeridionali durante la festa di Pontida 2009. Il coro esordisce con un repertorio da stadio: "Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani...". E insiste: "Son colerosi e terremotati... Con il sapone non si sono mai lavati...". Intorno sono tutti ebbri e contenti, ma il più infervorato sembra essere proprio Salvini, parlamentare della Repubblica italiana.

Ma chi è Salvini? Basta visitare il suo sito ufficiale – www.matteosalvini.net - per leggere le seguenti note di autopresentazione: ”Matteo Salvini è nato a Milano il 9 marzo 1973. Diplomato al liceo classico Manzoni, è iscritto alla Facoltà di Storia dell’Università Statale di Milano. Giornalista professionista, è collaboratore di Radio Padania Libera, della quale è stato direttore dal 1999 al 2004, e del quotidiano “la Padania” dal 1997. Iscritto alla Lega Nord dal 1990, è stato Responsabile del Gruppo Giovani di Milano dal 1994 al 1997. Dal 1998 al 2004 ha ricoperto l’incarico di Segretario Provinciale della Lega Nord Milano. Dal 1993 a tutt’oggi Consigliere Comunale a Milano. Dal 2004 al 2006 Parlamentare Europeo. Attualmente Segretario Provinciale della Lega Nord di Milano, eletto nel congresso del novembre 2006, e Presidente della Commissione Sicurezza a Palazzo Marino. Appassionato del Milan e di montagna, di Fabrizio De Andrè e dei dialetti, di politica e dei tortelli di zucca. Separato, un figlio, vive e lavora a Milano.”

A distanza di giorni la polemica non si è ancora spenta. A Milano il Partito Democratico ha minacciato di disertare i lavori della commissione sicurezza di cui Salvini è presidente. In un comunicato del Pd milanese si legge: "Con i gravi fatti emersi da Pontida, continua nel suo atteggiamento provocatorio e propagandistico, nonostante il Consiglio Comunale di Milano, con un voto, abbia censurato il suo atteggiamento e, di fatto, lo abbia sfiduciato come Presidente della Commissione Sicurezza. Poco contano le sue dimissioni da Parlamentare Italiano, anche perché questa carica era incompatibile con quella di Parlamentare Europeo e forse hanno pesato altre valutazioni nella scelta (stipendio, tempo di impegno, e facoltà di presenza). Riteniamo poi, considerati i tanti napoletani e meridionali in generale che vivono e lavorano a Milano, che il Consigliere Salvini debba scusarsi in Consiglio Comunale dei fatti accaduti a Pontida di cui è responsabile."

A Napoli, invece, la questione ha assunto toni apertamente ironici e goliardici, ma rischia di prendere anche le vie legali. Venerdì mattina 10 luglio, al caffè Gambrinus, sono state distribuite e indossate magliette con la scritta "Dio creò la Padania. Poi, accortosi dell'errore, inventò la nebbia". Inoltre, il comitato ha previsto una querela per diffamazione contro Salvini.

Intanto, l'esponente leghista promette che indosserà la maglia del Napoli e che a Strasburgo si impegnerà per la salvaguardia della mozzarella di bufala. Sembrerebbe un modo implicito per scusarsi, ma Salvini dichiara di non pentirsi di nulla: "Non ero mica a un convegno internazionale sulla fame nel mondo. Un conto è il calcio, un conto è la politica". Mah, contento lui… A questo punto la domanda da porsi è: Salvini è un genio incompreso o un irrecuperabile idiota? Consegno ai posteri la (non) ardua sentenza.

Lucio Garofalo

 

CRISI GLOBALE: QUANTO TEMPO ABBIAMO ? 
DI ADRIAN SALBUCHI Argentine Second Republic Movement

Un buon dottore riferisce sempre al paziente la sua condizione reale, a prescindere dalla diagnosi; un buon dottore comincia col fare una diagnosi corretta sulla condizione del paziente. Un cattivo dottore invece non è in grado di fare una diagnosi corretta (a causa della mancanza di preparazione) oppure nasconde la verità al paziente, il che è anche peggio.

Quando si dice ad un malato terminale come stanno veramente le cose, prima di farsene una ragione il paziente prima è incredulo ed in seguito cerca di negare ció che gli sta accadendo; incredulità per cui il paziente ritiene che il medico abbia fatto un errore sbagliando la diagnosi. Quando la diagnosi è confermata, la disperazione lo porta a negare: 'è impossibile, dice, che stia succedendo proprio a me’.

Un bravo medico aiuta il paziente ad attraversare questo processo doloroso, cercando di fargli accettare la situazione; solo allora può iniziare la cura. Qualcosa del genere accade, anche se in modo metaforico, quando i cittadini sono colpiti da disordini sociali che sono la conseguenza di crisi profonde derivanti da ció che Carl G. Jung chiamava ‘epidemie della mente e dell’anima’.

Di seguito vogliamo trattare alcune questioni che pensiamo riflettano la fine drastica di un ciclo a livello globale, anche se i media guardano dall’altra parte (per esempio nascondendo la verità e generando cortine fumogene), e la maggior parte dei politici hanno le idee poco chiare su quello che sta succedendo (questo fa capire la loro ignoranza), mentre la massa della popolazione in tutte le nazioni vede e sente la crisi ma non è in grado di trovare una spiegazione (incredulità), e infine ci sono alcuni intellettuali realmente in grado di capire quello che sta succedendo e dove stiamo andando a finire ma trovano la situazione troppo difficile da accettare (negazione delle conseguenze).

Nel nostro comunicato numero 52 del 3 ottobre 2008 riguardante la crisi finanziaria globale, allora appena esplosa, dicemmo che non si trattava di una ‘crisi’. Quello che prese piede a partire dal 15 settembre 2008 era più precisamente l’inizio della fine irreversibile del sistema finanziario globale, parte di un modello controllato per il raggiungimento di diversi obiettivi. Questi obiettivi vanno ben oltre gli scopi finanziari, nel senso che si tende verso lo stadio successivo: il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale [New World Order (NWO), ndt]; questo è nient’altro che la costituzione di un governo globale. Al tempo abbiamo anche descritto i tre progetti base, 'Piani', dell’elite del NWO:

-il Piano A cerca di risolvere la crisi finanziaria in corso attraverso pure e semplici misure finanziarie: questo metodo è risultato inefficace.

-il Piano B cerca di risolvere la crisi attraverso una revisione complessiva dell’ intero sistema finanziario, per cui tra l’ altro si pensa di introdurre un nuovo dollaro coperto dagli ‘infallibili’ lingotti d’oro. Questo dovrebbe permettere alle oligarchie mondiali di trasferire la valanga di perdite di Wall Street e dei banchieri europei in altre parti del pianeta (per esempio in Cina, la quale ha un ruolo non trascurabile nell’attuale crisi, e in America Latina).

Attraverso il piano C, infine, si cerca di muovere le pedine della scacchiera, per cosi dire, in modo da scatenare una guerra mondiale.

Siamo convinti che questi piani siano in via d’ attuazione, e mentre il primo si è rivelato inutilizzabile, gli altri due stanno per essere messi in atto. Vediamo dunque la situazione attuale.

1) GOVERNO MONDIALE

Per prima cosa si deve puntualizzare che il nuovo ordine mondiale non rispecchia lo stadio attuale della struttura politica internazionale: è più che altro un termine generico. Perciò abbiamo avuto diversi “Nuovi Ordini Mondiali” nell’ultimo secolo:

- Nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale, quando furono creati il Council on Foreign Relations (New York) ed il Royal Institute of International Affaires (Londra) come organizzazioni per il controllo e la pianificazione politica mondiale promuovendo gli interessi anglo-americani e sionisti in tutto il mondo.

- Nel 1945, quando il bipolarismo del dopoguerra prese piede: cioé Bretton Woods, Jalta, l’ ONU e la guerra fredda.

- Nel 1991, dopo il crollo dell’ Unione Sovietica e l’ avvento della globalizzazione, come annunciato da Bush padre (11 settembre 1991).

- Nel 2008, quando la morente e ambigua globalizzazione cede il passo a qualcosa di molto piú ambiguo: un governo mondiale coercitivo e autoritario, come annunciato nel Financial Times londinese l’ 8 dicembre 2008 da Gideon Rachman.

Oggi stiamo sperimentando il violento stadio che precede l’imposizione di questo nuovo ordine, i cui obiettivi sono:

- Dissoluzione di tutti i governi e autoritá nazionali (la rinuncia alla sovranitá nazionale promossa dal CFR, dalla Commissione Trilaterale e dal Gruppo Bilderberg).

- Il crepuscolo degli Stati Uniti come superpotenza ‘indispensabile’ (per questo Obama veniva accolto nello Studio Ovale)

- Il drastico spopolamento del globo (isteria pandemia)

- Sorveglianza elettronica totale e controllo dei cittadini sopravissuti (pratiche da guerra psicologica che abbassano le difese della popolazione contro l’ inoculazione).

- Monopolio centralizzato e stretto controllo sulla politica, l’economia, la finanza, l’ esercito, la cultura, i mezzi d’informazione, la tecnologia e perfino le pratiche religiose.

Tutto questo puó essere raggiunto soltanto per mezzo della guerra. Il piano C è stato appena attivato.

2) CONFRONTO CON LA RUSSIA E LA CINA

Negli ultimi mesi la Cina ha osservato gli USA e i parassiti di Wall Street molto accuratamente.

La Cina vorrebbe capire cosa ne sarà dei 1.7 mila miliardi di riserve in dollari che detengono (questa situazione è chiamata ‘la bomba atomica cinese’ da alcuni osservatori a Washington). Gli USA non danno spiegazioni perché in realtá di risposte non ne hanno.

Se la Cina dovesse prendere una decisione drastica (come ad esempio cambiare le proprie riserve di dollari americani in euro in tempi brevissimi), si avrebbe come conseguenza il crollo del dollaro americano (il suddetto piano B è stato studiato appunto per questa eventualitá).

In effetti, una delle maggiori fonti finanziarie atte a coprire il debito pubblico americano è proprio la Cina, la quale fino a poco tempo fa assorbiva appunto gran parte del debito pubblico degli USA (oggi questo bisogno necessita di ben 170 miliardi di dollari alla settimana).

Il recente misterioso volo a bassa quota dell’ Air Force One su Manhattan, che ha provocato molto panico e perfino l’ evacuazione sia del World Financial Center che di altri grattacieli sembra essere connesso con la situazione generale: sembra che Obama e alcuni del suo staff abbiano deciso di incontrare i rappresentanti e garanti della Cina e di altre potenze estere con l’obiettivo di raggiungere un accordo/soluzione. Il problema è che Obama non è arrivato ad un accordo con i piani piú alti che hanno l’ ultima parola e che hanno deciso diversamente, ordinando all'Air Force One di atterrare a Washington DC in maniera piuttosto minacciosa. Temendo il peggio il pilota dell’Air Force ha deciso di proteggere il velivolo facendo in modo che venisse ‘visto’ sui cieli di New York da milioni di persone cosi che i due caccia F-16 che lo scortavano non facessero niente di ‘strano’ (vedi i video su YouTube degli incredibili voli a bassa quota). Gli inviati dei creditori esteri degli USA, inclusa la Cina, sono poi anche stati coinvolti in uno scontro a fuoco avvenuto poco dopo con degli agenti dell’ FBI; scontro che ha provocato la morte di diversi agenti.

3) IL DETONATORE ISRAELIANO

Lo stato di Israele va avanti col piano annunciato per l’attacco unilaterale dell’Iran. Abbiamo parlato di questo per oltre due anni. Sará un attacco unilaterale premeditato e ingiustificato da parte di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che detiene armi di distruzione di massa (400 pezzi nucleari avuti dagli USA) e che lascia intendere di volerle usare; la scusa è naturalmente il programma nucleare dell’Iran. Il quotidiano londinese Times rende noto nell’edizione del 18 aprile 2009 che le forze aeree israeliane sono pronte all’attacco ed aspettano soltanto il via libera dal nuovo primo ministro della destra estrema Benjamin Netanyahu, dall’ancor piú estremista ministro degli esteri Avigdor Lieberman e dall’alto commando del IDF (Forze di Difesa Israeliane) (vedi l’articolo ‘Israele è pronto a bombardare le basi nucleari iraniane).

Questo attacco provocherebbe una guerra di dimensioni enormi e l’uso di armi di distruzione di massa biologiche, chimiche e nucleari. Le fonti israeliane riferiscono che lo stato è pronto ad attaccare l’ Iran con o senza il consenso da parte del governo Obama, ben sapendo che il potere sionista in America è piú forte di qualsiasi governo, sia esso democratico o repubblicano. Netanyahu incontrerá Obama il 18 maggio. In ogni caso, con l’attacco di Israele e la risposta dell’Iran, il governo americano si vedrá costretto dal potere sionista negli USA a combattere al fianco di Israele (vedi ‘La lobby israeliana e la politica estera americana’, Stephen Walt & John Mearsheimer); tutto questo è stato appena ratificato nel Daily Telegraph del 7 maggio.

4) POLITICA PER UN GOVERNO MONDIALE

Il ‘detonatore israeliano’ va di pari passo col riposizionamento delle truppe americane lungo i confini, come suggerito dal pensiero strategico di Zbigniew Brzezinski che vuole lo spostamento di buona parte delle truppe dall’Iraq all’Afghanistan e al Pakistan, focalizzando l’attenzione sui Talebani e i pozzi petroliferi nel mar Caspio. L’Afghanistan si trova in una condizione di totale confusione con i Talebani che hanno preso possesso della parte migliore del paese. Oggi si trovano a 160 km da Islamabad, in Pakistan, paese che deve affrontare una crisi altrettanto tremenda. Le bombe americane cadono su Afghanistan e Pakistan ogni giorno mentre i governi fantoccio di questi stati non fanno nulla per porre fine a questa situazione.

L’Iran, la Russia e la Cina, da spettatori e secondo i loro propri interessi, seguendo diversi criteri d’allarme, osservano attentamente queste manovre offensive (aggravate dalla pericolosa strategia della NATO contro la Russia in Polonia e in altre parti dell’ Europa). I tre comunque riconoscono di avere gli stessi avversari: gli Stati Uniti (per Russia e Cina), Israele e gli USA (per l’Iran); una vera formula esplosiva, ma un rischio necessario per l’oligarchia del Nuovo Ordine Mondiale tesa ad introdurre un governo globale.

Questo dovrebbe essere un campanello d’ allarme per tutti gli stati del mondo, in quanto quest’ ordine comprende tutte le nazioni, e gli stati che si rifiutassero di entrare volontariamente nel ‘club’ che ruota intorno agli USA, il Regno Unito e Israele (ed ai loro rispettivi interessi) sarebbero automaticamente banditi come antidemocratici e antisemiti; quello che succederebbe dopo si puó benissimo immaginare.

5) SEMPRE PÍU STATI FALLIMENTARI: DISOCCUPAZIONE E POVERTÁ PER MILIONI DI LAVORATORI

Le banche americane ed europee sono in bancarotta, cosi come molte industrie (la Chrysler è stata proprio l’ultima a cadere), gli assicuratori globali sono tecnicamente falliti, mentre la maggior parte delle istituzioni finanziarie sono deboli, per usare un eufemismo, o totalmente improduttive, per usare un termine che si addice di piú alla situazione reale. I maggiori governi mondiali sono costretti a sostenere finanziariamente la maggior parte delle aziende, il che è un’ ulteriore prova che il capitalismo senza regole, quando lasciato ai suoi propri meccanismi senza interventi da parte dello stato, porta ad un sistema vicino a quello sovietico in cui lo stato controlla le societá (naturalmente troppo importanti per poter crollare) e porta avanti un’economia finalizzata alla protezione della nomenklatura dei ‘banksters’ [“banchieri gansters” N.d.r].

Ancora una volta assistiamo al medesimo ciclo: prima si ha la privatizzazione di larghi profitti che va avanti per decenni; profitti che vanno a riempire le tasche di banchieri, investitori, speculatori e parassiti di ogni genere. Quando poi l’ intero sistema crolla, come sta succedendo in questo momento, le gigantesche perdite sono ‘socializzate’ per mezzo di fondi governativi che includono denaro proveniente dalle imposte e denaro coniato apposta per salvare coloro che dovrebbero essere in prigione; tutti gli altri sono lasciati al proprio destino.

L'iper-inflazione tecnica del dollaro è un fatto, anche se nessuno ancora lo dichiara apertamente.

Ci si sta rendendo conto che la recessione di USA, Europa e Asia è molto peggio di quanto ci si aspettasse, dicono gli esperti.

Milioni di persone stanno perdendo il posto di lavoro e i mezzi di sussistenza, le case, le pensioni, e i risparmi di una vita; milioni di persone cominciano a farsi sentire nelle strade con manifestazioni come i “tea-parties” [recenti manifestazioni di protesta negli USA N.d.r] e sommosse: rappresaglia e repressione.

6) FRODE E ANCORA FRODE

Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e direttore della Yeshiva University a Tel Aviv, è divenuto un simbolo del classico banchiere truffaldino che ha parte integrante nel sistema capitalistico senza regole (che usa il modello piramidale Ponzi come modello base), con i suoi 70 miliardi di dollari rubati ad altri investitori (oh, questi sembrano essere preda di una versione moderna di cannibalismo, mangiando la loro stessa carne).

Si dovrebbe comunque essere piú gentili con ‘Bernie’ Madoff in quanto egli si sta assumendo tutte le colpe e le critiche derivanti dal modello Ponzi, mentre in realtá è l’ intero sistema finanziario a rispecchiare tale modello. Questo è il modo in cui CitiCorp (William Rhodes, Robert Rubin), la Bank of America, Goldman Sachs (Henry Paulson, Timothy Geithner), Morgan Stanley, AIG (Maurice Greenberg) e gli altri istituti assicurativi e banche, hanno sempre operato.

Per avere un’idea piú chiara di quello che sta succedendo dietro le quinte, si prenda come esempio Freddie Mac, il cui nuovo direttore finanziario, il 41enne David Kellermann, si è suicidato. Fonti dell’intelligence russa ritengono che la causa piú probabile per questa morte sia legata al fatto che Kellermann aveva scoperto che Freddie Mac ha finanziato con piú di 50 miliardi di dollari le organizzazioni che fanno capo agli interessi di Israele, cosi che quest’ informazione avrebbe dovuto essere resa nota proprio da lui. Bisogna anche ricordare che quando alla fine dello scorso anno Freddie Mac crolló, uno dei suoi direttori era Rahm Emanuel, ossia l’attuale capo di gabinetto del presidente Obama con doppia cittadinanza (americana e israeliana), e per di piú sospettato di far parte dei servizi segreti israeliani.

7) H1N1 L’ EPIDEMIA DELLA PESTE SUINA

Sembrerebbe che un’ altra cortina fumogena sia stata imposta ai mezzi d’ informazione di tutto il mondo, in modo da evitare che gli articoli che parlano della suddetta situazione vengano messi nelle prime pagine. Fino ad ora si sono verificati soltanto 2000 casi di H1N1 in tutto il mondo, e i 160 decessi in Messico riportati da FoxNews alcune settimane fa sono scesi a 30; lo stesso vale per il resto del mondo. I media hanno provocato isteria, generando quella che viene chiamata ‘isteria da pandemia’, per la gioia delle grosse ditte farmaceutiche che registrano vendite record di Oseltamivir e altre medicine contro l’influenza. I fautori del NWO (Nuovo Ordine Mondiale) sono anche stati in grado di testare l’efficacia delle tattiche di guerra psicologica posta in atto al fine di avere il controllo su fasce molto ampie di popolazione. Vaccini di massa e quarantena, voli cancellati: questo è un circo globale; lo stesso avvenne nel caso dell’ influenza aviaria nel 2004/2005 (che ne è stato poi?).

Non c’è dubbio che ad un certo punto verrá sintetizzato un virus selettivo focalizzato a determinati gruppi sociali (è stato forse l’ HIV un precursore?), in quanto uno degli obiettivi chiave del governo mondiale è proprio quello di favorire la decrescita demografica del pianeta, come consigliato da Henry Kissinger nel National Security Strategic Memorandum 200 del 1974.

Per concludere, le sette questioni di cui si parla in quest’ articolo non dovrebbero essere considerate isolate e sconnesse; al contrario sono strettamente legate tra loro e dovrebbero essere perció lette in chiave olistica, come parte di una strategia piú vasta mirante all’ imposizione di un regime globale in un modo o nell’altro. Parlare di tali questioni come legate tra loro e fare previsioni sul loro effetto a medio e lungo termine ci permette di capire cosa sta realmente accadendo nel mondo; il che è molto diverso da quello che si sente alla CNN, FoxNews, la BBC, il New York Times, il Washington Post, il Daily Telegraph, ABC, CBS o NBC.

In breve, la questione chiave che ci si dovrebbe porre dovrebbe diventare sempre piú chiara a tutti quanti: quanto tempo ci rimane? Quanto tempo abbiamo realmente negli Stati Uniti, in Europa, in Argentina e nell’intero pianeta?

Ognuno giudichi a modo suo, ognuno faccia le proprie scelte. Si puó scegliere di essere come Homer Simpson, facendo zapping tutto il tempo, oppure scegliere di intervenire in questo disastro globale, a prescindere da dove ci troviamo, passando ai fatti.

Qualsiasi cosa si abbia intenzione di fare, è meglio cominciare subito.

Titolo originale: "Global Crisis: How Much Time do We Have?"

Fonte: http://asalbuchi.com.ar/

 

La sicurezza del Fu Mattia Pascal

Scritto da Maria Grazia Ardizzone Venerdì 08 Maggio 2009

Il governo festeggia per aver rinviato all’inferno ben 227 persone e alcune componenti sia di maggioranza che di opposizione si compiacciono per aver eliminato dall’ennesimo disegno di legge in materia di sicurezza “medici e presidi spia”. Bene, cioè male. Vediamo un po’ alcuni punti di questo disegno di legge, che sarà approvato - a suon di fiducia, per evitare sgradite sorprese – la prossima settimana.

L’art. 45 prevede il prolungamento (peraltro già bocciato recentemente dal Parlamento) da 2 a 6 mesi del periodo massimo di trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), permettendo inoltre al questore di chiedere al giudice di pace ulteriori periodi di proroga (60 + 60 giorni) in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino del Paese terzo interessato o di ritardi nell’ottenere della necessaria documentazione dai Paesi terzi. Viene così prolungato uno stato di privazione della libertà personale, e quindi una condizione di prigionia, che a norma di Costituzione (art. 13 - La libertà personale è inviolabile. - Non è ammessa forma alcuna di detenzione, ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.) richiederebbe quanto meno un tempestivo intervento della magistratura, circoscritto invece ai 2 mesi eccedenti i 6 di detenzione amministrativa consentiti, appunto, in barba alla Costituzione.

L’art. 6 obbliga gli stranieri che vogliono contrarre matrimonio in Italia a esibire il permesso di soggiorno. Viene così introdotto un limite inderogabile alla celebrazione di matrimoni nei quali anche uno solo degli aspiranti coniugi sia privo di un titolo di soggiorno, impedendo l’esercizio del diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, previsto dall’art. 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (ratificata dall’Italia nel 1955) e dall’art. 23, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato dall’Italia nel 1977). La violazione di tale diritto colpirà anche quei cittadini italiani che desiderano sposare una persona che si trova in Italia senza permesso.

L’art. 21 introduce il reato di ”ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”, cioè il reato di immigrazione clandestina fortemente caldeggiato dalla Lega ed escluso, a suo tempo, da Berlusconi in persona. Tecnicamente è prevista una contravvenzione punibile con una ammenda da 5 mila a 10 mila euro lo straniero che entra o che si trattiene nel territorio italiano in violazione della normativa. Il procedimento penale viene sospeso in caso di presentazione della domanda di protezione internazionale e archiviato se la protezione viene concessa. Ci sarà archiviazione del procedimento anche nell’ipotesi di esecuzione del provvedimento di respingimento del questore o dell’espulsione amministrativa, mentre l`espulsione si potrà disporre quale sanzione sostitutiva della pena, salvo che ci siano ragioni che obblighino il trattenimento. Per eseguire l’espulsione amministrativa dello straniero indagato per il reato di ingresso o soggiorno illegale non occorre il nulla osta del giudice competente per il reato in questione, nulla osta che normalmente necessario per espellere il cittadino straniero sotto processo.

Ora sarà anche vero che il reato da delitto è divenuto contravvenzione e non comporta più una pena detentiva, però la previsione di questo reato rende obbligatoria, stando al codice penale (art. 361 e 362) la denuncia da parte di ogni pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che venga a conoscenza di una situazione di irregolarità del soggiorno, con l’unica esclusione del settore sanitario per il quale, almeno per il momento, resta l’esplicito divieto di segnalazione.

E così i “presidi spia” cacciati dalla porta rientrano dalla finestra: i dirigenti scolastici avranno l`obbligo di denunciare il genitore del minore iscritto a scuola, se si accorgono in qualunque modo della irregolarità del soggiorno. Il minore straniero, a prescindere dalla condizione di soggiorno, avrà sì il diritto all’ istruzione,. ma il rischio di essere denunciati indurrà i genitori in condizioni di soggiorno irregolare a non mandare i figli a scuola, con tanti saluti al diritto.

Con l’art. 42 l’aberrazione tocca vette inimmaginabili per chiunque sia dotato di un po’ di buon senso. Prevede infatti che la richiesta di iscrizione all’anagrafe di un comune, sia essa presentata da italiani o stranieri, potrà essere accolta solo previa verifica da parte del Comune dell’idoneità igienico - sanitaria dell’immobile adibito ad abitazione. Se la verifica non avviene entro 30 giorni, ci sarà un’ iscrizione con riserva di cancellazione.

Basti pensare che la residenza è presupposto imprescindibile per l’esercizio di diritti fondamentali, quali quello all’elettorato attivo e passivo, alla salute e all’istruzione, perché occorre la residenza per fruire dei servizi comunali che rendono concretamente possibile l’esercizio di tali diritti.

L’ottica sicuritaria è ormai così invadente e pervasiva da essere utilizzata anche per un problema squisitamente economico e sociale, quale quello di un’abitazione dignitosa: un’aberrazione che non può che produrre ulteriori aberrazioni.

Ho già detto come l’art. 21 reintroduce i “presidi spia”. Non basta: l’art. 43 prevede i “money transfer spia”, dato che obbliga gli sportelli a fotocopiare il documento di soggiorno dei clienti e a segnalare alla polizia quelli che non lo hanno.

Con l’art. 45 abbiamo una norma “anti uomo”, proprio come le mine, dato che impone l’obbligo di esibizione di un titolo di soggiorno per gli atti dello stato civile: non solo il matrimonio, ma anche la registrazione di una nascita, il riconoscimento di un figlio naturale, la registrazione di una morte.

E qui entra in ballo il Fu Mattia Pascal, protagonista dell’omonimo romanzo di Pirandello che si finge morto e che quindi, pur vivo e vegeto, sotto il profilo giuridico e amministrativo è inesistente. Norma “anti uomo” perché le sue conseguenze sui bambini che nascono in Italia da genitori irregolari saranno catastrofiche. Infatti la vigente normativa prevede che l`atto di nascita può essere registrato su richiesta di persona diversa dal genitore (come i sanitari) soltanto se il bambino nasce in una struttura sanitaria, per cui saranno esclusi i tanti che nascono per strada o in casa. Vivi sì, ma come Mattia Pascal giuridicamente e amministrativamente inesistenti.

Siamo ben oltre le violazioni di norme Costituzionali, quali ad esempio il dovere di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (art. 31, comma 2 Cost.); il divieto di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.), ed è chiaro che qui la privazione dipende da un interesse politico dello Stato. Siamo ben oltre la violazione delle numerose Convenzioni internazionali, ratificate dall’Italia, in materia di diritti dei minori e dell’uomo come tale.

I bambini non registrati alla nascita saranno totalmente invisibili e pertanto esposti a qualsiasi violazione dei loro diritti fondamentali. Per esempio, visto che non c’è alcun documento da cui risulti di chi sono figli, in molti non potranno neppure ottenere la cittadinanza dei genitori e diventeranno apolidi; visto che non c'è alcun documento da cui risulta che sono nati, una volta adulti non potranno sposarsi. Peggio ancora: questi piccoli vivi ma giuridicamente inesistenti Mattia Pascal saranno vittime di abusi e tratte di ogni genere, quali ad esempio la prostituzione minorile e il traffico di organi a scopo di trapianto. I più moriranno presto e non per colpa del destino cinico e baro ma per precisa scelta politica, ma già: non sono nati e quindi non sono mai neppure morti.

fonte: campoantimperialista

Dieci, cento, mille Aziz.

Aziz è un ragazzo marocchino che ha vissuto in Italia per molti anni. Aziz è un compagno che abbiamo incontrato nella lotta.

Recluso nel Cpt (Cie) di via Corelli a Milano, ha voluto tenere la testa alta e ribellarsi; ha saputo trovare forza e determinazione per non rassegnarsi alla prevaricazione di uno Stato razzista, per far uscire la voce della sua rabbia e della sua protesta, per organizzare una lotta coi propri compagni di detenzione, salendo sui tetti del lager in cui era recluso, resistendo ai pestaggi polizieschi, attuando un determinato sciopero della fame e della sete.

Per chiunque l'abbia sentita, la sua voce strozzata, che in diretta radiofonica con Radio Blackout urlava rabbia e disperazione durante i pestaggi nel Cpt di Corelli, resterà per sempre segno dell'intollerabile, l'intollerabile di questo sistema infame che esclude, sfrutta e reprime.

Aziz doveva uscire da Corelli tra sette giorni. Alle quattro del mattino i cani da guardia del sistema l'hanno prelevato dalla sua camerata, l'hanno privato del telefonino l'hanno fatto deportare con un aereo Alitalia.

Prima di partire ci ha lasciato parole che rivendicavano, con immutata forza, l'importanza della lotta contro questo sistema concentrazionario, contro la matrice razzista di cui è espressione, contro lo sfruttamento sociale che garantisce; un sistema basato sul terrorismo statale, diffuso e quotidiano, fatto di minacce, soprusi e retate nei quartieri; un sistema che ci vorrebbe tutti impauriti, silenti e rassegnati.

Le forze politiche e poliziesche di questo Stato militarizzato hanno voluto privarci di un amico, di un compagno, di un complice. Ma noi sappiamo che Aziz tornerà, quando e come vorrà, per ritrovare sua moglie e sua figlia, alle quali va tutta la nostra solidarietà, ma anche per riprendere, con altri dieci, cento, mille altri Aziz, una guerra sociale per la giustizia e la libertà.

17 aprile 2009, 

fonte: Comitato Antirazzista Milanese

 

LACRIME DI COCCODRILLO

Abruzzo-Iraq-Afghanistan-Gaza…

“Ci ha presi la curiosità di sapere (…) se, in una parola, le lacrime che si piangono in basso possano far piangere come quelle che si piangono in alto.”

E. e J. De Goncourt in “Germinie Lacerteux”

Sono davvero ragguardevoli l’impressione e il coinvolgimento generali che il sisma in Abruzzo ha generato, anche “facendo la cresta” al fenomeno “pompato” ad arte e indubbiamente ingigantito dalle solite manovre che vengono dall’alto…La “gara di solidarietà” è scattata a livello nazionale e addirittura internazionale (qui, è ovvio, bisognava dimostrare l’importante ruolo dell’Italia “nel mondo”…!); il governo è sempre in campagna elettorale, sempre all’attacco, non si lascia sfuggire neppure la più piccola occasione per sfoderare le sue indubbie capacità di strumentalizzazione ai fini della creazione di consenso, cioè le sue capacità di rimestaggio e rimescolamento tanto truffaldino quanto mistificatorio delle cose e della realtà…Una classe dirigente in affanno per le note vicende della crisi e quant’altro cerca “popolarità” costi quel che costi, anche lo sciacallaggio mediatico cui stiamo assistendo. Altro che i rumeni arrestati e poi assolti immediatamente con formula piena! Ennesimi capri espiatori di un potere in agonia che ha bisogno dell’assillo della “sicurezza” per far vedere che esiste, che si dà da fare, che gli immigrati sono cattivi e gli italiani buoni, che la destra al potere sa agire, sa trovare soluzioni ( anche al terremoto ), sa “proteggere i cittadini” dai rumeni delinquenti, ladri e stupratori…Ora pure sciacalli… I mass-media si sono avventati, è il caso di dire, come belve affamate sulla preda per usare in modo indegno e com’è loro solito la potente presa che hanno sulla gente e incanalare l’attenzione, l’interesse verso il sisma, prendendo due piccioni con una fava: da una parte l’esaltazione dell’esecutivo e del suo leader come “deus ex machina” efficiente e risolutivo persino nelle situazioni di più grave emergenza come un devastante terremoto ( del resto, non è forse lui un manager e l’ Italia la sua azienda? ) e dall’altra la “ distrazione” dei più dall’evento centrale dell’epoca: la crisi economica, l’agonia di questo sistema lercio che moltiplica le occasioni di sofferenza sociale e non può né potrebbe dare risposte vere alla disoccupazione, alla miseria di sempre più vasti strati di popolazione neanche se lo volesse. La potente macchina mass-mediatica, trasmettendo ininterrottamente per giorni e giorni le immagini delle distruzioni e degli effetti del sisma sulle popolazioni e quelle del premier, che, “sconvolto”, va in mezzo ai terremotati, ha operato l’ennesima speculazione sul dolore ( questo sì, vero!! ) del popolo per i biechi fini che ben sappiamo.

Ma ciò che ci preme non è mettere in evidenza questo aspetto; ciò che ci preme è riflettere e denunciare come per un evento del genere si sia commossa tutta l’Italia ( e l’estero ), sia pure nei limiti e per le ragioni esposte, mentre per quanto accaduto e continuamente accade in Iraq, Afghanistan, Gaza ( per non parlare di altre realtà terrificanti ) non sia successo nulla; nessun pianto dirotto, meno che mai servizi giornalistici strappalacrime, nessun grido di dolore, nessuno scandalo, nessun cordoglio generale, niente di niente…Eppure, si tratta di tragedie imparagonabili a questa quanto a sofferenze causate, tempi, modi, etc, si tratta di apocalissi infinitamente maggiori…Per anni e anni abbiamo visto, sentito, letto le immani sofferenze di interi popoli a Oriente, ma la reazione è stata “tiepida”, cinica direi; il cuore degli italiani batte al ritmo delle etnie. Si tratti di occidentali, possibilmente bianchi, meglio ancora se americani o europei, allora riscopre tutta l’umanità, la bontà, la solidarietà, la fratellanza e l’altruismo possibili; se invece si tratta di bambine irachene stuprate e poi uccise, di ragazzini torturati nelle sezioni “giovanili” di carceri come Abu Graib, non muove ciglio. E’ proprio vero, caro vecchio Karl: la situazione è rovesciata e andrebbe rimessa sulle gambe.

Sembra un incubo, ma i circa 289 morti abruzzesi possono infinitamente di più dei milioni di morti iracheni, del genocidio continuo di intere zone martoriate del vicino Oriente e dell’Asia…Fiumi di lacrime ( e fiumi di aiuti ) scorrono (va bene, per carità, ma non è questo! ) per l’Abruzzo ferito, ma non possiamo fare a meno di notare che quelle stesse persone che ora si scompongono e si dicono stravolte dal dolore per l’entità e gli effetti del sisma aquilano non hanno non dico versato una lacrima, ma neanche abbozzato un accenno di pietà davanti all’orrore di quanto è accaduto e accade nei Paesi arabi. Eppure qui non era madre terra, non era la natura a scatenare l’inferno, ma l’uomo, noi; non l’imponderabile, ma il ponderabile, anzi il ponderato, il deciso con la nostra rivoltante complicità. Gli americani e noi italiani con loro, alleati nelle più abominevoli nefandezze ai danni di interi popoli innocenti; italiani che ora ( il cuore è tenero, si sa!!!) piangono fiumi di lacrime davanti alle telecamere delle tv. Ma non c’è nessun possibile paragone tra le due catastrofi; nessun paragone se non a nostro svantaggio, a nostra vergogna ed eterno abominio. Eppure, le immagini strazianti delle stragi irachene, afghane, palestinesi sono giunte e giungono ancora fino a noi, per quanto “filtrate”…La gente, gli italiani sapevano e sanno…Ma gli arabi, si sa, sono quasi una razza inferiore; sono cattivi, sanguinari, tagliatori di teste…

Quotidianamente i droni statunitensi bombardano poverissimi villaggi pachistani che hanno la colpa di trovarsi al confine con l’Afghanistan; quotidianamente muoiono soffocati sotto le macerie e oltre a ciò dilaniati dalle bombe decine e decine di innocenti, ma non succede niente: nessuno sdegno, nessuna pietà…Ci sono morti di serie A e morti di serie B; i bambini che giacciono schiacciati sotto quintali di cemento e terriccio in Asia NON sono uguali a quelli nostri, né mai lo saranno, per alcuni. Ma costoro non sanno che le loro lacrime sono di coccodrillo, perché quando non si è fatto e non si fa nulla di fronte ai massacri che hanno portato e portano l’inferno in terra agli altri popoli, quando si è direttamente responsabili di veri e propri genocidi in casa d’altri, non si può pensare di essere creduti in casa propria…Il terremoto rimane sempre un evento imprevedibile o quasi e comunque dovuto alla Natura; la guerra, la tortura, il fosforo bianco, gli stupri, i massacri, il terrore portati a popolazioni innocenti, con la scusa poi della democrazia e della libertà, rimangono un’infamia indelebile e la pagina più vergognosa e turpe della storia occidentale.

Scritto da Maria Ingrosso Domenica 12 Aprile 2009 08:41

TERREMOTO IN ABRUZZO: E’ IL MOMENTO DELLA SOLIDARIETA’, MA ANCHE DI UNA PRIMA RIFLESSIONE

Di fronte all’ennesima “sciagura naturale” (ma esistono davvero calamità naturali esenti da qualsiasi responsabilità di ordine politico-economico e antropico-culturale?) che ha investito il nostro popolo e il nostro territorio, già straziato da lunghi decenni di scempio e devastazione ambientale, di pessima e dissennata gestione politica del territorio e delle sue ingenti risorse, anzitutto sul versante delle amministrazioni locali e quindi sul piano nazionale, un’antica storia contrassegnata da pericolose connivenze e complicità con il cinismo, la spregiudicatezza e il malaffare della criminalità economica privata a beneficio esclusivo di pochi speculatori avidi e arroganti e totalmente privi di scrupoli, questo è comunque il momento dei soccorsi e della solidarietà verso le popolazioni colpite dal sisma. In seguito verrà anche il tempo delle polemiche e delle critiche costruttive, ossia delle proposte.

Pertanto, voglio esprimere subito tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà morale ed umana a chi sta soffrendo in queste ore a causa del terremoto in Abruzzo, anche perché ho direttamente conosciuto il dramma provocato da una scossa sismica estremamente distruttiva, avendo vissuto personalmente la terribile esperienza del 23 novembre 1980 in Irpinia.

Tuttavia, una prima analisi critica, benché ancora a caldo, si può e si deve tentare, almeno per provare a comprendere quanto sta accadendo e cosa si potrebbe fare in futuro.

Il bilancio delle vittime, dei feriti, dei senzatetto, dei danni alle persone e alle abitazioni, è ancora provvisorio e si va aggiornando in modo lugubre e agghiacciante ora dopo ora.

Un dato sembra certo e inoppugnabile: si tratta di uno degli episodi sismici più violenti e catastrofici degli ultimi anni, inferiore (per magnitudo Richter) solo ai terremoti che prostrarono il Friuli nel 1976, l’Irpinia e la Basilicata nel 1980. Un evento sconvolgente che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Per questo, e a maggior ragione, so di cosa parlo.

Alla devastante potenza si aggiunga anche l’orario notturno in cui si è manifestato il sisma: a quell’ora assai inoltrata solo i più incalliti nottambuli erano ancora svegli e in circolazione.

Non c’è dubbio che il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo è stato geograficamente più circoscritto, nonché più limitato nella sua durata temporale rispetto a quello che la sera del 23 novembre 1980 rase al suolo interi paesi dell’Irpinia e della Lucania, estendendosi in un’area estremamente vasta e profonda, al punto che la scossa maggiore (durata all’incirca un minuto) fu avvertita a centinaia di chilometri di distanza. Ma l’ultimo evento sismico, per gli effetti di distruzione provocati, risulta molto più grave e drammatico di quello che colpì l’Umbria e le Marche nel 1997 e il Molise nel 2002. Tali riferimenti alle esperienze pregresse non sono un puro ed inutile esercizio di contabilità statistica, ma un modo per cercare di comprendere chiaramente l’effettiva portata dell’evento tellurico che ha sconquassato e stremato le popolazioni dell’Abruzzo. Non a caso, partendo dal terremoto dell’Irpinia e dalla Basilicata nel 1980, giungendo a quello dell’Umbria e delle Marche nel 1997, a quello del Molise nel 2002, ed infine oggi in Abruzzo, l’area geografica direttamente interessata e minacciata dai fenomeni sismici più frequenti e dannosi, è esattamente quella lunga striscia di territorio che attraversa la catena dell’Appennino centro-meridionale. Si tratta di una delle zone a più alto rischio sismico dell’intera penisola, probabilmente del mondo. E questo è un elemento di verità assolutamente innegabile e incontrovertibile.

Dunque, per quanto concerne il rischio sismico, l’Italia centro-meridionale è comparabile al Giappone e alla California. Invece, per quanto attiene agli interventi di prevenzione sul territorio, che richiedono soprattutto un’opera di educazione, ossia di sensibilizzazione e preparazione culturale (da affidare non solo alle istituzioni scolastiche che dovrebbero essere deputate a tale compito, ma pure ad altre agenzie formative presenti sui territori), siamo purtroppo paragonabili ad altri Stati, che noi riteniamo siano più arretrati e sottosviluppati del nostro paese, invece ci sarebbe da chiedersi chi è il vero “Terzo Mondo”…

Si pensi che la terra d’Abruzzo è stata dichiarata una zona ad alto livello di pericolosità rispetto al rischio sismico sin dagli anni ’60, per cui si presume che la normativa antisismica in materia di edilizia abitativa fosse stata adottata (evidentemente solo sulla carta) sin da quegli anni lontani. Invece, dalle notizie appena trasmesse veniamo a scoprire che, ancora oggi, a causare il maggior numero di morti sono stati i palazzi di quattro piani ed oltre (e c’è chi legifera, tramite decreti d’urgenza, per incentivare la cementificazione del territorio e l’ampliamento dell’edilizia abitativa) costruiti col cemento (dis)armato, così come è accaduto in precedenti esperienze. Un dato davvero inquietante e raccapricciante. Insomma, la memoria storica che dovrebbe essersi formata nella coscienza delle persone del nostro paese, sembra non valere proprio a nulla.

In questi giorni si viene ad apprendere (per chi non lo sapesse) che in Italia la normativa antisismica più stringente e rigorosa è stata varata (e non parliamo della giusta e doverosa applicazione della legge) solo dopo il terremoto del Molise nel 2002, esattamente con l’Ordinanza n. 3274 del 20 Marzo 2003.

Sembra incredibile ed assurdo, ma è così. Checché ne dicano i sepolcri imbiancati presenti in maniera trasversale nella politica nostrana, nonché i loro servi e padroni.

Comunque, si sa che in Italia una cosa sono le leggi, ben altra cosa sono l’osservanza e l’applicazione delle leggi soprattutto da parte di chi dovrebbe eseguirle e farle rispettare.

Nonostante la storia sismica del territorio italiano avrebbe dovuto insegnarci a costruire le case, gli ospedali e le scuole, non dico come in Giappone, ma molto meglio di quanto non avvenga in realtà, e avrebbe dovuto abituarci ad una politica educativa e culturale di prevenzione, per scongiurare simili eventi catastrofici, invece la realtà raccapricciante dell’ultima tragedia ci dimostra che le esperienze precedenti non sono valse proprio a nulla. Si continua a far finta di nulla, come se l’Italia fosse immune da ogni rischio sismico e ambientale.

Dunque, un altro elemento di critica, non polemica o gratuita, bensì costruttiva, da proporre sin da subito, è il seguente.

Viene giustamente da chiedersi come mai in un paese ad elevato rischio di catastrofi sismiche e ambientali, quale l’Italia, in cui periodicamente si verificano “disastri naturali” (terremoti, alluvioni, frane ecc., possono davvero essere considerati come semplici “disgrazie” o “iatture” dovute alla furia della natura, oppure esistono precise responsabilità storiche da ascrivere all’uomo, ovvero alla gestione politica, all’incuria e allo scempio del territorio?), il governo nazionale ragiona insieme ai governatori delle regioni su come incentivare l’edilizia abitativa oppure sull’ipotesi di costruzione del ponte sullo stretto di Messina, invece di dedicarsi seriamente alla progettazione e alla realizzazione di un piano di risanamento ambientale e antisismico, da varare ed attuare finalmente su scala nazionale.

La risposta sarebbe scontata e banale: gli affari d’oro che scaturiscono dalle speculazioni edilizie, o di altro tipo, sono indubbiamente maggiori rispetto ad un’opera di risanamento antisismico e ambientale su tutto il territorio nazionale, che ridurrebbe gli spazi di agibilità e le possibilità di profitto economico per gli speculatori e agli affaristi, ed ovviamente per i loro complici e protettori, vale a dire i referenti politici e istituzionali. Questa è una verità storica ormai assodata da tempo, eppure sembra che venga scoperta per la prima volta.

La mia riflessione non vuole fornire un facile e comodo pretesto per una strumentalizzazione di parte a livello politico, né intende prestarsi ad interventi di “sciacallaggio politico”, come potrebbero banalmente obiettare i detrattori più faziosi e in malafede, ma si propone di offrire un ragionamento il più possibile onesto e obiettivo, utile e costruttivo per l’avvenire, affinché le future generazioni non debbano subire sulla loro pelle le dolorose esperienze vissute in passato dalle genti irpine e lucane, ed oggi dalle popolazioni dell’Abruzzo.

Lucio Garofalo, di Lioni (in Irpinia)

 

LA FUORIUSCITA DALLA CRISI E’ NELLA FUORIUSCITA DAL CAPITALISMO

Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale.

Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super-pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”.

In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

Una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo

Dunque la crisi odierna investe l’apparato politico-economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria.

Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati, generati da un eccessivo sfruttamento materiale dei produttori, ossia degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti e indeboliti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globo-colonizzazione economico-imperialistica che ha generato condizioni sempre crescenti di miseria, sottosviluppo, sfruttamento e precarietà materiali, permettendo o imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro (vale a dire dei salari) su scala planetaria, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili e drammatiche conseguenze in termini di costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, sino al tracollo e al fallimento definitivo del capitalismo su scala globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora.

A nulla servirà l’assunzione di rimedi ormai inutili e tardivi, ovvero di provvedimenti di pura facciata quali, ad esempio, l’autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari, la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali.

Se è vero che i capitalisti sono i principali responsabili della crisi odierna, è altresì vero che nemmeno i politici, servi e funzionari del capitale, possono dirsi estranei o innocenti, anzi.

La demagogia e l’ipocrisia, oltre all’inettitudine e all’improvvisazione messe in mostra dai ceti politici dirigenti, nonché la manipolazione e la disinformazione esercitate dai mass-media ufficiali, sono la controprova e la conferma dell’ipocrisia, dell’inganno e della menzogna insite nella realtà e nella natura stessa dell’economia capitalistico-borghese.

Era già tutto previsto

La principale causa delle crisi economiche che investono periodicamente il capitalismo è da individuare, secondo l’analisi fornita da Karl Marx ne Il Capitale, nel crollo periodico del saggio (o tasso) di profitto. Lo stesso processo di espansione, accumulazione e concentrazione monopolistica del capitale, accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto (tendenziale nel senso che si tratta di una tendenza che entra in contrasto con altre forze e controtendenze intrinseche al sistema economico-capitalistico).

Tuttavia, Marx non esclude altre cause che possono essere all’origine delle crisi. La ragione ultima, che spiega le crisi capitalistiche, risiede nel progressivo impoverimento dei lavoratori e nel crescente indebolimento del loro potere d’acquisto, quindi nel crollo dei consumi delle grandi masse, un dato che contrasta con la necessità, connaturata al sistema capitalistico, di espandere i mercati ed accrescere sempre più il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente anche i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo non può non incidere anche sui profitti capitalistici, che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa, di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia economico-imprenditoriale, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti.

Crisi precedenti e soluzioni

In passato, per scongiurare altre dure recessioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave depressione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Ovvero ha intrapreso risposte in chiave neoimperialistica e neoconservatrice, per difendere e consolidare lo statu quo, ossia l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un mercato di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo molto efficace per conquistare aree in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta soprattutto dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera ecc., fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla valse la lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta da Egitto e Siria contro Israele), che determinò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile.

Fuoriuscire dalla crisi

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico-borghese. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica e concreta, turba non poco i capitalisti (nonché i loro servi e lacchè) del mondo intero. E ciò vale anche per il capitalismo di stato del gigante cinese, che non esita a fare affari e a stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti per schiacciare la concorrenza europea.

Per arginare l’esplosione di rivolte, disordini e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico-imperialistico, ossia ad un lungo periodo di guerre brutali e sanguinose sulla scena internazionale.

Una seria alternativa al capitalismo

Pertanto, l’unica alternativa possibile e praticabile per evitare e scongiurare simili scenari di catastrofica auto-dissoluzione del genere umano, è solo quella di una fuoriuscita globale e definitiva dal sistema politico-economico vigente, retto su un capitalismo ormai franato in una crisi irreversibile e, dunque, destinato al collasso. Ciò significa restituire al lavoro collettivo il valore e l’importanza che gli spetta, recuperare la centralità e il primato del lavoro produttivo e sociale in un assetto economico di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori (chiamatelo comunismo, socialismo, collettivismo o nel modo che vi pare).

Tuttavia, è evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. E' la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l'autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, ovvero sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, ovvero chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare e rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la competitività e la produttività il sistema risulta invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri "quantitativi" (quali, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo di una nazione, o quello pro-capite, ecc.) per calcolare e definire il tasso di eguaglianza e di giustizia sociale, di progresso e di democraticità di un paese.

Lucio Garofalo

N.A.T.O.: ORGANIZZAZIONE DI GUERRA E DI TERRORE

Il Trattato dell'Atlantico del Nord fu istituito 60 anni fa da una coalizione di paesi capitalisti occidentali, diretti dagli USA, come un'organizzazione di accerchiamento militare, di aggressione, di attacco e di guerra contro l'Unione Sovietica e le democrazie popolari.

La NATO fu concepita come strumento offensivo del campo imperialista, che cercava di ricostruire le sue forze sotto la direzione statunitense, per portare avanti la sua politica aggressiva su tutti i terreni. Economicamente mediante istituzioni come il FMI e la Banca Mondiale; politicamente attraverso differenti organizzazioni regionali; sul piano militare l'alleanza occidentale si schierò in ordine di battaglia e fortificò il suo sistema costruendo la NATO. Al contrario di quanto viene generalmente affermato ed ammesso, la NATO non fu creata contro un eventuale pericolo costituito dall’URSS, ma fu fondata con finalità aggressive ben sei anni prima della costituzione del Patto di Varsavia.

L'obiettivo della NATO consisteva nell’accerchiamento militare, nell'aggressione e contemporaneamente nella sovversione; senza escludere l'utilizzo della forza contro l'Unione Sovietica ed il blocco dell’Est, serviva infatti allo stesso tempo per reprimere l'opposizione interna nei paesi capitalisti occidentali.

L'esempio più concreto è quello della creazione clandestina, nella quasi totalità dei paesi del NATO, di organizzazioni tipo Gladio (contro-guerriglia), alcune delle quali esistono ancora. Le forze che hanno organizzato provocazioni, sabotaggi, assassini e colpi di stato nei paesi europei per impedire lo sviluppo dell’opposizione operaia e popolare, lo hanno fatto sotto l’egida della NATO e degli USA.

La NATO, costituita nel 1949 da 12 paesi come "organizzazione di difesa regionale”, si ampliò rapidamente ad altri paesi occidentali e, dopo l’affondamento dell'URSS e del blocco dell’Est, si trasformò in un'organizzazione "globale" di 26 paesi, parte dei quali sono i vecchi stati del blocco orientale.

In un documento intitolato “Concetto strategico per il XXI secolo", approvato nel 1999 in un vertice organizzato per il 50° anniversario della NATO, è chiaramente indicato che la NATO è "un'organizzazione militare globale". Con ciò, una menzogna durata cinquanta anni è stata apertamente riconosciuta, ammettendo che tale organizzazione aveva chiaramente un obiettivo, che consisteva nella distruzione del socialismo e dell'Unione Sovietica, in contraddizione coi principi fondamentali dell'ONU; non si trattava, dunque, di "un'organizzazione regionale difensiva".

La NATO odierna è il braccio armato della guerra globale dei capitalisti e degli imperialisti, un'enorme macchina di guerra che, con un budget di 1.500 miliardi di euro, 22.000 impiegati ed un’armata di 60.000 uomini, è pronta ad intervenire in ogni momento; dopo il cambio di strategia, la NATO organizza operazioni ed interventi ben oltre il campo stabilito dalla sua fondazione (Afghanistan, ex Yugoslavia, Somalia, ed indirettamente Iraq, Sudan, ecc.).

Attualmente la NATO possiede decine di basi militari impiantate in svariati paesi, centinaia di bombe e testate nucleari, armi di distruzione di massa, biologiche e convenzionali. E tentano di ampliare questa organizzazione per imporre così, permanentemente, mediante la forza, il loro ordine.

La crisi finanziaria, economica e sociale che scuote il mondo e che si aggrava di giorno in giorno, incrementa le tensioni e conduce ad una militarizzazione crescente: la minaccia di guerra è tangibile.

Le spese militari mondiali sono cresciute nel 2007 a 1.335 miliardi di dollari. E’ evidente che tutte queste armi non sono stoccate nei depositi per arrugginire. Perciò l'idea di un’uscita dalla crisi economica attraverso la guerra è seriamente presa in considerazione.

Nei summit organizzati dalle potenze imperialista in occasione del 60° anniversario della NATO, si discute anche del suo ampliamento verso Est, del dispiegamento dello scudo antimissilistico in Polonia e nella Repubblica Ceca; sono elaborati piani contro i lavoratori, i popoli, le nazioni oppresse, ed anche contro forze imperialisti rivali.

I membri della Conferenza Internazionale di Partiti ed Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML), fanno appello a tutte le forze progressiste ed ai lavoratori del mondo intero a partecipare alle proteste organizzate in occasione del 60° anniversario della NATO, a prendere parte alla manifestazione comune prevista per il 4 aprile nella città di Strasburgo, in Francia.

Stop alla militarizzazione, diminuzione delle spese militari, e che questo denaro sia utilizzato per soddisfare le necessità dei popoli e dei giovani!

Smantellamento delle basi militari, distruzione delle armi nucleari!

Ritiro delle forze NATO di occupazione!

Dissoluzione della NATO, organizzazione militare di aggressione!

Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti

Marzo 2009

 

UNA RONDA NON FA PRIMAVERA

Ovvero come fare la festa alle donne

Scoperta una ronda notturna fascio-leghista che pratica ripetuti stupri collettivi ai danni di una donna magrebina immigrata clandestinamente in I-ta(g)lia. Il suo nome (della donna, non della ronda) è Rondina Magrebina. La denuncia è stata inoltrata direttamente al ministro degli interni, meglio noto come Mi-sono-rotto-i-Maroni, il quale ha dichiarato: “Si tratta di una bravata goliardica, dovuta a uno sbalzo ormonale collettivo provocato dall’eccezionale avvenenza della donna mediterranea”. Dunque, niente più “castrazione chimica”, bensì un riconoscimento e una conferma della virilità e dell’esuberanza degli ormoni sessuali padani. Questo è quanto si evince dalle parole deliranti pronunciate dal ministro in difesa della ronda padana in preda a furor testosteronico. (To be continued)

Il racconto appena trascritto potrà apparire ironico, assurdo e surreale, ma non lo è.

Personalmente temo che, come sovente accade in I-ta(g)lia, il rimedio si rivelerà peggiore del male, nel senso che procurerà altri problemi ben più gravi di quelli che si spera di risolvere. E’ arcinoto che la maggior parte delle violenze sessuali, in Italia, avviene tra le mura domestiche. Un simile dato statistico dovrebbe quindi indurre le autorità a consegnare alle ronde antistupri le copie delle chiavi di casa di tutti i cittadini italici? No di certo! È evidente che ai nani infami Berlusconi e Maroni non importa nulla delle violenze commesse ai danni delle donne, ma tali violenze sono solo un pretesto demagogico-propagandistico per attuare e completare il progetto di fascistizzazione e militarizzazione del (brut)Paese. Il significato originario dell’8 marzo, in questo caso, è totalmente fuori luogo, cosicché la tradizionale festa delle donne si ritorce e si tramuta in una classica “festa alle donne”. In realtà, il paragone più adatto e calzante per spiegare e comprendere l'istituzione delle ronde razziste, inserita nel decreto legge "antistupri" approvato d'urgenza dal governo del neoduce il 20 febbraio scorso, è senza dubbio quello con le milizie dell’epoca mussoliniana. Senza offesa (ma nemmeno nostalgia) per lo squadrismo fascista del famigerato Ventennio. Tale decreto legislativo rischia, nella meno assurda delle ipotesi, di legalizzare e autorizzare comportamenti di natura squadrista e violenta, ossia soprusi, abusi e prepotenze degne del peggior branco di bulli da strada. A chi sostiene che le ronde sono armate solo di cellulare e sono tenute ad informare le prefetture e le forze dell’ordine segnalando eventuali abusi, reati o violenze, si può rispondere che pure le squadracce di Mussolini e Hitler sorsero con buoni propositi ma poi… la storia la dovremmo conoscere tutti (uso il condizionale in maniera non casuale). Ebbene, il governo del neoduce e bandito di Arcore ha riesumato, sotto una veste nemmeno tanto nuova e inedita, le famigerate bande nazi-fasciste.

L’istituzione per decreto legge delle ronde vedrà sorgerne di tutti i colori: verdi, nere (addirittura a Trieste si sa di ronde che si vorrebbe intitolare allo squadrista e gerarca fascista Ettore Muti), bianche rosse e verd(on)i, brune, rosa, ecc. Insomma, una proliferazione crescente e inarrestabile. Assisteremo anche alla creazione di ronde vaticane formate da prelati, chierici, monaci e persino suore di clausura in vena di escursioni notturne? Ebbene, prima di concludere questo bel quadretto nazionale vorrei suggerire la costituzione di ronde vigilanti in Parlamento e a Palazzo Chigi, insomma nelle stanze del potere che nessuno ormai controlla. Sono certo che ne potrebbero scaturire scoperte molto interessanti quanto raccapriccianti.

Lucio Garofalo

 

ELUANA ENGLARO

Uno dei problemi psicologici più diffusi per chi ha una mentalità conservatrice, cosiddetta di destra, consiste nell’incapacità di fare, attraverso il pensiero astratto, delle "proiezioni". Un po’ come un bambino che, senza riflettere, afferra il suo giocattolo caduto nel fuoco, senza pensare alle conseguenze. Per questa ragione, l'uomo di destra, non inorridisce davanti all'annuncio di un’invasione militare. La sua mente non "proietta" e quindi non riesce a immaginare le conseguenze: Il terrore di una famiglia che sente passare dei bombardieri e non sa se la bomba cadrà sulla sua casa. Il dramma di vedere i propri figli o i propri cari dilaniati da un’esplosione. Le incursioni di fanatici soldati in casa con sequestro per interrogatori e torture e un’infinità di tremende situazioni, facilmente immaginabili da chi ha quella funzione celebrale normalmente sviluppata. L'uomo di destra, non analizza, ma si schiera, proprio come nei confronti di una squadra di calcio. La stessa mentalità di destra che relegò in campi di concentramento, torturò e sterminò gran parte del popolo ebraico, ora comprende morti e macerie provocate dai dirigenti israeliani nei territori occupati. Come nel calcio, quello che fa la squadra del cuore è giusto e l'avversario sbaglia. Pochi mesi fa, la Georgia, filo USA, attacca l'Ossezia provocando circa 2000 morti civili, radendo al suolo la capitale e costringendo alla fuga 34000 persone. 

La Russia blocca immediatamente l'assedio intervenendo militarmente e provocando 200 morti tra i soldati aggressori. Le condanne dell'uomo di destra si rivolsero subito verso la Russia che secondo loro avrebbe reagito in modo esagerato. Ma non hanno trovato esagerata la reazione degli "occupanti" Israeliani, che hanno provocato più di mille morti di cui 400 bambini, in risposta al lancio dei "missili" degli "occupati" Palestinesi che ha provocato in totale una decina di morti. Contemporaneamente sono impegnatissimi nel difendere la vita di esseri umani praticamente già morti, perché in coma o mantenuti in vita artificialmente con sonde e alimentazione forzata, che la natura avrebbe già sollevato dall'inutile sofferenza. Anche in questo caso, la scelta non è razionale, ma di appartenenza. In realtà, chi non si scompone davanti all'orrore di tanta gente uccisa o mandata a morire, non è credibile che si commuova a tal punto da voler preservare la vita di chi è già praticamente morto o di chi, nel caso dell'aborto, deve ancora nascere. Per quanto mi riguarda, spero di non avere troppa capacità di "proiezione" immaginando che chi è in coma, potrebbe avere una parte di cervello ancora in funzione e magari proprio quella relativa alla percezione del dolore. Sarebbe veramente tremendo, che, magari per svariati anni, siano costretti a una sofferenza continua, ma impossibilitati a comunicarcelo per via dei muscoli, magari contratti e bloccati in una sorta di placido sorriso. Sarebbe una tortura pazzesca alla quale sarebbero o potremmo anche noi malauguratamente essere costretti contro natura e contro la nostra volontà, da ottusi integralisti, ma perfettamente in linea con la "non cultura", sadica, di destra. 

IRO BAZZANTI

LA GUERRA TERRORISTICA DI ISRAELE

L’attuale guerra nella striscia di Gaza è il frutto marcio di un complotto internazionale ordito dai sionisti di Tel Aviv e dai loro soci in affari di Washington (con la tacita, inconsapevole o meno, complicità dell’Unione Europea) ai danni non tanto di Hamas, bensì della causa palestinese. L’accordo che aveva condotto alla nascita del governo di unità nazionale non ha sanato la violenta contrapposizione tra le fazioni di Hamas e Al Fatah, anzi. Un scontro intestino giunto all'estremo di una guerra civile in piena regola. Il 15 giugno 2008, dopo aspri e sanguinosi combattimenti, Hamas conquistava il controllo della striscia di Gaza facendo piazza pulita dei dirigenti corrotti di Al Fatah. La reazione del presidente Abu Mazen che sostituiva il legittimo governo di Hamas con un esecutivo di emergenza senza la ratifica parlamentare, rappresentò un vero e proprio golpe avallato da USA, UE e Israele. I quali appoggiano i dirigenti di Al Fatah per indebolire e boicottare il governo di Hamas. Questo atto di sabotaggio fu solo l’ennesimo episodio di una complessa trama di oscure manovre tese ad ostacolare e far fallire l’azione del governo palestinese guidato da Hamas. Lo stesso presidente dell’Autorità palestinese ha partecipato a tali manovre. Una prova in tal senso è stata la designazione da parte di Abu Mazen di Mohamed Dahlan (il famigerato uomo forte dei servizi di sicurezza palestinesi) a vice-presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale, l’organo addetto alla supervisione dei servizi segreti palestinesi, che agivano indipendentemente dalle direttive del governo e, non a caso, collaboravano con i servizi segreti sionisti. Le invisibili manovre tramate contro il legittimo governo palestinese erano state denunciate persino dall'ONU il 5 maggio scorso. Dalle prime schermaglie tra le milizie di Hamas e Al Fatah agli inizi dello scorso anno si è rapidamente passati allo scontro frontale nella prima settimana di giugno. Alle vittorie militari di Hamas il presidente Abu Mazen reagiva il 14 giugno dimissionando il governo di unità nazionale e annunciando la formazione di un esecutivo provvisorio di emergenza in attesa di nuove elezioni. Il 15 giugno scorso Abu Mazen annunciava la scelta di un nuovo primo ministro, Salam Fayyad, già a capo del ministero delle finanze nel governo di unità nazionale, un economista di formazione nordamericana ed ex funzionario della Banca Mondiale, assai vicino alla vecchia amministrazione Bush. Il golpe riceveva il benestare immediato del governo israeliano e, a ruota, di quello statunitense. L'esecutivo golpista prestava giuramento il 17 giugno a Ramallah in Cisgiordania.

Come si è giunti a questa tragica situazione?

Tutti potevano intuire sin dall’inizio che l’astio tra le formazioni palestinesi sarebbe presto degenerato in un conflitto aperto e frontale, per cui a taluni conveniva consegnare la Palestina in mano a due schieramenti che si sarebbero combattuti e indeboliti reciprocamente, a netto ed esclusivo vantaggio degli oppressori, ossia a beneficio dell’imperialismo sionista. I governi di Washington e Tel Aviv hanno lasciato fare perché la situazione era chiaramente a loro favore, nella misura in cui le dispute fratricide tra palestinesi e, nel contempo, rivali, avrebbero ulteriormente piegato una nazione già stremata da decenni di lotte contro Israele, senza alcuna necessità di intervenire direttamente. Israele ha proseguito indisturbata la sua opera di repressione e di eliminazione dei dissidenti, ha intensificato le rappresaglie terroristiche nella striscia di Gaza e negli altri territori, costruendo un colossale muro che in pratica cinge un immenso lager nel quale sono rinchiusi oltre un milione di abitanti. Per completare la sua opera Israele, con l’esplicito appoggio statunitense (e la tacita complicità dell’Unione Europea), ha intrapreso una feroce ed orribile guerra, non tanto contro Hamas, perpetrando lo sterminio indiscriminato di migliaia di civili innocenti, soprattutto donne e bambini. Una guerra terroristica, tesa a dividere ancor più la nazione palestinese per controllarla e soggiogarla più facilmente. Oggi, il rischio più serio ed inquietante per il popolo palestinese non è solo l’esaurimento della già misera ipotesi dello Stato-enclave previsto dalla Road Map, ma uno scenario ancor più raccapricciante in cui si profila la creazione di due entità palestinesi distinte e separate, ciascuna sostenuta dai propri sponsor internazionali. Inoltre, bisognerebbe ricordare alcune cifre che sono davvero impressionanti ed emblematiche in quanto indicano lo stato reale in cui versa la popolazione palestinese, cifre concernenti in particolare la disperata situazione di miseria materiale della gente che vive a Gaza. Secondo dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti giace sotto la soglia della povertà sopravvivendo a stento con meno di 2 dollari al giorno. Tali condizioni sono soprattutto la conseguenza dell’embargo economico imposto da Israele contro la popolazione di Gaza.

Democrazia e imperialismo

La guerra aperta tra le milizie di Hamas e quelle di Al Fatah ha radici profonde. La ragione principale è che da Oslo in poi Al Fath ha spinto sempre più verso un accordo negoziale con Israele sulla base dello slogan (tanto caro anche alla “sinistra radicale” di casa nostra) “due popoli due stati”. Il fallimento di questa strategia è fin troppo evidente. Ma chi ci ha rimesso e chi ci ha guadagnato? E’ facile rispondere. I Palestinesi non hanno ottenuto nulla, mentre i sionisti di Tel Aviv hanno consolidato le loro posizioni, espandendo i loro domini territoriali con nuovi e crescenti insediamenti coloniali, e relegando i Palestinesi Cisgiordani all’interno di un vero e proprio lager circoscritto da un gigantesco muro di cinta.

L’Occidente decanta sempre le virtù liberatorie della democrazia, ma quando un popolo decide di autodeterminarsi e di esprimersi liberamente e democraticamente, come è accaduto nel caso dei Palestinesi che hanno voluto la vittoria di Hamas, e il risultato elettorale non è gradito alle potenze occidentali, queste intraprendono una serie di manovre e di tentativi al fine di pregiudicarne e vanificarne ogni valore ed ogni fondamento di legalità. Alle ultime elezioni politiche la stragrande maggioranza della popolazione palestinese si è espressa a favore di Hamas, e non di Al Fatah. Non a caso, la vittoria elettorale di Hamas è stata sin dall’inizio rigettata ed ostacolata dai paladini della "democrazia" nel mondo, cioè gli Stati Uniti d’America. I quali possono indubbiamente vantare un assoluto primato e un’indiscutibile “superiorità morale” nel campo dei diritti civili e delle libertà democratiche (la pena capitale, vigente in numerosi Stati della Confederazione USA, è un nobile esempio della civiltà giuridica e politica nordamericana!), per cui hanno tutti le carte in regola per “esportare la democrazia” nel mondo (un po’ di ironia non guasta). A riguardo gli islamisti non hanno per nulla torto quando disprezzano ed accusano la cosiddetta “democrazia” di essere una “foglia di fico” utile per coprire le nefandezze del capitalismo, la natura autoritaria ed oppressiva, guerrafondaia e sanguinaria dell’imperialismo occidentale. D’altronde, i medesimi concetti sono formulati dai marxisti, benché in funzione comunista e sulla base di un’impostazione intellettuale ateistica e storico-materialistica. In particolare, Lenin e Rosa Luxemburg definivano la democrazia liberal-parlamentare e costituzionale come un “involucro protettivo” dentro il quale si riparano e si annidano la violenza e il fascismo della dittatura di classe della borghesia capitalista. La logica manichea che pretende di contrapporre la “democrazia” liberal-borghese alla “teocrazia” islamista è l’ennesima trappola ideologico-propagandistica escogitata dalle potenze imperialistiche per mistificare ed occultare la verità, per ingannare l’opinione pubblica internazionale, distraendola dai problemi concreti e dalle contraddizioni realmente esistenti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in altre aree del pianeta strategicamente importanti dal punto di vista geo-politico, economico e militare.

Dopo le ultime elezioni palestinesi vinte da Hamas, la comunità internazionale ha imposto un ignobile embargo al fine di ricattare i palestinesi e costringerli a pentirsi di aver votato per Hamas. E’ innegabile che Hamas sia un’organizzazione culturalmente retrograda e misoneista, politicamente reazionaria (diciamo pure islamico-fascista), certamente non progressista, ma è altrettanto ineccebile che Abu Mazen sia una pedina manovrata dagli USA e da Israele, che hanno appoggiato sia la gravissima decisione di Abu Mazen di sciogliere il legittimo governo guidato da Hamas, sia il golpe di Abu Mazen con il quale è stato formato un nuovo governo che non è minimamente rappresentativo del popolo palestinese, in quanto la decisione presidenziale viola apertamente la Costituzione palestinese, non avendo ricevuto la necessaria ratifica parlamentare.

Cui prodest?

Poniamoci una domanda solo apparentemente “sciocca e banale”, che sorge spontanea, almeno nella mente di chiunque sia provvisto di buon senso. Cui prodest? A chi giova la guerra nella striscia di Gaza? Certo non alla causa palestinese. Allora chi ne trae vantaggio? Hamas? Al Fatah? Oppure altre forze in gioco, vale a dire la potenza di Israele, braccio armato dell’imperialismo globale in Medio Oriente? Comunque, un risultato utile questa guerra lo ha già avuto, nella misura in cui ha rivelato al mondo la natura reale, terroristica e criminale, dello Stato di Israele.

Lucio Garofalo

 

 

Vittorio Arrigoni a Gaza: 
avvoltoi e cacciatori di taglie 

14/01/2009

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Il mio pezzo per Il Manifesto di oggi:

Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israeliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la "spirit of humanity," una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo. Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la "Dignity", furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l' SOS dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell'occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perchè anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinche fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come ancora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l'agenzia di stampa Ma'an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà. Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un pò come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo goccialano sangue all'aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell'assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissa dove sottoterra, che fanno breccia nell'opionione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro. Questo miei prose odierne sono state trocate sul nascere, dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l'evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporters a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un'occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa: "ALLERTARE I MILITARI DELL'IDF PER COLPIRE L'ISM

Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell'ISM. Dall'America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l'ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall'inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL'IDF: INVITO ALL'OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA.". Dal sito "stoptheism.com". Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l'odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini,. Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l'esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell'ospedale Al Quds in Gaza city. Restiamo umani.

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Vittorio Arrigoni: 
I volti diafani di fantasmi che chiedono giustizia.
 
04/01/2009

Ben Heine © Cartoons

Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tramare sulle nostre teste, sui destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio, alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a quale giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l’incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già successo ieri. Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie.

Livni dichiara al mondo che non esiste un’emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d’accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad, (come mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all’interno della striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato teso da Israele. Ma che senso realmente ha servire pane appena sfornato all’interno di un cimitero? L’emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di viveri. I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non è mai stata così fertile di decomposizione. I corpi smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di colpa, negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le immagini di un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su tutte le televisioni satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera statunitense. Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono. Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabalia. Mentre ero in collegamento telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un’anziana palestinese incontrata per strada questo pomeriggio mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel medioevo, e non nel 2009, per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri dell’islam a Gaza. Ancora un’altra pioggia di bombe a Jabalia, e alla fine sono entrati. I cingoli di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi meccanici a digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro tragica soddisfazione. Sono entrati in un’area a nord-ovest di Gaza e stanno spianando case metro per metro. Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro rifugio che una baracca n un campo profughi. Siamo corsi qui a Jabaila dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei intimavano l’evacuazione generale del campo profughi. Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati, sono scappati all’istante, portandosi via i pochi beni di valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che era in una Palestina per sempre occupata perduta una sessantina di anni fa.. La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei cingoli affamati delle loro vite con l‘unica arma che hanno a disposizione, la dignità di saper morire a testa alta. Io e i miei compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro, questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel centro dell’inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei o americani, che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in realtà siano causa e complicità di tutte queste morti di civili innocenti.

restiamo umani

fonte: blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Fermare il genocidio  sostenere la resistenza

 

I massacri che si stanno perpetrando ai danni della popolazione di Gaza ad opera delle divisioni sioniste sono resi possibili dagli Stati Uniti che armano la loro mano, dalla complicità dell’Unione Europea ed anche dalla paradossale assunzione  di gran parte della sinistra occidentale (ed in particolare italiana) di ipocrite posizioni che nel migliore dei casi mettono sullo stesso piano vittime e carnefici, chiedendo ai primi di riconoscere il buon diritto dei secondi ad esistere per annientarli;

sono resi possibili da quanti accreditano la tesi dell’azione difensiva, quando è stato Hamas a perpetuare una tregua ripetutamente violata da Israele con gli omicidi mirati, il mantenimento dell’embargo totale, le incursioni aeree e terrestri, violazioni tollerate dalla comunità internazionale che hanno obbligato il governo di Gaza a reagire, ed infine sono favoriti da quanti si ostinano per convenienza - magari per paura di perdere un già perso consenso elettorale o meglio l’accesso sui media e sulle poltrone, ben controllati nel nostro paese dalle centrali filosioniste - a considerare ancora Hamas una organizzazione terrorista, mentre invece è una autentica forza popolare che ha vinto le elezioni del 2006, considerate da tutti gli osservatori internazionale tra le più democratiche del mondo arabo.

Non esaurite certamente qui le responsabilità occidentali va registrato anche l’abbandono dei palestinesi da parte dei governi arabi cosiddetti moderati, a tutti gli effetti satrapi dell’Occidente che trovano sponde anche in parte della stessa ANP, come hanno evidenziato le vergognose dichiarazioni di Abu Mazen che ha inizialmente dato la colpa alla Resistenza di quanto sta avvenendo; in realtà tutti questi governi collaborazionisti hanno paura di perdere il potere per via dell’esempio e dell’incitamento alle masse popolari dei loro paesi che sta dando l’eroica resistenza di Gaza, masse popolari cui sono sempre più invisi, come dimostrano le manifestazioni di questi giorni.

Grazie a tutte queste coperture i crimini continuano impuniti tra le falsificazione dei mass media acritiche sulle versioni israeliane, come quando cianciano di operazioni chirurgiche o di cinismo dei partigiani nel farsi scudo della popolazione civile; chi è stato a Gaza sa benissimo che anche volendo (ed i sionisti non vogliono) è impossibile colpire bersagli selezionati o costruire caserme lontane dalle abitazioni, con quel territorio ridotto ad un catino sovrapopolato per via della terra che si sono mangiati i coloni, per via dei muri e dell’assedio imposto dall’esercito israeliano.

Invitiamo a boicottare in tutti i modi i criminali di guerra con la stella di Davide ed i loro complici, responsabili di rappresaglie di stampo nazista sulla popolazione civile, identiche a quelle che compirono  2 anni fa in Libano e gli auguriamo l’identica sconfitta che seppe infliggere loro i partigiani Hezbollah anche se sappiamo che a Gaza le condizioni territoriali e 1.500.000 ostaggi in mano alla rappresaglia sionista rende molto più difficile la capacità di resistenza, ma sappiamo anche della dignità e dell’eroismo del popolo e della sua dirigenza, stretti tra l’alternativa di soccombere sotto le bombe, sotto l’emabargo o sotto una resa ed una schiavitù mascherata da pace, oppure combattere e difendersi.

Israele rimane uno stato artificiale e vassallo dell’imperialismo, impiantato forzatamente nel cuore del Medio Oriente per sottomettere i popoli arabi ed islamici e controllarne le risorse ma quando  l’egemonia statunitense, già perdente sul terreno economico, cadrà anche sul terreno militare l’entità sionista sarà destinata a sbriciolarsi e per garantire il futuro degli abitanti di Israele, ebrei o di altre nazionalità la soluzione migliore, la sola che alla lunga possa evitare un nuovo olocausto non potrà essere che quella di un unico stato democratico dove tutti i cittadini, privati dal giogo dell’imperialismo, possano esprimere liberamente i propri dirigenti e le proprie istituzioni, assicurando a tutti piena libertà di culto e libera manifestazione della propria identità culturale:ma un futuro di pace passa oggi per il sostegno ai combattenti di Gaza necessita della mobilitazione per fermare i massacri degli aggressori, per la sconfessione e la delegittimazione di una classe politica che anche qui in Italia a vari livelli appoggia il sionismo.

Come fu sollevato dagli ebrei che combatterono i nazisti nel ghetto di Varsavia, come fu sollevato tra le macerie di Stalingrado oggi da Gaza si solleva l’emblema della lotta per la libertà dei popoli

 

Lotta di Unità Proletaria Osimo 

 

Petizione indirizzata al Ministero della Giustizia dell’Iraq


Muntazer Al-Zaidì è stato arrestato e potrebbe essere condannato ad un lungo periodo di detenzione. È probabile che verrà giudicato «colpevole» di «tentato omicidio» per aver tirato le sue scarpe addosso a G.W.Bush. Il giornalista Al-Zaidì ha invece compiuto un gesto sacrosanto che simboleggia la Resistenza del popolo iracheno, poiché Bush non è solo presidente di uno stato guarrafondaio, 
è anche Comandante in capo delle forze armate americane, che in Iraq sono a tutti gli effetti un esercito occupante che si è macchiato di innumerevoli crimini.
Il minimo che poteva accadere a colui che ha scatenato una guerra e causato tra gli iracheni più di 600mila morti, era di ricevere due scarpe in faccia.

I sottoscritti, esprimendo la più sentita solidarietà per Al-Zaidì ed associandosi a tutti i popoli resistenti del mondo che considerano gli USA uno Stato-canaglia e il suo Presidente un criminale di guerra:
=> si rivolgono al Ministro della giustizia di Baghdad affinché Al-Zaidì sia immediatamente scarcerato;
=> sostengono l’iniziativa di quei pasi che hanno dichiarato di voler offrire ad Al-Zaidì una Medaglia al valore civlle;
=> chiedono infine all’Ordine dei giornalisti italiani che Al-Zaidì venga considerato membro onorario
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FIRMA LA PETIZIONE
alzaidilibero@gmail.com

Vittorio Arrigoni: Guernica Gazawi 28/12/2008

Il mio articolo su Il Manifesto di oggi:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Il mio appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui costretta una vita sotto l'assedio.

Prima di stamane. Quando dalla mia finestra si è affacciato l'inferno.
Ci svegliati sotto le bombe stamane a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia.
E amici miei, ci sono rimasti sotto.

Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato drammaticamente a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia.

Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono a memoria i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas.

In realtà visitando l'ospedale di Al Shifa, il principale della città, abbiamo visto nel caos d'inferno di corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure, la maggior parte di degna sepoltura, decine di civili.

Avete presente Gaza?

Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull'altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che compi una strage di civili. Ne sei coscente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali.

Bombardato la centrale di polizia di Al Abbas, nel centro, è rimasta seriamente coinvolta nelle esplosioni la scuola elementare lì a fianco.

Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.

Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato li vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l'asfalto. Una Guernica trasfigurata nella realtà.

Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni quando li incontravo sulla strada recandomi al porto, o la sera per camminando verso i caffè del centro.

Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata.

La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent'anni, per lo più non politicamente schierati ne con Fatah ne Hamas, ma che semplicemente si erano arruolati nella polizia finita l'università per aver assicurato un posto lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% popolazione disoccupata.

Mi disinteresso della propaganda, lascio parlare i miei occhi, le mie orecchie tese dallo stridulo delle sirene e dai boati del tritolo.

Non ho visto terroristi fra le vittime di quest'oggi, ma solo civili, e poliziotti.

Esattamente come i nostri poliziotti di quartiere, i poliziotti palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani se ne stavano tutti i giorni dell'anno a presidiare la stessa piazza, lo stesso incrocio, la stessa strada.

Solo ieri notte li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia.

Vorrei che almeno la verità donasse giustizia a queste morti.

Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, ne mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna, tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani.

Ho una videocamera con me ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman,

non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.

Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io.

All'ospedale AL Shifa con gli altri internazionali dell'ISM ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata, che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo mentre si trovava vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, un'anima solare, era uscita per comprare il pane per la sua famiglia. Lascia 13 figli.

Poco fa mi invece mi ha chiamato da Cipro Tofiq.

Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l'immensa prigionia di Gaza e ricominciare altrove una vita nuova. Mi ha chiesto se ero andato a trovare suo zio e se l’avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso.Titubante mi sono scusato perchè non avevo ancora trovato il tempo.

Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri.

Da Israele giunge la terribile minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.

Faranno il deserto,

e lo chiameranno pace.

Il silenzio del "mondo civile" è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.

 

CI TIRA SCARPE, CHI TIRA MOLOTOV, CHI TIRA MERDA

     

Ti lascio la mia lotta incompiuta 
e il fucile con la canna arroventata: 
non appenderlo al muro. 
Il mondo ne ha bisogno. 
Kriton Athamasulis

Questo pezzo doveva incominciare con altro argomento, ma quanto ho saputo stamane, prima che dai media, dall’impagabile fonte antimperialista http://www.uruknet.info/ (per anglofoni, con periodici bollettini in italiano), merita di essere messo in cima a ogni cosa, anche perché con il resto dell’esternazione programmata ha a che fare. Lo so anche perchè me lo ribadì e dimostrò Oscar Olivera, leader della Guerra dell’Acqua di Cochabamba, Bolivia, guerra identica nei modi e mezzi all’attuale di Grecia e che trasferì questo bene comune dalla multinazionale yankee Bechtel al controllo popolare e inaugurò la stagione dell’acqua pubblica in Latinoamerica: “Tutte le lotte nel mondo sono collegate e complementari”, disse, parlando di indigeni, di NoTav e di precari. Partiamo dunque con il fatto più bello e che mette a confronto chi fa il giornalista e chi fa cagare. Noi qui abbiamo Giovanna Botteri, che strillava e saltellava come un’oca scampata al paté celebrando l’arrivo dei terminator Usa a Baghdad. L’ho vista con i miei occhi all’Hotel Palestine, attimi dopo che una cannonata dei cavernicoli a stelle e striscie aveva sventrato quell’albergo e due nostri colleghi. Abbiamo anche Giuliana Sgrena, riscattata e glorificata dal sequestro e tornata a imperversare sul “manifesto”. Il titolo dice che è “tornata in Iraq”, ma il reportage è dal sicuro Kurdistan, staccato con spartizione etnico-confessionale iraniano-statunitense dallo storico corpo nazionale e affidato a due loschi capitribù narcotrafficanti, di assoluta obbedienza USraeliana, Barzani e Talabani. Capi di mafia-Stati sulla cui identità di megapusher dello spaccio mediorientale e sulla cui infezione sionista alimentata dal petrolio la piagnucolosa signora islamofoba non ha niente da riferire.

Ricominciamo. L’illustrazione in alto vi parla di un gesto plateale, plebeo, volgare, rozzo, burino. Nobilissimo, eroico. Qualcuno nel PRC lo direbbe “provocazione utile alla destra”. Vi parla di un giornalista del tipo che in questo paese non alligna e forse non ha mai allignato. Qui passano per i “migliori” direttori un po’ degenerati che aprono con “Forza Obama” e, il giorno dopo, con “Forza Luxuria”. Non si smentiscono mai: a suo tempo, quando ancora regnava il tirannello in cachmere, lo stesso “Liberazione” aveva festeggiato in prima pagina con “Belgrado ride” il colpo di Stato Usa contro Milosevic e la fine della libera Jugoslavia. L’autore del gesto si chiama Muntather al Zaidi ed è reporter presso “Baghdadia TV”, un’emittente indipendente e anti-occupazione che ha già passato i guai suoi. Anche Muntather è stato rapito, umiliato e torturato dalle squadracce scite della pulizia etnica operata contro i sunniti, per conto di Iran e Usa. Ma è tornato al suo lavoro. Il minus habens che sta per cedere la Casa Bianca al suo clone nero era al termine dell’ultima visita nel paese che ha raso al suolo e il cui popolo tuttavia, sebbene ridotto in polvere, glielo aveva messo in quel posto. Aveva scambiato effusioni con le chiaviche locali: Talabani, presidente cleptocrate, Barzani, feudatario curdo e mercante di uomini e droga, Al Maliki, premier-burattino appeso a un filo Usa e a uno persiano. Mancava Moqtada, baciato in segreto per conservargli la credibilità di Masaniello anti-americano, utile all’emarginazione mediatica della Resistenza vera, patriottica, baathista o islamica, che Sgrena e Bush, in sintonia perfetta, hanno iniziato un anno fa a chiamare “Al Qaida”.

Per accedere alla conferenza stampa dello psicolabile farabutto di Washington, Muntather non poteva far passare ai controlli iperuranici ciò che avrebbe probabilmente preferito: se non una bomba a mano, almeno una busta di escrementi degna degli odori e colori dell’anima di Bush. Poteva portare solo quello che aveva addosso. Scarpe comprese. Alzatosi di scatto, le ha scagliate una dopol’altra sull’idiota “comandante in capo” con a fianco l’atterrito attendente Al Maliki. Colpire con la suola è l’ingiuria massima nel mondo arabo. Contemporaneamente gli ha urlato “Questo è un bacio d’addio, cane!”, appellativo che al mio bassotto Nando giustamente non torna tanto bene, ma che da quelle parti sta per “bastardo”. Quanto di più educato e corretto si possa indirizzare allo “stragista in nome di dio”. Era il 14 dicembre 2008 e, alzandosi quella mattina con questo proposito in mente, il collega e compagno Muntather sapeva benissimo che sarebbe andato incontro alla ripetizione, e anche a qualcosa di peggio, di quello che già aveva subito per aver sfrucugliato gli occupanti e i trapanatori di partigiani e civili sunniti di obbedienza Moqtada. Infatti gli sgherri del bordello lo hanno subito massacrato a calci in faccia. Probabimente non immaginava che nell’Iraq liberato e rinato dell’immancabile futuro, quel 14 dicembre sarebbe stato poi festeggiato in ogni angolo del paese e che in quel posto ci verrà una sua statua con la dicitura “EROE DELL’IRAQ”…

Ora è in prigione. In quelle prigioni. Anche perché le sue scarpate erano il congedo non solo all’assassino seriale di massa, ma anche il sigillo iracheno al rifiuto del SOFA, il patto leonino tra padroni e servi per un ritiro-farsa degli occupanti entro il 2011 che lascia 50 basi, 50mila militari e 500 predatori multinazionali a guardia del paese frantumato e venduto. A ribadirlo ai torturatori marines e alle mignotte nei lupanari governativi della “Zona Verde”, ci sono poi state le piazze d’Iraq stracolme come non mai. Abbiamo udito milioni di altre voci riprendere e potenziare l’imprecazione di Muntather e rovesciarla dal dolore e dalla rabbia della Mesopotamia sulle coscienze dell’umanità. Ne hanno ammazzato più di un milione e mezzo, ne hanno fatti fuggire due milioni dal paese e altri due ne hanno spostati nel nulla della migrazione baraccata interna. Hanno stuprato e commerciato donne e bambini che, qui, nessuna occhiuta vindice delle donne conculcate da Nazinger e Ahmadi Nejad, si sogna di cagare. Con squadroni della morte di scuola israelo-persiana hanno assassinato l’intera classe intellettuale del paese insieme ai patrimoni di cui era custode. Hanno avvelenato fiumi e terre perché si portino lentamente via un popolo di troppo. Il migliore del Medio Oriente. Hanno fatto a 25 milioni di iracheni ciò che i maestri israeliani stanno facendo a un milione e mezzo a Gaza. Li hanno voluti seppellire sotto la letale coltre del silenzio internazionale, silenzio dei sinistri compreso. Poi sul muso di Bush e del mondo sono volate delle scarpe. Chi vivrà…Iraq!

Forse qui da noi, salvo Uruknet e questo blog, nessuno vi inviterà a sostenere l’impresa di questo iracheno augusto e coraggioso. Come non vi riferiscono, se non per trafilettare infastiditi su “terroristi Al Qaida”, dell’indomabile resistenza irachena. Quella che con gli Usa, dopo la carneficina del Surge del generale Petraeus, con i macellai in uniforme Usa ormai rintanati nei loro covi corazzati, sta decimando giorno dopo giorno, sia le forze surrogate dei mercenari, sia le milizie fantoccio incaricate di mantenere il paese nel tritacarne colonialista, ora manovrato dall’ Uomo Nero del Cambio. Non vi sarà chi di Muntather appenderà la gigantografia in Campidoglio, modello Sgrena o, addirittura peggio, la gaglioffa dama ex-prigioniera colombiana che, nello stesso giorno delle sante scarpe, proseguiva dal leccapiedi di “Che tempo che fa” la sua apologia del narcotrafficante fascista Uribe e dei suoi padrini Usa. Bravo il “liberatore” Uribe e fetenti i combattenti delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, FARC (sorvolando ovviamente, nella perorazione per gli “ostaggi”, sulle segrete della tortura in cui Uribe tiene 500 guerriglieri agonizzanti). Nessuno, vi inviterà a firmare l’appello per la liberazione di Muntather dal sequestro degli sgherri fantoccio. Neanche “Reporters Sans Frontieres” , troppo impegnati a prestarsi, per il guiderdone di qualche milione di dollari Usa, a diffamare Cuba o i palestinesi. Neanche le rispettabilissime nostre corporazioni associative e sindacali, nessun Comitato di Redazione, nessun velinaro dirittoumanista, tutti ancora presi dal lacrimare sulla fine della Politkovskaya e, quindi, della tossica disinformazione antirussa di questa operativa Cia, incaricata di guadagnare la Cecenia all’Occidente. Ma voi questa storia di un giornalista grande perché “scrive con le scarpe” ora la conoscete. Non c’è scampo per i giusti, i liberi, gli schifati: tocca firmare. Firmare l’”Appello dei 50.000 per la liberazione di Muntather Al Zaidi”, Eroe della Scarpa, Eroe Iracheno. Ecco qui.

http://www.ipetitions.com/petition/iwffomuntatharalzaidi?

Il verminaio della “sinistra” ridicolmente pensa di pararsi il culo davanti all’uragano mafiofascista. E così stappa bottiglie di purulenze mediatiche e si inebria di bollicine di cerchiobottismo. Che si tratti degli schiaffazzi ai necrocrati dati da Muntather, un iracheno come dall’alto al basso li avevo conosciuti nei miei trent’anni di frequentazioni del più cazzuto dei popoli, da bilanciare subito con qualche reminiscenza sul “sanguinario Saddam”, o che si tratti della compunta critica al governaccio Karamanlis, che però si offusca alla luce delle banche incendiate da “anarchici” e “teppisti”. O, ancora, di mantenersi in prudente equilibrio, nel nome del più scriteriato antigiustizialismo, tra giudici venduti e giudici (Salerno) che prosciugando la fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, tributano il sacrosanto riscatto a De Magistris, uno degli ultimi magistrati italiani non soggetto alla “dipendenza psicologica” ormai ontologica negli “arbitri” d’ogni tipo. E a questo proposito voglio spiegare ai tanti ortomarxisti cui fa senso la difesa della legalità “borghese”, che quella legalità, se non gliela avessero strappata a partire dal 1789 e a finire col 1917, gli iracheni di tutti i paesi, le classi subalterne, i popoli schiavizzati, ma anche le lotte dei partigiani e poi dei nostri comunisti, i signori della spada e della moneta non gliela avrebbero concessa mai. Ci hanno comunque rimesso. Tanto va difesa quella legalità che limita gli eccessi di padroni e sbirri, di scienziati pazzi superomisti che fabbricano Lodi Alfano e macellerie genovesi, quanto va offesa una legalità da Stato Guida e proconsoli ladroni, come oggi viene affondata da masse all’offensiva e trafitta da sassi, molotov e fiamme. E’ la Grecia del tirannicidio. Noi siamo il paese del vicario di Cristo. Né infrangiamo le tavole della legge del Signore, né difendiamo quanto di esse i nostri padri hanno saputo volgere a difesa di chi diritti ne aveva meno del popolo schiavizzato dai lama tibetani.

Qui succede un paradosso. Giornali obamisti, politovksayani, dalailamisti come “Il manifesto” e “Liberazione”, senza per una volta grilloparlare sulle manifestazione di forza resistente dei ragazzi “incappucciati” (grazie Angelo Mastandrea), denunciano l’ipocrita e codarda presa di distanza dei brezhnevcomunisti del KKE. Quel KKE, erede di “comunisti” che con il dittatore Papadopulos si dichiararono pronti a convivere, quel KKE che invece viene difeso appassionatamente da altre vestali del bolshevismo-per-scherzo che fanno proprie, di quel mucchio di opportunisti politically correct, gli anatemi contro i “provocatori, privi di ogni legame di massa, che stanno facendo il gioco della destra greca”. La sentite l’eco degli anatemi che, dal 1945 in poi, i collaborazionisti di “sinistra” vanno scagliando contro “avventuristi”, “provocatori”, “strumenti della destra”, per aiutare a tagliare le gambe e i propositi di chi si oppone ai regimi delle macellerie sociali con modi e mezzi che sfuggono al galateo della “dialettica democratica tra maggioranza e opposizione”? L’eco delle perorazioni disfattiste che vorrebbero preservare a questi compagni di merende e di banche la rendita elemosinata dal capitalismo a “oppositori” che stanno al gioco e si alleano contro gli intemperanti che il gioco lo buttano per aria. Un’eco che viaggia sul ricordo di tanti “provocatori” che facevano “il gioco della destra”, fin da quando resero i conti alle camicie nere, a Tambroni, ai capitalisti e politici delle stragi di Stato messi in crisi dal ’68 al ’77, mentre il PCI non c’era o, se c’era, dormiva. Anzi delazionava.

Ho avuto uno scambio con chi, addirittura dell’area PRC dell’”Ernesto”, presunta sinistra non-nonviolenta e antimperialista del partito, sparava in tutte le direzioni contumelie KKE contro i ragazzi che, con al seguito masse che il KKE si sogna, davano l’assalto alle basi della criminalità organizzata al potere in Grecia. Migliaia di persone che, per giorni e giorni, hanno tenuto testa agli sbirri di una classe dirigente tanto corrotta e predatrice da contendere alla banda del nostro guitto-mannaro il suo primato mondiale. Si preferiscono giornate festose e cortei educati tra tricche e ballacche, alla Cofferati o Veltroni, dove alle famose masse rossobandierate si possono raccontare due balle-placebo a innesco di una disperata autosuggestione, per poi rimandarle a casa cornute e mazziate. Vizio terrificante e inveterato, quello del togliattismo, inestirpabile come la gramigna nei campi, come tutto ciò che preferisce sopravvivere da saprofita. L’edera sulle giovani querce. A costoro rispondo con le parole di chi le battaglie di Atene le ha viste e fatte.

“L’assassinio di Alexis ha fatto esplodere la sommossa più grande del periodo dopo i colonelli. Abbraccia tutto il territorio ed è più vasta, più di massa, più decisa di quella del 25 maggio 1997, di quella del Politecnico dell’80, del movimento greco contro l’assassinio di Kaltezas nel 1985… E’ stata l’espressione dell’asfissia, della rabbia e dell’odio di un mondo intero, il mondo del precariato universale… Tra le migliaia di gente che scaglia sassi e riceve rivoltellate, che distrugge banche (e purtroppo, ma spiegabile, anche piccoli negozi) è coinvolta gran parte della nostra gioventù, precari e disoccupati, scolari e studenti, greci e stranieri… che trova sbocco al suo odio nei confronti degli sbirri e dei ricchi, simboli del potere, della ricchezza e del consumismo, ma anche di quanto desiderano e non possono avere.,.. Gran parte della sinistra radicale, benché contraria al “rompere” e “devastare”, non si è schierata con “l’ordine”, non ha condannato le violenze, è uscita per strada, ha manifestato insieme agli “incappucciati”, ha urlato “loro parlano di profitti perduti e danni, noi parliamo di vite umane”, ha capito che “l’azione precede la teoria” e si è contrapposta in maniera incondizionata alla crudeltà della polizia. Speriamo che questo continui…” ( DIKTIO, Rete per i diritti politici e civili). Non contate sul KKE, compagni, né sull’Ernesto, quello che, con la faccia come il culo, ti dice che fai “il gioco della destra” dopo aver giocato, lui, con la destra alla guerra in Afghanistan e Libano. Signori, di sommossa si tratta, non di scampagnata. “Noi che volevamo la gentilezza, non potevamo essere gentili…”

Contate sulle vostre pietre e sulle scarpe di Muntather. A volte basta il sasso di Balilla.

Fonte: www.fulviogrimaldicontroblog.info

 

 

Basta con i morti sui posti di lavoro!!  
Mandiamo via il governo Berlusconi che finanzia, 
copre e difende il sistema capitalista assassino!!  


Lo sfruttamento dei capitalisti per il profitto è la vera causa della guerra di sterminio non dichiarata che ogni anno 
nel mondo uccide milioni di lavoratori!Facciamola finita con i padroni e il loro sistema di sfruttamento che si regge 
sul terrore e la repressione!  
I lavoratori devono dirigere la società e il sistema di produzione!  

Gli operai morti alla Tyssen Krupp di Torino, come le migliaia di lavoratori che ogni anno muoiono in Italia, devono essere considerati vittime della guerra di sterminio non dichiarata, voluta dai padroni. La voracità dei capitalisti nel voler fare sempre più profitto e ingrandire sempre più i loro capitali, non guarda minimamente alla sicurezza della vita degli operai e delle loro famiglie che di quel lavoro vivono. I caduti sul lavoro sono la prova evidente della cinica concezione della vita che i capitalisti hanno: un lavoratore rappresenta solo muscoli, ossa e cervello da spremere per accumulare ricchezza. Questo sistema di produzione che i lavoratori affrontano con il grave rischio della propria vita, è protetto da un sistema politico che garantisce l’impunità agli sfruttatori. Oggi questo sistema di garanzia e impunità per i padroni è ben rappresentato dal governo della banda Berlusconi, che nel suo programma di lacrime e sangue per le masse popolari, stabilisce sostegno economico-finanziario e legislativo ai banchieri, ai finanzieri e agli industriali, che sono gli unici responsabili della crisi generale che stiamo attraversando, che sprofonda sempre più le esistenze di milioni di famiglie operaie alle quale si negano sempre più diritti basilari. Un sistema questo che il governo di filibustieri raccolti intorno al caporione Berlsuconi, mantiene sempre più con la violenza e il terrore di leggi repressive e razziste. Un governo che garantisce e manda impuniti i torturatori della Diaz e della Bolzaneto di Genova e i loro mandanti politici e alti funzionari, che in cambio per la loro fedeltà, vengono promossi a cariche istituzionali superiori, come è successo per l’ex capo di Polizia De Gennaro che è attualmente capo del DIS (coordinamento dei servizi segreti).

Il lavoratori non hanno bisogno dei padroni per produrre i beni di cui la società ha bisogno. Possiamo fare a meno dei capitalisti, costruendo un sistema di produzione dove i lavoratori e i loro organismi rappresentativi sono i gestori collettivi della ricchezza prodotta in modo pianificato e in base alle esigenze sociali. In una parola, facciamo dell’Italia un paese socialista!

Facciamola finita con i capitalisti e il loro sistema di morte, miseria, repressione e guerra!

Mandiamo a casa la banda Berlusconi e puntiamo ad un governo di Blocco popolare per avanzare verso la costruzione di un’Italia socialista!

Valutazioni sulla manifestazione di sabato e indicazioni per il futuro

Con la manifestazione di sabato 29 novembre abbiamo concluso la campagna “2008 anno della Palestina”che avevamo aperto esattamente un anno fa esponendo una grande bandiera palestinese su via dei Fori Imperiali e al Colosseo.

L’obiettivo della Campagna, è stato quello di impedire che il 2008 vedesse solo le celebrazioni della nascita dello Stato di Israele omettendo completamente la Nakba palestinese e la pulizia etnica del ’48. Lo abbiamo fatto attraverso decine di assemblee in ventuno città grandi e piccole, attraverso la presentazione di libri sulla situazione palestinese, attraverso la campagna di boicottaggio dell’operazione “Fiera del Libro con Israele ospite d’onore” a Torino, lo abbiamo fatto attraverso tre delegazioni inviate una a Gaza (bloccata alla frontiera dalle autorità egiziane) e due nei campi profughi palestinesi in Libano, lo abbiamo fatto con due manifestazioni nazionali: una a maggio a Torino e l’altra sabato scorso a Roma.

a) La nostra valutazione sulla manifestazione di sabato 29 novembre è decisamente positiva sia per la partecipazione – le cinquemila persone in piazza c’erano veramente - che per la capacità di comunicazione messa in campo dal corteo. Se all’inizio del concentramento – come al solito – compagne e compagni rivelano sempre pessimismo (e ormai ne dovrebbero essere guariti) è stato evidente a tutti come a mano a mano che il corteo sfilava si sia ingrossato e arricchito.

La scelta di far aprire il corteo da una grande chiave a simboleggiare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, il tintinnio di centinaia di chiavi durante il corteo, hanno spiegato e incuriosito molte persone che assistevano alla manifestazione. L’aver inaugurato Piazza Yasser Arafat con una targa in una piazza centrale di Roma; il saluto fortemente sentito del presidente dei partigiani del Lazio, Rendina, al corteo (che gli è costata preliminarmente una dura discussione con gli ex combattenti della Brigata Ebraica); il saluto di una compagna di Euskadi; lo striscione calato dai ragazzi di Sport sotto l’assedio al passaggio del corteo; l’aver megafonato durante tutto il corteo spiegando motivazioni e obiettivi della manifestazione ed infine gli interventi dal palco di due palestinesi provenienti da realtà significative come Gaza e Chatila – a parte la pioggia – sono tutti elementi che hanno consentito una buon risultato della manifestazione sotto molti aspetti.

b) Non possiamo sottovalutare l’assenza di settori di movimento (collettivi universitari, centri sociali) né che l’aumento delle adesioni e delle forze che – diversamente dagli anni scorsi – hanno aderito alla manifestazione non abbia prodotto molto sul piano della partecipazione numerica. Sono tutti elementi che dovremo discutere e del quale tener conto, ma che non potranno mai diventare degli alibi per cessare l’attività e le iniziative messe in campo questi anni. Se fossimo stati subordinati a questi parametri non avremmo mai fatto tutto il lavoro fatto dall'ottobre del 2001 a oggi.

c) E’ sempre bene ricordare che è assai diverso l’impatto di una manifestazione vista dall’Italia (e dagli articoli di merda dei suoi giornali) e vista dall’altra parte del Mediterraneo . Per la gente assediata a Gaza o nei campi profughi in Libano, per chi sta difendendo le sue case e i suoi ulivi in Cisgiordania, o per gli attivisti in tutto il Medio Oriente, vedere che nella capitale dello stato che ha come presidente della repubblica Napolitano c’è stata una manifestazione di migliaia di persone che dicevano cose completamente diverse su Israele e i diritti dei palestinesi, è estremamente importante. Le immagini televisive e le foto della manifestazione di sabato stanno girando nelle televisioni e nei blog di tutto il mondo palestinese e in Medio Oriente. Sono iniziative che rendono la solidarietà un fatto concreto e dinamico e che aiutano a resistere chi sta in prima fila.

d) Nelle due riunioni nazionali di ottobre (Roma) e di novembre (Firenze) ci si era detti molto chiaramente che la manifestazione del 29 novembre non poteva che essere uno sforzo della soggettività a fronte del completo silenzio, disinteresse e rimozione della lotta del popolo palestinese nel sistema dei mass media e nell’agenda politica anche della sinistra italiana. Infine, nessuno dovrebbe trascurare il dettaglio che ha visto l’intero establishment italiano – da Confindustria alle banche, dal Presidente della Repubblica al governo, fino a scrittori e artisti – andare in massa in Israele a celebrare una alleanza politica, economica, militare e culturale con uno stato colonialista e – pertanto – simile ed integrato a quelli europei e agli USA. L’iniziativa di solidarietà con il popolo palestinese in Italia ha dunque davanti un quadro politico e un blocco di potere interamente schierato – e senza grandi contraddizioni – a sostegno di Israele e contro i palestinesi se non nella dimensione di “problema umanitario” ma negandone ogni dimensione politica. La nostra forza non potrà che essere fondata sulla realtà dei fatti e sul rapporto con la società, con i settori sociali che possiamo e dobbiamo raggiungere sul piano dell’informazione e della comunicazione sociale. Da questo punto di vista i limiti sono solo quelli che ci mettiamo da noi stessi.

e) Pensiamo di organizzare una riunione ai primi di febbraio per impostare il lavoro del prossimo anno sugli obiettivi in larga parte indicati alla conclusione della manifestazione:

- Sviluppo del dibattito intorno al tema dello Stato unico per palestinesi e israeliani

- Centralità della questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi dentro qualsiasi ipotesi di negoziato credibile

- Progetto di una casa per la memoria storica del popolo palestinese che ricostruisca e documenti la verità storica dai primi del Novecento a oggi.

- Messa in campo di una campagna di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo stato di apartheid israeliano in sintonia con quello che agisce nel resto d’Europa. Ai primi di aprile tra l’altro c’è la conferenza dell’ONU sul razzismo a Ginevra (Durban II). Sul sito del forum troverete il documento che varie organizzazioni palestinesi presenteranno a questa conferenza

Un grazie ancora a tutte le compagne e i compagni che hanno partecipato alla manifestazione, un ringraziamento particolare ai compagni che questa volta hanno accettato le nostre valutazioni sulla gestione della manifestazione, un invito a strapazzare tutti coloro che non hanno creduto alla riuscita dell’iniziativa.

Invitiamo tutti coloro che voglio intervenire con le loro valutazioni a scrivere a : forumpalestina@libero.it

ALCUNE FOTO DELLA MANIFETAZIONE (di Zeno Leoni)

 

 

La guerra segreta dell'Italietta in Afghanistan           

di Giancarlo Chetoni
22.11.2008


C'è da chiedersi da dove vengono i soldi per finanziare queste "imprese", mentre a noialtri raccontano che "c'è la crisi"...

       


A Febbraio 2008, PdL e PD hanno dato il  via libera a Camera e Senato al rifinanziamento della cosiddetta missione in Afghanistan. Le uscite “ufficiali” sono state di 365 milioni di euro, quelle reali, con tranche aggiuntive del Ministero degli Esteri, superano i 513, di cui 57 destinati al… riordino dei Tribunali e delle strutture centrali e periferiche del Ministero della Giustizia di Karzai.

Se non ci fosse da ridere ci sarebbe da piangere.  

CESVI e INTERSOS, piene zeppe di  volontari di occhio buono e lingua lunga, se ne accaparreranno una fetta più che consistente. Ai nuclei CIMICS non resteranno che le briciole e la sfiga di dover fare da bersaglio per le prodezze dei 180 italianissimi Rambo della Task Force 45–Larissa. Larissa come la lancia della Falange Macedone di Alessandro Magno.

I 4 Tornado IDS, insieme a un team previsto di 170 militari tra piloti, motoristi, specialisti elettronici e di armi, e un aliquota di “avieri dell’aria” per la sicurezza, richiederanno uscite per altri  51 milioni di euro nell’esercizio 2009-2010, e  6 se ne andranno per l’approntamento degli shelter corazzati già in costruzione per la protezione passiva contro razzi e colpi di mortaio sull’aeroporto di Herat. Una città squassata in un solo giorno, il 20 Novembre, da tre gigantesche esplosioni a meno di 500 metri da Camp Vianini.

Una “guerra”, quella organizzata a partire dal 2001 dagli  USA in Afghanistan, successivamente corroborata dalla NATO, e che è costata, ad oggi, ai contribuenti della Repubblica delle Banane tra  morti, feriti, sequestrati con riscatti per entità non precisate, per retribuzioni, diarie di indennità al personale, trasporto, “aiuti” a ONG, uso di blindati, elicotteri, aerei, logistica, impiego, sostituzione e perdite di materiali, la sommetta di 3,2 miliardi di euro.

La campagna contro l’Afghanistan cominciata nel 2001 sotto grandinate di bombe da 250-500 sganciate, a caduta libera quindi con larga imprecisione, sugli “obbiettivi sensibili”,  da B 52 e B 1 USA, è tuttora in corso e durerà, si sostiene al Pentagono, ancora una ventina d’anni.

Gli “esportatori di pace e democrazia” di USA e NATO sono arrivati in Afghanistan, con la complicità dell’ONU, a fare di tutto e di ben peggio del peace-keeping, con tanto di promessi e faraonici e mai mantenuti “piani di ricostruzione”.   

 I “liberatori” del Paese delle Montagne, nel corso di otto anni di guerra, hanno inoltre usato i C 130 per annaffiare di bombe oltre i presunti rifugi dell’inafferrabile Bin Laden anche il più modesto concentramento di guerriglieri pashtun, ponti, percorsi obbligati, abitazioni isolate e villaggi di montagna.  

Ad oggi sono almeno 250 le  FAE - meglio conosciute come “tagliamargherite” - da 6 tonnellate dotate di paracadute frenante, lanciate dai portelloni posteriori di questi quadriturbina da trasporto  oltre a 32 GBU 43 B a guida laser da 7 tonnellate, arrivate a bersaglio sul terreno.

Le FAE sono enormi  contenitori di acciaio che contengono nitrato di ammonio, alluminio in polvere e polistirene che distruggono qualsiasi forma di vita nel raggio di 500 metri e sviluppano a terra  una pressione di 500 Kg ogni  24,5 mm quadrati.

Poi Enduring Freedom e Isaf  hanno spazzato via dalla carta geografica dell’Afghanistan quello che era rimasto in piedi delle infrastrutture di appoggio logistico del “nemico”, spesso posizionate in prossimità di centri abitati, con il bombardamento “chirurgico” di cacciabombardieri  F 117,  F 16,  F18, Mirage 2000, Harrier, Tornado IDS e UAV Predator armati di razzi Hellfire.

Le cannoniere volanti hanno annaffiato con milioni di proiettili di mitragliatrice pesante e leggera  tutte le zone dell’Afghanistan dichiarate “ostili” dal Comando di Kabul a guida multinazionale.

Il 2007 si è chiuso con un bilancio ufficiale del Governo Karzai, quindi largamente sottostimato, di 7.463 morti ammazzati, di cui 413 bambini, giovani, adulti e anziani.

Per Human Rights Watch, i decessi registrati tra la popolazione afgana sono stati nello stesso periodo 748.  

Nei primi 8 mesi del 2008, i “costi collaterali” sono saliti a 1.552, con un incremento che supera di ben oltre il 50% le perdite di vite umane registrate nell’anno precedente.

I dati questa volta sono arrivati dal Commissariato ONU. La denuncia è venuta dall’inviata sudafricana delle Nazioni Unite Navi Pillay durante una conferenza stampa a Kabul nel mese di  Ottobre.

Dall’estate del 2006, durante il Governo Prodi, è già operativa nell’Ovest dell’Afghanistan, nelle provincie di Farah e di Herat, la Forza di Reazione Rapida dei Bersaglieri e della  Task Force 45 “Larissa”, composta da Comsubin di Varignano, Paracadutisti Carabinieri Tuscania e 185° Regt. Folgore che parteciperà a ripetute azioni di guerra contro i Taliban nel distretto di Gulistan.

Nel corso dei combattimenti, la Task Force 45, appoggiata da cinque elicotteri d’attacco A 129 Mangusta e Blindati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm, si renderà responsabile insieme a Rangers USA e SAS  dell’uccisione di decine di guerriglieri afghani e di un numero imprecisato di feriti.

Il primo impiego di militari italiani inquadrati in ISAF contro formazioni combattenti Taliban risale al 18 Settembre 2006. Seguiranno ulteriori “missioni di annientamento” il 1° Ottobre e  il 10 Dicembre dello stesso anno.

Il 2007 vedrà Alpini Paracadutisti, Bersaglieri e Truppe Speciali di ISAF NATO ed Enduring Freedom impegnati in azioni di rastrellamento e di fuoco da terra e dall’aria contro nuclei di Taliban il 21 Febbraio, 11 Marzo-10 Aprile, il 27 Aprile, il 10 e il 22 Agosto, il 19 Settembre, il 5 Ottobre e, a chiusura dell’anno, dall’1 al 21 Novembre. Sarà l’ultima grande e protratta operazione  “attacca e distruggi” prima della  pausa invernale.

Al vertice del 2 Aprile 2008 a Bucarest, presente Frattini, gli USA chiederanno perentoriamente  all’Italietta di ampliare il suo intervento militare in Afghanistan corredandolo di “ulteriori e indispensabili mezzi di difesa per riallineare sul terreno lo sforzo comune di USA e Alleati della NATO nella lotta contro il terrorismo”.

Il “nostro” azzimatissimo Ministro degli Esteri assicurerà in quell’occasione a Jaap de Hoop Scheffer il ritiro dei caveat che limitavano l’impiego sul campo del personale militare italiano nelle provincie di Herat e Farah, dichiarate zone di guerra da Enduring Freedom.

Frattini confermerà inoltre al Segretario Generale della Nato che il rapporto di collaborazione del Paese con gli Usa sarà nel tempo ancora più stringente e politicamente affidabile rispetto al passato.

Al Quartier Generale di Bruxelles si accoglierà con soddisfazione la disponibilità manifestata dall’Italia di destinare al teatro afghano un ulteriore e più qualificato contributo militare agli sforzi militari dell’Alleanza Atlantica.

Ed ecco che dopo le parole arrivano i fatti. Come lacchè, Berlusconi ci tiene ad essere una spanna avanti a Prodi .Tornado Panavia IDS dell’AMI di Camporini stanno per arrivare a Mazar al-Sharif…

Ne riparleremo. Ne vale la pena.